lunedì 5 novembre 2018

La liturgia dei defunti


Continuiamo la nostra Ottava dei Morti con un bell'articolo di formazione liturgica.
QUI per le indulgenze.

L

Culmen et fons, 30-10-18, Andrea Maccabiani

All’inizio del mese di novembre la liturgia cattolica propone una solenne ed evidente riunione delle tre porzioni della Chiesa di Cristo: la trionfante, la purgante e la militante. Quest’ultima ha da secoli forgiato la liturgia romana affinchè fossero trovate le parole più belle e i riti più splendidi per esprimere questa unione. Il 1° novembre si celebrano le anime sante del Paradiso nella celebrazione di tutti i santi. Il 2 novembre si suffragano le anime penitenti del purgatorio. Mai come in questo giorno la Chiesa pellegrina sulla terra eleva incessanti preghiere e suppliche per abbreviare i supplizi delle anime purganti. Si potrebbe ben aggiungere che gli sciagurati tempi moderni abbiano deciso di onorare una quarta porzione di creature che non appartengono al gregge di Cristo: le mode di halloween intendono talvolta onorare la schiera dei dannati all’inferno per cui non ci dovrebbe essere né esaltazione né rimedio possibile.

La liturgia dei defunti ha il suo apice proprio il 2 novembre, ma è utilizzabile anche in altre circostanze:
le esequie;
le messe votive per i defunti celebrabili nei giorni in cui non ricorrono feste o solennità.

Per le esequie dei bambini vale tutto un altro discorso, ne parlammo QUI.


I due “fili” che compongono la preziosa trama della liturgia dei defunti sono:
il suffragio per le anime, ovvero l’offerta della S. Messa e delle pie pratiche affinchè la pena temporanea del purgatorio sia alleviata ed accorciata;
la speranza della Resurrezione e lo sguardo salutare che i viventi volgono alle realtà future che riguardano tutti affinchè si compia un cammino di conversione in questa vita.

Il colore liturgico è il nero, colore del lutto che richiama l’oscurità dei peccati che rischiano di “assorbire” la luce di Dio. Il colore nero però non viene utilizzato per coprire il tabernacolo e l’altare relativo: non è infatti conveniente che il colore del lutto rivesta la tenda dove è custodito Colui che ha vinto le tenebre della morte.

La S. Messa dei defunti presenta le seguenti particolarità:

1) Non si recita il Gloria Patri dopo le Antifone ma il Requiem Aeternam;

2) Si omette il salmo Judica nelle preghiere preparatorie del sacerdote;

2) Nelle messe cantate non si incensa l’altare al Kyrie né al Vangelo;

3) Si canta la sequenza Dies Irae (obbligatoria nelle messe cantate, facoltativa invece la recita nelle messe lette);

4) All’Agnus Dei si risponde con la formula “dona eis requiem [sempiterna]” anziché “miserere nobis/dona nobis pacem”;

5) Il sacerdote non impartisce la benedizione ai fedeli.

Per comodità venivano un tempo stampati dei piccoli messali con la copertina nera con i formulari delle messe per i defunti, per un pratico utilizzo dei testi.

Il 2 novembre ciascun sacerdote ha facoltà di celebrare 3 messe nell’arco della giornata. Ciò per moltiplicare il suffragio per le anime purganti. La crisi odierna di fede e di clero ha prodotto come risultato anche la drastica diminuzione delle S. Messe e delle preghiere di suffragio.


Altra vistosa particolarità è il rito dell’assoluzione finale che si può omettere nelle messe lette ma che si svolge nelle messe cantate o solenni e nelle esequie. I casi possono essere due:
in chiesa è presente il feretro del defunto;
in chiesa non c’è il feretro perché è una messa votiva oppure il 2 novembre.

In entrambi i casi viene preparato il cosiddetto “catafalco”, ovvero un monumento funebre che può assumere forme e decorazioni differenti a seconda dei casi. Deve essere circondato da ceri accesi. Solitamente è composto da una struttura di legno rivestita da drappi neri con ricami e decorazioni. Se il feretro è presente viene posto sopra la base, se non è presente viene preparato un secondo livello sopra la base, sempre rivestito di un drappo nero. Terminata la S. Messa il sacerdote indossa il piviale nero e, uscendo dalla balaustra, si pone di fronte al catafalco. Un ministro si posiziona invece con la croce nel lato opposto. Il sacerdote recita le preghiere di assoluzione sul defunto o i defunti che intende ricordare. Nel caso del 2 novembre si ricordano tutti i defunti che si trovano in purgatorio. Il termine assoluzione può essere fuorviante: la Chiesa infatti non ha potere di rimettere i peccati dei fedeli defunti ma può alleviare, come già è stato detto, le pene dei purganti. Il sacerdote infine asperge con l’acqua santa il catafalco e lo incensa.

Sembrerebbe un controsenso dal gusto un po’ macabro allestire un catafalco senza che vi sia effettivamente il feretro. In realtà resta un simbolo -un monumento, appunto- del corpo mortale dell’uomo che viene disfatto, mentre la sua anima immortale si prepara all’incontro con Dio. Benedicendo e onorando il catafalco con l’acqua santa e l’incenso, il sacerdote intende onorare a nome di tutta la Chiesa militante tutti i feretri dei fedeli di ogni tempo, idealmente rappresentati proprio da questo allestimento.

Un tempo c’erano senz’altro abusi e mistificazioni di questo rito: l’inserimento dell’elemento macabro (teschi, scheletri, decorazioni di dubbio gusto) ha reso questa liturgia inaccettabile per i tempi moderni, sicchè è stata completamente cancellata senza un serio esame della gran parte del materiale più autentico e degno di sopravvivere. Ma la modernità ha scelto un’altra strada.

La nostra società è sciaguratamente la società della morte: nei suoi ingranaggi milioni di vite innocenti –bambini, disabili, anziani, malati- vengono stritolati in nome della libertà, della modernità, dei diritti. E’ la società della morte che festeggia scheletri e demoni la notte di halloween. E’ la società in cui i botteghini cinematografici si riempiono di milioni di dollari se nel grande schermo è rappresentata una strage, una carneficina, una possessione demoniaca, un’infestazione diabolica. Paradossalmente è la stessa società che ha abolito il lutto. La morte (quella vera) non può essere citata. Simboli e linguaggi sono stati efficacemente aggiornati, anche nella liturgia di Paolo VI, in cui la messa dei defunti sopra descritta, è stata completamente falciata via, senza ritegno e rispetto. Così si leggono sui manifesti funebri, adorni di fiorellini e grafica accattivante: “è tornato alla casa del Padre…” Tornato? E quando c’era mai stato?. “Chi vive nel cuore di chi resta non muore mai”. Ah: e con questa interessante premessa teologica si celebrano i funerali in Chiesa? Il linguaggio è sempre meno cristiano, perché è sempre più umano e poco soprannaturale. Si sceglie la cremazione per risparmiare sulla lapide. Si scelgono fiori finti così da non andare al cimitero se non il 2 novembre. Si sceglie di celebrare funerali privati senza avvisare nessuno e dare poi comunicazione a sepoltura avvenuta. Si abbandonano cadaveri nelle celle frigorifere di obitori e onoranze funebri perché non c’è tempo di seppellirle. Le vetture per il trasporto della salma sono sempre più bianche o grigie: aboliti i colori del lutto da tutti i corredi funebri. Meglio un sabbia o un verdino acqua per non spaventare nessuno, si sa mai che qualche parente abbia da mangiare la foglia che un giorno tutto questo toccherà a lui.

Il rito di Paolo VI è stato adeguato decisamente a queste nuove tendenze anticristiane. Su Facebook – a mò di esempio – leggo un sacerdote che scrive, a proposito del 2 novembre:

“Cogliere l’occasione di festeggiare davvero i nostri cari in cielo, senza paura e con un ricordo grato nel cuore per quanto hanno fatto per noi, e con il desiderio di seguirne le orme”.

Seguire le orme di anime magari finite all’inferno?. A proposito: quale inferno e quale purgatorio? Per la chiesa moderna questi luoghi teologici non esistono più! Tutti i defunti sono in cielo, sono con Dio. Nelle omelie non si sente parlare di altro. Nessun monito alla conversione, all’essere pronti con le lucerne accese e i fianchi cinti. No: tutti i cielo perché Dio ci ama. Il vescovo emerito di Gubbio, mons. Mario Ceccobelli in un’omelia disse: “il purgatorio è un’idea, mica esiste davvero”.

Il sale ha davvero perso il suo sapore. Non potendoci più dire niente di vero sulla morte, ha finito per far perdere il sapore anche della vita. Restiamo ancorati alle parole, agli insegnamenti e ai riti eterni. Nonostante la falce conciliare.