martedì 31 marzo 2015

L’improvvida escatologizzazione della conversione degli Ebrei

di Don Alfredo Morselli

Si avvicina il venerdì santo, giorno in cui, mentre ricordiamo la morte del nostro Salvatore, preghiamo anche per gli Ebrei, e in particolare per la loro conversione.
Pro conversione Iudaeorum 
Oremus et pro Iudaeis 
Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eourm, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum 
Oremus. Flectamus genua. Levate 
Omnipotens sempiterne Des, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante, omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen».
Questa preghiera ci ricorda anche il dovere di un particolare impegno di apostolato nei confronti dei nostri fratelli maggiori.
Certamente distingueremo questo impegno dalla missio ad gentes; certamente staremo attenti a non far decadere questo impegno nel cosiddetto proselitismo, vista la connotazione negativa che questo termine ha preso o che gli è stata concessa; e certamente sappiamo distinguere la conversone degli Ebrei, che è una sorta di compiment[1], da quella di chi non è mai venuto a contatto con la Rivelazione soprannaturale.
Si discuta pure sul termine da usare, ma la sostanza rimanga: si tratta di quell’impegno per cui Eugenio Zolli, Alfonso Ratisbonne, i fratelli Agostino e Giuseppe Lémann, il rabbino Paul Drach, Hermann Cohen, François Libermann, Edith Stein e tanti altri hanno chiesto il Battesimo; senz’altro essi sono stati guidati e mossi dalla grazia di Gesù Cristo, la quale però è stata coadiuvata abbondantemente da cattolici, che hanno saputo accoglierli e accompagnarli fino alla rinascita dall’acqua e dallo Spirito.

Riteniamo, sulla base della parole di Gesù - che ci dice di non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo” -, che la peggior forma di anti-ebraismo sia non annunciare agli Ebrei lo stesso Gesù Cristo, salvatore di tutti gli uomini.
Inoltre, se dobbiamo essere, con Papa Francesco, Chiesa in uscita, non possiamo non ricordare che le prime uscite della Chiesa apostolica furono nel tempio [2] e nelle sinagoghe: per esempio quella di Tessalonica, dove San Paolo “…vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: - Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio –” [ 3].
Ancora, nel dialogo inter-religioso, non possiamo dimenticare la franchezza a cui ci esorta il Pontefice, il quale ha recentemente ribadito che “perché [il] dialogo [interreligioso] ed incontro sia efficace, deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche. E tuttavia, se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune. Nuove strade si apriranno per la mutua stima, cooperazione e anche amicizia” [4] .

Purtroppo, da alcuni decenni ha preso sempre più piede, propugnata anche da autorevoli personalità cattoliche, la teoria delle due vie parallele di salvezza [5], per cui gli Ebrei non devono assolutamente convertirsi o riconoscere Gesù come Messia, ma proseguire tali quali come sono adesso il loro cammino sino alla fine del mondo.

Tra i propugnatori di questa teoria c’è anche il Card. Kasper, il quale evidentemente non semina errori solo in campo di morale matrimoniale e sacramentaria, ma in universa theologia.
Il porporato tedesco, dopo la promulgazione della Dominus Jesus, nella sua veste di Presidente della Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei, li aveva tranquillizzati - nel 2001 - dicendo loro che il documento in questione “non afferma che tutti debbano diventare Cattolici per essere salvati da Dio. Al contrario, dichiara che la grazia di Dio - che, secondo la nostra fede, è la grazia di Gesù Cristo - è a disposizione di tutti. Di conseguenza, la Chiesa crede che l'Ebraismo, cioè la risposta fedele del Popolo ebreo all'alleanza irrevocabile di Dio, è per esso fonte di salvezza, perché Dio è fedele alle sue promesse” [6]. Lo stesso Kasper, nel 2002, aveva aggiunto: “Questo non significa che gli Ebrei per essere salvati devono diventare cristiani: se questi seguono la loro coscienza e credono nelle promesse di Dio e le comprendono nelle loro tradizioni, essi sono il linea con il piano di Dio, che per noi perviene al suo compimento storico in Gesù Cristo” [7].

Dopo che il Benedetto XVI aveva di fatto invalidato questa linea interpretativa inserendo nel Messale Romano del 1962 la dicitura rubricale “Pro conversione Iudaerorum” e la nuova preghiera, Il Card Kasper dovette affrontare il redde rationem degli Ebrei, che molto preoccupati [8], gli chiedevano “Che cosa ci hai raccontato in tutti questi anni?”

Il Porporato tedesco dovette sudare sette camicie per continuare a presentare come dottrina cattolica il grave errore a cui lui e tanti altri sono affezionati: in un articolo sull’Osservatore Romano, cercò invano di arrampicarsi sugli specchi, escatoligizzando la conversione dei Giudei, cioè facendola coincidere con al fine dei tempi quando non ci sarà più una chiesa visibile. Ecco le parole del Card. Kasper:
“Nel senso dell'apostolo Paolo si dovrebbe piuttosto dire che la salvezza della maggior parte degli ebrei viene comunicata attraverso Cristo, ma non attraverso l'entrata nella Chiesa. Alla fine dei giorni, quando il Regno di Dio si realizzerà definitivamente, non ci sarà più una Chiesa visibile. Si tratta quindi del fatto che alla fine dei giorni l'unico Popolo di Dio composto di ebrei e pagani divenuti credenti sarà di nuovo unito e riconciliato” [9].
L’argomento del Card. Kasper è assolutamente insostenibile: egli scrive dapprima che non ci sarà più una Chiesa visibile, ma poi parla di ebrei e pagani divenuti credenti.
Innanzi tutto è assai spregiudicato attribuire a San Paolo una qualsiasi divisione tra Cristo e la Chiesa. Inoltre, i credenti sono solo in questa vita e in questa storia, perché dopo questa storia non ci sarà più la fede: quando la Chiesa non sarà più visibile, ma sarà sotto la specie di Gerusalemme celeste, non ci saranno più credenti, ma comprensori!

S. Paolo inoltre, in Rm 11,23, pone agli Israeliti, recisi per la loro incredulità, al fine di essere reinnestati e di far parte di quel tutto Israele che sarà salvato, la condizione di non perseverare nell’incredulità:
“Anch'essi, se non persevereranno nell'incredulità, saranno innestati; Dio infatti ha il potere di innestarli di nuovo!”
Non perseverare nell’incredulità significa avere fede, e la fede non è cosa da evento escatologico, ma da tempo prima dell’evento escatologico; la fede è solo dell’uomo viatore, perché dopo o c’è la visione beatifica, o la terribile fede informe dei demoni e dei dannati.
Anche gli Ebrei dovranno mettere olio nella lampada prima che si chiudano le porte della sala delle nozze [10]!

Altri argomenti contro la escatologizzazione della conversione degli Ebrei.

Augustin e Joseph Lémann [11], nel loro libro La question du Messie et le concile du Vatican [12], portano un altro importante argomento contro il tentativo di portare fuori dalla storia il tempo della conversione degli Ebrei.

Commentando Rm 11, 11-12 [13] , essi osservano:
“L'apostolo San Paolo, questo ebreo che ha visto chiaro nei destini del nostro popolo, chiama la conversione degli ebrei la ricchezza del mondo; la chiama ancora un ritorno della morte alla vita. "Se la rovina degli ebrei, esclama, è stata la ricchezza del mondo, quanto la loro risurrezione arricchirà il mondo ancora di più; e se la caduta degli ebrei è stata la salvezza del mondo che sarà il loro ritorno, se non un ritorno della morte alla vita!." Non è dunque con la fine del mondo, ma davvero con il più stupefacente splendore del mondo, che coinciderà la conversione degli ebrei. Si convertiranno, non per annunciare che tutto va a finire, ma per annunciare che tutto va a ringiovanire e sbocciare; perché se la conversione degli ebrei dovesse condurre alla fine, l'apostolo non avrebbe detto - non avrebbe potuto dire - che la loro conversione sarà per il mondo un ritorno della morte alla vita; non avrebbe potuto dire che sarà una ricchezza - e una ricchezza come quella che vi hanno procurato -, oh nazioni cristiane, lasciandovi prendere il loro posto sull'olivo genuino; non sarebbe stata termine di paragone con quella che vi procureranno quando ritorneranno all'olivo. La scrittura adopera delle espressioni stupefacenti per designare la magnificenza di questa epoca, lo chiama la pienezza delle nazioni” [14]
L’esegesi dei fratelli Lémann è correttissima: l’argomentazione paolina si svolge sui canoni di due figure retoriche: da un lato la syncrisis o confronto (vengono messi in parallelo le conseguenze della caduta e della risurrezione dell’Israele infedele); dall’altro la forma midrashica detta qal wahomer (Lett. = leggero e pesante, dal meno al più). Quest’ultimo tipo di argomentazione è una sorta di ragionamento induttivo, per cui da un fatto particolare ne deriva un altro di maggior portata: nel nostro caso, analogamente al fatto che la caduta degli Israeliti è stata occasione dell’ingresso dei pagani nell’Alleanza, dal reinnesto degli stessi Israeliti deriverà qualcosa di ancora più straordinario.
Si potrebbe obiettare a questo tipo di argomentazione la palese infrazione della regola logica per cui le conclusioni non possono essere più ampie delle premesse. In realtà il principio soggiacente e vera premessa maggiore di questo particolare sillogismo è che con Cristo tutto ciò che era ombra è divenuto realtà (e anche prima di Cristo, per i rabbini, la scrittura volge al suo compimento); il compimento della Scrittura in Cristo è il fondamentale passaggio dal meno al più, dal quale deriva tutto lo svolgersi della storia della salvezza, che è tutto un processo dal meno al più.
In questo compimento, non solo le prefigurazioni si avverano, ma il peccato dell’uomo si risolve in evento salvifico.
È per questo che San Paolo può dire, ad esempio, che “se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo”; ed è per questo che la Chiesa canta, la notte di Pasqua, o felix culpa!

Ma ora torniamo alla caduta di Israele secondo la carne: se dalla loro caduta ne è venuto un bene enorme, ovvero l’innesto dell’oleastro selvatico (i pagani) sull’olivo verace (la radice santa di Israele) - questo è il meno -, quanto più verrà dal loro reinnesto sulla radice connaturale un tempo abbandonata!
Giustamente dunque i fratelli Lémann osservano che questo più non può essere se non un beneficio nella storia maggiore dell’ingresso dei pagani nell’Alleanza, e non può quindi coincidere con la fine del mondo; e sarebbe illogico ipotizzare un compimento extra-storico, perché il primo termine di paragone è un fatto reale ben piantato nella storia e quindi non siamo autorizzati ad un passaggio ad aliud genus.

A sostegno di questo argomento i Lémann portano anche un principio di teologia della storia, formulato da Bossuet nel suo capolavoro Discours sur l’Histoire universelle: secondo l’Aquila di Meaux, i fatti storici, nel loro rapporto causa ed effetto, sono proporzionati tra loro [15]. Scrivono dunque i pii Isareliti:

“Ora, Dio che vuole, come parla Bossuet, che la storia umana abbia le sue proporzioni, non potrebbe permettere che questa pienezza [delle nazioni] per la quale tutti i secoli sono stati in travaglio, duri solamente pochi giorni, ed egli non farà incombere bruscamente su di essa la fine del mondo” [16].

Conclusioni

Il prossimo venerdì santo reciteremo con maggior fiducia la preghiera pro conversione Iudaeroum, certi che la conversione degli Ebrei non è rimandata alle calende greche di un tempo fanta-teologico ed extra-storico.
La reciteremo per il relativamente piccolo numero di Ebrei che continuamente si converte, in collegamento con il resto di Israele che ha accolto Gesù come Cristo (“Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia” Rm 11,5); ma la reciteremo anche perché siano abbreviati i tempi che ci separano da quel mirabile e più ampio reinnesto dei rami recisi, che tanto bene apporterà alla storia e alla Chiesa, ben prima che alla fine del mondo.
E preghiamo anche per la conversione di tutti coloro che hanno paura di predicare Cristo agli Ebrei.





[1] Così Eugenio Zolli descrive la sua conversione: "Quando gli chiedevano perché aveva rinunciato alla Sinagoga per entrare nella Chiesa, [Zolli] rispondeva: "Ma io non vi ho rinunciato. Il cristianesimo è il compimento della Sinagoga. La Sinagoga infatti era una promessa e il cristianesimo è il compimento di questa promessa. La Sinagoga indicava il cristianesimo; il cristianesimo presuppone la Sinagoga. Vedete, dunque, che l'una non può esistere senza l'altra. In realtà io mi sono convertito al cristianesimo vivente"; Judith Cabaud, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli, rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, prefazione di Vittorio Messori, Cinisello Balsamo (MI): San Paolo, 2002, p. 98.
[2] “…ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo”; At 5,42.
[3] At 17, 1-3.
[4] Discorso presso il Bandaranaike Memorial International Conference Hall, Colombo, Martedì, 13 gennaio 2015; testo citato dal sito WEB della Santa Sede.
[5] Questa teoria era già stata riprovata nel documento del Segretariato per l'Unione dei Cristiani (Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo), Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi cattolica (24 giugno 1985), I, 7: “Chiesa ed ebraismo non possono essere presentati dunque come due vie parallele di salvezza e la chiesa deve testimoniare il Cristo redentore a tutti”.
[6] “The only thing I wish to say is that the Document Dominus Iesus does not state that everybody needs to become a Catholic in order to be saved by God. On the contrary, it declares that God’s grace, which is the grace of Jesus Christ according to our faith, is available to all. Therefore, the Church believes that Judaism, i.e. the faithful response of the Jewish people to God’s irrevocable covenant, is salvific for them, because God is faithful to his promises.” Walter KAsper, «Dominus Jesus» New York, 1 maggio 2001
, Sessione "Scambio d'informazioni" sulla Dominus Jesus. Testo reperito al sito: http://tinyurl.com/otnfrfh; trad. it. al sito http://tinyurl.com/yh4o8ba, visitati il 26 aprile 2015.
[7]This does not mean that Jews in order to be saved have to become Christians; if they follow their own conscience and believe in God's promises as they understand them in their religious tradition they are in line with God's plan, which for us comes to its historical completion in Jesus Christ”. Walter Kasper, «The Commission for Religious Relations with the Jews:  A Crucial Endeavour of the Catholic Church», conferenza preso il Boston College, 6-11-2002. Testo reperito al sito: http://tinyurl.com/pepglls, visitato il 26 marzo 2015.
[8] Riccardo di Segni dichiarò nel 2010: “Su questo mutamento del testo tutti i rabbini del mondo hanno dichiarato la loro preoccupazione, seppur con diversi livelli di allarme”. «Ebrei e cattolici. Dialogo o conversione?» Colloquio di Lia Tagliacozzo con Riccardo Di Segni, in http://tinyurl.com/pc58sqe, visitato il 26 marzo 2015.
[9] «La discussione sulle recenti modifiche della preghiera del Venerdì Santo per gli ebrei», L’Osservatore Romano, 10-4-2008, nota 6.
[10] Cf. Mt 25, 1-13.
[11] Ebrei convertiti francesi del XIX secolo, che si fecero sacerdoti e dedicarono poi la loro vita per la conversione del loro popolo Per la storia dei fratelli Lémann, vedi Théotime de Saint Just, Les frères Lémann. Juifs Convertis, Paris, 1937.
[12] Paris – Lyon 1896, pp. 150-156 in particolare.
[13] Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti, per suscitare la loro gelosia. 1Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità!
[14]L'apôtre saint Paul, ce juif qui a vu clair dans les destinées de notre peuple, appelle la conversion des juifs la richesse du monde, il l'appelle encore un retour de la mort à la vie. «Si la ruine des juifs, s'écrie-t-il, a été la richesse du monde, combien leur résurrection enrichira-t-elle le monde encore davantage; et si la perte des juifs a été le salut du monde, que sera leur retour, sinon un retour de la mort à la vie!» Ce n'est donc point avec la fin du monde, mais bien avec la plus étonnante splendeur du monde que coïncidera la conversion des juifs. Ils se convertiront, non pas pour annoncer que tout va finir, mais pour annoncer que tout va rajeunir et s'épanouir; car si la conversion des juifs devait amener la fin, l'Apôtre n'aurait pas dit, il n'aurait pas pu dire que leur conversion sera pour le monde un retour de la mort à la vie; il n'aurait pas pu dire qu'elle sera une richesse, et une richesse telle que celle qu'ils vous ont procurée, ô nations chrétiennes, en vous laissant prendre leur place sur l'olivier franc, ne saurait être comparée à celle qu'ils vous procureront quand ils reviendront à l'olivier. L'Écriture emploie des expressions étonnantes pour désigner la magnificence de cette époque, elle l'appelle la plénitude des nations”; La question du Messie, pp. 150-151.
[15]Car, Monseigneur, ce même Dieu qui a fait l’enchaînement de l’Univers, et qui tout-puissant par lui-même, a voulu, pour établir l’ordre, que les parties d’un si grand tout dépendissent les unes des autres; ce même Dieu a voulu aussi que le cours des choses humaines eût sa suite et ses proportions: je veux dire que les hommes et les nations ont eu des qualités proportionnées à l’élévation à laquelle ils étaient destinés; et qu’à la réserve de certains coups extraordinaires où Dieu voulait que sa main parût toute seule, il n’est point arrivé de grands changements qui n’ait eu ses causes dans les siècles précedens (sic)”; La Haye 1696/5, pp. 357-58.
[16]Or, Dieu qui veut, comme parle Bossuet, que l'histoire humaine ait ses proportions, ne saurait permettre que cette plénitude, pour laquelle tous les siècles ont été en travail, ne dure que peu de jours, et il n'amènera point brusquement sur elle la fin du monde”; La question du Messie, p. 151.

Quali sono i riti della Chiesa Cattolica?



E poi dicono che la Messa antica disorienta i fedeli, perchè rompre l'uniformità della liturgia... 
Roberto

 Quali sono i riti latini della Chiesa Cattolica?
da Aleteia, del 17.03.2015

Il Mistero celebrato nella liturgia è uno, ma le forme della sua celebrazione sono diverse. Di quale Mistero parliamo? Del Mistero pasquale. La Chiesa, fedele alla fede apostolica, dalla prima comunità di Gerusalemme fino alla fine dei tempi celebra e celebrerà in ogni luogo lo stesso Mistero pasquale.
Le varie tradizioni liturgiche o riti manifestano la cattolicità della Chiesa per il fatto di significare e comunicare lo stesso Mistero di Cristo.
I diversi riti nella Chiesa si sono formati nelle varie regioni in cui si è diffusa la Chiesa. Tutti i riti derivano da quella prima “frazione del pane” praticata dagli apostoli, secondo le istruzioni ricevute da Gesù, per commemorare la sua morte e risurrezione, celebrando l'Eucaristia.
In seguito, alla primitiva semplicità di quelle celebrazioni si sono aggiunti nuovi elementi di letture sacre, preghiere e invocazioni. Sono così nati i vari modi di celebrare che ora chiamiamo “riti”.
Il criterio che assicura l'unità nella multiformità delle tradizioni liturgiche è quindi la fedeltà alla Tradizione apostolica, ovvero la comunione nella fede e nei sacramenti ricevuti dagli apostoli, comunione significata e garantita dalla successione apostolica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un'ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l'influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti.

Occidente

1. Il rito latino

È originariamente il rito di Roma, che si è poi diffuso in Occidente. È impiegato dalla grande maggioranza dei cattolici latini e dei cattolici in generale. Patriarca di questi è il vescovo di Roma.
Il rito romano si è sviluppato con il tempo e ha subito molti cambiamenti nei primi 15 secoli, fino all'unificazione stabilita da papa Pio V rispondendo a quanto richiesto dal Concilio di Trento.
Nei secoli successivi si sono verificate altre piccole variazioni. Papa Pio X ha modificato radicalmente il Salterio del Breviario e ha alterato le rubriche della Messa.
I pontefici successivi hanno portato avanti i cambiamenti, a cominciare da Pio XII, che ha rivisto le cerimonie della Settimana Santa e certi aspetti del Messale Romano nel 1955.
Nel XX secolo si sono verificati i cambiamenti più profondi con il Concilio Vaticano II, che ha espresso il desiderio che la reverenza al culto divino si rinnovasse nuovamente e si adattasse alle necessità dell'epoca.
Per questo, il Concilio Vaticano II ha proposto una revisione generale dei rituali di tutti i sacramenti, includendo l'Eucaristia.

La liturgia tridentina ha avuto la sua ultima espressione nel Messale di papa Giovanni XXIII del 1962, usato fino al Concilio Vaticano II.

In seguito papa Paolo VI ha concretizzato i desideri conciliari con il Messale del 1970. La Messa di Paolo VI è nota come Forma Ordinaria del Rito Romano.

Giovanni Paolo II ha rivisto la terza edizione tipica del Messale Romano. In seguito, nei termini del Motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI sull'uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970, si è indicato che la Messa tridentina, ovvero il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente modificato da Giovanni XXIII con il Messale del 1962, deve essere considerata come espressione straordinaria della liturgia della Chiesa. Per questo è lecito celebrare la Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII.
Le condizioni per l'utilizzo di questo Messale, consegnate nei documenti Quattuor abhinc annis e Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II, sono ora regolate nel Motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI, firmato il 7 luglio 2007.

Altri riti oggi in uso

Roma crea in base alle determinazioni del Concilio di Trento (1545-1563) i libri che unificano la liturgia della Chiesa.
Visto che il Breviario e il Messale non avevano carattere obbligatorio nel caso in cui esistessero altri riti diversi con un'antichità superiore ai 200 anni, è stato possibile che questi si conservassero, anche se sono stati pochi quelli che hanno resistito alla corrente “romanizzatrice”.
Alcuni riti liturgici latini persistono oggi per la celebrazione della Messa in forma rivista dal 1965-1970, ma i riti liturgici specifici per celebrare gli altri sacramenti sono stati praticamente abbandonati.
Tra quelli ancora in vigore, ci sono il rito bracarense della diocesi di Braga (Portogallo) e i riti di alcuni ordini religiosi, che restano in uso in forma limitata con il permesso dei superiori ecclesiastici grazie al Motu proprio Summorum Pontificum.
Grazie a questo testo, gli ordini religiosi con rito proprio hanno recuperato la loro liturgia. Questi riti sono simili al Rito Romano nella sua Forma Straordinaria, ma con alcune particolarità.
È il caso del rito premostratense, del rito domenicano, del rito carmelitano, del rito certosino e del rito cistercense.
Rito premostratense: L'Ordine dei Premostratensi è un ordine religioso di vita monacale fondato da San Norberto nel 1120.
Il suo nome deriva dal luogo in cui ha avuto origine, l'abbazia di Prémontré, a Prémontré (Francia). La sua vita si basa sulla regola dei canonici regolari di Sant'Agostino.
Rito domenicano: Rito dell'Ordine dei Predicatori, fondato da San Domenico di Guzmán nel 1215.
Rito carmelitano: Rito dell'Ordine del Carmelo, il cui primo maestro generale è stato San Bertoldo (XII secolo).
Rito certosino: Rito dell'Ordine dei Certosini, fondato da San Bruno nel 1084. Il rito certosino è in uso in una versione rivista nel 1981.
Rito cistercense: Quello dei Cistercensi è un ordine monastico cattolico riformato la cui origine risale alla fondazione dell'abbazia di Cîteauxda parte di Roberto di Molesme nel 1098.
Rito bracarense o bragano: Rito dell'arcidiocesi di Braga, sede del primate del Portogallo; risale al XII secolo o a prima. Si continua a usare in forma opzionale nell'arcidiocesi di Braga.
Riti ora inesistenti:
Tra i riti oggi in disuso ne sottolineiamo due:
Rito celtico: Sorto nelle zone di origine celtica dell'Occidente europeo, è piuttosto collegato al rito gallicano e ne subisce l'influenza. In Inghilterra è scomparso già nel VII secolo sotto l'influsso dei benedettini. Nella Bretagna francese si è mantenuto fino al IX secolo, in Irlanda fino al XII.
Rito gallicano (Francia): Di questo conserviamo il libro liturgico più antico della Chiesa latina (V secolo). Ha subito un notevole influsso orientale. Ha vissuto una sorta di rinascita nel XVII e nel XVIII secolo in varie liturgie regionali, come quella di Lione.
Questi riti e alcuni altri di minore importanza sono stati assorbiti dalla liturgia romana.

2. Il rito ispanico o mozarabico: È il rito della Penisola iberica (Spagna e Portogallo), noto almeno dal VI secolo, ma probabilmente affonda le radici nell'evangelizzazione originaria. È chiamato comunemente “mozarabico”.
Il suo uso è persistito tra i mozarabici, ovvero i cristiani sottomessi agli arabi in Spagna.
La liturgia mozarabica (spagnola) ha avuto il suo momento di splendore nell'epoca visigota (VII secolo). Ha iniziato ad essere fortemente repressa da quella romana verso l'XI secolo e oggi sussiste solo nella cattedrale di Toledo (Spagna). La sua celebrazione attualmente è in genere semiprivata.

3. Il rito ambrosiano: È il rito dell'arcidiocesi di Milano. Di origine antica e probabilmente consolidata ma non originata da Sant'Ambrogio (IV secolo), si è romanizzato a poco a poco.
Attualmente vige nella diocesi di Milano e in alcune zone vicine. È simile al rito romano, con alcune varianti nei testi e una leggera differenza nell'ordine delle letture.

Il Card. Rosales (Manila): "La Chiesa non può cambiare la dottrina sul divorzio e sulla famiglia, per adeguarsi al mondo" (radio Vaticana)

In vista del prossimo sinodo sulla famiglia, un'altra voce si è alzata a difesa della dottrina cattolica su famiglia, divorzio e Comunione ai risposati. Proprio ieri abbiamo riportato della levata di scudi da parte dei Vescovi Polacchi "wojtyliani" in favore della dottrina cattolica contro le ormai arcinote (e arcierrate) strampalate idee dei Card. Kasper e Marx. 
Come si nota, la battaglia in difesa della dottrina della Chiesa sulla famiglia e sull'Eucarestia, e la conseguente condanna del divorzio inteso come "errore" che non permette ai risposati di accedere alla Comunione, non è - e non potrebbe essere altrimenti - una giusta presa di (op)posizione dei soli sparuti e sprovveduti "tradizionalisti", come in Vaticano speravano di etichettare, per poterla liquidare come "affare di vecchi topi da sacrestia". E' invece un fermo e granitico movimento trasversale (Inghilterra, Afrina, Polonia, Malta) che coinvolge chi ama sul serio la Chiesa, gli insegnamenti ricevuti dal suo Divin Fondatore, e che ha a cuore più la salus animarum piuttosto che la captatio benevelontiae del mondo. 
Roberto
 

 Filippine - card. Rosales: "La Chiesa non modifica dottrina su divorzio"
                                         da Radio Vaticana, del 29.03.2015, via Il Timone
La Chiesa non può modificare i suoi insegnamenti sul divorzio per adeguarsi ai dettami del mondo. E’ quanto ha ribadito il card. Gaudencio Rosales, arcivescovo emerito di Manila, commentando i risultati di un sondaggio di opinione condotto dall’istituto di sondaggi Social Weather Stations, mentre il Congresso filippino si appresta ad esaminare una proposta di legge che vorrebbe reintrodurre il divorzio nel Paese, vietato dal 1950.
La Chiesa ha il dovere di difendere gli insegnamenti del Suo fondatore

Il 60% degli intervistati si è detto infatti favorevole alla sua legalizzazione per i matrimoni irrecuperabili. “Anche se lo fosse per il 99% - ha detto il card. Rosales citato dall’agenzia Cbcnews – per la Chiesa il divorzio resta sbagliato, perché il matrimonio è un sacramento e la Chiesa ha il dovere di osservare e promuovere gli insegnamenti del Suo fondatore. Che questa battaglia per promuovere le verità del Vangelo sia una battaglia persa, questo non è il suo problema. Il suo unico problema è di dire quando le cose sono sbagliate o giuste”, ha aggiunto il porporato . La proposta di legge, presentata da una deputata del Partito delle Donne, sarà calendarizzata dopo Pasqua. (L.Z.)

lunedì 30 marzo 2015

Legnano: la Domenica delle Palme in rito Ambrosiano antico

Domenica 29 Marzo si è svolta a Legnano (MI), a cura del Collegium Liturgicum S. Ambrosii Episcopi, la benedizione degli ulivi, presso la storica cappella votiva dell'Addolorata, da cui è partita la processione che ha raggiunto la chiesa di S. Ambrogio, dove è stata celebrata, da mons. Attilio Cavalli (penitenziere emerito del Duomo di Milano), la S. Messa in rito ambrosiano antico (come di consueto ogni Domenica e festa di precetto alle 17:30). 
La felice iniziativa ha consentito la rivalorizzazione di un luogo caro alla pietà popolare del rione, riscontrando grande favore, devozione e partecipazione di popolo festante. Ad majorem Dei gloriam! 

Al seguente link è possibile visualizzare la fotogallery completa: https://www.flickr.com/photos/132203042@N05/

Anche i Vescovi Polacchi contro Kasper e Marx sulla famiglia e sulla Comunione ai risposati. "Difenderemo l'eredità di Wojtyla"

Insieme ai Vescovi d'Africa per bocca del Card. Sarah (si veda qui e qui), a quelli inglesi (che hanno addirittura consegnato una petizione di 500 firme di sacerdoti) e al Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (da ultimo qui), anche la Chiesa Polacca ribadisce la propria opposizione ai Card. Marx e Kasper in tema di famiglia (Comunione ai divorziati, matrimonio e coppie di fatto) sostenendo di fatto la posizione del Card. Burke e degli altri 4 porporati che vogliono "Rimanere nella Verità di Cristo" sul matrimonio.
Roberto

Vescovi Polacchi sul Sinodo: "Difenderemo l'eredità di Wojtyla"
di M. Matzuzzi, da Il Foglio, del 18.03.2015

Roma. In una lunga intervista al National Catholic Register, il presidente della Conferenza episcopale statunitense, mons. Joseph Kurtz, parla del prossimo Sinodo ordinario sulla famiglia e spiega che dalle sue parti, a differenza della Germania del cardinale Reinhard Marx, dove le aspettative sono alte e le attese non possono essere disattese (come disse un anno fa Walter Kasper) l’approssimarsi dell’appuntamento autunnale non crea grande ansia: “Da un lato c’è la volontà di raggiungere le persone più bisognose e dall’altro i fedeli vogliono essere rassicurati sul fatto che noi non ci distaccheremo dagli insegnamenti della chiesa. Sono giustamente preoccupati” sul fatto che la fedeltà al magistero della chiesa possa venire meno: “Mi farò carico di questa preoccupazione”, ha aggiunto Kurtz, che a Roma rappresenterà gli Stati Uniti insieme al cardinale DiNardo e ai vescovi Chaput e Gómez.

ARTICOLI CORRELATI Al Sinodo non si combatte in punta di fioretto. La fraterna correzione di Müller al programma di governo papale Marx lancia la sfida: "Non siamo una filiale di Roma e non sarà un Sinodo a dirci cosa fare qui" Molto meno diplomatici sono stati invece i battaglieri vescovi polacchi, che già lo scorso ottobre avevano chiarito la loro posizione attraverso il presidente della conferenza episcopale, mons. Stanislaw Gadecki. “Il fine di questo Sinodo pastorale è quello di sostenere le famiglie in difficoltà o il suo scopo è quello di studiare dei casi particolari?”, s’era domandato il presule in un’intervista alla Radio Vaticana. “Il nostro obiettivo principale – aveva aggiunto – è di sostenere la famiglia pastoralmente, non di colpirla, esponendo situazioni difficili che esistono, ma che non costituiscono il nucleo dell’esperienza familiare. Questi casi particolari non possono far dimenticare il bisogno di supporto che hanno le famiglie buone, normali, ordinarie, che lottano non tanto per la sopravvivenza ma per la fedeltà”. A cinque mesi di distanza, la posizione di Gadecki è stata fatta propria dal plenum dei vescovi polacchi: “Noi difenderemo ciò che ha insegnato Giovanni Paolo II” nell’esortazione Familiaris Consortio, ha detto il vescovo di Lodz (e vicepresidente della conferenza episcopale), mons. Marek Jedraszewski. Conversando con i giornalisti a margine dell’assemblea dei presuli locali, Jedraszewski ha aggiunto che “nessun Papa è creatore della dottrina della chiesa, ma solo  il suo primo protettore, in collaborazione con l’intero episcopato”. Il portavoce dei vescovi polacchi ha poi sottolineato che l’urgenza è quella di “scoprire il matrimonio alla luce della rivelazione di Dio, e non di adattare il Vangelo e l’insegnamento della chiesa agli atteggiamenti culturali che cambiano”. All’assemblea, in qualità di uditori, hanno partecipato anche cinque esperti in fatto di famiglia e matrimonio.

Tra gli interventi più duri, c’è stato quello del professor Stanislaw Grygiel, allievo di Karol Wojtyla a Lublino, ordinario di Antropologia filosofica all’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia e per decenni stretto confidente del Pontefice canonizzato la scorsa primavera. A giudizio di Grygiel, consentire un secondo o terzo matrimonio, e quindi il riaccostamento all’eucaristia dopo un periodo di penitenza, significherebbe nient’altro che “benedire il peccato”. Il centro del dissidio rimane però la Germania, dove anche ieri la linea del cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi locali e arcivescovo di Monaco, è stata pubblicamente criticata da un altro porporato connazionale, Paul Josef Cordes, che già aveva bollato come “chiacchiere da bar” le frasi del confratello sulla chiesa tedesca “che non è una filiale di Roma” – “da persona che si occupa di etica sociale, il cardinale Marx s’intende di indipendenza delle filiali delle grandi aziende”, aveva commentato Cordes in una lettera inviata al periodico Tagespost. Sui temi più delicati all’oggetto del Sinodo, come ad esempio la riammissione dei divorziati risposati alla comunione, l’ex presidente del pontificio consiglio Cor Unum ha sottolineato che “sarebbe paradossale se si volesse attribuire una funzione di fonte di fede a un piccolo gruppo di fedeli che si trova a vivere “una situazione spirituale sfortunata, ma oggettivamente irregolare”.

Card. Müller: "Così risponderemo all'agenda progressista"

 Card. Müller: così risponderemo all'agenda progressista
[Tratto da “rp-online.de” del 24 marzo 2015 traduzione di www.finesettimana.org
fonte: Aleteia del 27.03.2015, via Finesettimana.org


Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è, in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, uno dei “ministri” più importanti del papa. Molti vedono nel professore di teologia tedesco, da un lato un tradizionalista, dall'altro un critico nei confronti della società, una delle figure più potenti nella Chiesa universale romana, in contrasto con coloro che si augurano dal pontificato di Francesco un profondo rinnovamento della Chiesa.
 
Il premio Nobel per la letteratura Günter Grass riconosce al papa di diffondere aria fresca nella Chiesa. Ma si tratta anche di aria bollente, come alcuni pensano dopo due anni di pontificato?  
Sono contrario a queste metafore forti. Francesco ha il suo stile particolare. Parla in maniera molto diretta alle persone. Non bisogna proiettare troppo sul pontificato le proprie concezioni.

Ma? 
Se si prende in considerazione l'intero messaggio di Francesco, si riconoscerà che innanzitutto vuole essere testimone della Buona Notizia e che le sue argomentazioni sono equilibrate. 

Lo incontra spesso?  
La nostra Congregazione ha il privilegio di avere udienza ogni due settimane. Talvolta incontro il papa anche più volte successivamente. Questo non ha tanto a che fare con la relazione personale quanto con il lavoro che deve essere sbrigato.

Le sembra che Francesco, che recentemente ha fatto degli accenni ad un suo pontificato breve, sia in buona salute?  
Lo vedo molto presente intellettualmente.

L'emerito cardinale di curia tedesco Karl-Josef Cordes ha detto con aria di sufficienza a proposito dell'elezione di Francesco di due anni fa che avrebbe potuto anche andar peggio. La curia vede il papa nel complesso in maniera più critica di quanto facciano evidentemente molti cattolici e non cattolici fuori del Vaticano? 
 In Vaticano non c'è alcuna opposizione al papa. La lealtà nei confronti del successore di Pietro è presupposto per l'esercizio dell'incarico, come ho io. Facciamo del nostro meglio per sostenere il papa nell'ambito della dottrina della fede.

Però lei viene considerato, come Cordes ed altri, come uno di quelli che hanno un ruolo frenante, il maggior rappresentante del blocco conservatore a capo della Chiesa universale. Questo la disturba? 
Mi meraviglia quello che la gente dice di me e come faccia a dirlo, senza conoscermi.

Francesco porterà a termine l'ordine del giorno progressista della società occidentale con i temi ricorrenti relativi a celibato, allentamento della morale sessuale o dei sacramenti per i divorziati risposati?  
Francesco vorrebbe che le persone che sono in situazioni difficili non siano lasciate sole, ma accompagnate e inserite nella comunità, senza però fare dei tagli alla dottrina della Chiesa. La risposta della Chiesa alle sfide della secolarizzazione non può essere un semplice sì all'ordine del giorno da lei indicato.

Quindi si può dire anche “No”. 
 La sfida è che ogni persona viva Gesù come centro e fondamento della propria vita. Ognuno deve sapere che nella vita e in ciò che ne deriva, si tratta di porre la propria fiducia in Dio che si è fatto uomo. Questo è il nostro ordine del giorno e non un cristianesimo a basso costo. Non dobbiamo offrire alle persone una fede annacquata.

Questo suona esigente e severo.  
Chi ha dei dubbi sulla vita eterna, non può semplicemente dire alla Chiesa: non sono importanti tutte quelle cose, l'importante è fare qualcosa di buono. Oppure, se le persone cattoliche non vanno a messa alla domenica, noi non possiamo dire: si può essere buoni cristiani anche senza la messa. No, le due cose sono collegate. Chi crede col cuore e testimonia con la bocca, questi viene salvato, dice l'apostolo Paolo. Non possiamo semplicemente dar corda allo “spirito del tempo secolare”.

Teme delle tendenze di scissione nella Chiesa universale, dato che tradizionalisti e progressisti si scontrano in maniera sempre più forte? 
IL'unità della Chiesa è un bene altissimo che deve essere conservato. Ogni vescovo ha promesso alla sua consacrazione di rimanere fedele alla dottrina della fede cattolica sotto la guida del papa come successore di Pietro.


Fra cento anni ci sarà ancora il celibato? 
È basato su una lunga tradizione. C'è una particolare vicinanza tra il presbiterato e questa forma di vita. Anche Gesù ha vissuto da celibe. Non conosco nessun motivo di fondo per cui la Chiesa dovrebbe abbandonare questa tradizione.

In Vaticano viene presa sul serio la minaccia dell'IS di attaccare Roma?  
Bisogna prenderla sul serio. Ma di più mi preoccupa l'allontanamento dei cristiani dal Medio Oriente e l'assassinio di cristiani su tutto il pianeta. Chi va contro il comandamento di Dio “Non uccidere”, agisce in maniera perversa e inumana. Come ha detto il Santo Padre recentemente, viene data troppo poca risonanza al mancato rispetto dei diritti umani nei confronti dei cristiani. Non so da dove derivi questa mancanza di sensibilità per la violenza contro i cristiani.

Sante Messe a Perugia


Le mie foto
L'Associazione San Michele Arcangelo comunica gentilmente le nuove  indicazioni circa la celebrazione, pubblica e regolare, della Santa Messa tradizionale a Perugia:
 
- Chiesa del Santissimo Nome di Gesù, Piazza Matteotti, tutti i sabati, ore 17.
Per informazioni: 

- Chiesa del San Michele Arcangelo, Via del Tempio presso Porta S. Angelo, prima e terza domenica del mese ore 17. Ascensione e Corpus Domini ore 18.30.
Per informazioni:
 
Inoltre si segnala che:
 
Domenica 5 aprile la Santa Messa solenne della Domenica di Resurrezione sarà celebrata nella chiesa di San Michele Arcangelo, via del Tempio presso porta S. Angelo, alle ore 17.