martedì 24 marzo 2015

"Sono finiti in un canto a impanare il Figlio di Dio"

Stavamo per pubblicare questo post quando stamane su Radio Maria alle 7,20 abbiamo ascoltato esterrefatti un canto "carismatico": "Il tuo corpo Signore dato sulle nostre mani" sul quale, considerato il tempo liturgico  nel quale siamo immersi, non facciamo ulteriori commenti. 
Vale invece la pena leggere l'Articolo di Giovanni Marcotullio (13 maggio 2012):


C’è chi predica bene… e canta male! 
da  "LaPorzione.it", Sito Diocesano,strumento di informazione della arcidiocesi di Pescara-Penne".

Sì, proprio così: se qualcuno credeva che con Ario fossero terminati i tempi delle eresie messe in musica, si sbagliava; se qualcuno poi crede che ciò che oggi rende inappropriato un brano musicale in una liturgia sia la strumentazione con cui lo si esegue, si illude. 
Naturalmente chitarre elettriche, batteria e bassi sono perlomeno lontani dal riuscire attualmente a dar voce al sentimento religioso secondo le linee-guida della Tradizione cristiana (e se si vede come le “messe beat” si sono “evolute” dalla fine degli anni ’60 del Novecento a oggi, passando per Vasco Rossi, non sembra che siano state poi questa grande esperienza). 
Tutte queste cose, però, sono sufficientemente normate da istruzioni, note, progetti e programmi della Chiesa universale e di quelle particolari (si pensi al nuovo Repertorio nazionale di Canti per la Liturgia, oltre che alla variegata bibliografia consultiva e normativa in merito): certamente non si tratta di strumenti definitivi, ma tante volte capita di dover riscontrare che quanti sdegnosamente li disprezzano non ne conoscono quasi neanche l’esistenza. 
Come dare torto, allora, ai “conservatori”, che almeno conoscono ciò che conservano, e conservano ciò che conoscono? 
Certamente, anche quell’approccio, formalmente e contenutisticamente ineccepibile, può isterilirsi in un vacuo estetismo, che tradirebbe intimamente la natura stessa del canto liturgico, se possibile ancora più delle empie schitarrate di chi presume di dover (e poter!) “attualizzare Dio”. 
Se Dio è Dio, Dio è l’eterno, e ciò basta a garantire che il prodotto di un’arte che viva veramente in relazione con Dio attinga indifferentemente “al vecchio e al nuovo”, per produrre contemporaneamente l’identico e il diverso, il notum e il novum
Come dicevo, però, i problemi non sono tutti contingentati nelle smanie di dover introdurre nuove forme musicali o di dover mantenerne di ataviche (smanie accomunate dal portamento acritico): si dànno in realtà non pochi casi in cui vengono composti bei canti, di buona linea melodica, buon testo, discreta orecchiabilità, facile riproducibilità anche nella parrocchia media… tra le cui righe, però, si annidi l’eresia! «Ma quelle pubblicazioni – obietterà qualcuno – non vengono stampate dopo previa approvazione ecclesiastica?». 
Sì, naturalmente, ma qualche scoria passa anche tra i denti del più fine dei rastrelli… 
Per andare sul concreto, sarà opportuno offrire almeno un esempio, e trattarne dettagliatamente la problematica: esclusivamente con questo intento proporrei un brano composto non molti anni fa da Mite Balduzzi e Nino Bucca; brano tratto da un album giustamente diffuso nelle parrocchie italiane e perfino tradotto in lingue straniere. 
Ci sarebbe davvero più di un punto critico, nella bella messa “Verbum panis” (ad esempio è inspiegabile come sia stata data l’approvazione ecclesiastica a un Credo che si riduce a una manciata di frasi, esposta ad altrettante eresie)... 

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