giovedì 31 gennaio 2013

Negli USA un Vescovo condanna una nota rivista "cattolica" troppo progressista. Quando anche in Italia?

Dopo centinaia mail di protesta inviate da lettori preoccupati e meravigliati per la deriva "apostata" di una rivista "cattolica", il Vescovo di Kansas City Mons. Finn ha puntato il dito verso il National Catholic Reporter, nota rivista catto-progressista americana, affermando che non si può più chiamare "catholic".
Dovrebbe accadere lo stesso anche in Italia per certe riviste e quotidiani "cattolici". Una tra tutte? Famiglia Cristiana! Un altro esempio? Vita Pastorale! E a volte anche l'Avvenire...
Scrivere ai Vescovi e alle redazioni, e non rinnovare più gli abbonamenti potrebbe essere una forma efficace di protesta anche qui da noi in Italia!
Roberto

Duello a Kansas City. Il vescovo “impresentabile” che sfida i progressisti.
Il National Catholic Reporter, giornale liberal “la pianti di dirsi cattolico”
di Paolo Rodari, da Il Foglio, del 30.1.2013


30 gennaio 2013 IL FOGLIO Per la prima volta nella sua storia il Catholic Kay, la storica rivista della diocesi di Kansas City-Saint Joseph (ventisette contee nello stato del Missouri), è andata a ruba.

S. E. Mons. Robert William Finn,
Vescovo di Kansas City
In prima pagina, infatti, c’è un attacco frontale firmato dal vescovo Robert William Finn, 59 anni (nella foto) contro quella che è probabilmente la più prestigiosa rivista cattolica di area progressista americana, il National Catholic Reporter, che tra l’altro ha la sua sede principale proprio nel cuore della città di Kansas City.
Le parole di Finn non sono equivocabili: a suo dire la rivista “dovrebbe rimuovere l’aggettivo ‘cattolico’ dal proprio nome” perché “è tutto tranne che una rivista cattolica”. Dice Finn: “Negli ultimi mesi sono stato letteralmente sommerso di e-mail e altra corrispondenza da parte di cattolici preoccupati per le posizioni editoriali del Reporter: una rivista che ufficialmente e apertamente condanna l’insegnamento della chiesa sull’ordinazione delle donne, minando con insistenza la dottrina sulla contraccezione artificiale e sulla morale sessuale in generale, diffondendo teologie dissidenti e che respingono dichiaratamente e in più punti quanto stabilisce il magistero della stessa chiesa”. Per tutti questi motivi e per “una serie di altre lamentele” che Finn non si premura di specificare, occorrerebbe che il Reporter non dichiarasse più “d’essere ciò che non è”, appunto “cattolico”.
Che il Reporter abbia tenuto dall’anno della sua fondazione – il 1964 – a oggi posizioni parecchio liberal in merito alla tradizionale dottrina cattolica è fuori di dubbio.
Ma sotto l’accusa che Finn muove al Reporter brucia anche dell’altro, un fuoco appiccato nel 2010 – l’anno del deflagrare sui media di mezzo mondo del problema dei preti pedofili – e che oggi, almeno a Kansas City, non è per nulla spento. Finn non ne parla sulla Catholic Kay, ma la pietra dello scandalo che ha provocato lo scontro frontale col Reporter ha un solo nome. Quale? Il suo.
Sono mesi che la rivista ne chiede le dimissioni dopo che, proprio nel 2010, il vescovo è stato riconosciuto colpevole da un tribunale civile di aver protetto un prete a lui sottoposto, padre Shawn Ratigan, che per anni ha scattato foto pornografiche di giovani bambine della sua parrocchia per poi, si dice, abusare di alcune minorenni.
Il giudice ha condannato Finn a due anni di libertà vigilata – si tratta del più alto prelato della chiesa cattolica americana a essere condannato per una vicenda di abusi –, a una multa di mille dollari e all’obbligo di costituire un fondo di diecimila dollari per le spese di assistenza psicologica alle famiglie delle vittime degli atti di pedofilia commessi da Ratigan.
Ciò che oggi non va giù al Reporter è il fatto che Finn non si dimetta a motivo dei suoi “evidenti errori”. E di più, che i suoi confratelli vescovi, come anche le gerarchie vaticane, non lo spingano a farlo. Che vi sia, insomma, nell’episcopato chi si contrappone alla linea della trasparenza che sembrava l’unica percorribile nel tremendo 2010.
Nonostante Finn parli di centinaia di mail arrivategli contro il Reporter, la città è in subbuglio e non tutti stanno dalla sua parte, anzi. Per molti cattolici di Kansas City alla sentenza devono per forza seguire le dimissioni. E per costringere il vescovo a farlo in tanti hanno organizzato una serie di manifestazioni per le strade della città. “Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto”, dicono. E ancora: “Il vescovo deve andarsene”. E ricordano come prima di lui i vescovi Bernard Law a Boston e Daniel Walsh a Santa Rosa hanno lasciato per non essere stati in grado di arginare i pedofili.
Scrive sulla rivista Bill Tammeus, predicatore presbiteriano: “Nessuno sta dicendo che Finn non può essere perdonato per i suoi peccati. Infatti, il perdono è proprio ciò che Dio è sempre pronto a offrire. Ma quando qualcuno in una posizione di autorità ecclesiale ha fallito in modo spettacolare tanto che anche un tribunale civile l’ha riconosciuto colpevole, ha l’obbligo di evitare ulteriori danni a colei che lo stesso Finn chiama spesso, con parole che dovrebbero farlo tremare, Santa Madre Chiesa”.
Per tutta risposta Finn ha scritto un messaggio dedicato alla Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nel quale chiede l’intercessione del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales, per il Reporter, “sul quale non riesco a esercitare l’influenza che vorrei”.

mercoledì 30 gennaio 2013

Latino lingua morta? Assolutamente no. Resoconto del convengo dei Giuristi Cattolici Italiani a Pavia.

Come annunciato qui Mercoledì 23 gennaio 2013 si è tenuto un convegno sul latino nel Diritto e nella Tradizione della Chiesa (occasione fu il Motu Proprio del Papa Latina Lingua sull'istitutzione della Pontificia Academia Latinitatis) a cui hanno preso parte, come relatori, eminenti latinisti e canonisti.
In attesa di ricevere le pubblicazioni, pubblichiamo, con il permesso dell'autrice,  un esauriente e dettagliato resoconto dei dotti interventi che si sono susseguiti nel corso dell'incontro.
Interessante e utile è notare come il latino è stato considerato sì come lingua antica (utilizzata dalla Chiesa sin dal III sec.), ma, bellissimo!, se ne sono messi in risalto la presenza e il supporto nei venti secoli della vita della Chiesa, e quindi dei fedeli, e la moderna vitalità ai tempi moderni e contemporanei. Anche al di fuori delle porte delle chiese.
Sono stati presentati i caratteri e le peculiarità di una che lingua non sembra affatto essere una lingua morta!
Il sottolineato è nostro.
Roberto

Lingua morta a chi? Il Latino nel Diritto e nella Tradizione della Chiesa
di Ilaria Pisa, da Libertà e persona del 27.01.2013

Mercoledì 23 gennaio l’Unione Giuristi Cattolici di Pavia, intitolata al Beato Contardo Ferrini, ha organizzato in Università un pomeriggio di studi su un tema reso più che mai attuale dal Motu Proprio recentemente firmato dal Sommo Pontefice: il ruolo, la dignità e l’impiego del Latino nel Diritto canonico, nella Liturgia della Chiesa, nel Magistero e nella teologia. Con Latina Lingua, Benedetto XVI ammonisce la Chiesa riguardo all’“affievolirsi” dell’interesse e dello studio della lingua latina e della cultura classica, tanto più pernicioso quanto più allontana chierici e laici dalla conoscenza diretta delle fonti magisteriali, della patristica, dell’ordinamento giuridico ecclesiastico e della sacra liturgia. E prende provvedimenti, istituendo la Pontificia Academia Latinitatis.
Gli autorevoli interventi succedutisi nel corso del convegno si sono collocati in perfetta sintonia con gli auspici del Santo Padre, coniugando due inscindibili aspetti: da un lato la dimostrazione rigorosa della perdurante importanza del Latino, una capitale importanza, che a buon diritto ne fa ancor oggi la lingua ufficiale della Chiesa cattolica e non un vezzo da eruditi o, peggio, la cifra di un élitarismo culturale; dall’altro, l’esortazione appassionata a rivalutarne lo studio (ad ogni livello, perché con idonei strumenti chiunque può avvicinarsi al Latino) per restituirlo alla cultura popolare della comunità dei credenti, di cui faceva parte (con le preghiere, con i canti…) fino a pochi decenni or sono.

Introdotto e moderato dal Presidente dell’UGC pavese, Dott. Avv. Marco Ferraresi – che ha ricordato come la valorizzazione del Latino interessi particolarmente i giuristi, in ispecie cattolici, costituendo lo strumento per l’accesso alle fonti utriusque juris –, il convegno è stato aperto dalla relazione del Prof. Luciano Musselli, Ordinario Emerito di Diritto canonico ed ecclesiastico, sul Latino come lingua “del diritto della Chiesa”. Egli ha in premessa richiamato la corrispondenza ineliminabile tra forma lessicale dei concetti, e loro contenuti: molte espressioni giuridiche tecniche assumono un senso specifico in relazione alla lingua in cui sono confezionate e ciò è particolarmente vero nell’ambito del diritto canonico. Il Latino, impiegato oggi non solo nella promulgazione di atti giuridici della Chiesa cattolica (perlomeno a livello centrale, “romano”), ma anche nella prassi dei tribunali della Sacra Rota e della Segnatura Apostolica, è un esempio unico di lingua giuridica assolutamente universale e insostituibile.
A che epoca risale questo primato? Le prime opere disciplinari della Chiesa sono state redatte in Greco, o in Siriaco, ma dal III secolo in avanti si afferma appunto il Latino (pensiamo alla Traditio Apostolica di Ippolito), lingua dell’Impero Romano d’Occidente, che così si colloca agli albori della sistematizzazione del diritto canonico. Opera, questa, compiuta nel VI secolo da Dionigi il Piccolo con la raccolta di canoni conciliari, nell’eponima Collezione Dionisiana. L’acme del processo consolidativo è poi rappresentata dal Decretum di Graziano (raccolta di decretali databile al 1140) e dall’Etimologia di Isidoro di Siviglia, “dizionario” dei concetti e delle definizioni del diritto canonico. La Chiesa, inoltre, nell’espansione in Europa settentrionale fa uso del Latino come strumento di acculturazione, civilizzazione ed evangelizzazione dei Germani, dei Celti e dell’Irlanda (è in particolare rilevante il contributo dato dal monachesimo irlandese alla riflessione sul peccato e sulla penitenza); così, la tradizione giuridica del Latino medievale risulta arricchita di nuovi elementi linguistici mutuati da esperienze “barbare”, mostrando la sua natura di lingua “viva” (in una decretale pontificia leggiamo, ad esempio, un neologismo per designare i tornei), nonostante gli sforzi in senso “purista” del Corpus Juris Canonici.
Ai tempi di San Pio V, la Chiesa della Controriforma (1580-82) redige una nuova versione del Corpus canonistico, aggiornato al Concilio tridentino e anche linguisticamente revisionata, per preservare un buon Latino, da una commissione di correctores. Il monopolio del Latino, in chiave antiprotestante, esce notevolmente rafforzato. Oggi ci è difficile immaginare che cosa significasse impiegare il Latino non solo e non tanto come lingua dei pronunciamenti ufficiali, ma come parte familiare della vita quotidiana: pensiamo al clero, abituato fino a qualche decennio fa alla recita del Breviario o allo studio delle Scritture interamente in Latino, un contatto quotidiano che garantiva la fluency. Analogamente, la didattica sia orale, sia manualistica, del diritto canonico è avvenuta in Latino in via esclusiva fino alla seconda metà del XIX secolo (il primato fu poi intaccato dal tedesco); il Professore rammenta che, ancora negli anni ’70, i corsi alla Pontificia Università Lateranense si svolgevano in Latino e lui stesso fece a tempo a redigere in Latino la tesi di licenza e qualche articolo scientifico. Dopo il Concilio Vaticano II (i cui atti, anche preparatori, sono stati redatti naturalmente in Latino: la responsabilità non è, dunque, attribuibile al Concilio) e la riforma liturgica, il Latino ha però vissuto un graduale allontanamento dai membri della Chiesa e, come deprecato dal Relatore, dagli stessi cultori del diritto canonico.

Il secondo intervento è stato di don Marino Neri, sacerdote diocesano, Dottore di ricerca in Lingua e letteratura latina, promotore appassionato della Liturgia latina. Egli ha focalizzato l’attenzione anzitutto sulla “fortuna” conosciuta dal Latino come lingua liturgica, non paragonabile a nessun’altra lingua di culto per l’estensione spaziale e temporale del suo impiego, fortuna sicuramente dovuta anche all’autorevole sanzione della Chiesa. Il Latino, così, è diventato una Sondersprache, una lingua “socialmente marcata”, prodotta all’interno di un gruppo sociale omogeneo, e dotata di un particolare registro che è quello liturgico-sacrale.
Come emerge dalla testimonianza del retore e teologo Mario Vittorino, è grazie all’opera evangelizzatrice di Papa Damaso I, salito al soglio petrino nel 360, che la Liturgia è tradotta dal Greco al Latino e viene, altresì, migliorata la traduzione delle Sacre Scritture, affidata a San Gerolamo. Il rito è, così, via via latinizzato a partire dal IV secolo, anche se (forse) le pericopi scritturistiche erano lette già da tempo in Latino. L’epoca di Sant’Ambrogio, poi, porta la graduale fissazione del Canone Romano, la forma di consacrazione più risalente della Chiesa d’occidente, anche se lo stesso Ambrogio nei suoi scritti suggerisce l’esistenza di ben più antiche redazioni latine della prex eucharistica, giunte a Milano da Roma: in omnibus cupio sequi Ecclesiam romanam, afferma il santo. Tra il V e il VI secolo, infine, il Greco viene sostanzialmente abbandonato e il Canone trova la sua cristallizzazione.
Di quale Latino stiamo parlando? Diversi sono i popoli che impiegano nel culto lingue liturgiche anche molto distanti dall’uso, lingue veicolari fisse, non soggette a mutamenti (esempio ne è anche la lingua sacrale sacerdotale romana, usata nel culto pagano già in epoca abbondantemente cristiana, e oramai avulsa dal Latino volgare dell’epoca: don Neri cita il noto Carmen Arvale). Possiamo da ciò arguire che il Latino liturgico dei Cristiani non va confuso con la lingua comune o con la lingua della predicazione; addirittura, notiamo che esso presenta stilemi ed espressioni fortemente retorizzate e, non di rado, riecheggianti gli schemi delle citate orazioni pagane (anafore, chiasmi, allitterazioni), il tutto misto a peculiarità del Latino tardoantico. Un Latino prezioso e letterario, dunque, poetico senza essere stucchevole; un Latino elegante. Esso contribuisce a realizzare il carattere profondamente oggettivo della Liturgia, tramite l’uniformità delle forme impiegate, oggettività che è poi quella della Dottrina (legem credendi lex statuat supplicandi). La Liturgia parla a Dio, e il fedele Gli parla in essa e per essa, scrive il celebre teologo Romano Guardini; la Liturgia richiede essenzialmente umiltà, come rinuncia, sacrificio della propria autorità e indipendenza, e come accettazione di un contenuto già dato, che oltrepassa il livello personale.
Per quanto poi attiene alla formazione e all’istruzione del popolo, aspetto che sempre emerge con prepotenza quando oggi si parla del Latino, va anzitutto precisato che è da sempre la predicazione il luogo privilegiato per la comprensione dei misteri celebrati in una lingua più o meno distante dal parlato: non è in sé e per sé la Liturgia a costituire luogo di immediata fruizione, e ciò vale evidentemente anche se essa è celebrata in lingua vernacola. Una semplice traduzione non fa comprendere ciò che concettualmente rimane oscuro al fedele: e la Patristica è stata maestra nell’insegnare e nello spiegare, facendo, se necessario, ricorso anche a verba rustica e a uno stile colloquiale, a un sermo humilis (Sant’Agostino diceva: melius est reprehendant nos grammatici, quam non intellegant populi). Concetto che sarà ripreso, ad esempio, in età carolingia dal Concilio di Tours, che suggerirà di pronunciare le omelie in rustica romana lingua vel teotisca lingua.
Il Concilio di Trento, dal canto suo, precisa che, nonostante la Messa sia ricca di contenuti teologici e spirituali che è bene il fedele faccia propri, ai padri conciliari non è parso “opportuno” consentire che il rito venisse celebrato nelle lingue nazionali, ma piuttosto che – durante la celebrazione – vengano spiegati in volgare almeno alcuni passi delle Letture compiute e, in occasione della somministrazione dei Sacramenti, sia adeguatamente illustrata ai fedeli la loro efficacia.
Avvicinandoci ai giorni nostri, nella Costituzione apostolica Veterum Sapientia del Beato Giovanni XXIII (1962), il cui giubileo ha suggerito a Benedetto XVI la promulgazione del Latina Lingua, troviamo l’idea della necessità di una lingua universale, univoca, e soprattutto immutabile, per trasmettere una dottrina immutabile; senza dimenticare il carattere – non intrinseco, ma acquisito – della sacralità. In tale linea, del resto, si colloca – senza proibizioni, senza “guerre” ideologiche – il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium.
La Liturgia, in cui l’attore principale (soggetto e oggetto) è Dio, abbisogna insomma di una lingua peculiare; l’ostacolo linguistico, poi, costituisce incentivo a entrare, con un piccolo sforzo di concentrazione, nel senso del sacro, nella diversa dimensione rispetto al profano: il Latino introduce meglio al mistero, al momento in cui l’Altro per eccellenza si comunica sensibilmente a noi. L’alterità espressa da luoghi, gesti, abiti “altri”, deve passare anche attraverso il “principe” dei segni, la parola, che non media solo significati destinati all’intelletto, ma conduce l’astante al rapporto personale religioso, che si nutre di segni. Se può uscirne diminuita la comprensibilità, tuttavia si acquisisce una mens liturgica in più proficuo rapporto col soprannaturale: la ieraticità, la solennità, sono utili ad accrescere il rispetto nel fedele.

La terza relazione è stata pronunciata da don Roberto Spataro sdb, sacerdote e docente presso la Università Pontificia Salesiana, esperto di Patristica, di didattica delle lingue classiche e di Teologia dogmatica e Segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis. La fama di don Spataro è stata recentemente accresciuta dalla nomina (a novembre) a primo Segretario della già menzionata Pontificia Academia Latinitatis. Egli ha esordito auspicando, tra il serio e il faceto, che non passi alla storia il nostro secolo per aver consentito l’estinzione del Latino, lingua resa gloriosa dall’aver dato voce a concetti alti e nobili, agli studia humanitatis, prima ancora che al Magistero della Chiesa.
Innanzitutto, quali atti magisteriali sono redatti in Latino? Le Litterae enciclicae, le Adhortationes apostolicae postsinodali, le Epistulae apostolicae, le Consitutiones apostolicae e i Brevia apostolica. Al di fuori del Magistero in senso stretto, sono in Latino gli accreditamenti dei nunzi apostolici e degli ambasciatori presso la Santa Sede, le lettere inviate dal Papa in occasione degli anniversari di ordinazione dei Vescovi, il bollettino (sorta di “gazzetta ufficiale”) Acta apostolicae sedis. Come si fa, alla luce di questo, a dire che il Latino sia una lingua morta?…
Il Magistero s’indirizza, evidentemente, a tutti i fedeli dell’orbe cattolico, perciò ha bisogno, per esprimersi, d’una lingua neutrale e sovranazionale, mentre le lingue moderne sono innestate nel bacino geografico e culturale in cui nascono (e si evolvono), rischiando così, in quanto “contenitori” culturali, di divenire strumenti di “colonizzazione”. Così si esprimeva, del resto, l’illustre gesuita sociologo padre Luigi Taparelli: "La Chiesa cattolica vuole una lingua universale, inalterabile, dotta"; così ribadiscono due documenti magisteriali, l’Epistola Officiorum omnium di Pio XI (1922) e la già citata Costituzione Veterum Sapientia. A differenza delle lingue parlate, il Latino ha infatti la proprietà dell’universalità sincronica, che si salda ad un’altra proprietà, l’universalità diacronica, data dal diuturno uso come “lingua franca” di comunicazione tra dotti (la cosiddetta respublica literarum), in ogni contesto in cui fosse impossibile o sconsigliato l’uso di veicoli linguistici nazionali. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’occidente, che l’aveva come lingua ufficiale, esso è stato infatti usato fino al secolo XIX come lingua della produzione scientifica (e letteraria), quando non (addirittura) come lingua dei Parlamenti, ad esempio in Croazia e in Ungheria.
Davvero il Latino è una lingua universale, “cattolica” insomma: tra Latino e Chiesa, l’amicizia è stata spontanea e feconda. Se la Chiesa abbandonasse il Latino per i suoi principali documenti magisteriali, secondo don Spataro non si tratterebbe d’una scelta solo linguistica, ma ecclesiologica, e molto pericolosa: parrebbe, infatti, una sorta di abiura all’unità, costituente fondamentale (credo Ecclesiam, unam sanctam catholicam), a favore di una visione particolaristica, quasi che la Cattolica fosse una… “federazione” di Chiese locali. Non è del resto un caso che gli indifferenti o gli ostili al Latino ecclesiale siano stati, perlopiù, fautori dell’indebolimento del primato petrino e della radicalizzazione della collegialità episcopale (così è stato, ad esempio, all’epoca della Riforma protestante).
Dopo l’internazionalità, è da rimarcare l’immutabilità del Latino, caratteristica connessa alla prima. La fisionomia sintattica e grammaticale di questa lingua è infatti da secoli rimasta invariata, mentre si è verificato, in età moderna, un sobrio arricchimento lessicale; il Latino riesce, così, ad esprimere nel tempo i concetti con chiarezza e solidità di pensiero, pregio questo che lo rende particolarmente idoneo a quegli ambiti del sapere umano in cui si richiede forza e al contempo ricchezza di sfumature, nel diritto come nella scienza, nella filologia come nella dogmatica, ove non si ammettono ambiguità od oscurità. Il Latino può esprimere chiaramente ciò che è sottile e difficile, affermava San Pio X in persona.
Non si tratta certo di “divinizzare” il Latino, ma piuttosto interrogarsi sulla ragione di quest’efficacia: si nota allora che il Latino è una lingua sobria, concisa, che non usa molte parole (e si sa che la verbosità aumenta il rischio di conflitto tra le interpretazioni); tende alla concretezza più che alle audaci astrazioni, rendendo il pensiero più “verificabile”. Tanta teologia, invece (un tipo di magistero diverso, non autoritativo ma scientifico e carismatico), oggi abbonda di concetti, di parole, rischiando la ridondanza e la complicazione. Non che sia necessario tornare a scrivere in Latino; ma se gli autori avessero con tale idioma maggiore familiarità (e, dunque, con le stesse fonti del loro sapere teologico), sarebbero abituati ad una disciplina del pensare e del dire, che troppo spesso appare carente.
Un’altra caratteristica del Latino è la perspicuitas: ogni elemento del discorso ha una funzione logica e sintattica, che conferisce chiarezza alla comunicazione. Il periodare latino, si potrebbe dire, assomiglia ad una spy story, o ad un thriller, in cui poco a poco si riesce a risalire da “indizi” al “colpevole”, ossia al senso del discorso. Il testo latino, grazie alle declinazioni che chiariscono la funzione sintattica, può “permettersi” poi di dare particolare risalto alle prime parole della frase, che più colpiscono l’attenzione del lettore.
Il Latino è infine una lingua bella, non vulgaris, piena di maestà e di nobiltà; è artistica; e la veritas cui i documenti magisteriali vogliono condurre è intrinsecamente legata al mistero della bellezza, è un verum bonum pulchrum!
Ecco dunque che il Latino sembra essere il genus loquendi più adatto ad esprimere queste verità: per il bene dell’uomo, e per la maggior gloria di Dio, ha felicemente concluso don Spataro.

martedì 29 gennaio 2013

"Per molti" vince su "per tutti"? Forse sì. Ma nel caso annunciate proteste e disobbedienze

Già tempo fa avevamo qui parlato della sorprendente "conversione" di mons. Bruno Forte (per cui il sepolcro vuoto era solo una "leggenda"): il Vescovo di Chieti-Vasto infatti, lo scorso settembre 2012 aveva dichiarato che, leggendo la lettera del Papa inviata alla Conferenza Episcopale Tedesca sulla corretta traduzione del pro multis e mal vista dai nostri vescovi, si era persuaso che la traduzione voluta da Benedetto XVI "per molti" è davvero la più corretta -dal punto di vista teologico  oltre che filologico- rispetto a "per tutti".
In questi giorni il suo sostegno al volere del Papa potrebbe  essere "premiato" e avvallato dalla Congregazione del Culto Divino.
Attualmente infatti sta per concludersi la recognitio della Congregazione del Culto Divino (cioè l'autorevole revisione in ultima istanza dei testi proposti dagli esperti -biblisti e teologi- delle Conferebze episcopali) sulla nuova edizione italiana del Messale, come approvata dalla C.E.I. 
Si ricordierà  (qui e qui) che nel 2010 i vescovi del Ben Paese -ah sciagurati!- avevano deciso di non migliorare molti punti controversi della traduzione italiana: tra le molte disobbedienze, avevano allegramente ignorato il documento dell'allora Cardinal Prefetto della Congregazione del Culto Divino (Card. Arinze) restando sordi ai richiami ad approvare la corretta traduzione "per molti", così come voluto dal Papa.
Ora però i responsabili della Congregazione  starebbero per compiere un esplicito gesto di altissimo significato a servizio della Verità, e pure in sostegno del Papa: starebbero per correggere d'autorità le traduzioni errate del messale approvate dai Vescovi italiani.
E ciò sarebbe quello che MiL aveva auspicato e spiegato qui.
Speriamo quindi che nelle battute finali la Congregazione responsabile tenga fede al proprio compito fino in fondo, con coscienza e che tenga presente che se il Papa dice una cosa e ne spiega le ragioni, non seguirlo (o fare il contrario) significa solo due cose: o non si ascolta il Papa oppure non lo si vuole seguire. Tertium non datur.
Dove non arriva l'obbedienza o la buona volontà (come per le correzioni del Messale in Inghilterra o nell'America del Sud, o  quello in Ungheria), deve arrivare l'autorevole correzione.
Arroganti e meritevoli di provvedimenti disciplinari le parole di rivolta e di annunciata disobbedienza di don Pieri che ha l'ardire di correggere il Papa!
Davvero ridicole invece le parole di Dianich che si preoccupa del disorientamento che la nuova traduzione (che cambierebbe solo una parole: 'molti' al posto di 'tutti') creerebbe nei fedeli dopo 40 anni. Chissà se si sarebbe preoccupato allo stesso modo nel 1969 quando un intero messale e un millenario rito vennero non solo modificati ma in parte stravolti dalla riforma liturgica!!! All'epoca non si ebbe cura di evitare il  "disorientamento" che avrebbero provato i fedeli per una serie di macroscopici cambiamenti (quali l'eliminazione del latino, il girare gli altari, il far tacere gli organi, l'abolire il gregoriano, lo spostare le memorie dei santi ecc... ). NO: in allora si cancellò via tutto incuranti di quello che avrebbero detto o provato i fedeli.
Invece ora? Per evitare qualche parolina cambiata (in meglio) si invocano motivi pastorali e presunti "problemi psicologici" nei fedeli, disorientamento, disagio, turbamento?
RIDICOLO!  
Roberto

"Per molti" vince su "per tutti". Ma c'è chi non si arrende
La nuova traduzione delle parole della consacrazione voluta dal papa s
ta per arrivare anche in Italia. Ma già sono state annunciate proteste e disobbedienze
di S. Magister, dal blog Chiesa .espresso del 29.01.2013

ROMA, 29 gennaio 2013 – Mentre si avvicina alla conclusione la "recognitio" vaticana della nuova versione italiana del messale romano, la disputa sulla traduzione del "pro multis" nella formula della consacrazione eucaristica ha registrato nuove battute. L'ultima ha per autore il teologo e vescovo Bruno Forte.

In un articolo su "Avvenire" del 19 gennaio 2013 Forte si è di nuovo schierato con decisione per tradurre "pro multis" con "per molti", invece che con "per tutti" come si fa da più di quarant'anni in Italia e come analogamente si è fatto in molti altri paesi.
"Per molti" è la traduzione che lo stesso Benedetto XVI esige che venga adottata nelle varie lingue, come ha spiegato in una lettera ai vescovi tedeschi dell'aprile dl 2012.
Da qualche tempo, in effetti, la traduzione "per molti" sta tornando in uso in varie lingue e paesi, sotto la spinta delle autorità vaticane e del papa in persona.
Ma si registrano anche delle resistenze.
È stato segnalato, ad esempio, che a Londra, a Canterbury e in altre località inglesi vari sacerdoti modifichino intenzionalmente il "for many" della nuova versione inglese del messale, approvata dal Vaticano, e dicano: "for many and many".
In Italia la nuova versione non è ancora entrata in vigore. Ma quando anche qui il "per molti" diventerà legge – come sicuramente avverrà –, sono state già annunciate proteste e disobbedienze.
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Difendendo a spada tratta la versione "per molti" voluta dal papa, il vescovo-teologo Forte si è consapevolmente contrapposto alla posizione largamente prevalente non solo tra i teologi e i liturgisti ma tra gli stessi vescovi italiani.
Nel 2010, infatti, i vescovi italiani riuniti in assemblea generale votarono quasi all'unanimità il mantenimento del "per tutti" nella formula della consacrazione.
In quell'occasione, stando agli atti ufficiali della conferenza episcopale italiana, anche Forte si era pronunciato a favore del "per tutti".
Ma ora egli spiega che quelle sue parole non esprimevano il suo vero pensiero.
Forte ricorda che in un precedente incontro ristretto – col solo direttivo della CEI – aveva espresso la sua preferenza per il "per molti". E se poi, nell'assemblea generale, era parso ripiegare sul mantenimento del "per tutti", era perché aveva messo in primo piano le "difficoltà pastorali" che un cambio di traduzione avrebbe prodotto, seminando nei fedeli il timore che la salvezza di Cristo non fosse offerta, appunto, "per tutti".
Già membro della commissione teologica internazionale e ordinato vescovo nel 2004 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, Forte è oggi arcivescovo di Chieti-Vasto. Ma è indicato da anni come in corsa per sedi cardinalizie di alto livello: da ultimo a Palermo e Bologna, i cui attuali arcivescovi andranno in scadenza nel 2013.
Non solo. Si vocifera anche di una sua chiamata a segretario della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede, in sostituzione dell'attuale titolare Luis Francisco Ladaria Ferrer, destinato a una grande diocesi di Spagna.
E c'è chi collega queste attese di promozione all'insistenza con cui Forte difende il "per molti" voluto fermamente dal papa.
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Ma tornando alla polemica sul "pro multis", nel suo articolo su "Avvenire" Forte si dice contrario anche alle traduzioni suggerite nei mesi scorsi da due biblisti e liturgisti italiani, Silvio Barbaglia e Francesco Pieri, ricalcate sulla versione "pour la multitude" in uso nella Chiesa di Francia: "per moltitudini immense" o "per una moltitudine".
Gli argomenti di questi due studiosi – entrambi inizialmente favorevoli a mantenere la versione "per tutti" – sono stati riassunti la scorsa estate da www.chiesa in un servizio che sottolineava il loro avvicinarsi alle posizioni di Benedetto XVI.
Ma il secondo dei due, Francesco Pieri, sacerdote della diocesi di Bologna e docente di liturgia, di greco biblico e di Storia della Chiesa antica, ha contestato tale interpretazione. Nega di volersi accostare alle posizioni del papa. Continua a giudicare "cattiva" e "falsamente fedele" la versione "per molti". E spiega di aver proposto la versione "per una moltitudine" come unica alternativa accettabile all'ormai "irreversibile" abbandono del "per tutti" deciso dalle autorità vaticane.
Anzi, nella seconda delle due note sul tema da lui pubblicate nel 2012 su "Il Regno", Pieri si è spinto molto più in là.
Ha scritto che gli studiosi ai quali Benedetto XVI ha fatto riferimento a proprio sostegno nella sua lettera ai vescovi tedeschi non solo sono "pochissimi" ma neppure sono affidabili: "Non sono esegeti di professione e per giunta risentono di una mentalità apertamente tradizionalista, pregiudizialmente assai critica nei confronti della riforma liturgica promossa dal Vaticano II".
Ma soprattutto ha chiuso la nota con una esplicita minaccia di insubordinazione, condita da un sarcastico richiamo alla liberalizzazione del rito romano antico della messa:
"Stante la già annunciata tensione che deriverebbe dall’entrata in vigore della traduzione 'per molti', non è affatto remoto il rischio che non pochi celebranti ne aggirerebbero l’ostacolo con adattamenti oppure continuando ad attenersi alla formula precedente. Con quale credibilità, con quale speranza di accoglienza, si potrebbe allora invocare il principio dell’unità pastorale, proprio nella strana stagione ecclesiale che ha visto inopinatamente tornare in vigore una forma del rito romano già sostituita dalla sua riforma e perciò giuridicamente 'obrogata'? Oppure dovremo invocare un motu proprio che consenta di utilizzare un’ulteriore forma straordinaria del rito romano in favore di quanti – come il sottoscritto e una moltitudine di altri – ritengono di non poter accettare in coscienza la traduzione 'per molti'? Sarebbe quanto mai opportuno che fedeli e pastori della Chiesa italiana, non da ultimi i teologi e le persone di cultura, manifestassero con più franchezza, in tutte le sedi in grado di alimentare un dibattito pubblico quanto più ampio possibile, le loro riserve nei confronti di questa paventata scelta di traduzione".
Curiosamente, quest'ultimo appello ai dissenzienti è diventato realtà proprio sulla stessa pagina di "Avvenire" – il giornale della conferenza episcopale italiana – nella quale Forte ha perorato la causa del "per molti".
A fianco dell'articolo del vescovo-teologo c'era infatti un intervento di segno opposto a firma del teologo Severino Dianich, vicario episcopale della diocesi di Pisa per la pastorale della cultura e dell’università, che così terminava:
"A questo punto mi domando se non sia giusto preoccu­parsi di una cosa sola, cioè del ri­scontro di un eventuale cambia­mento sui fedeli, soprattutto sui me­no dotti, sui più poveri, su coloro che accolgono le cose più con la sensibi­lità che attraverso il ragionamento, che inevitabilmente resterebbero turbati dal cambiamento. Se non è indispensabile, perché creare dei problemi? Diversi vescovi hanno col­to benissimo la questione pastorale, propo­nendo con buon senso che tutto resti come pri­ma e non si cambino le grandi parole, che da quarant’anni risuonano nelle nostre chiese, proclamando che il sangue di Cristo è stato ver­sato 'per tutti'".
Dianich è anche l'autore della prefazione al libro nel quale Pieri ha argomentato le sue tesi:
F. Pieri, "Per una moltitudine. Sulla traduzione delle parole eucaristiche", Dehoniana Libri, Bologna, 2012.
Mentre questo è l'ultimo articolo pubblicato da Pieri su "Il Regno": La traduzione del "pro multis". Il tema è la salvezza
E questi sono gli interventi di Bruno Forte e Severino Dianich su "Avvenire" del 19 gennaio 2013: La salvezza di Cristo dono offerto a tutti

lunedì 28 gennaio 2013

S. Sede e F.S.S.P.X: vecchia intervista a mons. Di Noia sui rapporti tra Ecclesia Dei e Lefebvriani

Intervista (del 27.06.2012) del National Catholic Register:
L’arcivescovo Di Noia, l’Ecclesia Dei e la Fraternità San Pio X

Il newyorchese segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede
parla del suo nuovo ruolo - all'epoca dell'intervista non aveva ancora cominciato a lavorare all'Ecclesia Dei-
e delle sfide che lo aspetteranno.
di Edward Pentin, 01 luglio 2012
traduzione di Chiesa e Postconcilio del 26.01.2013



Nello sforzo di mantenere il dialogo aperto a una possibile riconciliazione, Papa Benedetto XVI ha nominato l’arcivescovo Americano J. Augustine Di Noia vicepresidente della commissione incaricata di aiutare a riportare la Fraternità San Pio X nel seno della comunione con Roma.Il sessantottenne domenicano, newyorchese, nativo del Bronx, attualmente segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, diventa pertanto vicepresidente della  Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il 27 giugno ha parlato col corrispondente di “Register” Eduard Pentin del suo nuovo incarico, di alcune delle difficoltà che dovrà affrontare per restaurare la piena comunione tra la Fraternità e la Chiesa e delle sue speranze per un esito positivo.
Dato che non ha ancora cominciato a lavorare per la commissione, l’Arcivescovo Di Noia ha preferito non commentare le notizie che sono trapelate a proposito di una lettera della Fraternità in cui si troverebbe scritto che la San Pio X trova il preambolo dottrinale “chiaramente inaccettabile”. Si suppone che il documento sia alla base della riconciliazione con Roma.

Qual è stata la Sua reazione quando è stato nominato?
L’incarico le è giunto a sorpresa?È stata una sorpresa, ma eventi di questo tipo lo sono sempre. Essere nominato [segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede] è stata una sorpresa.

Che stadio ha raggiunto il dialogo tra il Vaticano e la Fraternità San Pio X?
Sinceramente, non lo so. Devo ancora approfondire molte cose riguardo ai temi che sono stati trattati durante il dialogo. Quando sono arrivato qui, ho studiato la storia della riforma e ho osservato più da vicino il Concilio [Vaticano Secondo], pertanto sono venuto al corrente delle obiezioni che sorgono da quel mondo. Ho letto libri sul Concilio di Romano Amerio e Roberto De Mattei e, ovviamente, ho studiato il Concilio per anni; quindi, in questo senso, sono in possesso di un quadro d’insieme a partire dal quale sono in grado di parlare con loro dei loro problemi.Un altro fattore autobiografico molto importante per me è il fatto che ho vissuto la mia intera vita religiosa, prima di venire qui a Roma, in un priorato domenicano, a Washington e a New Haven, Connecticut. In quei luoghi si è vissuto l’ermeneutica della continuità e della riforma, se la posso descrivere in questi termini. Non ho mai sperimentato il Concilio in termini di rottura. È interessante considerare che solo da quando ho cominciato a leggere testi appartenenti alla letteratura e all’interpretazione tradizionalista ho cominciato a capire che, in un certo senso, vi sono dei problemi reali. Ma se si smette credere che lo Spirito Santo preservi la Chiesa dall’errore, si perde ogni speranza.Non importa che interpretazione venga scelta, la fazione che la promuove, e quali che siano state le intenzioni degli autori dei documenti del Concilio: i concili non possono mai essere indotti in errore. Tutti i documenti sono fondati. Lo scisma non è la risposta giusta. Comprendo le posizioni della Fraternità, ma la soluzione non è l’uscita dalla Chiesa.

Se è così, perché ritiene che alcuni cattolici hanno preferito aderire a una tradizione “congelata”, così com’era, piuttosto che entrare in piena comunione?
Onestamente, lo ignoro: posso solo fare delle speculazioni. Rispondendo alla domanda sul perché si è tradizionalisti, mi sentirei di dire che dipende dalle esperienze personali di ciascuno. La [riforma della] liturgia è stato un fattore determinante poiché ha rappresentato una rivoluzione, uno shock per molta gente. Molti si sono sentiti abbandonati, come se la Chiesa avesse lasciato la loro nave ancorata al porto. Le ragioni sono quindi molto complicati e variano a seconda del tipo di tradizionalismo, tra una nazione o una cultura e l’altra e in base al contesto. Un altro problema è rappresentato dal fatto che non si riesce a riconoscere un elemento molto semplice della storia della Chiesa: non tutte le controversie ideologiche devono per forza dividere la Chiesa. Così, per esempio, gesuiti e domenicani, nel XVI secolo, si sono trovati in profondo disaccordo sulla teologia della Grazia. Alla fine, il Papa ha intimato a entrambe le fazioni di smettere di affibbiarsi l’un l’altra l’etichetta di eretici. Egli disse: “Potete mantenere le vostre opinioni teologiche”, ma rifiutò di dare indicazioni dottrinali, schierandosi per gli uni o per gli altri. Si tratta di un esempio molto interessante perché ci mostra che il cattolicesimo è abbastanza vasto da poter includere un ingente numero di diversità teologiche e di dibattiti. Ogni tanto la Chiesa interverrà, ma solo quando si renderà conto che si sta cadendo nell’eresia e quindi ci si sta separando dalla comunione con essa.

In passato, Lei ha lavorato da vicino con Papa Benedetto XVI. Quanto è importante per lui questa riconciliazione?
Il Papa spera sempre nella riconciliazione – è il suo lavoro. Il ministero petrino consiste soprattutto nel compito di preservare l’unità della Chiesa. Quindi, indipendentemente da qualsiasi interesse personale Papa Benedetto possa avere, egli condivide la stessa preoccupazione che già Giovanni Paolo II nutriva. Come Lei sa, si è trovato coinvolto in questa vicenda sin dall’inizio.Il Papa sta facendo dei passi indietro per raggiungere un compromesso, ma non cederà sul punto concernente l’autenticità degli insegnamenti del Vaticano II come atti del magistero.

La Fraternità San Pio X sostiene che il Concilio Vaticano Secondo non ha promulgato alcun insegnamento infallibile e immutabile. Era pastorale, non dogmatico. Se le cose stanno realmente così, perché è così importante che essi siano d’accordo con quanto affermato dal Concilio?
Nel Concilio ci sono molte cose dogmatiche. La sacramentalità dell’ordinazione episcopale, per esempio, è uno sviluppo dell’insegnamento del vescovato, ed è pertanto dottrinale.
Tradizionalmente, le dottrine sono state pronunciate come canoni con anatemi. Nel Concilio le modalità d’espressione sono altre, ma esso è certamente dotato della pienezza del magistero ordinario e ne è una riformulazione. È ricco dal punto di vista dottrinale. Ma si è cercato di chiarificare che cosa il Concilio di Trento o il Vaticano I ha lasciato aperto a proposito della Scrittura e della Tradizione?Qua e là ci sono degli sviluppi dottrinali. E la Fraternità pensa ovviamente che l’intero insegnamento sulla libertà religiosa sia uno strappo dalla Tradizione. Ma persone molto argute hanno cercato di evidenziare come si tratti di una considerevole evoluzione.Quel che ho cercato di affermare è che tutto quel che essi devono fare è affermare che nel Concilio non c’è nulla di contrario alla Tradizione e che ogni testo controverso o parte di esso deve essere letto nel contesto del Concilio – e letto alla luce della Tradizione. Mi sembra che, nonostante le loro difficoltà, dovrebbero essere in grado di farlo.

Come risponde alla tesi secondo la quale se i documenti del concilio non sono né infallibili né immutabili, non sono nemmeno vincolanti?
Dire che essi non siano vincolanti è una mera sofisticheria. Il Concilio contiene stralci del magistero ordinario che è de fide divina.Ora, la costituzione pastorale “Sulla Chiesa nel mondo moderno” [Gaudium et Spes] fa dei commenti sulla natura della cultura che tutti, generalmente parlando, ritengono oggi eccessivamente ottimistici. Beh, questo non è de fide divina. Si tratta di qualcosa di molto impreciso. Ma il Concilio è pieno del magistero ordinario. Quando lavoravo alla conferenza dei vescovi [americani] e si discuteva, per esempio, sulla Veritatis Splendor, la gente mi chiedeva: “È infallibile?”, ed io replicavo: “La domanda più importante è: è vera?”.Quel che volevo mettere in risalto era l’eccessiva insistenza sull’infallibilità, che ha indotto anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a decidere di non definire più nulla infallibile perché quel che succede è che poi la gente dice: “Devo credere solamente in ciò che è stato definito infallibilmente”. Il che è molto poco. È per questo che esiste una distinzione tra il magistero ordinario e quello straordinario. Il magistero straordinario è quel che la Chiesa definisce: si tratta quasi sempre della composizione di controversie che avevano generato disaccordo. Probabilmente la Chiesa non avrebbe mai conferito a Maria il titolo di Madre di Dio se Nestorio non l’avesse negato. Ma nel contesto del magistero ordinario, ci sono molte cose mai definite che crediamo siano de fide divina. È per questo che si è parlato di magistero ordinario, nel tentativo di uscir fuori da questa lettura riduzionista che asserisce che si può credere solo in ciò che è infallibile. Ebbene, il Concilio ha insegnamenti vincolanti. I Padri scrivono in qualità di vescovi della Chiesa in unione con il Papa; è per questo che il Concilio è così importante.

Eppure l’allora Cardinale Ratzinger aveva puntualizzato che il Concilio non dovrebbe essere visto come una sorta di “superdogma”.
Le sue parole non miravano a definire infallibilmente delle dottrine; ciò è quanto Ratzinger ha detto, ma non ha mai affermato che il Concilio non contenga grandi quantità di magistero ordinario.Solamente le costituzioni dogmatiche sono definite, per l’appunto dogmatiche: la Divina Rivelazione [Dei Verbum], la Lumen Gentium. Sicuramente queste due, ma anche altre.

Quale sarebbe l’impatto positivo di un’eventuale riconciliazione tra la Fraternità San Pio X e la Chiesa?
I tradizionalisti che si trovano attualmente all’interno della Chiesa, come ad esempio la Fraternità San Pietro, hanno soddisfatto le richieste del Papa: che nelle solennità della liturgia da essi scelta per le celebrazioni, i suoi membri siano testimoni della continua vitalità della tradizione liturgica precedente al Concilio, che è il messaggio della Summorum Pontificum. Il punto è: non si può affermare che il Novus Ordo sia invalido, ma la loro celebrazione secondo il Messale del 1962 è qualcosa che rimane attraente e nutre la fede, anche quella di coloro che non hanno esperienza di essa. E questo è un fattore molto importante.Ho cercato di trovare un’analogia che possa spiegare questa situazione. È un po’ come la Costituzione Americana, che può essere letta in almeno due modi differenti: gli storici si interessano al suo contesto storico: agli estensori, alle loro intenzioni, al loro background e alle varie ricerche storiche che sono state effettuate sulla Costituzione stessa. Così, studiando la Costituzione dal punto di vista storico, si può far molta luce sul suo significato.Tuttavia, quando la Corte Suprema utilizza la Costituzione, quando cioè essa viene letta come un documento vivo su cui le istituzioni di uno Stato sono fondate, la lettura che ne viene fatta è differente. La stessa cosa vale per quanto riguarda il pensiero degli estensori, come anche quello degli esperti di cui si sono avvalsi – gli estensori sono un esempio parallelo ai vescovi, gli esperti ai periti [teologi al servizio dei partecipanti a un concilio ecumenico].Le diverse letture sono indipendenti tra di loro. Ho l’abitudine di ripetere che le intenzioni dei Padri del Concilio non hanno importanza: quel che conta è come le si applica oggi. Si tratta di un documento vivente.

Eppure è proprio il modo in cui le si applica a costituire un problema.
È molto importante che i teologi e quanti rivestono alti carichi comprendano che il Concilio è stato interpretato in modi fortemente distruttivi e discontinui. Sto leggendo un libro di Louis Bouyer, scritto nel 1968, intitolato “La decomposizione del Cattolicesimo”. E poi c’è Xavier Rynne, che ha forgiato la visione occidentale del Concilio con i suoi articoli su The New Yorker.Il Papa ne ha parlato tante, tante volte, ma vede, in parte i tradizionalisti stanno reagendo giustamente contro le interpretazioni stravaganti del Concilio da parte dei progressisti.

Cos’altro possono apportare di positivo?
Se verranno accettati dalla Chiesa e reintrodotti nella piena comunione, saranno una sorta di testimonianza vivente della continuità. Potranno sentirsi ben felici di stare all’interno della Chiesa Cattolica, fungendo da vivi testimoni del fatto che la continuità prima e dopo il Concilio è reale.

Ma questo avverrà solo se ottempereranno alle condizioni poste dal Vaticano?
Il punto è un altro. Non si tratta di un editto – fermatevi al rosso, andate avanti al verde – perché l’essere membri della Chiesa in piena comunione con essa implica la fede nel fatto che lo Spirito Santo preservi la Chiesa dall’errore e che la comunione col Soglio di Pietro è una parte della realtà dell’essere in piena comunione, non un fatto accidentale.Quindi, se ottempereranno a quanto è loro richiesto, dovranno farlo avendo i requisiti di veri Cattolici, non solo di essere d’accordo con quanto il Papa dica o faccia… Essi dovranno dire: “Sì, credo che la Chiesa sia preservata dall’errore dallo Spirito Santo”. Allora io potrò dire: “Va bene, dunque: siete Cattolici”.Molti membri della Fraternità hanno insistito sulla parola “errore”. “Errore” è una parola molto vaga nella Tradizione Cattolica. Ci sono diversi livelli d’errore: questo termine può voler dire che sei eretico, o semplicemente che sei avventato nei tuoi giudizi.

Adesso che Lei ha assunto la posizione di vicepresidente dell’Ecclesia Dei, non è ben chiaro chi sostituirà.
C’era già stato un vicepresidente per un certo tempo: Monsignor Camille Perl. Tuttavia, è stata meramente riempita una posizione che era rimasta vacante da tre anni. Non so con esattezza quando Monsignor Perl sia andato in pensione.
Alcuni hanno sostenuto che il nuovo incarico Le sia stato affidato per aiutare a preparare una struttura canonica per la Fraternità San Pio X nel caso in cui si riconciliasse con la Chiesa. Ciò ha qualche relazione con il grande lavoro che Lei ha svolto per aiutare a creare l’ordinariato Anglicano?Non lo so; il Papa non mi ha rivelato perché mi ha scelto. Sono stato coinvolto nell’ordinariato sin dal principio. Ho lavorato sotto il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, coinvolto in discussioni che hanno portato alla formazione dell’ordinariato, ma non sono un canonista. Non ho avuto un ruolo diretto nella redazione della costituzione ma ho davvero esperienza, forse nel dialogo.Gli Anglicani giunti a Roma per cercare la piena comunione sono spesso venuti a visitarmi. Pertanto immagino di avere qualche dono particolare che li attragga verso di me. [Ride.]

In che misura ciò che viene avvertito come un indebolimento del dogma extra Ecclesiam nulla salus (nessuna salvezza al di fuori della Chiesa) costituisce un elemento rilevante del problema, come asseriscono alcuni tradizionalisti? La comprensione attuale del dogma contraddice le sue precedenti definizioni?
Non so se il Concilio possa essere biasimato per questo o se piuttosto non si debba puntare il dito contro l’emergere di una corrente teologica che ha enfatizzato la possibilità di salvezza dei non Cristiani. Ma la Chiesa l’ha sempre affermata e l’ha sempre negata… [Karl] Rahner, col suo “Cristianesimo anonimo”, ha avuto un effetto disastroso su questa questione. Ma il Concilio non altera l’insegnamento della Chiesa.

Eppure essi dicono che lo alteri?
Questo è un esempio molto pertinente di due delle cose che abbiamo menzionato: il pericolo di interpretarlo come è stato interpretato da Rahner invece che alla luce dell’intera Tradizione.

I tradizionalisti lamentano il fatto che non si proclama quasi più la salvezza.
Ralph Martin è d’accordo con questa affermazione. Ci troviamo all’interno di una crisi, poiché la Chiesa è stata contaminata dall’idea secondo la quale non ci dovremmo preoccupare né entrare in ansia se non prendiamo troppo sul serio il mandato di proclamare Cristo scrupolosamente. Ma la colpa non è del Vaticano II, bensì della cattiva teologia. La Dominus Iesus è stata una risposta parziale a quel ramo della teologia della religione. Indubbiamente la storia della necessità dell’extra Ecclesiam nulla salus è lunga. Ma si parlava di eretici, non di non credenti. Questa formula si riferisce alla piaga delle eresie. Ha una sua storia.Il Concilio ha detto davvero che ci sono elementi di Grazia nelle altre religioni, e non credo che questo concetto debba essere ritrattato. Li ho visti e li conosco – ho incontrato Luterani e Anglicani che sono sante persone.

Alcuni tradizionalisti affermano che nella Chiesa moderna l’umanesimo secolare ha spesso la meglio sulle asserzioni dogmatiche. Per esempio, il Santo Padre ha detto che non avrebbe revocato la scomunica al Vescovo [Richard] Williamson se avesse saputo che era antisemita. Ma anche se l’antisemitismo è abominevole, i tradizionalisti dicono che è un punto di vista e non una posizione dogmatica. Eppure i politici cattolici possono contraddire liberamente il dogma e rimanere in comunione con la Chiesa. Cos’ha da ribattere a questi argomenti?
Si tratta di una trappola. Edward Norman, nel suo eccellente libro Secularization (Secolarizzazione), afferma che indubbiamente quella che lui chiama la secolarizzazione interna, l’umanesimo secolare, ha definitivamente invaso parti della Chiesa. Probabilmente la Fraternità San Pio X ha ragione su questo punto: io stesso potrei fornire una lista di esempi probabilmente ancor più lunga di quella che essi stessi potrebbero stilare.Tuttavia, cercare di difendere Williamson su queste basi è disgustoso e indegno. Forse che un politico è la stessa cosa che un Vescovo? Non scherziamo: questa è spazzatura, sofisticheria.Vogliono una scomunica di massa per tutti quelli che sono a favore dell’aborto? Eppure uno di loro, un Vescovo, proclama apertamente una posizione che la Chiesa sta disperatamente cercando di sopprimere all’interno di sé: l’antisemitismo. [Ci risiamo coll'impropria identificazione, e quindi confusione, con l'antisemitismo della dovuta distinzione delle fedi e ci risiamo ancora coll'ignorare che il riduzionismo di Mons. Williamson - esecrabile ma tra l'altro non negazionista - riguarda un fatto storico e non un dogma di fede; per cui parlare di mantenimento della scomunica in questo caso è del tutto senza senso.]

Nella dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha accompagnato la Sua nomina, è stato detto che la Sua esperienza “faciliterà lo sviluppo di certi provvedimenti liturgici desiderati” nella celebrazione del Messale Romano del 1962, comunemente conosciuto come Rito Tridentino. Ci potrebbe chiarire questo punto?
Vi sono due cose: essi vorrebbero aggiungere al calendario molti santi, ma il Messale Romano è fisso. Sarà necessario un dialogo tra di loro e la Congregazione per la Dottrina della Fede sul modo in cui incorporare elementi del calendario Romano e su come si sia trasformato negli ultimi cinquant’anni. Poi c’è la questione dei prefazi: il vecchio Messale Romano del 1962 ha un numero molto limitato di prefazi, ed essi vorrebbero anche incorporarne alcuni dei nuovi. Ma stiamo parlando dell’edizione del 1962: chi può rivedere l’edizione del Messale del 1962?In effetti il Novus Ordo, il Messale Romano attuale, è una revisione del Messale Romano del 1962. Quindi la questione è: come possono farlo? Non lo so, ma questo lavoro dev’essere fatto. Abbiamo già svolto due riunioni tra i rappresentanti della Congregazione e quelli dell’Ecclesia Dei per discutere sul modo in cui potrebbe essere fatto.

Sono state menzionate le Sue buone relazioni con la comunità ebraica. Fino a che punto lo sono?
Ho da tempo una relazione affettuosa con i vari leader ebraici, che dura ininterrottamente dai tempi in cui mi trovavo negli Stati Uniti lavorando alla conferenza dei vescovi. Mi sono venuti a trovare tutti gli anni. Non so se essi abbiano detto qualcosa in pubblico, ma per telefono si sono mostrati molto contenti. Sanno quanto sono attento alle loro preoccupazioni.

La Nostra Aetate (un documento che a detta di molti avrebbe contribuito a migliorare le relazioni tra Ebrei e Cattolici) è un problema per la Fraternità.
Sì, ma ricordi: se si prende in esame una costituzione in maniera corretta, da giuristi, vi sono due modi di interpretarla: il senso lato e il senso stretto della legge, che possono anche essere sostenuti in contrapposizione tra di loro da due avvocati. Analogamente, se la Fraternità vuole interpretare in senso stretto questo tipo di documenti conciliari, è libera di farlo da un punto di vista teologico. Ma ciò non significa che debbano per questo rimanere fuori dalla Chiesa e che possano presentare argomenti contro persone che si appoggiano sulla teologia.Se la Fraternità ritiene che la Nostra Aetate è mal interpretata, deve scendere in campo e combattere per mostrare la sua corretta interpretazione: invece di ritirarsi, deve giocare la partita.

La riconciliazione potrà avvenire in tempi brevi, visti e considerati i problemi spinosi nella Chiesa e nella cultura?
Ho la sensazione di sì. Ricordi che fin quando Benedetto XVI ha pronunciato il suo famoso discorso alla curia a dicembre del 2005 parlando dell’ermeneutica della continuità, tale argomento era quasi un tabù. Pertanto Papa Benedetto ci ha liberati per la prima volta.
Oggi si può criticare [il teologo Cardinal Henri-Marie] De Lubac, [il Cardinal Yves] Congar, [Padre Marie-Dominique] Chenu. E molti giovani stanno scrivendo tesi e libri che prima erano in un certo senso impensabili. Direi pertanto che la lettura dominante progressista del Concilio è in ritirata, e prima non lo era mai stata. Ma la fraternità deve anche abbracciare l’insistenza sulla continuità.
I tradizionalisti devono smettere di vedere il Concilio come rottura e discontinuità.Lo storico Roberto] De Mattei opera una distinzione. Il Concilio è stato avvertito come una rottura, ma dottrinalmente e teologicamente deve essere letto nella continuità – altrimenti non si può far altro che gettare la spugna.

Pensa che la Fraternità San Pio X tema che le sue rivendicazioni non verranno più ascoltate se si riconcilierà?
Come potrebbero non essere salvaguardate? Chi è che detta loro il da farsi? L’unica cosa che dico loro è: il Vaticano II non è un distacco dalla Tradizione.

 

Lei è ottimista o pessimista a proposito della riconciliazione?
Né l’uno né l’altro; semplicemente, non lo so. Penso che sarà un atto di Grazia.Difatti, chiederò ai Domenicani di cominciare a pregare. Spero che si arrivi in porto. Il Papa non vuole che la situazione rimanga così com’è – un’altra setta, un’altra divisione.


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Edward Pentin è il corrispondente a Roma per The Register. Il suo blog si trova su NCRegister.com

domenica 27 gennaio 2013

Don Riccardo è Sacerdote : gaudet Mater Ecclesia !


Sabato 26 gennaio alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale Sant’Emidio di Ascoli Piceno Sua Eccellenza Rev.ma Mons.Silvano Montevecchi, Vescovo Diocesano, ha conferito l’ordine presbiterale a don Riccardo Patalano, romano d’origine , incardinato nella Diocesi Picena.
Il Duomo ascolano era pieno : in tanti, amici e parenti, hanno voluto partecipare all’ordinazione sacerdotale di don Riccardo. 
Oltre ai parrocchiani ed ai giovani della parrocchia San Giovanni Battista in Acquasanta Terme, dove don Riccardo svolge l’opera pastorale, hanno preso parte anche diversi fedeli e Sacerdoti che collaborano con la Parrocchia della Santissima Trinità dei Pellegrini di Roma. 
Il commento musicale della Messa è stato per l’appunto affidato alla Cappella Musicale della Santissima Trinità dei Pellegrini che, alternatamente alla Corale “Cento Torri”di Ascoli Piceno, ha sottolineato i vari momenti liturgici con il  canto “proprium” in Gregoriano e  dell' "ordinarium" utilizzando delle splendide composizioni rinascimentali e barocche per voci ed ottoni. 
 La celebrazione, in puro “stile liturgico benedettiano”,  si è avvalsa di due giovani cerimonieri locali studenti al Pontificio Seminario Regionale Marchigiano Pio XI. 
Significativa la presenza di  diversi sacerdoti , italiani e stranieri, che celebrano l’antica Liturgia disciplinata dal Motu Proprio “Summorum Pontificum”.  
Preghiamo per il novello Sacerdote don Riccardo che ha posto il suo ministero sotto la potente protezione della Santissima Vergine Maria  Mater Ecclesiae  ed ha chiesto una sola grazia  quella di  "essere un buon Sacerdote".
A.C.

venerdì 25 gennaio 2013

Il Papa mette un po' a posto le cose sulla formazione dei sacerdoti esulla catechesi dei laici

Il Papa, con due Motu Proprio (del 16.01.2013)  modifica, a nostro giudizio miglioarndola,  la Costizuone Pastor Bonus e ridisegna con logicità e coerenza l'organzzazione dei dicasteri, secondo un criterio di migliore organicità e congruità. Assegna la competenza sui seminari dalla "Congregazione per l'Educazione cattolica" alla "Congregazione per il clero"; e trasferisce la competenza sulla catechesi dalla Congregazione per il clero al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.


LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI MOTU PROPRIO


DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO PP. XVI

"[...]  Ritengo pertanto opportuno assegnare alla Congregazione per il Clero la promozione e il governo di tutto ciò che riguarda la formazione, la vita e il ministero dei presbiteri e dei diaconi: dalla pastorale vocazionale e la selezione dei candidati ai sacri Ordini, inclusa la loro formazione umana, spirituale, dottrinale e pastorale nei Seminari e negli appositi centri per i diaconi permanenti (cfr can. 236, §1° CIC), fino alla loro formazione permanente, incluse le condizioni di vita e le modalità di esercizio del ministero e la loro previdenza e assistenza sociale.
Pertanto, alla luce di queste riflessioni, dopo avere esaminato con cura ogni cosa e avere richiesto il parere di persone esperte, stabilisco e decreto quanto segue: Art. 1 ... (si veda qui) ".

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LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI MOTU PROPRIO


DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO PP. XVI

"Con la Lettera apostolica, in forma di Motu Proprio, Ubicumque et semper, ho istituito, il 21 settembre 2010, il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che svolge «la propria finalità sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione, sia individuando e promuovendo le forme e gli strumenti atti a realizzarla» (art. 1 § 2: AAS 102 [2010], 791). In modo particolare, ho voluto assegnare al nuovo Dicastero il compito di «promuovere l’uso del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale formulazione essenziale e completa del contenuto della fede per gli uomini del nostro tempo» (art. 3, 5°: AAS 102 [2010], 792).
Ciò considerato ritengo opportuno che tale Dicastero assuma tra i suoi compiti istituzionali quello di vegliare, per conto del Romano Pontefice, sul rilevante strumento di evangelizzazione che rappresenta per la Chiesa la Catechesi, nonché l’insegnamento catechetico nelle sue diverse manifestazioni, in modo da realizzare un’azione pastorale più organica ed efficace. Questo nuovo Pontificio Consiglio potrà offrire alle Chiese locali e ai Vescovi diocesani un adeguato servizio in questa materia."