martedì 13 ottobre 2015

Card. Muller: la Chiesa non ha autorità per cambiare un Sacramento



«Una lettera privata che appartiene al Papa! Com’è possibile che sia stata pubblicata?». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sta in piedi davanti al portone di ferro a cuspidi del Sant’Uffizio, un metro e novanta abbondanti di indignazione, più ancora che irritazione. A San Pietro è il crepuscolo, i padri sinodali sfilano nella penombra.
Eminenza, l’ha firmata anche lei?
«Guardi, io non dico se ho firmato o no. Lo scandalo è che si renda pubblica una missiva privata del Pontefice. Questo è un nuovo Vatileaks: gli atti privati del Papa sono proprietà privata del Papa e di nessun altro. Nessuno può pubblicarla, non so come sia potuto accadere. È chi lo ha fatto a doversi giustificare».
Perché è stata fatta uscire?
«L’intenzione di chi ha voluto questa pubblicazione è seminare liti, creare tensioni. Mi pare chiaro».
Francesco, in aula, aveva chiesto ai padri di «non cedere» ad una «ermeneutica cospirativa».
«Io penso parlasse di chi sostiene che nella Curia Romana ci sia una opposizione contro il Papa. Quelli che dicono e scrivono che ci sono i lupi, che Francesco è circondato da lupi. È una espressione offensiva e criminale. Io non sono un lupo contro il Papa. Conosco chi è il Papa e ciò che significa il primato mille volte più di chi dice queste cose. Come prefetto della Congregazione, sono il primo collaboratore del Santo Padre, non solo io ma tutti coloro che ne fanno parte. E non lascio che si metta in dubbio la mia obbedienza e il mio servire il Papa e la Chiesa».
Ma quale sarebbe, in questo caso, la cospirazione?
«Dire: noi siamo amici del Papa e quelli là sono i nemici! Questa è l’ermeneutica cospirativa. Non conosco nessuno, qui, che sia contro il Papa».
Non è un mistero che nel Sinodo ci siano state obiezioni al metodo, il timore che l’esito fosse prefigurato...
«Da sempre il Sinodo discute di come migliorare le procedure, tutti hanno la libertà di dire la loro opinione su questo: il regolamento è umano, non una legge divina!».
I «circoli minori» aiutano l’approfondimento?
«Direi di sì. Ognuno ha la libertà di esprimersi più diffusamente. In aula c’erano solo tre minuti per ogni intervento e una sintesi di tutti gli aspetti non si può fare».
Tensioni?
«C’era tensione tra la dottrina e l’approccio pastorale, ma è il compito del Sinodo vedere questi due aspetti insieme. Ogni vescovo cattolico, nella sua persona, è maestro della fede e anche pastore del gregge».
Ma come si conciliano dottrina e misericordia?
«L’ortodossia deve realizzarsi nella pastorale, ma :non c’è una pastorale sana senza dottrina che è l’insegnamento di Gesù, non una dottrina accademica di teologi. Non è possibile che tutto sia rappresentato come un confronto tra quelli che dicono “siamo più liberali” e trovano l’applauso della gente, e quelli che invece devono difendere la dottrina rivelata da Gesù e sono i cattivi, i “conservatori”!».
E allora?
«Crediamo in un solo Dio, non può esserci contrasto. Non è che ce ne sia uno del Decalogo e l’altro della misericordia. E il Vangelo esige anche la conversione della nostra vita. La porta è stretta».
Come si fa, ad esempio, con i divorziati e risposati?
«Le persone soffrono perché i loro matrimoni sono rotti, non perché non possano fare la comunione. Per noi il centro dell’Eucaristia è la consacrazione, ogni cristiano ha il dovere di venire a messa ma non di fare la comunione. Concentrarsi solo su un punto non risolve niente».
E le situazioni concrete?
«Si può discutere sulle condizioni dei singoli casi ma un regolamento generale non è possibile. Il matrimonio è un sacramento e la Chiesa non ha autorità su un sacramento».
Come finirà?
«Penso si arriverà a una buona sintesi».