sabato 20 settembre 2014

"Le forme del Sacro": la prefazione di don Nicola Bux

 (Ringraziamo l'Autore del libro Prof. Luigi Martinelli per averci gentilmente fornito questo significativo testo da pubblicare su MiL)


Il saggio di Luigi Martinelli (QUI la scheda illustrativa del libro pubblicata da MiL) ha l'obiettivo di indagare la liturgia nei suoi aspetti formali ed esteriori, esaminando il linguaggio dei segni, dei simboli e dei gesti propri della celebrazione eucaristica. 
L’autore, pur non essendo teologo o liturgista, ma un giovane studioso con una formazione artistico-letteraria, in specie sulla storia del teatro e della performance, grazie a questa sua predisposizione all’osservazione del mondo vissuto e dei corpi in azione nello spazio, ha potuto mettere per iscritto, come fosse una «critica teatrale», le sue impressioni sulle “due forme” del rito romano, secondo il dettato di Benedetto XVI nel Motu proprio Summorum Pontificum, operando un confronto comparativo tra gli elementi espressivi di ciascuna delle due forme, valutandone le potenzialità e i limiti. 
È messa in risalto la «forma straordinaria» poiché in essa, secondo l’autore, forma e contenuto sono in equilibrio, mentre invece, nella forma ordinaria scaturita dalla riforma liturgica postconciliare, prevalgono quasi esclusivamente i contenuti, indebolendo, in tal modo, la nozione stessa di rito. 
L’opera, che è lo sviluppo ulteriore della tesi di laurea dell’autore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, permette di constatare, come anche al di fuori dei seminari, delle facoltà teologiche e degli uffici liturgici si assista ad un rinnovato interesse nei confronti della liturgia, specialmente tra i giovani, in particolare verso quelle forme tradizionali che la Santa Chiesa ha conservato e trasmesso fino ai giorni nostri. 
Un tale fermento culturale è la condizione ideale per lo sviluppo di quel Nuovo Movimento Liturgico teso a recuperare la ricchezza del patrimonio rituale cristiano per ristabilire il senso del sacro e del mistero nella liturgia cattolica. In una società come quella attuale, sempre più informatizzata ed ipertecnologica, in cui le persone, soprattutto giovani, sono continuamente interconnesse fra loro, le informazioni che ricevono raggiungono numeri smisurati, divenendo così il bersaglio di un vero e proprio bombardamento informativo da parte di molteplici canali multimediali. 
A fronte di questo sovraccarico di informazioni che rende l’uomo contemporaneo confuso, frastornato e talvolta disorientato per effetto della sempre più ricorrente sovrapposizione tra mondo virtuale e mondo reale che spersonalizza l’essere umano affossandolo in un individualismo esasperato, è quanto mai necessario che la Chiesa trasmetta il messaggio di salvezza di cui è portatrice non solo affidandosi ai linguaggi scritti e verbali della catechesi, della parenesi, della predicazione, del discorso chiaro e astratto, con il rischio sempre maggiore che le verità annunciate si disciolgano nella baraonda delle informazioni alle quali l’uomo è esposto quotidianamente, ma anche attraverso l’esperienza concreta dell’azione salvifica di Dio per mezzo della liturgia. 
Gli studi più recenti dicono che oggi, l’uomo, per reagire all’asfissiante società dell’informazione, è più sensibile al dato esperienziale piuttosto che a quello puramente dottrinale, occorre quindi ribadire la centralità dell’azione liturgica come luogo dell’incontro con Dio. 
I Lineamenta del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione hanno chiaro che «trasmettere la fede significa creare le condizioni perché l’incontro tra gli uomini e Gesù Cristo avvenga. 
La fede come incontro con la persona di Gesù Cristo ha la forma della relazione con lui, della memoria di lui (nell’Eucaristia)» . 
La liturgia, quindi, è prima di tutto il contesto entro cui si instaura una concreta relazione con Dio, essa non tende primariamente a far approfondire l’atto di fede, a far riflettere, ad insegnare qualcosa, ma a far incontrare l’uomo con Dio proprio perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» . 
È dunque necessario tornare a vivere la liturgia come esperienza di incontro con il mistero di Dio, una relazione che coinvolge tutto il nostro essere, tutta la nostra persona mediante azioni simboliche, gestualità, partecipazione del corpo, dei sensi e dello spirito. 
I tentativi di snaturare la dimensione simbolica della celebrazione, surrogandola con la loquacità e la comunicazione razionale, hanno ridotto la sua significatività. 
Tuttavia la gestualità, i movimenti, l’organizzazione dello spazio, i suoni, le immagini valgono quanto le parole e quasi sempre più di esse, infatti «la trasmissione della fede non avviene solo con le parole, ma esige un rapporto con Dio attraverso la preghiera che è la stessa fede in atto. 
E in questa educazione alla preghiera è decisiva la liturgia con il suo proprio ruolo pedagogico» . 
Oggi, in cui l’approccio alla liturgia sembra essere in bilico tra un intellettualismo raffinato ed un attivismo snervante, rimettere al centro della vita cristiana l’esperienza liturgica come ambito in cui si manifesta ed annuncia l’azione di Cristo, e che quindi si pone anche come prezioso strumento per la Nuova Evangelizzazione, significa dare finalmente compimento alla Sacrosanctum Concilium secondo la quale «la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» .
Questo proposito opera nella direzione di quel «ritorno alle fonti» auspicato dal Concilio Vaticano II e teso a recuperare «lo studio dei santi Padri d'Oriente e d'Occidente e delle sacre liturgie» . 
Consolidare il valore dell’esperienza rituale significa muoversi verso una pedagogia dei sensi, cominciando quindi da un’esperienza celebrativa efficace, evocativa, che suscita domande e come chiave d’accesso alla comprensione del mistero salvifico di Cristo. 
Questo processo è alla base della mistagogia. 
I padri della Chiesa, come Cirillo di Gerusalemme, Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia, hanno richiamato la centralità del mistero di Cristo, convinti che solo la fede in lui, celebrata, professata e vissuta, avrebbe potuto rispondere alle aspirazioni spirituali del loro tempo. 
Caratteristica del metodo mistagogico è di non fare una catechesi sui sacramenti se non dopo la loro celebrazione. 
Questo, perché l'esperienza deve precedere la spiegazione. 
Fare mistagogia significa «scoprire le valenze dei gesti e delle parole della Liturgia, aiutando i fedeli a passare dai segni al mistero e a coinvolgere in esso l'intera loro esistenza» . 
Il suo metodo consiste nel procedere «dal visibile all'invisibile, dal significante a ciò che è significato, dai “sacramenti” ai “misteri”» . 
Il motivo che spingeva i padri a riferirsi costantemente al rito è espresso molto bene da Teodoro di Mopsuestia, quando afferma: «Ogni mistero è l'indicazione in segni e simboli di cose invisibili e ineffabili». 
In occidente, gli fa eco S. Agostino: «Queste cose, fratelli, si chiamano sacramenti proprio perché in esse si vede una realtà e se ne intende un'altra. 
Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale». 
Se con la modernità si assiste ad un’enfasi sulla catechesi e sulla morale, l’arte mistagogica prende le mosse dal rito, legandolo alla Scrittura e all’esistenza. In questa logica emerge chiaramente il valore educativo dell’esperienza concreta; la vita di fede non s’impara efficacemente dalle nozioni, ma dall’esperienza diretta. 
Per i padri della Chiesa la mistagogia, prima d’essere spiegazione del mistero nascosto nella liturgia, è innanzitutto avere occhi per contemplare l'agire di Dio nell'azione sacra.
Secondo questa prospettiva la liturgia «celebra ed esprime il mistero di Cristo, quale mistero di salvezza che si realizza oggi nella Chiesa, nell'azione sacramentale, significativa ed efficace. 
La viva partecipazione all'azione liturgica consente ai credenti di penetrare sempre più nel mistero di Cristo, di coglierne l'ampiezza e la mirabile unità» . 
È dunque indispensabile favorire l’esperienza oggettiva del rito, poiché «la migliore catechesi sull'Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata. 
Per natura sua, infatti, la liturgia ha una sua efficacia pedagogica nell'introdurre i fedeli alla conoscenza del mistero celebrato. 
Proprio per questo, nella tradizione più antica della Chiesa il cammino formativo del cristiano, pur senza trascurare l'intelligenza sistematica dei contenuti della fede, assumeva sempre un carattere esperienziale in cui determinante era l'incontro vivo e persuasivo con Cristo annunciato da autentici testimoni» . 
La liturgia accompagna a relazionarsi con il mistero non attraverso una comprensione intellettualistica, ma immergendosi in una tradizione di segni, di parole, di gesti. 
Per questo il rito ha le sue regole che vanno rispettate con scrupolosità. 
La mistagogia ci chiama proprio a riconoscere nei segni liturgici la presenza viva di Cristo e la Sua azione di salvezza. 
Dunque «riscoprire la metodologia dei padri è importante per rispondere al bisogno visivo di immagini e simboli, che contraddistingue l’uomo contemporaneo» .
In proposito così si esprime Giovanni Damasceno: «La bellezza e il colore delle immagini sono uno stimolo per la mia preghiera. 
È una festa per i miei occhi, così come lo spettacolo della campagna sprona il mio cuore a rendere gloria a Dio» . 
È quindi fondamentale ridare bellezza al segno perché attraverso i segni e i riti agisce la grazia del Signore, che non tocca solo l'intelligenza, ma coinvolge tutto l'uomo con i suoi sensi. 
Rivalutando i segni la liturgia deve riappropriarsi di quel senso del sacro e del mistero necessario affinché l’uomo attinga alla grazia che offre luce e forza perché possa fare esperienza della salvezza nell'oggi della celebrazione liturgica e nel vivere d’ogni giorno. 
In questa prospettiva già il Sinodo del 1985, ha sottolineato che «nonostante il secolarismo, esistono anche segni di un ritorno al sacro. 
Oggi infatti ci sono segni di una nuova fame e sete per la trascendenza ed il divino. 
Per favorire questo ritorno al sacro e per superare il secolarismo dobbiamo aprire la via alla dimensione del “divino” o del mistero».
Il sacro si fa presente in una bellezza 'normativa' (rito = ordo) a cui bisogna prestare servizio a tutto vantaggio della cattolicità del culto, infatti il rispetto di un ordo e la sua ripetizione dà forma, forgia lentamente e gradualmente l’unico corpo di Cristo. 
Purtroppo ai giorni nostri la liturgia della Chiesa attraversa una profonda crisi teologico-dottrinale e rituale, quindi si sono smarriti i contenuti e la forma. 
Nonostante le buone intenzioni del concilio per rilanciare il valore della liturgia al fine di collocarla al centro della vita della Chiesa, occorre prendere atto che solo in parte i grandi obiettivi della Sacrosanctum Concilium sono stati soddisfatti. 
Nel panorama liturgico contemporaneo si è perso il senso del sacro, quindi i fedeli non si accostano più alla liturgia con il timor di Dio. 
I segni, i gesti, le azioni sacre che elevano l’uomo alla contemplazione della profondità del mistero celebrato sono state ridotte, manipolate e in alcuni casi cassate o reinventate secondo idee dell’ultima ora, improvvise, creative e spontanee. 
Il risultato è quello di una liturgia banale, discontinua e multiforme, che non è più in grado di elevare le anime alla contemplazione dei tesori celesti. 
Tutto ciò è il prodotto della razionalizzazione della liturgia, in cui predominano i contenuti e di un umanesimo desacralizzante che rifiuta il confronto con il mistero divino. 
Si pensi anche al fatto paradossale che, pur avendo tradotto l’intera liturgia dal latino alle lingue nazionali per facilitare ai fedeli la comprensione del mistero che viene celebrato, molti ignorano il fine ultimo della Santa Messa o sono quantomeno confusi circa il significato della celebrazione eucaristica. 
Per invertire la rotta è necessario rimettere Dio al centro della liturgia, e contemplarla come azione sacrificale divina rivolta a Lui. 
Quindi, come afferma il teologo ortodosso Karl Christian Felmy, per ovviare all’appiattimento del rito, occorre «mettere di nuovo in maggior rilievo la dimensione del mysterium tremendum nella celebrazione dell'azione liturgica. 
La liturgia non è mai una manifestazione solamente umana, ma irruzione di Dio nella nostra realtà e partecipazione d'onore dell'uomo al servizio divino celeste, celebrato già prima di noi e anche senza di noi. 
Ogni azione liturgica ha perciò qualcosa di sacro in sé» . 
Benedetto XVI, con l'esemplarità delle sue celebrazioni, ha inteso ricordare a tutti il grande valore della tradizione della Chiesa, in particolare l’efficacia dell’antica liturgia romana che, disponendo sapientemente i gesti, i simboli, i segni all’interno del rito, conduce l’uomo all’incontro con la Verità. 
La forma straordinaria del rito romano, celebrata con buone e sante disposizioni tese a glorificare Dio, per mezzo di molteplici fattori come la lingua latina, il silenzio, il canto gregoriano, i gesti intensi e ieratici, favorisce un’autentica partecipazione con il corpo, il cuore e la mente, permettendo ai fedeli di vivere un’esperienza contemplativa e rivelatrice.
Essa, quindi, è un patrimonio prezioso che non deve essere relegato al passato, ma a cui si deve attingere nel presente e nel futuro. 
Così facendo, si realizza quella “riforma della riforma”, vale a dire l'applicazione alla liturgia di quella “ermeneutica della riforma nella continuità dell'unico soggetto Chiesa”, alla quale il saggio del dottor Martinelli porta un importante contributo. 

 Nicola Bux 
 Bari, 24 gennaio 2014 San Francesco di Sales

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