giovedì 31 maggio 2012

Dichiarazioni, nel mese di maggio, di Monsignor Bernard Fellay - FSSPX



Monsignor Bernard Fellay a Menzingen

L'intervista di Mons. Fellay al Catholic News Service.
Equilibrio, serenità, nessuna traccia di cedimenti

«Penso che la mossa del Santo Padre – perché proviene davvero da lui – sia autentica. Non sembra esserci alcuna trappola. Per cui dobbiamo esaminarla con attenzione e se possibile andare avanti ». Tuttavia, nell'affermare che devono ancora essere verificate garanzie da parte del Vaticano tuttora pendenti, dichiara : « La questione non è ancora definita. Abbiamo bisogno di qualche ragionevole chiarimento che la struttura e le condizioni proposte siano praticabili. Non stiamo andando a suicidarci lì, ciò sia molto chiaro ».
Mons Fellay, nel ribadire quanto la cosa stia a cuore al Papa, aggiunge: «Personalmente, avrei voluto aspettare ancora per qualche tempo per vedere le cose più chiaramente, ma ancora una volta sembra davvero che il Santo Padre voglia che accada ora ». Mons. Fellay ha espresso apprezzamento per gli sforzi di Benedetto XVI nel correggere derive "progressiste" dalla dottrina cattolica e dalla tradizione  a partire dal Vaticano II : « Molto, molto delicatamente – il Papa cerca di non rompere le cose - ma cerca anche di mettere in atto alcune importanti correzioni ».
Alla domanda se il Vaticano II stesso appartiene alla tradizione cattolica, risponde diplomaticamente: « Vorrei sperarlo ». E poi: « Il Papa dice che... il Concilio deve essere considerato all'interno della grande Tradizione della Chiesa, deve essere compreso in conformità con essa. Queste sono affermazioni su cui siamo pienamente d'accordo, totalmente, assolutamente. Il problema potrebbe essere nell'applicazione, cioè: ciò che accade realmente è in coerenza o in armonia con la Tradizione? » [Dichiarare questo non significa necessariamente che la crisi sia stata determinata dalla cattiva applicazione di un concilio buono: i buchi le ambiguità le rotture restano. Fellay ha giustamente messo in discussione che ciò che viene applicato sia in coerenza e in armonia con la tradizione, dopo aver realisticamente ammesso che il Concilio fa parte della storia della Chiesa e che quindi non può essere ignorato. Il ripareggiamento della verità farà parte della storia futura e sarà favorito da un ruolo riconosciuto all'interno della Chiesa. È quello che speriamo.]
Mons. Fellay aggiunge ancora, sull'atteggiamento della Fraternità : « noi non vogliamo essere aggressivi, non vogliamo essere provocatori ». [del resto se si vuol collaborare nel ripareggiare la verità, è bene che cessi l'accusa: ma certamente non termina la giusta critica e la corrispondente azione pastorale che diventa propositività]. Egli riconosce che la FSSPX è servita come un "segno di contraddizione" durante un periodo di crescente influenza progressista nella Chiesa. E vede la possibilità che la Fraternità continui a svolgere questo ruolo anche dopo la riconciliazione con Roma, aggiungendo la fotografia della situazione circa le reazioni prevedibili: « Alcuni ci danno il benvenuto ora, altri lo faranno in seguito, ed altri mai ». E poi: « Se vediamo alcune divergenze all'interno della Fraternità, sicuramente ce ne sono anche nella Chiesa cattolica ».
«Ma non siamo soli » a impegnarci per « difendere la Fede", ha detto il vescovo. « È il Papa stesso che lo fa. È il suo compito. E se noi siamo chiamati ad aiutare il Santo Padre in questo, così sia ».

Fonte:

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Monsignor Fellay a Villepreux -27 maggio  2012

Nel corso di un'omelia pronunciata la Domenica di Pentecoste a Villepreux, Francia, durante il pellegrinaggio dei sacerdoti e fedeli a Orléans (quest'anno non Parigi, in occasione del 600° anniversario della nascita di S. Giovanna d'Arco), il Superiore Generale della Fraternità San Pio X, il Vescovo Bernard Fellay, ha detto alcune parole su temi di attualità con Roma. Il contesto generale del discorso è la nascita della Chiesa nella Pentecoste e la fiducia nella Divina Provvidenza, quando tutto sembra perduto, come appariva in Francia a Giovanna, anche se (e soprattutto perché) il futuro è ignoto.

« Un'altra cosa molto simile è la deplorevole, quasi disperata, situazione, non di un paese, ma della Chiesa. La Chiesa, la Sposa di Cristo in una situazione del genere! Chi poteva immaginarlo? La demolizione, i colpi subiti, dal Concilio, durante e dopo, sono lì, proprio davanti a noi. Triste. Deplorevole. Abbiamo il coraggio di pensare: "come potrà la Chiesa risorgere?" E, osiamo dire, umanamente, è finita. Ma non abbiamo il diritto di dire "umanamente" quando si parla di Chiesa, perché la Chiesa resta, rimane, la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. E, anche se la vediamo in questo stato deplorevole, non abbiamo il diritto di associare questo deplorevole stato con la Chiesa e poi dire, "la Chiesa non è più". No! La Chiesa rimane, ma come sfigurata, come se avesse un cancro generalizzato, e non abbiamo questa certezza che risorgerà....

Quando diciamo che Roma vorrebbe darci un riconoscimento canonico, siamo pieni di diffidenza. Vedendo il modo con cui le autorità hanno trattato la Tradizione e tutto ciò che ha un po' di sentire tradizionale, o tendenze tradizionali, quando vediamo come sono stati trattati, siamo pieni di diffidenza. E anche con la paura. La paura del futuro, e diciamo: "ma come sarà possibile che ciò accada?" Ma abbiamo il diritto di sentirci in questo modo? È un vero reale sentire o troppo umano? ...

Certo, è necessario agire con tutta la prudenza, certamente, analizzando i pericoli, per vedere se è possibile o no, ma fino ad ora, miei cari fratelli, possiamo dire che una certa direzione sembra apparire, che potrebbe dire che potrebbe forse essere possibile che ci venga riconosciuto, che si continui, ma, fino a questo momento, io stesso non ho tutti gli elementi, cioè gli elementi finali, che possono permettere di dire, "sì o no". E così fino ad oggi, e siamo a questo punto... Questo è tutto. Se abbiamo elementi sufficienti per decidere che, sì, è possibile, bene, allora, possiamo giungere alla conclusione. E se si giunge alla conclusione che, no, non è possibile, è troppo pericoloso, allora, no, è impossibile, non si può andare avanti. E diremo "no". Tutto qui. Non siamo noi che cercheremo di imporre al Buon Dio la nostra decisione, la nostra volontà. Al contrario, tentiamo di cercarla, attraverso gli eventi, le cose che procedono, qual è la Sua volontà, che cosa vuole, il Buon Dio? È così sorprendente che siamo arrivati a questo punto? Non siamo stati a cercar questo. Oggi, almeno io ho conseguito la certezza, che colui che vuole riconoscere la Società è, in fin dei conti [ bel et bien ], il Papa. Vedo che, a Roma, tutti non sono della stessa idea. A Roma e altrove. Ma il Papa, sì. E allora si va fino alla fine? Riuscirà a cedere di fronte alla pressione, all'opposizione? ... Preghiamo, continuiamo a pregare, chiediamo questa luce per tutti. Che si possa rimanere molto uniti. Perché è vero che una tale decisione, ed è anche uno dei motivi di questa paura, implica un cambiamento di prospettiva.... Da alcune parti si sente: "è possibile?". Con tutti gli elementi che ho nelle mie mani, io dico, "sì, sembra possibile per me", ma, ancora una volta, a condizione che ci si lasci liberi di agire. Sembra chiaro che, se ci vogliono, se si reintroduce la Tradizione nella Chiesa, si può parlare in questo modo. Quindi non per noi soltanto, ma anche per tutta la Chiesa, in modo che tutta la Chiesa può ottenere da essa, da questa cosa magnifica, la vita cristiana.

Ci sono certamente molte domande che restano aperte. Questa questione di una non-intesa su alcuni punti del Concilio, non siamo d'accordo. È proprio questo che è sorprendente: perché, allora, perché allora ci offrono questo percorso, ci deve essere un motivo. ... il motivo è questo stato della Chiesa ».

Fonte:
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/05/roma-fsspx-mons-fellay-parla-il-giorno.html

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Intervista rilasciata il giorno di Petecoste - 27 maggio 2012

“ Ci sono dei rumori che circolano ma la cosa ufficiale è che i cardinali ed i vescovi della Congregazione della Fede hanno esaminato il testo proposto da me. È tutto, non so altro. Hanno detto che lo avevano consegnato al Santo Padre, che il Santo Padre avrebbe preso una decisione. Nel medesimo documento si dice anche che ne avrebbero riparlato con me, che ci sono delle precisazioni, delle domande da fare. È tutto quello che so, come voi, dalla stampa. Non so niente di più, né riguardo ai tempi né riguardo alla sostanza. Si può dire che è tutto ancora aperto. Evidentemente mi pare proprio che da qualche mese ci sia una linea, di cui si parla, che il Papa voglia darci una normalizzazione, un riconoscimento canonico ma accompagnato da quali condizioni? Mi pare che da qualche mese tutti gli interrogativi riguardino questo problema. Infine, se stimiamo che le condizioni siano sufficienti perché possiamo vivere, continuare a vivere, ebbene diremo di sì; se non ci permettono di vivere, o se esigessero che perdiamo la nostra identità o tutto ciò che ha costituito la nostra forza e tutto ciò per cui possiamo apportare qualcosa alla Chiesa, oggi, vale a dire la Tradizione, allora non ne vale la pena. Tutto si riduce a questo interrogativo, che è ancora aperto. Aspettiamo la risposta da Roma. Non so quando. Alcuni dicono presto. Padre Lombardi sembra dire che sarà differita senza sapere però fino a quando. Dunque resto in attesa ”.

Fonte:
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/05/aggiornamento-sulle-dichiarazioni-di.html

Sacerdótes Dómini incénsum et panes ófferunt Deo: et ídeo sancti erunt Deo suo, et non pólluent nomen eius

( su Il Messaggero del 29 maggio 2012 ) MODENA - Don Ivan Martini è morto nel crollo della chiesa della Stazione di Novi, a Rovereto, nel Modenese, perché tentava di mettere in salvo una piccola statua della Madonna durante il sisma che ha distrutto la sua chiesa.
Un prete di campagna ha solo la sua chiesa.
Poco importa se non fa parte della storia dell'architettura, se non ospita grandi capolavori. Ogni statua, ogni arredo, è come se fosse un pezzo del paese.
Don Ivan Martini, 65 anni, da nove parroco di Rovereto, uno dei paesi della Bassa modenese maggiormente colpita dal sisma, è morto in mattinata nella sua chiesa crollata.
Proprio come i due frati di Assisi (padre Angelo Api e il seminarista polacco Borowec Zdzislaw), morti il 26 settembre 1997 insieme a due funzionari della soprintendenza delle belle arti (Claudio Bugiantella e Bruno Brunacci) sepolti dagli affreschi di una delle chiese più belle del mondo, crollati durante un sopralluogo all'altare maggiore.
La chiesa. Don Ivan voleva bene alla sua chiesa e a ciò che c'era dentro.
La parrocchia di Santa Caterina era stata danneggiata e resa inagibile dal precedente sisma, ma si doveva fare un sopralluogo per salvare un pò di arredi che c'erano dentro.
Così stamattina, accompagnato da due vigili del fuoco, è entrato nella chiesa per cercare di salvare alcune statue fra cui, in particolare, una statua della Madonna alla quale molti dei suoi parrocchiani erano particolarmente devoti.
 La scossa.
È lì che il forte terremoto lo ha sorpreso.
 Don Ivan è stato colpito dal crollo, di una pietra o di una trave, che non gli ha lasciato scampo.
Illesi, invece, i due vigili del fuoco che erano con lui e che sono riusciti a mettersi in salvo.
Rovereto così, in mezzo a tanti danni riportati dalle strutture, piange la sua unica vittima, il suo parroco, al quale il paese voleva bene.
Non è per niente facile fare il prete fra comunisti e immigrati che chiamano Dio con un altro nome. «Don Ivan era uno veramente in gamba», racconta un suo parrocchiano, accompagnando l'elogio ad un gesto esplicito, ma non certo irrispettoso, che descrive il coraggio col quale esercitava la sua missione.
 È rimasto ferito, invece, un altro parroco che è stato coinvolto da un crollo nel duomo di Carpi.
In un primo momento si era temuto per la sua vita, si era addirittura diffusa la notizia della sua morte.
In realtà ha riportato solamente qualche lieve danno fisico e una grandissima paura, come il resto dei suoi parrocchiani. 

POGGIO RENATICO (Ferrara) –
 Vive per strada, dorme dal macellaio del paese e di tanto in tanto entra in chiesa, la sua chiesa, quella di San Michele Arcangelo, patrono di Poggio Renatico.
Don Simone Zanardi è il parroco sfollato di questo terremoto dell’Emilia.
Quella notte ha perso in un colpo solo la casa e la chiesa ma lui non vuole saperne di abbandonarla e allora rimane lì, seduto sulle panchine di questa grande piazza dell’abbazia dove la gente si ritrova ancora nonostante le macerie.
«Non so dove altro andare, francamente, e comunque mi fa piacere stare con loro».
Non ha nemmeno quarant’anni ma è già un abate-parroco perché quella di San Michele Arcangelo è anche un’abbazia.
Domenica mattina, dopo che la chiesa era stata bloccata e nessuno poteva più entrare, lui se n’è infischiato e saltellando fra le rovine è arrivato al Tabernacolo per prendere il Santissimo: «Ho voluto salvarlo.
L’ho portato a San Pietro in Casale dove la struttura è solida».
Tutti lo salutano, tutti gli sorridono. «Forza don Simone». «Grande don».
Ancora un’oretta di piazza e poi a letto. Lo aspetta il macellaio. A.P

mercoledì 30 maggio 2012

I frutti della "Gaudium et Spes"

Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?

di Roberto de Mattei


Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.

Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.

Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.

Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.

Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.

Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge. 

Fonte:
http://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-che-cosa-succede-in-vaticano/

martedì 29 maggio 2012

Il Signore non ha abbandonato la Sua Chiesa. Aiutiamo il Papa con la preghiera e con la penitenza.


Il questo momento particolarmente difficile per la Santa Chiesa e per il Vicario di Cristo, Successore di Pietro, pubblichiamo, con il permesso dell’Autore, la riflessione di un Teologo, che, in spiritu humilitatis, preferisce definirsi un “semplice catechista”. 
 La Tradizione deve molta riconoscenza a questo umile Teologo che aveva autorizzato a mettere la sua firma  su questo post a dimostrazione dell'affetto nei confronti di   tutti noi Lettori di MiL, blog che stima ed ama. 
 Pur ammirando il suo coraggio, abbiamo disobbedito alle sue  disposizioni perché  si trova ancora in “esilio” proprio a causa della sua fedeltà alla tradizione,
Non vorremmo infatti aggravare ulteriormente la sua posizione presso  i suoi Superiori ! 
Che il Serafico Padre San Francesco d’Assisi continui a proteggere questo suo figlio, e l'opera che svolge  fra i giovani a beneficio della Santa Chiesa e della santa Tradizione.
 Andrea Carradori 

«Il Signore non ha abbandonato la Sua Chiesa. Che è quella di cui Benedetto è il mite (forse troppo) Pastore, Colonna e Fondamento della Verità. Arca di salvezza per i puri di cuore che anche dietro le nubi, sanno vedere il Volto di Dio. Già Romano Amerio, in tempi più difficili di questi, aveva affermato che la Chiesa non può mutare in altra (religione). 
E' un'impossibilità metafisica, dovuta alla promessa del Suo Fondatore Divino. Però il "personale" della Chiesa può peccare e anche "obnubilare" la Verità. Potremmo portare una serie infinita, di questo di esempi di questa "obnubilazione", ma ne cito due : la (quasi) sparizione della parola "anima" e la desistenza nel chiamare il peccato per quello che è, ossia l'unico vero male. 
Questa mi sembra la vera tragedia dei nostri tempi. Per questo prego e spero in un riconoscimento canonico della FSSPX, che avrà pure tanti difetti, ma che ha custodito integro il "depositum Fidei", senza "obnubilare" nessun punto. 
Continuiamo a pregare perché il nemico, il divisore, non prevalga nel suo interno (e nel suo esterno),di questa, per tanti aspetti benemerita Fraternità.
Nonostante le molte sofferenze personalmente subite nel "postconcilo", non ho mai dubitato sulla continuità non solo del "soggetto" Chiesa, ma anche del suo Magistero, ove questo abbia veramente "magisterato". 
Sono certo che la Chiesa non ha dogmatizzato niente altro che non era già dogmatizzato, né ha sdogmatizzato niente che era stato da sempre, da tutti e ovunque insegnato. Purtroppo il suo "personale" (clero e laici), e temo in maggioranza, hanno(abbiamo) obnubilato la Verità. E di questo dovremo rendere conto a Dio. 
Che Egli abbia pietà di noi ! 
La riforma che invochiamo deve cominciare da noi stessi. Se san Francesco (e tutti gli altri santi) avessero aspettato l'esempio dall'alto . . . ! 
Poi, francamente, e da sincero tradizionalista, accusato di essere "lefebvriano", non riesco a criticare nulla nell'attuale Pontefice, che ritengo (è solo un modestissimo parere soggettivo), il meglio di quanto gli attuali vertici ecclesiastici possano esprimere. 
Da parte dei sei Papi della mia vita non ricordo un gesto altrettanto coraggioso e controcorrente come la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”! 
Nel suo libro "Introduzione allo Spirito della Liturgia", libro determinante per la mia conversione dal conservatorismo al tradizionalismo, l'allora cardinale J.Ratzinger definisce la Santa Messa come "Sacrificio in forma di preghiera". 
Questo in polemica con il teologo (cattolico) Romano Guardini che definiva la Santa Messa come "Sacrificio in forma di banchetto". 
Ambedue parlano come "dottori privati", quindi preferisco alla loro teologia la definizione "solenne" di Paolo VI: " . . . noi crediamo che la Santa Messa è lo stesso Sacrificio della Croce sacramentalmente presente sui nostri altari"
 Che poi il rito, da lui approvato, non esprima bene la fede professata è un altro conto. Comunque quello che credono i Papi individualmente mi interessa relativamente. Mi interessa quello che insegnano quando "magisterano". Non mi sembra che abbiano mai dogmatizzato un errore nè sdogmatizzato una Verità. 
Non potrebbero farlo.
 E'un'impossibilità ontologica fondata sulla promessa del Signore. 
Che poi nella loro prassi o insegnamento "obnubilino" la Verità è un fatto che c'è sempre stato e sempre ci sarà. 
Per questo la Chiesa non è solo magistero: lo Spirito Santo suscita anche i santi (e i profeti) che ci richiamano sulla retta via (vedi Santa Caterina da Siena o San Francesco che, nel sogno di Innocenzo III, sostiene la basilica del Laterano e impedisce che rovini). 
Poi guai ai Pastori che non pascolano. 
Ma questo, prima ancora che nostro, è un problema loro. 
Aiutiamo il Papa con la preghiera e con la penitenza personale. E' un uomo, fa quello che può.
Lui potrebbe anche lasciarsi sbranare dai lupi, ma si sforza di non lasciar sbranare le pecorelle a lui affidate.
 Ha iniziato a virare la barca, ma essa è un grande transatlantico ha bisogno di tempo per cambiare rotta.  Cerchiamo di aiutarlo !
Infine: c'è un proverbio cinese che dice "quando Dio vuole punire un popolo, gli manda un re "giovane" . . . (questo proverbio è stato aggiunto, in risposta polemica a chi invocava le "dimissioni" di Benedetto XVI,con la scusa che "ci vuole un Papa più giovane, per guidare la Chiesa in tempi così difficili").»
 P.L.R.B. 

"Fatima e la Passione della Chiesa"


Confererenza della dott.ssa Cristina Siccardi e del prof. Roberto de Mattei sul tema

Il messaggio di Fatima e la passione della Chiesa

Nel corso della conferenza sarà presentato l'ultimo libro di Cristina Siccardi, Fatima e la passione della Chiesa (SugarCo, Milano 2012) e il libro di padre Elia Giacobbe, Il segreto di Fatima (SugarCo, Milano 2011). L'incontro si svolgerà mercoledì 13 giugno alle ore 18 presso la sede della Fondazione Lepanto a piazza S. Balbina 8, Roma. Seguirà, come d'abitudine, un momento conviviale.
Fondazione Lepanto


Le apparizioni di Fatima furono già previste nel 1454 da una monaca mistica piemontese. 
Questa eccezionale scoperta archivistica rappresenta senz'altro la novità più eclatante contenuta nel nuovo volume di Cristina Siccardi: "Fatima e la Passione della Chiesa", ed. SUGARCO.  
La nota storica torinese, già distintasi per la pubblicazione di numerose biografie, ha ripercorso, in uno dei capitoli, la lunga storia dei complessi rapporti, assolutamente sconosciuti ai più, che legarono la dinastia dei Savoia al piccolo villaggio portoghese dove avvennero le grandiose apparizioni mariane del 1917.  
Già la prima regina del Portogallo, Matilde o Mafalda, proveniva infatti da questo casato e, secondo una tradizione, venne sepolta, nel 1157, in una cappella fatta costruire, in onore della S. Vergine, a Fatima. Qui giunse altresì un altro personaggio sabaudo che, sul finire del XIV secolo, dopo essere scampato ad una condanna a morte, percorse le contrade di mezza Europa, come pellegrino vagante. Si chiamava Filippo II di Savoia Acaja e fu lui il padre della monaca mistica Filippina de’ Storgi, vissuta presso il monastero delle domenicane di Alba, la quale, in punto di morte, profetizzò gli eventi che si sarebbero verificati dopo quasi cinque secoli.
In realtà il manoscritto che narra questo straordinario episodio risale al 1640 in quanto quello originale sarebbe stato distrutto da un certo padre Barosio allo scopo di non danneggiare il processo di beatificazione di Margherita di Savoia, fondatrice del monastero albese. Ai nostri occhi tuttavia nulla cambia in quanto ci troviamo ancora a quasi tre secoli dalle apparizioni ai pastorelli.
Leggendo le poche righe seguenti dunque non si può che rimanere esterrefatti:
"Poscia, rapita di gioia celeste, volgendo in alto lo sguardo, salutava nominatamente ed altamente i Celicoli che venivanle incontro, ossia: la S. Madonna del Rosario, S. Caterina da Siena, il Beato Umberto, l’Abbate Guglielmo di Savoia; parlava de’ futuri eventi, prosperi e funesti della Casata Sabauda, fino a un tempo non preciso di terribili guerre, dell’hesilio di Umberto di Savoia in Lusitania, di un certo mostro d’Horiente, tribulatione dell’Humanità, ma che sarebbe ucciso dalla Madonna del S. Rosario de Phatima, se tutti li huomini l’havessero invocata con penitentia grande. Dopo lo che spirò tra le braccia della cugina, la santa nostra Madre Margherita di Savoia, che le aveva posto al collo una medaglia del Beato Umberto, lassata per lei da Filippo suo padre".  (pag. 53).

Ma il libro di Cristina Siccardi non si limita ovviamente alla narrazione di questi, sia pur straordinari,  avvenimenti. Il lavoro si prefigge anzi di dare un ulteriore prezioso contributo al dibattito, sempre quanto mai attuale, circa il vero contenuto della terza parte del segreto di Fatima. 
Il tono dell'autrice, come del resto in tutte le sue opere, si mantiene comunque sempre ben lontano dal linguaggio polemico che ha contraddistinto, sul punto, altri studiosi. Non mancano tuttavia messaggi e prese di posizione ben precise come i due punti di partenza da cui si sviluppa poi tutta la trama del suo discorso:
"Giunti a questo punto, nel 2012, e con tutti i dati raccolti ed esaminati, possiamo esprimere una semplice quanto lineare considerazione: si sono verificati degli inganni e degli occultamenti. Non sappiamo se la storia saprà indicare gli ingannati e gli ingannatori. Per certo, invece, sappiamo due cose:
 1. Le apparizioni di Fatima sono vere, come attestò, per la prima volta, monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva  nella Lettera Pastorale A Providência Divina (Carta Pastoral sobre o culto de Nossa Senhora da Fátima), del 13 ottobre 1930.
2.  La Passione della Chiesa è evidente ed è correlata alle apparizioni di Fatima. Come santa Teresina di Lisieux (1873-1897) è divenuta maestra di altissima e raffinata spiritualità, pur non avendo mai studiato in alcuna facoltà teologica, così la Madonna ha voluto consegnare i messaggi divini di punizione e di salvezza a tre bambini, poveri, indifesi, e anche per questo, puri. Nel loro candore, i tre veggenti hanno dimostrato di essere dei semplici strumenti nelle mani di Dio, scelti per indirizzare la Chiesa secondo i suoi piani e non quelli degli uomini. Fatima ha messo in imbarazzo la Chiesa, ancor prima dell’apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), una Chiesa che era, sia pure in parte, già infettata da una grave malattia: il Modernismo, un virus che penetrò nel Concilio stesso, indirizzandone lo “spirito”. Niente più condanne, niente più penitenze, niente più Novissimi... Niente più rigore dottrinale. «Dialogo» divenne la parola d’ordine. «Dignità umana» il totem a cui guardare. «Pluralismo» la metodologia. « Sociologia » e « psicologia » le scienze da studiare". (pagg. 16 - 17).

Altra importante novità della corposa opera sono le dichiarazioni del noto vaticanista Giuseppe De Carli (1952-2010), fra i maggiori divulgatori, almeno a livello italiano, della riduzione del Terzo Segreto di Fatima al preannuncio del fallito attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, nota al grande pubblico come «tesi Bertone», in quanto il cardinale Bertone ne è sempre apparso come il maggiore ideatore. Ebbene, poco prima di morire, De Carli, che si spense il 13 luglio 2010, nel mese di maggio espose il suo ripensamento al Congresso The Fatima Challenge, organizzato dal Centro di Fatima di Padre Gruner:
«In quell’occasione formulò la sua conferenza su un piano scettico nei confronti della versione degli eventi sostenuta dal cardinale Tarcisio Bertone […]  Rivelò tutto il suo disagio […] prendete un giornalista che non è un esperto di Maria: sono stato buttato dentro semplicemente perché, facendo le direttive televisive del Vaticano, mi sono dovuto occupare di questi elementi» (pagg. 66-67).
L'attenta analisi di Cristina Siccardi, che intende approfondire proprio la presenza e le sottolineature, spesso misconosciute o rimosse, della crisi ecclesiale nelle rivelazioni private, si articola ovviamente, in via principale, sull'attenta lettura dei messaggi celesti inviati attraverso le principali apparizioni mariane ufficialmente riconosciute: da La Salette a Lourdes, da Pontnain a Banneux.

Ma il volume indaga anche in ambiti più nascosti che appaiono tuttavia non meno interessanti come le rivelazioni ricevute dalla Beata Elisabetta Canori Mora (1774 - 1825). Questa donna straordinaria, elevata all'onore degli altari da Giovanni Paolo II nel 1994, viene spesso ricordata soprattutto per la santità di vita, in difesa della famiglia. Assai meno note risultano invece le sue esperienze mistiche:
"La vita mistica di Elisabetta Canori Mora, nonostante la sua beatificazione, è rimasta comunque celata e le sue rivelazioni private, dove si evince tutta la problematicità di corruzione dentro la Chiesa, sia nei suoi insegnamenti che nei suoi costumi, non sono state finora oggetto né di attenzione né di studio. Il motivo di tale occultamento è riconducibile ad un’unica ragione: quando i documenti denunciano i mali della Chiesa viene scelta la via del silenzio, proprio come accadde per la terza parte del Segreto di Fatima. Parlare di crisi della Chiesa è mettere il dito nella piaga, è sollevare una polvere che si vuole tenere nascosta sotto i tappeti, è tirare una tenda su uno scenario che offre scandalo e non edificazione. In realtà la piaga va curata, la polvere va eliminata, la tenda va calata per poter liberare la Sposa di Cristo dalla insipienza, dalla ignoranza e dall’infedeltà". (pag. 133)
Lo stesso discorso vale per la coetanea e più conosciuta Beata Anna Caterina Emmerick (1774 - 1824). Anche lei ricevette numerose visioni e fu stigmatizzata. L'episodio mistico maggiormente noto della sua vita fu la descrizione precisa della casa dove la S. Vergine trascorse gli ultimi anni della sua esistenza terrena. Seguendo infatti quanto da lei riferito precedentemente,  nel 1881, si riuscì ad identificare tale abitazione, oggi Santuario, su una collina vicina ad Efeso.
Anche la Emmerick si espresse più volte in merito ad una futura crisi della Fede all'interno della Chiesa Cattolica:
"L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità. [...] Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. [...]
Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola. [...] Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto. [...] C’erano solo divisioni e caos". (pag. 136)

Al termine della lettura di questo volume non si può che rimanere pensosi. Tutto ciò che in esso è riportato risulta precisamente indicato nelle fonti ed esattamente verificabile da coloro che dovessero, come immagino, dimostrarsi scettici  o troppo "adulti" per perdersi in simili analisi ben poco digeribili dall'uomo contemporaneo.
Ma i richiami del Cielo, se accolti, potrebbero sicuramente mutare la direzione in cui si sta incamminando purtroppo la nostra storia umana. Vale dunque davvero la pena di leggere, meditandone ogni capitolo, questo libro denso, assolutamente serio e scritto con il coraggio che dovrebbe contraddistinguere ogni cristiano.

Marco BONGI 

Cristina Siccardi: "Fatima e la Passione della Chiesa", ed. SUGARCO, pp. 250, euro 18,80.

Vescovo di Verona, Mons. Zenti, amministerà le ss. Cresime in forma extraordinaria nella parrocchia di S. Fermo Minore di Brà

Verona
Sabato 2 giugno 2012 alle ore 18:30

chiesa di S. Fermo Minore di Brà,
parrocchia urbana intra muros (via Filippini 16, Verona),

S. E. Mons. Giuseppe Zenti
Vescovo di Verona

amministrerà la
CRESIMA SECONDO LA FORMA EXTRAORDINARIA DEL RITO ROMANO e
assisterà pontificalmente alla
MESSA CANTATA forma extraordinaria,
officiata da Mons. Gino Oliosi, Rettore di Santa Toscana.
Servizio liturgico: ICRSS e locale. Canto:
Coro delle Francescane dell’Immacolata.


La chiesa parrocchiale, molto danneggiata nell’ultima guerra, fu anticamente dell’abbazia benedettina di S. Fermo Maggiore, passò poi pleno jure ai Sacerdoti dell’Oratorio di S. Filippo Neri, con cura d’anime. La parrocchia è menzionata nell’elenco Pegoraro del 1336.

lunedì 28 maggio 2012

Chartres 2012

Qualche dato statistico e informazioni complementari sulla 30ma edizione del Pellegrinaggio Parigi-Chartres, che ha avuto  inizio sabato 26 maggio e termina oggi 28 maggio (http://romualdica.blogspot.it/2012/05/la-famiglia-culla-della-cristianita.html ).


- Hanno partecipato 200 Capitoli, con oltre 10.000 pellegrini iscritti, età media 21 anni, 800 stranieri.

- La logistica è assicurata da 600 volontari. Vi sono inoltre 150 responsabili della sicurezza e 40 medici e infermieri dell’Ordine di Malta.

- I bivacchi notturni occupano 14 ettari.

- Sono stati distribuiti 90.000 panini e 6.000 litri di zuppa, e sono state spostate 500 tonnellate di bagagli e materiali.

La sacrestia mobile è gestita da un gruppo di 15 laici, i quali gestiscono circa 60 Messe basse al giorno.

I celebranti delle Messe solenni nei tre giorni sono stati:

- sabato 26, cattedrale di Parigi, mons. Chauvet, parroco di Saint François-Xavier (omelia di S.E. mons. Nahmias, vescovo ausiliare di Parigi)

- domenica 27, Messa al campo celebrata dal canonico Boucheron dell’Institut du Christ Roi Souverain Prêtre.

- lunedì 28, cattedrale di Chartres, don John Berg, superiore generale della Fraternità San Pietro.

L’assistenza spirituale durante i 100 km di marcia è assicurata dai seguenti istituti religiosi:

Abbaye Sainte-Madeleine du Barroux

Abbaye Notre-Dame de Fontgombault

Abbaye Notre-Dame de Randol

Abbaye Notre-Dame de Triors

Fraternité Sacerdotale Saint Pierre

Fraternité Saint Vincent Ferrier

Institut du Christ-Roi Souverain Prêtre

Institut des Chanoines Réguliers de la Mère de Dieu

Institut de la Sainte-Croix de Riaumont

Institut du Bon Pasteur

domenica 27 maggio 2012

Il Papa ha annunciato due nuovi Dottori della Chiesa

Durante il Regina Caeli, il Papa ha annunciato due nuovi Dottori della Chiesa Santa Ildegarda di Bingen e San Giovanni d'Avila saranno proclamati il prossimo 7 ottobre, in occasione dell'Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi 
CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 27 maggio 2012 (ZENIT.org) Nel corso del Regina Caeli di stamattina, papa Benedetto XVI ha rivolto ulteriori parole all’odierna solennità di Pentecoste. “Lo Spirito Santo – ha detto il Pontefice - irrompendo nella storia, ne sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza, stimola e favorisce in noi la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo”. 
 Lo Spirito Santo, con i “doni della sapienza e della scienza continua ad ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo”, ha aggiunto il Santo Padre. A tal proposito, Benedetto XVI ha annunciato che il prossimo 7 ottobre, in occasione dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerà San Giovanni d’Avila e Santa Ildegarda di Bingen, dottori della Chiesa Universale. Ildegarda, monaca benedettina nel cuore del Medioevo tedesco, fu “autentica maestra di teologia e profonda studiosa delle scienze naturali e della musica”, mentre Giovanni D’Avila, sacerdote negli anni del rinascimento spagnolo, “partecipò al travaglio del rinnovamento culturale e religioso della Chiesa e della compagine sociale agli albori della modernità”. Una donna e un uomo di Chiesa, dunque, molto diversi per epoca e carisma specifico. 
Entrambi, però, ispirati da una “santità di vita” e da una “profondità di dottrina” che li rendono “profondamente attuali”. “La grazia dello Spirito Santo, infatti – ha spiegato il Papa - li proiettò in quell’esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l’orizzonte permanente della vita e dell’azione della Chiesa”. I due futuri dottori della Chiesa, ha aggiunto Benedetto XVI, appaiono “di rilevante importanza ed attualità”, soprattutto alla luce del progetto di nuova evangelizzazione, cui sarà dedicata l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi già menzionata, e dell’Anno della Fede. “Anche ai nostri giorni – ha proseguito il Santo Padre - attraverso il loro insegnamento, lo Spirito del Signore risorto continua a far risuonare la sua voce e ad illuminare il cammino che conduce a quella Verità che sola può renderci liberi e dare senso pieno alla nostra vita”. 
...

Pentecoste 2012 : l'Omelia di Benedetto XVI, Successore di Pietro

OMELIA 
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 
 Basilica Vaticana Domenica, 27 maggio 2012
Cari fratelli e sorelle! Sono lieto di celebrare con voi questa Santa Messa, animata oggi anche dal Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e dall’Orchestra giovanile - che ringrazio -, nella Solennità di Pentecoste. 
Questo mistero costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. 
E questa «forma» e questa «spinta» sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante le azioni liturgiche. Stamani vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. 
La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. 
Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone sia spesso superficiale e difficoltosa. 
Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi. In questa situazione, possiamo trovare veramente e vivere quell’unità di cui abbiamo bisogno? 
 La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). 
Ma che cos’è Babele? 
E’ la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. 
Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. 
Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. 
Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme. Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo. 
Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. 
In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. 
Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele.
 E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? 
Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come? La risposta la troviamo nella Sacra Scrittura: l’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. 
E questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. 
In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco di amore capace di trasformare. La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. 
A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione. Ma guardiamo al Vangelo di oggi, nel quale Gesù afferma: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. 
Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro.
Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce.
 La contrapposizione tra Babele e Pentecoste riecheggia anche nella seconda lettura, dove l’Apostolo dice: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5,16). 
San Paolo ci spiega che la nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti. Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. 
Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo. San Paolo elenca - come abbiamo sentito - le opere della carne, sono i peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi; sono pensieri e azioni che non fanno vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore.
 E’ una direzione che porta a perdere la propria vita. Invece lo Spirito Santo ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe di vita divina che è in noi. 
Afferma, infatti, san Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). 
E notiamo che l’Apostolo usa il plurale per descrivere le opere della carne, che provocano la dispersione dell’essere umano, mentre usa il singolare per definire l’azione dello Spirito, parla di «frutto», proprio come alla dispersione di Babele si contrappone l’unità di Pentecoste. 
Cari amici, dobbiamo vivere secondo lo Spirito di unità e di verità, e per questo dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini e ci guidi a vincere il fascino di seguire nostre verità, e ad accogliere la verità di Cristo trasmessa nella Chiesa. 
Il racconto lucano della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). 
Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus! - 
Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». 
Amen. 
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 26 maggio 2012

Roma : Chiesa di Gesù e Maria. Messa Solenne di Pentecoste

Domenica 27 maggio 2012 nella gloriosa ricorrenza liturgica di Pentecoste, presso la Rettoria di Gesù e Maria al Corso, alle ore 10.00, sarà officiata in forma solenne la Santa Messa Tridentina, celebrata "in tertio", da Mons. Richard Soseman, Officiale della Congregazione per il Clero, che commemorerà il suo 20° anniversario d'ordinazione sacerdotale; Don Giuseppe Vallauri sarà il diacono e Don Michael Hauser il suddiacono. 
 Il solenne rito si avvarrà anche della presenza, quale cerimoniere, del Rev.do Don Gilles Guitard, attuale priore romano dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (I.C.R.S.P.). 
 I Musici dell'Ensemble strumentale "In Nomine" (Opera San Gregorio) accompagneranno la sacra Liturgia con brani di: Girolamo Frescobaldi; Giovanni Paolo Cima; Alessandro Scarlatti; Giovan Battista Vitali; Antonio Vivaldi; Giovan Battista Pergolesi. 
Al basso di violino/violoncello il M° Renato Criscuolo; al clavicembalo il M° Alberto Bagnai; alla tiorba il M° Michele Carreca. I cantori dell' Ensemble vocale "In Nomine" (Opera San Gregorio) eseguiranno la "Missa Lux et Origo" ed altri brani tratti dal repertorio monodico gregoriano guidati dal M° David Maria Gentile. All'organo "Giovanni Battista Testa 1750" il M° Andrea Moncada, organista titolare/direttore artistico della prefata Cappella Musicale, interpolerà con brani tratti dal "Premier et Second Livres d’orgue 1689/1700" di Jaques Boyvin. 
 Con l'occasione estendo ai lettori romani  l'invito a partecipare quanto più numerosi possibile alla solenne funzione liturgica, assicurando fin d'ora nella mia preghiera quanti, fra amici e conoscenti vorranno unirsi non solo in presenza ma anche in ispirito al sacro rito. 
Nel salire unanime la nostra lode all'Altissimo Iddio, voglia l'Onnipotente benignamente a noi tutti concedere una rinnovata, feconda messe di Grazie e Benedizioni spirituali e materiali. A.M. 

( Foto :  Mons. Richard Soseman celebra la Messa Solenne di  Pentecoste 2010  nel Santuario di Campocavallo di Osimo)

venerdì 25 maggio 2012

Le balaustre, argine del sacro


Da Il Timone n. 113 maggio 2012

Alcuni manufatti, chiamati comunemente balaustre per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all'interno delle chiese. Nonostante l'appa¬rente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d'inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito.
di Andrea Di Meo

Varcare un confine a piedi, scavalcare il crinale di un monte, addentrarsi in una caverna, sono piccole esperienze accomunate, come molte altre, da una sensazione particolarissima. A chi le ha vissute non sarà sfuggita l'impressione di oltrepassare una linea oltre la quale vigono altre regole, oltre la quale il comportamento deve mutare perché al di là di quel punto lo spazio è diverso, non è più lo stesso di prima. Gli esempi che ho citato, a solo scopo narrativo, hanno tutti la caratteristica di essere accompagnati da segnali visibili, che quasi suggeriscono con la loro stessa presenza l'incipiente mutamento di stato. In alcuni casi, come l'ingresso in una grotta, tale segnale è offerto dalla natura, in altri, come il passaggio del confine, il segnale è posto dagli uomini.

Esiste un parallelo a queste sensazioni anche nell'esperienza dello spazio sacro? Questo è sacro per effetto di un rituale che vi si celebra e di una formula di dedicazione che lo dedica solennemente alla divinità, ma è vero tuttavia che tale dedicazione, pur comportando un mutamento di stato e quasi di natura del luogo stesso, non ne condiziona però le leggi fisiche né le apparenze, e potrebbe quindi passare inosservato. Ecco dunque che si rende necessario apporre degli avvertimenti, dei nuovi segnali volti a rendere visibile ciò che altrimenti potrebbe non essere percepito. Fu così che nacquero già in tempi ancestrali e presso i culti più antichi i primi recinti per separare i luoghi più sacri dallo spazio circostante, e molto tempo dopo, ma in modo simile, furono create anche le prime recinzioni nei luoghi cristiani per separare il santuario o presbiterio dal resto della chiesa, come si può verificare dalle tracce archeologiche delle più antiche domus ecclesiae.

Nel percorso di attraversamento dello spazio sacro cristiano che in questa rubrica si sta compiendo, sarà infatti inevitabile inciampare, per così dire, in alcuni manufatti, chiamati comu¬nemente balaustre, che per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all'interno delle chiese. Nonostante l'appa¬rente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d'inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito, e tutta la storia che li ha modellati fino ad arrivare alla semplicità delle ultime balaustre, mandate in soffitta, se non proprio distrutte, da tanti parroci nei passati cinquant'anni. Le balaustre, infatti, non furono che l'ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell'iconostasi, e che replicavano quanto già la facciata della chiesa, o il suo portale, esprimevano fin dal primo approccio all'edificio sacro.

Il loro messaggio era un avvertimento, un caveat, posto a segnalare che oltre la linea sulla quale essi si ergevano si entrava in un'area dove l'azione e il pensiero individuale avrebbero dovuto abbandonare le consuetudini mondane e, lasciando alle spalle i diritti del mondo, piegarsi al diritto di Dio e conformarsi ad attitudini più sante. Al contrario infatti di come molti hanno erroneamente pensato, il compito primario delle balaustre e degli elementi ad esse affini non era di tipo funzionale, ma simbolico. Non era dunque di chiudere l'ingresso al presbiterio, ma di manifestare all'esterno di esso cosa il presbiterio dovrebbe realmente significare. Le balaustre dunque, più che elementi di divisione, vanno piuttosto percepite come tramiti di comunicazione. Se esse infatti non fossero esistite, quale spazio avremmo garantito al sacro?

Le balaustre, non diversamente dall'abito talare, custodivano uno spazio esigente, una riserva di santità e ne manifestavano l'esistenza al di fuori rendendola visibile. Quegli umili elementi, che diventavano l'appoggio dei comunicandi e che reggevano gli sguardi inginocchiati dei fedeli verso l'altare, sostenevano inoltre il peso immane di rendere il sacro percepibile e quasi tangibile. Quando, dopo gli anni Sessanta, tanti chierici e religiosi vollero disfarsi del concetto del sacro rivoluzionandolo, si accanirono proprio contro quei recinti che, delimitandolo, lo rendevano riconoscibile. Ma quest'opera di distruzione fu solo apparente: si possono cancellare le tracce del sacro ma esso sussisterà non visto, e presto o tardi tornerà a manifestarsi. Il ristabilimento delle balaustre nel restauro della Cappella Paolina al Vaticano voluto da Papa Benedetto XVI ben manifesta che questi elementi non hanno esaurito la loro funzione e che anzi mai più di oggi si sente nuovamente l'urgenza di restituirli al loro gravoso compito.

Scandali e fede

La Chiesa è travolta dagli scandali: dopo la pedofilia, gonfiata quanto si vuole, certo mondo gode a far conoscere altre miserie. Miserie di uomini di Chiesa intrallazzoni, carrieristi, faccendieri… povera gente, che ha anche lei il suo significato nell’economia della salvezza: mettere alla prova e fortificare la fede di chi, in qualche modo, riesce a conservarla, come un lumicino colpito dal vento del laicismo e da quello, molto più pericoloso, delle infedeltà dei credenti. Immagino i poveri discepoli di fronte a Cristo prigioniero prima e crocifisso poi. Si saranno scandalizzati a venderne l’impotenza. Si saranno sentiti traditi, abbandonati. Ebbene quel Cristo che si lasciò imprigionare dalla soldataglia, schiaffeggiare e sputacchiare da tanti, si lascia anche oggi incarcerare dalle mene e dalla malvagità di tanti cattolici, di tanti ecclesiastici, anche molto in alto, forse anche per metterci alla prova come mise, un tempo, i suoi discepoli: voi credete in me? Credete nella mia Chiesa, “una, santa, cattolica ed apostolica”? Sì, scandalizzati, arrabbiati, confusi, crediamo. Perché conosciamo la miseria prima di tutto di ognuno di noi, e chi conosce un poco il proprio peccato, si scandalizza meno di quello degli altri; mentre chi è sempre pronto a salvare se stesso, perdona molto di rado gli altri. Crediamo, perché chi vuole, scorge lo stesso, dietro tanto male, il bene che ancora la Chiesa fa per tanti corpi e per tante anime; perché chi vede e conosce la miseria di tanti pastori, vede nel contempo anche, se vuole, che la dottrina della Chiesa rimane l’unico spiraglio di luce nelle tenebre fitte della modernità. Conosco per esperienza di cosa sono capaci certi sacerdoti; conosco a quali menzogne possono arrivare certi cattolici, che magari scrivono sui giornali; so bene a quali bassezze giungono persone che sembrerebbero dedite ad “opere buone”… Ma so anche che i pulpiti che per primi si lanciano nelle accuse, sono, sovente, sepolcri imbiancati, che nascondono vermi e putredine. Prendiamo il libro di Gianluigi Nuzzi. Non lo compererò mai, per non finanziare certe operazioni; perché non ritengo necessario, né per me né per il miglioramento del mondo, leggere di tante povertà umane. Ne ho letto solo un estratto, su Corriere Sette, e alla fine mi sento di condividere alcuni pensieri espressi da Francesco Colafemmina sul suo salace Fides et forma. Con lui condivido l’idea secondo cui molti documenti sono usciti non per un disegno di qualche tipo, ma come ribellione di persone che vivono con angoscia certe atmosfere e certi comportamenti. Scrive Colafemmina: “E mi si parlava da tempo - a me che conto quanto il due di picche - di documenti scottanti, documenti che raccontano gli episodi più impensabili. Li si voleva rendere noti non certo per innescare guerre sante fra cordate cardinalizie, ma per destare una Chiesa sclerotizzata dal sonno dell'indifferenza, dalla garanzia dell'impunità, dal culto del clericalismo autoreferenziale. E per questo più che di accuse e indagini basterebbe, a mio modestissimo parere, un mea culpa, un mea culpa forse non proclamato davanti ai media, ma vissuto attraverso una azione di governo a tutti i livelli più decisa e coerente con il Vangelo”. Ma dopo le pagine sui segreti vaticani svelati, sempre sullo stesso numero di Corriere Sette, c’è un altro articolo, di Mario Suttora. Si intitola: “Pio XI fu assassinato dal padre di Claretta Petacci?”. In esso si ipotizza, con argomenti convincenti, la possibilità che Pio XI sia stato ucciso per la sua posizione avversa, oltre che al comunismo, anche al nazismo. Per le sue denunce coraggiose. Ecco, questo articolo mi ricorda di guardare anche al libro di Nuzzi con la lucidità di chi, per mestiere, insegna storia. Di chi, dovendo bilanciare i pro e i contro, non può che osservare un fatto: che il male esiste ed esisterà sempre nella storia, persino nel cuore dei papi; però è solo nella Chiesa che accade qualcosa di straordinario: che uomini limitati e miseri, come siamo, compiano opere immense. Che i santi camminino insieme agli altri. Pio XI sfidò i mostri dell’ateismo novecentesco, e come lui Pio XII, come nessun’altro seppe fare. I pontefici per primi compresero l’intrinseca malvagità del comunismo, quando ancora non aveva fatto un morto; per primi denunciarono la barbarie del nazionalismo. Cristiani, e non per caso, sono stati e sono gli eroici nemici delle dittature disumane: da Solgenitsyn ai ragazzi della Rosa Bianca, da Armando Valladares a Cuba a Xiaobo e Chen in Cina… La Chiesa, ancora oggi, a ranghi ridotti quanto vogliamo, è rimasta l’unica a lottare per i diritti veri dei bambini e della famiglia, mentre la cultura contemporanea, assedia e cerca di distruggere ciò che resta di umano e di civile nella nostra civiltà. E allora, alla malora gli intrallazzoni, preti, vescovi o cardinali che siano. Esiste ancora un popolo, come quello festante e virile che ho conosciuto a Roma il 13 maggio, che non perderà mai la speranza, che non rimarrà schiacciato dagli scandali, né da quelli del mondo, né da quelli degli uomini di Chiesa. La sua fede è in Colui che è risorto. Avrà la pazienza di aspettare sia il venerdì che il sabato santo… Francesco Agnoli, Il Foglio, 24/5/2012

Il libro "Iuxta Modum" di padre Serafino Lanzetta


Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa



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Non si può negare l’evidenza. Molte, troppe cose, sono mutate dal Concilio Vaticano II in poi. Tanti, ormai, deridono il concetto di peccato, quando, raramente, se ne parla; i Sacramenti non sono più un’essenziale della propria vita religiosa; parecchi non credono più all’infallibilità del Papa, come non credono alla presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia; Purgatorio e Inferno? Credenze infantili, minacce di una volta… “leggende” presenti prima del Concilio Vaticano II, poi arrivò il Concilio e il pensiero e la pastorale della Chiesa divennero adulti, adulti come le filosofie moderne, le scienze umane, il progresso del mondo.

Si chiedeva il teologo de Lubac al termine dell’Assise: «La Chiesa cattolica stessa resterà in mezzo agli uomini testimone di Dio, oppure diventerà una società antropocentrica?». La citazione è ripresa da Padre Serafino Lanzetta F.I. nel suo libro Iuxta Modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa (Cantagalli, Siena 2012, pp. 184, € 15.00).

Si tratta, dunque, di un nuovo saggio sul Concilio Vaticano II: prendiamo atto che l’auspicio formulato nel 2009 da Monsignor Gherardini, in parte, si è avverato, ovvero si è aperto un franco dibattito, sebbene non (ancora) ufficiale. Il teologo di Santa Romana Chiesa aveva diretto una supplica al Sommo Pontefice affinché si facesse chiarezza su quell’Assise; anche padre Lanzetta si augura un atto chiarificatore da parte del successore di san Pietro, un «intervento dell’Autorità suprema per risolvere una disputa che potrebbe essere senza fine». Occasione propizia potrebbe essere proprio nell’Anno della fede indetto dal Papa, che, guarda caso, inizierà l’11 ottobre del 2012, lo stesso giorno in cui nel 1962 si apriva il Vaticano II.

Da cinquant’anni la Chiesa vive una grave crisi che, secondo Benedetto XVI, «è essenzialmente una crisi di fede». Afferma padre Lanzetta: «Abbiamo smarrito la fede e il suo canone. Sembra che non sia più importante quello che si crede, ma che in qualche modo si creda, o dovremmo dire, si creda di credere, ci si autoconvinca per acquietare la coscienza. Questo non basta. È necessario recuperare la fede cattolica e quindi l’identità cattolica» e per riconquistarla c’è un solo ed unico mezzo: recuperare la Tradizione bimillenaria della Chiesa, ossia il canone della fede ricevuta e trasmessa ininterrottamente dagli Apostoli fino ad oggi.

Purtroppo, per realizzare ciò, occorre che cadano pregiudizi, falsità e malafede perché, spiega il teologo dei Francescani dell’Immacolata, oggi «la Tradizione è assimilata allo stendardo di una vecchia confraternita: contraddistingue alcuni e ne distanzia altri. È letta in modo politico e una lettura politica ha purtroppo contribuito a far perdere nei credenti il suo intimo valore teologico per la Chiesa». La Chiesa, senza la Tradizione, è destinata ad apparire soltanto come un’istituzione internazionale con connotati religiosi, ma neanche troppi. La Chiesa, in realtà, è di natura divina; essa ha però nascosto l’obiettivo missionario per cui è nata: portare a tutti e a ciascuno la verità di salvezza annunciata da Gesù Cristo con la sua morte in croce e la sua risurrezione.

Padre Lanzetta si pone lo scopo, con questo libro, di rendere visibili i nodi essenziali, che prima o poi dovranno essere sciolti: il problema teologico della pastoralità legato a quello dell’ “aggiornamento” e del metodo del dialogo; il rapporto fra dottrina e pastorale; il livello magisteriale del Vaticano II. L’occhio è critico sul Concilio, divenuto superdogma e mito. Occorre, perciò, far rientrare nel giusto alveo della Chiesa l’ultimo Concilio: «prima la Chiesa e poi i suoi concili». Cinquant’anni di ricezione del Vaticano II sono tanti, sono troppi… molte preoccupanti dichiarazioni in esso contenute non sono a tutt’oggi chiarificate e da ciò scaturiscono tensioni ecclesiali ed ermeneutiche contrastanti.

In esso si sono scontrate, come ha storiograficamente provato il professor de Mattei nel suo Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, due minoranze: i fedeli alla Tradizione e i progressisti, per poi giungere a votazioni dal sapore democratico-parlamentare ed è stato «questo confondere spesso le nostre voci (troppo umane) con quella dello Spirito Santo che non ha funzionato».

Cristina Siccardi



Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/recensione-libraria-iuxta-modum-di-padre-serafino-lanzetta/

Perugia: foto della Santa Messa dell'Ascensione celebrata da don Nicola Bux







Alcune foto, per gli amici di MiL, della celebrazione della Festa dell'Ascensionedi Nostro Signore celebrata a Perugia , con l'antico rito romano, Giovedì 17 maggio 2012alle ore 18:00 nella chiesa di San Filippo.
Ha officiato don Nicola Bux, Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi.

Alle 21:00 è seguita, presso nel bellissimo oratorio di S. Cecilia, la Conferenza tenuta dallo stesso don Nicola Bux sul tema "Le variazioni nelrito romano dopo il Concilio Vaticano II: continuità o rottura? Questioniteologiche e liturgiche".Siamo tutti rimasti stupiti dalla grande affluenza di coloro che hanno partecipato, con assoluta puntualità, anche alla Conferenza di don Bux nel meraviglioso oratorio filippino di Santa Cecilia che merita  di essere visitato.

Gli amici perugini ci ricordano che LUNEDI' 4 GIUGNO ( festa traslata di SAN FILIPPO NERI) alle ore 17,30 nella chiesa di San Filippo SUA EMINENZA REV.MA IL SIGNOR CARDINALE RAYMONDLEO BURKE, CARD. DIACONO DI SANT’AGATA DEI GOTI E PREFETTO DEL SUPREMO TRIBUNALE DELLA SEGNATURA APOSTOLICA officerà il SOLENNE PONTIFICALE nel rito romano antico.

Il servizio liturgico sarà assicurato dai Francescani dell’Immacolata.

giovedì 24 maggio 2012

Un giorno con Maria nella Parrocchia di S. Maria Assunta in cielo (Frazione Valle, Avellino)



Domenica 27 Maggio 2012, presso la Parrocchia di S. Maria Assunta in cielo (Frazione Valle, Avellino), si svolgerà l'appuntamento mariano intitolato "Un giorno con Maria" e organizzato dai Francescani dell'Immacolata in collaborazione col giovane Parroco di questo paesino Irpino, che alle 19 celebrerà la Messa di San Pio V. Programma :

9.45 Proiezione del filmato a colori: “I tre Pastorelli” (nella sala, ex oratorio)

10.30 Processione d’entrata con la Madonna di Fatima (in chiesa). Incoronazione. Regina coeli

11.00 Misteri Gaudiosi. Litanie

11.30 S. Messa Solenne: Celebrante: P. Pietro M. Luongo, FI

12.45 Intervallo (Pranzo a sacco nella sala canonica)

15.00 Esposizione del SS.mo Sacramento. Misteri dolorosi. Meditazione mariana di P. Pietro M. Luongo FI.

Processione del SS.mo Sacramento.

Coroncina della divina misericordia.Adorazione silenziosa. Consacrazione dei fedeli presenti al Cuore Immacolato di Maria

16.30 Intervallo e momento d’incontro16.45 Misteri della luce. Adorazione silenziosa

17.15 Vespri solenni. Misteri gloriosi. BenedizioneImposizione Scapolare e Medaglia miracolosa

19.00 S. Messa Tridentina cantata: Celebrante: Don Luigi Iandolo

Consacrazione della Parrocchia al Cuor Immacolato di MariaProcessione finale della Madonna

Durante la giornata: Possibilità di confessarsi e lucrare l’indulgenza plenaria

Per informazioni 349 6790854

Aspettando il trionfo del Suo Cuore Immacolato...

Chiesa cattolica: Fatima 95 anni dopo

di Roberto de Mattei


Il 95esimo anniversario delle Apparizioni di Fatima, avvenute da maggio ad ottobre del 1917, è passato inosservato, se non fosse per un convegno organizzato a Roma da padre Nicholas Gruner e per la pubblicazione, da Sugarco, del bel libro di Cristina Siccardi, Fatima e la Passione della Chiesa, su cui avremo modo di ritornare.
Limitiamoci qui a ricordare che il Messaggio della Madonna ai tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francesco, consta di tre parti diverse, ma logicamente concatenate tra di loro. La prima parte si riferisce alla salvezza delle anime ed è caratterizzata dalla terrificante visione dell’inferno, che è il destino che attende le anime dei peccatori impenitenti. La seconda parte del Messaggio estende il castigo alle nazioni infedeli alla legge divina. La terza parte, divulgata dalla Santa Sede nel giugno 2000, dilata la tragedia alla vita della Chiesa, offrendo la visione di un Papa e di vescovi, religiosi, religiose e laici colpiti a morte dai persecutori, Le discussioni che si sono aperte negli ultimi anni su questo “Terzo Segreto” rischiano di offuscare la forza profetica della parte centrale del Messaggio, riassunto da due frasi decisive: «la Russia diffonderà nel mondo i suoi errori» e «Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».
Il 13 luglio del 1917, quando la Madonna rivolge ai fanciulli di Fatima queste parole, la minoranza bolscevica non ha ancora conquistato il potere in Russia. Ciò avverrà qualche mese dopo con la “Rivoluzione di Ottobre”, che non è un avvenimento puramente storico, ma un complesso di gravi errori ideologici. Ciò che caratterizza il pensiero classico e poi quello cristiano che lo perfeziona è il primato della contemplazione sull’azione.
Nella seconda tesi su Feuerbach, Karl Marx afferma invece che l’uomo deve trovare la verità del suo pensiero nella prassi e nell’undicesima tesi sostiene che il compito dei filosofi non è quello di interpretare il mondo, ma di trasformarlo. Il filosofo è sostituito dal rivoluzionario e il rivoluzionario deve dimostrare nell’azione, la potenza e l’efficacia del suo pensiero. Sotto questo aspetto Lenin fu il rivoluzionario-filosofo che nel 1917 attuò nella prassi la teoria comunista.
La Russia è stato il principale veicolo della diffusione di questi errori, che non hanno la loro causa nella nazione russa, ma nel furore ideologico dei marx-leninisti, portatori di  un’azione sul mondo tesa alla dissoluzione di ogni principio e di ogni verità. «Per la prima volta nella storia – affermò Pio XI nella sua enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937– stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta e accuratamente preparata dall’uomo contro tutto ciò che è divino (2 Tess. 1, 4)».
Non c’è stato nel Novecento crimine analogo al comunismo, per lo spazio temporale in cui si è disteso, per i territori che ha abbracciato, per la qualità dell’odio che ha saputo secernere. Tutti i crimini e le sventure del XX secolo, compreso il nazionalsocialismo, secolo, sono frutti, diretti o indiretti dell’ideologia marx-leninista. Da Stalin a Kruscev da Breznev a Gorbaciov l’errore comunista si è diffuso nel mondo, come un magma incandescente.
Il crollo dell’Unione Sovietica non ha visto la fine, ma semmai l’espansione di questi errori. L’evoluzionismo, il pragmatismo e l’edonismo, intrinseci alla dottrina comunista, pervadono l’Occidente e alla “dittatura del proletariato” si va sostituendo una “dittatura del relativismo” che scaturisce dalla stessa fonte avvelenata del materialismo dialettico. Inoltre la ex-nomenklatura comunista controlla ancora larga parte del potere in Russia e in alcuni Paesi dell’Est europeo, mentre intere nazioni, dalla Cina a Cuba, gemono ancora sotto l’oppressione rossa. L’anticomunismo da parte sua si è dissolto, perché, come già ammoniva Pio XI nella Divini Redemptoris: «assai pochi hanno potuto penetrare la vera natura del comunismo».
La diffusione degli errori del comunismo è descritta dalla Madonna come una punizione dovuta ai peccati degli uomini. Per evitare questo castigo, la Vergine Maria ha espresso due precise richieste: la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Giovanni Paolo II attribuì alla Madonna di Fatima una miracolosa protezione nell’attentato del 1981 e fece due consacrazioni del mondo al Cuore Immacolato di Maria, il 13 maggio 1982 e il 25 marzo 1984, ma senza menzionare specificatamente la Russia.
E’ indubbio che, come conseguenza di questi atti, qualcosa di importante sia accaduto pochi anni dopo, con la caduta del Muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Ma è altrettanto certo che il comunismo è ancora in piedi e la conversione dell’umanità in generale e della Russia in particolare sembra ancora lontana. Chi potrebbe affermare che la profezia di Fatima sia compiuta e che i gravi avvenimenti preannunciati dalla Madonna nel 1917 siano tutti alle nostre spalle?
La profezia di Fatima potrà dirsi avverata solo quando l’umanità volterà le spalle agli idoli del nostro tempo per abbracciare pienamente i principi dell’ordine naturale e cristiano negati dal relativismo socialista e comunista. Ciò dovrà infallibilmente avvenire perché la stessa Vergine Maria lo ha promesso con parole cariche di dolce speranza : «Infine il mio cuore Immacolato trionferà».  (Roberto de Mattei)

Fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-fatima-95-anni-dopo/