lunedì 29 maggio 2017

Processione di riparazione di Reggio Emilia del 03 Giugno - Molte adesioni di ecclesiastici autorevoli e la stantia teologia anni '70 di certi preti "giovani"


I preti gggiovani (con tre "g") di Un Sacco bello di Verdone. Don Goccini, vicario per la pastorale giovanile nella diocesi di Reggio Emilia, afferma che la processione di riparazione è da arroganti. E tante altre amenità che Rino Camilleri smonta nel seguente articolo.
Purtroppo certi sacerdoti li ordinano nei seminari... e sempre di più.

Direi che comunque il punto di vista di questo "illuminato" sacerdote (forse tendente al carrierismo?) è ampiamente superata e confutata dall'adesione e dall'appoggio alla processione da parte di ecclesiastici di indiscusso maggior peso, come 

- il Card. Burke (che ha benedetto la partecipazione), 

- il vescovo mons. Schneider, (che ha definito coraggiosi i cristiani che parteciperanno), 

- il teologo mons. Livi, decano della Lateranense (che dà il suo sostegno all'iniziativa),
- il parroco don Bellei, 

- nonchè in ultimo anche dalla stessa Curia di Reggio Emilia se pur in via indiretta:

  La processione di riparazione al GayPride e alle due unioni civili che si celebreranno in Comune di Reggio Emilia la mattina stessa alle 10:00, partirà alle 10:30 da Porta S. Stefano a Reggio Emilia. 

L.

  Rino Cammilleri La Nuova Bussola Quotidiana 24-5-17



La faccenda della processione del 3 giugno a Reggio Emilia, indetta dal Comitato Beata Giovanna Scopelli appositamente costituitosi, rischia di finire nel grottesco. Si tratta, come ormai sanno anche quelli che non lo vogliono sapere, di un «atto di riparazione» per il grande corteo del Gay Pride che si svolgerà nella stessa città. Sulla «Gazzetta di Reggio» il giornalista Luciano Salsi ha intervistato don Giordano Goccini, responsabile della pastorale giovanile della diocesi.

Di regola, i responsabili della pastorale giovanile sono essi stessi preti giovani, e anche don Goccini lo è, almeno stando alla foto a corredo. Barbetta, diversi braccialetti colorati. Ed ecco il primo colpo a palle incatenate: «Questa manifestazione non nasce dalla Diocesi, che prende le distanze da essa. Il comitato che la promuove è qualcosa di misterioso. Ha qualche riferimento sui social network, ma i suoi membri non sono identificabili».

Uno potrebbe obiettare che, quando non ci si vuol fare identificare, non si va certo per strada appresso a una processione, la quale si svolge, per definizione, coram populo. Ma tant’è: la diocesi che ha preso le distanze da una processione riparatoria è la stessa che, unica in Italia, si è solennemente consacrata alla Madonna di Fatima il 13 maggio, per il centenario. Un colpo al cerchio e uno alla botte? O un passo giudicato così estremo che subito bisogna farselo perdonare per non passare per «tradizionalisti»? Osato troppo, di questi tempi? Ma via…

Andiamo avanti con l’intervista (di cui trascuriamo le domande, troppo ovvie): «Il Gay Pride ha un intento provocatorio, anche se oggi, dopo tanti anni, riesce meno ad ottenere il suo scopo. Tuttavia, non è nello stile della Chiesa rispondere a una provocazione con una provocazione. Quelli che si oppongono anziché andare in piazza potrebbero pregare in una chiesa, benché il pregare in riparazione dei peccati altrui sia un atto di presunzione». Ora, una sacra processione è una «provocazione»? Boh. Sì, quelli che si oppongono potrebbero andare a pregare in chiesa anziché per le strade.

Ma siamo sicuri che i preti di cotale diocesi la concederebbero, una chiesa, all’uopo? No, siamo sicuri che non offrirebbero neanche una panca ai «provocatori» a cui non piace il Gay Pride. Riguardo alla «presunzione» di voler pregare per riparare i peccati altrui, rimandiamo all’esaustivo articolo che don Claudio Crescimanno ha scritto sulla Nbq il 19 u.s. Chi darebbe una chiesa a quelli del Comitato reggino, così definiti: «Non sono nella comunione della Chiesa universale. Non definiamoli cattolici»? (copyright don Goccini). Andiamo avanti.

L’intervistatore chiede se, per la Chiesa, l’atto omosessuale rimane «peccato». L’intervistato non si spinge fino a rispondere «non più», ma, prudentemente, ricorda che «dal punto di vista dottrinale il nuovo catechismo redatto nel 1992 non ha cambiato alcunché. Sono cambiati la mentalità e l’atteggiamento della Chiesa, sintetizzati dalla battuta di papa Francesco: "chi sono io per giudicare?"». Ora, questa frase del papa sì, che è «avulsa dal contesto» (Goccini: «Il comitato motiva la processione con una citazione di San Tommaso avulsa dal contesto»). Infatti il papa intendeva tutt’altro («Se un omosessuale cerca Dio con tutto il cuore, chi sono io per giudicare?»).

Ma ecco che cosa hanno capito i preti di tutte le battute a braccio fatte da Francesco sui vari aerei: «Il patrimonio della fede non è qualcosa di statico e immutabile. È in mano al popolo di Dio. I credenti hanno una loro percezione della fede secondo il tempo in cui vivono e la Chiesa cammina coi tempi». Bella circonlocuzione, non c’è che dire. Qualche cattivo potrebbe capirla così: la fede muta a seconda dei tempi. Cioè, relativismo religioso. La sensazione, però, non è di novità, bensì di stantio: roba da teologia d’avanguardia negli anni Settanta. Infatti, ecco qua: a domanda sulle veglie di preghiera contro l’omofobia e la transfobia (una anche a Reggio) risponde «Secondo la predicazione di Gesù i peccati di cui Dio ci chiederà conto anzitutto sono altri, vale a dire quelli compiuti per brama di ricchezza». Come volevasi dimostrare, «ben altri» sono i peccati elencati nel Vangelo. Quelli ispirati dall’«opzione per i poveri». In effetti, nel Vangelo non si parla di gay e trans…

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