mercoledì 12 ottobre 2016

Papa Francesco e i transessuali. Le obiezioni di Spaemann jr

Mala tempora currunt.
L
 Settimo Cielo 12-10.16
 SpaemannIn un precedente post del 3 ottobre, Settimo Cielo ha pubblicato tal quale, come uscito dalla bocca di papa Francesco, il racconto da lui fatto in aereo, nel volo di ritorno dall'Azerbaijan a Roma, della vicenda di un transessuale spagnolo al quale aveva dato calorosa udienza in Vaticano assieme alla "sua sposa".
Il racconto fatto dal papa non coincide del tutto con quello reso noto dallo stesso transessuale, Diego Neria Lejarraga, nei giorni della sua udienza in Vaticano, avvenuta il 24 gennaio 2015. Nella riscrittura papale alcuni particolari sono spinti al limite della caricatura, al fine di caldeggiare non solo la piena accoglienza nella Chiesa di persone con una simile storia, ma anche, se "sposate", a dare loro l'assoluzione e la comunione, legittimando di fatto le loro convivenze.
Con ciò, papa Francesco ha compiuto uno strappo rispetto alla vigente disciplina della Chiesa, che non consente ai transessuali la celebrazione del matrimonio sacramentale, stando a quanto ribadito dalla congregazione per la dottrina della fede con una lettera ai vescovi tedeschi del 28 maggio 1991 e con un "appunto" per la congregazione per i religiosi del 2000, come anche dalla conferenza episcopale italiana con una notificazione del 21 gennaio 2003.
Quasi nessuno, nel riportare le parole del papa, ha rilevato questo strappo, né l'ha criticato.
Ma esso non è passato inosservato al tedesco Christian Spaemann, 59 anni, di professione psichiatra ma anche con una solida formazione teologica, che ci ha inviato questo suo commento.
Di suo padre, Robert Spaemann, uno dei maggiori filosofi cattolici viventi, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, Settimo Cielo ha pubblicato il 28 aprile e il 17 giugno due memorabili stroncature di "Amoris laetitia".
Anche Christian Spaemann ha criticato l'esortazione postsinodale, su Kath.net del 22 luglio 2016:
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NOTE SULLE AFFERMAZIONI DI PAPA FRANCESCO SUI TRANSESSUALI
di Christian Spaemann
Durante il suo volo di ritorno dall’Azerbaijan, il 2 ottobre 2016, tra i tanti temi affrontati, papa Francesco ha toccato quello dell’approccio pastorale ai transessuali.
Nel farlo, egli è partito dalla vicenda di una ragazza che, sin da bambina, si sentiva come un maschio. Dopo la morte della mamma, "lui" si era fatto operare e poi si sarebbe sposato e gli aveva scritto e chiesto di potergli far visita "con la sua sposa". "Lui", cito il papa testualmente, "che era lei, ma è lui".
Il papa ha continuato raccontando del  vecchio sacerdote del quartiere dove "lui" abitava, che, quando lo incontrava,  insisteva nell’invitarlo alla confessione e alla comunione.
"La vita è la vita e le cose si devono prendere come vengono", così il papa.
Anche se questo colloquio di Francesco con dei giornalisti non è certo una trattazione antropologica, ma riguarda delle considerazioni pastorali, restano, tuttavia, aperte alcune questioni essenziali, proprio riguardo alla pastorale. Ci siano allora consentite alcune osservazioni.
La transessualità implica un grave dolore, soprattutto per le persone direttamente coinvolte, ma anche per i loro parenti e, soprattutto, per i loro bambini. È una sofferenza che con misure ormonali o chirurgiche può solo essere attenuata. Vi sono studi che dimostrano che, anche dopo operazioni di cambiamento del sesso, i transessuali sono esposti a crescenti disturbi psichici, tentativi di suicidio e a un tasso effettivo di suicidi che è venti volte superiore al normale. Ricorre spesso anche il desiderio di operazioni di ripristino della precedente condizione fisica.
Il fenomeno della transessualità è ampiamente strumentalizzato dagli attivisti del "gender" per i loro scopi politico-sociali, con una relativizzazione della naturale dicotomia sessuale (sostanzialmente un’assurdità, dato che proprio i transessuali, con il loro deciso desiderio di appartenere all’altro sesso, confermano l’esistenza di tale dicotomia sessuale).
Nel frattempo ci si è spinti tanto oltre da considerare preminente per la definizione del sesso la percezione soggettiva di sé e da parlare, eufemisticamente, di operazioni "per l’adeguamento sessuale". Fa paura la fretta con cui oggigiorno si spingono dei giovani nella pubertà a interventi di tipo operatorio. Non c’è davvero nulla di cui gloriarsi per lo stato attuale della scienza medica e psicologica, quando essa agisce con ormoni e bisturi per eliminare un profondo disturbo di identità. Le complesse operazioni chirurgiche e l’assunzione perpetua di ormoni non riuscirà produrre se non una sorta di "fake sexuality", di sessualità artefatta. Un transessuale sarà sempre una donna che è stata operata come uomo e una transessuale rimarrà sempre un uomo che è stato operato come donna. Già solo per questo, la scelta dei termini da parte del papa avrebbe dovuto essere più prudente.
La condizione di dolore delle persone che si sentono transessuali, al punto da indurre tendenze al suicidio, può essere tanto grande che, in assenza di alternative, anche da parte della Chiesa difficilmente si possono rifiutare del tutto delle misure chirurgiche e ormonali volte a ridurre questa sofferenza, una volta esaurite tutte le altre possibilità.
Qui il divieto dell’automutilazione deve essere valutato all’interno di una valutazione prudente dei costi e dei benefici, come ultima "ratio".
Oggi dovrebbe, inoltre, essere un’ovvietà accompagnare queste persone sul piano pastorale, rivolgersi a loro nel modo che esse auspicano e integrarle nella vita della Chiesa.
Da ultimo, l’anima umana ha la possibilità di rivolgersi direttamente a Dio indipendentemente dalla propria sensibilità e caratterizzazione sessuale. Sostenere e incoraggiare questa relazione con Dio è il primo compito della pastorale. In questo non si può trovare uno specifico ostacolo per l’accesso ai sacramenti della confessione e della comunione, anche se, certamente, c’è bisogno di una specifica direzione spirituale, per affidare alla misericordia di Dio quell’identità sessuale, non precostituita per natura e psicologicamente agognata, invece che impossessarsene come una sorta di diritto all’autodeterminazione, così come si propaga oggi. Si tratta, inoltre, anche di accettare il fatto che nei registri parrocchiali dei battesimi non è possibile un cambiamento nell’indicazione del proprio stato sessuale.
Se, tuttavia, si parla per i transessuali di matrimonio con quello che da loro è ritenuto "l’altro sesso", si deve tenere per fermo che non si tratta di un vero matrimonio, nel significato proprio del termine, né in senso naturale né in senso ecclesiale.
Di conseguenza, come anche la congregazione per la dottrina della fede aveva rilevato nell’anno 2000 in una direttiva riservata [trapelata nel 2003], un matrimonio sacramentalmente valido non è possibile in simili casi.
Dato infatti che per quanto riguarda la sessualità umana in una prospettiva cattolica esistono solo due forme di vita che corrispondono alla natura e alla dignità della persona umana, vale a dire la sessualità vissuta all’interno del matrimonio tra uomo e donna o l’astinenza, la Chiesa non ha alcuna potestà a legittimare una relazione di carattere sessuale tra transessuali, senza la precondizione della continenza, mediante l’amministrazione del sacramento della confessione o della comunione.
In linea con l’ordinamento sacramentale della Chiesa (cfr. “Sacramentum caritatis” 29) vale anche in questo caso il principio per cui si deve affidare tutto, in umiltà, alla misericordia di Dio, senza pretendere di poterne disporre pregiudizialmente mediante l’amministrazione dei sacramenti.
(Traduzione dall'originale tedesco di Giuseppe Reguzzoni)