domenica 24 aprile 2016

Liturgia, anticipo di Paradiso



Un interessante filmato pubblicato dal blog Canone Occidentale sulla liturgia tradizionele. Molte belle interviste a importanti esponenti del mondo della Tradizione: VEDI QUI.
 Alleghiamo anche il commento al filmato stesso.
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Alcune riflessioni sono maturate o stanno maturando e questo blog dunque riapre, dopo mesi di inattività.
Parto da una risposta, che devo da un paio d’anni a una cara amica: perché la liturgia è così importante nella mia vocazione di cristiana?
Non è una domanda facile, se si vuole rispondere davvero, diciamo che posso iniziare ad abbozzare qualche ragione.
La liturgia intanto è un luogo di accesso. Altri accedono alla fede, al mistero, al rapporto con Dio, attraverso altri varchi. Il mio accesso è prevalentemente liturgico. Nella liturgia in generale, e in quella tradizionale in particolare, veniamo a contatto con gesti, simboli, parole, che nell’uso ripetuto non perdono, ma accumulano significato.  Dom Gérard Calvet, O.S.B., disse una volta che se avesse dovuto spiegare a un marziano cos’è la Chiesa cattolica lo avrebbe portato ad assistere alla dedicazione di una chiesa fatta in forma straordinaria del Rito Romano: in una cerimonia così ricca e complessa si ritrova ogni dettaglio della nostra fede.

Nella liturgia ci troviamo immersi, come attori e non come spettatori, nell’azione più importante dell’universo. Dio, che è un atto, uno solo, nella liturgia ripete tutta la storia della salvezza, ricapitola e riattualizza ogni volta l’alleanza con Abramo, il sacrificio del popolo ebraico nel momento dell’esodo dall’Egitto, il sacrificio in croce del Figlio di Dio. Ogni volta rende presente per noi lo stesso sacrificio, ogni volta ci porta oltre le dimensioni del tempo e dello spazio, nel luogo eterno della Sua presenza.
Non è facile averne percezione, a volte ciò che i sensi percepiscono e ciò che davvero succede sembrano non andare nella stessa direzione, ma la Messa si celebra direttamente in Paradiso e ogni volta, ad ogni altare, accorrono le schiere degli angeli e dei santi del Paradiso e Nostro Signore è lì, presente e vivo sull’altare, così come lo potremo godere nell’eternità. Non è solo una certezza intellettuale, ma in alcuni momenti riceviamo il dono di poterlo vivere con tutto il nostro essere.
Percepire con intensità quel che accade durante la Messa è per molti di noi una grazia straordinaria, mentre nella quotidianità è tutto più appannato, spesso abbiamo freddo, caldo, figli da tenere d’occhio, vicini chiassosi, banchi scomodi, il sacerdote che parla troppo piano e non sentiamo nulla, quello che si sente sin troppo bene, e preferiremmo non aver sentito l’omelia, le scarpe che ci fanno male, il naso che cola… Sono certa che Nostro Signore fosse ben consapevole di questi nostri limiti istituendo l’Eucaristia, personalmente finisco per offrirglieli, insieme al desiderio frustrato di una consolazione più grande. Certe vette di raccoglimento ci sono utili per avere un’immagine di quel che dobbiamo desiderare e di Chi dobbiamo amare, ma evidentemente il valore della Messa non sta nei nostri sentimenti quando vi partecipiamo e neppure in quelli del sacerdote che la celebra. E’ piuttosto un valore oggettivo, che dipende da ciò che Cristo stesso fa, e non può essere appannato neppure dalla nostra piccolezza. E in un certo senso ciò è liberatorio: per fortuna la salvezza dipende da un’azione immutabile di Cristo, non dal mio umore diverso da un minuto all’altro.
Tuttavia nella Messa noi, lo ripeto, non siamo spettatori, neppure quando la liturgia è in Forma Straordinaria e sembra che i fedeli abbiano “poco” da fare. Entriamo in un luogo in cui spazio e tempo subiscono una deformazione: l’altare è orientato, l’acqua, il pane, il vino, l’olio, il fuoco, sono tutti elementi cosmologici che nella liturgia hanno il compito di elevare il naturale al sovrannaturale, o di far scendere il sovrannaturale nel naturale.
Il corpo sta in piedi, seduto, genuflette, la voce tace, parla, canta. L’incenso avvolge i sensi. La luce delle vetrate ci parla del giorno e dell’ora dell’anno in cui stiamo vivendo, quella delle candele ci ricorda un’attesa, il sole che sorge a oriente, dietro l’altare, dietro al tabernacolo, è segno della seconda venuta di Cristo, non solo nel pane e nel vino eucaristici, ma come signore e giudice alla fine della Storia. Tutti i nostri sensi, la nostra razionalità, la nostra emotività, sono ricomposti finalmente verso un unico fine, non sono più in conflitto fra loro, frammentari, contraddittori: tendono verso l’unico fine per cui siamo stati creati.
Il gregoriano e il latino liturgico ci sottraggono al regno della quotidianità e anche a quello dell’emotività: sono strumenti quasi chirurgici, levigati, immutabili, per condurci al luogo stesso della santità. Non fanno appello alle nostre passioni disordinate, alle emozioni variabili: ci portano nel mondo di ciò che permane, ci introducono nel luogo in cui tutto è definitivo, ricomposto, redento.
Dal momento in cui cantiamo il Santus in poi, tra terra e Paradiso c’è un punto di contatto, gli angeli del Cielo vengono a cantare con noi ciò che cantano alla presenza dell’Agnello, accorrono per assistere nuovamente alla Passione e alla Morte di Nostro Signore, si apprestano a festeggiarne ancora una volta alla Resurrezione.
Nel canone ricordiamo il sangue dei martiri, che si è per sempre legato a quello di Cristo. Preghiamo per i vivi e per i morti, sperando per noi e per loro, grazie alla Comunione dei Santi. E infine ci accostiamo all’altare del Cielo, in cui il Figlio di Dio eternamente si mostra vittorioso e si offre per la Nostra Salvezza.
Si potrebbero dire ancora molte altre cose, e certamente interi libri sono stati scritti su questo argomento, ma alla fine, riassumendo, il vero motivo per cui il mio accesso alla fede è liturgico è perché nella liturgia io scorgo un anticipo di Paradiso, e una volta visto, anche se in modo velato e imperfetto, questo anticipo, la sete e il desiderio di esservi ammessi per l’eternità non possono più essere ignorati.