lunedì 30 aprile 2012

Padre Lombardi: "Per il Papa è importante la traduzione del 'pro multis'. E' il cuore della vita della Chiesa". Ci sarà anche nel Messale italiano?

Avevamo già dato notizia qui della lunga lettera che il Papa ha scritto alla Conferenza Episcopale della Germania circa la corretta traduzione del pro multis nel messale in lingua tedesca.
La questione è apparsa su
molti quotidiani anche in Italia ed ora perfino RadioVaticana ne parla riportando il parere espresso da p. Lombardi (sabato 28.04.2012) per "Octava dies”, il settimanale d’informazione del Centro Televisivo Vaticano.

Visto che se ne parla anche in Italia - sebbene sul sito della Santa Sede vi sia il solo
testo in tedesco e non si capisce come mai per altri documenti vi siano traduzioni nelle lingue più diverse (come il Motu Proprio tradotto solo in Ungherese!!??!!) -, c'è quindi da augurarsi che i nostri Vescovi recepiscano le ragioni teologiche espresse con carità nella verità da Benedetto XVI e che, durante i lavori di revisione della traduzione dell'edizione del Messale italiano, si conformino al suo volere (teologicamente motivato!).
Ad ogni modo, a detta di chi se ne intende, non c'è assolutamente da allarmarsi in merito alle "veline" che sono finora uscite dalla C.E.I. in merito a quella o quell'altra traduzione: la versione del Messale che la C.E.I. sta approvando non è un testo definitivo, ma semplicemente un testo proposto ai competenti organi vaticani.
Una errata interpretazione e una fuorviante traduzione (del
pro multis ma anche di altri punti cruciali, cari al Pontefice), qualora venga approvata dalle votazioni dei Vescovi, potrebbe essere infatti fermata e corretta dalla Congregazione del Culto durante la recognitio, cioè l'autorevole revisione in ultima istanza dei testi proposti dagli esperti (biblisti e teologi) incaricati ad hoc dalla C.E.I. ed approvati dalla totalità dei Vescovi.
Abbiamo quindi la speranza che anche la Congregazione responsabile faccia il suo compito con coscienza e che tenga presente che se il Papa dice una cosa e ne spiega le ragioni, non seguirlo (o fare il contrario) significa solo due cose: o non si ascolta il Papa oppure non lo si vuole seguire.
Tertium non datur.

P.s.Un nostro lettore suggerisce una soluzione con duplice effetto e che risolverebbe due problemi - e farebbe felice il Papa - in una volta sola: durante la celebrazione potrebbe essere letto sempre il Canone Romano... in latino. Così non solo si farebbe come Benedetto XVI auspica e si sforza che avvenga, ma si risolverebbe il problema delle errate, arbitrarie e fuorvianti traduzioni delle Parole di Nostro Signore, secondo il testo liturgico tipico.
Del resto, basti ricordare che al n.36 della
Sacrosanctum Concilium, dopo aver ribadito l'uso della lingua latina nei riti, appunto, latini, si concedeva la possibilità della traduzione nelle lingue nazionali, senza fare riferimento al Canone. Un'attuazione fedele del Concilio, alla faccia di tutti coloro che si rifanno ad esso senza mai averlo nemmeno letto, prevederebbe appunto quanto tale lettore, e noi con lui, suggeriamo in punta di piedi!
Ma a questo, che potrebbe dirsi uno degli auspicati frutti della riforma "benedettiana", si potrà arrivare piano piano in futuro.
Sottolineature nostre.


Redazione


Nei giorni scorsi, Benedetto XVI ha indirizzato all’episcopato tedesco una lettera nella quale si sofferma su una questione riguardante la corretta interpretazione da attribuire alla formula della consacrazione del vino nella Messa. Una questione teologica ma dai profondi risvolti di fede per ogni cristiano, come ribadisce padre Federico Lombardi, nel suo editoriale per “Octava dies”, il settimanale d’informazione del Centro Televisivo Vaticano.
«Che cosa ha fatto il Papa a Castelgandolfo nella settimana dopo la Pasqua? Ha preso carta e penna e ha scritto nella sua lingua una lettera un po’ speciale, diretta ai vescovi tedeschi, che pochi giorni dopo l’hanno pubblicata. Riguarda la traduzione delle parole della consacrazione del calice del sangue del Signore nel corso della messa. La traduzione “per molti”, più fedele al testo biblico, va preferita a “per tutti”, che intendeva rendere più esplicita l’universalità della salvezza portata da Cristo. Qualcuno penserà che il tema sia solo per raffinati specialisti. In realtà permette di capire che cosa è importante per il Papa e con quale atteggiamento spirituale egli lo affronti. Per il Papa le parole dell’istituzione dell’Eucarestia sono assolutamente fondamentali, siamo al cuore della vita della Chiesa. Con il “per molti”, Gesù si identifica con il Servo di Jahwé annunciato dal profeta Isaia; ripetendo queste parole esprimiamo quindi meglio una duplice fedeltà: la nostra fedeltà alla parola di Gesù, e la fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura. Il fatto che Gesù sia morto per la salvezza di tutti è fuori da ogni dubbio, quindi è compito di una buona catechesi spiegarlo ai fedeli, ma spiegare allo stesso tempo il significato profondo delle parole dell’istituzione dell’Eucaristia. Il Signore si offre “per voi e per molti”: ci sentiamo direttamente coinvolti e nella gratitudine diventiamo responsabili della salvezza promessa a tutti. Il Papa – che già aveva trattato di questo nel suo libro su Gesù - ci dona ora un esempio profondo e affascinante di catechesi su alcune delle parole più importanti della fede cristiana. Una lezione di amore e di rispetto vissuto per la Parola di Dio, di riflessione teologica e spirituale altissima ed essenziale, per vivere con più profondità l’Eucaristia. Il Papa termina dicendo che nell’Anno della fede dobbiamo impegnarci in questa direzione. Speriamo di farlo per davvero».

fonte:
RadioVaticana

Ennesimo caso di traduzione ingannevole del Vangelo?

Un nostro lettore, Giulio G. ci pone questa delicata questione di traduzione e di filologia dei Testi Sacri, supportata da una sua personale analisi semantica dei testi greci e latini.




Sabato (28.04.2012) della terza settimana di Pasqua (N.O.), nella S. Messa si è letto il Vangelo di San Giovanni cap. VI, 60-69. Il versetto 63 è stato tradotto : "Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?", adoperando il modo verbale congiuntivo imperfetto, esprimendo un periodo ipotetico dell' irrealtà (= non lo vedrete mai).
La traduzione corretta (Bibbia Martini, Bibbia Paoline 1960, e tutte le Bibbie sensate), è : " Se vedrete il Figlio . . .", indicativo futuro, tempo della certezza (=lo vedrete certamente).
Infatti il latino della Vulgata dice: "Si videritis . . .", che sia come indicativo futuro, sia come congiuntivo perfetto, non esprime giammai l'irrealtà.
Più chiaro ancora è il greco: "Eàn oùv theorète", in cui la particella ipotetica eàn (equivalente ad àn) è chiarita dalla particella della certezza oùn (certamente, senza dubbio).
La traduzione ancora più giusta sarebbe: "Quando vedrete . . ", l'esatto opposto di quello che ho trovato oggi nel lezionario.
Ennesimo esempio di traduzione liturgica debole, equivoca, fomentatrice di dubbi.


Come era nostra intenzione, la discussione e il confronto si sono aperti: altri lettori danno la loro opinione e forniscono il loro contributo all'analisi del versetto.

Forse chi ha fatto il post non ha letto attentamente e ci scusiamo per l'eccessivo slancio nel presentare questa personale interpretazione. Resta di fatto che comunque l'attuale traduzione in italiano sembra fuorviante.

Roberto


DOMENICANO dice più correttamente:

"non me ne vogliate, ma qui si sta prendendo lucciole per lanterne.
partiamo dal greco. "
ean" in greco introduce un periodo ipotetico dell'eventualità. Più volte si insegna una traduzione errata (se + futuro). La corretta traduzione è "qualora dunque vediate..." (segue una apodosi sottintesa del tipo "vi scandalizzerete?").
Il latino non ha l'eventualità e quindi ricorre alla possibilità, che si esprime con apodosi e protasi al congiuntivo (presente o perfetto).
La traduzione assolutamente errata è quella col "quando" più futuro.
scusate poi redazione: leggo ora dell'interpretazione di "oun" come "certamente". Sbagliato! San Girolamo, che certo ne capiva abbastanza, traduce con ergo, ossia "dunque, perciò"
è questa la dotta analisi semantica dei testi greci e latini ?"
[sì, in effetti c'è stata una svista di chi ha pubblicato il post. Chiediamo scusa per l'imprecisione. n.d.r.]

domenica 29 aprile 2012

Editoriale di "Radicati nella Fede" - Maggio 2012

Riportiamo l'editoriale del foglio "radicati nella fede" di maggio 2012 il foglio di collegamento della chiesa di Vocogno e della cappella dell'Ospedale di Domodossola (Provincia di Verbania, Diocesi di Novara), dove si celebra la Santa Messa tradizionale.

Tradizionale cioè esclusiva

"La liturgia tradizionale o è esclusiva o non è nemmeno tradizionale.
Nessuno se ne abbia a male se esprimiamo con semplicità la nostra convinzione.
All'inizio della nostra storia una delle colpe che ci fu attribuita fu quella di aver rifiutato di continuare a celebrare la messa di Paolo VI e di non ammettere nelle nostre chiese la celebrazione della nuova messa nemmeno da parte di altri sacerdoti. Fu questa una colpa imperdonabile a giudizio di molti. Altri, pur dandoci ragione in privato, pubblicamente ci chiedevano un gesto “distensivo”, dicendo almeno una messa in italiano. Noi abbiamo sempre domandato per noi l'uso esclusivo della liturgia tradizionale, e per i nostri fedeli il poter vivere la preghiera in una chiesa, parrocchiale, dove la liturgia tradizionale sia il luogo totale di educazione alla fede.

La forma della preghiera non è secondaria, ad essa è legato tutto un modo di ragionare e di affrontare la vita e di considerare la Chiesa.

Se c'è un concetto totalmente non tradizionale, e assolutamente moderno, è quello della chiesa come contenitore di diverse forme di preghiera, alle quali i fedeli accedono per scelta, a seconda del gusto personale o delle proprie convinzioni: ad esempio, al mattino, di buon'ora, una messa tradizionale... che non guasta mai, al pomeriggio una messa carismatica di guarigione, alla sera una bella messa in italiano per i pensionati e, dopo cena, a seconda dei giorni della settimana, la messa dei diversi movimenti... così che tutti siano contenti. Ve la immaginate una chiesa così? Su cosa si farà l'unità? Siamo proprio sicuri che sotto tutti questi modi di celebrare ci sia la stessa fede cattolica e si condivida un unico sguardo sulla Chiesa? Qui non si tratta di diverse tradizioni liturgiche con una storia plurisecolare, che però hanno in comune la medesima tensione verso Dio e la medesima adorazione, si tratta qui della liturgia “fai da te” emersa in questi anni confusi e poveri di grazia.

No, ci sia permesso di avere delle chiese ad uso esclusivo della Tradizione, chiese con una riconoscimento giuridico perchè la Chiesa ha bisogno anche di una chiarezza legale, dove tutto parli di un cristianesimo semplice e composto, che non vuole novità umane inutili, già vecchie prima di nascere, e che cerca la perenne bellezza della grazia.

La Tradizione dà forma totale alla vita del cristiano, partendo dalla uniformità del rito, che è all'opposto del supermercato delle liturgie personalizzate di oggi.

Ve la immaginate una chiesa di rito orientale, cattolica o ortodossa, che ammetta una messa moderna stabilmente? Dove andrebbe a finire la loro identità di fede? L'unità con loro non la si farà certamente nella confusione moderna e occidentale delle liturgie europee.

Anche da noi, il miglior modo per uccidere negli animi l'amore alla Tradizione, è far vivere la messa tradizionale tra una liturgia “bit” e una messa carismatica di guarigione.

Chi vive la Tradizione in questa confusione si stanca presto, sentendo che quella messa tradizionale, che ama e che ha cercato, è stata concessa per politica ecclesiastica e non perché la Chiesa tutta torni alla pace della sua Tradizione, che è di Dio."

Fonte: http://radicatinellafede.blogspot.it/

L'Arcidiocesi di Milano e il Papa - una riflessione di un nostro lettore

Gentile Redazione di Messainlatino,

da qualche giorno è comparso sul sito dell’arcidiocesi di Milano un documento che (cito dalla sua presentazione) “mira ad approfondire la comprensione del ministero del Papa, con l’auspicio di rafforzare in tutti la disposizione a un’accoglienza grata e cordiale del successore di Pietro”.

Allego tale documento, che può comunque essere letto on line qui:
http://www.incrocinews.it/polopoly_fs/1.57988.1335163138!/menu/standard/file/Catechesi_Papa_2012.pdf



Si tratta di tredici pagine, curate da don Mario Antonelli (che l’introduzione al documento presenta come “teologo e docente al seminario di Seveso (Mi), collaboratore dell’ufficio missionario diocesano e della pastorale dei migranti”) che costituiscono una lettura molto interessante. Vorrei proporre su di esse tre riflessioni.

La prima riflessione: l’articolo è un segno.
E’ significativo che una diocesi senta il bisogno di “approfondire la comprensione del ministero del Papa” e auspichi di “rafforzare in tutti la disposizione a un’accoglienza grata e cordiale del successore di Pietro”. Questo dato può essere letto in due modi.
Da un lato, in senso positivo, è certamente segno di particolare devozione per il Santo Padre, al quale si vuole riservare un’accoglienza il più possibile “grata e cordiale”; una premura che nasce dalla consapevolezza che il Pontefice non sempre gode di buona stampa.
Dall’altro, in senso negativo, è certamente segno del fatto che gli ideatori e il curatore di tale documento sono consapevoli che nell’arcidiocesi milanese tale “disaffezione” nei confronti del Santo Padre è un dato non trascurabile. E ci si potrebbe domandare di chi sia la responsabilità ultima di tale situazione se non in prima istanza di una buona fetta del clero ambrosiano, oltre che ovviamente di una diffusa mentalità desacralizzante e scristianizzata diffusa nella società.
Tra l’altro, sarebbe curioso sapere se si siano verificati altrove casi simili, in cui una diocesi ha sentito il bisogno di “preparare il terreno”, un terreno che si avverte non del tutto amichevole, nei confronti di una visita pastorale del Santo Padre.
Dunque, luci e ombre. Ma, per carità, cogliamo soprattutto le luci..., almeno quando ci sono...

La seconda riflessione: l’encomiabile contenuto.
Il documento, va detto per onestà, è ben costruito e riesce a comunicare il cuore della questione: il primato di Pietro. Tra l’altro, esso riporta stralci molto lunghi di discorsi tenuti da Benedetto XVI, che in totale coprono circa tre pagine su tredici: discorsi che già in sé sono garanzia di ortodossia. Dunque, non mi pare che si possano avanzare critiche sostanziali a un testo che giustifica l’importanza della figura del Santo Padre e cerca di farne comprendere meglio il ruolo.

La terza riflessione: dieci formule ambigue.
Certo è che però il testo è disseminato di alcune espressioni e di alcuni riferimenti che possono risultare ambigui. Provo a citare alcuni di questi piccoli passaggi. Mi si dirà che non è possibile estrapolare frasi singole dal contesto: ne sono consapevole, ma sulla natura del contesto si è già detto nel punto due e ciò autorizza a passare in rassegna punti specifici. Con questa breve “antologia di ambiguità” intendo solo mettere in luce alcuni aspetti che nel loro complesso bene fotografano un habitus ben radicato nell’arcidiocesi ambrosiana. Riporto in corsivo i passi, commentandoli subito dopo.

1) Anche tra ‘quelli che oggi sono con Pietro’ non mancano obiezioni e fraintendimenti che vanno intercettati (par. 1 pag. 1).
Sì, intercettati: non affrontati e corretti. Intercettati: verbo politicamente corretto che mostra il versante l’andare incontro da parte di chi vuole spiegare, ma che certo ignora del tutto la “risposta” dell’errante, il cammino a ritroso che è richiesto a chi vive tra obiezioni e fraintendimenti.

2) Talvolta un’istintiva diffidenza nei confronti dell’autorità porta uomini e donne sinceramente impegnati nella vita di fede a equivocare il giusto primato della coscienza (par. 1 pag. 1).
Il cuore della frase sono tre qualificazioni: istintiva è la diffidenza; sinceramente è profuso l’impegno nella vita di fede; giusto è il primato della coscienza. Se la diffidenza è istintiva, allora il “fraintendimento” è comprensibile, quasi scusabile: voi fedeli che dubitate del Santo Padre non ne avete colpa, perché la diffidenza nei confronti delle gerarchie, di una voce dotata di autorevolezza e/o autorità è istintiva; non fatevene una colpa, è normale che pensiate così... Voi siete magari degli ottimi fedeli che profondete sinceramente le vostre energie nella vita parrocchiale, organizzando incontri (non adorazioni), serate con dibattiti (non serate con formazione apologetica), feste dell’oratorio (non processioni), gite (non pellegrinaggi): voi che vi impegnate sinceramente non dovete rimanere turbati o disorientati dal tasto “stonato” che è ciò che pensate di alcune posizioni del del Papa. Del resto, si sa, il “primato della coscienza” è giusto e, alla luce di questo, davvero non dovete preoccuparvi se vi pare di non essere completamente in linea con tutto ciò che il Papa dice, scrive e pensa. Istintiva, sinceramente, giusto: vale a dire, in fondo non sbagliate molto...

3) Del resto, sempre tra ‘quelli che sono con Pietro’, è dato di percepire atteggiamenti che non rendono ragione del servizio petrino nella chiesa; e finiscono per rendere ancor più ostica la sua comprensione nel contesto odierno. Alcuni sembrano attribuire al Papa prerogative divine o magari, in relazione al carisma dell’infallibilità, una conoscenza straordinaria, quasi mantica, dell’intera verità del mistero di Dio e del suo Cristo: si direbbe, una sorta di devozione che rischia di riservare al Papa un’indebita adulazione (par. 1 pag. 1).
Eh sì! Voi pensavate, cari fedeli dell’arcidiocesi di Milano, che il problema che riguarda il Santo Padre fosse il fatto che egli viene costantemente attaccato da tutti, cattolici e non; voi pensavate che fosse il fatto che un giorno sì e uno no leggiamo di vescovi e “teologi” che sollevano obiezioni, che ridimensionano, che chiosano con osservazioni varie le parole del Papa, come fa un maestro con un bambino un po’ rigidino che siede nei primi banchi della classe. Ma no!! Non è questo il vero problema!! Non è questo il problema della chiesa (con la c rigorosamente minuscola nel documento). Non è per questo che noi della curia di Milano scriviamo questo documento. E’ per mettervi in guardia dall’indebita adulazione che alcuni cattolici isterici tributano al successore di Pietro!!! E’ per colpa loro che diventa ancor più ostica la sua comprensione!! In fondo, il Papa non ha una conoscenza straordinaria, quasi mantica, dell’intera verità del mistero di Dio e del suo Cristo. Noi, cattolici adulti, vi mettiamo in guardia dai vostri fratelli, i cattolici isterici. Il problema sono loro, i cattolici isterici. Il problema non sono gli attacchi al Papa: tutto i problemi di cui soffre il Papa gli provengono da chi gli tributa un’indebita adulazione.

4) Sappiamo quanto sinuosa sia stata l’attrazione verso modelli di sovranità mondana e di monarchia assoluta (par. 1 pag. 2).
Ma sì, un bel “mea culpa” non guasta mai. Allora, andiamo con ordine: il primo problema che riguarda la comprensione del ministero del Papa viene dagli isterici adulatori; il secondo, in ordine di importanza, viene dal fatto che i Papi nella storia ci hanno messo del loro per guadagnarsi una cattiva reputazione. E’ per questo che noi della curia di Milano stiamo diffondendo inchiostro e sudore per raddrizzare le storture del passsato. In fondo è colpa di questi Papi se alcuni di noi hanno perso fiducia in loro... E poi, mica vorrete pensare che il Papa sia un monarca assoluto?? Uè, non l’avete letta la Lumen gentium? Tutto è collaborazione, è collegialità, è fratellanza nell’episcopato! La Nota explicativa praevia sulla centralità della figura del Pontefice? Solo un incidente di percorso. Ma meglio non parlarne!! I Papi del passato hanno sbagliato e noi ora siamo qui obbligati a mettere pezze ai loro errori...

5) Giovanni Paolo II ha ascoltato la richiesta “di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” (par. 1 pag. 2).
Innanzitutto, vi cito Giovanni Paolo II, così già vi rabbonisco... Poi beh, tre parole chiave. Egli ha ascoltato. Egli desidera che il papato si apra e che lo faccia dando vita a una situazione nuova. Sì è vero, lo abbiamo appena detto: alcuni Papi del passato sono stati dei monellacci. Ma guardate che ci sono anche quelli bravi, che hanno usato proprio le parole che piacciono a voi: ascoltare, aprire, nuovo.

6) Il Vaticano II, in uno dei suoi momenti più delicati, ha inteso raccogliere il senso profondo dell’autorità nella Chiesa attraverso l’espressione ‘comunione gerarchica’; non già alludendo ad un generico ‘potere sacro e piramidale’ di alcuni su altri, secondo l’accezione più diffusa del termine ‘gerarchia’. [...] La Lumen gentium precisa la collegialità episcopale in termini di ‘comunione gerarchica’, esplicitando per cinque volte nel cap. III la formula ‘con il Papa’ (una volta ‘sotto il Papa’) (par. 2 pag. 2).
Ah, il tanto atteso momento liberatorio. Vi abbiamo fatto penare, vi abbiamo fatto trattenere il respiro, vi abbiamo terrorizzato con quello che avremmo potuto dire, ma ora potete tirare il fiato: è arrivata!! La citazione del Concilio è arrivata! Siamo al secondo paragrafo del documento, siamo a pagina due. Ma è arrivata! Finalmente!
Poi, beh, va da sé che non siamo più sotto il Papa, ma con il Papa; va da sé che l’accezione più diffusa del termine ‘gerarchia’ non è quella giusta. Tutte queste cose ce le dice per fortuna il Concilio e noi vogliamo tranquillizzarvi ripetendole: non sono in discussione! Non sotto, ma con. Comunione gerarchica; collegialità episcopale; con Pietro.

7) Questa autorità di Pietro non è però così umanamente monolitica da impedire a Paolo di affrontare apertamente Pietro ad Antiochia (cfr. Gal. 2, 11 ss.). Di fronte all’atteggiamento di Pietro con i pagani convertiti, Paolo fiuta simulazione e ipocrisia; e non tace proprio perché , con Pietro di mezzo, c’era tanto in gioco. Con la franchezza della sua passione apostolica, Paolo lascia trapelare quanto Pietro fosse determinante per le Chiese (par. 3 pag. 5).
Beh, vedete, cari fedeli ambrosiani: persino Pietro è stato contraddetto da un Paolo qualsiasi! Anche dietro l’atteggiamento del primo Papa, Pietro, si può “fiutare” simulazione e ipocrisia. Volete che rischi del genere, che sono occorsi al povero Pietro, non possano capitare ai suoi successori? Fortuna che c’era Paolo, fortuna che oggi ci sono i vescovi: Con la franchezza della loro passione apostolica hanno salvato le cose! Altrimenti la simulazione e la ipocrisia di un Papa qualunque potrebbe contaminare la Chiesa, anzi le Chiese (e stavolta significativamente con la c maiuscola, perché al plurale!).

8) Snodo nevralgico di dolorose divisioni, crocevia di pazienti cammini ecumenici, il testo sprigiona il suo senso intorno a due immagini e disegnando una tensione (par. 3 pag. 6).
Ah, che godimento questa frase!! Un piacere quasi fisico leggerla. Noi, cari fedeli ambrosiani, vi abbiamo educato bene al pensiero e al lessico della Chiesa (ops, chiesa) del Concilio (questo sì: Concilio). Il passo evangelico che il documento aveva appena citato è definito in due modi: Snodo nevralgico di dolorose divisioni e crocevia di pazienti cammini ecumenici. Le divisioni sono sì dolorose, ma non sono altro che un crocevia di cammini ecumenici. Cammini verso dove? Qualcuno che va in una direzione che addita ad esempio ad altri? No! E’ tutto un crocevia, un incontrarsi, uno sfoggio di pazienza: un incontro che è un crocevia, in cui ciascuno dopo essersi incontrato con pazienza, torna imperterrito sulla sua strada. Il tutto si opera disegnando una tensione. Questa frase è un vero e proprio godimento fisico.

9) Il documento si chiude con una riflessione di don Primo Mazzolari, sacerdote ambrosiano e partigiano, ucciso da un agguato fascista nel 1931. Le sue parole, che chiudono il documento, sono introdotte da una frase ispirata quanto significativa: quanto don Primo Mazzolari diceva di Pio XII, un’autentica dichiarazione di amore, lo diciamo, insieme alla Chiesa tutta, di Benedetto XVI (par. 4 pag. 13).
Fedeli ambrosiani, non vi abbiamo forse educato ad apprezzare don Primo Mazzolari, coraggiosa voce profetica che ha anticipato le istanze del Concilio? Ecco, se persino lui riusciva a dire parole di docile amore nei confronti di un Papa come Pio XII, non riuscite forse voi a fare lo stesso con un più mite Benedetto XVI??

10) Aggiungo in appendice che il Santo Padre non è mai definito come tale, né come Sommo Pontefice. Anzi, l’unica volta in cui quest’ultima definizione occorre, è quando si allude alla lontananza di determinati concetti dalla vita di oggi (pag. 1). Piuttosto si ricorre per definire la sua persona e il suo operato a espressioni più friendly, più politicamente corrette (o fumosamente incomprensibili?): il successore di Pietro; il vescovo di Roma; il servizio primaziale (!); la primazialità del servizio petrino (!!!)...

Dieci spunti, dieci passaggi. Ciascuno ne tragga la considerazioni che vuole. Qui si è un po’ voluto scherzare, imbevuti come siamo a Milano della retorica ambrosiano-conciliarista. E si è voluto mostrare come in un testo di sostegno al Pontefice si è riusciti a disseminare una serie di piccole spie di ambiguità. A ciascuno la propria valutazione.

sabato 28 aprile 2012

S. Messa tridentina in TV e in radio grazie ai Frati F.I. a Frigento (Av)

Pubblichiamo quanto le ricerche di un nostro cortese e sollecito lettore e hanno prodotto.

Una bella notizia: non voglio anticiparla e... prego leggete pure.


Buongiorno,
volevo confermare l'orario della Santa Messa Tridentina presso il Santuario della Madonna del Buon Consiglio a Frigento.
Eccolo:
lunedì-martedì-mercoledì e venerdì alle ore 7.00
C'è sia la diretta tv su TRBC (teleradiobuonconsiglio: basta sintonizzare il digitale terrestre - vedere il sito dei
Francescani dell'Immacolata) e sulla radio (radiobuonconsiglio, si clicchi qui per le frequenze) alle ore 07:00 e sia la replica in tv alle ore 11.00.
Il giovedì e anche al pomeriggio alle ore 18:00 c'è la Messa di Paolo VI con la Comunione in ginocchio e sulla lingua. Talvolta questa Messa è celebrata con il sacerdote rivolto ad Deum, stile Messa Tridentina.
Padre Gerardo (frate minore conventuale ospite a Frigento) mi fa sapere che nella chiesa di San Sebastiano, in Spinazzola, lui celebra tutti giorni "la S. Messa di sempre".
La Domenica è alle 9:30 (e sta cercando un organista).
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Cordiali saluti,
Mario di Avellino

venerdì 27 aprile 2012

La Fede e il dubbio

Tra l’uomo che ha fede e l’uomo che non la ha ci dovrebbe essere una differenza fondamentale: che il primo professa una serie di certezze, di Verità indubitabili, non negoziabili, mentre il secondo contrappone a queste certezze il dubbio, talora lo smarrimento. Fede, infatti, significa certezza nell’esistenza di Dio, cioè di un significato, di una Verità, di un Bene assoluto. Questa certezza è presente in chi crede in una religione rivelata, nell’esistenza di un Dio che è sceso incontro all’uomo, in prima persona. Il cattolico è dunque un uomo di solide certezze. Non un uomo “in ricerca della Verità”, come spesso si dice, ma un uomo che la ha già incontrata e che ricerca, invece, con grande fatica, di amarla e di penetrarla sempre di più, certo di non poter mai giungere sino al fondo. Eppure, nel pensiero cattolico contemporaneo, non sembra che sia così. Il “cattolico adulto”, per usare una definizione di comodo, è figlio del modernismo, così ben analizzato da Pio X nella Pascendi: egli vuole essenzialmente sposare la sua fede in Cristo con le filosofie contemporanee, che dissolvono la Verità nell’individualismo, nel libero esame, nello scetticismo. Per questo, che si parli di Dio, di etica, o di tutto ciò che è importante, si fa sempre difensore del dubbio, come metodo e come obiettivo. Vi sono parole che da sole bastano a farlo inviperire: Verità, principi non negoziabili, errore…insomma tutto ciò che allude ad una chiara definizione, ad una evidente e certa distinzione tra ciò che è vero e ciò che non lo è. In mille occasioni, il cattolico modernista risponde al suo oppositore con frasi ironiche di questo genere: “Beati quelli pieni di certezze come te, io non ne ho”. Dove si deve leggere, tra le righe, un misto di compatimento e di finta umiltà: chi professa il dubbio metodico si crede anzitutto più intelligente, e in secondo luogo più umile, rispetto ad un interlocutore che ha certezze solo perché un po’ grullo, sempliciotto e saccente. Cristo? Io non ho certezze, professa il cattolico adulto, e intanto trasforma il mandato di evangelizzare tutte le genti, in un indifferentismo che chiama ecumenismo. L’aborto? Io non ho certezze, ribadisce, tendendo la mano al radicale e votando la legge 194; L’eutanasia? Nel dubbio finisce sempre per invitare Beppino Englaro a parlare nella sua parrocchia… Invece, a mio parere, la Fede e il dubbio non possono stare insieme, almeno non in questo modo. La Fede è la certezza che ciò che Cristo ha rivelato sia vero, buono, giusto, per ogni uomo. Non per fiducia in una propria personale posizione o filosofia; ma per fiducia in Colui che è creatore dell’universo. La Fede è dunque intransigente, come l’amore. Chi ama, ama davvero, integralmente, o quantomeno desidera farlo. Chi crede nel Salvatore non può disegnarsene uno da seguire a tempi alterni e secondo le voglie: non sarebbe un Salvatore, ma, al massimo, un filosofo, o un saggio. Ciò non significa che chi crede rinunci alla sua intelligenza, al suo giudizio, ad una analisi personale. Significa, al contrario, che la Fede è anche una libera scelta, della ragione e della volontà, ma una scelta, diciamo così, una volta per tutte: non è un scegliere di volta in volta, liberi da vincoli, da principi, ma un aver imboccato una strada, quella indicata da Cristo, perché se ne è riconosciuta la validità, la verità, la bellezza. In essa si vuole stare, pur cadendo mille volte. La fede, insomma, è obbedienza alla Verità rivelata, non a se stessi. Un cattolico che ha fede dunque, scaccia i dubbi: Dio esiste e di conseguenza, nella vita morale, il bene e il male non sono relativi al suo volere o al suo discernimento…E’ questa grulleria o saccenza? Al contrario, questa visione della fede contiene in sé, oltre che una grande saggezza (l’uomo non si è mai salvato da solo), una grande umiltà: l’uomo di fede non dubita del suo Salvatore, ma di sé, certamente, e molto! Confrontarsi con i dogmi e le Verità rivelate significa infatti mettersi sempre in discussione; significa tendere verso un dover essere e sentire la propria inadeguatezza. L’ uomo di fede, così, mentre con la mente e col cuore professa il Credo, nella pratica sperimenta la sua miseria, e mette in dubbio il suo stesso operato, costantemente. Al contrario, il cattolico che vanta la sua apertura mentale, che si lancia negli elogi sperticati del dubbio fine a se stesso, non solo nega la propria fede, ma lungi dal professare una vera umiltà, finisce per porsi, di fronte alle singole scelte, con lo stesso atteggiamento dell’uomo che non crede, cioè al di là del bene e del male. Si lascia infatti aperta ogni strada e ogni scelta, nella teoria, per poterla percorrere, poi, nella pratica. Elogia il dubbio, ma in verità erge se stesso a criterio di ogni decisione, negando una Verità che lo sovrasti e a cui adeguarsi. Nella Fede cattolica vi è dunque grande spazio, certamente, per il dubbio: riguardo a se stessi, lo ripeto, ed anche, come è umano, riguardo a Dio. Ma non c’è spazio per il dubbio metodico, rivendicato come parte integrante, anzi costituente, della Fede stessa. Francesco Agnoli, Il Foglio, 27 aprile

Due o tre cose sul "caso Bergamo" e gli strani funerali. Ci scrivono Gnocchi e Palmaro

Non è che in queste ultime settimane il diario dalla diocesi di BG (Bergamo non Bulgaria) non meritasse di essere aggiornato, anzi.
Solo che il vescovo, monsignor Francesco Beschi (nelle foto), durante la Quaresima, forse come penitenza, aveva incontrato i fedeli della Messa in rito antico e aveva promesso che “
dopo Pasqua si comincerà a vedere qualcosa”.
Come si fa a non concedere fiducia a un vescovo? È vero che, con i tempi che corrono, la domanda dovrebbe essere un’altra: come si fa a concedere fiducia a un vescovo? Ma, si sa, noi cattolici vecchio stampo siamo sempre un po’ sentimentali e, con la fiducia, ci comportiamo come Vittorio Emanuele con i titoli onorifici: “
Una medaglia di cavaliere e mezzo sigaro toscano” diceva il re “non si negano a nessuno”.
Non è il caso di riportare qui la cronaca dell’imbarazzato e imbarazzante intervento di monsignor Beschi in mezzo i fedeli della Messa in latino. Forse, ma bisogna sottolineare “
forse”, non gli capitava da tanto tempo di trovarsi in mezzo a tanti cattolici tutti insieme. E, forse, ma sempre sottolineando “forse”, non gli era mai capitato di sentirsi dire, come gli è capitato quella sera, che ci sono dei fedeli disposti a dare la vita per lui. E bisogna anche tenere conto che ha pure toccato con mano l’esistenza di cattolici decisi ancora ad andare a Messa per pregare e non per fare festa, per divertirsi, per incontrasi o per celebrare se stessi.
Lo choc, forse, ma sempre sottolineando “forse”, deve essere stato notevole. Specialmente, e sottolineando “specialmente”, per i suoi due accompagnatori: il vicario generale monsignor Davide Pelucchi e il delegato
ad omnia monsignor G. Specialissimamente, e qui senza il “forse”, per monsignor G., il quale si trova più a suo agio in casa dei protestanti, dove volentieri tiene conferenze con ardite vedute sull’ecclesiologia, robetta da chiedere, forse e sottolineando “forse”, il parere di qualche Congregazione romana. Ma ogni cosa a suo tempo.
Ora bisogna tornare alla promessa del vescovo: dopo Pasqua si sarebbe visto qualcosa. Per questo motivo, il diario dalla diocesi di BG (Bergamo non Bulgaria) ha mantenuto un dignitoso riserbo. Qualcosa si sarebbe visto e, in effetti, qualcosa si è visto: lo scempio liturgico e dottrinale del funerale di Piermario Morosini. Della vicenda si è occupato da par suo Antonio Socci su “Libero”. Lo ha fatto due volte, la prima denunciando il fatto e la seconda rispondendo alle ingiuriose obiezioni di Alberto Melloni, epigono del dossettismo morente, e chiosando i poveri, poverini, rilievi del direttore di “Avvenire”.
A questo punto, era giocoforza coinvolgere Mario Palmaro dire due cosette sulla vicenda.
Ed eccoci qua.

Alessandro Gnocchi






Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Chi dice che i cattolici vecchio stampo non siano capaci di esercitare la carità si sbaglia. Perché è proprio per una questione di carità che si passa sotto silenzio quanto Alberto Melloni, l’ultimo dei dossettiani, ha scritto di Antonio Socci dalle pagine del “Corriere della Sera”. Come è noto, Socci aveva denunciato su “Libero” lo scempio dottrinale liturgico perpetrato a Bergamo in occasione del funerale del calciatore Piermario Morosini. Ma la cosa non deve essere piaciuta al prode, e prodiano, Melloni, il quale, scambiando il più autorevole giornale italiano per un osteria, più che argomentare ha offeso. Niente di nuovo, da tempo, ormai il prode prodiano Melloni riesce solo a offendere e per questo è molto caro a tutti i sinceri cattolici: in quanto è la testimonianza vivente del progressismo morente. Punto a capo.
Qui bisogna invece occuparsi della pochezza che trasuda dalla risposta del direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, al quale il funerale in questione deve essere piaciuto molto, moltissimo. Ma, anche se non gli fosse andato a genio, essendo tirato in causa un vescovo, non poteva esimersi dall’entrare nell’agone: tragicamente, avrebbe detto Fantozzi. Spazi compresi, il confronto tra Socci e il direttore del giornale dei vescovi si è risolto con un risultato di settemilaquattrocento battute a zero. E il tema del contendere non era robetta, era quello della vita eterna. Perché stava proprio qui il centro del ragionamento di Socci. Quando si dice settemilaquattrocento battute a zero, si vuole dire che l’editorialista di "Libero" ha trattato la questione del destino eterno in tutto il suo articolo mentre il direttore di “Avvenire”, pur tentando di rispondere, ha evitato persino di sfiorare l’argomento. Eppure, il tema sarebbe di quelli cruciali per i cattolici di ogni ordine e grado. “Ma i vescovi e i preti” chiedeva Socci “credono ancora alla vita eterna?”. Certo riesce difficile rispondere decisamente sì, se si pensa che uno dei momenti culminanti del funerale di Morosini è stata l’esecuzione di una canzone di Ligabue i cui versi recitano, tra l’altro: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”. A contorno, i soliti applausi, la solita emozione, la solita voglia di esserci, i soliti cartelli scritti per il morto ma esibiti in favore di telecamere.

Denunciando tutto questo come segno di una evidente crisi di fede, Socci ha commesso una grave imprudenza: ha criticato apertamente un vescovo, nella fattispecie quello di Bergamo, Francesco Beschi. Errore imperdonabile agli occhi del clericalismo contemporaneo, che tollera i peggiori insulti provenienti da atei agnostici e cosiddetti diversamente credenti, ma non le critiche dei cattolici che non intendono inchinarsi al mondo. Qui “Avvenire” ha risposto. Un dietrologo, conoscendo i tortuosi meccanismi del clericalismo e del clericalese, direbbe che le cose sono andate così. Un vescovo che si sente punto sul vivo pubblicamente chiama la Conferenza episcopale per sollecitare un intervento. La Conferenza episcopale chiama il direttore del giornale di sua proprietà e conferisce il mandato di agire. Il direttore del giornale, ricevuti gli ordini dell’azionista di riferimento, provvede a dare il fatto suo all’importuno di turno. Dunque, bisognava rispondere e, come la Gertrude del Manzoni, lo sventurato rispose. Tale ipotesi non deve essere troppo lontana dal vero poiché, nel suo componimento, il direttore di “Avvenire” non mette un solo argomento che ribatta alle questioni sollevate nell’articolo di “Libero”. Non c’è nemmeno la risposta alla domanda iniziale: “Ma i vescovi e i preti credono ancora alla vita eterna?”. Niente da fare. Al direttore di “Avvenire” interessava solo dire che “Avvenire” difende il vescovo di Bergamo. Il tutto opportunamente posizionato nella pagina delle lettere, con la scusa di rispondere al lettore Matteo Saccone, e mimetizzato sotto un titolo incolore, così che vedano solo quelli che devono vedere e intendano solo quelli che devono intendere.

Dunque, il lettore Matteo Saccone di Forlì trascina il direttore di “Avvenire” nell’agone e questi, visto che c’è, ne approfitta per mettere al suo posto il reo Socci dandogli sulla voce con certe perle che paiono uscite fresche fresche dagli istituti superiori di teologia di moda oggigiorno: ce n’è uno perfettamente funzionante anche a Bergamo. Per esempio, Tarquinio spiega che Morosini era “Uno che crede in Gesù Cristo, e che, magari, ama una canzone di Ligabue o dei Beatles tanto quanto una bella predica in chiesa (o una confessione) che tocca il cuore, mette in moto i pensieri e scomoda la vita”. Proprio così, il giornale dei vescovi italiani, per penna del suo direttore, adombra che una canzonetta valga quanto una confessione. E perché non quanto un editoriale? O una risposta nella pagina dei lettori?
Ma, se non bastasse, il direttore del giornale dei vescovi spiega anche che non bisogna andare tanto per il sottile, e che “un’eccezione alla regola’, fatta per puro amore e puro dolore non è uno scandalo”.
Avesse letto almeno di passata qualche scritto sulla liturgia di un certo Joseph Ratzinger, il direttore del giornale dei vescovi, forse, sarebbe stato più cauto.

Nell’Introduzione allo spirito della liturgia, il Pontefice felicemente regnante spiega proprio come le “eccezioni alla regole”, fatte per puro amore, e persino per pura fede, portano l’uomo ad adorare se stesso invece che Dio. “L’uomo” scrive Ratzinger “si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui (…): si tratta di un culto fatto di propria autorità. (…) Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O, ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità”.
Ma, se proprio si tiene alle “eccezioni alla regola”, il direttore di “Avvenire” dovrebbe aver l’onestà intellettuale di riconoscere che esistono “eccezioni” ed “eccezioni”. Perché lo scorso novembre il vescovo di Bergamo ha proibito che il funerale del padre di uno degli autori di questo articolo venisse celebrato con il rito romano antico, la scandalosa “Messa in latino”. Se non altro, ora è chiaro il criterio con cui vengono valutate le “eccezioni”: il “puro amore” e il “puro dolore”, che, evidentemente, nel caso del defunto che aveva chiesto il rito romano antico non erano evidenti. Mentre erano evidentissimi nel caso del funerale dello scalatore Mario Merelli, celebrato sempre nella diocesi retta da monsignor Beschi con tanto “Io vagabondo” dei Nomadi e di musiche nepalesi.
Se riesce difficile capire il teologo Joseph Ratzinger quando spiega che la liturgia non ammette eccezioni perché non è un diritto degli uomini, ma un diritto Dio, si cerchi almeno di comprendere che, rispettando le regole, si trattano con equità gli uomini. Non è molto, ma è già qualcosa.

Antonio Socci attaccato da Corriere e Avvenire per le critiche alle canzoni di Ligabue ad un funerale

Sul “caso Ligabue-nella-liturgia” mi trovo attaccato da Corriere (Melloni)
e Avvenire (Tarquinio)… E sentite come…

da Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci, 25.04.2012



Bach come Jovanotti? Ieri, sul Corriere della sera, il corsivista Alberto Melloni, campione di cattoprogressismo, per rispondere al mio articolo sui funerali di Morosini, stabiliva una sorprendente equivalenza, per la liturgia cattolica, fra le canzoni di Ligabue e la musica di Mozart.
Dunque cantare in chiesa, a un funerale, la Messa da Requiem di Mozart è la stessa cosa che schitarrare – come hanno fatto a Bergamo – le canzonette di Ligabue (con queste memorabili parole: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”).
Vorrei dire che, se Melloni detesta Mozart perché è amato da Ratzinger, provi a farsi spiegare la grandezza teologica del suo Agnus Dei da Karl Barth.
In ogni caso equiparare Mozart a Ligabue significa che manca o l’abc del giudizio culturale o il senso del ridicolo o la pietà. O forse tutti e tre.
Soprattutto manca la consapevolezza che la liturgia è la cosa più sacra della Chiesa e non se ne può disporre a piacimento, perché non è fatta da noi, non è il luogo delle nostre trovate, ma vi riaccade la passione e morte del Figlio di Dio.
Stabilito che in chiesa un corale di Bach non è la stessa cosa di una canzonetta di Vasco Rossi, c’è poi il capitolo della musica sacra della tradizione e delle moderne canzonette religiose.
Personalmente non ho pregiudizi, anche se la qualità dei testi e delle musiche va valutata. Ma quello che tracima dalla prosa di Melloni è soprattutto l’evidente disprezzo per la tradizione cattolica che lo induce a definire il gregoriano un “belare”.
E siccome Melloni sostiene che per avvicinarsi a Dio non c’è differenza fra “belare in gregoriano” e “quelle canzoni stile Pooh che riempiono le navate di tante parrocchie”, voglio informarlo che invece la Chiesa stabilisce una rigorosa gerarchia. In particolare definisce il gregoriano come il canto proprio della Chiesa (poi viene la polifonia).
Lo ha proclamato non in uno di quei Concili che i cattoprogressisti disprezzano, ma proprio in quel Concilio Vaticano II di cui Melloni si proclama esperto e si autonomina portabandiera.
Infatti nella Costituzione “Sacrosantum Concilium” afferma che “la tradizione musicale di tutta la chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’ arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne”.
Aggiunge: “Senza dubbio il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra scrittura, sia dai padri e dai romani pontefici che recentemente, a cominciare da san Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel servizio divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’ azione liturgica”.
Il Concilio prescrive: “Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra”.
E proclama: “La chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonica, non si escludono affatto nella celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’ azione liturgica, a norma dell’ art. 30”.
Come si vede il Concilio Vaticano II è agli antipodi di chi boccia sprezzantemente il gregoriano come un “belare” e lo equipara all’inserimento nella liturgia sacra delle canzonette di Ligabue o di Vasco Rossi.
Si comprende così che pure i tanti arbitri perpetrati nella liturgia non discendono affatto dal Concilio ed è grave sbandierarlo a sproposito.
Già nel 1971 Ratzinger – che era stato un uomo del Concilio – denunciò la grande devastazione teologica che il progressismo stava perpetrando, per cui “anche a dei vescovi poteva sembrare ‘imperativo dell’attualità’ e ‘inesorabile linea di tendenza’, deridere i dogmi”.
Nel 1997, da prefetto dell’ex S. Uffizio, il cardinale Ratzinger scriverà: “sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia”.
Accanto ai tanti abusi che si sono perpetrate nella liturgia, col post-Concilio, Ratzinger ha sottolineato pure la decadenza della musica liturgica: “E’ divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza… La Chiesa ha il dovere di essere anche ‘città della gloria’, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.
Poi, proprio Ratzinger, da Papa, ha cercato di riportare tutti alla retta dottrina anche riordinando la liturgia e ridando legittimità all’antico rito della Chiesa (che è il rito in cui si celebrava messa pure al Concilio Vaticano II).
Sorprendente è l’opposizione che tanti vescovi e preti hanno fatto a questo Motu proprio “Summorum pontificum”. Un caso clamoroso è scoppiato proprio nella stessa diocesi di Bergamo dove si è svolto il rito funebre di Piermario Morosini.
E’ stato denunciato dal collega Alessandro Gnocchi sul “Foglio” del 17 novembre scorso.
Era morto il padre dello stesso Alessandro e la famiglia aveva chiesto di celebrare le esequie secondo il rito gregoriano a cui aveva ridato pieno accesso il Motu proprio del papa. Ma il parroco, dopo aver preso istruzioni in Curia, ha risposto di no.
E’ la stessa Curia che poi lascia cantare le canzoni di Ligabue durante la Messa per Morosini, canzoni – ripeto – con questi testi: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”.
Così tutta la tolleranza liturgica che i progressisti alla Melloni sbandierano per chi si vuole cimentare con Ligabue in chiesa, non deve più valere per chi chiede semplicemente il rito cattolico autorizzato dal Papa?
La “pietà” di Melloni dov’era quando sui giornali è scoppiato questo caso?
Anche il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio domenica mi ha criticato, richiamandomi alla necessità di fare – nel caso di Morosini – “un’eccezione alla regola, per puro amore e puro dolore” visto che “senza l’amore siamo solo cembali che tintinnano”.
Ma non sono io che posso autorizzare tali “eccezioni”: Tarquinio chieda al Vaticano. Io, da parte mia, mi domando: perché il direttore di “Avvenire” non intervenne anche per difendere il diritto al rito gregoriano della famiglia Gnocchi, visto che in quel caso non si trattava neanche di “un’eccezione alla regola”, ma di rispettare la regola data dal Papa?
Perché Tarquinio non richiamò la Curia di Bergamo al dovere di carità nei confronti di quella famiglia e al dovere di obbedire al Papa?
Il direttore di “Avvenire” recentemente ha difeso con accanimento lo scrittore Enzo Bianchi dalle legittime critiche rivolte a lui da alcuni teologi cattolici: sarebbe auspicabile che con altrettanto zelo difendesse anche un Motu proprio così caratterizzante del pontificato di Benedetto XVI come il “Summorum pontificum”, da chi lo snobba.
Sottolineo infine che il cuore del mio articolo sulle esequie del calciatore non erano tanto le canzoni di Ligabue, quanto la mancanza da parte dei pastori di una parola cristiana sulla necessità della preghiera per i defunti e soprattutto sulla vita eterna.
E noto con tristezza che pure in tutto lo scritto del direttore di Avvenire (di 2887 battute) non c’è un solo richiamo a questo che è il cuore della dottrina cattolica.
Nemmeno nell’articoletto di Melloni, ma di questo non mi sorprendo.
Sconcerta però che i Novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso) siano scomparsi da gran parte della predicazione e della catechesi.
Certo, parlare dell’inferno non è “progressista”. Però è la più grande carità. E pregare per i defunti è la vera pietà.

Antonio Socci


Da “Libero”, 25 aprile 2012

"La liturgia soffre dell'eccessiva immanenza" (arch. Doorly sulle chiese moderne)



In occasione del prossimo studio organizzato dall'Ufficio Liturgico Nazionale della C.E.I. sulla "Liturgia e spazio architettonico - Dal rito al progetto" fissato a Roma per il 13-14 giugno 2012 (Liturgia, architettura e arte si intrecciano in modo unitario, dando origine ogni volta a soluzioni liturgicamente corrette, simbolicamente efficaci ed esteticamente convincenti. Evitando possibilmente le derive di proposte di spazi liturgici asettici, programmi simbolici indecifrabili, architetture decontestualizzate e autoreferenziali) proponiamo due articoli interessanti in tema.
Sperando che i relatori e i partecipanti (ma soprattutto i sacerdoti e gli architetti) ne tengano debito conto.

La deriva relativista nell'architettura delle nuove chiese
"La liturgia soffre dell'eccessiva immanenza. Per riequilibrare la bilancia in favore del trascendente, la Chiesa deve innanzitutto reclamare lo spazio sacro"
di Moyra Doorly, architetto


"E' arrivato il momento di costruire Chiese capaci di parlare di Dio ai credenti di oggi e alle generazioni future"
di Michael S. Rose

Sul sito della diocesi suburbicaria di Porto Santa Rufina, trovate le traduzione curate da G. Rizzeri di un interessantissimo intervento dell'arch. M. Doorly sull'architettura delle nuove chiese moderne (fonte: Sacred Architecture, spring 2002, pag. 17 - 19 ) e di quello di Michael Rose che invoca un ritorno dell'architettura davvero sacra per gli edifici di culto cattolico! (fonte: Sacred Architecture, spring 2002, pag. 9 - 13.)

Questi sono argomenti che ci stanno particolarmente a cuore (e più volte ne abbiamo parlato, anche grazie ad interventi di F. Colafemmina), perché senz'altro l'edificio cattolico e la disposizione e decorazione degli spazi sacri sono funzionali all'ars celebrandi, costituiscono elementi fondanti per l'ars orandi e quindi aiutano l'ars credendi, al pari della liturgia.

nella foto sopra: S. Maria, Portogallo
nella foto a destra: St. Pius Kirche, Meggen (Svizzera)

giovedì 26 aprile 2012

Torino, parrocchia della Crocetta: ennesimi gravi abusi liturgici del solito vescovo creativo (ausiliario di Torino)

AGGIORNAMENTO:
Come segnalato da diversi nostri lettori, e confermato da un nostro ben informato amico, il parroco della "Crocetta" è il Vescovo Ausiliario di Torino Mons. Guido Fiandino, e la parrocchia in questione è quella della Beata Vergine delle Grazie.
Vogliamo sperare che l'Arcivescovo Mons. Nosiglia non sia stato preventivamente informato, o che non abbia concesso il suo
nihil obstat, alla rimozione del tabernacolo dal suo naturale posto nel centro dell'abside per far spazio ai libri del Santo Vangelo.
Qui a lato la foto tratta dal sito della parrocchia, che ritrae bene l'Evangeliario intronizzato in maniera permanente ai piedi del Crocefisso (!!!).

Riceviamo da un nostro lettore che ci fa presente un doppio grave abuso liturgico (l'ennesimo, dal clero modernista) che ha tristemente rinvenuto in una chiesa di Torino: via il tabernacolo ed ecco il libro dei Vangeli sotto al Crocefisso...
Come dice il nostro lettore: noi abbiamo massima venerazione per la Parola di Dio (Gesù è il Verbo incarnato!, come non potremmo!!!), e abbiamo grande rispetto per l'Evangeliario (che si sublima durante le funzioni liturgiche).
Ma non possiamo fare a meno di contestare questa "idolatria" di un libro, che corre il rischio di far perdere di vista la corretta dottrina della REALE Presenza nelle sacre particole consacrate!!!

Si toglie il Tabernacolo, casa della Ss.ma Trinità sulla terra, finestra sul Paradiso, e in sostituzione si mette un libro (in cui si riconosce la -sola- Presenza SPIRITUALE di Gesù) ????
E poi alcuni Vescovi si riempono la bocca domandandosi perché noi tradizionalisti speriamo nella erezione canonica della F.S.S.P.X?
Ma mi fàccino il piacere, mi fàccino!
Vadano in queste chiese, parlino con questi presti (sicuramente molto ignoranti in Teologia e in Liturgia) e poi si rispondano da soli!

Roberto


E' ormai da alcuni anni che vi seguo e visito quasi quotidianamente il sito.
Non ritengo di avere una sensibilità "tradizionalista" nel senso comunemente utilizzato nel blog, per di più ultimamente nei commenti mi hanno appioppato anche del "modernista" (con la facilità con cui molti commenti purtroppo inquadrano gli altri per non stare alle ragioni che si espongono). [Non si curi dei commenti, caro Flavio: molti di quelli che li lasciano sembra abbiano perso il ben dell'intelletto e il lume della ragione o anche solo il senso non abbiano il senso pratico della realtà; pensi, non ce ne curiamo nemmeno noi quando ci insultano e ci rivolgono ogni peggiore accusa; n.d.r.].
Ho deciso però di scrivervi con la speranza che il mio post venga pubblicato perchè oggi ho subito un'esperienza oserei dire shockante.

Dopo molti anni, trovandomi per lavoro dall'altra perte della città sono andato a messa nella parrocchia vicino all'università dove andavo a messa a fine lezioni. Si tratta della chiesa comunemente detta della Crocetta. Ebbene,oggi sono sto colpito da una triste novità:
- non solo come allora hanno tolto il tabernacolo dal centro per metterlo in una navata laterale, (e non, come ad esempio ritengo sia più corretto in posizione preminente e visibile in tutta la chiesa anche se non al centro) [lo stesso vale per noi, n.d.r.],
- non solo hanno messo un tavolino come altare eliminando la possibilità di una liturgia ad orientem (come ritengo andrebbe celebrato anche il Novus Ordo verso cui non sono pregiudizialmente ostile), [nemmeno noi, n.d.r.];
- non solo hanno messo la sede del celebrante rialzata di tre scalini, in centro al posto del vecchio altare (cosa che ritengo non andrebbe mai fatta in quanto ha l'unico scopo di solleticare l'ego del prete) [esattissimo! n.d.r.],
questo non sarebbe stato niente, ormai anche se contrariato, a tutte queste cose ci ho fatto ahimè l'abitudine.
La cosa che mi ha colpito fino al punto da distrarmi per quasi tutta la messa è stato l'aver notato, per la prima volta in una chiesa cattolica, che hanno installato un libro, anche se probabilmente il Vangelo, in alto, al centro sotto la croce, dove sicuramente un tempo era posto il tebernacolo. Pur avendo il massimo rispetto per la Parola di Dio, l'esposizione all'adorazione di un libro, per di più nemmeno leggibile e quasi reso un feticcio al posto dell
a viva e vera presenza reale di Gesù mi ha profondamente addolorato: prima ancora dell'indignazione, il dolore "perdonali, perchè non sanno quello che fanno!" (anche se credono di saperlo).
Mi ha colpito anche l'aver ricordato la visita anni fa, in Germania, in un'antica e bellissima chiesa di epoca gotica ed ora luterana: anche lì vi era una bibbia esposta sull'altare come memoria della presenza di Cristo nella parola, ma almeno era leggibile e, sicuramente in caso di utilizzo liturgico dell'altare veniva spostata per permettere la liturgia protestante: loro non credono alla presenza reale fuori della celebrazione per cui un tale utilizzo della bibbia può ancora avere un suo senso.... ma nel caso in esame si è andati veramente al di là del bene e del male... non sull'altare a chiesa vuota ma al posto del tabernacolo durante la liturgia... ed all'adorazione dei fedeli quando non si celebra.
Vi allego due foto scattate con il telefonino durante la messa e quindi, non di ottima qualità.
Preghiamo perchè il Signore ridesti la sua chiesa e faccia riscoprire a tutti la bellezza della sua presenza nella carne e non solo nelle parole seppure ispirate ...
Cordialmente
Flavio, Torino

Don Bux: Il CVII si può discutere, non è un superdogma. La F.S.S.P.X potrebbe fare il bene della Chiesa. Chi si oppone alla FSSPX si oppone al Papa"

Chi si oppone alla riconciliazione della Fraterntià San Pio X con Roma si oppone al Papa
di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro


Teologo, liturgista, consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice e delle Congregazioni per la Dottrina della Fedee per le Cause dei Santi, monsignor Nicola Bux, classe 1947, è conosciuto dagliaddetti ai lavori soprattutto come “molto vicino a papa Benedetto XVI”.
E proprio lui, poco più di un mese fa, ha messo a rumore l’ambiente ecclesiale con una lettera aperta al superiore generale e ai sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata ma monsignor Lefebvre invitandoli a stringere lamano che Benedetto XVI sta tendendo loro.

Gli osservatori ne hanno tratto tutti la conclusione più logica: il Papa vuole fortemente la riconciliazione.
Vedete” spiega monsignor Bux al Foglio “questa conclusione è al tempo stesso esatta e imprecisa. E’ esatta perché Benedetto XVI vuole questa riconciliazione e pensa che non possa esserci altra soluzione pensabile per la vicenda della Fraternità fondata da monsignor Lefebvre. E’ imprecisa se le si attribuisce un carattere politico. Non c’è nulla di più lontano dalla mente di questo Papa. Ratzinger è persona che non pensa e non agisce in funzione della politica ecclesiale. Per questo viene spesso frainteso. E tanto più questo vale per la vicenda della Fraternità San Pio X: per lui si tratto solo del definitivo e pieno ritorno a casa di tanti suoi figli che potranno fare il bene della Chiesa”.
Dunque, letture da destra o da sinistra sarebbero monche, ma non sarà facile disinnescarle all’interno della Chiesa stessa.

Come dovrebbe porsi un cattolico davanti a un fatto come la riconciliazione tra Santa Sede e Fraternità San Pio X?
Bisogna rileggere con attenzione quello che Benedetto XVI scriveva il 10 marzo 2009 nella ‘Lettera ai vescovi’ per spiegare le ragioni della remissione della scomunica ai quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre: ‘Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? (…) Che ne sarà poi?’.
Qui c’è il cuore di Benedetto XVI. Ecco, penso che se anche tanti uomini di Chiesa agissero secondo questo cuore non potrebbero che gioire per la conclusione positiva di questa vicenda
”.

Forse l’opposizione al volere di Benedetto XVI nasce dal fatto che molti compiono l’equivalenza riconciliazione con i lefebvriani uguale sconfessione del Vaticano II.
Guardate, il primo ‘accordo’, se così vogliamo chiamarlo, avvenne nelConcilio di Gerusalemme tra San Pietro e San Paolo. Dunque, il dibattito, purché fatto per il bene della Chiesa, non è così scandaloso.
Un’altra constatazione: quanti hanno isolato dalla storia della Chiesa il ConcilioVaticano II e lo hanno sopravvalutato rispetto ai suoi stessi intendimenti non si peritano di criticare, per esempio il Concilio Vaticano I o il Concilio di Trento. C’è chi sostiene che la Costituzione dogmatica ‘
Dei Filius’ delVaticano I sia stata soppiantata dalla ‘Dei Verbum’ del Vaticano II: questa è fantateologia.
Mi sembra invece buona teologia quella che si pone il problema del valore dei documenti, del loro insegnamento, del loro significato. Nel Concilio Vaticano II esistono documenti dal valore diverso e, dunque, di una forza vincolante diversa che ammettono diversi gradi di discussione. Il Papa, quando era ancora il cardinale Ratzinger, nel 1988, parlò del rischio di trasformare il Vaticano II in un ‘superdogma’, ora, con ‘l’ermeneutica della riforma nella continuità’ ha fornito un criterio per affrontare la questione e non per chiuderla. Non bisogna essere più papisti del Papa. I Concili, tutti i Concili e non solo il Vaticano II, vanno accolti con obbedienza, ma si puòv alutare in maniera intelligente ciò che appartiene alla dottrina e ciò che va criticato. Non a caso, Benedetto XVI ha indetto ‘l’anno della fede’ perché è la fede il criterio per comprendere la vita della Chiesa
”.

Da cattolici, se lasciamo battere docilmente il nostro cuore con quello di Benedetto XVI, che cosa ci dobbiamo aspettare dalla definitiva riconciliazione tra Roma e Fraternità San Pio X?
Non certo la rivalsa di una fazione sull’altra, ma un progresso nella fede e nell’unità che sono la sola testimonianza perché il mondo creda. La retorica del dialogo con l’ateo,con l’agnostico, con il cosiddetto ‘diversamente credente’ che senso ha se non si gioisce per la riconciliazione con i fratelli nella fede? Ce l’ha insegnato Nostro Signore: non è il dialogo con il mondo che convertirà il mondo, ma lan ostra capacità di essere uniti. In questo periodo torno spesso a una preghiera composta dal cardinale Newman: ‘Signore Gesù Cristo, che quando stavi persoffrire, hai pregato per i tuoi discepoli perché fino alla fine fossero una cosa sola, come sei Tu con il Padre, e il Padre con Te, abbatti le barriere di separazione che dividono tra loro i cristiani di diverse denominazioni. Insegna a tutti che la sede di Pietro, la Santa Chiesa di Roma, è il fondamento, il centro e lo strumento di questa unità. Apri i loro cuori alla Verità, da lungo tempo dimenticata, che il nostro Santo Padre,il Papa, è il Tuo Vicario e Rappresentante. E, come in cielo esiste una sola compagnia santa, così su questa terra vi sia una sola comunione che professa e glorifica il Tuo Santo Nome’”.

Il Foglio, 26 aprile 2012

Aggiornamento: altre mail di protesta dei nostri lettori alla Curia di Bergamo per i canti di Ligabue durante un funerale. E in Curia se la ridono

Riceviamo da due nostri lettori (un sacerdote il primo, e un padre di famiglia il secondo) le mail che hanno inviato (girandole anche a noi per conoscenza) alla Curia di Bergamo (info@diocesibg.it) per stigmatizzare alcune scelte troppo permissive - od omissive-, da parte di certo clero bergamasco durante un funerale di un povero ragazzo.
A destare rabbia non è certo il fatto che i molti e commossi giovani abbiano espresso il loro comprensibile cordoglio e la loro umana sofferenza (per la tragica perdita di un loro compagno di squadra o amico) nelle forme che sono loro proprie: col cuore e e con canzoni, sciarpe, bandiere, cori ecc.
Quello che preoccupa e indigna è che i preti abbiano permesso la commistione inacettabile tra un sacramentale e le espressioni di commiato laico.
Sarebbe stato meglio e più educativo (oltre che più dignitoso) che i sacerdoti avessero spiegato ai giovani che le canzoni di Ligabue avrebbero potuto cantarle prima o dopo il rito religioso, FUORI dalla chiesa, magari in una sorta di "funerale laico". Ma non durante il rito delle esequie!
Quello che avremmo auspicato non era certo un autoritario
dictat negativo o un divieto ferreo, ma una spiegazione motivata facendo capire ai giovani la differenza tra le cose di Dio e le cose degli uomini. Senza voler disprezzare e sminuire l'aspetto umano della scelta di salutare il loro amico con le canzoni che più amava.
P
urtroppo è la solita storia: i preti hanno paura a difendere i luoghi e i tempi sacri, e a dire che a volte quello che sembra giusto, scontato, lecito e dettato dall'onda del sentimentalismo del momento, possa però allo essere sbagliato, sconveniente, irriverente (per chi ci crede) o anche solo inopportuno.
Piermairo Morosini,
requiescas in pace!


Roberto
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AGGIORNAMENTO 26.04.2012 ore 19.50
Uno nostro lettore ci informa, con un commento a questo post, che la mail della Curia di Bergamo è intasata di proteste.
"Il problema che ridono.......Non interessa a nessuno, anzi ci ridono sopra. Consiglio di inviare soprattutto a Roma e non a Bergamo. Mi riferiscono inoltre che al Beschi non interessa nulla di tutto questo e Gervasoni commenta dicendo che sono i soliti tradizionalisti. Il regista del funerale non è stato comunque il parroco della parrocchia, ma il responsabile della pastorale dell'età evolutiva della curia don Michele Falabretti."

A Roma sanno già: altre mail inviate a Roma... e comunque da Roma ci leggono. Quindi sanno.
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prima mail:
"E’ indegno e sacrilego cantare canzoni di Ligabue in chiesa al funerale di Morosini.
Si vergogni il vescovo per questa profanazione. Piuttosto predichi i Novissimi, perché la Misericordia di Dio si manifesta prima di tutto nell’avvertirci di non scegliere l’inferno.
Per fortuna che nonostante tutte le goffe conferenze episcopali siamo ancora cattolici e abbiamo il Papa, perché di vescovi così indegni e incapaci non ne possiamo più.
Non conforta nemmeno pensare che come quello di Bergamo ce ne sono tanti altri. Mal comune, è solo male più grande.
BG di Bergamo assomiglia sempre più a Bulgaria, visto che avete vietato un funerale in rito antico, che il Papa dice essere una seconda forma del rito romano. Disobbedienti!
Sono un prete, parroco in una grossa parrocchia e dato che ho un indirizzo mail non sarà faticoso per le servili serpi in cerca di carriera, presenti in ogni curia vescovile, individuarmi ed eventualmente accusarmi di insubordinazione al mio ordinario.
Il vostro parlare sia sì sì, no no. Per questo non temo lupi travestiti da pastori
. "

seconda mail:
"Il nostro amato Papa una volta ha detto che la più grande apologetica risiede in ciò che la cultura cattolica ha prodotto nei secoli, anche a livello artistico, ed anche nella musica sacra. Mi ritrovai in pieno in questa considerazione, che dava un senso ulteriore al profondo piacere che provo nell’ascoltare ad esempio la messa di Requiem di Mozart e lo Stabat Mater di Pergolesi.
Al funerale di Morosini avete mandato in onda Ligabue: siete “del mondo” e non “nel mondo”.



AGGIORNAMENTO 26.04.2012

a seguito di questo nostro post, e incoraggiati dalle parole e dall'esempio del sacerdote e dell'altro lettore, altre persone stanno inviando mail di protesta alla Curia di Bergamo (info@diocesibg.it). di seguito altre SEI.

terza mail:
"esprimo il mio disgusto per la scelta fatta.
non si deve alterare il significato dei riti x incontrare i facili favori e l'audience di chi magari non frequenta la Chiesa e non crede ai suoi valori e dogmi.
avete dimostrato di essere mentalmente confusi e di non saper guidare i fedeli se non riuscite a spiegare alla gente che ci sono momenti diversi per onorare e rispettare una persona cara e defunta allora come preti servite a poco.
sperando di non dover avere a che fare con la vostra diocesi vi garantisco che nelle vostre Chiese eviterò di dare offerte xchè è opportuno seccare le fonti dell'apostasia
."

L.S. Milano

quarta mail:
"!Prete celebrante e vescovo assenziente di quella diocesi, avete rubato ai fedeli presenti e all'anima del giovane defunto le ricchezze della fede e della preghiera alle quali avevano diritto in quanto battezzati.
Con che cosa le avete rimpiazzate? Per non rischiare di rimanerne sommersi, coraggio, ravvedetevi.
Coi migliori
saluti.
gp"

quinta mail:
"Alla cortese att.ne della Curia diocesana di Bergamo.
Eccellenza Rev.ma, M.to rev.di Monsignori,
mentre avete negato i funerali nella forma extraordinaria al padre di Alessandro Gnocchi, compiendo un abuso contro la legge liturgica promulgata solennemente dal papa Benedetto XVI e confermata dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, avete altresì consentito l'ignobile e farsesca celebrazione dei funerali del povero Morosini con canti degni di un palasport e rumori e grida e cori da stadio. Povera celebrazione Eucaristica.
Vedetevela voi con le vostre coscienze.
Ma ricordate ciò che disse Paolo VI: "la coscienza è come l'occhio: non è lei la luce, ma ha bisogno della luce". E la Luce è il comandamento di Dio che si esprime nel Magistero della Chiesa. Gli abusi liturgici offendono gravemente la la Maestà Divina, e si compiono sub gravi.
In Gesù risorto"
Nicola Binaghi, Ferrara


sesta mail:
"Eccellenza Reverendissima,
sono sicuro che queste nostre lettere di protesta non riceveranno, come è normale per chi idolatra il Dialogo sopra la Verità, alcuna risposta. Il dialogo, si sa, vale sempre a senso unico e lo si pratica, come è normale, con chi si sente maggiormente in sintonia: fratelli separati, atei o "gentili", "compagni" che sbagliano, centri sociali, no TAV o no Global ecc. .
Certo dunque che Lei è già troppo impegnato a dialogare con questi soggetti e, giustamente, non può trovare il tempo di dedicare alle Sue pecorelle cattoliche troppa attenzione, avevo già deciso di rinunciare a scriverLe.
Credo tuttavia che valga la pena farLe sapere che Lei oggettivamente non si trova in una situazione di "piena comunione" con la Chiesa Cattolica. Certo, come ci insegnano i più recenti documenti magisteriali, alcuni semi di Verità possono "fiorire" anche al di fuori dei confini invisibili della Chiesa di Cristo. Ella infatti, non consentendo la pratica della Liturgia Cattolica dei funerali, come espressamente definito dal Motu proprio "Summorum Pontificum" e consentendo, al contrario, pratiche liturgiche funebri del tutto estranee alla Tradizione Cattolica ed espressamente vietate da questa, intende probabilmente farci sapere di voler fondare una Chiesa Patriarcale autocefala di Rito Bergamasco, o forse Bulgaro.
Confidiamo dunque, in qualità di Cattolici Romani, di poter essere considerati da S. E. almeno come "fratelli separati" e godere, di conseguenza, di tutte le attenzioni riservate a tali comunità.
RingraziandoLa dunque anticipatamente per la Sua dis-attenzione e certo di un Suo assordante silenzio di risposta, La saluto filialmente in Jesu et Maria".

Marco BONGI

settima mail:
"Curia Vescovile di Bergamo,
Vi invio questa mail in relazione alla SACRILEGA celebrazione del rito funebre del calciatore Morosini.
Ho assistito con profonda amarezza alla PROFANAZIONE di una chiesa Cattolica in modo così plateale e meschino da apparire persino ridicolo…come è stato possibile far cantare canzoni profane all'interno di un luogo Sacro?! Meno male che Morosini era fan di Ligabue e non di Marilyn Manson o di Lady Gaga, altrimenti chissà cosa avremmo potuto ascoltare al posto di "Quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l'odore/ perché questa è la realtà"…perchè queste sono le "edificanti" liriche delle canzoni di Ligabue cantate in chiesa davanti al Crocifisso e davanti al feretro di un giovane morto, tra l'altro, in forte rischio di peccato mortale.
Non avrei mai creduto che un funerale di fatto PAGANO potesse essere celebrato all'interno di una Chiesa Cattolica..eppure, questo è avvenuto, grazie al pieno appoggio del Vescovo di Bergamo.
Ho letto con viva gratitudine, tra le tante altre, anche una mail di protesta che vi ha inviato un Parroco pochi giorni fa... una mail che condivido totalmente, dalla prima all'ultima parola e di cui riporto solo un breve estratto: "BG di Bergamo assomiglia sempre più a Bulgaria, visto che avete vietato un funerale in rito antico, che il Papa dice essere una seconda forma del rito romano. Disobbedienti!"
Non posso che unire il mio SDEGNO a quello espresso, doverosamente, da questo ottimo Sacerdote…e se avete l'ardire di accusare lui o qualunque altro/a religioso/a Cattolico/a (che, se sono veri Cattolici, NON POSSONO CHE CONDIVIDERE pienamente quanto scritto dal Parroco in questione) di "insubordinazione", allora dovete accusare anche la sottoscritta perché avrei potuto benissimo scrivere e firmare io quella lettera…e come me tutti i milioni di Fedeli Cattolici Romani che sono stanchi di avere a che fare con Vescovi inetti, oltre che disobbedienti al Santo Padre Benedetto XVI.
Invito pertanto il Vescovo di Bergamo a riflettere sui GRAVISSIMI errori liturgici commessi e a prendere invece esempio dall'umile Sacerdote che anche nella sua mail di protesta mette Dio (non l'uomo!) al centro della nostra vita, esattamente come ci ha sempre chiesto di fare Gesù Cristo quando ha detto: SIATE NEL MONDO MA NON DEL MONDO.
Se un Vescovo non è capace di svolgere il ruolo per cui ha giurato obbedienza al Papa, farebbe meglio a dimettersi e lasciare il posto a chi è in grado di svolgere tale compito in piena comunione con la Santa Sede.
Invece di ascoltare canzoni pop/rock che idolatrano e glorificano gli escrementi umani (!) consiglio il Vescovo di Bergamo di dedicarsi alla buona e sana lettura del Vangelo per ricordarsi di queste poche e semplici parole di Gesù Cristo: "Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando." (Gio 15:14)
"Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui." (1Gi 2:15)
Di sedicenti cattolici che preferiscono amare il mondo piuttosto che Dio, la Santa Chiesa Cattolica non ha bisogno… i protestanti, che da sempre celebrano come loro, li possono abbracciare a braccia aperte quando vogliono… e come dice il ritornello di un’altra famosa canzone di questi tempi: "Nessuno vi trattiene…Andate senza indugio…Non ci mancherete".
M.L.R.

ottava mail:
"Alla c.a.
Ecc.za Rev.ma
Mons. Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo

Eccellenza:
Negli ultimi giorni e' divenuta di pubblico dominio, tramite i mezzi di informazione elettronica, una "campagna" per la segnalazione ai suoi uffici di un abuso consumatosi durante i funerali di un noto calciatore presso parrocchia della Sua diocesi.
Tali funerali si sono segnalati all'attenzione di un pubblico particolarmente appassionato alle questioni liturgiche per il fatto di essere stati accompagnati da canzoni di un autore di musica leggiera contemporanea.
Tale fatto suscita perplessita' in quanto l'ingresso nelle celebrazioni funebri di elogi, richiami a hobby e passioni private dei defunti o degli ammiratori di defunti celebri, e ad altri elementi mondani, appartiene piu' al mondo protestante contemporaneo (rectius: soap opera americane) che alla tradizione cattolica.
Ma la circostanza - stigmatizzata da alcuni come discutibile - potrebbe essere stata dimenticata a distanza di pochi giorni, se le canzoni di musica leggiera in questione non fossero da considerarsi, pronunciate alla distribuzione del Pane Eucaristico, come blasfeme.
"Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà - quando l'aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà - quando questa merda intorno sempre merda resterà - riconoscerai l'odore perché questa è la realtà - quando la tua sveglia suona e tu ti chiederai che or'è - che la vita è sempre forte molto più che facile - quando sposti appena il piede lì il tuo tempo crescerà".
Il turpiloquio, pronunciato per strada, resta turpiloquio. Ma cantare citando escrementi intorno al Santissimo Sacramento mentre questo viene distribuito ai fedeli, e' un atto abominevole.
Credo che nessuna persona animata da carita' cristiana nei confronti Suoi e della Sua diocesi possa dare per scontato che la pronuncia di tale canzone sia stata da Lei o dal competente parroco espressamente approvata nel caso di specie. Si riconosca tranquillamente anche al parroco il beneficio del dubbio, per il fatto che potrebbe aver approvato per leggerezza l’esecuzione di tale canzone senza conoscerne preventivamente il contenuto, forse troppo “preso” dall’organizzazione della cerimonia in questione.
In altre parole, non e' certamente giusto accusare Lei o un Suo reverendo sacerdote, senza cognizione di tutti i fatti, di aver voluto un atto blasfemo in Chiesa con piena avvertenza e deliberato consenso.
Nonostante cio', potrebbe essere utile, per confermare i fedeli nell'amore per la sua Chiesa Particolare e nel devoto rispetto per il Suo clero, che a seguito di tale accadimento sia prevista una preghiera pubblica o una messa di riparazione.
Vedo che come suo motto episcopale ha scelto le parole con cui la Beata Vergine accolse l'annuncio dell'Incarnazione ("Secundum Verbum Tuum"). Qui le troppe parole sono state scandalo per la Parola. Forse proprio a onore della Parola, che ha voluto richiamare nel Suo stemma, potrebbe spendere personalmente alcune parole di riparazione.
Molte - sicuramente troppo al di la' della comprensione dei semplici fedeli - posso essere le preoccupazioni e le questioni da affrontare per un Vescovo, contemporaneamente e con poco tempo a disposizione per andare a fondo di tutto. Questa questione, tuttavia, ha dato pubblico scandalo. Quindi, pari passu, esigerebbe una pubblica riparazione, e non di essere trattata soltanto in privato.
Come Vescovo, ha il privilegio di ricevere la filiale devozione di tutta la Chiesa di Bergamo, ma e' anche suo dovere farsi carico dei problemi provocati da altri, poiche' "coloro cui molto sara' stato affidato, sara' richiesto ancora di piu'".
Certo della Sua serenita' di giudizio e delle Sue preghiere, La saluto rispettosamente e devotamente La ringrazio per l'attenzione.
C. B.

Conferenza a Livorno: "Martirio e verginità nella Chiesa"



L'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento
e di Santa Giulia,

Santuario retto da
Monsignor Mauro Peccioli,

nell'ambito delle celebrazioni
per la Festa di Santa Giulia (22 maggio),
Patrona di Livorno,

organizza una conferenza tenuta dalla
Dottoressa Cristina Siccardi
dal titolo:


"Santa Giulia: martirio e verginità nella Chiesa"


mercoledì 22 maggio alle ore 18:00  Sala Consiliare della Provincia,
Piazza del Municipio 4 - Livorno

mercoledì 25 aprile 2012

S. Messa di "rientro" di ex anglicani canadesi nella Chiesa Cattolica. Liturgia celebrata secondo i canoni "benedettiani"


Ottawa 2011 -
Qui al link altre foto della prima celebrazione (forse in Agosto 2011) per fedeli ex anglicani tornati in comunione con Roma grazie all'Ordinariato per gli Anglicani (voluto dal Papa, e di cui avevamo dato lieto annuncio).
La S. Messa è stata celebrata dall'Arcivescovo di Ottawa, Mons. Terrence Prendergast, alla presenza dei pastori anglicani che saranno ordinati sacerdoti secondo il Rito Cattolico Romano, e di 700 fedeli cattolici che hanno voluto dare il loro "benvenuto" (o meglio "bentornato") ai fratelli che abbandonato l'anglicanesimo, si sono convertiti alla fede cattolica.
Un altro prezioso frutto del pontificato di Benedetto XVI.

"Storia di preti uccisi dai partigiani" di R. Beretta

Grazie alla segnalazione di un nostro amico lettore, Andrea Casiere.


silenzio vergognoso contro tutte le retoriche.

Un martirologio del Novecento: i preti vittime della violenza comunista in Italia dopo il 1945

Paolo Deotto
Centotrenta uomini uccisi. Il primo omicidio è datato 7 agosto 1941, l’ultimo 4 febbraio 1951. In alcuni casi, rari, i killer sono ...stati perseguiti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l’omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, c’è però una — non meno riprovevole — indifferenza su cose frettolosamente accantonate, perché ormai vecchie, passate. In molti casi all’omicidio si è aggiunto un ulteriore oltraggio, impedendo addirittura che si tenessero pubbliche esequie per le vittime, o anche propalando su di loro dicerie infamanti, quasi a giustificarne l’uccisione. La mano omicida ha colpito in tutta Italia, dalla Val d’Aosta al Friuli, arrivando fino alla Calabria. Tanti i sicari, pochi, come dicevamo quelli puniti, uno solo il mandante. Conosciuto, ma impunito.

Le vittime hanno una caratteristica che le accomuna: sono tutti sacerdoti, secolari o religiosi, parroci o cappellani militari, o semplici preti senza incarichi specifici, o cura d’anime. Molti, moltissimi di loro sono stati uccisi due volte: la prima volta dagli assassini materiali, la seconda volta dall’oblio e dalla negligenza di chi non può o non vuole ricordare.

Sembra la trama di un racconto poliziesco nato dalla fantasia un po’ troppo sbrigliata di qualche scrittore in vena di fornire emozioni «forti» ai lettori. E invece quanto ho descritto è tutto, purtroppo, realmente accaduto e lo racconta Roberto Beretta, giornalista di Avvenire e saggista.

Nella semplicità del suo titolo, diretto, chiarissimo, Beretta affronta uno dei capitoli più oscuri della storia nazionale nel periodo della Resistenza: la strage dei sacerdoti, operata da partigiani comunisti. Si tratta della prima opera che tratta in modo organico e approfondito una realtà, in verità arcinota, ma della quale «non» si doveva parlare, perché poteva minare l’immagine fin da subito oleografica della lotta di Liberazione, e soprattutto l’immagine del partito comunista quale vera avanguardia della lotta medesima.

Beretta tocca uno degli argomenti tabù, uno dei capitoli più tragici della tragica situazione in cui visse il Paese, dilaniato di fatto da due guerre, quella contro i tedeschi e quella civile scatenata dai comunisti. Questi ultimi non combattevano solo contro tedeschi e fascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionarie o se, comunque, sempre a insindacabile giudizio comunista, potevano essere considerati elementi sospetti. Porzus docet — potremmo dire — o, almeno, dovrebbe farci imparare che il Partito Comunista ebbe la «sua» politica da seguire e che i Gruppi di Azione Partigiana (Gap) e le Brigate «Garibaldi» agirono il più delle volte con assoluto disprezzo della pur ufficialmente accettata autorità del Cln.

I preti. Perché ucciderli? La guerra ha una sua spietata logica, nella quale rientra l’uccisione del nemico. Dal momento in cui si attua quella «sospensione della moralità» che è la situazione di conflitto, l’uccisione del nemico comporta però anche la difesa dell’amico, dell’alleato, e la fine delle ostilità comporta anche la fine di quella «licenza di uccidere». La società rientra nella normalità.

Perché dunque uccidere i preti? E perché le uccisioni andarono ben oltre la fine della guerra?

Roberto Beretta si pone, e ci pone, appunto, queste domande.

Nel primo capitolo, Gli epurati, leggiamo: «Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta “prelevati” e mai più ritrovati, tal altra seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perché più l’accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto? Non so, ciascuno giudichi. In me (che la guerra non ho vissuto) ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita. Ma proprio per questo il viaggio vuol partire dagli “epurati”: ovvero dai sacerdoti uccisi per una colpa tutto sommato facile da comprendere, una collusione più o meno spinta col passato regime, che può lasciar capire (mai giustificare!) la loro eliminazione nella concitazione e tra le passioni di un contesto di guerra. Cominciamo dunque dai più “cattivi”, dai più “neri”» (p. 14).

Infatti il libro è redatto come una sorta di «catalogo» delle vittime.

Nel primo ci parla dei preti più compromessi con il fascismo, partendo proprio da quel don Tullio Calcagno (1899-1945), prima sospeso a divinis, poi addirittura scomunicato per la sua intensa attività politica di indiscutibile fede fascista, andata ben oltre il consentito dalle norme ecclesiastiche. La foto dei cadaveri di don Calcagno e dell’ex prefetto — medaglia d’oro, nonché cieco di guerra — Carlo Borsani (1917-1945), appena fucilati in piazzale Susa a Milano il 29 aprile 1945, dopo la condanna decretata da un tribunale del popolo, appare in prima di copertina, con opportuna crudezza, perché vale più di mille parole per introdurre al viaggio che Beretta propone di fare insieme a lui.

Per dieci capitoli, leggiamo episodi di cruda monotonia. Un nome, una data, una località, e poi la descrizione dell’evento, più o meno dettagliata, a seconda dei documenti esistenti, della memoria più o meno rimossa, della volontà, o meno, di parenti e amici, di ricordare l’ucciso. Leggiamo le vicende dei cappellani — due soli cappellani di milizia fascista, gli altri semplici assistenti spirituali dell’esercito —, dei «sospettati», dei «padroni» — preti ai quali si poteva imputare la colpa di essere possidenti —, dei «traditi» — preti che aiutavano i partigiani, alcuni addirittura cappellani di formazioni partigiane —; abbiamo i «dimenticati e gli insepolti», i «beatificati», fino ad arrivare ai preti «infoibati», uccisi nella terribile mattanza che vide partigiani comunisti e truppe titine «lavorare» insieme, riempiendo le cavità carsiche di migliaia di vittime, la cui colpa principale era l’italianità e l’anticomunismo.

Abbiamo parlato di episodi di «cruda monotonia» non certo perché il libro di Beretta sia monotono. Piuttosto colpisce la ripetitività di determinati atti: il prete che viene chiamato fuori casa con l’inganno — in genere, chiedendo l’assistenza per un morente —; le intimidazioni e le minacce, nel più classico stile malavitoso, contro chi può aver visto o sentito troppo; il divieto addirittura di celebrare un funerale in forma pubblica; la diffamazione postuma della vittima — con netta preferenza per le «questioni di donne» —, per rendere — come dice Beretta stesso — più «digeribile» il delitto.

Il tono volutamente dimesso con cui Beretta apre il suo lavoro potrebbe trarre in inganno il lettore più disattento. «Erano colpevoli? Non so, ciascuno giudichi», dice, come se volesse disfarsi del problema.

Ma poi pone davanti al lettore i fatti, l’unica cosa che conti laddove si voglia fare della storia e non dell’agiografia, di una parte o dell’altra. E i fatti parlano: parlano di una crudeltà cieca, non giustificata da alcuna esigenza militare, che trova nell’odio ideologico e nel fanatismo i suoi alimenti.

Un altro fatto è di estremo interesse: leggendo nelle «schede» che chiudono il libro la «Lista cronologica delle vittime» vediamo che le uccisioni continuano ben oltre il 25 aprile 1945. Fino al dicembre di quell’anno la lista è ancora lunga, così come è corposa anche la lista del 1946. Quattro uccisioni sono registrate nel 1947. L’ultimo prete ucciso per «motivi politici» è don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli, nella diocesi di San Miniato in provincia di Pisa. Verso le ore 22 di domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l’anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perché sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l’odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso.

Beretta, come si è visto, lascia parlare i fatti. Tuttavia il suo libro sarà di sicuro tacciato di «revisionismo», parola che per certa sinistra suona come infamante — ora che non è più di moda dare tout court del «fascista» all’avversario —, ma che per le persone di buon senso rappresenta l’atteggiamento che deve avere sempre lo storico, sempre pronto a riscrivere ogni riga, laddove nuovi documenti, nuove testimonianze, possano arricchire la conoscenza dei fatti. In questi ultimi anni si sono fatti passi avanti su questa strada, e il libro di Beretta rappresenta una tappa fondamentale per rileggere correttamente la nostra Storia patria. Egli stesso, nella conclusione del libro, parlando della Resistenza, mette in guardia contro i pericoli del mito e della falsificazione, che sono destinati comunque a crollare nel tempo, trascinando nella loro rovina anche quanto di buono e positivo vi fu in quel pur tragico periodo.

Roberto Beretta, sempre con la forza dei fatti e riportando anche le ricerche di altri studiosi — Norberto Bobbio (1909-2004), per citare il più illustre; e poi Claudio Pavone, Elena Aga Rossi, e altri ancora — dimostra la falsità anche di un altro assunto, fin qui ufficialmente cristallizzato come la «Verità»: le uccisioni di preti, non potendo essere negate, vengono contrabbandate come opera di pochi masnadieri, sconfessati dal Partito Comunista, che lealmente collaborava con gli altri partiti democratici per la costruzione della nuova Italia. Resta però da spiegare perché le formazioni comuniste furono le ultime a riconsegnare le armi dopo la fine delle ostilità; resta da spiegare perché la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, all’epoca paesi di stretta osservanza moscovita, furono generoso rifugio di quei «pochi masnadieri». Restano da spiegare tante cose, fra le quali il clima di terrore che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo rosso» o «Triangolo della morte», fra Emilia e Romagna, in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi — che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà —, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch’esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945» (e oltre), di cui è tornato a occuparsi recentemente e con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa. I «pochi masnadieri» in realtà non furono pochi, di certo per la massa di «lavoro» che riuscirono a sbrigare e per essere «pochi» furono anche molto ben organizzati.


Roberto Beretta, Storia dei preti uccisi dai partigiani, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2005, pp. 320.