lunedì 11 dicembre 2017

Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il “Padre nostro”

di don Alfredo Morselli [*]

1 - Lo status quaestionis

La traduzione classica della VI domanda del Padre nostro "non ci indurre in tentazione" è sotto il tiro di tanti critici da molti anni, ancor prima che la versione CEI del 2008 proponesse "non abbandonarci alla tentazione"; pochi giorni fa il Santo Padre Francesco ha manifestato approvazione per questo modo di tradurre [1], dando probabilmente il colpo di grazia alla versione a cui siamo abituati. E così la preghiera che Gesù ci ha insegnato è destinata a subire un cambiamento anche nei testi liturgici ufficiali in lingua italiana.
Perché questo cambiamento? Per evitare che qualcuno pensi che Dio possa positivamente indurre qualcuno in tentazione, o possa essere Egli stesso causa della tentazione.
Si tratterebbe veramente di uno scandalum mere receptum, perché è molto facile ricordare, con S. Giacomo, che “Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,13).
Sono ben altri i passi difficili, che possono turbare la coscienza dei più deboli; e, sempre in tema di una certa azione positiva e diretta di Dio nella tentazione, è molto più problematico del Padre nostro quanto troviamo in 2 Ts 2,11: “Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna”. Grazie al cielo, qui nessuno ha ancora pensato di cambiare il testo sacro.
Però è anche vero che ogni scandalo, quando è possibile, va rimosso, perché “non tutti hanno la conoscenza” e quindi “se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello” (1 Cor 8, 7. 13).
Questo principio paolino, tutto informato dalla carità, va applicato anche nella traduzione dei testi sacri; a patto però di non tradire il significato del testo, di non contraffarlo; il che significherebbe scambiare la Parola di Dio con una povera parola di uomo.
E allora ci chiediamo: non abbandonarci alla tentazione è una traduzione esatta, vera, di et ne nos inducas in tentationem, che a sua volta traduce il greco kai mē eisénkēs hemâs eis peirasmón? La nuova versione corrisponde a quello che ci ha insegnato Gesù?
Mia esclusiva intenzione è la valutazione della nuova traduzione da un punto di vista filologico e grammaticale.


2 - Cosa vuol dire et ne nos inducas?

La parola greca tradotta con inducas, eisénkēs è una voce del verbo eisférô, che vuol dire fare entrare, introdurre. Cosa significa questo?
Innanzi tutto, con il Padre nostro, noi non chiediamo di non essere tentati.
Sappiamo infatti che questo è impossibile; anzi, tanto quanto vogliamo servire il Signore, tanto più saremo messi alla prova.
La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg). Altrettanto affermano i Padri: “La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione. Nessuno può arrivare a conoscere se stesso finché non è tentato, né essere coronato senza aver vinto. Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni” (S. Agostino, In Psalm. LX).
E San Leone Magno afferma: “Non si danno opere di virtù senza le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari, né vittoria senza combattimento. Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta” (Serm. I, de Quadrag.).
Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione; e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo (Cf. Gv 15).
Chi cede alla tentazione cessa di rimanere in Dio (cfr. 1 Gv 4,15), e dimora nell’atmosfera diabolica: la tentazione è la porta aperta per uscire dagli atri del Signore per ritrovarsi in un paese lontano (Cfr. Lc 15,13).
“Per me un giorno nei tuoi atrî è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi” (Sal 84,11). Peccare significa entrare, attraverso la porta della tentazione, in uno stato di vita lontano dal Signore, le tende degli empi.
Allora tutto ciò significa, forse, che con la VI domanda del Padre nostro, chiediamo al Signore di non indurci a lasciare il suo amore, la dimora in Lui, e che non ci faccia entrare nella dimora degli empi?


3 - Il sostrato semitico.

Stando a quest'ultima interpretazione, l’espressione et ne nos inducas in tentationem potrebbe essere un’occasione di scandalo ancora più pericolosa, perché sembrerebbe che Dio stesso ci possa spingere a entrare nel peccato.
A questo punto però ci viene in aiuto la grammatica ebraica e aramaica. Non dobbiamo dimenticare infatti che Gesù ha insegnato il Padre nostro non certo in greco, ma – e qui ci sono varie ipotesi – o in ebraico (nella lingua colta dei farisei: cfr. At 21,40; oppure nella lingua degli esseni di Qumram), o in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù).
Ebbene, nelle antiche lingue semitiche esiste la forma detta causativa, per cui, con una sola parola si esprime ciò che in italiano o latino si esprime con una perifrasi.
Provo a spiegare con un esempio: forma attiva: mangiare; forma passiva: essere mangiato, forma riflessiva: mangiarsi; forma causativa attiva: fare mangiare; in ebraico fare mangiare si esprime con una parola sola, con una coniugazione particolare (detta hiphil).
Questa forma, al negativo, cioè preceduta dalla particella ’al, che corrisponde all'italiano non, ha due possibilità di traduzione, determinate esclusivamente dal contesto. La particella negativa ’al può negare o la causalità stessa o l’azione causata. 
Ricostruiamo ora passo passo la traduzione da un probabile Pater insegnato da Gesù in ebraico o aramaico.
L'espressione non ci indurre traduce, con parafrasi esatta, il latino et ne nos inducas e il greco mē eisénkēs hemâs; a questa espressione soggiace verosimilmente l’ebraico ’al tebî’ênu (o forme aramaiche analoghe); ’al tebî’ênu può essere tradotto con:
a) non farci entrare (nella tentazione): qui viene negata la causalità.
b) fa sì che non entriamo (nella tentazione): qui viene negata l’azione causata.
Tra gli studiosi che sostengono la traduzione b), troviamo soprattutto Jean Carmignac (1969, 1988) (“garde-nous de consentir à la tentation”) [2]: quest’ultimo offre un lungo elenco di altri autori che interpretano et ne nos inducas, pur implicitamente, in questo stesso senso; ne riporto alcuni: Eliseo Armeno (450), Riccardo di San Vittore (tra il 1153 e il 1162), Lotario dei Conti di Segni, poi Innocenzo III (1195); tra gli autori più recenti troviamo J. Heller (1901), T.H. Robinson (1928), M. Zerwick (1953).


4 - Confronto tra le due opzioni.

Se confrontiamo la proposta di Heller e di Carmignac (≈ "fa’ sì che non entriamo nella tentazione") con la nuova traduzione della CEI ("non abbandonarci alla tentazione"), possiamo vedere cha la prima è più corretta e presenta due vantaggi:
1) Viene dichiarata una causalità divina positiva: Signore, agisci, fa’ sì che; non abbandonarci richiama in modo più tenue l’azione divina, quasi che Dio venga richiamato da uno stato di non azione, quando invece "non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d’Israele" (Sal 121,4). 
2) Viene meglio espressa la teologia e la dinamica psicologica della tentazione: l’uomo è - di fatto - necessariamente tentato. Il demonio non può obbligare al peccato, può solo costruire una trappola; allora chiediamo: "Fa' sì o Signore che io non entri colà dove il demonio mi apre le porte".
Al contrario, non abbandonarci alla tentazione non è una traduzione, ma una interpretazione; e così purtroppo viene presentato come testo sacro ciò che – tutt'al più – potrebbe essere detto in una nota esplicativa.

Conclusione.

Cosa ha fatto l’evangelista nel tradurre in greco le parole di Gesù pronunciate in una lingua semitica (ebraico o aramaico)? È rimasto umile; non ha voluto dare una sua spiegazione per l’uomo di quell’epoca, ma ha tradotto letteralmente parola per parola, per rimanere il più vicino possibile al verbo stesso del Salvatore, o a quella versione del Padre nostro che veniva già usata nella liturgia Eucaristica in età apostolica (Cfr. la Didaché).
In altre parole, l'evangelista non ha confuso la traduzione della Parola di Dio o di un testo liturgico con la catechesi.
Inoltre, se fa problema la traduzione non c'indurre perché Dio non induce nessuno al male, è forse possibile che Dio abbandoni l'uomo alla tentazione? Dio non induce al male e neppure abbandona: non si vede dunque un gran guadagno con la traduzione nuova.
Si potrebbe obiettare che era più facile per un greco che viveva in ambiente palestinese recuperare il senso del causativo negativo, di quanto non possa fare l’uomo di oggi. Al che rispondo: all’uomo di oggi si possono dare spiegazioni; e se proprio si vuole cambiare un testo con la sua parafrasi, si dia almeno la parafrasi giusta.
E poi bisogna tener conto che ogni traduzione ha sempre la coperta corta, e qualcosa di scoperto rimane sempre: e se questo succede con i testi scritti dagli uomini, tanto più accadrà con la parola di Dio, che non sarà mai resa perfettamente da nessuna traduzione. La tradizione giudaico-cristiana ha, tra suoi tesori, un metodo eccellente per assorbire questi limiti: le bibbie rabbiniche e le glosse medioevali, dove il testo biblico è lasciato immutato, scritto persino con caratteri più grandi, e intorno tutti i commenti possibili: midrashim etc. da una parte, Padri della Chiesa dall'altra; ma il testo sacro non si tocca: siamo noi che dobbiamo adattarci a lui, e non lui a noi.

NOTE

[*] Questo scritto è un rifacimento di un precedente articolo, pubblicato su questo stesso blog nel 2010; cfr. http://tinyurl.com/y9ju2son.
[1] "È meglio dire: «Non lasciarmi cadere nella tentazione». Jorge Mario Bergoglio sollecita una nuova traduzione…". Così comincia la pagina WEB di Famiglia Cristiana del 7-12-2017 (http://tinyurl.com/yccjvgmn).
[2] Cfr. Jean Carmignac, A l'écoute de Notre Père, Paris: O.E.I.L., 1988, pp. 58-78.

1 commento:

  1. Una traduzione che non dia luogo ad equivoci di quelle parole del Pater Noster è necessaria ed è strano che la gerarchia intenta dal CVII a manipolare malamente la liturgia non abbia sentito il dovere di sostituire parole che generano confusione dottrinale. Giusta la traduzione proposta da don Morselli.

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.