mercoledì 11 novembre 2015

Magister: "Dal diario di un cattolico di campagna. Riflessione postsinodale"


Da Settimo Cielo di Sandro Magiste, 08.11.2015

Che l'accesso di tutti alla comunione eucaristica sia un gesto di "routine" di ogni messa è convinzione ampiamente diffusa. E testimonia quanto tale sacramento sia decaduto a puro gesto di amicizia e "condivisione", al quale diventa maleducato sottrarsi o sottrarre qualcuno.
Non c'è alcun dubbio che la battaglia per ammettere alla comunione i divorziati risposati risenta notevolmente di tale opinione.
La riflessione inedita che ci è offerta più sotto suona appunto come una nativa reazione a questo decadimento e come un ritorno alla verità e alla realtà dell'eucaristia, con i comportamenti che ne possono derivare, anche quello qui suggerito, per chi lo voglia adottare in piena libertà.
Ne è autore Philippe de La Mettrie. Non anticipiamo qui la punta della sua riflessione, che certo può sorprendere. Va detto però che de La Mettrie è anche presidente in Francia di "Les priants des campagnes", gli oranti delle campagne, un'associazione che ha una notevole prossimità con ciò che traspare da questa sua riflessione:
Gli oranti della campagne sono cattolici che si propongono di strappare all'abbandono le centinaia di chiese che sorgono nei villaggi e nelle campagne francesi, semplicemente tornandovi a pregare, anche solo in due o tre, o pochi di più, e così piano piano riportandole alla vita, suonando le loro campane, celebrandovi qualche volta la messa, restaurandone le mura col concorso degli abitanti del luogo.
Il loro sogno dichiarato è di "veder diventare queste chiese di campagna le molteplici cappelle disperse di un monastero immenso, senza chiostri, quello degli uomini e delle donne di ogni condizione che vi pregano qualche minuto al giorno o alla settimana, pochi di numero ma lievito nella pasta, per una testimonianza capace di toccare i cuori, anche i più induriti, perché una chiesa in cui si prega è come una luce che brilla nelle tenebre".
Un'ultima annotazione prima di lasciare la parola a de La Mettrie. Il vescovo di Ajaccio da lui citato, Olivier de Germay, è stato il primo dei non eletti quando i vescovi di Francia hanno votato i loro tre delegati per il sinodo dello scorso ottobre. Ma papa Francesco non l'ha ripescato tra i 45 cardinali e vescovi che ha fatto sedere in sinodo per sua chiamata diretta. De Germay aveva espresso in più occasioni la sua contrarietà alla comunione ai divorziati risposati, tra l'altro in un intervento sul quotidiano "La Croix".
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IL CORAGGIO E L'UMILTÀ DI RICONOSCERSI PECCATORE, UNA TESTIMONIANZA PER TUTTA LA CHIESA
di Philippe de La Mettrie
Da cristiano cattolico romano quale sono ho provato qualche difficoltà a seguire le contese non oratorie ma teologiche tra i padri sinodali, talvolta tra domenicani e gesuiti, sulla questione dell'accesso dei divorziati risposati all'eucaristia. Scoprendo, alla lettura dei loro scritti, che il più "gesuita" non sempre è colui al quale si pensa.
Alcuni a me vicini mi sussurrano la formula tante volte ripetuta: "È una disputa tra teologi, lasciali discutere". Eh no! Credo di avere il diritto alla riflessione a all'espressione delle mie idee, interrogando me stesso e su me stesso, pur imponendomi di non pronunciare alcun giudizio sulle persone in causa.
Perché il mio interrogativo non è sull'approvazione o la riprovazione del tale o tal altro argomento avanzato da questi teologi; io non ne ho la competenza né il desiderio; ancor meno sulla scelta d'una risposta binaria: sì, la Chiesa dovrebbe autorizzare; no, la Chiesa deve tener ferma la sua disciplina. Io non sono teologo e mi sembra che neppure il sinodo abbia preso una posizione chiara. Il mio interrogativo si colloca sulla questione di sapere se il dibattito non è stato falsato dal fatto stesso che si è ridotto a una sola categoria di "peccatori", i divorziati risposati, quando noi lo siamo tutti. Come afferma il vescovo di Ajaccio, in Corsica, Olivier de Germay: "La pastorale delle persone divorziate risposate è un po' l'albero che nasconde la foresta!".
In altri termini, non è necessario anzitutto riflettere sul cammino preliminare all'accesso, per ciascuno, all'eucaristia?
Quando scrivo "per ciascuno", voglio parlare di me. Ho io un diritto permanente, senza condizioni, all'accesso a questa "comunione" che si realizza, nel mistero della transustanziazione, quando ricevo come un dono consacrato il corpo e talvolta il sangue del Cristo? Io credo di no. Se credo nella sacralità del dono, ne deriva che non lo posso ricevere come un nutrimento terreno quotidiano o un banale regalo.
Di conseguenza, mi sembra che dovrei talvolta impormi (cosa che non faccio) una certa "disciplina" allo scopo di non cedere alla "routine" della comunione sistematicamente associata alla partecipazione alla messa. Per essere in verità con me stesso, dovrei piuttosto preliminarmente pormi la domanda: ho fatto il cammino (penitenziale) necessario per ricevere il dono? Ho indossato la veste nuziale di cui parla il Vangelo di Matteo, prima di partecipare? Poiché non sono soltanto i "peccati gravi" che rendono indegni e devono essere "rimessi" dal sacramento della riconciliazione.
Alcune persone, divorziate risposate, suscitano la mia ammirazione quando le vedo avanzare, con le braccia conserte sul petto, verso il prete per ricevere la benedizione. Quale testimonianza! Quale coraggio e quale umiltà quella di riconoscersi, in pubblico, peccatore! Soli, tra tutti, mettono in pratica la bellissima preghiera d'inizio della messa: "Confesso a voi fratelli che ho peccato…". Dire loro che la loro testimonianza ci tocca tutti sarebbe, credo, un modo per meglio accoglierli: "Sappiate che vi accogliamo come cristiani, non più peccatori gli uni degli altri".
Certo, i nostri fratelli divorziati risposati sentono quanto è dura questa "disciplina" che è loro imposta, quando invece io per me esercito il solo mio libero arbitrio per decidere di non avvicinarmi alla comunione. Ma se noi ci riconosciamo, nel nostro foro interno, talvolta indegni di questa "comunione" con il corpo del Cristo, e lo manifestiamo con questo gesto ammirevolmente umile delle braccia conserte, gesto di profondo desiderio della comunione spirituale, invece di restare al nostro posto, penso che essi si sentirebbero veramente appartenenti alla stessa grande comunità dei "riscattati".

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