martedì 21 agosto 2018

Storia del Messale Tridentino, dell'Abbé Claude Barthe

È uscita poco prima della pausa estiva, per i tipi di Solfanelli, la traduzione italiana – curata da Carlotta Anna Pallottino Luyt – dell’ultima opera dell’Abbé Claude Barthe, Storia del Messale Tridentino.


L’Abbé Barthe non necessita di nessuna presentazione presso i lettori di Messa in Latino. Autore di numerose pubblicazioni, purtroppo solo in parte tradotte in italiano, principalmente dedicate a temi liturgici, ma anche a questioni teologiche di più vasto raggio (basti citare il suo Penser l'oecuménisme autrement – Via Romana, 2014), nell’ormai lontano 2009 pubblicò sul nostro blog una serie di articoli dedicati all’opposizione romana al Papa – che era Benedetto XVI – la cui lettura offre ancor oggi interessanti spunti di riflessione per comprendere quanto sta attualmente accadendo nella Chiesa.

Nel suo saggio, l’Abbé Barthe ripercorre lo sviluppo del Messale di San Pio V prendendo le mosse dalla formazione della Messa Romana, per descriverne poi la stabilizzazione tridentina, dedicando, in tale prospettiva, una particolare attenzione alle liturgie francesi. La conclusione dello studio presenta il Messale come “mai abrogato”, occupandosi specificamente, così, del Motu Proprio Summorum Pontificum.


I punti di forza del volume – che si legge agilmente, poiché la materia è trattata in termini densamente sintetici – sono molteplici, e non ne possiamo fare qui il censimento completo. Ci accontenteremo, dunque, di sottolineare alcuni temi che ci sono parsi particolarmente significativi. Così, merita attenzione, nei primi capitoli, la disamina dei rapporti intercorsi tra la nascente liturgia cattolica e il culto ebraico: sono illuminanti le considerazioni svolte dall’autore sui legami, ma anche sull’autonomia e indipendenza delle forme liturgiche cristiane rispetto a quelle giudaiche, che – dopo la distruzione del tempio e la diaspora – si sono formate contemporaneamente, cosicché va ridimensionata l’idea che le seconde abbiano costituito l’origine delle prime.

Del pari assai interessante lo studio dello sviluppo della liturgia in Francia. Ad un lettore italiano, il tema può apparire un po’ estraneo: ma è sorprendente constatare quale fosse la vitalità delle forme liturgiche pur dopo la stabilizzazione tridentina. Nello stesso tempo, viene messo a fuoco il ruolo dell’accentramento romano del potere liturgico, conseguente al Concilio di Trento e funzionale all’esigenza di governare la conservazione e la modifica del messale della Quo primum; accentramento di cui si esaminano gli esiti, in parte – almeno apparentemente – contradditori: come leggiamo nelle ultime pagine del volume, «la piena concentrazione a Roma del potere liturgico ha permesso che, per atto di autorità, venisse elaborato un messale che si vuole comunque romano, ma non tridentino».

La constatazione che il Messale di San Pio V è comunque spontaneamente sopravvissuto alla riforma degli anni ’70 porta, infine, all’analisi del Motu Proprio Summorum Pontificum – ovvero, più correttamente, della situazione liturgica in cui esso è intervenuto e che ha formalizzato – ed alla presa d’atto dell’inatteso rinnovato vigore del Messale tridentino, della cui storia, che, ci dice l’Autore, è ben lungi dall’essersi conclusa, si apre oggi una nuova pagina. Ci piace concludere, allora, con queste parole dell’Abbé Barthe (tratte non dal libro, ma dal discorso di apertura del Pellegrinaggio romano Summorum Pontificum del 2015): «nella Chiesa di domani, una Chiesa di famiglie cristiane numerose, di sacerdoti ben consapevoli della propria identità sacerdotale, di apostoli missionari, di comunità religiose e di associazioni espressione dell’eterna giovinezza della Chiesa, la liturgia tradizionale, eternamente giovane, avrà senza dubbio un ruolo di fermento spirituale nell’ordine sacramentale».

Enrico Roccagiachini