Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

giovedì 28 febbraio 2013

SIAMO TUTTI SEDEVACANTISTI!


stemma del Cardinal Bertone, Camerlengo
durante la Sede Vacante 28.02.2013
Oggi è il gran giorno in cui diventa effettivo il "gran rifiuto" di Benedetto XVI, il nostro beneamato Papa.

Si scriverà per secoli delle ragioni che lo hanno spinto a questo passo inaudito e sostanzialmente senza precedenti (i pochi, antichi casi di rinunzia non furono mai motivati da un semplice venir meno del vigore, e nemmeno da malattie o età veneranda). Non sfuggono a nessuno i rischi destabilizzanti del gesto - lo stesso per cui i progressisti ora osannano la scelta "rivoluzionaria" e "umanizzante" del Papa - tanto che, pur nell'inevitabile melassa del momento, perfino un cardinale con la testa sulle spalle come George Pell non nasconde le sue osservazioni critiche e preoccupate, preconizzando che ora sarà più facile montare movimenti di opinione e pressione per far dimettere futuri papi sgraditi alla mentalità del secolo.

Ma tant'è. Abbiamo constatato negli ultimi giorni, seguendo i suoi discorsi, come sia ancora perfettamente lucido e intellettualmente sveglio il Papa ormai 'emerito' (e, per inciso, meno male che il cerimoniale studiato per l'occasione non l'ha spogliato degli attributi della sua passata dignità: nome, abito bianco, appellativo di santità; altrimenti il processo di desacralizzazione del papato avrebbe toccato il fondo). Questo ci porta a concludere che papa Ratzinger si è ben reso conto dei rischi e delle controindicazioni. Se ha deciso egualmente, vuol dire che la situazione è davvero seria e necessita non già di un intellettuale, di un mite, di un uomo proverbialmente poco aduso a comandare. Insomma: Benedetto XVI ha capito che non c'è più bisogno di lui, ma di un nuovo Giulio II; di uno spiccio generale, non di un mite teologo.

Papa Benedetto XVI è salito sul monte e lascia noi a combattere contro gli amaleciti. Non penso lo rivedremo più, purtroppo. Egli resterà nondimeno il Papa del nostro riscatto; del buon senso liberatorio dopo decenni di nonsense postconciliare; della lotta al relativismo radicato nella chiesa del concilio; della risurrezione della liturgia che ha visto nel Summorum Pontificum il suo culmine.

Resteremo per sempre benedettiani. Ma non saremo orfani ratzingeriani, attaccati ad un pontefice che non è più, speculari alle tante vedove montiniane che hanno infestato e ancora infestano la Chiesa.

Da oggi, siamo tutti sedevacantisti. Da domani, la battaglia riprenderà.

Enrico

Dolce Cristo in terra


Un Sacerdote ha composto questa poetica invocazione di preghiera per il "Dolce Cristo in terra". 
Addolciamo l'odierna severità sedevacantista con l'indispensabile orazione:  perchè nei nostri cuori non manchi la dose di cristiana speranza che ci permette di sopravvivere , forti nella Fede, in questi  tempi tanto difficili.

Mio dolcissimo Cristo in Terra,

permettimi di chiamarti così, mentre là fuori tutti esultano, ed io ti vedo iniziare il Getsemani. Vorrei tergerti almeno il sudore dalla fronte in questo martirio silenzioso e camuffato da festa.
Oh, come detesto le mani che oggi sventolano per salutarti: mi paiono tanti schiaffi dati al Santo Volto e vorrei riceverli mille volte io piuttosto che veder offendere il tuo sacro onore.
No, non le mani della povera gente. Le loro son sempre state carezze per te.
Le mani del Sinedrio che ti circonda, i lupi davanti ai quali chiedesti preghiere per non aver paura.
Eccoli, allegri e festanti mentre la vittima è portata al patibolo.
Ma non era così anche durante la Pasqua ebraica?
In tutta Gerusalemme fervevano le gioiose preparazioni e il Cristo giaceva spoglio e abbandonato nel sangue e nel sudore.
Oh, se la gente potesse vedere com'è tutto uguale. Caifa, Giuda, Pilato. I soldati.
Ti cingono le vesti e ti portano via come agnello strattonato dai macellieri.
Ma certo, oggi tutto è vestito a festa, così adatto alla recita sul palcoscenico del mondo.
Chi potrà mai accorgersene?
E così battiamo le mani a tempo, dando ritmo all'agonia come fosse una danza.
Come picchiano i soldati. Come urla la folla.
Fingono di celebrare la tua grandezza e rinnegano le tue parole “così amare che se le sono già dimenticate”; accusano il tuo magistero “così scandaloso che non ne vorranno mai più uno”; svillaneggiano il tuo amore per la Chiesa insinuando “vile traditore”.
Oggi, giovedì eucaristico, inizia la grande Passione.
Che Quaresima breve facciamo.
Tra poco i lupi del Sinedrio per l'ultima ti percuoteranno con i loro saluti, con i loro sorrisi di circostanza e ti flagelleranno con le loro lingue biforcute – grovigli mai sazi di calunnia – nel darti omaggio in pubblica piazza.
Ti guarderanno allontanarti e diranno tra loro “se ne va, abbiamo vinto! Il Palazzo è senza custode. Saccheggiamolo!”. Poveri Barabba che suggeriscono alla folla: “Non poteva fare altrimenti!”. E nessuno pensa a cosa si può nascondere in una parola come “altrimenti”.
Lupi affamati che, mentre il Mare ritira sdegnato le sue Acque, corrono a cibarsi delle carcasse spiaggiate sull'arenile.
E tu che facendoti beffe di loro hai passato gli ultimi giorni a dirci continuamente “guardate che resto! Io vado nel giardino degli ulivi profumati, vado a vegliare su di voi nella Notte imminente. Non capite?”
No, mio dolcissimo Cristo in Terra, non capiamo.
Là fuori ci sono preti, frati, suore, chierichetti, ministri straordinari dell'Eucarestia, catechisti, interi consigli pastorali e di affari economici, perpetue, cantori, volontari d'ogni specie di solidarietà e comuni fedeli che non sono più in grado di capire.
La Fede si è spenta e la cecità li assale.
Non capiscono che stanno scendendo le Tenebre. Che sono già nell'oscurità.
Pecore e pastori incapaci di vegliare. Ancora una volta, come duemila anni fa.
Nel mezzo dell'Anno della Fede, Dio nasconde la Luce sotto il moggio, spegne il Faro dell'umanità, adombra il Sole, lascia che l'Eclissi avanzi sul pianeta.
E tutto va bene.
Le mamme non richiamano i loro figli in casa.
Le navi vicino alle coste non suonano le sirene.
Le guardie non si levano dai deschi a controllare le strade.
Le sentinelle non salgono sulle mura a scrutare l'orizzonte.
Sembra sia rimasto solo tu a sapere cosa stia per succedere.
Hai pure detto alle Vergini sagge l'ora in cui le Porte della Città si spalancheranno in apparente resa.
E aspetti l'invasione nella Notte come noi, a fianco di carcerieri intoccabili come stelle, inafferrabili come nuvole, invisibili come insetti.
Ma a tutto c'è un senso per chi riposa nella Speranza.
Nel buio delle Tenebre qualcuno potrà finalmente intravedere che gli brilla una Luce nel cuore.
Per alcuni solo una piccola candela, per altri una lampada più gagliarda, per altri ancora un cero pasquale.
In molti sapranno cos'è la Fiamma Celeste e correranno a portarla al riparo nella Torre d'Avorio, l'inespugnabile Cuore della Madre. E così il silenzioso esercito dell'Immacolata si alzerà in battaglia e urlerà il suo canto.
Ecco la Luce che non appartiene a questo mondo.
Ecco la Luce che è venuta ad incendiare il mondo.
Ecco la Luce su cui non prevarranno le oscurità.
Tenebrae factae sunt.
Et Lumen Christi refulsit.
Lo hai detto. “E' necessario che l'Unto di Spirito Santo si ritiri nel deserto per smascherare i falsi Messia”. “La Chiesa sta morendo per i suoi peccati ma risorgerà per la sua Fede. Non temete”.
Fiant aures intendentes.

La mia decisione di rinunciare all'esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell'officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all'opera di Dio”.
L'iniquità è dove c'è contraddizione. Essere e non essere al medesimo tempo e alla medesima maniera. Come Cristo sulla Croce ti fai ai nostri occhi apparente contraddizione per togliere la maschera al mistero di iniquità. Papa e non papa, libero e prigioniero, qui e altrove.
Stat crucifixus dum volvitur orbis.
 

Sei diventato il Perno.
Il centro della Creazione ribolle. La pioggia di fuoco attende.
Il Cuore Immacolato della Regina batte per il suo trionfo.
Questa Via Crucis cercata, voluta e preparata secondo una Volontà superiore, inizia.
Ma prima dimmi.
In quale notte un angelo di Dio, il soffio dello Spirito, la Luce dell'Anima ti fece visita e ti mostrò tutto questo, come a San Giuseppe prima della fuga in Egitto?
Perché la gravità di questa situazione non ti spaventa. Io tremo.
Dici che se Dio ti chiama a salire il monte è per servire meglio la Chiesa.
Ma se un Papa, che sta seduto così in alto da guardare tutta la Terra, sale ancora un poco non entra dritto nel Paradiso?
Dimenticavo. Il Calvario è la scala per il Paradiso.
E allora mi viene alla mente che anche suor Lucia vide un vescovo vestito di bianco salire alla Croce. “Avevo il presentimento fosse il Santo Padre” osò dire. Ed io oggi oso pensare.
Oggi, che sembra tutti si sian dimenticati chi veramente sei, Pietro.
Oggi che s'accaniscono contro il tuo ufficio e ti dimenticano addosso i simboli.
L'abito, il nome, il titolo. La tiara di spine.
Pietro si è, Pietro non si fa.
Padre si è, Padre non si fa.
Il potere di un Papa risiede nella tua stessa Sacra Persona.
Egli ha un potere così alto e sovrano che solo Dio potrebbe scioglierlo.
Perfino il Papa, che può sciogliere tutto, non può sciogliere se stesso.
Può decidere di non fare ciò che fa. Ma non può decidere di non essere ciò che è.
Dio non si contraddice.
Tu es Petrus.
Et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. 
Nessuno più vede le profondità metafisiche del Papato.
E nessuno più vede gli abissi vertiginosi della Battaglia.
Il Nemico vuole annientare la Presenza da questo mondo fin dai tempi dell'Incarnazione.
L'odio che mosse Erode a cercare Cristo tra gli innocenti.
L'odio che mosse Lutero a negare Cristo nella transustanziazione.
L'odio che, infine, mosse certi novatori a corrompere i Sacri Riti.
Ecco l'odio che ti odia, Pietro!
Tu sei la Pietra del Palazzo, il Vicario del Padrone, il Custode della Presenza.
Eliminandoti, i perfidi vignaioli pensano di impossessarsi dell'eredità.
Povero bianco Agnello che geme.
Cristo morendo volse lo sguardo verso Roma per benedirti.
E anche tu, oggi, lo raggiungi tacendo mansueto.
Vedo il tuo sorriso e lo sguardo rivolto all'Oltre.
All'Oriente dove si nasce e dove non si muore.
Sì, sei il Vicario di Gesù Cristo in Terra. Anche in questa trentatreesima ora del mondo.
Vicario di onori nei giorni del Messia osannato dalla folla.
Vicario dei dolori nei giorni della Vittima che si trascina al Sacrificio del Calvario.
Ora va' alla tua bianca prigionia.
Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corri verso la meta per arrivare al premio che Dio ti chiama a ricevere lassù, in Cristo Signore.
Alza le mani al Cielo e benedici il mondo col tuo perdono.
Ancora una volta Vicario di Cristo in Terra.
Ancora un volta Vicario del Re Vittorioso.
Amen.

Sancta Missa pro eligendo Summo Pontifice in rito antico a Molini di Prelà, Diocesi di Albenga-Imperia

In ossequio a quanto disposto e raccomandato dal Vescovo diocesano 
di Albenga - Imperia 
 S. Ecc. Rev.da Mons. Mario Oliveri
con comunicazionedel 20 febbraio 2013

Giovedì 289 febbraio 2013 - ore 20:00
-inizio della Sede Vacante-
 
SANCTA MISSA
"pro eligendo Summo Pontifice"

nella forma extraordinaria del Rito Romano

nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista 
a Molini di Prelà
 
celebrata dal Rev.do prevoso
don Thomas Jochemc

* *  *
 Curia Vescovile di Albenga – Imperia

Cancelleria

*************
 
  COMUNICAZIONE AL CLERO DELLA DIOCESI


Per incarico di Monsignor Giorgio Brancaleoni, Vicario Generale, vi comunico alcune direttive inerenti l’imminente sede vacante, a seguito della rinuncia annunciata da Sua Santità il Papa Benedetto XVI.

Domenica 24 febbraio in ogni chiesa parrocchiale si organizzi un momento prolungato di preghiera per il Santo Padre Benedetto XVI.
Dalle ore 20 del 28 febbraio p. v. durante la celebrazione della S. Messa, nel momento del Canone (Preghiera Eucaristica) si omette il nome del Papa e si recita soltanto: in unione con il nostro Vescovo Mario.
Dal momento in cui verrà annunciata l’elezione del nuovo Romano Pontefice si utilizzerà il nome di colui che sarà stato eletto.
Il giorno prestabilito in cui inizierà il Conclave per l’elezione del Romano Pontefice è permesso, e pertanto si consiglia vivamente, celebrare la santa Messa “Per l’elezione del Sommo Pontefice”.
Al momento dell’elezione del nuovo Papa si suonino a festa le campane di tutte le chiese della diocesi, così pure nei due giorni successivi all’Angelus di mezzogiorno e a quello della sera.

Albenga, 20 febbraio 2013.

Can. Tiziano Gubetta
 Cancelliere Vescovile

mercoledì 27 febbraio 2013

Le ultime emozionanti parole e l'ultimo insegnamento di Papa Benedetto XVI regnante. "Ho pregato tanto. Ho fede in Dio".

Ultima udienza generale 
di Sua Santità Bendetto XVI, da Papa regnante
Piazza San Pietro, 27 febbraio 2013, 


CI MANCHERETE, SANTITA'!


 Dal sito di Radio Vaticana, un breve video


"Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle! 


Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.
Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.

[…] in questo momento il mio animo si allarga per abbracciare tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le "notizie" che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo. […]

In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.

Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto ferma questa certezza che mi ha sempre accompagnato.

In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza.

È stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire.

Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.

Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano.

In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: "Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…". Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo! […]

In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.

Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre: chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della loro comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.

Il “sempre” è anche un “per sempre”: non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.

Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che voglio vivere sempre.

Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo successore dell’apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito. [...]"

Qui il testo completo dell'udienza generale del 27.02.2013 (vatican.va)

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S. E. Mons. Schneider in visita a Concesa


Ci scrive p.Giorgio Maria Faré, priore del convento dei PP.Carmelitani di Concesa - Trezzo sull'Adda- Mi, diocesi di Milano per segnalarci questo evento particolarmente gradito: la visita a Concesa del Vescovo Schneider dal 1° al 3 marzo 2013. 

Sul bel sito dei Carmelitani e del Santuario della Divina Maternità (http://www.santuariodivinamaternita.com/) si possono trovare notizie più dettagliate, oltre che altre belle e interessanti pagine.

martedì 26 febbraio 2013

Continuerà a chiamarsi Benedetto XVI e manterrà il trattamento di Santità

Gregorio XII con la porpora cardinalizia ma
con la tiara.
Benedetto XVI continuerà a ricevere il trattamento di Santità, ma sarà chiamato "Romano Pontefice emerito", vestirà la talare bianca (quella semplice, senza "pellegrina") e conserverà il nome che si impose una volta eletto al Soglio di Pietro.
Questo segna un'innovazione rispetto all'ultimo precedente: papa Gregorio XII Correr dopo l'abdicazione messa in atto nel 1415 per sanare lo scisma di Occidente, riprese il titolo di Cardinale e divenne Vescovo di Porto e quello di Legato della Marca di Ancona, nonché gli fu riconosciuto il diritto di avere il primo posto dopo il Pontefice.
Tuttavia il mantenimento dello stesso titolo e trattamento è usuale per tutti i sovrani abdicatari o deposti.
Come sempre si continuerà a rivolgersi a lui con "Vostra Santità" quando gli si parla o scrive direttamente, e con "Sua Santità" quando ci si riferisce a lui indirettamente.
Sarà rispettato il prescritto annullamento (rottura) dell'Anello Piscatorio e del sigillo papale.
Alle 20:00 di giovedì 28 febbraio la Guardia Svizzera lascerà il presidio a Castel Gandolfo, perchè avrà inizio la Sede Vacante. Tutti i gendarmi non dovranno più vigilare sulla sicurezza di Ratzinger (che non sarà più il papa "regnante", ma solo emerito) dovendo poi scortare e proteggere solo il Collegio Cardinalizio  e il Camerlengo (e il suo vice).
Si veda anche su Radio Vaticana.
Roberto

Manterrà il titolo di Sua Santità, sarà «Papa emeritto»,
vestirà la talare semplice bianca, non porterà più le scarpe rosse.
Il 4 marzo la prima congregazione dei cardinali

di ANDREA TORNIELLI, da Vatican Insider del 26.02.2013
Città del Vaticano

Joseph Ratzinger conserverà il nome papale anche dopo le 20 del prossimo 28 febbraio, quando lascerà il pontificato: continuerà a chiamarsi Benedetto XVI e ci si rivolgerà a lui come a Sua Santità. Diventerà «Papa emerito» o «Romano Pontefice emerito».
Il portavoce vaticano, durante il briefing con i giornalisti, ha spiegato che Ratzinger continuerà a vestirsi di bianco, ma con la talare semplice, non con la «pellegrina», quella specie di mantelletta delle talari vescovili. Inoltre, ha detto Lombardi, non porterà più le scarpe rosse. «Ma il Papa ne aveva anche di marroni - ha spiegato il portavoce - e in particolare era molto contento per un paio di scarpe che gli sono state donate durante il viaggio in Messico del 2012, a Leòn».
Alle 20 di giovedì l'anello del pescatore e il sigillo papale saranno distrutti. Ratzinger continuerà a portare un anello, ma non più quello papale. L'inizio della sede vacante, la sera del 28 febbraio, sarà visivamente segnato dal fatto che le guardie svizzere incaricate di vigilare sul Papa, dalla sera di quel giorno lasceranno Castel Gandolfo, perché da quel momento il Papa non ci sarà più.
Per quanto riguarda l'inizio delle congregazioni generali dei cardinali, il decano Angelo Sodano farà partire la convocazione per i porporati il giorno 1° marzo: questo significa che la prima congregazione si terrà lunedì 4 marzo, non prima. E dunque prima della prossima settimana non sarà possibile conoscere la data del conclave.

Mons.Claudio Giuliodori nuovo Assistente Generale dell'Universita' Cattolica

Da oggi la Diocesi di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli e Treia è in sede vacante perchè il Vescovo Claudio Giuliodori è stato nominato dal Santo Padre Benedetto XVI Assistente Ecclesiastico Generale dell'Università Cattolica. L'Agenzia di stampa AGI ha diffuso questo comunicato : " (AGI) - CdV, 26 feb. - Lo storico portavoce della Cei e attuale vescovo di Macerata, monsignor Claudio Giuliodori, e' il nuovo assistente ecclesiastico generale dell'Universita' Cattolica. Lo ha nominato oggi Benedetto XVI, al posto di monsignor Sergio Lanza, recentenete scomparso. E' la prima volta che tale incarico viene conferito a un vescovo " .
Dal 31 marzo 2007 , data dell' ordinazione e presa di possesso  , Mons. Claudio Giuliodori ha impresso alla Diocesi una particolare impronta pastorale visitando più volte le Parrocchie ( anche le più piccole ) e celebrando personalmente le varie feste patronali anche nelle più umili comunità rurali.
Ha promosso, fra l'altro, la pubblicazione di prestigiosi volumi sulla vita religiosa e artistica della Diocesi ed è stato l'indiscusso artefice del restauro di importanti Chiese fra cui ricordiamo particolarmente la Basilica Concattedrale di Recanati ( QUI  e  QUI ) e, due mesi fa, la barocca Chiesa di San Filippo al Corso di Macerata ( QUI ).
Ha sempre curato le Liturgie vescovili con particolare attenzione valorizzando anche gli antichi paramenti, che la Diocesi conserva in Cattedrale e nelle Concattedrali ed  avvalendosi del competenza liturgica del  Prof. don Gianluca Merlini, cerimoniere vescovile.
Anche la Liturgia nell'antico rito della Chiesa, disciplinata con il Motu Proprio "Summorum Pontificum" di Papa Benedetto XVI ha trovato in Diocesi la  giusta collocazione e diffusione attraverso il settimanale diocesano.
Mons. Claudio Giuliodori rimarrà nella Diocesi marchigiana come Amministratore Apostolico fino all'arrivo del nuovo Vescovo.  


"Don Bosco mistico" - Torino, 15 marzo 2013



Venerdì 15 marzo, ore 20,45
Istituto Salesiano Valsalice
Viale Thovez 37 - Torino

In preparazione alle celebrazioni del secondo centenario della nascita
di San Giovanni Bosco (1815-2015),
presentazione del libro

Don Bosco mistico
Una vita tra cielo e terra
(La Fontana di Siloe)
di
Cristina Siccardi
Con l'autrice interverrà
Don Roberto Spataro SDB
docente alla Facoltà di Lettere Cristiane Classiche della Università Pontificia Salesiana e
Segretario della Pontificia Academia Latinitatis 


lunedì 25 febbraio 2013

Breve storia della custodia dell'Eucarestia: dai Padri della Chiesa ad oggi passando per i due Concili: di Trento e Vaticano II

grazie a Luigi per la segnalazione. 
Breve storia della custodia dell'Eucaristia 
di dom Cassian Folsom osb - trad. it. a cura di d. G. Rizzieri

 "Bene et firmiter"

Nell'intento di discernere i grandi cambiamenti avvenuti lungo i secoli nella dottrina e nella prassi della custodia del Santissimo Sacramento, dividerò la storia del tabernacolo in quattro sezioni: dal periodo patristico fino al tempo carolingio, dal periodo carolingio fino al Concilio di Trento, dal Concilio di Trento al Vaticano II, e dal Vaticano II ad oggi.


Dal periodo Patristico fino al tempo Carolingio

Nel primo periodo storico si riscontrano due generi di custodia del Santissimo Sacramento: 1) la custodia privata dell'Eucaristia nelle case dei fedeli, e 2) la custodia dell'Eucaristia in chiesa per portarla ai malati o ai morenti. Nella prima categoria, le case dei fedeli, non abbiamo quasi informazioni su dove e come l'Eucaristia fosse custodita, sappiamo solo da alcune fonti che essa veniva devotamente avvolta in un telo di lino bianco o posta in una apposita cassetta o contenitore. Nel caso di riserva del Santissimo Sacramento nelle chiese, le Costituzioni Apostoliche al cap. VIII n. 13, indicano che i diaconi dovevano mettere ciò che avanzava delle specie eucaristiche consacrate durante la Messa in una stanza particolare chiamata 'Pastoforio', che nelle chiese orientali si trovava nella parte sud dell'altare. In occidente, era denominata 'secretarium' o 'sacrarium'. Il diacono, avendo l'incarico di amministrare l'Eucaristia, ne teneva le chiavi. Nella stanza vi era un'apposita credenza o cassetta chiamata 'conditorium'. Ne sono un esempio i mosaici del mausoleo di Galla Placidia del V secolo a Ravenna. Riguardo al tempo pre-carolingio, non si ha conoscenza dell'uso dell'altare come luogo per la riserva dell'Eucaristia.

Dal IX secolo, la riserva in chiesa del Santissimo Sacramento diviene la norma, mentre scompare la prassi di conservare l'Eucaristia nelle case. E' uno di quei cambiamenti fondamentali che merita maggiore attenzione. Giambattista Rapisarda offre tre ragioni per un cambiamento così significativo nella prassi eucaristica: 1) il sorgere delle grandi dispute eucaristiche sulla natura della presenza di Cristo, a partire da Pascasio Radberto (+859) e Ratramno (+868); 2) la diffusione di una diversa spiritualità che consisteva in un nuovo genere di preghiere apologetiche che manifestavano enorme rispetto per l'Eucaristia e un senso di profonda indegnità dinanzi a un così grande mistero; e 3) la conversione in massa dei popoli barbari con il pericolo di profanazione dell'Eucaristia da una parte, e di superstizione dall'altra.


Dal periodo carolingio al Concilio di Trento

I sei o sette secoli di questo secondo periodo vedono notevoli sviluppi nella teologia e nella prassi eucaristica. E' il tempo della controversia eucaristica che infuriò intorno a Berengario (+1088); dello sviluppo di una nuova pietà eucaristica che esprimeva il desiderio di vedere l'Ostia, per cui venne introdotta, nella consacrazione del pane e del vino nella Messa, prima l'elevazione dell'Ostia e poi quella del Calice; delle precisazioni scolastiche circa la transustanziazione; dell'istituzione della festa del Corpus Domini; del declino della ricezione della Comunione, e così via. Alcuni di questi fattori contribuiscono al formarsi di nuovi modi per custodire l'Eucaristia (le torri sacramentali, per esempio). In altri momenti, è la forza della consuetudine che mantiene le forme più tradizionali.

Righetti distingue cinque modi principali di custodia del Santissimo Sacramento durante questo periodo: 1) Propitiatorium: contenitore o cassetta posta sull'altare, una sorta di tabernacolo portatile. Il Concilio Laterano IV (1215-1216) prescriveva che dovesse restare chiuso a chiave e messo al sicuro. Un sistema assai diffuso in Italia nei secoli XIII e XIV; 2) Sacrestia: In molti luoghi, l'Eucaristia era conservata in sacrestia, in una sorta di apposita cassetta o credenza. Una prassi che durò fino al Concilio di Trento; 3) Colomba eucaristica: sistema usato attorno al secolo XI. Colomba di metallo (simboleggiante lo Spirito Santo), concava, di modeste proporzioni, che dal ciborio (se c'era) pendeva sull'altare o era posata su un tavolino accanto all'altare. Di uso frequente in Francia e Inghilterra, ma raramente usato in Italia; 4) Tabernacoli murati: il sistema più comunemente usato a partire dal XIII secolo, soprattutto in Italia e Germania, perché più pratico e sicuro. Dalla parte dell'altare su cui era posto il Vangelo, si incastonava alla parete un tabernacolo. Un fine esempio di tabernacolo simile è ancora visibile nella chiesa di San Clemente a Roma (XIII secolo). Dal XVII secolo, con lo sviluppo del tabernacolo sull'altare, i tabernacoli murati serviranno a custodire gli oli sacri; 5) 'Sakramentshaeuschen' o torri sacramentali: dal XIV al XVII secolo, era una caratteristica dei Paesi del nord Europa (Germania, Olanda e Francia settentrionale). Il tabernacolo, generalmente a forma di torre, costruito vicino all'altare, custodiva l'ostia consacrata in un contenitore di vetro protetto da una grata di qualche metallo. Rispondeva ai sentimenti della pietà popolare del tempo, che desiderava vedere l'ostia. Le torri erano in realtà quasi degli ostensori, che permettevano una sorta di esposizione permanente del Santissimo Sacramento. Ve ne era una grande varietà a seconda del luogo e del tempo. All'epoca, non vi era una prassi uniforme per la Chiesa universale.


Dal Concilio di Trento al Vaticano II

In questo terzo periodo, ciò che cambiò radicalmente la prassi cattolica fu la negazione protestante della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, e la risposta della contro-riforma a tale sfida. Il Concilio di Trento afferma contro i riformatori, che il Santissimo Sacramento deve essere custodito, ma il canone in questione non è molto specifico (sess. 13, can. 7), accennando appena al 'sacrarium' come luogo di custodia. Saranno la pietà popolare e due vescovi ad avere un ruolo importante nello stabilire una nuova forma di riserva eucaristica. Nel secolo XVI, ancor prima del Concilio di Trento, il vescovo Gian Matteo Giberti di Verona (+1543) disponeva che l'Eucaristia si custodisse in un tabernacolo posto sull'altare maggiore: "Il tabernacolo sia collocato sull'altare maggiore e installato permanentemente ("bene et firmiter"), affinché non venga assolutamente asportato da mani sacrileghe". Divenne normativo nella diocesi confinante di Milano, tanto che nel 1565, al primo sinodo provinciale di Milano, venne decretato che: "il vescovo vigili che nella cattedrale, nelle chiese collegiate, nelle parrocchie e in tutte le altre chiese, dove la Santissima Eucaristia è o dovrebbe essere generalmente custodita, essa sia collocata sull'altare maggiore, salvo parere diverso del Vescovo, per ragioni serie o necessarie". Nel 1576, un altro sinodo di Milano proibì i tabernacoli murati, ordinandone la distruzione. San Carlo Borromeo gettò su questa nuova prassi tutto il peso della sua autorità morale e spirituale. Nel duomo di Milano, egli fece trasferire il Santissimo Sacramento dalla sacrestia, dove fino ad allora era conservato, all'altare maggiore. Nel 1577 fu pubblicato il libro 'Instructionum Fabricae et Supellectilis Ecclesiasticae Libri II' del Cardinale Borromeo, che ebbe enorme influenza per i progetti architetturali delle chiese nei secoli a venire. Egli detta le norme per i tabernacoli in forma autoritativa, senza fornire giustificazioni. Partendo dal decreto del sinodo provinciale di Milano del 1565 sull'ubicazione del tabernacolo possibilmente sull'altare maggiore, San Carlo dispone che si ponga in vigore tale prassi, dando istruzioni sui materiali da usare, sullo stile, sui motivi decorativi, sulle dimensioni, ecc.

Il 'Rituale Romanum' del 1614 incorporò tale prassi nei "praenotanda", nella sezione del Santissimo Sacramento dell'Eucaristia (Titulus IV, c.1, par.6), il che fece sì la riserva del Santissimo nel tabernacolo sull'altare prendesse il nome di "tradizione romana". La collocazione sull'altare maggiore non era tuttavia assoluta, nel caso in cui si prevedesse che un altro altare potesse essere più dignitoso o più adatto. Il Rituale non era obbligatorio, per questo la "tradizione romana" del tabernacolo sull'altare maggiore si diffuse solo gradualmente, mentre gli altri Paesi europei continuarono a conservare le loro usanze, a volte per secoli. Ma la parte delle 'Instructiones' di San Carlo Borromeo dedicata al tabernacolo, ebbe un influsso superiore a tutte le altri parti della sua opera, tanto che dal XVII al XVIII secolo quasi ovunque i tabernacoli d'altare saranno tutti secondo le istruzioni di San Carlo Borromeo.

Il cambiamento estremamente importante che si verificò dopo il Concilio di Trento può essere spiegato da un numero di fattori: 1) la negazione protestante sulla custodia del Santissimo Sacramento e l'affermazione nel modo più chiaro possibile della Chiesa di porre il tabernacolo al centro dell'altare maggiore; 2) il conseguente accentuarsi delle devozioni eucaristiche, quali l'adorazione e l'esposizione del Santissimo; 3) il fiorire dell'architettura barocca, soprattutto a Roma, che comunica una esasperata fierezza ed entusiasmo nella fede cattolica della presenza eucaristica; 4) la standardizzazione dei libri liturgici (in questo caso il Rituale Romano) e di conseguenza, il graduale uniformarsi della prassi liturgica.


Dal Vaticano II ad oggi

I cinquanta anni trascorsi dal Concilio Vaticano II sono stati caratterizzati da enormi cambiamenti nella teologia liturgica e nella sua prassi. L'ubicazione del tabernacolo rispetto all'altare è stato un tema di animato dibattito. Ciò che era normativo nel periodo post-tridentino è stato largamente respinto nel periodo post-Vaticano II. Se c'è stato un consenso generale circa dove il tabernacolo non deve stare (sull'altare maggiore), nessun consenso invece circa a dove dovrebbe stare. Il disaccordo teologico su tali temi ha condotto ad una prassi pastorale quanto mai confusa e talvolta contraddittoria. Tali cambiamenti verranno presentati in dettaglio nella seconda sezione sulle norme liturgiche del prossimo numero di 'Sacred Architecture".

Due sono le ragioni principali che hanno determinato l'attuale enorme cambiamento. 1) La motivazione teologica tendeva a mettere al centro dell'attenzione l'altare e l'azione eucaristica della Messa, opposta all'adorazione e al culto del Sacramento nel tabernacolo (una sorta di dicotomia tra l'Eucaristia intesa come sacrificio e l'Eucaristia intesa come sacramento). Nella prassi, la conseguenza è stata il declino della devozione eucaristica. 2) La motivazione pastorale tendeva a promuovere la partecipazione attiva ponendo l'altare 'versus populum'. Nelle chiese antiche, la soluzione più comune è stata di collocare un nuovo altare di fronte a quello vecchio, causando però un certo conflitto interiore nel fedele, almeno a livello di subconscio. Il dilemma su dove porre il tabernacolo per il Santissimo Sacramento è stato frequentemente risolto creando una cappella laterale.

Se questa è stata la prassi plurisecolare delle grandi Basiliche e Cattedrali e rimane eminentemente appropriata nelle medesime situazioni, molte innovazioni moderne sono state meno che riuscite, e le cappelle del Santissimo Sacramento, piccole e affollate, possono sembrare inadeguate e perfino irriverenti. Le Istruzioni Generali riviste del Messale Romano del 2002, tentano di risolvere alcuni di questi dilemmi proponendo un nuovo modello.



The Institute of Sacred Architecture, vol. 22 - autunno 2012 http://www.sacredarchitecture.org/articles/ibene_et_firmiter/
trad. it. a cura di d. G. Rizzieri

(28/01/2013)

domenica 24 febbraio 2013

Preghiere dei fedeli... tradizionali.

 A proposito del nostro post di ieri sulla banalità e inutilità delle preghiere dei fedeli, un amico ci invia, per ridere, questa simpatica proposta.


La soluzione che in illo tempore avevamo escogitato con XXX  è:
- frequentare Messe dove i fedeli esprimono spontaneamente le preghiere dei fedeli
- proporsi per le suddette intenzioni spontanee
- una volta saliti all'ambone declamare clara voce le seguenti intenzioni:

1) Per il ripristino dell'orientamento liturgico e degli altari coram Deo, Preghiamo - Ascoltaci, Signore.
2) Perché tutti i vescovi applichino il motu proprio Summorum Pontificum, preghiamo - Ascoltaci, Signore..
3) "Affinché il mai abolito manipolo sia indossato anche nella forma ordinaria, Preghiamo - Ascoltaci, Signore.
4) ... 
5) ...e infine: Per l'abolizione della preghiera dei fedeli, preghiamo - Ascoltaci Signore.

sabato 23 febbraio 2013

Modificati i riti per l’inizio del Pontificato

Intervista al Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie 
di Gianluca Biccini - Osservatore Romano sabato 23.2.2013 
Modificati i riti per l’inizio del pontificato 
Lo scorso lunedì 18 febbraio, nell’udienza concessa al Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, Benedetto XVI ha approvato, «con la sua Autorità Apostolica», alcune modifiche all’ Ordo rituum pro ministerii Petrini initio Romae episcopi e ne ha disposto la pubblicazione. 
Abbiamo chiesto a Monsignor Marini di illustrarci queste modifiche e il loro significato. 
D. Anzitutto che cos’è l’«Ordo rituum pro ministerii Petrini initio Romae episcopi»? 
 R. Come dicono le premesse allo stesso Ordo al n. 2, è il Rituale che «presenta le celebrazioni previste in tempi diversi e in luoghi collegati alla sede episcopale in Roma in riferimento con la cura pastorale del suo Vescovo per l’intero gregge del Signore». 
Si tratta, in altre parole, del libro che contiene i testi liturgici usati nelle celebrazioni presiedute dal nuovo Pontefice dal momento del solenne annuncio dell’Elezione fino alla visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore. 
L’ Ordo fu approvato da Benedetto XVI, con Rescritto Ex audientia Summi Pontificis, il 20 aprile 2005, il giorno seguente la sua elezione a Sommo Pontefice. Devo dire che a quel tempo l’Ufficio delle Celebrazioni fece, con competenza, un grande lavoro di studio per la preparazione e la stesura dell’ Ordo. 
D. ll Pontefice, con le stesse modalità, ha adesso approvato alcune modifiche. 
Può spiegarci il motivo di questo atto? 
R. Mi pare di poterne individuare almeno due. 
Anzitutto il Santo Padre ha avuto modo di vivere in prima persona le celebrazioni di inizio pontificato nel 2005. 
Quell’esperienza, con la riflessione che ne è seguita, ha probabilmente suggerito qualche intervento teso a migliorare il testo, nella logica di uno sviluppo armonico. In secondo luogo, con questo atto, si è inteso proseguire nella linea di alcune modifiche apportate in questi anni alle liturgie papali. 
Ovvero, distinguere meglio la celebrazione della Santa Messa da altri riti che non le sono strettamente propri. 
Mi riferisco, ad esempio, al rito di canonizzazione, a quello del Resurrexit la Domenica di Pasqua e all’imposizione del pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti. 
D. Che cosa accadrà in concreto? 
R. Come già accennato, sia nella celebrazione per l’inizio del ministero del Vescovo di Roma, sia nella celebrazione per l’insediamento sulla cattedra di Roma in San Giovanni in Laterano, i riti tipici saranno collocati prima e al di fuori della Santa Messa e non più all’interno di essa. Per quanto riguarda, poi, la celebrazione di inizio del ministero del Vescovo di Roma, l’atto dell’“obbedienza” sarà compiuto da tutti i cardinali presenti alla concelebrazione. 
In tal modo, quel gesto che in Cappella Sistina, subito dopo l’elezione è compiuto dai cardinali elettori, torna ad avere una dimensione anche pubblica e rimane aperto a tutti i componenti del collegio cardinalizio, assumendo al tempo stesso un carattere di cattolicità. 
Non si tratta di una novità, in quanto tutti ricordano bene all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II l’atto di obbedienza compiuto da tutti i cardinali allora presenti alla concelebrazione. Tra di essi basti pensare alle ormai celeberrime e commoventi fotografie ritraenti l’abbraccio di Papa Wojtyla, sia con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, sia con il cardinale Stefan Wyszyński. 
D. Tra i primi atti del nuovo Vescovo di Roma sono previste le visite alle due basiliche papali di San Paolo fuori le Mura e di Santa Maria Maggiore ? 
 È stato disposto qualche cambiamento anche al riguardo? 
R. A differenza di come era indicato nell’ Ordo, il nuovo Pontefice potrà compierle quando riterrà più opportuno, anche a distanza di tempo dalla elezione, e nella forma che giudicherà più adatta, sia essa una Santa Messa, la celebrazione della liturgia delle Ore o un atto liturgico particolare come quello attualmente prescritto. 
D. È contemplata qualche novità anche per la sezione musicale? 
R. L’attuale Ordo, senza prevedere altre possibilità, indica un repertorio musicale per lo più nuovo, composto in occasione della redazione dello stesso Ordo. 
Quanto disposto da Benedetto XVI con il presente atto, invece, offre una maggiore libertà nella scelta delle parti cantate, valorizzando il ricco repertorio musicale della storia della Chiesa. 

( Il commento, a caldo, di uno studente : " Troppo poco Santità.... troppo poco.... credo che dovrebbe essere presa in considerazione la consegna della ferula papale.... un simbolo che nel 2005 non venne introdotto ma che era nelle intenzioni dei consultori dell'ufficio delle celebrazioni liturgiche del Romano Pontefice.... rimango , nonostante la mia giovanè età , sempre dell'idea che dovrebbe essere ripristinato visibilmente l'utilizzo della Tiara... dandogli il giusto e corretto significato e non quello che nell'ermeneutica della rottura hanno dato taluni uomini di Chiesa con l'aiuto di molta carta stampata").

Gli attacchi secolaristi alla Chiesa e i difensori della Tradizione


Crisi di fede, ci vuole una reazione

di Roberto de Mattei 

Crisi di fede, ci vuole una reazioneGiuliano Ferrara ha certamente ragione quando, sul Foglio del 22 febbraio, denuncia la strategia della calunnia di cui si fanno strumento in questi giorni i mass-media. La tesi ormai dominante è che Benedetto XVI si è “arreso” davanti a una curia corrotta e ingovernabile, ma ciò che si insinua è che la morbosità sessuale, il crimine e l’intrigo facciano parte della natura stessa della chiesa romana. 
Questa offensiva mediatica dovrebbe togliere ogni illusione a chi ancora crede nella possibilità di conciliare la chiesa con i “poteri forti” laicisti che oggi tentano di schiacciarla. La reazione cattolica dovrebbe essere virile e combattiva e partire dall’ammissione dell’esistenza di una crisi di fede di cui l’innegabile decadenza
morale degli ambienti ecclesiastici è, insieme, causa e conseguenza. L’espressione più recente di tale crisi dottrinale è l’assenso dato dalla Conferenza episcopale tedesca
alla cosiddetta “pillola del giorno dopo”, in casi estremi come lo stupro.
Questa dichiarazione sembra rappresentare la simbolica rivincita dell’episcopato centroeuropeo sull’Humanae Vitae del 25 luglio 1968. L’enciclica di Paolo VI, che condannava categoricamente la contraccezione, fu apertamente contestata da un gruppo di vescovi “renani”, gli stessi che avevano applaudito il cardinale Suenens, quando nell’aula del Concilio Vaticano II, il 29 ottobre 1964, egli aveva rivendicato il controllo delle nascite, pronunciando con tono veemente, le parole: “Non ripetiamo il processo di Galileo!”.
Oggi i vescovi tedeschi rialzano con clamore una bandiera mai ammainata. L’ombra del Vaticano II avvolge del resto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, avvenuto
proprio mentre sono in corso le celebrazioni del suo cinquantesimo anniversario. Non a caso, l’ultimo discorso, programmatico e retrospettivo del Papa al clero di Roma, lo scorso 14 febbraio, ha colto le origini della crisi religiosa nel “Concilio virtuale” che al Vaticano II si sarebbe sovrapposto. Il Concilio dei mezzi di comunicazione, secondo Benedetto XVI, “era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite
i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri, un Concilio” – ha aggiunto – “accessibile a tutti”, “dominante, più efficiente” causa di “tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari
chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale”.
Nell’èra della comunicazione sociale, in cui è vero ciò che è comunicato, il Concilio virtuale non fu però meno reale di quello che si svolgeva all’interno della basilica di San Pietro, tanto più che il Vaticano II volle essere un Concilio pastorale, che affidava il suo messaggio ai nuovi strumenti espressivi. Oggi più di allora i mass media sono in grado non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiedono.
Lo stesso Benedetto XVI ne ha ripetutamente parlato, sottolineando il loro potere di manipolazione. Un gesto storico, come il suo atto di rinuncia al pontificato,
è inevitabilmente destinato a essere anche un evento mediatico. E quale altra immagine può trasmettere se non quella di un uomo e di una istituzione privi della forza per combattere il male che avanza? Come meravigliarsi dell’uso della parola “resa”?
Di fronte a questa evidenza, i migliori cattolici non ammettono che la ragione ultima e vera della rinuncia sia quella esposta dal Papa con queste ormai celebri parole: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me
affidato”.
Per difendere il gesto “umile e coraggioso” di Benedetto XVI, ci si affanna a ricercarne le recondite intenzioni, rinunciando a esaminare quelle che possono essere le oggettive conseguenze. Secondo alcuni il Papa ha voluto invitarci a distogliere il nostro sguardo miope dalla temporalità del potere; altri hanno pensato che il gesto sarebbe stata la “merce di scambio” per qualche ultimo clamoroso atto del pontificato, come la riconciliazione con la Fraternità San Pio X. C’è perfino chi ha parlato di “ritirata strategica”, per aiutare il nuovo Papa a organizzare il “dopo Ratzinger”. Tranne qualche lodevole eccezione, come quella dell’arcivescovo di Digione, Roland Minnerath, che ha sottolineato l’importanza delle potenziali “conseguenze collaterali” della decisione,
pochi tra i cattolici ammettono che possa trattarsi di un gesto destinato a indebolire il Papato, quasi che a portare nocumento al Papato sia l’oggettiva constatazione del fatto, e delle sue conseguenze, e non il fatto stesso.
Il Papato in se stesso naturalmente non è toccato. Il Sommo Pontefice, che non può essere deposto da nessuno, nemmeno da un Concilio, ha il pieno diritto di rinunciare alla sua missione. Quando abdica egli esercita un atto sovrano che in nulla scalfisce il suo supremo potere di giurisdizione. Il Papa resta, ontologicamente, l’unico supremo legislatore della chiesa universale. Si tratta di un dogma di fede. I canoni 331 e 333 del nuovo codice di diritto canonico, definiscono l’autorità del Pontefice romano come un potere di governo supremo, perché nessuna autorità è a lui uguale e nessuno può giudicarlo; plenario, perché, nelle cose di fede e di morale, è un potere illimitato in estensione ed intensità; universale, perché è esteso su tutti e singoli vescovi e su tutti e singoli i fedeli; immediato, perché il Papa può esercitare il suo diritto di intervento diretto in qualsiasi momento, in ogni campo, su qualsiasi persona.
A questo supremo potere di governo, si aggiunge quello di magistero, che comporta a determinate condizioni, il carisma dell’infallibilità. Benedetto XVI, pur godendo di tutti questi poteri, non ha ritenuto opportuno esercitarli nella sua pienezza. Con atto libero e consapevole, ha rinunciato a esercitare non solo il potere di infallibilità del suo Magistero, ma anche il supremo potere di governo, fino al punto di rimettere a Cristo e alla chiesa il munus che il 19 aprile 2005 aveva accettato. Il suo pontificato è ora consegnato alla storia.
Possiamo aggiungere che se il successore di Benedetto XVI vorrà applicare un programma “ratzingeriano”, che vada dalla difesa dei princìpi non negoziabili all ’ i mplementazione del motu proprio Summorum Pontificum, dovrà farlo con quelle forze fisiche e morali, ovvero con quell’energia, di cui Benedetto XVI l’11 febbraio 2013, si è pubblicamente confessato incapace. Ma come pensare che la realizzazione di questo programma non provochi ancor più violenti attacchi alla chiesa da parte delle lobby secolariste?
Se poi il nuovo eletto capovolgerà la linea di governo ratzingeriana, per avventurarsi nella sabbie mobili dell’eterodossia, nell’illusione di addomesticare il mondo, come immaginare che ciò non provochi una reazione dei difensori della Tradizione? Le parole persecuzione, scisma ed eresia hanno accompagnato la chiesa in duemila anni di storia. Se qualcuno oggi non ne vuol sentir parlare, è perché ha rinunziato a combattere. Ma la guerra purtroppo è in atto.

Fonte:
Il Foglio, 23-02-2013

Lecco : Santa Messa cantata in Canto Ambrosiano

Domenica 24 febbraio alle ore 18, nella chiesa di S. Giovanni Evangelista nel rione San Giovanni a Lecco (p.za Cavallotti) sarà celebrata la Messa della II Domenica di Quaresima “De Samaritana” in latino e canto ambrosiano (Novus Ordo). Canterà la Corale “Santa Cecilia” di Imberido, diretta da Pasquale Frigerio, accompagnata all’organo da Maria Teresa Muttoni. 
La domenica detta “della Samaritana” dall’episodio del Vangelo proclamato in questo giorno era originariamente la prima domenica di Quaresima nel calendario liturgico ambrosiano. Quella che è tuttora chiamata “Dominica in capite Quadragesimae” non era numerata come la prima, dal momento che l’inizio vero e proprio del periodo quaresimale cadeva il lunedì successivo. 
Per sottolineare l’importanza di questa domenica verrà dunque proposta ai fedeli una solenne celebrazione che ha inizio con il rito della benedizione dell’acqua e dell’aspersione, al canto della stupenda antifona “Asperges me” e del Salmo 50, il “Misererere”. 
La Messa si snoda scandita da alcuni dei più bei canti quaresimali della tradizione milanese, un tempo universalmente conosciuti e che sono oggetto attualmente di una nuova fase di valorizzazione non solo culturale, ma anche liturgica grazie a numerose iniziative promosse dalla Chiesa Ambrosiana, da cori, da singole parrocchie e dall’impegno di vari studiosi. 
Il coro “Santa Cecilia” di Imberido, che si avvale di una trentina di cantori, è da tempo vivacemente attivo nel ricupero sia del canto liturgico di tradizione orale sia del repertorio monodico e polifonico più importante. Si è esibito negli ultimi anni sia nel territorio lecchese sia a Milano e figura fra i cori invitati a cantare una Messa nel Duomo di Milano nei prossimi mesi.

Libro di don Spataro s.d.b. e del dott. Nigro sul latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa



A seguito del convegno sul Latino nel Diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa, tenutosi a Pavia lo scorso 23 gennaio 2012 (di cui avevamo dato un sintetico resoconto qui) viene ora presentato il libro. 

ANNO  DELLA  FEDE
ISTITUTO SALESIANO “ DON BOSCO”

viale Virgilio 97  TARANTO

Venerdì   1 Marzo 2013 ore 17,30 :

Presentazione del Libro  “ La danza vuota intorno al Vitello d'oro”

Incontro di Studio: Il Latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa

PARTECIPANO

Prof. d.  ROBERTO SPATARO s.d.b., segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis  e segretario della Pontificia Academia Latinitatis  Roma

Dott. DANIELE NIGRO, autore de “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II “ Sugarco, Milano 2012



Conclusioni del Prof. d. Nicola Bux, della Facoltà Teologica Pugliese
Saluti: d. Cristiano Ciferri, direttore dell'Istituto Salesiano – Taranto
Introduce: Avv. Cosimo D'Elia, Gruppo Summorum Pontificum - Taranto



SABATO 2 MARZO 2013 ore 18,00

SANTA MESSA -  VETUS ORDO  presso la Cappella dell'Istituto Salesiano

Celebrata da don Roberto Spataro


 “ciò che è stato per le generazioni anteriori sacro, anche per noi resta sacro e grande e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso “ 
 (Benedetto XVI: lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il MOTU PROPRIO sull'uso della liturgia anteriore alla riforma del 1970)

 R. L. BURKE, N. BUX, R. COPPOLA, La danza Vuota intorno al vitello d'oro - Liturgie secolarizzate e diritto, ed. Lindau 2013