domenica 13 marzo 2016

La velazione delle croci e delle immagini nel tempo di Passione

Dalla Quinta Domenica di Quaresima, inizio della settimana della Passione,  è uso velare croci e immagini sacre in chiesa.
Pubblichiamo due studi sull'argomento, uno da Scuola Ecclesia Mater e l'altro appena pubblicato dagli amici di Missa Gregoriana.
L

di Antonio Alò da Scuola Ecclesia Mater 15-4-2011

É stata consuetudine della Chiesa romana, almeno nei tempi moderni (s'intende dal XVII secolo in avanti), quella di velare le croci e le immagini dei Santi, dalla V Domenica di Quaresima fino alla Pasqua. Questa è stata, e deve continuare ad essere, una delle caratteristiche che definiscono il tempo di Passione – un Tempo che, se dopo la riforma liturgica postconciliare ha perso tale nome, non deve perderne lo spirito. 
Ancora in molte chiese di tutto l'Occidente, croci e statue sono velate e rimangono velate per due settimane intere. 
L'Enciclopedia Cattolica descrive questa usanza come segue: "nei Primi Vespri della Domenica di Passione [cioè la V Domenica di Quaresima] le croci, statue e le immagini di Nostro Signore e dei Santi sull'altare e in tutta la Chiesa, con la sola eccezione delle croci e le immagini della Via Crucis, devono essere coperte con un velo viola, non traslucido, né in alcun modo ornato. Le croci rimangono coperte fino a dopo la denudazione solenne della Croce, nella sua adorazione il Venerdì Santo. Le statue e le immagini conservano la loro copertura, non importa quale festa si può verificare nel contempo, fino a quando s'intona il Gloria in Excelsis del Sabato Santo. Tuttavia, va notato che la statua di San Giuseppe può rimanere scoperta, se è al di fuori del presbiterio, nel mese di marzo, che è dedicato al suo onore. 
Naturalmente, tale pratica non è più obbligatoria nel Novus Ordo, ma certamente è permessa. 
Quindi, se si vuol tornare a velare le immagini, sarà necessario comprendere il significato di tale “rito”. 
Perché la Chiesa vela la croce in questi ultimi giorni di Quaresima, cioè nel Tempo in cui essa è più intenta a meditare la dolorosa Passione del Signore ? 


L'interpretazione mistica
L'Abate Guéranger ci illumina con una interpretazione mistica del Vangelo che veniva letto in questa Domenica: Come Cristo si nascose dalla furia delle autorità ebraiche (Giovanni 8:59), così ora è nascosto al mondo per la preparazione del mistero della sua passione. “Il presentimento di quell'ora terribile (della passione del nostro Salvatore) porta la madre afflitta (la Chiesa) a velare l'immagine del suo Gesù: la croce è nascosta agli occhi dei fedeli. 

Le statue dei santi, sono coperte, perché se la gloria del Maestro è eclissata, il servo non deve apparire”. 
Gli interpreti della liturgia ci dicono che questa cerimonia di velare il crocifisso durante il Tempo di Passione, esprime l'umiliazione a cui il nostro Salvatore stesso fu soggetto: di nascondersi, quando gli ebrei hanno minacciato di lapidarlo, come è scritto nel Vangelo della Domenica di Passione [Giovanni 8:46-59, Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di Lui. Ma Gesù si nascose e uscì dal tempio (Giovanni 8:59)]. 


L'interpretazione spirituale 
Dom Guéranger continua e ci orienta ad atti di devozione per la Croce: “Due volte durante il corso dell'anno, cioè, nelle feste di sua Invenzione e della sua Esaltazione, questo sacro legno sarà offerto a noi perché possiamo onorare il trofeo della vittoria del nostro Gesù; ora, invece, ci parla delle sue sofferenze; essa porta con sé un' altra idea, cioè quella della sua umiliazione”.
Considerando che, nel Tempo della Passione del Signore, tutte le forze della nostra devozione devono essere indirizzate alla Croce di Cristo, possiamo essere sorpresi che le immagini della Croce sono da coprire in questi giorni. Tuttavia, venerare la Croce non tanto come un emblema di vittoria (come nel Trionfo della Croce), ma come uno strumento di umiliazione e sofferenza, ci fa render presto conto delle realtà spirituali che sono rappresentate attraverso la velazione di essa.
Nella sua Passione, la divinità del Salvatore nostro è stata quasi del tutto eclissata, tanto grande era la sua sofferenza. Allo stesso modo, anche la sua umanità è stata oscurata - tanto da poter affermare attraverso il suo profeta: Io sono un verme, non uomo (Salmo 21:7).  
Il suo volto e il corpo intero erano così sfigurato dai colpi dei flagelli che il nostro Gesù era appena riconoscibile! Così, le ferite subito nascondono la sua divinità e la sua umanità. 
Per questo motivo i veli sulle croci in questi ultimi giorni di Quaresima, stanno a nascondere il nostro Salvatore sotto il triste panno viola. 


L'interpretazione storica 
Riproduciamo qui lo studio storico offerto da fr. Edward McNamara, professore di liturgia presso il Pontificio Regina Apostolorum (tratto da Zenit ): 
"Probabilmente deriva da una consuetudine, in uso in Germania dal IX secolo, di stendere un grande panno davanti all'altare dall'inizio della Quaresima. Questo tessuto, chiamato “Hungertuch” (stoffa della fame), nascondeva l'altare interamente ai fedeli durante la Quaresima e non veniva rimosso, se non durante la lettura della Passione il Mercoledì Santo alle parole “il velo del tempio si squarciò in due”. 
Alcuni autori dicono che c'era un motivo pratico per questa prassi, in quanto i fedeli, spesso analfabeti, avevano bisogno di un modo per sapere che si era in tempo di Quaresima. 
Altri, invece, sostengono che si trattava di un residuo dell'antica pratica della penitenza pubblica, a norma della quale i penitenti erano ritualmente espulsi dalla chiesa all'inizio della Quaresima. 
Successivamente il rito della penitenza pubblica, cadde in disuso. [...] “Per motivi analoghi, più tardi nel Medio Evo, le immagini di croci e santi venivano velati fin dall'inizio della Quaresima. La regola di limitare tale pratica al tempo di Passione è venuta più tardi e non sembra prima della pubblicazione del Cerimoniale dei Vescovi del XVII secolo.” 

Un'altra possibilità? 
Vorremmo proporre un'altra possibilità, che non necessariamente entra in conflitto con una di quelle di cui sopra. 
Può essere possibile che la Chiesa copra le immagini della Croce in questi giorni, per lo stesso motivo per il quale essa si astiene dall'offrire il sacrificio della Messa, nel Venerdì Santo. 
Vale a dire che, in questo tempo in cui noi misticamente entriamo nella realtà storica degli ultimi giorni di Gesù , non è corretto avere il segno sacramentale o l'immagine della Croce presentati ai fedeli. 
In effetti, San Tommaso ci dice che "la figurazione cessa con l'avvento della realtà. Ma questo sacramento [cioè l'Eucaristia] è una figura e una rappresentazione della Passione di Nostro Signore, come sopra indicato. E quindi il giorno in cui si ricorda la passione di nostro Signore, come fatto realmente avvenuto, questo Sacramento non viene consacrato." ( ST III, q.83, a.2, ad 2) 
Allo stesso modo è bene che, quando l'anno liturgico ricorda gli eventi che portarono alla Crocifissione, la Chiesa nasconda le effigi della Croce alla visione dei suoi fedeli.



Alessandro Scaccianoce Missa Gregoriana 11-3-2016

Pubblichiamo un accurato studio sulle origini e sul significato teologico e spirituale di un rito antichissimo, che caratterizza le ultime due settimane di Quaresima, dette “Tempo di Passione”.
di Alessandro Scaccianoce
Con la quinta domenica di Quaresima si entra nel “Tempo di Passione“, caratterizzato da una marcata attenzione al mistero della Passione e Morte del Signore Gesù.
In origine limitata alla sola Settimana Santa, che si apriva con la Domenica delle Palme, detta appunto “De Passione Domini”, nel tempo la contemplazione della Passione del Signore, culmine della Redenzione e fonte di vitalità spirituale, venne anticipata e celebrata anche nella settimana precedente.
Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcune specifiche regole cultuali. Tra queste la più caratteristica è la “Velatio”, ovvero la velatura delle croci e delle immagini della chiesa esposte alla venerazione dei fedeli. A norma del Messale tridentino, nel sabato che precede la I domenica di Passione, (quindi il sabato della IV settimana di Quaresima), «finita la Messa e prima dei Vespri si coprono le croci e le immagini della chiesa con veli violacei; le croci restano coperte fino al termine dell’adorazione della croce da parte del celebrante il Venerdì Santo, le immagini fino all’intonazione del Gloria nella Messa della Vigilia Pasquale». In tale periodo solo le immagini della Via Crucis restano senza velo. Il giovedì santo la croce dell’altare maggiore, per il tempo della Messa, si copre con un velo bianco.
Si tratta di un rito molto antico risalente addirittura al sec. IX, forse un retaggio della separazione dei penitenti pubblici nella chiesa. I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito. Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità per tutti di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore. Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione.
Da sempre, infatti, la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare. Salvo qualche tentazione iconoclasta, che periodicamente riemerge nella storia della Chiesa.
Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, motiva questa consuetudine ricordando che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti […] per introdurre i fedeli con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).
E così, come per la liturgia è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento dei Santi e di Cristo stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quei volti si offrono nuovamente al nostro sguardo.
Al di là della sua origine, il rito della “Velatio”conserva ancora oggi un profondo significato e una intensa capacità catechetica ed emotiva:nascondere alla vista le immagini dei Santi aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità. Egli è colui che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di lui la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente, sarebbe un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”. La velatura delle croci sottolinea anche fisicamente la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi” dice il profeta Isaia (53,8).
Quei veli che nascondono il Cristo alla nostra vista stanno a ricordare che quell’evento riaccade ancora oggi. Che anche noi siamo “tra gli uccisori di Cristo”, tra quelli che lo volevano gettare dal precipizio della città di Nazaret, o lapidarlo nel tempio di Gerusalemme. Si tratta, dunque, di un segno efficace che aiuta a meditare, riflettere e pregare sulla tragicità della condizione umana senza la presenza del Dio redentore.
Si capisce, allora, che nella I Domenica di Passione – secondo il calendario tridentino – venga proclamato il Vangelo di Giovanni che fa esplicito riferimento al nascondimento di Gesù di fronte ai suoi nemici: “Iesus autem abscondit se et exivit de templo” (Gesù si nascose e uscì dal tempio, Gv 8,59). Sembrerebbe che, in passato, la velatura del Crocifisso avvenisse proprio mentre il Diacono cantava questo versetto.
Nella sua ricchezza di significati il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della Divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla passione del Signore: “Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché c’insegnava la pazienza”. La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.
Lo scenario delle nostre chiese, con immagini, dipinti e simulacri velati, ci ripropone l’esperienza del “Deus absconditus” (Dio nascosto), su cui molta teologia ha scritto. In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore, è lì che deve risorgere. Risulta particolarmente efficace al riguardo questa citazione di B. Pascal:“Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”. Questi sentimenti sono particolarmente accentuati alla sera del Giovedì Santo, in cui si fa memoria del “rapimento di Gesù” da parte delle guardie del tempio. Da quel momento egli è in balìa della loro ferocia. “E’ l’impero delle tenebre” (Lc 22,4), come afferma Gesù stesso.
Questa atmosfera in antico culminava nel caratteristico “Ufficio delle tenebre”, ovvero nella celebrazione del mattutino e delle lodi del Giovedì, del Venerdì e del Sabato Santo.
Ad ogni salmo veniva spento uno dei 15 ceri posti su un apposito candeliere (la “Saetta o Tenebrarium”) a forma di triangolo. Tutta la chiesa veniva così gradualmente immersa nel buio. Rimaneva accesa la candela più alta  (simbolo della fede di Maria, che è rimasta viva anche nel silenzio della morte di Cristo).
Dopo la riforma liturgica la pratica della“Velatio”, è stata pressoché universalmente abbandonata, sulla scorta di un malinteso “spirito conciliare”. In realtà, questo rito, di cui abbiamo cercato di spiegare la profondità e la ricchezza, conserva tutta la sua attualità. Si rese necessario, pertanto,  un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 16 gennaio 1988:«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale» ( n. 26). La Conferenza Episcopale Italiana, dal canto suo, ha sempre fatto rinvio agli usi locali.
La stessa circolare specifica nel capitolo IV a proposito della Messa Vespertina del Giovedì Santo nella Cena del Signore: “Terminata laMessa [in Cena Domini] viene spogliato l’Altare della Celebrazione. E’ bene coprire le Croci della Chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della Domenica V di Quaresima. Nonpossono accendersi le luci davanti alle Immagini dei Santi”.
Nel rito ambrosiano tale pratica è estesa addirittura a tutta la Quaresima, in cui la forte meditazione sulla passione del Signore è sottolineata dai venerdì a-liturgici, in cui cioè non si celebra l’Eucaristia, e dall’uso del colore nero per tutte le ferie del tempo. A norma del Sinodo XLI n° 513 “nel pomeriggio del sabato precedente la prima Domenica di Quaresima nelle Chiese ed Oratori si devono coprire tutte le immagini sacre, siano dipinte o siano scolpite, che sono poste in venerazione, non quelle di ornamento”.
Significativa, poi, è la svelatura delle immagini, che – come abbiamo visto – avviene in due momenti diversi:  il Venerdì Santo viene scoperto il crocifisso, mentre tutte le altre immagini al gloria del Sabato Santo. Dopo il tempo in cui Cristo è stato sottratto ai nostri sguardi, ci viene restituito innanzitutto nell’immagine del “trafitto”. E’ questa la prima immagine che ci consegna la passione del Signore: un cuore aperto, donato fino all’ultima goccia di sangue e acqua.“Velum templi scissum est”, dicono i Vangeli. Quel velo che separava il Sancta Sanctorum(ovvero la parte più sacra del tempio di Gerusalemme) dal resto del Tempio, in cui  poteva accedere (una volta all’anno) il Sommo Sacerdote, viene lacerato alla morte di Cristo. In quel momento si “ri-vela” universalmente l’intima natura di Dio stesso nel cuore trafitto di Cristo. Il significato di questo velo è, come è stato ben scritto da autorevoli commentatori ed esegeti, che gli uomini sono separati da Dio a causa del peccato. La lacerazione del velo del Tempio, pertanto, sta a significare l’unione della terra con il cielo, rendendone l’accesso aperto ad ogni uomo. Ed ecco che la sapienza della Chiesa offre tutto questo alla nostra contemplazione attraverso il rito dell’adorazione della Croce che – secondo la forma più antica – viene svelata solennemente di fronte ai fedeli. In questo giorno si rendono evidenti le parole di Gesù: Questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona” (Lc 11,29).
A questa prima “ri-velazione” del Venerdì Santo, fa seguito, nella Veglia Pasquale, la definitiva liberazione delle immagini di tutti i Santi. Il Cristo risorto, infatti, associa alla sua gloria quanti lo hanno seguito da vicino, testimoni della Sua redenzione.Penso all’efficace iconografia bizantina che raffigura la risurrezione di Cristo nell’atto di trarre dagli inferi Adamo ed Eva. Si capisce, allora, che le immagini dei Santi vengano svelate dopo che è stato dato l’annuncio della risurrezione di Cristo, al canto del “Gloria in esxcelsis”: “In lui risorto, tutta la vita risorge”, canta il Prefazio di Pasqua.
In Sicilia, tale prassi è molto ben documentata. Alla velatura delle immagini, infatti, la I Domenica di Passione, corrispondelo svelamento dell’altare maggiore che ha luogo alla vigilia di Pasqua. Al canto del gloria, mentre si sciolgono le campane, il lungo telone scuro (vi sono esemplari alti  anche più di dieci metri) che ha nascosto il presbiterio nelle due settimane precedenti, viene lasciato precipitare giù, restituendo ai fedeli l’altare maggiore con il simulacro del Cristo risorto in bella vista: “a calata ’a tila” (calata della tela).  Tale rito si è conservato anche quando il rito liturgico è stato spostato dal mezzogiorno alla notte del Sabato Santo. A questo momento, detto anche “a risuscita”, si legavano poi varie tradizioni popolari e contadine: come quella di trarre auspici dal numero di candele che rimanevano accese nonostante il forte spostamento d’aria generato dal repentino precipitare giù del telo. Questa tradizione si conserva tutt’oggi in molti centri della Sicilia (da Adrano e Belpasso a Nicolosi, da  San Giovanni la Punta a Catenanuova, daComiso a  Petralia Sottana, fino alla chiesa di San Domenico a Palermo).
Anche a Biancavilla la “Velatio” è attestata, come dimostrano, se non altro, molti teli violacei conservati nei più remoti angoli delle sacrestie delle chiese più antiche. Nella Chiesa Madre, inoltre, vi era un grandissimo telone, di circa 10 metri di altezza per 6 metri di larghezza, riproducente la scena della deposizione del Signore dalla croce, che ricopriva tutta l’area presbiterale durante il tempo di Passsione. Questa “tela”, probabilmente settecentesca (come le tele superstiti di alcuni paesi vicini),  nel tempo andò deteriorandosi, fino ad essere ripartita intorno agli anni 60 in piccole parti e divisa tra alcuni fedeli che ne fecero gli usi più vari (qualcuno anche per raccogliere le olive!). Circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni giovani, tale usanza è stata ripristinata, con una nuova tela realizzata ex novo dal M° Giuseppe Santangelo, che ne ha fatto anche un bellissimo esemplare per la chiesa dell’Annunziata. Tuttavia, la tela non viene utilizzata tutti gli anni e l’incontro degli occhi con il Signore Risorto è affidato ad altre soluzioni.
Il telo che nella notte del Sabato Santo precipita rovinosamente ha un definitivo significato escatologico: esso sta ad indicare che al nostro orizzonte è restituita la visione dell’al di là. Possiamo guardare con fiducia oltre la morte,poiché il Vivente sta lì, “primogenito di molti fratelli”, ad assicurarci che il nostro destino è il cielo, ovvero la profondità delle cose. Con la sua risurrezione Cristo ha guarito la nostra “cataratta” spirituale. E il segno della tela lo esprime in modo eloquente.
Alla fine della Veglia Pasquale, quei teli raccattati alla svelta, accantonati in un angolo, ci ricordano la realtà “fisica” della risurrezione. Anche per noi si rende possibile l’esperienza dell’Apostolo Giovanni che “vide i teli per terra” ed entrato, “vide e credette” (Gv 20,13).
fonte: santamariaelemosina.wordpress.com/

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