Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

mercoledì 31 dicembre 2014

Plenaria Indulgentia al Te Deum l'ultimo dell'anno, e al Veni Creator il 1° gennaio





(IV editio) 

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Preces supplicationis et gratiarum actionis 


§ 1. Plenaria indulgentia conceditur christifideli qui, in ecclesia vel oratorio, devote interfuerit sollemni cantui vel recitationi: 



1° hymni Veni, Creator, vel prima anni die ad divinam opem pro totius anni decursu implorandam; vel in sollemnitate Pentecostes; 

2
° hymni Te Deum, ultima anni die, ad gratias Deo referendas pro beneficiis totius anni decursu acceptis.

Vescovo americano (ri)mette Gesù al centro delle chiese.

Ben fatto eccellenza! 
Il giovane vescovo di Springfield (1952) ha dato ottima disposizione che nelle chiese della diocesi il tabernacolo venga (ri)messo al centro del presbiterio! 
Questa si accompagna idealmente sia con la disposizione, felicemente attuata, del Vescovo di Albenga, con cui mons. Oliveri da qualche anno ha fatto togliere gli altari ad populum nei presbiteri in cui essi erano un triste ed inutile doppione dei "veri" ed unici altari -e già presenti- altari coram Deo, sia con la raccomandazione di mons. Negri di rispettare le norme liturgiche in materia di distribuzione della Santissima Eucarestia. 
Il giovane e promettente prelato era stato incaricato, insieme con altri della commissione di inchiesta voluta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede  sulla "Conferenza delle suore degli Stati Uniti", che ha portato alla visitazione apostolica dell'organizzazione  (da cui emersero almeno sei errori dottrinali!), e alle conseguenti sanzioni canoniche e ammonimenti di modificare lo statuto, confermati da Papa Francesco appena due settimane fa (si veda qui su Vatican Insider in fondo). 
Con Papa Francesco, mons. Paprocki ha in comune una particolare ed attenta rivalità a Satana: nella propria diocesi ha tenuto diversi riti di esorcismi contro il Maligno, uno dei quali in occasione della legge dell'Illinois sul riconoscimento dei matrimonio tra persone dello stesso sesso.  
Roberto  

Mons. Paprocki: Il tabernacolo al centro del presbiterio!

Il Vescovo Thomas Paprocki della diocesi di Springfield in Illinois ha dato direttiva a tutti i parroci della sua diocesi di spostare i tabernacoli nelle loro chiese di nuovo al centro del santuario.
In una lettera pastorale “Ars celebrandi et adorandi” il vescovo Paprocki espone la ricca tradizione e gli insegnamenti della Chiesa in materia di celebrazione e venerazione per l’Eucaristia.
Mons. Paprocki racconta anche il movimento deplorevole negli ultimi decenni che ha visto il Santissimo Sacramento relegato a “cappelle laterali”, che a volte sono niente di più che ripostigli convertiti.
Dispone Mons. Paprocki:
Mi riferisco a chiese e cappelle della nostra diocesi, in cui i tabernacoli che erano già al centro del santuario, ma sono stati spostati, devono essere restituiti al più presto possibile al centro del santuario in accordo con il progetto architettonico originale . Tabernacoli che non sono al centro del santuario o comunque non in uno spazio visibile, importante e nobile devono essere spostati al centro del santuario; tabernacoli che non sono al centro del santuario, ma sono in uno spazio visibile, importante e nobile possono rimanere."
Mons. Paprocki ricorda anche ai fedeli che il segno corretto di rispetto per il nostro Signore nel Santissimo Sacramento è genuflettersi. Egli incoraggia anche la più frequente esposizione eucaristica e l’adorazione, così come le processioni eucaristiche pubbliche per le strade.

martedì 30 dicembre 2014

Vittorio Messori: i dubbi sulla svolta di Papa Francesco

I dubbi sulla svolta di Papa Francesco
Bergoglio è imprevedibile per il cattolico medio.
Suscita un interesse vasto, ma quanto sincero? di Vittorio Messori,
da il Corriere della Sera, del 24.12.2014


Credo sia onesto ammetterlo subito: abusando, forse, dello spazio concessomi, ciò che qui propongo, più che un articolo, è una riflessione personale. Anzi, una sorta di confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta. Ma sì, rimandata perché la mia (e non solo mia) valutazione di questo papato oscilla di continuo tra adesione e perplessità, è un giudizio mutevole a seconda dei momenti, delle occasioni, dei temi. Un Papa non imprevisto: per quanto vale, ero tra quelli che si attendevano un sudamericano e un uomo di pastorale, di esperienza quotidiana di governo, quasi a bilanciare un ammirevole professore, un teologo sin troppo raffinato per certi palati, quale l’amato Joseph Ratzinger. Un Papa non imprevisto, dunque, ma che subito, sin da quel primissimo «buonasera», si è rivelato imprevedibile, tanto da far ricredere via via anche qualche cardinale che era stato tra i suoi elettori.
Una imprevedibilità che continua, turbando la tranquillità
del cattolico medio, abituato a fare a meno di pensare in proprio, quanto a fede e costumi, ed esortato a limitarsi a «seguire il Papa». Già, ma quale Papa? Quello di certe omelie mattutine a Santa Marta, delle prediche da parroco all’antica, con buoni consigli e saggi proverbi, con persino insistiti avvertimenti a non cadere nelle trappole che ci tende il diavolo? O quello che telefona a Giacinto Marco Pannella, impegnato nell’ennesimo, innocuo digiuno e che gli augura «buon lavoro», quando, da decenni, il «lavoro» del leader radicale è consistito e consiste nel predicare che la vera carità sta nel battersi per divorzio, aborto, eutanasia, omosessualità per tutti, teoria di gender e così via? Il Papa che, nel discorso di questi giorni alla Curia romana, si è rifatto con convinzione a Pio XII (ma, in verità, a san Paolo stesso) definendo la Chiesa «corpo mistico di Cristo»? O quello che, nella prima intervista a Eugenio Scalfari, ha ridicolizzato chi pensasse che «Dio è cattolico», quasi che la Ecclesia una, sancta, apostolica, romana fosse un optional, un accessorio da agganciare o meno, a seconda del gusto personale, alla Trinità divina? Il Papa argentino consapevole, per diretta esperienza, del dramma dell’America Latina che si avvia a diventare un continente ex cattolico, con il passaggio in massa di quei popoli al protestantesimo pentecostale? O il Papa che prende l’aereo per abbracciare e augurare buoni successi a un amico carissimo, pastore proprio in una delle comunità che stanno svuotando quella cattolica e proprio con il proselitismo da lui condannato duramente nei suoi?
Si potrebbe continuare, naturalmente
, con questi aspetti che paiono - e forse sono davvero - contraddittori. Si potrebbe, ma non sarebbe giusto, per un credente. Questi, sa che non si guarda a un Pontefice come a un presidente eletto di repubblica o come a un re, erede casuale di un altro re. Certo, in conclave, quegli strumenti dello Spirito Santo che, stando alla fede, sono i cardinali elettori condividono i limiti, gli errori, magari i peccati che contrassegnano l’umanità intera. Ma capo unico e vero della Chiesa è quel Cristo onnipotente e onnisciente che sa un po’ meglio di noi quale sia la scelta migliore, quanto al suo temporaneo rappresentante terreno. Una scelta che può apparire sconcertante alla vista limitata dei contemporanei ma che poi, nella prospettiva storica, rivela le sue ragioni. Chi conosce davvero la storia è sorpreso e pensoso nello scoprire che - nella prospettiva millenaria, che è quella della Catholica - ogni Papa, consapevole o no che lo fosse, ha interpretato la sua parte idonea e, alla fine, rivelatasi necessaria. Proprio per questa consapevolezza ho scelto , per quanto mi riguarda, di osservare, ascoltare, riflettere senza azzardarmi in pareri intempestivi se non addirittura temerari. Per rifarci a una domanda fin troppo citata al di fuori del contesto: « Chi sono io per giudicare?». Io che - alla pari di ogni altro, uno solo escluso - non sono certo assistito dal «carisma pontificio», dall’assistenza promessa del Paraclito. E a chi volesse giudicare, non dice nulla l’approvazione piena, più volte ripetuta - a voce e per iscritto - dell’attività di Francesco da parte di quel «Papa emerito» pur così diverso per stile, per formazione, per programma stesso?
Terribile è la responsabilità di chi oggi sia chiamato
a rispondere alla domanda: «Come annunciare il Vangelo ai contemporanei? Come mostrare che il Cristo non è un fantasma sbiadito e remoto ma il volto umano di quel Dio creatore e salvatore che a tutti può e vuole dare senso per la vita e la morte?». Molte sono le risposte, spesso contrastanti.
Per quel poco che conta, dopo decenni di esperienza ecclesiale, io pure avrei le mie, di risposte. Avrei, dico: il condizionale è d’obbligo perché niente e nessuno mi assicura di avere intravisto la via adeguata. Non rischierei forse di essere come il cieco evangelico, quello che vuole guidare altri ciechi, finendo tutti nella fossa? Così, certe scelte pastorali del «vescovo di Roma», come preferisce chiamarsi, mi convincono; ma altre mi lascerebbero perplesso, mi sembrerebbero poco opportune, magari sospette di un populismo capace di ottenere un interesse tanto vasto quanto superficiale ed effimero. Avrei da osservare alcune cose a proposito di priorità e di contenuti, nella speranza di un apostolato più fecondo. Avrei, penserei: al condizionale, lo ripeto, come esige una prospettiva di fede dove chiunque anche laico (lo ricorda il Codice canonico) può esprimere il suo pensiero, purché pacato e motivato, sulle tattiche di evangelizzazione. Lasciando però all’uomo che è uscito vestito di bianco dal Conclave la strategia generale e, soprattutto, la custodia del «depositum fidei». In ogni caso, non dimenticando quanto Francesco stesso ha ricordato proprio nel duro discorso alla sua Curia: è facile, ha detto, criticare i preti, ma quanti pregano per loro? Volendo anche ricordare che egli, sulla Terra, è il «primo» tra i preti. E, dunque, chiedendo, a chi critica, quelle preghiere di cui il mondo ride ma che guidano, in segreto, il destino della Chiesa e del mondo intero. 

*
Qui un commento, critico, di Zenit su Messori, del 29.12.2014 "Il ciclone "Francesco" e il turbamento degli intellettuali"

In difesa di Mons. Bentivoglio, Penitenziere della Diocesi di Ferrara

In un nostro post precedente, forse con troppa vis polemica - di cui ci scusiamo con Monsignore - avevamo stigmatizzato il non uso del piattino durante le sue celebrazioni nel Duomo dell'Arcidiocesi di Ferrara alle 8:00, nonostante le raccomandazioni del Vescovo e le norme della Chiesa. 
Per correttezza, e con l'intento di far ammenda per i nostri toni, e per "compensare" la tirata d'orecchie per la prassi di non usare il piattino, pubblichiamo una testimonianza di un fedele emiliano che rimarca con amore filiale ma deciso, le virtù pie e caritatevoli del Penitenziere Mons. Bentivoglio, fulgido esempio di  padre confessore e di devoto sacerdote.
Auspichiamo però che il servizio ministranti, l'arciprete,  il Canonico Cerimoniere del Duomo,
aut similia, provvedano affinchè lo zelante celebrante alla Messa quotidiana delle 8 sia assistito da un ministrante o da un chierico, con particolare attenzione soprattutto mediante l'uso prudente, raccomandato e significativo del piattino.
Roberto
 
Spett.le Redazione di MiL,
ho letto circa una settimana fa o poco più sul vostro
amato blog un articolo di critica al Penitenziere Generale dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Non entro nella polemica, non è cosa adatta a me, povero lebbroso.


Ma in piena fede posso testimoniare – e mi pare davvero che non sia una qualità da sottovalutarsi con i tempi ecclesiali che corrono – l’assoluta fedeltà al Confessionale dello zelantissimo Mons. Antonio Bentivoglio.
Chi entra nella Cattedrale della città Emiliana (*) può vedere che praticamente a qualsiasi ora di qualsiasi giorno Mons. Antonio Bentivoglio è là, nel suo confessionale, e spesso con una coda di parecchie persone che attendono i suoi consigli saggi e meditati e la sua assoluzione. Solo il Buon Dio sa quante ore passi quel sacerdote in quella sua piccola prigione d’amore.
Rendiamogliene il merito.

Sempre in talare, come Chiesa comanda!
Il che costituisce, soprattutto d’estate, un grande monito visibile e semplice da capire per tutti quei/quelle turiste che assolutamente incuranti del Santissimo che abita nella Chiesa Madre dell’Arcidiocesi Estense, altrimenti entrerebbero con vertiginose minigonne, scollature indecenti e braccia e spalle completamente scoperte. Basta la talare di Mons. Bentivoglio per scongiurare questo pericolo. Alla vista della compostezza e dell’ordine dell’abito sacerdotale, gli scostumati forestieri fuggono oppure si coprono. E di questo sono testimone oculare.
Io ritengo che ciò non sia un merito da poco, e francamente ritengo anche che andrebbe segnalato come esempio per molte altre Cattedrali anche non lontane, dove le cose funzionano ahimè in modo molto diverso, per esperienza diretta.
Vi chiederei, come atto di giustizia, in tempi in cui la confessione, anche grazie alle farneticazioni di un certo comico toscano, è considerata assai poco, di pubblicare questa testimonianza di fedeltà al Sacramento che ci consente di accogliere Gesù Eucaristia!
Grazie anticipatamente.
Sint Pax et Veritas in diebus meis!

Un Ferrarese (emiliano, e non romagnolo!)

(*) Nel vostro articolo c’era scritto romagnola: non so se noi ferraresi, campanilisti come tutti gli emiliani, e che siamo in verità per 3/4 emiliani e per 1/4 veneti, proprio per ragioni storico-geografiche: la rotta del Po che nel 1200 circa ha trasferito Ferrara dal pieno Veneto in cui si trovava felicemente (come continua a testimoniare il suo duro dialetto padano) a Nord del fiume, alla piena Emilia a Sud di esso, potremo mai perdonare questo lapsus... Con tutto il rispetto e la simpatia per i nostri cugini di Romagna, che pur stimiamo ed amiamo, ma noi NON siamo romagnoli! Provate a chiamare brianzolo un milanese ...

Milano: la Messa tridentina ha una nuova chiesa.

I fedeli del Rito Ambrosioano antico di Milano ci riferiscono, con gioia, che domenica 28 dicembre 2014 hanno avuto la comunicazione ufficiale che a partire dal giorno 11 gennaio 2015 la Messa tradizionale in latino verra' spostata dalla chiesa di San Rocco al Gentilino (chiesa "storica" per la celebrazione della messa antica, sin da quando essa venne affidata loro dal Card. Martini, in virtù dell'indulto di Giovanni Paolo II) alla chiesa di Santa Maria della Consolazione presso il Castello (Santa Maria al Castello) situata in Largo Cairoli 1 a Milano.
L'orario resta il medesimo: ogni domenica alle ore 10.
Ringraziamo il Card. Scola che ha individuato in una chiesa più consona alla liturgia V.O., e più facilmente raggiungibile dai molti fedeli, il luogo ove a Milano si possa continuare a celebrare secondo il messale ambrosiano antico.
Roberto

Con grande gioia diamo notizia che, come comunicato oggi ai fedeli del Gruppo Stabile di Milano, S. Em.za il Cardinale Arcivescovo Angelo Scola ha inteso individuare una nuova chiesa, più adatta alle esigenze del Gruppo, nella quale si svolgeranno tutte le funzioni nella forma extraordinaria del Rito Ambrosiano nella città di Milano.
Si tratta della antica Chiesa già agostiniana di S. Maria della Consolazione, anche nota come S. Maria al Castello, situata in Largo Cairoli, in pieno centro cittadino, presso la fermata omonima della linea metropolitana 1, e a breve distanza dalla Stazione di Milano Cadorna.

Essa risponde alla esigenza di migliore raggiungibilità con i mezzi pubblici e di maggiore decoro rispetto alla vecchia chiesa di S.Rocco al Gentilino, nella quale urgono interventi di restauro statico.

Tutte le funzioni saranno trasferite nella nuova collocazione a partire dal giorno 11 Gennaio 2015, I Domenica dopo l'Epifania.

La S. Messa verrà celebrata come di consueto ogni Domenica e Festa di Precetto alle ore 10,00.

Tutte le informazioni in merito alle celebrazioni potranno essere da oggi richieste a questo indirizzo di posta elettronica:
messatradizionale.milano@gmail.com
Il Gruppo Stabile di Milano ringrazia di cuore S.Em.za il Cardinale Arcivescovo  per la sollecitudine pastorale riservata alla nostra comunità e, in maniera del tutto particolare, Mons. Claudio Fontana, Cerimonere della Cattedrale Metropolitana e Delegato Arcivescovile per i gruppi che utilizzano i libri precedenti alla riforma liturgica, e S.Ecc.za Mons. Carlo Faccendini, Vicario Episcopale per la Città di Milano, per l'indefesso impegno profuso negli ultimi mesi al fine di raggiungere lo scopo prefissato.
Ringraziamo inoltre sin d'ora Mons. Paolo Cortesi, Rettore della chiesa di S. Maria della Consolazione, per l'accoglienza che certamente riserverà al Gruppo Stabile di Milano, nell'intento di avviare con lui la medesima paziente e fruttuosa collaborazione già sperimentata coi Prevosti di S.Gottardo al Corso don Aldo Locatelli e don Dario Garegnani.
Garantiranno ordinariamente la celebrazione delle funzioni i consueti celebranti, Mons. Luciano Negri, Mons. Alfredo Francescutto e don Federico Gallo, ai quali va la nostra immensa gratitudine per la loro costanza e disponibilità.
Preghiamo di dare la massima diffusione a quanto qui comunicato, invitando tutti coloro che desiderano partecipare alla S.Messa nella forma extraordinaria del Rito Ambrosiano ad essere presenti alla inaugurazione del nuovo apostolato.

Cordiali Saluti,

Il Gruppo Stabile
Una Voce - Milano

lunedì 29 dicembre 2014

“Se i Re Magi arrivano a Betlemme senza doni”

Da Il Timone 
"Dalla sobrietà alla perdita del senso del Sacro: se i Re Magi arrivano a Betlemme senza doni 

Tra tutte le stravaganze dei presepi segnalateci anche quest'anno dai lettori, ce n'è una che ci ha colpito: l'immagine del presepe posto sull'altare maggiore della chiesa parrocchiale di Carpenedolo, in diocesi e provincia di Brescia. 
Dove i Re Magi sono raffigurati curiosamente senza doni. 
Questo, ci viene spiegato, sicuramente come segno di sobrietà e anti-consumismo, in sintonia con lo spirito equo-solidale dei tempi... ( ed in aperto tradimento del racconto dell'Evangelista San Matteo 2,1-12 - : «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi (μάγοι magoi) giunsero da oriente a Gerusalemme ...Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono (προσεκύνησαν prosekynēsan). Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro (χρυσὸν chryson), incenso (λίβανον libanon) e mirra (σμύρναν smyrnan). Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese... » N.d.R." 

Come non pensare, anche in questo caso, alle parole del Profeta Geremia ( Ger 14,18) che la Chiesa ci fa recitare alle Lodi mattutine : " Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare.

Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς ( A.C.)  

Immagine 1: Dai mosaici della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo,  di Ravenna. Anno 600 (circa).
Immagine 2: L'Adorazione dei Magi (1423) celebre dipinto a tempera e oro su tavola di Gentile da Fabriano; Firenze Galleria degli Uffizi .

On line la Compieta dell'Ufficio benedettino

"Si raccomanda che anche i laici recitino l'ufficio divino o con i sacerdoti, o riuniti tra loro, e anche da soli"
(Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosantum Concilium, n. 100).
Così raccomandavano i Padri Conciliari.
Con piacere quindi diamo spazio a questa notizia, che riguarda un bel regalo che Romualdica ha voluto dedicare ai cattolici questo Natale 2014.
Il meritevole blog ha pubblicato il testo della Compieta monastica (secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963), in latino e con una preziosa traduzione italiana a fronte (la traduzione è precisa, e frutto di laboriosi e puntuali studi comparativi).
In questo modo si vuole favorire un'adeguata (ri)scoperta della straordinaria ricchezza dell'Ufficio Divino.


Il testo contenente la Compieta monastica – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta dall'abbazia benedettina di Le Barroux (ogni giorno alle ore 19:45) – è disponibile in formato pdf al seguente link

Un particolare menzione d'onore a chi ha, con molta cura e precisione, ha tradotto il testo latino, fornendo la versione più fedele al testo latino.

sabato 27 dicembre 2014

Grazie a coloro che lavorano incessantemente “in tempore Natalis Domini” a gloria di Dio

Dalla Sicilia al Piemonte. 
Dalla Puglia al Veneto passando ovviamente per il Centro.
Nei piccoli paesi come nelle città mentre si è soliti trascorrere in famiglia l’agognata, serena pausa natalizia , da Sud a Nord ci sono tanti ragazzi che  non conoscono  il riposo  perché sono impegnati nella preparazione di tutto quanto occorre alla celebrazione della Santa Messa nelle Chiese dove viene seguito ed onorato il Motu Proprio “Summorum Pontificum”  giustamente definito,  il tempo ne darà ragione, "tesoro prezioso di tutta la Chiesa".


Abbiamo preso tre foto che ci raccontano come è stata degnamente preparata la Solennità del Santo Natale in due Comunità . 
A Savona nell’ Oratorio S.S. Pietro e Caterina i giovani del locale “gruppo stabile” per completare l’apoteosi delle luci che fanno da degna corona al Divino Bambino esposto in un tronetto dorato del sec.XVII ( Foto 1 ) hanno ultimato due splendide lumiere dal gusto barocco e sono state realizzate le paraste delle colonne in damasco rosso. 
( Foto 2 una delle due lumiere in fase di completamento )











A Catania nella Chiesa di San Giuseppe al Transito è stato allestito un bellissimo Presepe che rende onore alla grande ed immutata spiritualità (ed al buon gusto artistico ) dell’ospitale Popolo Siciliano. ( Foto 3)
C’è poi il piccolo “esercito” dei Cantori, degli Organisti, dei Musicisti e soprattutto dei Ministranti :  un gioiello del rinato movimento liturgico tradizionale italiano impreziosito dal comune "volontariato liturgico" che in tempo di forzato revival sessantottino ( indietro tutta ... ) non viene considerato ne' apprezzato.
La Liturgia contemplando la sublime Bellezza  di Dio, senza badare in alcun modo alle mode del tempo, riesce a condurre indenne  ai "quieti pascoli nel cielo il popolo che crede nel Tuo amore"  .

Desiderando infine ringraziare anche tutti coloro che costituiscono la spina dorsale dell’informazione tradizionale segnaliamo, uno per tutti, il blog Scuola Ecclesia Mater ( Sante Messe in rito antico in Puglia) che dona ai Lettori delle rare perle di cultura ecclesiale in una "galleria" di foto artistiche ( tanto da suggerire qualcuno di passare alle stampe quelle pagine onde ricavarne una prestigiosa pubblicazione ). 

Un Sacerdote, stupito da tanto zelo dei ragazzi del gruppo, si è domandato a voce alta : “ Ma quei ragazzi non hanno una famiglia ? Come fanno a percorrere tanti chilometri anche a Natale  rischiando di interrompere il pranzo natalizio?” 
Si ! 
L’amore e la dedizione per la Liturgia dei nostri padri non è una “moda” ma un modo di vivere intensamente la Fede nella fruttuosa devozione che fu dei nostri Padri e mediante la quale essi edificarono la "Civiltà Cristiana" .
Nella Chiesa ci sono sempre più Fedeli e Consacrati che si sorprendono di fronte a questa nuova realtà “ chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia”. 
Grazie dunque a tutti coloro, giovani e meno giovani che in questo difficile tempo di sofferenza e di gloria  elevano all' "Altissimu, onnipotente, bon Signore" l' edificante , pura testimonianza di  fede accompagnata da una ammirevole e grande abnegazione personale  nel volontariato liturgico,  poichè "tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione".
Grazie ! 

Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς ( A.C.)

Trittico antimoderno

 La principessa Elvina Pallavicini, don Francesco Putti, l’ing. Giovanni Volpe
di Roberto de Mattei - "Il Foglio"
pallavicinilepanto_lg  Ognuno di noi ha conosciuto nella sua vita personaggi che, pur non godendo delle luci della ribalta, possono a pieno titolo entrare nella storia, almeno quella minore. Di tre di questi personaggi ricorre nel 2014 l’anniversario della morte. Dieci anni fa scomparve la principessa Elvina Pallavicini, trent’anni addietro don Francesco Putti e l’ingegner Giovanni Volpe. Le loro vite si sono intrecciate, di tutti sono stato amico e insieme voglio ricordarli.
Elvina Pallavicini nacque nel 1914, a Genova, da Giacomo dei Marchesi Medici del Vascello, e da Olga Leumann, famiglia di imprenditori filantropi di origine elvetica. Il padre era nipote del colonnello Giacomo Medici che, durante la Repubblica romana del 1849, animò l’estrema difesa dei garibaldini, asserragliati nella villa Giraud, detta del Vascello, sul Gianicolo (oggi sede del Grande Oriente d’Italia). Abbracciata la causa monarchica, era divenuto prefetto di Palermo, deputato, e senatore, ottenendo per le sue benemerenze patriottiche il titolo di marchese del Vascello.
Nel 1939 Elvina sposò Guillaume de Pierre de Bernis, marchese de Courtavel, che era stato adottato dallo zio, Giulio Cesare Pallavicini, principe di Gallicano, assumendone il nome e il titolo e ottenendo la cittadinanza italiana. Scoppiata la guerra, il sottotenente Guglielmo Pallavicini si arruolò come pilota nella Regia Aeronautica, ma il 1 agosto 1940, il Savoia Marchetti su cui, volava, in una delle sue prime missioni contro la flotta inglese nel Mediterraneo, fu colpito dalla contraerea nemica e si inabissò al largo delle isole Baleari. Elvina rimase vedova a venticinque anni, con una bambina nel grembo, a cui avrebbe dato il nome di Maria Camilla. Divenne proprietaria del Palazzo Rospigliosi Pallavicini, sul colle del Quirinale, che molti considerano il più bel palazzo privato d’Europa. La sua collezione, che Federico Zeri ha raccolto in un imponente catalogo, comprende tele di Botticelli, Guido Reni, Rubens e dei Carracci. Dopo l’occupazione tedesca di Roma, la giovane Elvina Pallavicini fece del suo palazzo un centro della resistenza monarchica, sotto la guida del generale Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, comandante del Fronte Militare Clandestino, poi ucciso alle Fosse Ardeatine. Il suo coraggio, spinto alla temerarietà, le fruttò una medaglia di bronzo. Sotto questo aspetto Elvina Pallavicini può essere paragonata a Edgardo Sogno, di cui fu amica, un altro monarchico che sfidò il nazismo con un coraggio che raramente i partigiani comunisti dimostrarono. Di certo non fu una principessa “nera”, né per le sue scelte politiche, né per la tradizione liberale della sua famiglia.
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Ancora giovane, Elvina Pallavicini fu colpita da una grave forma di sclerosi che la portò ad una progressiva paralisi delle gambe e poi delle braccia, costringendola su una sedia a rotelle, ma non se ne lamentò mai. Il male non la piegò, ne esaltò anzi la combattività. Negli anni Settanta, in un momento in cui l’alta borghesia portava all’estero capitali e famiglie, considerando inevitabile l’avvento del comunismo in Italia, Elvina lo avversò con la stessa decisione con cui aveva combattuto il nazismo. Collaborò attivamente alla fondazione della prima televisione privata a Roma, Tele Roma Europa, creata in chiave anticomunista da Gaetano Rebecchini, e fece del suo palazzo un baluardo contro il compromesso storico.
Ricordo di aver tenuto proprio su questo tema a Palazzo Pallavicini, una delle mie prime conferenze, alla vigilia delle elezioni del 1976 in cui il Pci ottenne il miglior risultato della sua storia, fermandosi a pochi punti percentuali dalla Dc.
Elvina Pallavicini non aveva paura di niente e lo dimostrò quando, il 6 giugno 1977, ospitò nel suo palazzo mons. Marcel Lefebvre, con un gesto che le costò incomprensioni e inimicizie. Nel 1976 mons. Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI ed era divenuto il simbolo della resistenza tradizionalista alle derive postconciliari. Invitarlo a Roma, in una sede prestigiosa come il palazzo Pallavicini sul Quirinale, aveva il sapore di una sfida a Papa Montini e come tale fu intesa dalla stampa internazionale, che accorse in massa per l’evento. La principessa subì straordinarie pressioni per far saltare la conferenza. Il marchese Falcone Lucifero, capo della Real Casa, fece appello ai suoi sentimenti monarchici a nome di Umberto II. Mons. Andrea Cordero di Montezemolo la supplicò di soprassedere, richiamandosi alla memoria del padre. Il principe Aspreno Colonna, facendosi portavoce del patriziato romano, si dissociò dall’iniziativa sulla prima pagina del quotidiano “Il Tempo”, allora diretto da Gianni Letta, mentre il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Angelo de Mojana, proibiva a tutti i cavalieri di presenziare all’evento. Infine, il 5 giugno, alla vigilia della conferenza, il cardinale Vicario Ugo Poletti, a nome della diocesi di Roma, stigmatizzò violentemente in un comunicato stampa mons. Lefebvre e “i suoi aberranti seguaci” per “l’offesa fatta personalmente al Papa”. Tutto fu vano. Elvina Pallavicini non cedette di un pollice. “In casa mia – rispondeva – credo di poter ricevere chi desidero ricevere”. La conferenza si tenne in una sala stipata all’inverosimile. Mons. Lefebvre non fece il discorso incendiario che i media attendevano, ma espose con tono pacato le ragioni del suo dissenso da Roma. “Come può essere – disse – che continuando a fare ciò che ho fatto per 50 anni della mia vita, con le congratulazioni, con gli incoraggiamenti dei Papi, e in particolare del Papa Pio XII che mi onorava della sua amicizia, che io mi ritrovi oggi ad essere considerato quasi un nemico della Chiesa?”
Da allora il nome di Elvina Pallavicini fu noto a tutto il mondo. La conferenza risvegliò improvvisamente la curiosità e l’attenzione sull’esistenza di un patriziato e di una nobiltà romana, ancora vivi e pugnaci, di cui la principessa Pallavicini era espressione e il suo palazzo divenne una tribuna coraggiosa e anticonformista in cui, nel corso degli anni, presero la parola personalità della cultura, della politica e dell’arte. Nel 1993 la principessa ospitò un convegno su Nobiltà ed élites tradizionali analoghe, che “la Repubblica” presentò come gli Stati generali della aristocrazia italiana. Negli anni successivi, Elvina Pallavicini guidò, con il marchese Luigi Coda Nunziante, l’associazione Noblesse et Tradition, che raccoglieva un qualificato gruppo di aristocratici di tutto il mondo, difensori dei valori tradizionali nella palude del relativismo contemporaneo. Di lei apprezzavo soprattutto il senso che aveva della propria missione sociale la fede semplice ma granitica e lo spirito categorico che la portava a rifiutare ogni forma di compromesso.
Amante dell’arte incrementò la straordinaria collezione del suo palazzo, assumendo nella Roma di fine Novecento un ruolo analogo a quello che la principessa Isabel Colonna aveva svolto negli anni Trenta. Alle sue conferenze erano sempre presenti in prima fila numerosi cardinali, che accoglieva alla luce delle torce, come si conviene ai principi della Chiesa. Nel 1994 Silvio Berlusconi presentò nella Sala del Trono di Palazzo Pallavicini il movimento di Forza Italia nascente. Elvina Pallavicini lo sostenne, ma prima di morire non nascose la sua delusione verso la coalizione di destra tornata al governo.
Negli ultimi anni i suoi movimenti si facevano sempre più difficili, ma continuò a ricevere sontuosamente nel suo palazzo, assistita dalla fedele amica Elika del Drago e da impeccabili maggiordomi che si succedevano al suo servizio. Trascorreva l’estate a Cortina d’Ampezzo, dove morì il 29 agosto 2004, di fronte alle montagne che tanto amava.
Elvina Pallavicini ospitò per lunghi anni nel suo ufficio di via della Consulta un’altra straordinaria personalità che accanto a Lei merita di essere ricordata: don Francesco Maria Putti.

putti
Chi ha conosciuto don Putti non può dimenticarlo. Nacque nel 1909, a Sarzana, da una famiglia benestante, profondamente cristiana. Aveva poco più di un anno quando fu colpito dalla poliomelite, con gravi conseguenze per tutta la vita. Era un giovane particolarmente bello e prestante e la malattia, come nel caso di Elvina Pallavicini, contribuì a fargli comprendere il primato dei beni spirituali nella vita di un uomo. Diplomatosi in ragioneria, alternò il lavoro all’apostolato, finché non incontrò padre Pio da Pietrelcina, che lo diresse spiritualmente e lo incoraggiò a farsi prete. Dopo molte traversie finalmente il 29 giugno 1956, a 47 anni, Francesco Putti fu ordinato sacerdote e celebrò la sua prima Messa a San Giovanni Rotondo, all’altare dove celebrava quotidianamente Padre Pio. Non poté avere una parrocchia a causa della sua infermità, ma esercitò per quasi 15 anni il ministero della confessione, ad Avellino, Salerno, Napoli. Negli anni successivi al Vaticano II, don Putti misurò la gravità della crisi nella Chiesa e si convinse della necessità di offrire ai confratelli sacerdoti e ai fedeli uno strumento di informazione che li aiutasse a difendere la fede cattolica. Dal 1975 alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1984, la sua vita si identificò con il quindicinale da lui fondato “SìSì NoNo”, un foglietto di poche pagine che seminava il panico negli ambienti di Curia in cui era diffuso a tappeto, per gli attacchi mirati contro i responsabili dell’avanzata progressista.
Su “SìSì NoNo” gli articoli non erano firmati. Si diceva, e solo in parte era vero, che tra i collaboratori fossero illustri prelati e teologi di orientamento tradizionale. Poco importa se a scrivere fosse un illustre filosofo cattolico o il suo brillante assistente: ciò che contava erano le nette affermazioni, con le quali si riproponeva il Magistero perenne della Chiesa, e le altrettanto nette negazioni con le quali si rifiutavano le teorie neomoderniste che circolavano nei seminari e nelle università cattoliche. Nel primo numero di “SìSì NoNo”, il 6 gennaio 1975 il sacerdote romano scriveva: “Il compito ingrato che la nostra pubblicazione si assume è quello di andare controcorrente e di aiutare ad andare controcorrente, non per gusto, ma perché, per seguire il bene, è oggi più che mai necessario andare controcorrente. La nostra pubblicazione diffonderà idee chiare dicendo “sì” a quanto è conforme alla Fede cattolica trasmessa dagli Apostoli (di cui è depositaria la Chiesa docente, cioè il Papa e i vescovi a lui soggetti) e dicendo “no” senza mezzi termini a quanto pretende di soppiantarla”.
Oggi si è duri nei rapporti umani e flessibili sui princìpi, con conseguenze devastanti per la società. Il sacerdote romano era invece tanto severo dal pulpito e dalle colonne del suo giornale, quanto mite e affettuoso nei colloqui privati e nel confessionale. Solo chi gli è stato vicino sa con quanta generosità si prodigava per la salvezza di un’anima. Eppure don Putti era temutissimo e  lo divenne ancora di più quando, nel 1981, querelò per diffamazione l’allora direttore dell’“Osservatore Romano” Valerio Volpini e vinse la causa. Il Tribunale condannò infatti il quotidiano della Santa Sede per “aggressione scritta, immotivata e animosa, esercitata soltanto per ferire la reputazione” della rivista “SìSì NoNo”.
La nascita di “SìSì NoNo”, avvenne alla fine del 1975, quando un insigne biblista romano, mons. Francesco Spadafora, accompagnò don Putti in via Michele Mercati a Roma, presso la sede della casa editrice Volpe, diretta dall’ingegner Giovanni Volpe, con il quale collaboravo. Fui presente al colloquio con cui mons. Spadafora raccomandò vivamente la pubblicazione del nuovo periodico antimodernista. L’ing. Volpe indirizzò don Putti al suo tipografo Franco Pedanesi, che pubblicò “SìSì NoNo” fino a quando le Discepole del Cenacolo, il gruppo di fedeli suore che collaboravano con don Putti, non si dotò di una propria tipografia.
La terza straordinaria personalità che voglio ricordare è proprio Giovanni Volpe, la cui figura è scolpita nella mia memoria con caratteristiche simili a quelle di Elvina Pallavicini e Francesco Putti. Nato nel 1906, Giovanni Volpe, era figlio del celebre storico e accademico d’Italia Gioacchino Volpe. Si era laureato in ingegneria e aveva creato un’impresa di costruzioni affermatasi con successo in diversi paesi del mondo. Era divenuto ricco e, come la principessa Pallavicini, aveva spirito di mecenate. Nel 1964 fondò a Roma la casa editrice omonima, a cui affiancò due riviste, “La Torre” e “Intervento”, e poi la Fondazione Gioacchino Volpe, dedicata alla memoria del padre.
Il catalogo della casa editrice nel corso di vent’anni si arricchì di un formidabile ventaglio di autori, conservatori, cattolici, nazionalisti. A me sia concesso ricordare la traduzione, in lingua italiana, di opere fondamentali per la cultura cattolica quali Luce del Medioevo di Régine Pernoud, L’eresia del XX secolo di Jean Madiran, La sovversione nella liturgia di Louis Salleron, La grande eresia e L’intelligenza in pericolo di morte di Marcel de Corte, e molte altre.
Giovanni Volpe era un uomo burbero, alto e imponente. Marcello Veneziani, uno dei giovani che gli furono più vicini, ne ricorda l’impressione di signore rinascimentale che ne ebbe quando lo incontrò per la prima volta: “mi colpì la sua bellezza senile, priva dei segni crepuscolari dell’età grave, il suo incedere dignitoso e gioviale, la fierezza del suo bianco onor del mento, che rievocava suo padre, addolcita da un volto quasi rutilante ed aperto al sorriso, la sua parola ricca e vigorosa”. Però, malgrado le soddisfazioni sul lavoro la sua vita familiare non era stata facile e da questo nasceva una severa tristezza nel suo sguardo. Egli non era solo un mecenate e un organizzatore culturale, ma un grande intellettuale, appassionato di arte e di archeologia: discuteva con gli autori dei libri che pubblicava, correggeva le bozze e allegava a “La Torre” da lui diretta un “Quartino dell’Editore”, in cui ogni mese interveniva sulla politica e sul costume.
Giovanni Volpe era un uomo di destra a tutto tondo, monarchico, anticomunista, cattolico tradizionale. Molte riunioni dell’associazione “Una Voce” per la difesa del latino e del canto gregoriano, allora presieduta da Carlo Belli, si tenevano a casa Volpe. Egli stesso, dopo l’esplosione del “caso Lefebvre”, fu autore nel 1976 di uno scritto su La doverosa impossibile obbedienza, in cui si esprimeva con queste chiare parole: “Non c’è dubbio che l’obbedienza al Papa sia uno dei pilastri su cui si fonda la Chiesa, ma si presume che a monte vi sia la Rivelazione e che il Papa, a cui noi dobbiamo obbedienza, sia a sua volta obbediente ad essa ed alla Tradizione multisecolare della Chiesa, non immobile ma nemmeno in evoluzione con il mondo, con i suoi dogmi, i suoi riti, il suo costume, se è vero che Stat Crux dum volvitur mundus” . (…) Si deve obbedienza al Papa, ma il Papa deve obbedienza al Verbo e alla Tradizione apostolica. Si deve obbedienza al Papa, ma spetta al Papa dare a questa obbedienza il carattere della possibilità”.
La Fondazione Volpe organizzava ogni mese di settembre in Romagna seminari per i giovani, e tutte le primavere incontri internazionali che riunivano a Roma studiosi antiprogressisti di tutto il mondo. I temi che venivano affrontati erano Autorità e libertà, La memoria storica, L’avvenire della scuola, Il non primato dell’economia, La tradizione nella cultura di domani, con invitati come Erik von Kuenhelt-Leddhin, Eugen Weber, Julien Freund, Augusto Del Noce, Marcel De Corte, Ettore Paratore, Massimo Pallottino e molti altri.
Il 15 aprile 1986, dopo aver pronunciato sul podio le parole di conclusione dell’ultimo convegno dedicato al tema Sì alla pace, no al pacifismo Giovanni Volpe, reclinò il capo e morì, in piedi, come si addiceva a un combattente quale egli fu. I funerali furono celebrati secondo il Rito romano antico da don Emanuele du Chalard de Taveau, che sarebbe succeduto pochi mesi dopo a don Putti, come direttore di “SìSì NoNo”. La Fondazione Volpe sopravvisse qualche anno, grazie alla moglie di Giovanni, Elza De Smaele, donna di grande classe e intelligenza. Nel maggio 1989 la Fondazione Volpe tenne proprio a Palazzo Pallavicini, un importante convegno revisionista sulla Rivoluzione francese, che fu il suo canto del cigno. Augusto Del Noce presiedeva l’incontro. Credo di poter dire che nessuno ha contribuito quanto Giovanni Volpe ad alimentare in Italia la cultura di destra, cattolica e anticomunista, del secondo Novecento. Eppure Volpe non ricevette dal partito di destra di allora, il Movimento Sociale, quel laticlavio di senatore che avrebbe meritato e che non avrebbe disdegnato.
La principessa Pallavicini, don Francesco Putti, l’ingegner Giovanni Volpe erano considerati tre caratteri difficili. Io li ho conosciuti come persone di carattere, tutte di un pezzo, come ormai non se ne trovano più. Uomini e donne che credevano nella forza dei princìpi e che, per difenderli, non si ritrassero dalla lotta. Tre figure che, al di là delle loro umane debolezze, non si lasciarono risucchiare da quello che allora appariva il corso inesorabile degli eventi. La memoria storica consiste anche nel non dimenticare coloro che ci hanno preceduto lungo il cammino. Merita di essere fagocitato dall’oblio solo chi della storia ha fatto un idolo, dimenticando l’esistenza di uomini e di princìpi che la trascendono e la orientano.
Fonte: "Il Foglio" 18 dicembre 2014

mercoledì 24 dicembre 2014

Meditazioni in preparazione del S. Natale



Meditazioni sull'Incarnazione e il Natale di N.S.G.C.



l'Incarnazione illustrata come parte di un ciclo della vita di Gesù
(cromolitografia di Fridolin Leiber, XIX secolo)
   Nel tempo liturgico di Natale contempliamo con più intensa partecipazione spirituale il Mistero dell’Incarnazione, fondamentale per i cristiani, in particolare cattolici, che nel mistero includono come corredentrice la Vergine Maria. E’ questo l’evento salvifico che divide in modo drammatico e definitivo il cristianesimo dalle altre religioni  monoteiste che si rifanno ad Abramo, come ebbe a ricordare G. Paolo II in una sua omelia. Per questo chi si è proclamato Figlio di Dio e chi Lo riconosce tale è stato da sempre considerato bestemmiatore e quindi odiato e perseguitato


Perché questo mistero fosse sempre vissuto dai cristiani, la Chiesa ha, fin dalle gallerie delle catacombe e poi nelle chiese, offerto ai fedeli scena dell’Angelo annunciante e di Maria, il più delle volte sull’Arco Trionfale che sovrasta proprio l’altare del sacrificio eucaristico. In effetti il mistero dell’Incarnazione è stato sempre considerato un tutt’uno con quello della Passione e Morte di Cristo, come dice l’ inizio del Vangelo di Giovanni,  ‘l’ultimo Vangelo’ dei nostri padri’ , cancellato come inutile dalla riforma liturgica postconciliare.
Ce lo ricorda papa Leone Magno che nella III omelia di Natale dice:  

"Per la riconciliazione doveva essere offerta un’ostia che avesse la nostra natura e fosse estranea alla propagazione del peccato. Tutto questo poi doveva avvenire in modo che la volontà di Dio, il quale si è compiaciuto di distruggere il peccato del mondo nella nascita e nella passione di Gesù Cristo, fosse riferita alle generazioni di tutti i secoli. Doveva accadere, inoltre, in modo che i misteri anziché procurarci turbamento per il loro variare secondo i tempi, ci dessero maggior convinzione per il fatto che la fede di cui viviamo non fu diversa in nessuna età.”

  
Tommaso d’ Aquino nel suo commento al Credo afferma:
Come è necessario al cristiano credere all’Incarnazione del Figlio di Dio, così è necessario che egli creda nella Sua passione e morte”
 Per questo S. Francesco d’Assisi  fece porre l’altare per la S. Messa sulla mangiatoia del presepe di Greccio.

  Lo stesso concetto è contenuto nella commovente omelia della Notte di Natale che T. S. Eliot, nel suo dramma l’Assassinio nella Cattedrale, immagina sulle labbra del santo arcivescovo di Canterbury Thomas Becket, pochi giorni prima del suo assassinio per mano dei sicari del re Enrico.

“Diletti figli di Dio, la mia predica in questa mattina di Natale sarà molto breve. Vorrei che voi in cuor vostro meditaste il profondo significato e mistero delle nostre Messe di Natale. Perché ogni volta che una Messa vien detta, noi facciamo rivivere la Passione e la Morte di Nostro Signore e, in questo giorno di Natale noi la diciamo per celebrare la Sua nascita. Così, nello stesso tempo ci rallegriamo della Sua venuta per la salvezza degli uomini e di nuovo offriamo a Dio il Suo corpo e il Suo sangue, in sacrificio per riparazione e risarcimento dei peccati del mondo intero… Cosi, questo momento è l’unico, in tutto l’anno,  in cui celebriamo insieme la Nascita di Nostro Signore e la sua Passione e Morte sulla Croce. Diletti figli, per il mondo, dal suo punto di vista, questo è uno strano comportamento. Perché, chi nel mondo si rattrista e si rallegra nello stesso tempo e per la stessa ragione? Infatti, o è la gioia superata dal dolore o il dolore sarà scacciato dalla gioia; così è solo in questi nostri cristiani misteri che noi possiamo rattristarci e rallegrarci e, per la stessa ragione.” 

 Viviamo il Natale del Signore con questi Santi.  

                            

                                                                                                     Enzo Fagiolo

I fedeli "tradizionali" inglesi scrivono ai Vescovi: "Basta con emarginazione! Non vogliamo dividere. Accoglieteci: cattolici anche noi".

Apprendiamo, via CatholicHerald.co.uk della lettera aperta scritta dalla Società "Latin Mass Society", con cui il presidente, dott. Joseph Shaw, ha fatto appello ai Vescovi Cattolici di Inghilterra e del Galles perchè essi pongano fine alla 'marginalizzazione' di coloro che sono legati alla forma straordinaria. Lettera che ci sentiamo di fare nostra e di girare pari pari ai nostri, di Vescovi.
Traduzione di MiL 

Roberto

Nella lettera Shaw chiede ai Vescovi inglesi di raggiungere i cattolici legati alla Messa tradizionale e di accogliere (anche) loro come propri figli spirituali. Egli li ha quindi invitati a visitare i gruppi stabili lagati alla forma straordinaria per vedere come essi "non siano una fonte di divisione, ma una dimostrazione di unità veramente cattolica nella diversità".
Shaw ha iniziato la lettera, pubblicata su  Mass of Ages (Messa di sempre), rivista trimestrale della LMS, esprimendo gratitudine per la "scomparsa quasi completa della ostilità" verso la forma straordinaria della Messa.
"In questo sviluppo positivo Voi, i nostri Vescovi di Inghilterra e Galles, hanno giocato un ruolo cruciale," ha detto. "La domanda sorge spontanea: 'c'è qualche ragione per  coloro che hanno  cura d'anime per non andare oltre alla tolleranza, e di agevolare realmente o promuovere questa forma della Messa?' "
Il Dott.  Shaw ha citato poi la Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi, con cui il Papa aveva voluto accompagnare il motu proprio Summorum Pontificum del 2007, in cui Ratzinger aveva detto: "E 'bene per tutti noi  conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa."
 In Gran Bretagna, ha continuato il presidente, le nuove generazioni di cattolici sono attratte dalla Messa tradizionale in latino, grazie e per mezzo dei gruppi Juventutem, i pellegrinaggi e le conseguenti vocazioni al sacerdozio.
Ha poi aggiunto che c'è stata una preoccupazione, espressa sia da Benedetto XVI sia Papa Francesco, sulla "ideologizzazione" della Messa da parte dei più anziani, che l'ha resa una "fonte di divisione".
Ma notando come i gruppi emarginati tendano a diventare più radicalizzati, Shaw ha  fatto notare: "Credo che abbiamo resistito a quelle tendenze con grande successo, grazie ai 50 anni di esistenza della Latin Mass Society. Coloro tra Voi che hanno preoccupazioni a questo riguardo, tuttavia, saranno in grado di comprendere il rimedio: i problemi creati dall'emarginazione saranno curati ponendo fine all'emarginazione ".
Il dott. Shaw ha sottolineato inoltre che le Messe nella forma straordinaria attirano un popolo "di tutti i ceti sociali", aggiungendo: "vorrei invitare ciascuno di voi, i nostri Vescovi in Inghilterra e Galles, per visitare i più grandi centri e gruppi stabili nelle Vostre diocesi e vedere Voi stessi"
Il presidente di LMS ha infine concluso la sua lettera ai Vescovi dicendo: "Questi cattolici non vogliono causare divisioni nè essere esclusivo. Essi non desiderano altro che essere considerati non come orfani o osptiti, ma come i Vostri figli spirituali."


 il testo in inglese
Open letter makes an appeal for an end to 'marginalisation' of those attached to Extraordinary Form
The Latin Mass Society has written to all the bishops of England and Wales asking them to reach out to Catholics attached to the traditional Mass.
Joseph Shaw, chairman of the LMS, invited bishops to visit Extraordinary Form congregations to see that they were “not a source of division, but a demonstration of a truly Catholic unity in diversity”.
He began the letter, published in the Mass of Ages, the LMS quarterly magazine, by expressing gratitude for the “almost complete disappearance of the hostility” towards the Extraordinary Form of the Mass.
“In this positive development you, our Bishops in England and Wales, have played a crucial role,” he said. “The question arises: is there any reason for those with the care of souls to go beyond toleration, and actually to facilitate or promote this form of the Mass?”
Dr Shaw cited Benedict XVI’s Letter to Bishops, accompanying his 2007 motu proprio, Summorum Pontificum, in which the pope said: “It behoves all of us to preserve the riches which have developed in the Church’s faith and prayer.”
In Britain he said new generations of Catholics had been attracted to the traditional Latin Mass, with Juventutem groups, pilgrimages and vocations to the priesthood arising as a result.
But he added that there was a worry, expressed by both Benedict XVI and Pope Francis, of the “ideologisation” of the older Mass, making it a “source of division”.
Noting that marginalised groups tend to become more radicalised, he said: “I believe that we have resisted those tendencies very successfully for the 50 years of the Latin Mass Society’s existence. Those who have any worries in this regard, however, will be able to see the remedy. Problems created by marginalisation will be cured by ending the marginalisation.”
He said Extraordinary Form Masses attracted a people “from all walks of life”, adding: “I would like to invite each of you, our Bishops in England and Wales, to visit the largest such congregations in your dioceses and see for yourselves.”
Dr Shaw concluded the letter by saying: “These Catholics do not want to cause division or be exclusive. They want nothing more than to be regarded, not as orphans or houseguests, but as your spiritual children.

martedì 23 dicembre 2014

Ferrara: garantita la Messa antica nel periodo di Natale grazie a Mons. Negri

COMUNICATO STAMPA
Il paterno e pronto intervento di S.E.R. Mons. Negri restituisce a Ferrara la S. Messa
in Forma Extra-Ordinaria
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  Ave Maria!
Carissimi fratelli in Cristo Gesù,
una seria indisposizione di salute dell'’Incaricato Arcivescovile per la S.Messa in Forma Extra-Ordinaria nell’Arcidiocesi di Ferrara avrebbe privato la stessa Arcidiocesi della S.Messa Summorum Pontificum per tutte il periodo delle feste Natalizie e forse anche oltre.
Grazie all'intervento urgente, paterno e caritatevole di S. E. Rev.ma Mons. Luigi Negri Arcivescovo di Ferrara-Comacchio ed Abate di Pomposa, contrariamente a quanto asserito domenica scorsa, vi annunciamo, con grande gioia e riconoscenza sia all’Arcivescovo che al Celebrante che si è reso disponbile, che la S. Messa Tridentina secondo il Summorum Pontificum sarà celebrata nei giorni 1 gennaio, 4 gennaio, 6 gennaio e 11 gennaio presso la Chiesa di S. Chiara (corso Giovecca, 179) alle ore 16.
Un caloro “grazie” al carissimo Mons. Luigi Negri Arcivescovo da parte del Nuovo Movimento Liturgico Benedettiano di Ferrara, con i più sinceri e filiali auguri di un Felice Santo Natale.
All’'Incaricato per la S.Messa In Forma Extra-Ordinaria, i più sinceri auguri di pronta guarigione.

Laudentur Jesus et Maria!