sabato 31 agosto 2013

Anche in Croazia si ritorna alla S. Messa tradizionale

Da [Associazione SAN GREGORIO MAGNO] http://www.missagregoriana.it/?p=1416
di Michele Poropat

 La piccola chiesa di San Martino a Zagabria, a due passi dalla cattedrale, lo scorso 30 giugno è stata teatro di un avvenimento che non è eccessivo definire storico. Per la prima volta in Croazia da quasi cinquant’anni a questa parte, un novello sacerdote diocesano ha celebrato la sua prima Messa nel Vetus Ordo, la forma liturgica in lingua latina promulgata nel 1962 dal Beato Giovanni XXIII, e liberalizzata dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Il novello sacerdote si chiama Marko Tilošanec, proviene dalla Diocesi di Varaždin, nel nord-ovest della Croazia (circa 370.000 fedeli), ed è stato ordinato il 22 giugno dal vescovo locale Mons. Josip Mrzljak insieme con altri quattro diaconi. Il giorno dopo la sua ordinazione, il reverendo Tilošanec ha celebrato la sua prima Messa secondo il rito romano ordinario nel suo paese natale di Kotoriba, mentre la domenica successiva ha celebrato un’altra Prima Messa a Zagabria, questa volta nel rito tradizionale. Nell’omelia di quest’ultima celebrazione il novello sacerdote ha affermato che “haec est dies quam fecit Dominus”, questo è un giorno fatto dal Signore, «giacché nei tempi turbolenti in cui si riteneva che la Santa Messa tradizionale in latino, la quale nella sua essenza risale ai primi secoli, non avesse diritto di cittadinanza nella Chiesa, un fatto del genere era del tutto impensabile». È un dono e una benedizione di Dio «che trascende ogni previsione e attesa umana, per la quale dobbiamo a Dio un grande ringraziamento»; allo stesso modo va ringraziato il «papa emerito Benedetto XVI, il quale ha meriti speciali per avere permesso un lento, ma stabile ritorno dell’antica liturgia nella vita della Chiesa». In essa, ha proseguito il novello sacerdote, «troviamo la fede cattolica, pura e inalterata, nonché la liturgia della Chiesa nella sua bellezza e splendore. Qui si trova tutta la ricchezza di preghiera e di spiritualità che la Chiesa ha creato nel corso della sua storia, e per questo chiediamo di poter attingere da questa fonte perenne della grazia di Dio». Il significato del sacerdozio e dell’Eucaristia viene spiegato richiamandosi alle parole dell’apostolo Paolo in Ebrei 5,1 e 5,4. Dio stesso, afferma il rev. Tilošanec, «unge il suo eletto, lo eleva a un grado di similitudine a se stesso, affinché egli sia mediatore tra Dio e gli uomini». La natura fondamentale del sacerdozio «viene a esprimersi in modo perfetto nella Messa tradizionale». Tutti i simboli e le cerimonie, che non sono solamente parte del rito romano, ma anche degli altri antichi riti della Chiesa, «sono derivati proprio dalla fede della Chiesa lungo i secoli che abbiamo ricevuto dagli apostoli e dallo stesso Cristo, e la liturgia rappresenta la migliore espressione di questa fede». Proprio per questo motivo, nella Messa tradizionale «il sacerdote, uomo preso dal popolo, insieme al popolo si presenta nella stessa casa di Dio, la chiesa, ma è chiaramente separato da quel popolo affinché svolga il servizio affidatogli da Dio. Per questo motivo il sacerdote, come lo erano i ministri scelti nell’Antico Testamento, si trova in un luogo più elevato, separato, presso il grande altare che rappresenta la dimora di Dio, rivolto oppure diretto verso quello stesso altare – ad Dominum, verso il Signore. Proprio per questo vi sono preghiere che il sacerdote prega a voce bassa – poiché esse sono parte di quel mistero, del servizio divino; proprio per questo viene utilizzata la lingua latina, che è una lingua sacra, consacrata appunto al servizio divino, e per questo motivo abbiamo un Confiteor – la confessione dei peccati separata, così come anche un atto di comunione per il sacerdote e uno per il popolo, poiché egli non è solamente uno dei ministri preso dal popolo, bensì è stato scelto e unto da Dio, reso simile, anzi divenuto alter Christus“. Il ministero svolto dal sacerdote è quello di «offrire doni e sacrifici per i peccati. Il dono di maggiore valore, e il più grande sacrificio che egli può offrire, è proprio la Santa Messa – il sacrificio incruento della Nuova Alleanza». Il senso della sua missione è espresso in modo solenne già «dalle prime parole pronunciate dal sacerdote: introibo ad altare Dei – mi accosterò all’altare di Dio». Le mani del sacerdote «vengono consacrate proprio perché possano toccare il Corpo di Cristo – distribuire questo dono divino ai fedeli e svolgere la propria opera al servizio di Dio per gli uomini». La Santa Messa, ha proseguito il rev. Tilošanec, «è un’epifania – una manifestazione della gloria di Dio, come l’esperienza del roveto ardente che ebbe Mosè, e per incontrare Dio in modo degno, è necessario accostarsi a Lui con il cuore puro». Dal sacerdote ci si attende quindi «che a motivo della sua consacrazione, segua in modo eccezionale il suo Maestro, il Signore Gesù, nella sua vita e nel suo agire, e che si conformi costantemente al Suo esempio di santità. Per questo motivo mi raccomando nelle vostre preghiere … Preghiamo, cari fedeli, per i nostri sacerdoti, affinché nella fedeltà alla tradizione della Chiesa, la quale rappresenta l’unica garanzia del suo vero rinnovamento, siano veramente secondo il Cuore di Gesù, il cui amore essi accenderanno nel proprio agire». Il celebrante ha incoraggiato i fedeli affinché, nonostante le prove che purtroppo talvolta vengono anche dall’interno della stessa Chiesa, essi trovino consolazione e incoraggiamento dalle grazie che rappresentano il frutto dell’atto di lode e di adorazione proprio del rito tradizionale della Santa Messa. Egli ha quindi affermato: «Facciamoci coraggio, affinché siamo pronti, come i martiri menzionati nel Canone, a dare anche la nostra vita per il nome di Cristo e la conservazione della liturgia tradizionale e della fede cattolica, giacché senza questa fede non vi è salvezza». Questo giovane sacerdote, il cui motto è Ut in nomine Jesu omne genu flectatur (Affinché nel nome del Signore ogni ginocchio si pieghi) non è un caso raro nel panorama ecclesiale croato. Pur in presenza di una crescente spettacolarizzazione e di ‘creatività’ nella liturgia, con parti della stessa del tutto abolite per essere sostituite da canzonette spesso di origine protestante (è il caso del Gloria e dell’Agnus Dei), vi sono non pochi giovani sacerdoti che stanno riscoprendo la sacralità del servizio sacerdotale testimoniata anche dal segno esteriore dell’indossare la tonaca, che consacrano le loro parrocchie al Cuore Immacolato di Maria, che sentono la necessità di una liturgia più solenne che aiuti i fedeli a elevarsi e ad aprire il cuore alle grazie che vengono da una più intima unione con il Signore. Così, mentre da una parte vi sono sacerdoti che introducono alcune discutibili trovate provenienti dal morente cattolicesimo occidentale post-conciliare – ad esempioobbligando i fedeli a ricevere la santa Comunione sulla mano e insegnando ai bambini che questo è l’unico modo di fare la Comunione, ve ne sono degli altri, che seguendo l’esempio di Papa Benedetto XVI, senza obbligo per alcuno, spronano i fedeli a mostrare una sempre maggiore riverenza e devozione verso la Santissima Eucaristia reintroducendo l’inginocchiatoio e proponendo la Comunione direttamente in bocca come modo migliore per aprire il cuore al mistero di Dio che si è fatto uomo e che si è fatto Pane di vita per unirsi in modo sensibile a noi. Questo è ciò che del resto fa già da diversi anni anche il cardinal Ranjith, arcivescovo di Colombo nello Sri Lanka, il quale, seguendo l’esempio di Benedetto XVI, ha stabilito che nella sua Arcidiocesi i fedeli si accostino alla santa Comunione in ginocchio e la ricevano in bocca. Secondo il porporato è inoltre necessario da una parte favorire una sempre maggiore diffusione della Santa Messa tradizionale, e dall’altra purificare la Messa del Novus Ordo da tutti gli elementi spuri non previsti dal Concilio oppure del tutto contrari alle norme conciliari, quali la creatività liturgica, una musica non adatta al rito sacro, la spettacolarizzazione di stampo protestante e il ricevere la Comunione sulle mani. Riferendosi al Vetus Ordo, Ranjith ritiene che esso rappresenti «in larga misura e nel modo più appagante quella chiamata mistica e trascendente a un incontro con Dio nella liturgia». Il porporato afferma che non è essenziale che l’intelletto comprenda le parole del rito, bensì che il cuore sia toccato dal Mistero e dalla grazia che emana dal Mistero medesimo, poiché solamente un più profondo contatto con Dio può nutrire l’anima e dare a essa le grazie delle quali essa ha bisogno. tratto da conciliovaticanosecondo.it

Convivenza tra le due forme del Rito Romano. Il pensiero di padre Augé

Il blog di Padre Augé Liturgia Opus Trinitatis , ignoto ai più, si fregia del titolo di unico sito internet al mondo che si sforzi di difendere la riforma liturgica (non consideriamo infatti il moribondo sito Vivailconcilio, pur partito tempo fa con la compiacente pubblicità di Radio Vaticana e dei quotidiani episcopali di mezza Europa). 
Di recente è stato pubblicato un breve articolo che contiene un'analisi di p. Augé, sulla convivenza tra le due forme del Rito Romano, dopo 6 anni di attuazione e applicazione del mai troppo "benedetto" Summorum Ponticum.
Prima di leggere il suo scritto, ricordiamo alcune caratteristiche dell'autore e alcune nostre riflessioni.
Padre Augé, è un liturgista di scuola bugniniana. Ed è quindi un fautore della Riforma conciliare e oppositore del Motu Proprio.
A giudicare dai suoi post pacati e riflessivi, egli non sembra però il classico modernista dissennato, per cui ogni avanzata verso una sempre maggiore desacralizzazione, deritualizzazione, distruzione della liturgia, è una conquista da esaltare. No: la sua è la posizione di chi ritiene si debba tornare ad un'applicazione seria e rigorosa del messale di Paolo VI. E riconosce il carattere solo "pastorale" del CVII. Ed è già buono.
Non solo: egli ha l'onestà di riconoscere che il problema liturgico esiste, eccome, nella disaffezione dei fedeli e nella diffusa sciatteria celebrativa. 
Il passo successivo di consapevolezza, che però dubitiamo possa compiere P. Augé, è arrivare alla conclusione che il Messale bugniniano, con le sue mille possibili permutazioni, e complice la natura umana che porta a prediligere le opzioni più povere e semplici, è per suo intrinseco dinamismo, per necessità, destinato ad essere sconciato, come attualmente avviene in molte celebrazioni. E la tendenza è destinata a peggiorare, via via che ci si allontana nel tempo e nella memoria dal modello tridentino da cui  il golem liturgico ha preso (sembianza di) vita.
Per noi "tradizionalisti", il ritorno di un po' di buon senso liturgico nella celebrazione ordinaria è un passo decisivo verso il recupero dell'ortodossia, della fede, del senso religioso. (E' anche con questo auspicio che abbiamo saluto con estremo favore il Summorum Pontificum e la lettera di "accompagnamento").
Per questo non possiamo che condividere alcuni spunti del P. Augé, come l'auspicio che si recuperi "la dimensione orante, l’atteggiamento di adorazione, il clima di silenzio che aiuta ad inoltrarsi nella celebrazione del Mistero".
Certo Augé non comprende perché per ottenere ciò servano latino, comunione in ginocchio, altare orientato, ecc.; ma questo è un limite del cerebralismo disincarnato dei liturgisti della sua generazione: non riescono a capire che l'uomo ha bisogno di segni e simboli concreti, "mistagogici", per assumere la dovuta attitudine interiore (p. Augé, come si può pretendere di recuperare 'l'atteggiamento di adorazione', se il fedele non lo lasciate inginocchiare?).

Quello che P. Augé non riesce o non vuole comprendere, perché obnubilato dai pregiudizi lungamente inculcati contro il vecchio rito, è che il metodo più sicuro per raggiungere il risultato che egli stesso auspica (ossia 'rimettere in carreggiata' il Paolo VI) è precisamente la maggior diffusione possibile della Messa tradizionale. Questa, per osmosi, per imitazione, per contagio, diffonde metodi celebrativi che riescono a riportare anche nella nuova Messa quegli elementi di cui Augé deplora la perdita (adorazione, silenzio, preghiera). Per averne la riprova, bastava vedere come celebrava la nuova Messa Benedetto XVI, o un prete biritualista qualunque.Possibile che un liturgista serio come P. Augé non comprenda che qualche dose di 'antibiotico tridentino' è il migliore puntello per impedire che il Messale di Paolo VI si trasformi ancor più in quella fiera dell'improvvisazione, della confusione dottrinale e della sciatteria che già ora (almeno fuori d'Italia, dove l'impronta tridentina un po' sopravvive ancora) è divenuta la regola?
No... non lo comprende. Basti leggere quello che ha scritto pochi giorni fa sul suo blog, (che riproponiamo). 
Ps. Siamo in sintonia con p. Augé su quanto afferma in coda al suo scritto: non è stato opportuno, nè cattolico, da parte di de Mattei, asserire che la Messa di Paolo VI sia facoltativa: si può certo criticare "costruttivamente", ma non respingere. Se così fosse lecito, allora cinque Papi avrebbero sbagliato a celebrarla?

Roberto


AGGIORNAMENTO al 3 settembre 2013.

Disturbato in ferie per polemiche inesistenti, preciso: 
- 1) questo blog pur prediligendo la Antica Liturgia, sente CUM ECCLESIA e si è sempre riconosciutocome  tradizionale-conciliare, nel senso più cattolico d termine, come il motto testimonia (rinnovamento liturgico della Chiesa nel solco della Tradizione, dove per rinnovamento si intende rinnovare la liturgia nuova -valida e legittima- con iniezioni di quella antica). Come mai solo ora si sollevano critiche? Dove sta lo scandalo? È un peccato auspicare una "cura" tridentina per la Messa NO?
-2) auspicare un miglioramento del messale di Paolo VI grazie ad innesti tridentini, per l'influenza e sotto l'esempio del Messale di Guovanni XXIII è un desiderio di Benefetto XVI , oltre che un'urgenza della Chiesa (quindi non è una nostra invenzione);
-3) in attesa di un ripristino in Toto della liturgia tridentina, l'unica soluzione (nonché l'unica via) è "tridentineggiare", cioè modificare, ieraticcizzare e migliorare quella bugniniana; 
-4) nel nostro post  l'aver auspicato una riforma "benedettiana" della riforma  (perché in pratica di quello si parlava) non significa affatto rinnegare la assoluta, indiscussa e oggettiva bontà del messale antico. Anzi: gli di riconoscono effetti "taumaturgici", come disse il papa Emerito nella lettera ai vescovi nel 2007. il nostro scritto è un auspicio per il male minore in risposta ad un prete "conciliarti sta" ma non estremista con cui , se pur con obiettivi e idee diversi, si condividono preoccupazioni comuni per il bene della Chiesa.


Due forme del rito romano possono convivere? 

di padre Augé, dal suo blog Liturgia, opus Trinitatis, del 19.08.2013



Poblet-2006.jpgFin qui le due forme della liturgia romana hanno litigato. Possono coabitare in pace? Il recente commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata con Decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica dell’11 luglio 2013, in cui si decideva, tra l’altro, che i suddetti Frati per celebrare la liturgia nella forma straordinaria dovevano essere esplicitamente autorizzati dalle competenti autorità, ha provocato una forte reazione nel mondo tradizionalista legato al Vetus Ordo. Diversi esponenti di questo mondo hanno gridato allo scandalo e hanno invitato alla resistenza…
Alla luce di questi eventi e dopo sei anni e passa dalla pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum, viene spontanea una domanda: la situazione attuale del rito romano con due forme rituali, ordinaria e straordinaria, è destinata a consolidarsi o è una situazione temporanea in attesa del ritorno ad una sola forma rituale?
Non esistono statistiche ufficiali per poter valutare la consistenza numerica e la collocazione geografica dei gruppi legati alla forma straordinaria del rito romano. C’è però l’impressione che il fenomeno pur essendo fortemente minoritario conosce un qualche esito tra i giovani. E’ quindi giusto domandarsi sulla possibilità o meno di un’eventuale e lunga coabitazione delle due forme celebrative.
La storia della liturgia dimostra che, in genere, le diverse tradizioni liturgiche nascono e si consolidano in un determinato ambiente geografico ed ecclesiale. L’origine delle liturgie orientali è strettamente legata allo sviluppo delle sedi patriarcali. I diversi riti hanno il sapore della terra dove sono nati e sono portatori della storia di una Chiesa locale. Anche in Occidente, le liturgie ambrosiana, ispano-visigotica e un po' meno quella gallicana hanno avuto uno sviluppo simile.
La liturgia romana ha una storia un po’ diversa. C’è una prima fase, che possiamo chiamare “classica”, in cui questa liturgia è strettamente legata nelle sue caratteristiche alla città di Roma. Nei secoli VIII/IX l’impero franco-germanico importa, copia e trasforma la liturgia romana aggiungendovi degli elementi locali. Nel secolo X questa liturgia ritorna all’Urbe e viene accolta con molteplici elementi franco-germanici. Dal secolo XI al XVI, la liturgia romana(-franco-germanica) è celebrata con diverse modalità locali nei paesi dell’Europa occidentale. Infatti, non c’è un’autorità centrale come la Congregazione dei Riti postridentina. Solo dopo Trento, viene imposta l’uniformità liturgica con qualche eccezione.
Oggi, alcuni fautori della pluralità rituale, e quindi della coabitazione delle due forme rituali del rito romano, guardano con interesse alla situazione della liturgia nei secoli anteriori a Trento in cui c’era un certo pluralismo rituale. Noto però che si trattava sempre di un fenomeno “localizzato”: su una base sostanzialmente comune, le diverse Chiese locali si esprimevano con una certa libertà rituale. Invocare questa situazione per difendere l’attuale pluralità di forme rituali del rito romano è fuori posto.
La normativa del Motu proprio Summorum Pontificum introduce una situazione inedita storicamente e problematica pastoralmente per diverse ragioni:

1. In primo luogo, c’è la Costituzione Sacrosanctum Concilium che prescrive una riforma della liturgia romana “tridentina”, quella che i Padri conciliari conoscevano e celebravano. Conservare l’uso dei libri liturgici che sono stati “presi di mira”  (passi l’espressione) dai Padri conciliari è un fenomeno quanto mai anomalo, anzi per certi versi patologico. Il Concilio Vaticano II, pur avendo uno spiccato carattere pastorale, è un’espressione solenne del Magistero ecclesiale, che non può essere disattesa.

2. In secondo luogo, introdurre nel seno delle stesse parrocchie e diocesi due diverse forme rituali con calendari diversi, ecc. che ciascun fedele può scegliere secondo il proprio piacere, rende alla lunga difficile una vera pastorale unitaria. Benedetto XVI nella Lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio prevedeva l’arricchimento della forma straordinaria con l’inserimento di nuovi santi e nuovi prefazi… Passati più di sei anni, non si è fatto nulla perché si tratta e si tratterà sempre di un rompicapo per qualsiasi commissione di esperti che si prefigga questo compito: quali santi, con quali testi, in quale data... e con quali criteri…?

3. Una soluzione già attuata in alcune parti è la creazione di parrocchie personali per i frequentatori della forma straordinaria. A prima vista, in questo modo si osserva il tradizionale legame tra rito e comunità locale. E’ una soluzione però che non soddisfa tutti perché si tratta di fedeli che sono dispersi nelle diverse parrocchie e vivono talvolta a parecchi chilometri di distanza dalla sede della parrocchia personale. Inoltre, la moltiplicazione di diocesi, prelature e parrocchie personali richiederebbe un’attenta valutazione alla luce di una sana ecclesiologia perché si corre il rischio di creare ghetti, non comunità ecclesiali.

4. Secondo alcuni esponenti del mondo tradizionalista, una soluzione potrebbe essere la cosiddetta “riforma della riforma”, intesa (nel migliore dei casi) come un avvicinamento tra le due forme rituali creando in questo modo un rito che dovrebbe accogliere le decisioni fondamentali del Vaticano II (che però essi interpretano tal volta in modo minimalista). Quindi la nuova forma rituale non si dovrebbe allontanare troppo dai libri tridentini, cioè dovrebbe essere in “continuità” con essi (come amano dire coloro che propugnano questa soluzione). Noto che nella galassia tradizionalista, la Costituzione Sacrosanctum Concilium più che interpretata viene non di rado criticata, o, in parte, addirittura ignorata. Bisogna, poi, tener conto, dell’area dura e pura del tradizionalismo che vuole conservare i libri anteriori al Vaticano II senza cambiamenti di rilievo, o al più con qualche leggero ritocco formale. Come ho detto altre volte, una simile operazione potrebbe complicare ancora di più la situazione attuale creando tre gruppi contrapposti: coloro che accettano la riforma della riforma; coloro che rimangono fedeli ai libri anteriori al Vaticano II; coloro che continuano a celebrare coi libri riformati dopo il Vaticano II.

Non ho contemplato delle soluzioni “autoritarie”, in un senso o nell’altro, che pur alcuni propongono. Ad esempio, si direbbe che quando autorevoli esponenti del mondo tradizionalista, come in questi ultimi giorni Roberto de Mattei, Francesco Colafemmina, Maria Pia Ghislieri e altri parlano della forma straordinaria come della Messa tradizionale, della Messa di sempre, del rito millenario della Chiesa cattolica canonizzato dal concilio di Trento, di un rito che risale alla tradizione apostolica,… hanno fatto già una scelta di campo (ideologica) a favore esclusivo della forma straordinaria del rito romano fino ad arrivare a dire che “la Messa di Paolo VI è facoltativa e in quanto tale la si può criticare e respingere”.. Ho scritto queste righe cercando di tener conto delle diverse sensibilità, ma al tempo stesso ho sottolineato le “oggettive difficoltà” che, a mio avviso, comporta una lunga coabitazione delle due forme rituali. Se qualcuno ha altre soluzioni da proporre si faccia avanti… con argomenti!

Matias Augé
 *
Un lettore di p. Augé, a glossa dell'articolo sopracitato, ha indicato quale sarebbe, quindi, la conseguente, unica e migliore ricetta per ottenere un risultato ottimale (che manco a dirlo comprenderebbe l'abolizione del Motu Proprio e l'esautoramento dell'Ecclesia Dei.
Ecco il piano programmatico: 
 La soluzione migliore sarebbe la seguente:
a) ripristinare il regime di indulto, che ripristina l'unico rito vigente e la competenza episcopale;
b) lavorare accuratamente sui limiti della Riforma Liturgica, non in "regime parallelo", ma dall'interno dell'unico rito vigente;
c) Prendere atto che lefebvriani e affini non sono ancora maturi per riconoscere il loro errore e per riconciliarsi con la Santa Sede. L'ultimo documento di giugno, firmato dai tre Vescovi, è la pietra tombale sul tentativo di riconciliazione promosso da Benedetto XVI.
Non vi è alcun dubbio che questa posizione, che ripeto è l'unica a non cadere nelle spire di una lettura ideologica dell'ultimo 50ennio, ha bisogno di qualche tempo per poter essere realizzata. E passa necessariamente per l'esautoramente di quella Commissione Ecclesia Dei, che negli ultimi 6 anni aveva più volte scavalcato le competenze di Congregazioni Vaticane, facendo da "parafulmine" per fenomeni devianti come i Frati della Immacolata.

venerdì 30 agosto 2013

"Se tocchi la Messa crolla il Papato (Radicati nella fede)




SE TOCCHI LA MESSA CROLLA IL PAPATO

  Gran parte del cattolicesimo cosiddetto “conservatore” sta commettendo un errore gravissimo: per salvare ciò che resta della presenza cattolica nel mondo, per rendere più forte la missione della Chiesa nella società secolarizzata, per tentare un sussulto di orgoglio cattolico di fronte alla stanchezza dilagante di molti settori ecclesiali, sta puntando tutto sul Papa. Inoltre gestisce questa attenzione sul Papa esattamente come fanno giornali, televisione e siti internet, che esaltano la figura umana del pontefice sottolineando con orgoglio l'attenzione popolare sulla sua persona. Si comportano esattamente come fa il mondo senza fede o non preoccupato della fede, che parla dei raduni oceanici intorno al vicario di Cristo, dei suoi gesti eclatanti, delle scelte controcorrente che sembra fare.

 No, non è dal Papa che occorre partire, per salvare la vita cattolica tra di noi, non è proprio dal Papa, bensì dalla Santa Messa, dalla Santa Eucarestia.

 Per spiegarci ricorriamo ad un autore spirituale tra i più importanti del '900, Dom Chautard, abate della Trappa di Sept-Fons. In un suo testo in cui spiega la vocazione cistercense, Les cisterciens Trappistes, l'ame cistercienne, ad un certo punto l'abate benedettino racconta di un suo colloquio con il primo ministro francese Clemenceau, il famoso “Tigre”. Si era negli anni delle soppressioni degli ordini religiosi, e Dom Chautard era incaricato del delicato compito di salvare la presenza monastica in Francia. Così si trovò a colloquio con il radicale e anticlericale “Tigre”.

 Crediamo molto utile tradurre e trascrivere ciò che l'abate riferisce del loro parlare:

 “Mi accingerò - è Dom Chautard che parla a Clemenceau - a rispondere alla vostra domanda: Che cos'è un Trappista? Perché vi siete fatto Trappista? E per non allargarmi oltre misura, mi accontenterò di questo argomento: una religione che ha per base l'Eucarestia, deve avere dei monaci votati all'adorazione e alla penitenza.

 “L'Eucarestia è il dogma centrale della nostra religione. Lo si è chiamato il dogma generatore della pietà cattolica.

 “Non lo è il papato, come sembrate credere.
 “Il papato non è che il porta parola di Cristo. Grazie ad esso i fedeli custodiscono intatto il dogma e la morale insegnata da Gesù Cristo. Esso è la protezione che ci mantiene sulla strada tracciata in modo preciso dal nostro divino fondatore. Ma è solo Cristo che resta Via, Verità e Vita.
 “Ora, il Cristo non è un essere scomparso dove non sappiamo, né un essere lontano al quale pensiamo. Egli è vivente; abita in mezzo a noi; è presente nell'Eucarestia. Ed è per questo che l'Eucarestia è la base, il centro, il cuore della religione. Da là parte ogni vita. Non da altrove.

 “Voi non ci credete. Ma noi ci crediamo, noi. Crediamo fermamente, risolutamente, nel fondo del nostro essere, che nel tabernacolo di ognuna delle nostre chiese, Dio risiede realmente sotto l'apparenza dell'Ostia.

 E' chiaro, il dogma centrale del cristianesimo è la Santa Eucarestia, tutto parte da lì, non da altrove... e se diminuisce la fede nel dogma centrale, nella Santa Eucarestia, tutto crolla nel cristianesimo, nella Chiesa. E non è stato forse così in questi anni? Pensiamo alle nostre chiese, con dentro Cristo “abbandonato”. Si è fatto di tutto per nascondere il tabernacolo, e quando non lo si è nascosto in qualche antro secondario, con la scusa che lì i fedeli avrebbero adorato meglio, quando lo si è lasciato centrale nella chiesa, lo si è coperto con tutto e di più: con i tavoli per celebrare la nuova Messa e con tutto un ciarpame di cose che rivelano solo, oltre il cattivo gusto, il disordine mentale del cattolicesimo di questi anni, che non ha certo fatto dell'Eucarestia il dogma centrale della fede. Pensiamo alla quasi scomparsa nelle chiese della genuflessione e del raccoglimento: in chiesa bisogna custodire il silenzio, sempre, perché Dio è presente nel tabernacolo: è Lui che fa vera la nostra preghiera, e non il nostro agitarci e il nostro fare baccano.

 Ma Dom Chautard nel suo lungo discorso a Clemenceau, arriva a parlare della Messa, ascoltiamolo:
 “La Messa, è il sacrificio divino del Calvario che si riproduce ogni giorno in mezzo a noi. Tutti i giorni, il Cristo offre a Dio la sua morte per le mani del prete, esattamente come in cielo nella Messa di gloria egli presenta a suo Padre le cicatrici gloriose delle sue piaghe per perpetuare l'efficacità redentrice della croce. Tutti i giorni, alla Messa, il Cristo rinnova l'opera immensa della redenzione del mondo.

 “E a questo avvenimento, il più grande che possa accadere sulla terra, più importante che il rumore degli eserciti, più salutare che la più feconda delle scoperte scientifiche, voi pensate che potremmo assistervi senza un fremere di tutto il nostro essere... non ci si abitua alla Messa. O allora che sarebbe la nostra fede?
(…) All'Amore crocifisso, noi cerchiamo di rispondere con un amore crocifiggente... Voi vi scandalizzate del nostro genere di vita; lo trovate contro natura. Sì, lo sarebbe se noi non avessimo la fede nell'Eucarestia. Ma crediamo al divino Crocifisso e l'amiamo; e vogliamo vivere come lui, noi che per la comunione partecipiamo alla sua vita.

 Carissimi, ma è ancora questa la fede realmente vissuta nella maggioranza delle nostre chiese. La Messa è ancora intesa così? Come il sacrificio divino del Calvario? Chi parla con questa chiarezza della Messa? Al di là dei cosiddetti “tradizionalisti”, c'è ancora qualcuno che si esprime in questo modo parlando dell'Eucarestia?

 È avvenuto uno spaventoso mutamento nella fede e nel vissuto di quasi tutti i cattolici, e si chiama protestantizzazione: come dicevano i Cardinali Ottaviani e Bacci a Paolo VI nel loro Breve esame critico: “il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.”

 Anche qui è ribadito ciò che è stato detto da Dom Chautard: il centro del cattolicesimo è l'Eucarestia, è la Messa; il Concilio di Trento fissando definitivamente i canoni del rito aveva eretto una barriera per salvare l'integrità del magistero...

 Così è drammaticamente avvenuto che toccando i canoni del rito tutto è andato insieme, nulla sta più in piedi nel “nuovo” cattolicesimo. Martin Lutero lo aveva detto, non perdete tempo ad attaccare il papato, combattete la Messa cattolica e il papato crollerà con essa.
 Per questo, per amore alla Chiesa tutta, della sua dottrina e della sua disciplina, per amore del Papa Vicario di Cristo in terra, siamo chiamati semplicemente a custodire il rito della Messa così come fissato da Trento e da San Pio V. Non c'è nulla di più urgente perché la Chiesa, il Papa, possano vivere.

Jean Madiran (1920-2013) - in memoriam

Da Romualdica:
 [Il 31 luglio 2013 è morto il pensatore e scrittore cattolico francese Jean Madiran (1920-2013), al secolo Jean Arfel, oblato benedettino dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux con il nome di fr. Jean-Baptiste. In prossimità del trigesimo, trascriviamo di seguito la nostra traduzione dell’omelia pronunciata nel corso del funerale – svoltosi il 5 agosto 2013, presso la chiesa Notre-Dame des Armées, a Versailles – da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Abate del monastero di Le Barroux.] 

Signori Sacerdoti, 
Signori Canonici, 
Cari Padri, 
Carissima Michèle,
Cara famiglia Arfel, 

 San Bernardo diceva in un’omelia che gli occhi sono quanto di più eccellente vi sia nel corpo, malgrado la loro piccolezza. Diceva questo pensando alla visione beatifica. Avrebbe potuto dirlo anche vedendo gli occhi di Jean Madiran, perché egli aveva degli occhi eccezionali. Non solo in ragione del loro fascino, gioiosi e scoppiettanti – uno sguardo infantile –, ma anche per quel timore reverenziale che si provava davanti all’acutezza del suo sguardo. Jean Madiran era fatto per la luce, ma era anche un uomo che illuminava, senza compromessi. Ben presto si è rivolto verso la luce. Giacché prima di diventare un maestro, come lo hanno salutato in numerosi omaggi – fra cui quelli di Philippe Maxence, Yves Chiron e molte altre decine –, Jean Madiran è stato un discepolo attento. Prima di Maurras, che per sette anni ha letto tutti i giorni, a partire dai suoi quindici anni, fino a quando ha incontrato il maestro di Martigues. Poi fu la volta dell’altro maestro intellettuale che egli ebbe la grazia d’incontrare nella persona di Henri Charlier. Sarebbe meglio dire gli Charlier, la famiglia Charlier, attraverso la quale è giunta fino a lui la tradizione vivente di Péguy e del padre Emmanuel di Mesnil-Saint-Loup. Madiran diceva: «È stato André Charlier a insegnarmi a leggere Chesterton, Claudel e Pascal. È lui che mi ha insegnato cos’è il gregoriano, che mi ha mostrato la Francia, che mi ha insegnato il silenzio. È lui che mi ha fatto comprendere quel che sapevo già ed è lui che mi ha disposto a quel che avrei dovuto comprendere più tardi. L’essenziale è l’educazione della libertà». Se Jean Madiran ha saputo e potuto mettersi alla scuola di questi giganti, è perché lui stesso aveva del genio. Glielo disse Maurras nella prefazione al suo libro sulla filosofia politica di san Tommaso d’Aquino. André Charlier diceva che solo Péguy si era spinto così avanti e con tale finezza nell’arte di leggere. Se Jean Madiran ha potuto appoggiarsi sulle spalle dei giganti, è perché con la sua intelligenza egli aveva ricevuto dalla sua educazione la pietà filiale, che dona alla conoscenza un’acutezza speciale, così che egli ha potuto interpretare fedelmente quanto aveva ricevuto, e a sua volta ha potuto aggiungere luce alla luce. Per esempio, egli ha saputo – incoraggiato dallo stesso Maurras – sviluppare e innalzare il pensiero politico del suo maestro, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, e trasmettere la luce diventando professore di filosofia precisamente a Maslacq, dove strinse un’amicizia indefettibile con un tale Gérard Calvet, il quale da allievo – talora indisciplinato – diventò un amico, per poi diventare il suo padre spirituale. Ma è soprattutto nella sua battaglia, che ha condotto con un genio eccezionale, che Jean Madiran è meglio conosciuto, il più amato e il più detestato, senza alcun dubbio. Una battaglia condotta in un’eclissi nella quale tutto il mondo è all’oscuro. Padre Calmel diceva che la grande opposizione fra la luce e le tenebre sarebbe presto finita, che si sarebbe entrati in un’epoca di nebbia nella quale non si sarebbe più stati capaci di distinguere il fratello dall’avversario. Ma Jean Madiran aveva buoni occhi. Oggi possiamo ricordare tutti i fronti sui quali ha condotto la sua battaglia spirituale con delle armi intellettuali e che lo hanno reso un maestro di dimensione internazionale. Nell’ambito politico egli ha eccelso nella battaglia contro il comunismo che esalava il suo profumo seduttore fino al cuore della Chiesa. È lui che ha predisposto la più fedele traduzione dell’enciclica di Pio XI, Divini Redemptoris, e che ha pubblicato il capolavoro La vieillesse du monde. Nell’ambito dell’impegno cristiano e politico, ha accompagnato l’avventura della Cité catholique, partecipando attivamente e intervenendo al primo Congresso di Losanna, denunciando in alcuni scritti – come La laïcité dans l’Église – la sfiducia nei confronti della nostra azione cattolica. All’indomani del Concilio, Jean Madiran ha combattuto contro la cattiva gestione che s’installava a vari livelli nella Chiesa universale, e in particolar modo nella porzione che risiede in Francia. Chi non ricorda questa costanza, fino alla sua morte, contro la smobilitazione dei cattolici in materia d’impegno politico, o contro alcuni erronei impegni. In materia religiosa, Jean Madiran ha applicato quel che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 907, ove è detto: «In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli laici] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona». Si oppose, in tema di catechesi, ai teorici del pedagogismo poco rispettoso della tradizione. Per convincersene, sarà sufficiente rileggere nei suoi Éditoriaux et Chroniques, quei testi ardenti d’indignazione, che riguardano la distruzione del catechismo. Colmò il vuoto creato dai distruttori ripubblicando successivamente il Catechismo di san Pio X, maggiore e minore, e il Catechismo del Concilio di Trento, che per molti fra noi, nel mezzo della tempesta, si mostreranno dei fari indicanti la giusta direzione verso il Cielo. Ancora recentemente, nel 2005, dopo il raddrizzamento impostato da Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI con il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo compendio, Jean Madiran non dimenticava di tracciare un bilancio dello tsunami devastatore. Nell’ordine della liturgia, ha protestato contro le traduzioni erronee – in particolare della Scrittura – e si è innalzato contro la brutalità con la quale fu interdetta, di fatto, la celebrazione di quella che ora si chiama la forma extraordinaria del rito romano. Trentasette anni di battaglia, ricompensati dal motu proprio Summorum pontificum, che è stato uno degli atti salienti del pontificato di Benedetto XVI, poiché ha abbattuto il muro di Berlino contro la tradizione vivente e trasmessa. Ha seguito con attenzione lo sviluppo del Concilio Vaticano II, pubblicando in particolare su Itinéraires i resoconti di Mons. Marcel Lefebvre – altro grande amico, fino al 1988 –, allora superiore generale dei Padri dello Spirito Santo. Intratterrà in seguito con padre Congar una corrispondenza sull’intimo rapporto fra il Concilio e la crisi che è seguita nella Chiesa. Sin dal 1966, ahimé, l’episcopato francese si puntò contro la rivista Itinéraires. Si trattò di una grande sofferenza per il nostro caro fratello Jean Madiran, degno figlio della Chiesa. Sappiamo che rimase fino alla fine reticente nei confronti del Concilio Vaticano II, malgrado tutto quel che hanno potuto dire sul suo carattere vincolante i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo però notare che lo stesso Benedetto XVI ne ha sottolineato qualche limite; non mi dilungo oltre. Cosa incredibile, con mezzi estremamente limitati, Jean Madiran ha osato lanciare assieme a qualche amico, nel 1982, il quotidiano Présent – di cui ne dirigerà la pubblicazione –, senza il sostegno di alcuna pubblicità. Vi scriverà fino ai suoi ultimi giorni contro l’inondazione dell’immoralità, del laicismo aggressivo, dell’empietà, del liberalismo, del relativismo massonico o del marxismo militante, distruttori della civiltà cristiana in tutti i suoi aspetti. Non ci compete di tratteggiare qui quelle che furono le sue battaglie politiche a fianco dei suoi compagni d’armi; costoro – come per esempio Bernard Antony – lo faranno meglio di noi. Si disconoscerebbe però Jean Madiran se si vedesse in lui solo un combattente duro e puro. Certo, non ha sempre avuto la reverenza dovuta ai pastori. Glielo si perdonerà. Dom Gérard sottolineava che il suo grande amico aveva dato dei magnifici colpi di spada, senza odio, ma con un piacere non dissimulato. Alcuni dei suoi amici lo hanno messo in guardia contro il rischio di confondere il vizio e il fratello, la ruggine e il vaso. Ma egli era capace di comprendere. Era capace di perdonare, malgrado il suo temperamento focoso. Perché se Jean Madiran era un uomo fatto per la luce, era anche un uomo fatto per il fuoco. Un fratello mi ha raccontato una scena che lo ha sconvolto: Jean Madiran che abbracciava in pubblico un uomo che gli aveva fatto la peggiore delle ingiustizie nella vita personale. E noi, i monaci di Le Barroux e di Sainte-Marie de La Garde, e i cappellani di Notre-Dame des Armées, possiamo testimoniare della profondità della sua vita spirituale. Jean Madiran era capace di un profondo raccoglimento. Era un contemplativo. Lo rivedo ancora assistere agli uffici con uno zelo sereno, passare silenziosamente nel chiostro, con la testa leggermente chinata, secondo il dodicesimo grado d’umiltà della Regola di san Benedetto. Jean Madiran ha così imitato la grande santa di Francia, santa Giovanna d’Arco, la cui grazia particolare fu quella di unire profondamente la vita mistica e la vita pubblica. È il primato della grazia. Concludo citando il nostro fratello oblato, poiché Jean Madiran aveva preso lo scapolare sotto il patrocinio di san Giovanni Battista, colui che grida nel deserto. Jean Madiran diceva: «L’autentica azione è figlia della preghiera, e coloro i quali non agiscono abbastanza, è perché non pregano abbastanza, e non perché pregano troppo. È nella vita di preghiera che ciascuno trova la forza e la volontà di un’azione a misura delle sue attitudini. Questo è vero di ogni azione; l’azione politica non fa eccezione». Preghiamo durante questa santa Messa – secondo la forma extraordinaria che Jean Madiran amava, non per ragioni affettive, ma per ragioni teologiche – affinché il nostro fratello possa contemplare con i suoi occhi il volto di Dio, e affinché ciò che ha seminato possa portare molto frutto.
Amen.

Frati F.I. di Firenze, a Ognissanti: riprenderà regolarmente la Santa Messa da domenica prossima


FONTE:
Dal Coordinamento Toscano Benedetto XVI apprendiamo la bella notizia che : 

"... la richiesta formulata dai Frati francescani dell'Immacolata di Firenze per il ristabilimento della S. Messa in rito antico è stata accolta dal commissario apostolico p. Fidenzio Volpi. 
Le celebrazioni ripartiranno nella Chiesa di S. Salvatore in Ognissanti, da domenica prossima, primo settembre, alle ore 12 e avranno la stessa cadenza prevista in precedenza, ossia Domenica e festivi, ore 12 Feriali, ore 8 ...
La chiesa di S. Salvatore è a poche centinaia di metri a piedi dalla stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella".

A.C.

Risposta di Rino Cammilleri a Vittorio Feltri sul Papa

di Rino Cammilleri (da Basta Bugie, http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2906 )

 L'ultimo di luglio mandai questa "risposta" a un articolo di Feltri sul «Giornale». Ma la condanna di Berlusconi ne impedì la pubblicazione per mancanza di spazio. 

 IL PAPA DE NOANTRI 

 Caro Vittorio, hai fatto bene, il 31 u.s., a elogiare lo stile semplice e alla mano del nuovo papa. In effetti, la tua simpatia è condivisa da un sacco di gente del Terzo Millennio. Tuttavia, la tua tirata sui «papi di prima» mi ricorda quella canzone di Luigi Tenco che faceva: «Signor curato, hai detto che la chiesa è la casa dei poveri, però l'hai rivestita di tende d'oro e marmi colorati; come fa il povero a sentirsi come a casa sua?». Nella sua demagogia marxistico-sessantottina il cantautore suicida avrebbe voluto che il povero trovasse pure in chiesa lo squallore di casa sua, così da dover tenere il muso sempre chino nel brago senza mai portarlo alzare al cielo, a quello splendore che attende nell'Altra Vita gli sfortunati di Questa e di cui lo sfarzo delle chiese era figura (segno, promessa, speranza). 
Ma tu, pur non credente come ti dichiari, sei indenne dal qualunquismo materialista Anni Settanta, perciò lo sai bene che la Regina d'Inghilterra si presenta, tutt'oggi, al Parlamento con la corona (e che corona!) in testa, lo scettro, lo strascico e i paggi. E gli inglesi, che non sono certo baluba, sanno perfettamente distinguere tra l'ottantenne Elizabeth Windsor e il Capo del Commonwealth nonché della Chiesa d'Inghilterra. Tu dirai che stiamo parlando di un regno millenario che è stato anche l'impero più vasto della storia. Sarebbe facile rispondere che la Chiesa Cattolica è bi-millenaria, e che il suo Capo è anche Pontefice, cioè ha ereditato la carica suprema che fu dell'Imperatore Romano, il che ci porta indietro di un ulteriore millennio.
Ma se non ti piacciono i re e le monarchie, va a vedere nella capitale americana (una repubblica che ha solo due secoli) l'enorme affresco non a caso intitolato «Apoteosi di George Washington», opera dell'italiano Brumidi e ricoprente la volta del Capitol (i.e. Campidoglio, perché gli americani ci invidiarono fin da subito Roma e la sua storia), in cui il primo presidente statunitense (che non era neppure nobile, però vestiva come un sovrano europeo e portava una dentiera fatta coi denti di schiavi negri) è raffigurato mentre sale nell'Empireo circondato da tutte le divinità dell'Olimpo.
Tu trovi ridicole le scarpe rosse dei papi prima dell'attuale e dici che se ti presentassi in redazione con calzature del genere tutti sghignazzerebbero. Tuttavia, io stesso ho visto in redazione seri giornalisti con gli occhiali rosso magenta, alla Mughini, e pantaloni dello stesso colore, alla Lerner. Perché dovrebbero ridere solo per un paio di scarpe? Eppure dovresti saperlo che l'abito del papa ha colori simbolici: il bianco della «veste della follia», con cui Erode rivestì Cristo, il rosso della porpora di cui Gesù fu coperto (colore del sangue ma anche regale, perché Cristo è il Re dei Re). I preti vestono di nero per distinguersi come persone consacrate e i cardinali di rosso per indicare la disposizione al martirio. Dirai che sono cose superate, cose da Medioevo, cose dei tempi in cui l'abito faceva il monaco e costituiva una «card» di presentazione (gli aderenti a una corporazione dovevano portarne l'abito, come si vede nei ritratti di Dante, che faceva lo speziale).
Tuttavia, ancora oggi i militari e i poliziotti vestono un abito speciale, e così i magistrati. Perfino i commessi di McDonald's ne hanno uno, e nessuno ci trova nulla di strano.
I segni e i simboli sono importanti, come non si stanca di ripetere nei suoi romanzi-bestseller planetari Dan Brown, anche se la gente non li capisce più (ma basterebbe spiegarglieli). Per questo san Pio X dietro al letto «da papa» nell'appartamento vaticano si fece approntare un pagliericcio, nel quale effettivamente dormiva. Un altro papa santo, Pio V, sotto le vesti pontificali portava il rozzo saio francescano
[in realtà era domenicano; n.d.r.] , che non tolse mai (potrei moltiplicare gli esempi, ma mi manca lo spazio). Però in giro si faceva portare sulla sedia gestatoria, quel palanchino che tu trovi ridicolo. Reggere il quale era un onore riservato solo ai gentiluomini più nobili di Roma, che non erano certo dei poveracci costretti alla faticata. Perfino il «predecessore d'immagine» di papa Francesco, il beato Giovanni XXIII, lo usava, con tanto di flabelli piumati attorno. Ed era il «papa buono», uno che «parla come mangia», adorato dalle folle per la sua bonomia. Tuttavia, il popolo sapeva bene che su quella sedia sopraelevata non c'era Giuseppe Roncalli, bensì il Vicario di Cristo, Cristo Re, Re dei Cieli, sì, ma anche dell'umanità pellegrina sulla terra.
Così come la gente, anche la più umile, sa bene che l'immaginetta che sta baciando è solo «figura» della Madonna, dei Santi, di Gesù.
Un papa «vecchio stile», come Pio XII, non esitò a sporcarsi di sangue tra le macerie dei bombardamenti di San Lorenzo, e il popolo romano non a caso si rivolse a lui, il più ieratico dei papi, quando tutti gli altri erano scappati.
Certo, un papa «d'immagine» è quel che serve ai nostri tempi, e Francesco sembra averlo capito.
Tuttavia, compito primario del Vicario di Cristo è convertire la gente, non essere simpatico a tutti i costi.
A te sta simpatico, bene. Ma non mi pare che ti abbia convertito. Comunque, la Grazia usa vie misteriose, e chissà che, tramite il «papa simpaticone», non si infili anche nel tuo cuore.

Novus Horror Missae: la stola moderna


Pontificale...

dal Sito Pius .info

AGGIORNAMENTO AL 3 settembre 2013

Ci scrive un lettore svizzero, che ha partecipato all'ordinazione   sacerdotale (cui la foto fa riferimento -!!!-) e  rimprovera MIL di superficialità, dicendo che non si tratta di stole ma di realizzazioni fatte dai bambini. Bella catechesi, Se questo sono i frutti!! 
Lo ringraziamo ma lo vediamo pure noi che questa "realizzazione" è posta sopra la casula e quindi non funge da insegna sacerdotale in senso stretto, ma ha la foggia di "stola". (E il fatto che sia stata regalata ed "imposta" a due novelli sacerdoti conferma che rappresentano due stile).  come ammette il lettore stesso, sono di cattivo gusto. 
ed Il cattivo gusto dei vasi sacri e dell'altare nel suo complesso (nonché le mani variopinte) non fanno certo intuire sensibilità liturgica e adesione alle norme liturgiche del vescovo e dei sacerdoti. 
Così scrive : 

Bonjour,

J'étais personnellement à cette ordination qui avait lieux dans le Jura Suisse, et je connais les deux jeunes prêtres ordonnés qui entourent l'évêque. Ce ne sont pas des étoles que ces nouveaux prêtres portent, même si elles pourraient l'être, mais ce sont des réalisations accomplies par les enfants au cours d'une rencontre organisée pour eux. Ce n'est certes pas de très bon goût, mais elle n'ont pas été voulues non plus par les deux jeunes prêtres ordonnées à ce moment là. Il serait souhaitable aux personnes qui écrivent sur les sites d'êtres plus certaines de leurs informations avant de déclancher des réactions compréhenssibles, mais mal à propos.



Juan Carlos Gonzalez
Fribourg Suisse


Biancavilla : la figlia di Santa Giovanna Beretta Molla per l’Anno della Fede

Biancavilla ( Catania )
In occasione della grande festa estiva in onore della Madonna dell’Elemosina, Patrona della cittadina etnea, è stata esposta solennemente nella Basilica Santuario l’antichissima icona portata nel XIV secolo dai profughi albanesi fuggiti dalla loro patria a dopo l’invasione e la persecuzione degli islamici.
Il Parroco della Collegiata Basilica Santuario Canonico Agrippino Salerno ( che tutto "investe" nella Liturgia e nella Carità ) e l’Associazione Mariana “Maria SS. dell’Elemosina” in questo Anno della Fede hanno impresso alla festa estiva un significato tutto particolare invitando il 23 agosto scorso la Dott.ssa Gianna Emanuela Molla, figlia di Santa Giovanna Beretta Molla, “ nata dall’ultimo respiro della madre” a tenere una Conferenza sul tema : “Solo l’amore è credibile”.
Parlando nella chiesa stracolma di fedeli, di sacerdoti e di religiosi  l'ultima figlia di Santa Giovanna Molla ha sottolineato che " l'amore è lo specifico della fede cristiana e che si esprime nella vita di tutti i giorni”.
Ha scritto il Dott. Alessandro Scaccianoce dell'Associazione Mariana : “ L’amore… non può dirsi a parole (come direbbe Dante “Ben poco ama colui che può esprimere a parole quanto ami”). 
L’amore si contempla; l’amore è bellezza. 
Lo ha spiegato chiaramente Gianna Emanuela Molla, che venerdì sera è stata in Santuario per rendere la testimonianza della sua Santa mamma: Santa Gianna Beretta Molla, una vita spesa nell’amore per il Signore, per il marito Pietro, per i figli e per i suoi pazienti. 
La testimonianza di Gianna Emanuela – per la prima volta in Sicilia dopo la canonizzazione della Mamma – ha toccato il cuore dei molti presenti, alcuni venuti da Caltanissetta, da Enna e persino da Palermo. 
Nel racconto della vita ordinaria di Santa Gianna è stato possibile cogliere la bellezza della santità, di una santità ordinaria che rende la vita piena di amore, degna di essere vissuta. 
Una santità alla portata di tutti, ha spiegato la figlia, possibile per tutti. 
Il segreto della felicità, per Santa Gianna, era “vivere momento per momento e ringraziare il Signore per ogni circostanza”: anche di fronte alla malattia, che ha compromesso la sua vita. 
Tuttavia dal suo sacrificio è scaturito un fiume immenso di carità e di amore alla vita. 
Dappertutto, infatti, fiorisce la devozione a questa Santa mamma, che insegna come sia possibile anche oggi vivere i valori della vita e dell’amore come dono di sè. 
A suggello di questa splendida serata, Gianna Emanuela ha donato alla Basilica Santuario una preziosissima Reliquia della sua mamma: si tratta di 11cm di pizzo dell’abito indossato per la prima Comunione da Santa Gianna Beretta Molla. 
Siamo certi che questo ricordo speciale di Santa Gianna porterà sulla nostra comunità ecclesiale ulteriori grazie e benedizioni, particolarmente per le nostre famiglie”.
Il Santuario Basilica di Biancavilla vanta un organizzatissimo gruppo liturgico ( cerimonieri, ministranti, cantori, organisti e persino violinisti ) straordinariamente affiatato e preparatissimo in ambedue le forme del rito romano .
La preghiera e il decoro liturgico caratterizzano il comune impegno ai piedi dell’altare di tanti giovani che Sabato 24 agosto hanno rinnovato l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria di tutti i membri.
Auguriamo agli amici della santa tradizione della Chiesa di essere ospitati dai devoti e dinamici gruppi liturgici siciliani.

Ad Jesum per Mariam”

A.C.



Foto : 

- la Dott.ssa Gianna Emanuela Molla “ nata dall’ultimo respiro della santa mamma” con il Parroco-Prevosto e il Presidente dell'Associazione Mariana 
- la locandina realizzata dai giovani dell'Associazione " Santa Maria dell'Elemosina "

giovedì 29 agosto 2013

Frati F.I. Alla vigilia delle Professioni perpetue... l’invito di P. Volpi all’ammutinamento


               
     L’invito di P. Volpi all’ammutinamento
              e la nostra supplica ai Francescani dell’Immacolata
                    di Cristina Siccardi da Riscossa Cristiana 28 agosto 2013




Suora«Istigazione all’ammutinamento», questo, in forma implicita, ma chiarissima, il messaggio che emerge dal primo documento pubblico del Commissario apostolico, Padre Fidenzio Volpi O.F.M.Cap., incaricato dalla Sacra Congregazione dei Religiosi di commissariare l’ordine dei Francescani dell’Immacolata.
Si tratta di un documento – uscito oggi sul sito ufficiale dei Francescani dell’Immacolata – di grande importanza, visto che pare anticipare e, comunque, è informato alla medesima mentalità che produrrà le decisioni sul destino dell’Ordine, decisioni che il Commissario renderà note il 30 agosto p.v. La lettera, datata 31 agosto 2013, giorno in cui si terranno le professioni perpetue dell’Ordine, è rivolta ai «Carissimi giovani» che pronunceranno i voti in quel giorno, e ha l’obiettivo, benché lo stile sia ammantato di paternità,  di porre in chiaro ai prossimi membri religiosi l’insanabile contrasto fra il Commissario stesso, che pretende di incarnare tutto il potere della Chiesa, ed il fondatore, Padre Stefano Manelli. Citando Hans Urs von Balthasar (1905-1988)[1], si cerca di mettere i figli contro i padri, con un sistema che ricorda quello sovietico, contrapponendo l’autorità di questi a quella dei commissari del potere, autorità quest’ultima presentata come sempre ed indiscutibilmente superiore, ai limiti dell’infallibilità:
«Il teologo Von Balthasar in un saggio sulla spiritualità (Verbum Caro) sosteneva che quando una realtà religiosa ed ecclesiale si preoccupa essenzialmente di distinguersi dagli altri ponendo le proprie convinzioni come unica eccellenza a cui fare riferimento, è segno di una chiusura che non può che danneggiare il futuro stesso della Chiesa. Come potrebbe esserlo, aggiungo io, una certa confusione tra i fini ed i mezzi, per cui i testi, i suggerimenti, gl

La liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità

Da Romualdica

 Sapete di quali tesori siete depositari? Alla fine del secolo VI, nel momento in cui l’Impero romano in piena decadenza passa il testimone della cultura al mondo cristiano, la Chiesa è in possesso dei più bei gioielli del suo tesoro liturgico, tra i quali bisogna contare le preghiere del Messale e specialmente le ammirevoli collette che precedono la lettura dell’Epistola. Charles Péguy scopriva con stupore che c’è un santo per ogni giorno; dovete inoltre sapere che ogni giorno c’è una preghiera destinata a guidare i vostri passi sulla via stretta. Queste preghiere, cesellate da anni di fede da mani fini e sapienti, dovete saperle a memoria, studiarle e meditarle, perché vi si trova lo spirito incorrotto del cristianesimo contenuto sotto forma di massime scolpite nel bronzo, e non c’è niente di più adatto da mettere in pratica come le alte certezza dell’anima: queste preghiere sono regole di vita. Il nome di colletta è stato dato alla preghiera che introduce le letture della Messa e che ritroviamo a conclusione di tutte le ore canoniche, poiché era recitata davanti ai fedeli, riuniti all’inizio della Messa. La secreta (preghiera sulle offerte) e il postcommunio devono il loro nome al posto che occupano nel dramma del sacrificio eucaristico. La colletta, come il prefazio, era un tempo improvvisata dal celebrante, quando sant’Ambrogio e sant’Agostino — in un’estasi comune — alternavano per la prima volta ut fertur, i versetti del mirabile Te Deum. Poi lo Spirito santo fissò divinamente la giovane preghiera della Chiesa come l’età matura fissa i tratti dell’infanzia. In alcune raccolte di orazioni erano conservati i brani meglio riusciti, e vi si possono riconoscere le preghiere dovute a san Leone Magno grazie alla perfezione del ritmo e al rigore del pensiero: la regola salvò l’ispirazione fissandone l’eccellenza. Ai nostalgici della Chiesa delle origini, in preda al creativismo, messa da parte la loro incredibile pretesa, rispondiamo che si può essere bambini solo una volta nella vita. Per fortuna, oggi, grazie alla pietà delle generazioni passate che ci hanno trasmesso questi gioielli della nostra liturgia, se un giovane barbaro entrasse in una chiesa per ascoltare una Messa, sarebbe messo direttamente in comunicazione con il pensiero di un Padre della Chiesa del secolo IV. Secondo un’usanza molto antica, il celebrante invita la comunità al raccoglimento con l’avvertimento solenne del Dominus vobiscum. «Il Signore sia con voi!», dopo di che i fedeli rispondono: «E con il tuo spirito». Il Signore dev’essere con il sacerdote per renderlo degno di esprimere i voti della comunità. Dev’essere con i fedeli per renderli attenti alla preghiera. Il sacerdote prega allora ad alta voce, o canta, la colletta con un tono recitante nel quale solo due note sposano la forma letteraria propria delle orazioni del Messale che si chiama cursus. Parleremo più avanti di questa forma letteraria destinata a sottolineare lo svilupparsi del pensiero. Molto presto, senza dubbio sin dal secolo IV, si fecero delle raccolte di preghiere che costituiscono la ricchezza del nostro patrimonio liturgico. Alla fine del Messale troverete delle collette che si possono aggiungere, secondo i bisogni, alla preghiera del giorno. Sono le orazioni per casi particolari: per domandare la pioggia, per allontanare la tempesta, per difendersi dal demonio, per domandare la pazienza, la castità, nonché quella meravigliosa orazione per domandare la grazia del dono delle lacrime: pro petitione lacrymarum. «O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per la tua misericordia, la loro remissione». Verrà un giorno nel quale alla Sorbona saranno difese tesi di laurea sulla bellezza letteraria delle preghiere della Chiesa? Il Breviario, il Messale, il Processionale contengono una quantità di orazioni straordinarie per eleganza di stile, penetranti e profonde per pensiero. Le nostre collette sono tra le testimonianze più antiche della pietà della Chiesa primitiva; esse sono sopravvissute a lente trasformazioni della liturgia e risultano di considerevole interesse. Due caratteristiche meritano di essere sottolineate: la ricchezza dottrinale e il valore pedagogico. Ricchezza dottrinale Il campo della liturgia costituisce in sé un «luogo teologico» di una ricchezza inesauribile, una specie di rete di verità dottrinali sparse, non ordinate sistematicamente. Péguy diceva bene quando affermava che la liturgia è una «teologia distesa». Quando il canto dell’Exsultet, sgorgante di poesia, si eleva nella notte pasquale, il dogma della Redenzione illumina le menti di un bagliore proprio che non è altro se non lo splendore del vero: l’Exsultet, il Lauda Sion, il Dies Irae sono dogmi cantati che infondono direttamente nell’anima luce e amore. Dom Guéranger diceva che «la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità»; un’affermazione che all’epoca suscitò qualche stupore. I materiali che servono agli artigiani della teologia speculativa sono contenuti nella Preghiera della Chiesa, come quelli nelle cave di pietra che servono per la costruzione del Tempio: è in questo tesoro che attingono i teologi di tutti i tempi per illustrare e affermare il dogma. Padre Emmanuel André, abate di Notre-Dame de la Sainte-Espérance, trovava la dottrina della grazia nelle orazioni del Messale. Queste preghiere risentono delle lotte dottrinali del secolo IV, minacciato dall’eresia pelagiana; Pelagio minimizzava le conseguenze del peccato originale e ignorava la necessità della gratia sanans, ossia la grazia che guarisce. L’eresia pelagiana è una delle forme correnti di naturalismo che si ripresenta in ogni epoca. Padre Emmanuel non voleva contrapporre tesi a tesi; costruiva la sua teologia della grazia nel solco della preghiera della Chiesa. Le orazioni lo aiutavano a mettere in luce l’assoluta necessità della grazia divina nell’ordine della salvezza. È una perfetta spiegazione della lex orandi che stabilisce e fissa la lex credendi. Ricorderete che recentemente abbiamo ricevuto un esponente dei pentecostali: non abbiamo avuto difficoltà a provargli la novità inquietante di una preghiera che s’indirizza esclusivamente alla terza Persona, sottolineando il carattere trinitario delle nostre collette, che si elevano al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito. La stessa orazione della festa di Pentecoste espone questo modo di preghiera: la sequenza della Messa — una specie di effusione libera che s’indirizza al solo Spirito santo — dev’essere considerata come una glossa del versetto alleluiatico; la colletta resta trinitaria. «Nihil inovetur nisi quod traditum est». Ecco ciò che insegnano le preghiere liturgiche. Ci istruiscono sulla Maestà di Dio, sull’abisso della nostra miseria, sul modo di comportarci davanti a Dio e di come indirizzare a Lui le nostre richieste per essere esauditi. Valore pedagogico La liturgia è anche — e soprattutto, come ideale — una norma di preghiera. Possiamo affermare che essa ci offre il più antico e il più onorato dei metodi di preghiera. A partire dal secolo XVI si è molto parlato di orazione e di metodi di orazione. Santa Teresa d’Avila dichiarava che avrebbe voluto stare sulla cima di una montagna per convincere, se fosse stato possibile, tutto l’universo dell’importanza dell’orazione. Ma la preghiera, a partire dal secolo XVI, è stata fortemente segnata dall’umanesimo del Rinascimento e l’orazione si è trovata sottomessa a investigazioni e vaneggiamenti umani. Era fatale che lo sviluppo della psicologia inclinasse gli spiriti a forgiare metodi d’orazione nei quali dominava l’aspetto analitico e discorsivo. Durante i primi secoli della Chiesa la preghiera non aveva cessato d’irrigare i terreni dove si coltivava la vita spirituale. Dunque, come pregavano gli antichi? Usavano dei metodi? Sembra evidente di no. L’orazione scaturiva spontaneamente dall’intimo grazie all’ufficio divino. Il fiume dei misteri liturgici alimentava le prime generazioni di cristiani, come i quattro fiumi del Paradiso, senza che dovessero inventare altri metodi di accesso al santuario della vita interiore. La liturgia è stata, nelle età della fede, la grande educatrice dei figli di Dio. Gli inni, i salmi, il canto gregoriano, l’ordine sacramentale versavano nelle anime la luce delle verità della fede e spingevano l’uomo a guardare verso Dio piuttosto che a sé stesso; a cantare le «mirabilia Dei», in dissolvenza, come gli scultori dei capitelli di Chartres si eclissavano davanti al loro soggetto. Grazie alla liturgia, il primato era dato alla vita teologale e contemplativa. Le collette acquisiscono a tale proposito un considerevole valore pedagogico. Considerate l’importanza delle parole dell’orazione. Talvolta un’invocazione maestosa ci mette di fronte all’onnipotenza divina — «Omnipotens sempiterne Deus…» —, altrove la Chiesa è nominata per prima: «Ecclesiam tuam, Deus…», oppure «Familiam tuam». L’orazione si colora allora di affettuosa tenerezza. In altre occasioni l’uso di un verbo forte mette in rilievo l’azione divina: «Fac, Domine…», «Presta, quaesumus Domine…». In seguito il corpo dell’orazione esprime l’oggetto della richiesta, la quale è indicata con poche parole che indicano gioia, cosicché l’oggetto principale di una festa si trova perfettamente riassunto nella sua colletta. Ecco per esempio l’orazione della Messa di mezzanotte: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo». Con arte, la liturgia ci fa passare da una realtà creata alla sua analoga di livello superiore: dalla luce del Natale alla luce celeste, dal visibile all’invisibile. L’orazione della Messa dell’aurora invita a passare dal piano dell’essere al piano dell’agire; in poche parole ecco stabilito il fondamento della morale: «La luce che, per la fede, brilla nelle nostre anime, rifulga nelle nostre azioni» («In nostro resplendeat opere quod per fidem fulget in mente»). Così ogni festa ci fa domandare una grazia speciale con una dolcezza e una precisione che conduce l’anima direttamente al centro del mistero celebrato. Siamo illuminati su cosa domandare, sul come dobbiamo chiedere, sul perché è necessario interpellare. L’orazione dell’Immacolata Concezione sviluppa armoniosamente l’ordine delle quattro cause; quella della quarta domenica dopo Pasqua attira verso l’alto i nostri cuori con una soavità che solo il latino può rendere: «ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia», «affinché nei cambiamenti di questo mondo i nostri cuori restino fissi là dove si trovano le vere gioie». Il latino delle orazioni ci fa pregare con tanto gusto ed esattezza, che la traduzione talvolta è impossibile. Come tradurre parole come: «ostia», «pietas» o «devotio»? A venti secoli di distanza, la parola calcata sul latino appare vuota della sua sostanza o ha cambiato significato. In latino hostia significava vittima di un sacrificio con spargimento di sangue e devotio consacrazione irrevocabile. La parola pietas, così sbiadita dall’uso continuo, avrebbe bisogno — onde non tradirne il vero significato — di una lunga perifrasi che le possa ridare la sua linfa antica e sacra. La pietas romana, virtù nazionale, carica di un senso carnale e religioso, significava sia l’attaccamento alla terra, la fedeltà, la gratitudine, sia il culto reso agli dèi, ai parenti, alla patria, e ancora alla famiglia, alla casa, ai penati. Si percepisce cosa la parola pietà, bagnata dall’acqua del battesimo, potesse significare per i primi cristiani. Alla tenerezza paterna di Dio l’anima illuminata dal Verbo rispondeva sicut naturaliter rifluendo verso il focolare beatificante della vita trinitaria. Alcuni tra voi si domanderanno come pregare con le orazioni del Messale. La prima condizione è di sapere leggere; scienza poco comune, contrariamente a quello che si crede, e che comporta due operazioni: scrutare e soppesare. Consiglio a chi tra voi vuole ispirarsi alla santa liturgia per alimentare la propria vita di preghiera, d’imitare il metodo dei cercatori d’oro. Il ciclo dell’anno liturgico è simile a un grande fiume carico di riti, canti e poemi. Vi si trovano anche brevi formule brillanti di un vivo splendore che si possono paragonare a pagliette d’oro. Leggere lentamente il proprio del Messale è un eccellente metodo di preghiera, setacciare per così dire giorno dopo giorno l’acqua di questo fiume e cogliere con cura ciò che risponde alle attese e al desiderio dell’anima. La colletta della domenica diventerà, sotto la guida della Chiesa, una gustosa meditazione e un’esortazione pratica per tutta la settimana. Potremo così portare, incise nella nostra mente, le formule delle preghiere preferite, arricchite da brillanti massime che illuminano la nostra strada. 
Ecco qualche esempio preso a caso: 
 «Sic transeamus per bona temporalia, ut non amittamus aeterna» [1]. «Sacramentum vivendo teneant quod fide perceperunt» [2]. 
«Sine te nihil potest mortalis infirmitas» [3]. 
«Ad promissiones tuas, sine offensione curramus» [4]. 
«Da nobis fidei, spei et caritatis augmentum» [5]. 
«Discamus terrena despicere et amare caelestia» [6]. 
«Auctor ipse pietatis!...» [7]. 

In queste ultime parole — «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» —, che arte di commuovere il cuore di Dio! C’è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e accenti dei primi cristiani rinati dall’acqua battesimale, ascoltando le medesime letture, intonando uguali canti, attenti come loro alla misteriosa voce dello Spirito e della Sposa che dice: «Vieni, Signore Gesù!». 

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 Note: [1] «Affinché passiamo tra i beni temporali senza perdere quelli eterni» (colletta della terza domenica dopo Pentecoste).
[2] «Concedi di conservare nella vita quel sacramento che ricevettero per la fede» (colletta del martedì di Pasqua).
[3] «Senza di voi la debolezza della nostra natura mortale non può nulla» (colletta della I domenica dopo Pentecoste).
[4] «Fai che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi» (colletta della XII domenica dopo Pentecoste).
[5] «Accresci in noi la fede, la speranza e la carità» (colletta della XIII domenica dopo Pentecoste).
[6] «Impariamo a disprezzare le cose terrene e ad amare quelle del cielo» (postcommunio della Messa del Sacro Cuore).
[7] «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» (colletta della XXII domenica dopo Pentecoste).

 [Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 59-70]

"Siano come sono, o non siano"


Sint ut sunt, aut non sint

 di Roberto de Mattei  da Corrispondenza Romana 27 agosto 2013

loyola-and-jesuit-theologians«Sint ut sunt aut non sint» (siano come sono, o non siano) è una frase che secondo alcuni storici sarebbe stata pronunciata dal preposito generale dei Gesuiti Lorenzo Ricci, di fronte alla proposta di “riformare” la Compagnia di Gesù, accomodandola alle esigenze del mondo. Si era nella seconda metà del XVIII secolo e i Gesuiti rappresentavano il baluardo contro cui si infrangevano gli attacchi dei nemici esterni ed interni alla Chiesa. I nemici esterni erano capeggiati dal “parti philosophique” illuminista, quelli interni erano frastagliati in correnti ereticali che, sotto il nome di gallicanesimo, giurisdizionalismo, regalismo, febronianesimo, pretendevano di piegare la Chiesa ai voleri degli Stati assoluti.
I Gesuiti, fondati da sant’Ignazio di Loyola, difendevano con vigore il primato del Romano Pontefice, a cui erano legati da un quarto voto di obbedienza. I sovrani assoluti, influenzati dalle idee illuministiche, avevano iniziato ad espellere i Gesuiti dai loro regni, accusandoli di pervertire l’ordine sociale. Ciò però non bastava. Occorreva trasformare dall’interno la Compagnia, ma poiché il generale dei Gesuiti si opponeva, non restava che sopprimerla, e solo un Papa poteva farlo.
L’occasione si presentò alla morte di Clemente XIII, il 2 febbraio 1769. Lo storico Ludwig von Pastor, nel XVI volume della sua Storia dei Papi (tr. it. Desclée, Roma 1943), descrive con ricchezza di documentazione le manovre che si svolsero prima, durante e dopo il Conclave che, dopo ben 3 mesi e 179 votazioni, vide, il 14 maggio, l’elezione del francescano Lorenzo Ganganelli, con il nome di Clemente XIV. Il nuovo Papa fu eletto a condizione che abolisse la Compagnia di Gesù. Pur non mettendo per iscritto una promessa formale, che avrebbe comportato la simonia, il cardinale Ganganelli prese questo impegno con gli ambasciatori delle Corti borboniche. Lo Spirito Santo non mancò di assistere il Conclave, ma la corrispondenza alla grazia divina dei cardinali non fu certo adeguata, se la loro scelta si appuntò su un prelato che Pastor definisce «un carattere debole e ambizioso, che aspirava alla tiara» (op. cit. p. 66).
Il 21 luglio 1773, con il Breve Dominus ac Redemptor, papa Clemente XIV soppresse la Compagnia di Gesù, che all’epoca contava circa 23.000 membri in 42 province. «Questo Breve del 21 luglio 1773 – scrive Pastor – rappresenta la vittoria più manifesta dell’illuminismo e dell’assolutismo regio sulla Chiesa e sul suo Capo» (p. 223). Il padre Lorenzo Ricci, venne incarcerato in Castel Sant’Angelo, dove morì il 24 novembre 1775. Clemente XIV, lo precedette nella tomba il 22 settembre 1774, un anno dopo la dissoluzione dell’ordine. La Compagnia venne dispersa, ma sopravvisse in Russia, dove la zarina Caterina II rifiutò di dare l’exequatur al breve di soppressione. I Gesuiti della Russia Bianca furono accusati di disobbedienza e ribellione al Papa, ma assicurarono la continuità storica dell’ordine, mentre in altre nazioni ex-Gesuiti promuovevano, nello spirito ignaziano, nuove congregazioni religiose.
Nel 1789 scoppiò la Rivoluzione francese e si aprì per la Chiesa un’epoca drammatica, che vide l’invasione giacobina della città di Roma e la deportazione dei due successori di Clemente XIV: Pio VI e Pio VII. La resistenza alla Rivoluzione fu assicurata in questo periodo soprattutto da un’associazione segreta, le “Amicizie cristiane”, fondate a Torino dall’ex-gesuita svizzero Nikolaus Albert von Diessbach.
Dopo quarant’anni, finalmente, con la costituzione Sollicitudo omnium ecclesiarumdel 7 agosto 1814, Pio VII revocò il Breve del 21 luglio 1773 e dispose la completa ricostituzione della Compagnia di Gesù in tutto il mondo, «sembrandogli grave colpa innanzi a Dio se in un tempo così calamitoso avesse sottratto più oltre alla nave della Chiesa quei validi ed esperti rematori» (Pastor, op. cit., p. 421).
Un Papa francescano, Clemente XIV, soppresse i Gesuiti, nel 1773. Sarà il gesuita papa Francesco a sopprimere o, peggio ancora, a “riformare”, un Istituto francescano nel 2013? I Francescani dell’Immacolata, non hanno il passato di gloria dei Gesuiti, ma il loro caso presenta qualche analogia con quello della Compagnia di sant’Ignazio, e rappresenta soprattutto una sintomatica espressione della profonda crisi in cui si dibatte oggi la Chiesa cattolica:
Fondati dal padre Stefano Maria Manelli nel 1970, i Francescani dell’Immacolata conducono vita evangelica e penitente, e si sono contraddistinti, fin dall’origine per il loro attaccamento alla morale e alla fede tradizionale. Il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito piena cittadinanza al Rito romano antico ha rappresentato per essi la possibilità di vivere, anche sul piano liturgico, questo amore alla Tradizione. Padre Manelli non ha mai imposto il Vetus Ordo, ma lo ha suggerito ai suoi Frati, le cui ordinazioni sacerdotali negli ultimi anni sono state fatte da eminenti principi della Chiesa nella linea della “riforma nella continuità” di Benedetto XVI.
Dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica (CIVCSVA), oggi presieduta dal cardinale João Braz de Aviz, dipendono congregazioni, maschili e femminili, che hanno abbandonato, in tutto o in parte, l’abito religioso e che vivono nella rilassatezza morale e nel relativismo dottrinale, senza nessun richiamo da parte delle autorità competenti. I Francescani dell’Immacolata rappresentano una pietra di contraddizione, che spiega il desiderio della CIVCSVA di “normalizzarli”, ossia di riallineare la loro vita religiosa agli standard vigenti. La presenza di un piccolo nucleo di Frati “dissidenti” ha offerto alla Congregazione l’occasione per intervenire, con l’invio di un Visitatore, mons. Vito Angelo Todisco, il 5 luglio 2012. Sulla sola base di un capzioso questionario inviato ai Frati da mons. Todisco, senza incontrarli personalmente, la CIVCSVA ha disposto, l’11 luglio 2013, il commissariamento dell’Istituto, con un Decreto che contiene un’interdizione, assolutamente illegittima, di celebrare la Messa tradizionale.
Nei prossimi giorni e settimane conosceremo meglio il piano del Commissario, Fidenzio Volpi, di cui però si possono già intuire le grandi linee: isolare il Fondatore, padre Manelli; decapitare il Consiglio a lui fedele; trasferire in periferia i Frati “tradizionali” e attribuire il governo centrale dell’Istituto ai dissidenti; affidare le case di formazione a Padri non sospetti di simpatie “tradizionaliste”; sterilizzare le pubblicazioni dei Francescani che affrontano temi “controversi”; in particolare, evitare il “massimalismo” mariologico, l’eccessiva “rigidità” in campo morale, e soprattutto ogni critica, sia pur rispettosa, al Concilio Vaticano II; aprire l’Istituto al “dialogo ecumenico” con le altre religioni; limitare la celebrazione del Vetus Ordo a situazioni eccezionali; snaturare insomma l’identità dei Francescani dell’Immacolata, che è cosa peggiore del sopprimerli.
Se questa deve essere la “riforma”, c’è da augurarsi una separazione tra le due anime che attualmente convivono all’ interno dei Francescani dell’Immacolata: da una parte i Frati che interpretano il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione della Chiesa e che in questo spirito hanno riscoperto il rito Romano antico, in tutta la sua verità e bellezza; dall’altra parte coloro che reinterpretano il carisma del loro  Istituto alla luce del progressismo postconciliare. La cosa peggiore è la confusione e la crisi di identità. E oggi, il garante dell’identità dei Francescani dell’Immacolata, non può che essere il loro fondatore, padre Stefano Maria Manelli, su cui pesa la responsabilità delle decisioni ultime. L’unico che può ripetere, come è già accaduto nella storia: Sint ut sunt aut non sint.