Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

venerdì 31 gennaio 2014

S. Messa antica a Torino per la Purificazione della B.V.M.

Con molta gratitudine per il Parroco celebrante, don Primo Soldi, pregando di voler diffondere la notizia, si dà queto avviso 


Sabato 1° febbraio 2014 alle ore 17
Parrocchia di Santa Giulia - Torino

S. MESSA nella forma exstraordinaria del Rito Romano
prefestiva della Purificazione della B.V. Maria
 

 Dipendentemente dal numero dei partecipanti la celebrazione può rappresentare l'avvio di una regolare celebrazione prefestiva mensile.

NB (- chi desiderasse non ricevere in futuro questi avvisi è pregato di volerlo comunicare con una email di risposta alla presente - )

Festa della Purificazione dell B.V.M.: riti della "candelora" a San Remo e Te Deum per il nuovo Vescovo eletto Can. Antonio Suetta

domenica 2 febbraio 2014 
festa  della Purificazione della B.V.M.e della presentazione di N.S.G.C. al Tempio

Santuario della Madonna Assunta della Costa - San Remo 

ore 16:45
- Riti (antichi) della benedizione delle candele
- Canto del Nunc Dimittis
- Processione 

ore 17:00 
S. MESSA CANTATA nella forma extraordinaria del Rito Romano

al termine della Messa 
Canto del TE DEUM 
per l'elezione del nuovo Vescovo della Diocesi Ventimiglia - San Remo

nella persona del can. Antonio Suetta, già Rettore del seminario della Diocesi di Albena - Imperia
(ove ha celebrato per anni  la S. Messa antica in seminario per i seminaristi)

Un parroco della diocesi di Modena toglie l'altare al popolo. Le reazioni della rivista Diocesana a questa iniziativa.


Il Parroco di S. Michele Arcangelo di Montale Rangone (Provincia e Arcidiocesi di Modena) ha restaurato ottimamente la sua chiesa settecentesca  e ha effettutato una "rivoluzione" coraggiosa e degna di lode, che testimonia la sua serietà e convinzione religiosa! Ha eliminato l’altarino posticcio “coram populo".
Le spiegazioni di questa scelta è stata inviata dall'impavido parroco al settimanale dell'Arcidiocesi di Modena “nostro Tempo” che l'ha pubblicata sul numero 45 del 15 dicembre 2013 a pag.16.   
La Redazione del periodico loda l’articolo perché ricorda i tre poli di celebrazione del Novus Ordo e insiste sul fatto oggettivo che la preghiera eucaristica è orientata.
Ammette che si tratta di cosa del tutto lecita e legittima (non viola cioè alcuna norma, nè canonistica nè liturgica) ma si domanda se sia opportuno celebrare coram Deo dopo 50 anni di celebrazione verso il popolo. 
E sentite questa: afferma poi che celebrando verso il popolo si contempla l’Eucaristia.
Queste ultime motivazioni sono inconsistenti sia perchè 50 anni sono troppo pochi per stabilire una consuetudine liturgica. sia perchè il motivo dell’orientamento della preghiera eucaristica non è -con rispetto parlando- l’Eucaristia (che viene contemplata anche nella posizione tradizionale), ma il valore simbolico del  crocefisso sull'altare (verso cui è rivolto il sacerdote),  e maggior più quello del "sole che sorge".
Infine, una domanda maliziosa sorge spontane: perché questa improvvisa devozione eucaristica, quando in moltissime chiese (nuove e antiche) il Tabernacolo è relegato negli angoli più oscuri e defilati?
Davvero i modernisti non hanno argomenti seri.
I nostri complimenti al parroco modenese, e un incoraggiamento a non cedere ad eventuali pressioni curialesche che dovessero a breve arrivare
Roberto
*

Parroco in provincia di Modena elimina l'altare al popolo,
e la rivista diocesana non condanna l'iniziativa ma 

pone i soliti vani e insulsi interrogativi sull'opportunità di celebrare coram Deo

"Nella sua chiesa non c'è l'altare al popolo". 
"Gesù, nell'ultima cena guardava in faccia i suoi Apostoli e non voltava loro le spalle"
"il Concilio ha detto di dire la messa verso la gente"  
Sono queste le frasi che più frequentemente vengono ripetute da persone  che a loro  volta le hanno  sentite dire dai preti e le hanno  fatte proprie senza riflettervi sopra.
FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA.
Col “Novus Ordo Missae”, cioè con il Messale riformato dal Papa Paolo VI e pubblicato nel 1970, la Messa non si celebra più solo all’altare, ma in tre luoghi distinti: La SEDE, L’AMBONE O LEGGIO, e L’ALTARE.  I tre luoghi corrispondono a tre momenti diversi da cui derivano posizioni diverse. ( nota 1)
Dalla SEDE il sacerdote accoglie, saluta, invita, avvisa e soprattutto guida la preghiera .Pensiamo alla prima parte della messa e alla parte dopo la Comunione. AL  LEGGIO i lettori e il prete stesso, leggono la Bibbia e il prete dopo il Vangelo predica. Il diacono o il lettore od anche qualcuno del popolo, propongono le intenzioni della preghiera dei fedeli.
EVIDENTEMENTE  QUANDO SI E’ IN QUESTI LUOGHI CELEBRATIVI, OCCORRE GUARDARSI E VEDERSI (non si può predicare né dare  avvisi guardando il muro). Queste parti della celebrazione richiedono una relazione anche visiva e fisica.
ALL’ALTARE INVECE IL PRETE PREGA  ED OFFRE, in persona Christi, cioè come se fosse Gesù, il SACRIFICIO A DIO PADRE. Qui l’atteggiamento cambia anche fisicamente perché la relazione è direttamente con Dio. Anche il popolo prega, ma non direttamente, bensì tramite il sacerdote, tant’è vero che la preghiera eucaristica la recita il prete solo. La gente la ascolta e si unisce alla fine dicendo AMEN. Il popolo prega unendo i suoi sacrifici (ma speriamo anche le sue gioie) al sacrificio di Cristo, ma quella parte della Messa è essenzialmente sacerdotale. NE DERIVA DUNQUE CHE  SI DEVE ESSERE RIVOLTI AL SIGNORE. Non per niente c’è anche la risposta all’invito ad elevare i cuori, che recita :– Sono rivolti al Signore –
Nei primi secoli, a quelle parole, tutti si voltavano verso il sole , smettendo così di “guardarsi in faccia” .Il sole o ORIENTE è simbolo di Cristo. Il Sole entrava dalle porte aperte e in alcuni luoghi ci si rivolgeva proprio alla porta della chiesa.  Poi si orientò l’altare ad Oriente e tutti, prete e fedeli erano rivolti a questo  stesso punto nel quale si trovava l’altare.  Quando non si potè più costruire tutte le chiese rivolte ad est, perché il tessuto urbano era già formato e si doveva costruire dove c’era posto, si stabilì che la Croce dell’Altare fosse l’oriente spirituale (infatti alla fine del mondo il Cristo apparirà sulle nubi ad oriente con il suo segno)  e tutti ci si rivolse ad essa.
Se hai letto pazientemente fino qui, hai capito che non è giusto dire: “il tal prete dice messa rivolto al muro” ma si deve dire che il tal prete celebra rivolto al Signore. Ad Dominum o ad Crucem.  Avrai notato anche  che Bene detto XVI ha voluto una croce sull’altare (croce che Francesco ha conservato) per di più con il crocifisso, non verso la gente  ma verso il prete, per dire che anche celebrando rivolti al popolo, la preghiera sacerdotale E’ ORIENTATA , rivolta cioè al Signore.  Dal momento che gli atteggiamenti esterni manifestano quelli interni, si può dedurre che il modo giusto di recitare la Preghiera Eucaristica o Canone è quella in cui tutti guardano verso uno stesso punto e cioè alla Croce. Il fatto che da subito si sia pregato così (cioè per 1950 anni) è un segno di Tradizione Autentica che è imprudente cancellare. Non è poi vero che Gesù guardasse in faccia i suoi discepoli nell’ultima cena. Non perché non li abbia guardati, avendo parlato loro con “il cuore in mano” (cfr.  GV. capitoli 13 – 17) ma perché la disposizione dell’Ultima Cena non era come l’ha immaginata Leonardo nel suo celebre quadro. Erano sdraiati su cuscini e appoggiati su un fianco attorno ad una bassa mensa semicircolare, con un lato libero per servire il cibo. Il posto d’onore era all’estremità destra e non al centro.  Su questo argomento ci sono studi approfonditi  (nota 2)  di cui uno raccomandato e con prefazione di Benedetto XVI . C’è anche un mosaico a Ravenna in S.  Apollinare nuovo del 520 circa. Dunque molto antico.
Allora non è vero che i fedeli vedevano ciò che il prete faceva all’altare: Lo sapevano , perché nella fede cristiana non ci sono segreti, la Verità e la Salvezza sono per tutti, ma non lo vedevano. Nelle liturgie orientali ancor oggi il  prete celebra al di là della parete dell’Iconostasi e in quella Romana che è la nostra, anche quando in rari casi il celebrante era rivolto al popolo, i fedeli non vedevano nulla  per via dell’elaborata struttura attorno all’altare o per la sua distanza od elevatezza.  Insomma l’altare  verso il popolo, anche quando raramente c’è stato, non era quello che intendiamo noi oggi.
Mi sono dilungato troppo ma l’argomento non è concluso essendo vastissimo.  Mi preme venire   ALLE LEGGI CHE OGGI SONO IN VIGORE  su questa materia.
1 In nessun documento del Concilio Vat.II c’è scritto di “voltare l’altare o di abolire del tutto la lingua latina, anzi si dice di conservarla anche se occorre dare più spazio alle lingue parlate. (cfr SC n.36)         
2 Dire tutta la  Messa   verso il popolo non è un obbligo.    (cfr.  Congregazione per il culto divino 25 sett.2000)                                 
3 L’ordinamento generale del Messale Romano  (edizione III   aprile 2000) dice ai nn.  298 - 299  che l’altare deve essere fisso attaccato al pavimento e staccato dal muro per potervi facilmente girare attorno  e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare, ovunque sia possibile.(nota 3)   Normalmente l’ altare sia fisso e dedicato.
Da questa  ultima  indicazione si deduce che dove ci sono  altari antichi  o artistici, che vanno a tutti costi mantenuti, non si collochino tavoli davanti ad essi ma dato che l’altare deve essere unico si usi per la liturgia eucaristica quello monumentale.
Strettamente collegati a questo argomento, ce ne sono altri due e cioè dove e come vadano collocati la Croce e i Candelieri  ed il modo di accostarsi alla santa Comunione. Ma di essi potremo parlare un’altra volta.
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NOTE:
1 questo uso, non è stato inventato dal nulla. Anche nell’antico rito alla Messa Pontificale o prelatizia il Vescovo o prelato stava al Trono fino al Credo compreso e le letture venivano proclamata dalla balaustra e dopo la Comunione si tornava al trono o al faldistorio
2 Rivolti al Signore  l’orientamento nella preghiera liturgica di Uwe Michael Lang     edizioni Cantagalli  con prefazione di Joseph Ratzingher  -   Tournés vers le Seigneur di Klaus Gamber      Editions Sainte-Madeleine
3 le parole  “ovunque sia possibile” in molti ambienti furono interpretate come un irrigidimento, quasi  fosse un obbligo generale  erigere altari di fronte al popolo. Tale interpretazione venne respinta dalla  Congregazione per il culto divino il 25 sett.2000 che dichiarò come la parola “expedit” cioè “è desiderabile”,  non comportasse un obbligo ma fosse un semplice suggerimento (cfr: Rivolti al Signore, opera citata nella nota 2, nella prima pagina della prefazione all’opera stessa, scritta da Joseph Ratzingher)

Vuoi la Tradizione? Falla! (Radicati nella fede, feb.2014)

"VUOI LA TRADIZIONE? FALLA!"
 Editoriale di "Radicati nella fede"

STABILITAS LOCI

  Se c'è un rischio grande, oggi, è quello di credere di vivere le cose perché le si pensa o perché le si vede. Sì, oggi è questa la grande illusione, l'illusione del “virtuale”. Non vogliamo parlare solo di internet, anche di questo, ma non solo di questo.
  C'è nel mondo tradizionale chi, navigando sul web, fa il pieno di informazioni sulla vita della Tradizione, partecipa a tutti i più infuocati dibattiti o intervenendo o lasciandosi agitare, e pensa così di vivere la Chiesa secondo la tradizione. C'è poi un altro genere di “virtuali”, fatto da quelli che, amando viaggiare, vanno in cerca dei luoghi più significativi, dove poter vivere qualche intensa esperienza, che faccia loro gustare un pezzetto della Chiesa di sempre: un giorno sono in un convento, l'altro in un priorato, l'altro ancora in una chiesa dove si canta bene la messa. Nell'approssimarsi di una festa dicono: “Dove andiamo a viverla questa volta, dove sarà meglio?”.
  Entrambe queste posizioni sono ingannevoli e a lungo andare non costruiscono niente, lasciano a mani vuote, non cambiano la vita. Sono entrambe ingannate dal “virtuale” che non diventa mai “carne e sangue”. È un vagabondare pericoloso, che non ti cambia, che sposta fuori di te il problema.
  Potremmo applicare a questo genere di persone il giudizio severo che San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, esprimeva sui monaci vaganti:  “C'è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti girovaghi, perché per tutta la vita  passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri...  ...sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie ... Lasciamoli quindi da parte ...”
  Perché questa sferzante severità da parte del Patriarca del monachesimo? Perché questi monaci, così vagando, non si pongono sotto l'obbedienza di nessuno e sfuggono al primo compito del cristiano, la propria conversione.
  I monaci benedettini fanno due voti: quello di stabilità (nel monastero) e quello della conversione dei costumi, conversione della vita. Ma è evidente che i due voti sono collegati strettamente: come fa il monaco a convertire la sua vita, se stabilmente non si mette sotto un'obbedienza santa, se non segue chi può guidarlo al cambiamento della sua vita? E come fa ad obbedire se non è stabile, se il riferimento della sua vita non è stabile?
  Questo è vero anche per ciascuno di noi, non solo per il monaco. È vero per ogni cristiano. Tanto più per il cristiano che giustamente vuole seguire il Cristianesimo “non modificato”, cioè la Tradizione.
  Per questo, e lo abbiamo già detto, dobbiamo riconoscere un luogo di messa tradizionale, dove accanto alla celebrazione della messa ci sia anche la sana dottrina, e farlo diventare il luogo della nostra stabilità. Solo così sarà edificata la nostra vita, sotto un'obbedienza reale che ci converte.
  Anche nel caso che questo luogo sia molto distante, e quindi impossibile recarvisi tutte le settimane, sarà sempre possibile un riferimento spirituale intenso che ci permetterà un reale seguire. Uno non potrà forse andarci tutte le settimane, ma programmerà il suo esserci nei momenti più intensi dell'anno. Molte volte la difficoltà della distanza invece di essere un inciampo, se aumenta il desiderio, è una grazia: tu che sei distante puoi capire meglio quanta grazia ci sia in quel luogo, che tu non puoi sempre raggiungere.
  Ad altri, più fortunati per vicinanza, sarà invece sempre possibile una fedeltà scrupolosa, alle messe e agli incontri dottrinali, fedeltà che, sola, nel tempo produce grandi frutti.
  La vita cristiana consiste nel seguire Cristo, ma questo seguire passa attraverso quel prolungamento dell'Incarnazione di Nostro Signore che si chiama Chiesa. E nella Chiesa si incarna in volti precisi: quel sacerdote, quel fedele più zelante ecc...
  Non ha proprio senso il vagabondare spirituale, è sterile e se volete ridicolo: vai in un luogo, vuoi vederci una bella Messa cantata, va bene! ma lo sai che, perché ci sia quella Messa cantata, dei fedeli hanno rinunciato alla loro “libertà”, per essere lì tutte le domeniche a cantarla? ...e altri hanno assicurato il servizio all'altare, tutte le domeniche? ...e un prete è lì stabilmente per celebrarla?
Se tutti questi avessero vagabondato negli anni, per cercare “esperienze” spiritualmente interessanti, tu non avresti trovato un bel nulla. Riflettici su questo.
  Sì, è chiesta a molti una conversione in questo senso, una decisione per la vita: vuoi la Tradizione? Falla!... secondo l'autorità che il Signore ti ha dato. Sei prete? Inizia a celebrare la messa di sempre. Sei laico? Recati stabilmente dove un sacerdote, sano per dottrina, ha assicurato la messa della Tradizione, e sii fedele a quella chiesa, perché la tua fedeltà edifichi altri e converta il tuo cuore.
  Non c'è alternativa a questa stabilità.
  Avete mai provato a domandarvi: ma se per un miracolo della Provvidenza, il Papa concedesse libertà totale all'esperienza della Tradizione, sapremmo far frutto di questa libertà? Ci metteremmo, sotto la grazia di Dio, a fare il Cristianesimo secondo la Tradizione? O troveremmo delle scuse per vivere ancora nella recriminazione?
  Volere che la Chiesa torni alla sua Tradizione, lamentandosi o rimpiangendo, fa buttare il tempo, fa buttare la vita... e la vita passa veloce.

giovedì 30 gennaio 2014

Misericordia per tutti i peccatori (giusto) ma nessuna per i Francescani dell'Immacolata...

Nessuna misericordia per i Francescani dell’Immacolata
di Cristina Siccardi, da Corrispondenza Romana del 29.01.2014

Nessuna misericordia per i Francescani dell’Immacolata Questo è «il tempo della misericordia», la Chiesa «deve andare a curare i feriti», deve «trovare una misericordia per tutti… ma non solo aspettarli: andare a cercarli! Questa è la misericordia» (Papa Francesco, Conversazione in aereo, 28 luglio 2013). Questo è «il tempo della misericordia» per dei poveri davvero poveri, che hanno fatto della povertà la loro scelta di vita per essere più simili a Cristo: i Francescani dell’Immacolata.
Tuttavia il silenzio del Papa nei loro confronti è assordante e di ciò le persone se ne avvedono, anche se non ispira, per il momento, i titoli delle prime pagine dei quotidiani. In migliaia e migliaia ormai si conosce la loro limpida storia, che parla da sé: legittimamente vivono la Chiesa (senza distrazioni mondane) e legittimamente hanno iniziato a celebrare in Vetus Ordo (liberalizzato e lodato da Benedetto XVI).
Questo abbracciare la Fede in maniera determinante ed esclusiva ha creato due forze contrapposte: da una parte ha attirato moltissime vocazioni (sia nel ramo

mercoledì 29 gennaio 2014

La famiglia del Populus Summorum Pontificum cresce sempre più

Inutile negarlo: i cattolici legati al Motu Proprio Summorum Pontificum stanno crescendo, nonostante tutto!
Oltre al crescente numero delle Ss. Messe in rito antico che fioriscono sempre più in tutta la penisola, e di cui continuiamo a dare notizia, un'altra prova è che il sito Populus Summorum Pontificum su Facebook ha raggiunto quota 7000 in pochi mesi!!!!

E' ovvio che queste cifre hanno un significato relativo, ma resta comunque un traguardo significativo e il trend è più che significativo!  Nonostante varie vicissitudini la famiglia "Summorum Pontificum" si sta sempre più allargando!
Avanti così !!!

Sul (neo) card. Parolin: un lettore racconta la sua esperienza (liturgica) positiva.

Pubblichiamo volentieri una lettera che un lettore ci ha inviato, in cui ci partecipa le sue buone impressioni che ha sul neo cardinale Paroli, Segretario di Stato di Papa Francesco. Speriamo che tenga fede alla sua indole anche ora che lavora al Secondo Piano del Palazzo Apostolico. 
Roberto

 Gentile Redazione,

ho letto volentieri l'articolo riguardante il cardinalato all'arcivescovo di Perugia.
Non ho ancora letto niente su mons. Parolin.
A tale proposito vorrei raccontare un mio aneddoto personale. Ogni anno mi reco a Roma per partecipare alle cerimonie della Settimana Santa presso l'Istituto "Villa Nazareth", un collegio universitario appartenente al Vaticano.
Per qualche anno è stato cappellano mons Parolin, per noi don Piero. Con mia grande meraviglia ha dato uno stile alle liturgie e alle adorazioni in discreta e netta diversità dal passato. Si iniziò con la reintroduzione della missa De Angelis, la sostituzione di "Pane del cielo" con Adoro te devote,  il velo omerale, il turibolo, e alla fine, su mio suggerimento, è comparso un
ostensorio. Il tutto in punta di piedi, senza voler dare nell'occhio.
Io e don Piero poi tornavamo verso nord in macchina. Lungo l'autostrada recitavamo le lodi e quindi cantavamo il Te Deum in latino, io con li libro, lui, alla guida, a memoria.
Nella breve conoscenza che ho fatto con lui, abbiamo affrontato il tema della liturgia, dell'importanza della lingua latina, del canto gregoriano, dei vesperi solenni: mi sono trovato sempre in sintonia.
Ricordo una sua affermazione: "Non abbiamo più una preghiera da poter recitare tutti insieme, nenche il Pater noster".
Ora questo prete semplice, si direbbe un curato di campagna, dai modi miti, ma che nasconde una grande preparazione sacerdotale,  è diventato il numero due della Chiesa. 
Spero che non ci deluda.
PV

martedì 28 gennaio 2014

Papa Francesco, figlio di S. Ignazio, gran devoto di Maria.

di Don Alfredo M. Morselli 

Ave Maria! 

Chi ha avuto occasione di leggere i miei interventi su Messa in Latino, sa che sono più papista del Papa, incline a mettere in pratica anche gli errori di stampa dell'Osservatore Romano, quasi come i comunisti trinariciuti - di guareschiana memoria - mettevano in pratica i refusi de L'Unità. 
Vi devo confessare tuttavia che è capitato, qualche volta, mentre leggevo il quotidiano della S. Sede con la mano sinistra, e portavo alla bocca il cucchiaio di tortellini con la destra, che alcune espressioni di Papa Francesco mi abbiano fatto andare di traverso il brodo di cappone, provocando violenti colpi di tosse. 
 Sono felice oggi di poter riparare alla poca fede che fu causa di quei rigurgiti: la Provvidenza mi ha fatto capitare tra le mani un meraviglioso libretto: Maria e la Compagnia di Gesù, del P. A. Drive, naturalmente sj, Siena 1898. 
Il frontespizio porta il melanconico timbro della biblioteca della Domus probationis della provincia veneta della stessa Compagnia: una delle tante case religiose chiuse nella primaverile fioritura post-conciliare (come diceva mia nonna, le stagioni sono proprio cambiate). 
Mi piace pensare che questo libro possa essere passato tra le mani - prima di finire su eBay - di p. Giorgio Bettan e di p. Leandro Tiveron, due degnissimi figli veneti di S. Ignazio, da cui ho ricevuto tanto bene. Sullo stesso frontespizio una frase del gigante p. Nieremberg: " Non si può dire Congregazione di Maria, meno che Compagnia di Gesù ". 
 Leggendo questo libro, si possono facilmente scoprire le radici della tenera devozione mariana che il Papa - da buon figlio di S. Ignazio - non perde occasione di manifestare. 
E così, in riparazione del brodo di cappone andatomi di traverso, riporto alcuni stralci anche per i lettori di Messa in Latino.

 I- S. Ignazio devoto di Maria (pp. 1-28) 

1 - Subito dopo la conversione, nelle lotte contro il demonio 
"Stando egli una notte vegliando - racconta il P. Ribadeneira - gli apparve la Regina degli Angeli, che tra le braccia portava il suo preziosissimo Figliolo, la quale con lo splendore della sua chiarezza lo illuminava, e con la soavità della sua presenza lo ricreava e lo ingagliardiva. 
Durò buono spazio di tempo questa visione; laonde egli sì grandemente aborrì la sua vita passata, e specialmente i brutti e disonesti piaceri della carne, che pareva che, come da una mano, tutte le deformi rappresentazioni si levassero dall'anima sua" (p. 3).
2 - Tenerissimo affetto 
"Aveva fatto legare con molta eleganza un libro, nel quale, con molte ben formate lettere…, scriveva, per tenerli a memoria, i detti e i fatti, che più notabili gli parevano, di Gesù…, della Vergine Maria e degli altri santi; e gli aveva in tanta devozione che quelli di Nostro Signore scriveva in lettere d'oro, quelli della Santissima Madre con lettere azzurre, e gli altri dei santi con altri e diversi colori secondo i vari affetti della divozione sua" (p. 3). 
I biografi raccontano poi che, dopo la conversione, S. Ignazio portava sul petto un'immagine, che prese il nome di Madonna del cuore; rappresentava l'Addolorata ai piedi della Croce, con il cuore trafitto da una spada. 
Quando ne fece dono al nipote P. Antonio Araoz, che penava nel doverlo abbandonare, vedendolo così sconsolato, gli raccomandò di non darla a nessuno, perché "l'aveva portata da quando aveva cambiato vita e ne aveva ricevuto infiniti e opportuni soccorsi in molte necessità dell'anima e in molti pericoli del corpo" (p. 4).
 3 - Cavaliere di Cristo e della Vergine 
È noto come S. Ignazio fece la sua Veglia d'armi di cavaliere di Cristo, il giorno dell'Annuciazione del 1522, donando i suoi vestiti a un povero e offrendo la spada e la daga alla Vergine. 
Scrive sempre il Ribadeneira: "Era… la vigilia di quell'allegro e gloriosissimo giorno, che fu principio di ogni nostro bene, nel quale il Verbo eterno nella viscere della sua Santissima Madre si vestì della carne nostra, quando egli se ne andava in tempo di notte con la maggior segretezza che poteva; ed a caso incontrandosi con un uomo povero, mendico e con le vesti stracciate, gli diede i suoi vestimenti, fino alla propria camicia; ed egli si vestì di quel suo tanto desiderato sacco che comprato aveva; ponendosi poi a ginocchioni avanti all'altare della gloriosissima Vergine. 
E avendo letto nei suoi libri di cavalleria, che i novelli cavalieri sogliono vagheggiare tutta una notte intera in una chiesa, per imitare anch'egli quel rito militare se ne stette tutta la notte vegghiando, parte in piedi e parte in ginocchio, avanti l'immagine della Vergine, raccomandandosi di cuore e amaramente piangendo i suoi peccati con proposito per l'avvenire di emendare la vita sua" (p. 8).
4 - Una rapida scorsa 
I limiti di un articoletto sul blog non mi consentono di citare i tanti episodi; ho scelto i primi perché particolarmente commoventi, ma ometto giocoforza la descrizione dei più importanti: i primi voti della Compagnia a Montmartre, il giorno dell'Assunta, dove si venerava la Madonna addolorata; la visione nel santuarietto della Madonna della Storta a Roma, dove il nostro santo vide il Padre eterno chiedere a Gesù, in atto di portar la croce, di accettare Ignazio come servo; la prima Messa a S. Maria Maggiore; la formula della professione Ego N. promitto omnipotenti Deo, coram ejus Virgine Matre etc. etc. 
5 - La vita mistica con Maria 
Col passar del tempo la Madonna si faceva sentire con la sua presenza nell'anima di S.Ignazio, ormai non più per aiutare il neo-convertito a superare le tentazioni più grossolane, ma per inondare con la gioia della sua presenza il cuore del grande santo. 
Purtroppo, prima di morire, l'umile servo di Dio fece sparire tutte le note concernenti la sua vita interiore; tuttavia è sopravvissuto per dimenticanza un quadernetto di quaranta pagine. 
Pochi scarni stralci ci danno un'idea di quale grado di unione ci fosse tra la Vergine e S. Ignazio: "al momento di uscire per dir la Messa, mi si rappresentava la Madonna: ebbi un certo sentimento di sua presenza… ebbi come un sentimento che il Padre Eterno si mostrasse propizio ed avesse caro d'esser pregato con la mediazione di Maria… sentii vivamente che la Vergine m'era favorevole presso il Padre… durante la consacrazione non poteva non sentirla e vederla come causa o canale della grazia…" (pp. 18-20).

II - La Madonna negli Esercizi Spirituali 

(pp. 29-41)  "…a chi deve la Compagnia gli Esercizi, se non a Colei che i figli d'Ignazio sogliono chiamare: Fundatrix et Magistra Exercitiorum?" (p. 31). S. Ignazio è stato istruito dal Cielo per redigere gli Esercizi, ebbe Dio come maestro principale e "v'ebbe la Beatissima Vergine ancora: così affermava il p. Lainez (uno dei primi compagni di Ignazio e suo primo successore - n.d.r.); così è la costante tradizione; così l'arcangelo Gabriele disse a persona di vita perfetta" (D. Vig. Nolarci, Comp. d. Vita di s. Ignazio di Loyola, Venezia 1680, cit. a p. 32). 
La Vergine SS. non solo è autrice degli Esercizi, ma ha, in essi, un ruolo tanto importante quanto discreto. 
La Madonna è presente quando ci vogliono lacrime per piangere i peccati e coraggio per cambiar vita: il primo colloquio della I settimana è con Nostra Signora "perché mi ottenga dal suo divin Figlio tre grazie: la prima di scoprire e detestare profondamente i miei peccati; la seconda di capire il disordine della mia vita, affinché, penetrato dall'orrore ne intraprenda la riforma, e l'ultima di conoscere il mondo e di aborrirne la vanità" (ES 63). 

 La Madonna è presente quando Cristo Re arruola il corpo scelto di coloro che, agendo contro la propria sensualità e il vano onore mondano, vogliono fare di se stessi un'offerta di maggior valore; questi dichiarano che vogliono e desiderano imitare Gesù nel patire ogni ingiuria, ogni disprezzo e ogni povertà così reale come spirituale. 
Dove trovare il coraggio per questa offerta, se non davanti alla infinita bontà di Dio, e rivolgendo lo sguardo alla sua Madre gloriosa? (ES 97-98) 

La Madonna è ancora presente quando bisogna schierarsi sotto lo stendardo di Gesù Cristo, quando bisogna scegliere tra ricchezza, onore mondano e orgoglio da una parte, povertà, umiliazione e amore al disprezzo dall'altra: prendendo coscienza che non ci sono vie di mezzo, ma solo due campi: assolutamente o o, nessun compromesso, nessun e e, nessuna terza via. 
Anche qui la Vergine è invocata al I colloquio: "chiederò a Nostra Signora che mi ottenga da Suo Figlio e Signore la grazia di essere ricevuto sotto il suo stendardo… nella povertà attuale… nel sopportare obbrobri e ingiurie, purché - unico motivo che possa mitigare questa scelta - possa sopportarli senza peccato di persona alcuna e dispiacere di sua divina Maestà" (ES 147). 

La Madonna è naturalmente presa in considerazione da S. Ignazio anche nelle contemplazioni dei misteri della vita di Gesù Cristo: ci è chiesto di guardare 
la casa e la stanza di Nostra Signora (ES 103), 
il suo viaggio a Betlemme seduta su un asina (ES 111), 
quando riceve - dopo la circoncisione - il suo Figlio insanguinato (quae compatiebatur de sanguine qui de Filio exibat - ES 266), 
il saluto di Gesù alla sua Madre benedetta all'inizio della vita pubblica (ES 273), 
l'intervento di Maria alle nozze di Cana (dichiara al Figlio la mancanza di vino e comanda ai servi - ES 276), 
quando Gesù viene deposto dalla croce al cospetto della Madre sua addolorata (ES 298): 
infine il santo ci chiede di visitare la casa dove si trovava Nostra Signora il sabato santo, osservando le singole parti di essa (ES 220), in attesa della resurrezione del Figlio, di cui la Scrittura non parla supponendo che i lettori abbiano intelletto, e che quindi non possono far altro che ritenere che Gesù è per primo apparso alla Vergine Maria (ES 299).

Papa Francesco e S. Ignazio 

In base a quanto sopra, possiamo concludere che Papa Francesco è devoto di Maria perché degnissimo figlio di S. Ignazio: il suo invito a raggiungere le periferie esistenziali non è altro che l'invito di Cristo Re, Signore di tutto il mondo, che sceglie tante persone, apostoli, discepoli ecc.; e li invia per tutto il mondo a diffondere la sua sacra dottrina fra persone di ogni ceto, età e condizione (ES 145). 

Il suo amore per la povertà deriva dalla sua scelta irrevocabile di volere imitare Gesù Cristo nella povertà reale come spirituale: e mentre il demonio invia i suoi in tutto il mondo, non tralasciando province, luoghi, stati di vita, né alcuna persona in particolare, ordinando di cominciare a sedurli con la cupidigia delle ricchezze (ES 141-142), Papa Francesco vuole una Chiesa che prima tragga tutti a somma povertà spirituale (ES 146). 

E in che cosa consiste il più volte deprecato modello di chiesa che si auto-referenzia, se non a quella che S. Ignazio chiama seconda classe di uomini? 

Si tratta di chi vorrebbe lasciare l'affetto ma a condizione di mantenere la cosa posseduta, cosicché Dio venga là dove lei vuole e non si decide a lasciarla per andare a Dio, benché fosse il miglior stato per lei. Ecco il grande pericolo per Papa Francesco: cristiani che pretendono che Dio si adegui ai nostri progetti e alla nostra idea di Chiesa, e che non si decidono a farsi guidare in tutto dallo Spirito; secondo il Papa questo peccato è radicalmente peggiore di un svarione dottrinale che può scappare a chi generosamente si dona e si sguinzaglia per annunciare il Regno di Dio. 

Pensiamoci bene: noi tradizionalisti, abbiamo ricevuto più danni dai modernisti strictu sensu, oppure da moderati, che - senza poter essere accusati di deviazioni dottrinali - hanno con finissima e clericalissima diplomazia insabbiato, rallentato, creato scenari kafkiani alle richieste di celebrazione dell'antico rito? 

E hanno fatto più danni i modernisti, o chi - sicuramente non modernista - ha taciuto, ha lasciato fare, non ha vigilato, per evitare guai e fare carriera? 

Hanno fatto più danno i progressisti più spinti, o chi si è trincerato dietro il coraggio se uno non ce l'ha, non se lo può dare, rifiutandosi nel contempo, accuratamente, di chiederlo? 

Per Papa Francesco il pericolo è il clericalismo, ciò che don Giussani descriveva come servirsi di Cristo piuttosto che servire Cristo.

Conclusioni 

Questo Papa, così ignaziano e mariano, è una sfida anche per noi tradizionalisti: se preferirei di gran lunga un fiero e tonante Sia lodato Gesù Cristo a un normale buon pranzo o buon giorno, se mi va di traverso il brodo di cappone al leggere alcune interviste (interviste, non magistero), sono affascinato dal terribile richiamo all'essenziale di Papa Francesco. 
E allora piego le ginocchia davanti al Santissimo e la testa sul manubrio, accolgo la sfida del Vescovo di Roma, stringo ancora di più i denti e la Croce, nella speranza che questi terribili giorni siano abbreviati. E siccome anche S. Ignazio ci ricorda che gli stendardi sono solo due, che non ci sono molti campi, chissà che in tempi prossimi ciò che oggi sembra molto distante non apparirà presto una confessione all'unisono: le nubi della crescente cristianofobia preludono a tempi di grande persecuzione per la Chiesa; se così sarà, voglia Dio e ce l'ottenga Nostra Signora, di esser pronti, abbracciati, con Papa Francesco, a quell'unico stendardo - Vexilla Ragis et Reginae - per celebrare quella particolare forma di Messa che è il martirio. 


Festa della Candelora in Rito Antico a Prato


Oratorio San Filippo Neri di Prato
Via della chiesa di Santa Cristina 2 - Prato

Domenica 2 Febbraio ore 11.00
In Purificatione Beatæ Mariæ Virginis
  
Alla tradizionale processione seguirà la S. MESSA cantata 
durante la quale un Novizio sarà accolto in Oratorio.


Frati F.I.: la stampa parla di loro. "C'era tanta gente che piangeva..." (di. F. Agnoli)

La stampa parla dei F.I. : “c’era tanta gente che piangeva…”

Sui F.I. si stanno accendendo i riflettori: è un bene, perchè lo sporco, con la luce, viene fuori. Ci vorrà tempo, ma verrà fuori del tutto.
Venerdì  un lungo articolo sul Secolo XIX di Genova spiega che i Francescani sono stati “cacciati dai conventi del ponente ligure“. Il giornalista, Paolo Crecchi, parla apertamente di “spietatezza” usata nei loro confronti; parla anche di “epurazioni“. Quanto all’epuratore, padre Volpi, il giornalista spiega di averlo cercato “invano“. E chiude scrivendo che il sacerdote che è stato mandato a sostituire i F.I. ha detto: “C’era tanta gente che piangeva per la partenza dei frati. Sono uomini buoni“.
In loco, le cose si vengono a sapere. E la gente che piange, per la partenza dei frati, è molta, anche altrove. Ma Volpi e Bruno non ci sentono.
Anzi, continuano a raccontare menzogne. Come dimostra l’articolo di oggi sul Corriere della Sera. Richiesti dal giornalista del perchè della chiusura della casa di Imperia, qualcuno (Volpi, o Bruno?) ha risposto che 3 frati sono “troppo pochi per poter far fronte alla nostra regola di vita comunitaria e agli impegni pastorali“. Spiegazione evidentemente falsa e mendace. Si sono chiuse tutte le case nella diocesi di Albenga, perchè, come è noto, il padre Volpi ha così ritenuto di vendicarsi di mons. Oliveri, vescovo della città ed aperto estimatore dei F.I.
Il Corriere continua spiegando che l’ordine, sempre a detta dei frati consultati (cioè Bruno, Volpi o chi per loro), sarebbe spaccato tra una “minoranza” che non capisce i modi degli epuratori, e “non vuole cedere il potere” e una maggioranza collaborativa.
Trattasi invece, come ormai è chiaro, di una ulteriore menzogna, che si potrebbe smentire semplicemente leggendo le precedenti circolari di padre Volpi (pubblicate su questo sito), in cui il cappuccino epuratore ammette apertamente di aver trovato molte resistenze a destra e a manca, tra frati e  laici… Qaunto al potere, si vede bene chi lo vuole, tutto per sè. Per la verità, si vedeva anche prima: osservando, da fuori, il presenzialismo asfissiante di padre Bruno…
La chiusura è quella solita: “Il papa ci è molto vicino e gli siamo grati“. Nascondersi dietro il papa è ciò che Volpi e Bruno stanno facendo per giustificare ogni loro abuso.
Si tratta di un modo di fare meschino, per due motivi: il primo, perchè è evidente a tutti che il papa è stato a lungo informato da una sola campana, quella di Volpi, Bruno e amici (di questo dovrebbero fare “mea culpa” i F.I. stessi, che hanno lasciato per anni Bruno in posizioni di potere e gli hanno permesso di tenere tutte le relazioni più importanti, in curia e con i media; relazioni che Bruno ha saputo gestire, con abilità volpina, pro domo sua); il secondo, perchè l’argomento di autorità, utilizzato in questo modo, è la classica ammissione di mancanza di argomenti.
Chi mente sempre (vedi la bugie sulla chiusura della casa di Imperia, e quella sul fatto che a non condividere i modi di Volpi e Bruno sarebbe una “minoranza“), mente, è facile immaginarlo, anche al papa. Anzi, a maggior ragione, mente all’autorità, in nome della quale dice di compiere l’abuso. E’ smpre successo e succederà ancora…

lunedì 27 gennaio 2014

Frati F.I.: lettera aperta al Papa da un lettore inquieto.



Lettera aperta al Santo Padre sui Frati Francescni dell'Immacolata
                                                                                                                                             

Santità, 
non voglio essere irriverente, ma nemmeno “ingessato”: mi rivolgo a Voi (e qui il plurale non vuole essere “maiestatis” ma indicare più persone, Lei e i Suoi più stretti collaboratori ed ispiratori) per avere qualche risposta e chiarimento.
Sono un cattolico perché credo non solo in tutto ciò che sta scritto nel Credo, ma anche in ciò che riportano i Novissimi, e penso anche che siano importanti, utili ad un buon percorso verso il Paradiso le devozioni all’Immacolata e ai Santi, le processioni, le novene, i tridui, la adorazioni Eucaristiche, i rosari, ecc…
Sono anche sicuro dell’opera ordinaria e straordinaria del demonio anche e specialmente oggi; opera che ha portato il mondo nell’attuale situazione di immoralità, di perversione, di rilassatezza, di allontanamento dal Cristianesimo.
In questo caos però c’è necessità di avere certezze e conferme su ciò che è bene, da perseguire, e ciò che è male, da evitare. 
Ora il Suo condivisibile predicare amore, carità, misericordia si scontra terribilmente con l’operato scandaloso di un Suo rappresentante, un Suo uomo di fiducia: il Commissario dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata.
Ciò che ha fatto questo padre Cappuccino in questi mesi parla da sé, l’elenco delle sue “imprese” si può trovare tranquillamente nei numerosi articoli e post su Internet, così come si può appurare che non c’è mai stata prova documentata e resa pubblica dei presunti misfatti dei quali sono accusati i Fondatori e l’ex “gruppo dirigente” dell’Istituto prima del commissariamento.
Accuse false, basate su insinuazioni e mistificazioni, che coloro che conoscono bene i Francescani dell’Immacolata sanno da dove provengono e perché.

Quei (pochi) fedeli a Santa Maria Maggiore per pregare e protestare...

Ci scrive una fedele che si è recata nella basilica di Santa Maria Maggiore in Roma per l'incontro programmato per sabato scorso 25 gennaio 2014 (si veda qui e qui) per dare spazio e voce ai fedeli tradizionalisti che reclamano i propri diritti e si oppongono al tentativo di essere sempre più ghettizzati.
Purtroppo per diversi motivi, l'affluenza è stata scarsissima. E ce ne dispiace. Anche se era quello che si temeva in silenzio.
Non possiamo però mettere la testa sotto alla sabbia, e non possiamo negarne i motivi. 
Uno di carattere pratico, un altro ideologico. 
Partiamo dal primo. Si sa che per riuscire a organizzare un incontro internazionale mediamente soddisfacente (ma mai con numeri "da stadio", FSSPX a parte), che riunisca varie "ale" del movimento filotradizionalista ci vogliono moltissimi mesi e molto sforzo da parte del CISP. Questo di sabato invece è stato organizzato in  pochi giorni e un po' alla rinfusa. 
Secondo motivo: la situazione del movimento c.d. "tradizionalisti" è sofferta e lacerata anche da divisioni interne.  Quindi oltre a maggior tempo, sarebbe stata necessaria anche maggior diplomazia e a bilità organizzativa (perchè, diciamo, anche tra i c.d. tradizionalisti ci sono molte primedonne e molte persone permalose e rancorose).  
Per queste due pur solo abbozzate ragioni non si poteva quindi immaginare che per una manifestazione di protesta, organizzata così in fretta si potesse riunire un numero cospicuo di fedeli!
Riunioni come queste -dagli esiti molto incerti- se non ottimamente organizzate rischiano di ridursi ad  un vero e proprio buco nell'acqua, e finiscono per essere più dannose che utili. 
Ed è quello che -ahinoi, non possiamo negarlo- è stato per l'incontro organizzato per sabato scorso,pur con le ottime le intenzioni e il lodevole sforzo di molti -MiL in primis- e di quanti abbiano partecipato. 
Ci sono alcuni che hanno visioni più rosee e ottimistiche, come si legge, ad esempio su altri siti parimenti impegnati in prima linea nel dare voce alla protesta (si veda ad esempio qui), ma sarebbe da ingenui e da poco realisti chiudere gli occhi davanti alla realtà ed edulcorare eccessivamente il flop di sabato scorso. 
Ce ne dà un mesto resoconto la lettera che pubblichiamo di seguito. 
Il nostro non vuole essere una critica negativa e sconfortante (intimamente speravamo che partecipassero più persone) ma intendiamo lanciare solo un'esortazione ad avere gli occhi aperti sulla reatà delle cose, e a dare un incoraggiamento: prendendo atto degli errori si potrà sicuramente imparare e migliorare per organizzare meglio il prossimo incontro.
Ringraziamo quanti hanno partecipato (sia dentro sia fuori alla basilica) e a quanti hanno curato la recita del rosario (si veda qui).

Roberto

     Spett.le redazione di MiL,

per amore di verità vorrei dire che ieri pomeriggio  [sabato 25 gennaio 2014 n.d.r.] ero presente in Santa Maria Maggiore alle 16:00 per aderire alla proposta del "cari tradizionalisti facciamoci sentire...ecc" comparsa su vari siti e blog tradizionalisti. Vorrei innanzitutto dire che non c'è stata nessuna veglia, se per veglia s'intende una liturgia con uno schema di preghiera ben definito e che si prolunga nel tempo. Non c'era nessun folto drappello, ma un gruppetto di persone che si sono messe a pregare in latino il rosario, ne più ne meno come qualunque gruppo di fedeli che era in quel momento presente in basilica.
Sarebbe opportuno altresì spiegare a quanti leggono il blog il motivo reale per cui è stata abolita la Messa nella Cappella Cesi, onde evitare di accendere la miccia quando non è necessario.
Aggiungo altresì che alcune persone sono rimaste fuori dalla Basilica perchè la reale intenzione era quella di protestare e questo va fatto in un certo modo e non dicendo un bel rosario in chiesa, rimanendo nell'anonimato più assoluto, quantunque ci vorranno molti e molti rosari per sperare che qualcosa possa cominciare a cambiare davvero!
Per finire, oltre che pregare (santissima cosa!) perchè non ci si incontra per fare il punto della situazione e programmare meglio eventuali iniziative?

"Non praevalebunt!"



"  Corvi e rapaci uccidono le colombe del papa. Presagio nefasto?
... Le mura della Santa Sede, dei Palazzi Apostolici, dell’Appartamento Privato dei Romani Pontefici, quelle pareti lì sono benedette dalla presenza, dall’antico respiro quotidiano di quello sventurato uomo chiamato volta per volta ad essere il Vicario di Cristo. 
Quelle mura impregnate dei sospiri doloranti di tanti papi, godono di una speciale protezione. Dall’alto. 
Persino gli elementi, gli animali sembrano accorgersene. ... 
Quelle mura lì, da quasi un anno, sono mura come tutte le altre, la grazia sembra averle abbandonate.  Insieme al papa. 
Il papa non è più lì, e anche quello che c’era prima è altrove. 
Ancora una volta gli elementi, gli animali, emblematicamente, sembrano accorgersene. 
È stato triste, tristissimo vedere la colomba straziata… a momenti mi venivano le lacrime… ma andiamo con ordine. 
Bando ai sentimenti: devo recitare la parte del “vaticanista”. 
Anche se un po’ male sto". 

 ... 

" Lo avrete visto nei tg, il volo delle colombe (della pace) dalla finestra dell’Angelus, o meglio dalla finestra che una volta era quella dello studio del papa, ed oggi come sappiamo è desolatamente disabitato. 
E vabbè, facciamo finta che è tutto normale. 
Volo delle colombe del papa insieme a due ragazzi dell’Azione Cattolica romana, e solitamente una la fa volare un ragazzo/a e l’altra la fa volare il pontefice: da quando Paolo VI iniziò questa tradizione, il papa ha fatto volare questa colomba… " 

(Anche le "colombe della pace" lanciate dal Beato Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI subirono gli attacchi da parte dei rapaci ma riuscirono a salvarsi rientrando dalle finestre dell'appartamento papale che erano aperte perchè era abitato. N.d.r. )

"Giovanni Paolo II commentò: “Lo Spirito Santo sotto forma di colomba, è rientrato per controllare che il Papa faccia tutto bene”
Lo stesso con Benedetto XVI: “Si vede che lo Spirito Santo vuole stare con il Papa, ma poi troverà la strada per andare”. 
Fino all’anno scorso, 
quando alcuni osservatori col fiato sospeso assistettero a uno spettacolo inquietante: si notò un gabbiano per la prima volta avventarsi contro la colomba del papa, la quale però trovò riparo nella persiana della finestra della camera da letto papale e, ci tenne a dire Padre Lombardi, “la colomba si è salvata ...
... Quest’anno è stato diverso, 
francamente non c’è stata alcuna suspense: il Papa non ha lanciato alcuna colomba, nessuna delle due è rientrata nell’appartamento, quasi a sottolineare l’abbandono di quelle che erano chiamate “sacre stanze” e il gabbiano ci ha riprovato e questa volta pare con successo, uccidendo la colomba in volo ( v. sequenza fotografica sotto ). 
Sembra che la colomba (della pace) non abbia trovato alcun riparo e la foto la ritrae nel becco del gabbiano. 
La finestra della camera da letto del papa era chiusa: li non abita più nessuno. 
Nessuna grazia, nessun riparo . ... 
Oggi, nell’assalto alle colombe del gabbiano rapace, s’aggiunge il corvo. 
Uccello sinistro, simbolicamente. 
Presagio nefasto?. ”. 

Una cosa è certa : dopo il magnifico Angelus di ieri del Papa Francesco, ci sentiamo in dovere di moltiplicare le nostre preghiere per Lui  e per la Santa Chiesa Cattolica !





Ritorni inquietanti: la bandiera di tutte le ideologie che si travestono da “cristiane” 


Foto 2 e 4, assieme  al  testo copiato,  da :  Qelsi Quotidiano

Foto 3 da :  Ansa 

Aggiunta. Segnaliamo anche questoArticolo su Inter multiplices Una Vox  .

domenica 26 gennaio 2014

"Alla mica veste nera" (di Mons. F. Ogliati, 1959)

Preti in talare

“Alla mia veste nera”
di Mons. F. Olgiati, 1959
da Missa gregoriana

      O cara veste nera, 

da alcune settimane tutti parlano di te. Nel volume su L’attività della Santa Sede nel 1958 era detto: “Attese le varie richieste pervenute circa l’abito talare, è stata iniziata una vasta indagine sulla questione della forma dell’abito ecclesiastico, ed è stata concessa agli ordinari diocesani (cioè ai Vescovi) qualche facoltà di dispensa, in casi particolari, ferma sempre restando la regola di usare la veste talare nell’esercizio della potestà di ordine e di giurisdizione”.
Queste poche righe hanno dato origine a mille discussioni, anche sulla stampa nostra. E le fantasie hanno galoppato.
Alcuni si sono appellati alla storia, dal secolo V ai Concili Lateranense IV (213) e Viennese (1312), che agli ecclesiastici imposero un abito diverso dal comune, da Sisto V a Pio IX.
Altri hanno fatto ricorso alla moda dei paesi tedeschi ed anglosassoni, che concedono ai sacerdoti l’abito cosidetto alla “clergyman”, pur imponendo la “talare”, come esige il Codice di Diritto canonico, nelle funzioni sacerdotali.
Altri hanno rievocato i tempi della Rivoluzione francese, quando anche in Paesi latini – come oggi nelle terre comuniste – il clero, a causa della persecuzione, non si distingueva affatto per i suoi abiti dai laici.
Altri, infine, hanno osservato che “la veste talare, oltre ad essere fastidiosa d’estate e ingombrante sempre, diventa un ridicolo intralcio ed anche un reale pericolo quando, proprio per ragioni del suo ministero, il prete deve usare la bicicletta e la motoreta”, mezzi diventati, ormai, indispensabili per chi è in cura d’anime. Nè è da omettersi, hanno aggiunto, “la tendenza del clero non ad isolarsi in una torre d’avorio, ma ad accostarsi il più possibile alla vita del popolo cristiano affidato alle sue cure, a dividerne le sofferenze e le contrarietà”.
Cara mia veste nera, pur sapendo che non si tratta di una questione sostanziale, ma solo d’una materia disciplinare di esclusiva competenza dell’autorità ecclesiastica, io non ho potuto fare a meno di guardarti e di meditarti.
Sono vecchio e ti voglio bene.
Tu mi perdonerai se io non mi interesso degli argomenti accennati. Non voglio discuterli. Solo voglio dire a te una parola. Ti porto da tanti decenni. Quando ero fanciullo e, prima degli undici anni, entrai in Seminario, si usava indossarti fin dalla prima ginnasiale e tenerti anche nelle vacanze. Ricordi, mia cara veste nera, il giorno della mia vestizione? Ti aveva preparata la mia santa mamma, povera ed inesperta, aiutata da una vecchia sarta volenterosa. Assisteva al rito e pianse quando il vecchio Prevosto me ne rivestì e asperse. Con la benedizione del Parroco e con le lacrime materne uscii dalla chiesa. Com’ero felice, o mia cara veste nera! Potevo io concepire un tesoro più grande e più prezioso di te? Lo fosti sempre durante i miei dodici anni di Seminario e in seguito per tutta la mia vita.
In Seminario subito mi hanno insegnato a baciarti, quando alla sera mi spogliavo per andare al riposo. Quanti baci e di che cuore!
O veste nera della mia prima Messa e di tante Messe celebrate e di tanti azioni sacerdotali compiute! O veste nera, che accanto al letto dei morenti avevi un significato ed un tuo singolare linguaggio! O veste nera, che non mi hai mai costretto ad isolarmi in una torre d’avorio, pur ricordandomi in ogni occasione il mio sacerdozio, anche nel fervore di dispute accese e nelle battaglie per la difesa della verità, in congressi, in associazioni, nelle scuole!
Tu hai conosciuto talvolta, soprattutto in alcuni tempi, l’insulto villano del teppista; ma quanto in quei momenti sono stato fiero di te e ti ho amato!
T’ho riguardata sempre come una bandiera…bandiera nera, sì. Simbolo di morte. ma non potevo vergognarmi, perchè mi simboleggiavi il Crocifisso, che, appunto perchè tale, è risurrezione e vita.
Ora che sono al tramonto, sentendo discorrere di te, ho capito sempre più e sempre meglio che ti amo tanto.
Non so se ti modificheranno, se ti sostituiranno, se ti cambieranno. Avranno le loro ragioni. Anzi, se scoppiasse una persecuzione, ti strapperebbero da me. Non importa. Persino in questo caso tu saresti nel mio cuore. E vi rimarrai per sempre.
Quando tra breve chiuderò gli occhi, voglio che tu scenda con me nella tomba. Rivestito di te, avvolto nelle tue pieghe, dormirò più tranquillo il sonno della morte. Più non potrò darti il bacio del mio affetto. Il mio cuore più non batterà. Ma se qualcuno potesse leggere nelle sue fibre più profonde, troverebbe scolpita una parola di amore e di fierezza per te, o cara e dilettissima veste nera…
Maggio 1959