domenica 13 novembre 2016

The Ultramontanist’s Progress. Analisi di un’eresia conservatrice


© VIGILIAE ALEXANDRINAE BLOG 23-4-2014
Ultra montes, ultramontani, coloro che stanno oltre i monti. Ultramontano non è nel Medioevo più che un concetto geografico, un modo, per lo più tedesco e francese, per definire tutto ciò che è italiano. Soltanto dopo la Riforma protestante, se non già dai tempi delle rivolte anticuriali di Filippo il Bello e di Lodovico il Bavaro, assunse un significato sostanzialmente politico che intercettava polemicamente il formarsi della moderna sovranità statale, giacché ultramontano, e finalmente ultramontanista, divenne il nemico pubblico che obbediva a Roma piuttosto che alla chiesa nazionale e al suo capo. Il senso politico dell’ultramontanismo entrò nel vocabolario cattolico quando, soprattutto in Austria, il cattolico romano divenne oppositore del giurisdizionalismo settecentesco. L’ultramontanista sarebbe ricomparso durante il Concilio Vaticano I come antagonista di tutto il mondo moderno.
È finalmente notevole e inaspettato il ritorno di questo tipo intellettuale nelle pagine dello Sviluppo organico della liturgia del benedettino Alcuin Reid, uno studio importante e assai approfondito sulla storia del Movimento Liturgico che durante un lustro tentò in vario modo di affrontare il problema della “actuosa partecipatio” dei fedeli alla liturgia fino a consegnare i frutti ultimi di un lungo percorso ai riformatori postconciliare. Uscito negli Stati Uniti con una prefazione elogiativa del Cardinale Joseph Ratzinger, il volume è stato recentemente pubblicato in italiano dalla casa editrice Cantagalli (Lo sviluppo organico della liturgia, Siena 2013, pp. 432).
Reid, seguendo da vicino l’idea newmaniana di uno “sviluppo dottrinale” mai dominato dallo “sviluppo politico” e storico, pone il principio sufficientemente rigido dello sviluppo organico della “tradizione liturgica oggettiva” e con esso vaglia gli autori e le fasi del Movimento Liturgico.
Interessante e feconda, anche per il giudizio sull’attualità, è l’individuazione precisa e in più occasioni ribadita dei due principali nemici della tradizione liturgica ossia dell’archeologismo e dell’esigenza pastorale – gli stessi principi che Ratzinger definisce nella prefazione, con un’espressione che è più che una condanna, gli “unholy twins”. Secondo lo schema già messo a punto dal liturgista gesuita Joseph Jungmann i due “empi gemelli” sono perfettamente identici, giacché, se ciò che è primitivo è necessariamente semplice, ciò che è semplice soddisfa meglio alle esigenze dell’uomo moderno ed è eminentemente pastorale.
Archeologismo e pastorale hanno bisogno a loro volta di due attori, la scienza liturgica che individua con indubitabile metodo e certezza ciò che è antico, e l’autorità del Pontefice che in nome dell’antichità e della pastoralità attua la riforma. Reid, che mette in più occasioni in evidenza il pericolo di trasformare la tradizione liturgica oggettiva in un’antichità prodotto del metodo scientifico, si sofferma anche sul problema dell’autorità. Secondo la regola cattolica dell’evoluzione omogenea l’autorità, anche quella del Pontefice, non dovrebbe essere più che un’istanza declaratoria, quand’anche in senso evolutivo (dall’implicito all’esplicito), del contenuto oggettivo della Tradizione, qui della Tradizione liturgica indissolubilmente legata alla tradizione dogmatica (lex credendi lex orandi). Ciò considerato, risulta innovativa, e, alla luce degli sviluppi successivi, persino funesta, l’assenza del vincolo della Tradizione nell’Enciclica Mediator Dei di Pio XII, ossia la possibilità dell’idea che debba considerarsi tradizionale ogni forma liturgica soltanto in quanto approvata da un Pontefice. È a questo punto che emerge la presenza, nella Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta, di una corrente che approfitta con una certa disinvoltura della lacuna della Mediator Dei e che Reid definisce, in maniera del tutto azzeccata, “ultramontanista”.
Se si volesse tracciare la genealogia ideale e interna, e non soltanto politica, più risalente dell’ultramontanismo, bisognerebbe forse rivolgersi a quegli zelanti gesuiti di Salamanca, magistralmente rievocati da Owen Chadwick in un capitolo dell’imperdibile From Bossuet to Newman (University Press, Cambridge 1957), i quali pretendevano di poter trarre conclusioni dogmaticamente certe da premesse dogmaticamente incerte quando queste ultime fossero state soltanto confermate dall’autorità. È evidente che in questo modo si sostituiva la voluntas dell’autorità alla immutabilità della Tradizione. Dopo alcuni secoli la lettura sovranista dell’infallibilità, che vieppiù si intrecciava con le categorie positivistiche del Diritto pubblico degli anni ‘60 del XIX secolo e fu sconfitta durante il Vaticano I insieme alle opposte correnti antiinfallibiliste capeggiate da Döllinger, riassunse l’essenza stessa dell’ultramontanismo ottocentesco secondo il proprio concetto classico. Tale lettura forse poteva giustificarsi storicamente, ma non sul piano dottrinale, come estremo rimedio al movimento rivoluzionario, socialista e liberale, scaturito dal 1848. E non stupisce che tra gli ultramontanisti ci fossero uomini come Donoso Cortès, il Cardinal Manning, Padre William Faber, l’Abbé Migne, il cui servizio reso alla Chiesa cattolica e alla maggior gloria di Dio non può essere affatto discusso.
L’odierno ultramontanismo, descritto da Reid nella sua fase geRminale, non pretende più di affrontare la rivoluzione mondiale con la forza irriducibile e occasionalistica della decisione sovrana che frena la rivolta sociale proprio dal momento che non si consegna ad essa. L’idea neo-ultramontanista di rinsaldare in un unico sistema di riforma gli “unholy twins” – oggi evidentemente più di due – con la volontà del Vescovo di Roma, mentre le forme stesse dell’infallibilità sembrano dileguare nell’incertezza positivistica dell’uniformità del comando, insegue piuttosto la rivoluzione mondiale dal momento in cui la pastoralità (uno degli “empi gemelli”) è divenuta coerentemente regola fondamentale degli atti della Chiesa. Un primo nefasto risultato è la distruzione formale (a suon di decreti) del culto alla quale ogni cattolico assiste. Così il nuovo ultramontanismo si fa ogni volta più radicalmente sostenitore dell’autorità del Papa quanto più questa aumenta il proprio potere mutandosi in esso ed erodendo il fondamento della Tradizione, quanto più abbandona il “recinto di Pietro” e del papato esponendo la propria debolezza. Si potrebbe dire che il novello ultramontanista difende piuttosto il potere del Papa, giacché il prezzo è l’autorità.
Si assiste così a un’obbedienza che da razionale si fa occasionalista per diventare, infine, irrazionalista: “I tempi sono cambiati, l’ha detto il Papa!”. Del fatto che i vecchi nemici della sovranità pontificia siano oggi i più coerenti ultramontanisti, non c’è da stupirsi, proprio perché la svolta pastorale del Concilio Vaticano II allaccia l’ufficio petrino (non la sua intima essenza naturalmente) alla locomotiva hegeliana della storia, dell’economia e del progresso umano. Meno scontata appare invece la posizione dei conservatori odierni, il cui vasto spettacolo in Italia è notoriamente recitato da Massimo Introvigne, don Piero Cantoni, p. Giovanni Cavalcoli, Andrea Tornielli e dal numeroso coro di CL. Come gli antichi gesuiti di Salamanca, tutti questi signori han perduto ormai da tempo la riverenza e il senso della cattolica verità delle premesse accontentandosi di una suprema volontà. Non c’è più argomento, San Tommaso è morto, è morto il sillogismo.

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