venerdì 15 aprile 2016

Ancora sull'incredibile nota 329 della "Amoris lætitia". Una lettera, un racconto


amoris Se fosse una farsa e  non  una cosa seria e tragica, si potrebbe dire come Totò, "cornuti e mazziati".
Preghiamo per tutte queste coppie e per gli uomini a capo della S. Chiesa di Dio che non perdano la bussola.
L

Settimo Cielo di Sandro Magister 14-4-2016

Gentile Magister,
l'esortazione apostolica "Amoris lætitia" ci ha letteralmente mandati in confusione... Io e mia moglie pensiamo infatti di rientrare in quella categoria dei "figli obbedienti" che ora non sanno più cosa pensare.
Ci permettiamo solo di allegarle un "racconto" per chiarire il nostro pensiero. Grazie per la sua attenzione.

[Lettera firmata]
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Questa e-mail riflette sicuramente l'amarezza d'un buon numero di altri "figli obbedienti", a seguito della pubblicazione della "Amoris lætitia".
La formula "figli obbedienti" era nel titolo di un post di pochi giorni fa e si riferiva a quei divorziati risposati che, dopo avere per anni obbedito alla Chiesa e riconosciuta la sapienza del suo magistero, si sono sentiti non confortati dall'esortazione, ma umiliati e derisi.
In effetti – come Settimo Cielo aveva subito fatto notare – nella nota 329 della "Amoris lætitia" papa Francesco rivolge ai divorziati risposati che hanno scelto di convivere non più da adulteri ma "come fratello e sorella", e quindi con la possibilità di fare la comunione, un esplicito rimprovero: quello di recare un possibile danno alla nuova famiglia, poiché – parole letterali – "se mancano alcune espressioni di intimità, 'non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli'".
Questo con tanto di citazione – in realtà ritagliata da tutt'altro contesto – della costituzione conciliare "Gaudium et spes". E, peggio, col sottinteso che fanno meglio gli altri a condurre una piena vita da coniugi anche in seconde nozze civili, magari facendo anche la comunione.
Dopo una simile doccia gelata non stupisce, quindi, lo smarrimento di tanti "figli obbedienti" e soprattutto dei più obbedienti tra loro. Perché nemmeno al figlio maggiore della parabola del figliol prodigo il padre riservò un trattamento così sprezzante. Anzi, fece tutto l'opposto.
Una storia emblematica del loro caso è appunto quella allegata alla e-mail.
Eccola. I nomi sono di fantasia.
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UNA STORIA DEI NOSTRI GIORNI
Tempo fa ho conosciuto una coppia di amici che avevano vissuto sulla loro pelle una storia di vita e di fede un po’ particolare, cioè un po’ fuori dagli standard cui normalmente siamo abituati.
Provo a raccontarla.
Lui, Andrea, cattolico tutto d’un pezzo, poco più che quarantenne, si era ritrovato col matrimonio all’improvviso sgretolatosi, per questioni che è inutile qui andare a dettagliare: dopo oltre sette anni di vita coniugale si ritrovò fuori di casa, con la figlia di neanche tre anni affidata alla ex-moglie e con le classiche regole per vederla: un fine settimana ogni quindici giorni, più una sera la settimana, le vacanze a metà, ecc...
Lei, Francesca, di qualche anno più giovane di Andrea, era stata abbandonata dal marito – che le preferì una collega d’ufficio – con due figli di 13 e 11 anni sulle spalle. E si trovò a dover vivere con grande difficoltà, sia materiale sia emotiva, una situazione che non aveva certo desiderato.
Questi miei due amici, abitanti in due cittadine della pianura padana, si incontrarono casualmente, si conobbero, si frequentarono, si piacquero, e – cosa molto importante per loro che desideravano ardentemente ricostruire una famiglia – piacquero reciprocamente ai propri figli.
Andrea e Francesca iniziarono così una relazione sentimentale ed affettiva che, presto, li coinvolse totalmente.
Fin dall’inizio, oltre alle problematiche che possono sorgere fra due estranei che cercano di mettere insieme i cocci di due vite precedenti, sorse anche il problema di fede dell’accesso ai sacramenti. Le regole della Chiesa erano e sono chiare: fino a quando un uomo e una donna vivono “more uxorio” al di fuori del rispettivo vincolo coniugale, essendo “adulteri” non sono ammessi alla confessione e all'eucarestia, oltre che a una serie di altri momenti della vita ecclesiale.
In quel momento della loro vita – essendo forte l’innamoramento e la passione – accettarono questo stato di cose, senza perdere però né fede né frequentazione alla vita della Chiesa, nei limiti loro possibili.
Dopo un paio di anni decisero di convivere nella casa di Francesca, anche perché Andrea aveva ottenuto il trasferimento del posto di lavoro vicino alla città di lei.
Iniziarono così una nuova vita famigliare, con gli alti e bassi di tutte le famiglie normali, con le gioie e i dolori comuni a tanti, e con i problemi dovuti al fatto di essere una cosiddetta “famiglia allargata”, con la necessità quindi di dover gestire con i rispettivi ex-coniugi le convivenze dei figli in occasione di feste, vacanze, ecc...
Bene o male si raggiunge uno standard accettabile ma, dopo alcuni anni, quando l’ex-marito di Francesca chiese il divorzio per poi risposarsi con la sua nuova compagna, anche Andrea e Francesca pensarono di regolarizzare, per quanto possibile, la loro unione, convolando a nozze.
Andrea aveva ottenuto, alcuni anni prima di conoscere Francesca, il riconoscimento di nullità del proprio matrimonio religioso, con successivo recepimento civile della sentenza, tornando così celibe a tutti gli effetti.
Per questo nulla ostava a un loro matrimonio civile, che venne celebrato con gioia e solennità, con gli amici più cari ed i famigliari più stretti, nel 2005.
Restava comunque il cruccio della situazione religiosa non conforme. La soluzione era una sola: modificare lo “status” della loro convivenza. Del resto, forse anche per un intervento discreto della Provvidenza, la passione ormai si era acquietata, stabilizzata per così dire, e una scelta di totale rinuncia poteva forse essere maggiormente presa in considerazione.
E fu così che, sotto la benevola e paterna guida del proprio parroco, iniziarono un cammino di verifica che li portò poi, in pochi mesi, alla consapevole accettazione di una scelta di castità matrimoniale che, sola, poteva consentire loro una piena riammissione alla vita di fede nella comunità ecclesiale.
La scelta fu faticosa, senza dubbio: rinunciare alla pienezza della vita coniugale, nel senso comunemente inteso, non era certo facile; ma con la continua richiesta al Signore di un paterno sostegno per seguire la Sua strada, il cammino si poteva compiere.
Non so al momento come proceda la vita di Andrea e Francesca: i casi della vita hanno fatto diradare un po’ i nostri incontri, una volta più frequenti.
Sono certo però, conoscendoli, che non cesseranno mai di chiedere al Buon Dio di guidarli ed assisterli, per camminare su quella strada che Lui ha tracciato per loro.
È questa una storia vera che, in questo momento di dibattito – sia nella Chiesa sia fuori – sulla ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati, può indicare come affidandosi a Dio e rinunciando a un po’ del proprio orgoglio si possa percorrere la strada che la Chiesa, nella sua materna sapienza e bontà, ha sempre indicato.