mercoledì 3 agosto 2016

La distribuzione della Comunione nel corso della storia


                                    
Holy Communion


Zenit

Nella sua rubrica di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde questa settimana ad una domanda di un lettore statunitense.
La sua menzione in uno dei suoi articoli [30 ottobre 2015] che “Fino a tempi relativamente recenti la Comunione normalmente non veniva distribuita ai fedeli durante la celebrazione della Messa stessa” mi è balzata all’occhio e mi ha fatto realizzare quanto poco io sappia della storia della disciplina della Chiesa riguardo alla Comunione. Magari sarebbe troppo complesso parlarne qui, ma potrebbe fornire ai suoi lettori un breve profilo della sua storia? – K.T., Houston, Texas (USA)


Credo che per poter rispondere a questa domanda sia necessario distinguere i principi dottrinali dalla pratica storica, in quanto entrambi hanno influenzato lo sviluppo dei riti.
Mi limiterò anche al rito in sé, lasciando per un’altra volta la storia della Comunione sotto le due specie e la postura del fedele.
Dal punto di vista dottrinale la Chiesa ha sempre considerato il ricevere la Comunione come la conclusione logica e necessaria della celebrazione sacrificale. Logica, perché ogni sacrificio che contenga l’offerta di cibo come suo oggetto implica l’idea della consumazione. Necessaria, perché questa era stata l’espressa volontà di Cristo, che invita a prenderne e mangiarne. Di conseguenza, in tempi remoti, qualsiasi membro dei fedeli la cui personale offerta di pane e vino venisse ricevuta dal sacerdote diventava automaticamente un comunicante. Anche se nessun membro dei fedeli riceveva la Comunione, la disciplina liturgica ecclesiastica ha sempre richiesto che fosse necessaria almeno la Comunione del sacerdote per poter completare e perfezionare il sacrificio.
Questo venne dichiarato, ad esempio, dal Dodicesimo Concilio di Toledo nel 681 in un testo che verrà più tardi citato da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae:
“L‘Eucaristia, come si è detto sopra [q. 79, aa. 5, 7], è non soltanto sacramento, ma anche sacrificio. Ora, chiunque offre un sacrificio deve farsene partecipe. Poiché il sacrificio offerto esternamente è il segno del sacrificio interiore con il quale uno offre se stesso a Dio, come nota S. Agostino [De civ. Dei 10, cc. 5, 6]. Partecipando quindi al sacrificio, uno mostra che il sacrificio lo impegna interiormente. Inoltre, per il fatto di dispensare al popolo il sacrificio, il sacerdote mostra di essere dispensatore delle cose divine. Ma di queste egli stesso per primo deve farsi partecipe, come insegna Dionigi [De eccl. hier. 3, 3, 14]. Quindi egli stesso deve comunicarsi prima di comunicare gli altri. Da cui le altre parole del Decreto [cf. s. c.]: «Che sacrificio sarebbe quello di cui non si facesse partecipe nemmeno il sacrificante?». Ma questi in tanto se ne fa partecipe in quanto si comunica, secondo il passo dell‘Apostolo [1 Cor 10, 18]: «Quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l‘altare?». Perciò è necessario che il sacerdote, ogni volta che consacra, riceva questo sacramento nella sua integrità.”
I principi riguardo il ricevere la Comunione vennero più tardi riassunti in forma solenne dal Concilio di Trento nella sua 13.ma sessione, nell’ottobre 1551:
“Quanto al retto e sapiente uso, i nostri padri distinsero tre modi di ricevere questo santo sacramento. Dissero, infatti, che alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori. Altri solo spiritualmente, quelli, cioè che desiderando di mangiare quel pane celeste, loro proposto, con fede viva, che agisce per mezzo dell’amore, (Gal 5,6) ne sentono il frutto e l’utilità. Gli altri lo ricevono sacramentalmente e spiritualmente insieme, e sono quelli che si esaminano e si preparano talmente prima, da avvicinarsi a questa divina mensa vestiti della veste nuziale (Mt 22,11-14). Nel ricevere la comunione sacramentale fu sempre uso, nella chiesa di Dio, che i laici la ricevessero dai sacerdoti; e che i sacerdoti che celebrano si comunicassero da sé. Quest’uso, che deriva dalla tradizione apostolica, deve a buon diritto esser osservato. Finalmente questo santo sinodo con affetto paterno esorta, prega e supplica, per la misericordia del nostro Dio, (Lc 1,78) che tutti e singoli i cristiani convengano una buona volta e siano concordi in questo segno di unità, in questo legame di amore, in questo simbolo di concordia; e che, memori di tanta maestà e di così meraviglioso amore di Gesù Cristo, nostro signore, che sacrificò la sua vita diletta come prezzo della nostra salvezza, e ci diede la sua carne da mangiare, (Gv 6,48-59) credano e venerino questi sacri misteri del suo corpo e del suo sangue con tale costanza e fermezza di fede, con tale devozione dell’anima, con tale pietà ed ossequio, da poter ricevere frequentemente quel pane supersostanziale, (Mt 6,11) ed esso sia davvero per essi vita dell’anima e perpetua sanità della mente, cosicché, rafforzati dal suo vigore, da questo triste pellegrinaggio possano giungere alla patria celeste, dove potranno mangiare, senza alcun velo, quello stesso pane degli angeli, (Sal 78,25) che ora mangiano sotto sacre specie”.
Riguardo alla pratica, tuttavia, lo sviluppo fu differente. Quasi tutti i primi documenti attestano la pratica della Comunione durante la Messa. San Giustino (100-165) menziona addirittura che il diacono, dopo che la Messa si era conclusa, recava la Comunione a coloro che erano stati assenti. Tuttavia, nel tempo la disciplina si allentò e sempre meno fedeli ricevevano la Comunione. Ciò avvenne con sorprendente rapidità in quanto anche San Giovanni Crisostomo (349-407) lamentò: “Invano stiamo davanti all’altare, non c’è nessuno che ne prenda parte.” La Chiesa dovette richiamare all’importanza di ricevere la Comunione persino i chierici. Dal IV secolo in poi troviamo decreti che rendono obbligatorio il ricevere la Comunione per i chierici che partecipino a una Messa solenne. La situazione raggiunse un punto tale che nel 1123 il Primo Concilio Lateranense trovò necessario prescrivere la confessione e la Comunione come minimo almeno una volta all’anno per tutti i cattolici. Questa legge resta in vigore tutt’oggi nonostante la pratica attuale vari ampiamente.
Le ragioni per l’astensione dei fedeli dal ricevere la Comunione sono complesse, e alcune sono specifiche di certe epoche. Un esempio è la reazione all’arianesimo nei tempi antichi, il quale diede vita a una visione ampiamente esaltata dell’Eucarestia come “magnifica tavola del Signore”, al quale si aveva timore di avvicinarsi. Più tardi durante il periodo medievale una più ristretta pratica di penitenza prima della Comunione, con regole dettagliate circa un esteso digiuno, e raccomandazioni circa l’astensione dai doveri coniugali prima della Comunione, produsse un generale allontanamento dal ricevere, seppur la partecipazione alla Messa rimanesse costante e il fervore religioso notevolmente alto. Persino l’incremento di adorazioni eucaristiche nel XII secolo portò alcuni a considerare che l’adorazione dell’ostia potesse in qualche modo rimpiazzare il ricevere sacramentale.
Questo portò allo svilupparsi del rito della Comunione anche se la possibilità di distribuire la Comunione in questo momento è sempre rimasta parte del rito, e ha continuato a essere usata, anche se vi erano relativamente pochi comunicanti. Le prime forme del rito romano presentavano un brevissimo invito ad avvicinarsi alla Comunione, rivolto al fedele dopo che il sacerdote l’avesse ricevuta. Tuttavia questa formula scomparve e veniva suonata una campana in segno di invito. Nel XII secolo in alcuni luoghi ritornò una sorta di introduzione, ispirata dal rito della Comunione agli infermi, quando divenne comune recitare un secondo Confiteor qualora nessuno tranne il sacerdote ricevesse la Comunione. E nel XV secolo venne introdotta la pratica di mostrare l’ostia ai fedeli, con la formula “Ecco l’Agnello di Dio…” e “O Signore non sono degno…”. Ufficialmente queste formule vennero inizialmente accettate nel 1614 nel Rituale di Pio V come parte del ricevere la Comunione al di fuori della Messa.
In pratica, tuttavia, dal momento che nel corso di vari secoli la gran parte dei fedeli riceveva la sua Comunione annuale intorno a Pasqua, questo condusse a varie difficoltà logistiche per la sua distribuzione durante la Messa. In vari luoghi questo portò a una dissociazione tra il momento della Comunione e la Messa. In alcune località c’erano sacerdoti che distribuivano la Comunione pasquale da un altare laterale durante il corso della Messa così come prima e dopo di essa. Questa pratica era talvolta estesa ad altre maggiori festività.
Gradualmente, tuttavia, ci fu un ritorno a una più frequente Comunione, in particolare nei secoli XIX e XX, spronati da varie associazioni spirituali, dall’aumento nella devozione al Sacro Cuore, e dall’incoraggiamento dei Papi. Questo portò naturalmente al ritorno a una migliore pratica liturgica e all’abituale distribuzione della Comunione all’interno del contesto della Messa, nonostante in alcuni luoghi continuino altre pratiche come da usanza.
Perciò il grande liturgista Josef Andreas Jungmann S.J. , nella sua opera principale circa la storia della Messa romana, Missarum Sollemnia. Eine genetische Erklärung der römischen Messe, scrisse prima dell’ultima Riforma liturgica:
“Come abbiamo già visto, la Comunione del sacerdote celebrante è generalmente seguita dalla Comunione del resto della congregazione. Questo avviene in accordo col piano originale della Messa romana. Questo modello, che al giorno d’oggi è ritornato ad essere ritenuto sempre più come un dato di fatto, fu in realtà soggetto nel corso dei secoli a vari mutamenti e violenti sconvolgimenti. Questi mutamenti e sconvolgimenti ebbero il loro effetto sul disegno liturgico della Comunione dei fedeli. Condussero inoltre al risultato che nella spiegazione della Messa, persino ancora oggi, la Comunione dei fedeli è stata talvolta considerata come un elemento estraneo che non apparteneva alla struttura della Messa-liturgia, e che poteva quindi non essere osservata.”
[Traduzione dall’inglese a cura di Maria Irene De Maeyer]