venerdì 21 ottobre 2016

Gotti Tedeschi: "La lettera del Papa che vorrei leggere"

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Missiva immaginaria di un pontefice al mondo delle aziende: "Vogliamo riabilitare la vostra dignità, affinché non desistiate"

di Ettore Gotti Tedeschi - La Verità sabato 8 ottobre 2016 p. 12
Quale introduzione ideale al libro a vocazione dell'imprenditore (Fede & Cultura, 80 pagine, euro 10) del mio caro amico father Robert A. Sirico, vorrei proporre una allocuzione, una lectio magistralis, indirizzata agli imprenditori, che sognerei di leggere scaturita dalla penna di un Papa di questo secolo.

“Carissimi figli imprenditori, noi pensiamo che l’impresa sia un valore comune e debba essere gestita e sostenuta come tale. Noi comprendiamo che la crisi economica in atto ha frenato o persino impedito lo sviluppo necessario a creare occupazione e benessere. Noi com-prendiamo anche che
spesso, seguendo le regole consumistiche imposte per compensare il crollo delle nascite con la crescita dei consumi individuali, abbiate accettato di produrre beni superflui, spesso indebitandovi troppo, spesso cercando il profitto a breve. Ma noi non crediamo che sia l’impresa ad aver responsabilità della crisi, e ora debba sopportarne invece gli oneri. Perciò, proprio in questo difficile momento, vi vogliamo incoraggiare e vogliamo mostrare apprezzamento per il vostro ruolo, vogliamo riabilitare la dignità e moralità dell’imprenditore affinché non desistiate, non vi scoraggiate e non fuggiate la vostra vocazione imprenditoriale, per il bene comune. Noi crediamo che il valore dell’imprenditorialità sia oggi più che apprezzabile, sia eroica. Noi ben sappiamo che solo attraverso l’impresa privata si crea vera ricchezza indispensabile per essere realmente distribuita. Ma l’impresa è un mezzo cui va dato un fine, un senso, affinché detta ricchezza sia creata bene e serva all’uomo, al suo benessere integrale, e sia possibile distribuirla, secondo leggi economiche, per il bene comune, di tutti. Se ciò non avvenisse e lo strumento economico diventasse fine, come è successo, si creerà ingiustizia e nuova povertà, dando poi la colpa all’impresa o al mercato, quando questi invece sono solo mezzi, strumenti, che non sono né etici, né non etici, essendo l’uomo che li usa a renderli tali. Pertanto, parafrasando ciò che scriveva nella Caritas in Veritate Benedetto XVI, non è l’impresa che deve esser riformata, ma è il cuore dell’imprenditore. E per poterlo fa-re è necessario capire la Verità. E quello è compito nostro, della Chiesa, che deve riuscirci con un magistero chiaro e conforme alla dottrina, con i sacramenti che sono il mistero di nostro Signore, con la preghiera a Dio Padre. 


Cari amici imprenditori, io so bene che la crisi economica è stata originata da crisi di valori morali, e di questo un po’ di responsabilità è anche nostra quando abbiamo ridotto l’insegnamento della dottrina, quando abbiamo adattato ai tempi i sacramenti, quando non abbiamo insistito sul valore della preghiera. Ecco figlioli, questa nostra mancanza ha permesso alla gnosi di avanzare e vincere, negando le leggi naturali, anzi sovvertendole grazie al neomalthusianesimo ambientalista anti-uomo e pro-decrescita economica. Mai, mai, avremmo dovuto concedere esagerata comprensione allo scoraggiamento della vita umana e della famiglia. Mai avremmo dovuto lasciar creare le condizioni di presa di autonomia morale da parte degli strumenti economici, scientifici, che arrivarono persino a prevalere sulla crescita di sapienza dell’uomo e fargli pensare di poter gestire strumenti sofisticati senza aver la maturità per riuscirci. Mai avremmo dovuto permettere, quale autorità morale, i fallimenti della civiltà cattolica e conseguentemente della morale cattolica.

Vediamo ora, figlioli, quali raccomandazioni vi dà il vostro Papa: anzitutto vi siamo vicini per le difficoltà che vivete e per le enormi responsabilità che avete su di voi. Coraggio pertanto! Vorremmo anche rendervi partecipi di una preoccupazione sul problema della disoccupazione giovanile. Non vogliamo fare richiami generici e irreali-stici, che possano far pensare a proposte antieconomiche o anti-imprenditoriali. Ben sapete, meglio di me, che l’occupazione si tutela sviluppando l’impresa e rafforzandola competitivamente. Ciò con valori di responsabilità personale e di merito, non di assistenza e protezione. Ma, mi chiederete, qual è il suggerimento? È il seguente, che troverete nella conclusione dell’enciclica Caritas in Veritate: “L’amore di Dio ci dà il coraggio di operare e proseguire nella ricerca del bene di tutti. Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio”. Capisco la vostra perplessità, ma è un pastore che vi parla, non un presidente di Confindustria. Ma è un pastore che non vuole consolarvi, vorrebbe invece riuscire a contagiarvi con la nostra vicinanza e preghiera. Vorrei ora anche sorprendervi. Voi imprenditori siete sempre alla ricerca di strategie vincenti, bene, vorrei perciò proporvi di considerarne una nuova, da molti ignorata: la grazia. L’addendo che rende ogni futuro imprevedibile e sorprendente. Vi invito a pensare (senza smettere di agire naturalmente) che la fiducia in Dio, unitamente a un la-voro ben fatto, possa diventare un vantaggio, così come preoccuparsi della vita spirituale e famigliare dei vostri dipendenti. Avete mai pensato che questa attenzione possa generare più produttività, meno costi, meno rischi? Vorrei cercare di spiegarvi, cari imprenditori, che testimoniare con coraggio l’identità cristiana nell’imprenditoria produce valore aggiunto reale e sostenibile. Un imprenditore cristiano infatti considera l’impresa un mezzo e considera il famoso profitto un indispensabile strumento di misura della “performance” dell’impresa, nonché il necessario risultato per farla crescere e affermare, ma anche, e certamente, la giusta remunerazione di chi ha investito e rischiato. Dando per certo che non devo convincervi che impresa e profitto sono strumenti, vorrei solo richiamare l’attenzione sul valore che desidererei poneste al fine che questi strumenti devono avere per essere efficaci, cioè al-la dignità umana dei vostri dipendenti, fornitori, clienti, investitori, ecc., è proprio quella che provoca il valore della vostra impresa e della vostra vocazione di imprenditori. Questo valore si chiama fiducia. Proprio ciò che nel nostro mondo manca, diventando la vera risorsa più scarsa. Ma questa risorsa scarsa non è una materia prima difficile da trovare e cara, non è danaro o finanzia-menti difficili da ottenere: essa è in voi, voi possedete la risorsa più scarsa in natura. Trovatela e trasformatela in un vantaggio competitivo dunque, e ricominciate a creare valore, sviluppo e ricchezza! Immaginate una strategia di sviluppo della vostra impresa centrata (e realizzata coerentemente) sul vantaggio “fiducia”, non come espressione falsa di marketing “etico” che ben sapete non esiste, perché uno strumento non può, di per sé, essere etico. Fa-te in modo che il mondo torni ad aver bisogno delle vostre capacità valorizzate dalla risorsa “fiducia”. Avete ben compreso che gli attuali modelli economici che sembrano vincenti, in realtà non sono sostenibili (costi troppo bassi, tecnologie troppo alte…), e non lo sono perché ignorano leggi naturali e la dignità dell’uomo non valorizzandola, considerandolo mezzo di produzione, di consumo, di investimento, ma sempre mezzo. Vi esorto figli cari, date esempio al mondo di come si governa un’impresa con modelli cristiani di lealtà, trasparenza, sicurezza, qualità, capacità innovativa, senso di responsabilità, ecc. Accorreranno a voi per lavorare, per comprare i vostri prodotti, per potervi fornire, per potervi finanziare, investire su di voi… Vedete cari imprenditori, il bene dell’uomo, grazie all’impresa, non è bene perché Dio lo vuole, Dio lo vuole perché è bene per l’uomo. È la ragione, credetemi, che spiega cosa è il bene. Vi giunga, oltre a questo incoraggiamento, anche la mia benedizione”.