martedì 31 gennaio 2012

Le Barroux: non siamo più grandi dei nostri Padri

Da Romualdica:
[L’ultimo numero della rivista internazionale 30Giorni dedica un reportage di quindici pagine (anno XXIX, n. 11, dicembre 2011, pp. 31-45) ‒ a firma di Giovanni Ricciardi, e con un ampio servizio fotografico di Massimo Quattrucci ‒ all’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux, che trascriviamo integralmente]


«La liturgia tradizionale è più ricca di segni che ci ricordano da dove proviene la fede, e ci insegna che noi non siamo più grandi dei nostri Padri, ma trasmettiamo solamente ciò che abbiamo ricevuto».

A Le Barroux, vicino Avignone, da quarant’anni la comunità benedettina fondata da dom Gérard Calvet fiorisce nel segno della stretta osservanza della Regola e dell’amore all’antica tradizione liturgica della Chiesa

Dalle finestre del monastero di Le Barroux il cielo di Provenza è una bandiera celeste tesa al vento. Il mistral lo batte a volte con violenza: in certe giornate d’inverno sulle montagne vicine può soffiare fino a trecento chilometri all’ora. Gli ulivi e le vigne non sembrano soffrirne, ma la vegetazione è per lo più bassa, macchia mediterranea, si direbbe, a parte i cipressi, messi ad arte a ricordare che da queste mura si guarda verso l’alto. Sotto il cielo, come un cono regolare, si erge la massa scura del Mont Ventoux. È qui che il Venerdì Santo del 1336 Francesco Petrarca compì col fratello Gherardo la sua celebre “ascesa”, descritta in una lettera all’amico agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro, che lo aveva iniziato alla lettura delle Confessioni. Al termine della scalata, il poeta lesse a caso al fratello un passo del libro X, in cui Agostino scrive: «Vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, le grandi onde del mare e le vaste correnti dei fiumi, il circolo dell’oceano e le orbite degli astri, e non si curano di sé stessi».

Petrarca, nella sua continua lotta fra l’amore delle cose terrene e la nostalgia di quelle del cielo, invidiava a Gherardo, che era frate, quel distacco, quella libertà che gli aveva permesso di salire in cima al monte rapido e leggero, senza il peso che tratteneva in basso il poeta.
Una storia di fedeltà alla Tradizione

Proprio qui, quaranta anni fa, il 22 agosto del 1970, un altro Gherardo, per l’esattezza Gérard Calvet, benedettino francese, giungeva in sella a un motorino, con il suo corredo nel portapacchi, la benedizione dell’abate del monastero da cui proveniva, e si stabiliva nella piccola cappella di Bédoin, consacrata a santa Maria Maddalena. Negli anni turbolenti del postconcilio, desiderava unicamente continuare la sua vita monastica senza dover sottostare a quegli “esperimenti” di rinnovamento dottrinale o liturgico che gli sembravano molto più poveri rispetto alla ricchezza «antica e sempre nuova» della tradizione: preghiera, silenzio, lavoro manuale, funzioni in latino, liturgia tradizionale.

Una scelta di solitudine, la sua, che durò pochissimo. Tre giorni dopo il suo arrivo, a Bédoin si presentò un giovane per chiedere di essere accolto come novizio. Dom Gérard, sorpreso e incerto sul da farsi, rispose che non avrebbe saputo come accoglierlo, ma l’insistenza dell’altro ebbe la meglio. In capo a otto anni si costituì una comunità di 11 monaci: la cappellina, col suo piccolo priorato in rovina, prontamente restaurato, divenne perciò troppo angusta per il nuovo cenobio. Ma la crescita della fondazione, favorita dall’abate di dom Gérard, andava avanti.

L’attaccamento alla liturgia tradizionale in quegli anni si coniugò con una naturale simpatia per le posizioni di monsignor Lefebvre, che nel luglio del 1974 procedette a celebrare le prime ordinazioni dei monaci. Questo fatto suscitò la reazione dell’abate che inizialmente aveva favorito la scelta di dom Gérard, ma che in quel momento gli ordinò di chiudere la sua esperienza monastica. La comunità fu esclusa perciò dalla Congregazione dei Benedettini di Subiaco.

Di fronte a questo aut aut, dom Gérard scelse la via spinosa di continuare la fondazione, addolorato per lo strappo, ma persuaso in cuor suo che l’amore alla secolare tradizione liturgica della Chiesa non potesse trovarsi in contrasto col cuore della fede, con la fedeltà al Papa, e che Dio avrebbe trovato una via per risolvere una situazione canonica divenuta irregolare. Nel 1980 fu dato l’addio a Bédoin e venne posta la prima pietra del nuovo monastero, nel comune di Le Barroux, tra il Mont Ventoux e le “Dentelles” di Montmirail, una costruzione in stile neoromanico, nuda ed essenziale, che fu completata in poco più di un decennio.

Nel frattempo, la frattura tra Lefebvre e la Chiesa si approfondiva, benché dom Gérard continuasse a sperare in una ricomposizione. E così, quando nel 1988 Giovanni Paolo II con il motu proprio Ecclesia Dei venne incontro alle richieste dei cattolici “tradizionalisti”, concedendo loro, sia pure a certe condizioni, di celebrare secondo il rito preconciliare, per il monastero di Le Barroux fu un giorno di festa. Ai suoi monaci dom Gérard aveva sempre detto che se non avessero sofferto per la situazione canonicamente irrisolta del monastero, voleva dire che non amavano davvero la Chiesa. E allorché monsignor Lefebvre, non fidandosi delle offerte di Roma, procedette in quello stesso anno a ordinare alcuni vescovi senza il consenso del Papa, inaugurando di fatto lo scisma, il monastero scelse senza tentennamenti la fedeltà a Roma e la rottura col movimento dell’arcivescovo francese. Dom Gérard pagò quest’attaccamento alla Chiesa vedendosi rifiutato dalla fondazione monastica che nel frattempo Le Barroux aveva avviato in Brasile, la quale preferì restare fedele alla “linea dura” di Lefebvre.

L’anno seguente, il 2 ottobre del 1989, il cardinal Gagnon, accompagnato dal vescovo di Avignone, consacrò solennemente la chiesa del monastero appena terminata. Con questo gesto pubblico, si rendeva visibile la piena unità dell’esperienza di Le Barroux con la Chiesa cattolica.

La vita quotidiana

Nella luce della campagna provenzale oggi il monastero sembra vivere una vita lontana dai fragori delle lotte ecclesiali e delle cronache di quegli anni. Le sue campane accompagnano la vita di un paese che nei primi tempi aveva accolto con diffidenza e sospetto i nuovi venuti. I monaci si alzano nel cuore della notte per recitare in coro il Mattutino, precedono l’alba nelle loro celle per meditare la Scrittura e i testi dei Padri, si ritrovano alle sei nella chiesa del monastero per il canto delle Lodi, poi quelli che tra loro hanno ricevuto l’ordine sacro celebrano agli altari laterali la messa “letta” in latino secondo il Messale romano promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII. Qualche fedele entra sfidando il freddo del mattino e s’inginocchia per seguire la celebrazione nel più assoluto silenzio. Poi, tutti si avviano alle opere della giornata.

Il monastero è praticamente autosufficiente. I 52 monaci (alcuni dei quali molto giovani, l’età media è di 46 anni) che oggi costituiscono la comunità (più altri 13 che ne hanno fondata una nuova nel sud-ovest della Francia) vivono unicamente del proprio lavoro, secondo la tradizione benedettina. La terra del monastero produce olio e vino, una panetteria assicura il fabbisogno della comunità e vende biscotti, baguette e dolci alla gente del posto o ai turisti. Da qualche anno il monastero ha aperto anche un frantoio che offre alla comunità rurale il servizio di molitura delle olive, usando due mole di pietra fatte venire appositamente dalla Toscana e mosse da macchine moderne. Anche la tipografia lavora a pieno regime, non solo per stampare i messali con il rito romano tradizionale, ma anche per soddisfare alle esigenze della piccola casa editrice fondata da dom Gérard. La preghiera del Benedicite apre i pasti, vegetariani e consumati in silenzio, con gli ospiti al centro del refettorio, accolti solennemente dall’abate che li saluta lavando loro le mani in segno di accoglienza. Un’accoglienza che prevede anche un ricovero notturno per chi da queste parti non ha un tetto sotto il quale dormire. Nel tempo del pranzo o della cena un monaco legge una lettura spirituale o a volte anche un testo di storia o di carattere più genericamente culturale.

Non siamo più grandi dei nostri Padri

«La liturgia tradizionale è più ricca di segni che ci ricordano da dove proviene la fede, e ci insegna che noi non siamo più grandi dei nostri Padri, ma trasmettiamo solamente ciò che abbiamo ricevuto». Non c’è polemica nelle parole del padre abate Louis-Marie, amico e discepolo di dom Gérard, che gli lasciò il pastorale della comunità nel 2003 dimettendosi cinque anni prima della propria morte. Del resto, l’esperienza della bellezza che proviene da quella liturgia non è esclusivo appannaggio di questo monastero. Altri cenobi adottano oggi in Francia questa forma di preghiera. Spiega ancora l’abate: «Nella Francia secolarizzata, mi disse una volta un vescovo ucraino, sembra di vedere un grande deserto spirituale, ma in questo deserto ci sono delle oasi molto belle». Non soltanto a Le Barroux. Qualcosa si muove, senza più la rigidità degli schemi di vent’anni fa. Il rapporto tra il monastero e la diocesi di Avignone, in cui si trova la fondazione di dom Gérard, non è più teso come un tempo. Il padre abate va ogni anno a concelebrare col vescovo la messa crismale del Giovedì Santo, e molti sacerdoti della diocesi si sono aperti a questa esperienza monastica favorendo dei ponti di comunicazione con la Chiesa francese. Più in generale, ci dice padre Louis-Marie, «la gente sembra attratta qui non solo ed esclusivamente perché vi si celebra secondo il rito romano anteriore al Concilio, ma semplicemente per la bellezza della preghiera monastica, per il canto gregoriano che qui viene eseguito, perché qui la preghiera è vissuta e sentita nella profondità del silenzio, rivolti a Dio».

Ogni anno un centinaio di sacerdoti provenienti per lo più dalla Francia, dall’Italia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dall’Olanda, trascorrono a Le Barroux alcuni giorni di ritiro, per parlare coi monaci o per imparare a celebrare la messa secondo l’antico rituale. Il monastero conta circa trecento oblati fra sacerdoti, laici e famiglie che fanno riferimento alla spiritualità benedettina.

Le vocazioni che arrivano a Le Barroux, oggi al ritmo di due o tre all’anno, hanno origini le più disparate. C’è un giovane monaco che proviene dalla carriera militare, un altro che era ingegnere in Cina e ha conosciuto Le Barroux attraverso il sito internet del monastero, un terzo che ha chiesto il battesimo a vent’anni a un prete di Marsiglia e ha poi tentato la via della vocazione in un ordine religioso che però gli era apparso poco “esigente”. E allora quello stesso prete lo ha portato qui «perché uno degli aspetti che attirano le persone in un posto come questo», spiega l’abate, «è una scelta libera di radicalità evangelica». Libero e radicale sono i due aggettivi che risuonano di più fra queste mura. Alcuni lefebvriani, non molti per la verità, si accostano all’esperienza di Le Barroux come a un ponte per un ritorno alla piena comunione con la Chiesa, ma anche perché, osserva l’abate, «nella Fraternità San Pio X sentono di respirare a volte un’aria pesante, caratterizzata da ciò che secondo loro si potrebbe chiamare un certo autoritarismo clericale».

È come se qui si componesse un equilibrio diverso, non fondato sul compromesso, né sulla contrapposizione con altre realtà ecclesiali, ma semplicemente sul ritorno alla Regola di san Benedetto come via per avvicinare il cuore della vita cristiana. «In questi anni», aggiunge il padre abate, «abbiamo potuto constatare che i monasteri che si sono presi la briga di innovare e di rivoluzionare le forme della vita religiosa sono oggi quelli che hanno meno vocazioni in Francia. Io credo che oltre al dinamismo e alla vitalità che vedono in questa comunità giovane, un dono che abbiamo ereditato dal nostro fondatore, i giovani siano attratti a Le Barroux proprio dalla radicalità della scelta per Dio, oltre che dalla bellezza della liturgia che si celebra qui. Ma non è tutto, in fondo non è questo l’essenziale. Io stesso quando sono arrivato qui, e mi sono innamorato di questo luogo, a partire dal suono delle campane, fino alla cura con cui è celebrato l’Ufficio divino, mi sono subito reso conto che la vita monastica altro non è che un olocausto, un’offerta totale di sé a Dio».

A sera, il suono delle campane richiama tutti al Vespro, il momento forse più intimo e insieme solenne della liturgia comunitaria. Mentre la voce della preghiera si diffonde nell’ora del crepuscolo, e l’ombra del crocifisso sopra l’altare si allunga sulla parete di pietra nuda dell’abside, tutto appare improvvisamente più chiaro. E si intendono le parole con cui l’abate conclude questa sua riflessione sul fascino che esercita questo luogo: «Le cose che ho detto sono reali, ma secondarie. L’attrattiva ultima di una vocazione è semplicemente il buon Dio. È per questo che la vocazione, ogni vocazione resta fondamentalmente un mistero».

Gruppo Stabile costituito a Sasso Marconi (Bo)

Sasso Marconi (Bologna) si è costituito il 25 gennaio scorso Un Gruppo Stabile ai sensi del Motu Proprio S.P. denominato "BENEDICTO XVI".
Ad oggi il gruppo conta già 32 iscritti, con la benedizione del Parroco di San Lorenzo.


Chiunque della zona bolognese interessato si metta pure in contatto con Michel Upmann (direttore.ufficiostampa@live.it).

Intervista, dalla Germania, al Professor de Mattei

La Chiesa deve ritrovare lo spirito della ‘Ecclesia militans’

Roberto de Mattei e la "Storia mai scritta" del Concilio Vaticano II. Le radici della crisi della fede.
Il Rito Gregoriano – la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista.
Di Armin Schwibach




Roma (kath.net/as) Lo storico romano e pubblicista Roberto de Mattei, nato nel 1948, è un eminente intellettuale cattolico italiano. De Mattei insegna Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, dove è coordinatore della Facoltà di Scienze Storiche. È Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e membro dei Consigli direttivi dell’Istituto Storico per l’Età moderna e contemporanea e della Società Geografica Italiana. Collabora inoltre con il Pontificio Comitato di Scienze Storiche e ha ricevuto dalla Santa Sede l’insegna dell’ordine di San Gregorio Magno, come riconoscimento del suo servizio alla Chiesa.Nel 2010 de Mattei ha pubblicato una grande ricerca storica incentrata sul Concilio Vaticano II (“Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta“, Edizioni Lindau) recentemente tradotta anche in lingua tedesca („Das Zweite Vatikanische Konzil – eine bislang ungeschriebene Geschichte“, 2011, Edition Kirchliche Umschau). L’opera offre “il contributo non del teologo, ma dello storico, attraverso una rigorosa ricostruzione dell’evento, delle sue radici e delle sue conseguenze, basata soprattutto su documenti di archivio, diari, corrispondenze e testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti”. Benché si tratti di un’opera di grande spessore scientifico, il libro riesce a coinvolgere il lettore non senza provocare una certa tensione: risulta difficile sottrarsi al fascino di questa “storia non scritta”.
Roberto de Mattei è uno di quegli intellettuali cattolici legati alla Tradizione, senza per questo poter essere etichettato e quindi messo in un “angolo ideologico” apparentemente ben definito. Pensatori come de Mattei necessitano della fondazione di un nuovo concetto in grado di riassumere nel modo migliore i molteplici sviluppi degli ultimi anni all’interno della Chiesa: de Mattei è un “tradizionista”, non un tradizionalista. Attingendo al grande respiro della tradizione e con un profondo legame alla Sede Apostolica e al Pontefice, lo storico non esita a parlare in modo chiaro ed inequivocabile quando si tratta di affrontare con schiettezza l’attuale crisi della Chiesa. Come per Benedetto XVI questa crisi è per lui una crisi della fede, determinata dall’eclissi di Dio nella cultura contemporanea, che lo storico affronta con la sua scienza con l’intento di indicare una via, di porre pietre angolari per il cammino verso una vera riforma.
Nel corso di un lungo colloquio, Roberto de Mattei ha spiegato le sue intenzioni di base ed indicato nuove prospettive per il futuro.
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Professore, perché un libro sul Concilio Vaticano II? È Sua intenzione riscrivere la storia del concilio o intende semplicemente raccontarla in modo diverso? Quale è il metodo da Lei usato? Perché si tratta di “storia non scritta”? In che cosa consiste, invece, per Lei la “storia scritta”?
de Mattei: Perché una storia mai scritta? Perché l'unica storia fin qui scritta, o meglio fin qui pubblicizzata, fino al punto di presentarla come la storia per eccellenza, sono i cinque volumi curati dal prof. Giuseppe Alberigo - discepolo di don Giuseppe Dossetti - che raccolgono i contributi della cosiddetta “Scuola di Bologna”. L'opera di Alberigo è tendenziosa perché presenta il Concilio come l'alba di un'epoca nuova della Chiesa, la purificazione della Chiesa dal passato, la sua liberazione dalla Tradizione. Contro questa storia tendenziosa non basta affermare – come spesso si limitano a fare le gerarchie ecclesiastiche – che i documenti del Concilio devono essere letti in continuità e non in rottura con la Tradizione.
Quando nel 1619 Paolo Sarpi scrisse una storia eterodossa del Concilio di Trento, non gli furono contrapposte le formule dogmatiche di Trento, ma gli fu opposta una storia diversa, la celebre “Storia del Concilio di Trento” scritta per ordine del Papa Innocenzo X, dal cardinale Pietro Sforza Pallavicino (1656-1657): la storia infatti si combatte con la storia, non con la teologia. Con il mio libro spero di avere aperto la strada per “riscrivere” in maniera vera e oggettiva quanto è accaduto, non solo nei tre anni in cui si svolse il Concilio Vaticano II, dall'11 ottobre 1962 all'8 dicembre 1965, ma negli anni che lo precedettero e in quelli che ad esso immediatamente seguirono, l'epoca del cosiddetto “postconcilio”.

Quali sono stati i risultati principali del concilio dal punto di vista teologico, dottrinale e di vita della fede? Come sono cambiati lo stile e la proposta dell’annuncio cristiano?
de Mattei: Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II, affermò che esso era un Concilio pastorale e non dogmatico, perché si proponeva di presentare con un nuovo linguaggio pastorale l’immutabile dottrina della Chiesa cattolica. L'esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede. Il fine era dunque pratico ed è dai risultati pratici che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci ed adeguati. I fatti purtroppo ci dicono che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso. Da qui nasce il cosiddetto problema ermeneutico: qualcosa “è andato storto”.
Concilio “tradito” (da Paolo VI), come ritiene la scuola di Bologna? Concilio “male applicato” come ritengono molti conservatori? O Concilio che nel linguaggio che aveva adottato ebbe la causa del suo fallimento, come ritiene una corrente di pensiero che qualcuno ha definito “romana”, non tanto in contrapposizione a quella di Bologna, quanto per il suo attaccamento alla Sede Romana. Io appartengo a questa scuola e penso che il cambiamento dello stile e della proposta dell’annuncio cristiano, nel senso di un adattamento alla cultura del XX secolo, non abbiano giovato alla Chiesa che avrebbe, al contrario, dovuto “sfidare” il mondo, senza timori e complessi.

Da quando il Santo Padre Benedetto XVI, nella sua allocuzione in occasione della presentazione degli auguri natalizi il 22 dicembre 2005, ha parlato dell’opposizione tra una “ermeneutica della riforma” ed una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, questi due concetti determinano la discussione sul concilio e sulle sue conseguenze. Un problema per la “ermeneutica della riforma” consiste nella distinzione tra l’”evento” del concilio – insieme alla storia che lo precede – e la “produzione” del concilio. Può esistere una dicotomia tra gli insegnamenti e le dottrine del concilio e i fatti che li hanno generati? Se tale distinzione non è lecita, quali sono le conseguenze?
de Mattei: E’ lecito distinguere, ma non separare, i due aspetti del Concilio, i documenti dottrinali e l’evento. Sui primi si pronunciano i teologi, sul secondo gli storici . Il fine ultimo è il medesimo, ma il metodo di indagine si applica, nel caso della storia alle verità di fatto, nel caso della teologia alle verità di fede. La fede deve illuminare i passi dello storico, soprattutto quando oggetto della sua indagine è la Chiesa, ma le questioni che lo storico deve porre e le risposte che deve dare non sono quelle del teologo né del Pastore. La pretesa di valutare un lavoro storico con categorie attinenti ad altre discipline costituisce dunque non solo un errore epistemologico ma anche, sul piano morale, un giudizio temerario, conseguente a un “a priori” ideologico.
Mi è stato rimproverato di trascurare i documenti del Concilio o di interpretarli in chiave di discontinuità con la Tradizione della Chiesa. Ma l'interpretazione dei documenti del Concilio spetta ai teologi e al Magistero della Chiesa. Ciò che io ricostruisco è il contesto storico in cui quei documenti videro la luce. E dico che il contesto storico, l'evento, ebbe un influsso nella storia della Chiesa non minore del Magistero conciliare e postconciliare: si pose esso stesso come Magistero parallelo, condizionando gli eventi.
Sono convinto dunque che sul piano storico il post-Concilio non si può spiegare senza il Concilio, così come il Concilio non si può spiegare senza il pre-Concilio, perché nella storia ogni effetto ha una causa e ciò che avviene si inquadra in un processo, che spesso è addirittura plurisecolare e tocca non solo il campo delle idee, ma quello della mentalità e dei costumi.

A nessuno dovrebbe essere sfuggito che la Chiesa negli ultimi 50 anni vive un tempo drammatico di crisi. Secondo Lei, quali sono le cause di questa crisi? Il concilio può essere considerato “causa principale” dell’obnubilamento della fede cattolica?
de Mattei: La crisi esiste ed è, a mio parere, più profonda di quanto si possa immaginare, ma il Concilio non può essere considerato come la sua unica causa. I mali della Chiesa precedono il Concilio, lo accompagnano e, naturalmente, lo seguono. Questi mali in Concilio non sono nati, ma esplosi.
Non a caso il mio libro non si apre con la data di inizio del Concilio Vaticano II ma col modernismo e con l’analisi degli errori teologici e intellettuali affiorati nei pontificati compresi tra quello di Pio X e Pio XII. Il modernismo, duramente colpito e combattuto da san Pio X, dopo essere apparentemente scomparso, è pian piano riemerso nella storia della Chiesa, e con sempre maggiore prepotenza, fino a sfociare nel Concilio Vaticano II.
La pretesa di rimuovere dal Concilio ogni responsabilità della crisi presente, per addossarla solo a una cattiva lettura dei suoi documenti mi sembra un'operazione intellettuale che va contro la storia e che non rende neppure un buon servizio alla Chiesa. Chi sarebbe responsabile infatti di questa cattiva interpretazione dei documenti se non i Papi successivi al Concilio che l'hanno permessa?

Un punto nodale della discussione sul concilio può essere individuato nella definizione di “Tradizione”. A Suo avviso qual è il rapporto tra Magistero e Tradizione?
de Mattei: Benedetto XVI, nel recente documento “Verbum Domini”, ha definito la Tradizione, assieme alla Scrittura, “suprema regola della fede”. Nella Chiesa infatti, la “regola della fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, in ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio. Essa è infallibilmente insegnata dal Papa e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l'assistenza dello Spirito Santo.
Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a determinate condizioni. La Tradizione, infatti è sempre divinamente assistita; il Magistero lo è solo quando si esprime in modo straordinario, o quando, in forma ordinaria, insegna con continuità nel tempo una verità di fede e di morale.
Il fatto che il Magistero ordinario non possa insegnare costantemente una verità contraria alla fede, non esclude che questo stesso Magistero possa cadere per accidens in errore, quando l’insegnamento è circoscritto nello spazio e nel tempo e non si esprime in maniera straordinaria. L’”ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto XVI non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai si interrompe.
Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato.

La lettura del Suo libro suggerisce di non sottovalutare il ruolo di Paolo VI durante il concilio e nel tempo seguente. Contro le diverse rappresentazioni che distorcono l’immagine del Papa, Lei rende visibile un Papa, che agisce in modo tutt’altro che esitante, ma che è assolutamente deciso nella consapevolezza dei suoi scopi. Questo vale soprattutto per l’influsso che il Pontefice aveva sulla riforma liturgica postconciliare.
Come valuta questo “autoritarismo” di fronte al “liberalismo” presente nel pensiero e operato di Paolo VI?
de Mattei: Questa apparente contraddizione non deve meravigliare. Nella storia della Chiesa incontriamo spesso Papi intransigenti nelle idee, ma miti nel temperamento, come il Beato Pio IX o san Pio X (“fortiter in re, suaviter in modo” era il suo motto) e altri più flessibili nella dottrina, ma più autoritari nel carattere, come Clemente XIV, il Papa che nel 1773 soppresse i gesuiti.
Quel che è certo è che, per quanto riguarda, ad esempio, la riforma liturgica, mons. Annibale Bugnini non fu l' “artefice” di essa, al contrario di quanto molti pensano, ma un fedele esecutore delle direttive di Papa Montini. Il segretario personale di mons. Bugnini, padre Gottardo Pasqualetti, mi confermò personalmente che quasi ogni giorno Paolo VI incontrava Bugnini per concordare con lui i passi, in avanti o indietro, da percorrere per realizzare la Riforma. A mio parere una seria biografia di Paolo VI è ancora da scrivere.

Il concilio e il comunismo: come giudica la mancata condanna del comunismo da parte del concilio? Quali sono state le conseguenze, innanzitutto in vista della rivoluzione culturale del 68? Si può parlare di un cambio di paradigma nella posizione della Chiesa e del suo magistero?
de Mattei: La mancata condanna del comunismo da parte di un Concilio che si proponeva di occuparsi del problemi del mondo a lui contemporaneo mi sembra un'omissione imperdonabile. La costituzione conciliare “Gaudium et spes” cercava il dialogo con il mondo moderno, nella convinzione che l’itinerario da esso percorso, dall’umanesimo e dal protestantesimo, fino alla Rivoluzione francese e al marxismo, fosse un processo irreversibile. La modernità era in realtà alla vigilia di una crisi profonda, che avrebbe manifestato i suoi primi sintomi, di lì a pochi anni, nella Rivoluzione del ’68.
I Padri conciliari avrebbero dovuto compiere un gesto profetico sfidando la modernità piuttosto che abbracciarne il corpo in decomposizione, come purtroppo avvenne. Ma oggi dobbiamo chiederci: erano profeti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna o chi riteneva, come gli artefici dell’Ostpolitik, che col comunismo occorreva trovare un accordo, un compromesso, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell’umanità e sarebbe sopravvissuto uno o due secoli almeno, migliorando il mondo?

Nonostante un “atto di liberazione” negli ultimi anni – reso possibile in particolare dalle potenzialità di networking comunicativo attraverso internet, del quale anche Lei si serve in misura ampia – si può constatare quanto la parte “conservatrice” sia incapace di una resistenza organizzata e comune: una mancanza di “volontà di lotta” che Lei spesso sottolinea e che perdura sino ai giorni di oggi.
Quali sono, secondo Lei, le cause di questa situazione? Perché sembra essere così difficile contrastare il modernismo su un piano razionale, filosofico e teologico?
de Mattei: A mio avviso la causa principale della sconfitta dei conservatori, e la radice della debolezza della Chiesa contemporanea, sta nella perdita di quella visione teologica, caratteristica del pensiero cristiano, che interpreta la storia come lotta incessante, fino alla fine dei tempi, tra le due città agostiniane: quella di Dio e quella di Satana.
Quando, il 12 ottobre 1963, mons. Frani?, vescovo croato di Spalato, propose che, nello schema “De Ecclesia”, al nuovo titolo di Chiesa “pellegrinante” fosse aggiunta la denominazione tradizionale di “militante”, la sua proposta fu rifiutata. L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini.
La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, dialogante e inserita nella Storia. In realtà la Chiesa che soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro tempo.

Infine, una domanda sulla liturgia. L’arcivescovo di Colombo, Sua Eminenza Albert Malcolm Card. Ranjith, ha detto recentemente: Il simbolismo liturgico ci aiuta a superare ciò che è umano verso ciò che è divino. In questo, è mia ferma convinzione che il Vetus Ordo rappresenti in larga misura e nel modo più appagante - mistico e trascendente - ad un incontro con Dio nella liturgia. Per questo ora è arrivato il tempo per noi non solo di rinnovare, attraverso cambiamenti radicali, il contenuto della liturgia nuova, ma anche per incoraggiare sempre più un ritorno del Vetus Ordo, inteso come il modo per un vero rinnovamento della Chiesa, che era ciò che i Padri Conciliari seduti nel Concilio Vaticano II desideravano. Quindi è giunto il momento per noi di essere coraggiosi e lavorare per una vera riforma della riforma e anche un ritorno alla vera liturgia della Chiesa, che si era sviluppata sulla sua bimillenaria storia in un flusso continuo. Auguro e prego che ciò possa accadere” (Lettera del 24 agosto 2011 ai partecipanti della XX Assemblea Generale della “Foederatio Internationalis Una Voce”, 5 – 6 novembre 2011, Roma).
Non c’è rinnovamento della Chiesa senza un vero rinnovamento liturgico. In che cosa consiste, secondo Lei, il significato della liturgia nella forma straordinaria del Rito Romano che dal motu proprio “Summorum Pontificum” gode di nuovo del pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa? Si tratta veramente “di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito” (Benedetto XVI, Lettera in occasione della pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”, 7 luglio 2007) o si deve considerare la “forma” oggi “ordinaria” come “passaggio” di quel ritorno alle origini nelle quali risiede il vero futuro?
Unico è certamente il Santo Sacrificio, ma il “Novus ordo” di Paolo VI è, mi sembra, profondamente diverso, nello spirito e nella forma, dal Rito romano antico. In quest'ultimo Rito io vedo non il passato, ma il futuro della Chiesa. La liturgia tradizionale costituisce infatti la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista, che ci aggredisce.
Benedetto XVI ha restituito a piena cittadinanza al Rito romano antico. Sono certo che esso conoscerà nella Chiesa e nella società nuovo sviluppo e nuovo splendore. La “Riforma della Riforma” di cui si parla ha senso e valore solo in quanto “transizione” del “novus ordo” verso il rito tradizionale, e non in quanto pretesto per l’abbandono di quest'ultimo, che deve essere mantenuto nella sua integrità e purezza.
Il problema di fondo tuttavia mi sembra quello di recuperare una visione teologica ed ecclesiologica fondata sulla dimensione del trascendente e del sacro. Ciò significa che è necessario riconquistare i principi fondamentali della teologia cattolica, a cominciare da un’esatta concezione del santo Sacrificio della Messa.
È necessario inoltre che l’idea di sacrificio permei la società nella forma, oggi quanto mai abbandonata, di spirito di sacrificio e di penitenza. Questa, e non altra, è l’ "esperienza di sacro” di cui la nostra società ha urgente bisogno. Senza di essa è difficile immaginare un ritorno alla Liturgia autentica che abbia al suo centro l’adorazione dovuta all’unico vero Dio.

Fonte: http://www.kath.net/detail.php?id=34833

C'è bisogno di una "Fraternità di San Giovanni Bosco" per ri-portare i giovani a Cristo

Ci sono vari ordini religiosi legati alla “Messa in latino”, appartenenti a varie spiritualità: benedettina, francescana, carmelitana, domenicana, ecc. Si sente molto la mancanza di un ordine religioso tradizionale legato al carisma di Don Bosco.
Molti ragazzini mi fanno tanta pena, poiché non conoscono quasi nulla della Religione Cattolica, non sanno nemmeno recitare le principali preghiere. La colpa non è tanto loro, ma piuttosto di coloro che hanno la responsabilità della loro educazione. Poverini, mi sembrano abbandonati a se stessi e ai vizi. Se un essere umano si allontana da Dio, incomincia a vivere come una bestia, ossia solo per mangiare, dormire e soddisfare i piaceri della carne.
Per evangelizzare la gioventù ci sarebbe bisogno di una legione di preti come Don Bosco. Quanti ragazzini verrebbero salvati dal materialismo e dall'ateismo pratico! C'è da sperare che il Signore faccia sorgere una “Fraternità San Giovanni Bosco” che coniughi la spiritualità salesiana con la liturgia tradizionale. Per portare i giovani a Cristo servono lezioni di Catechismo fatte seriamente, una liturgia celebrata decorosamente, uno stile di vita coerente ed edificante, la preghiera e lo spirito di sacrificio e di penitenza. Altro che la Messa col prete mascherato da clown!
Ma noi poveri fedeli laici, che altro possiamo fare se non pregare il Padrone della messe affinché susciti qualcuno che costituisca questa nuova milizia? Chissà se prima di morire avremo la gioia di veder nascere un nuovo ordine religioso di questo stampo.




tratto da Cordialiter

lunedì 30 gennaio 2012

SPECIALE: protesta dei cattolici contro lo spettacolo blasfemo di Castellucci.

- Richiesta di archiviazione della denuncia per vilipendio alla religione dell'Avv. Guerini - atto di opposizione (giugno 2012)

- Un bilancio complessivo;

- Cronaca della manifestazione di Sabato 28 gennaio

- Programma della manifestazione di protesta a Milano;

- Elenco SS. Messe e SS. Rosarii in riparazione;

-a Radio3 Rai offese ai cattolici che protestano e attacchi alla Santa Sede http://blog.messainlatino.it/2012/01/radio3-linsulto-di-pochi-minuti-fa-su.html?m=1

Padre Lombardi spiega lettera della S. Sede contro lo spettacolo blasfemo. E rincara la dose;

- Risposta della S. Sede alla lettera di p. Cavalcoli O.P.: "Il Papa auspica che i Cristiani reagiscano fermamente e compostamente";

- Rassegna Stampa sullo spettacolo blasfemo e sulla lettera della S. Sede;

- Un altro Vescovo contro lo spettacolo. Mons. Negri: "La Chiesa non può tacere!";

- Il teologo domenicano p. Cavalcoli scrive al regista;

- Il teologo domenicano p. Cavalcoli replica ad un articolo fazioso di LaRepubblica;

- Comunicato Ufficiale dell'Arcidiocesi di Milano. Finalmente le parole del Card. Scola

- Il Vescovo di Vigevano (Mons. Di Mauro) contro lo spettacolo: "Perversa bestemmia!";

- RaiVaticano si unisce alla protesta contro lo spettacolo blasfemo di Milano;

- Preghiera al Sacro Volto;

- Toccante preghiera al Volto di Gesù dei ragazzi della Comunità di S. Patrignano che parteciperanno al S. Rosario il 28 gennaio 2012;

- Ottimi e saggi consigli di Agnoli ai giovani che parteciperanno alla manifestazione pacifica di Milano contro lo spettacolo blasfemo;

- Sacerdote dei Frati F.I. scrive al Card. Scola, Arcivescovo di Milano;

- Mons. Sanna si spiega meglio e condanna lo spettacolo;

- Un Vescovo, Mons. Sanna fa un discorso ambiguo... ;

- 09 gennaio 2012: Denuncia alle Procure di Bergamo e Milano per vilipendio alla religione; (04 giugno 2012: richiesta di archiviazione e opposizione)

- La Curia Ambrosiana: "Non giudichiamo prima di vedere lo spettacolo".

- Articolo del Corriere della Sera (07.01.2012) sulla mobilitazione dei Cattolici;

- RiscossaCristiana: "Ecco perchè è necessario protestare!";

- Video del Prof. de Mattei: chiare parole di condanna e invito ragionato alla protesta pacifica;

- Comunicato di Castellucci in risposta alla protesta;

- Video della scena blasfema.

Motu proprio e altari: il Vescovo di Albenga-Imperia rimprovera duramente e con parole severe alcuni suoi sacerdoti.

S.E. Rev.ma Mons. MARIO OLIVERI , AI SACERDOTI AI DIACONI
Lettera sul Motu Proprio "Summorum Pontificum" del Papa Benedetto XVI
Sulla celebrazione della Santa Messa


Cari Sacerdoti e Diaconi,

è con molta amarezza d'animo che ho dovuto constatare che non pochi di Voi hanno assunto ed espresso una non giusta attitudine di mente e di cuore nei confronti della possibilità, data ai fedeli dal Motu Proprio "Summorum Pontificum" del Papa Benedetto XVI, di avere la celebrazione della Santa Messa "in forma straordinaria", secondo il Messale del beato Giovanni XXIII, promulgato nel 1962.

Nella "Tre Giorni del Clero" del settembre 2007, ho indicato con forza e chiarezza quale sia il valore ed il vero senso del Motu Proprio, come si debba interpretare e come si debba accogliere, con la mente cioè aperta al contenuto magisteriale del Documento e con la volontà pronta ad una convinta obbedienza. La presa di posizione del Vescovo non mancava della sua pacata autorevolezza, avvalorata dalla sua piena concordanza con un atto solenne del Sommo Pontefice. La presa di posizione del Vescovo era fondata dalla ragionevolezza del suo argomentare teologico sulla natura della Divina Liturgia, sulla immutabilità della sostanza nei suoi contenuti soprannaturali, ed era altresì fondata su rilievi di ordine pratico, concreto, di buon senso ecclesiale.

Le reazioni negative al Motu Proprio ed alle indicazioni teologiche e pratiche del Vescovo sono quasi sempre di carattere emotivo e dettate da superficiale ragionamento teologico, cioè da una visione "teologica" piuttosto povera e miope, che non parte e che non raggiunge la vera natura delle cose che riguardano la fede e l'operare sacramentale della Chiesa, che non si nutre della perenne Tradizione della Chiesa, che guarda invece ad aspetti marginali o per lo meno incompleti delle questioni. Non senza ragione, avevo, nella Tre Giorni citata, fatto precedere alle indicazioni operative ed ai principi guida di azione una esposizione dottrinale sulla "Immutabile Natura della Liturgia".

Ho saputo che in alcune zone, da parte di diversi Sacerdoti e Parroci, vi è stata anche la manifestazione quasi di irrisione verso fedeli che hanno chiesto di avvalersi della facoltà, anzi del diritto, di avere la celebrazione della Santa Messa in forma straordinaria; e pure espressione di disistima e quasi di ostilità nei confronti di Confratelli Sacerdoti ben disposti a comprendere ed assecondare le richieste di fedeli. Si è anche opposto un diniego, non molto sereno, pacato e ragionato (ma ben ragionato non poteva essere) di affiggere avviso della celebrazione della Santa Messa in "forma straordinaria" in determinata chiesa, a determinato orario.

Chiedo che sia deposta ogni attitudine non conforme alla comunione ecclesiale, alla disciplina della Chiesa ed alla obbedienza convinta dovuta ad importanti atti di magistero o di governo.

Sono convinto che questo mio richiamo sarà accolto in spirito di filiale rispetto ed obbedienza.

Sempre con riferimento agli interventi del Vescovo in quella 'Tre Giorni del Clero" del 2007, debbo ancora ritornare sulla doverosa applicazione delle indicazioni date dal Vescovo circa la buona disposizione che deve avere tutto ciò che riguarda lo spazio della chiesa che è giustamente chiamato "presbiterio". Le indicazioni "Circa il riordino dei presbiterii e la posizione dell'altare" sono poi state riportate nell'opuscolo "La Divina Liturgia", alle pagine 23-26.

Quelle indicazioni, a più di quattro anni di distanza, non sono state applicate ovunque e da tutti. Erano e sono indicazioni ragionevoli, fondate su buoni principi e criteri di ordine generale, liturgico ed ecclesiale. Ho dato tempo affinché di esse i Sacerdoti e soprattutto i Parroci ragionassero con i Consigli Parrocchiali Pastorali e per gli Affari Economici, e si tenesse anche opportuna catechesi liturgica ai fedeli. Chi avesse ritenuto le indicazioni non opportune o di difficile applicazione, avrebbe potuto facilmente trattarne con il Vescovo, con animo aperto ad una migliore comprensione delle ragioni che hanno spinto il Vescovo a darle, affinché fossero messe in pratica in modo il più omogeneo possibile in tutte le chiese della Diocesi . Esse non sono certamente contrarie alle norme ed anche allo "spirito" della riforma liturgica che si è attuata nel post-Concilio e partendo dal Concilio Vaticano II. Se qualcuno avesse avuto fondati dubbi avrebbe potuto esprimerli con sincerità e con apertura al sereno ragionamento, e con la volontà rivolta all'obbedienza, dopo che la mente avesse avuto maggiore illuminazione.

Stimo che ormai sia trascorso ampio tempo di attesa e di tolleranza, e quindi sia arrivato il momento dell'esecuzione di quelle indicazioni da parte di tutti, in modo da giungere alla prossima Pasqua con tutti i presbiterii riordinati, od almeno con lo studio di riordino decisamente avviato, là dove il riordino richieda qualche difficoltà di applicazione.

Va da sé che la non applicazione delle indicazioni, nel tempo che ho menzionato, non potrebbe che essere considerata come un'esplicita disobbedienza. Ma ho fiducia e speranza che ciò non avvenga.

Mi affligge non poco l'avervi dovuto scrivere questa Lettera, assicurandovi che la riterrò come non scritta, se essa avrà avuto buona accoglienza e positivo effetto.

Lo scritto porta con se tutto il mio desiderio che esso giovi ad un ravvivamento e ad un rafforzamento della nostra comunione ecclesiale e della nostra comune volontà di adempiere al nostro ministero con rinnovata fedeltà a Cristo ed alla sua Chiesa.

Vi chiedo infine molta preghiera per me e per il mio ministero apostolico, e di gran cuore Vi benedico.

Albenga, 1° gennaio 2012 Solennità della Madre di Dio.

Monsignor + Mario Oliveri, vescovo


Fonte (per testo e foto): sito ufficiale della Diocesi di Albenga-Imperia
***
Nostre personali considerazioni: "Bene Scripsisti de quibus, Mario"
Quelle di Mons. Oliveri sono toni insolitamente duri per un Vescovo paterno e di altissimo profilo teologico e diplomatico -anche nel senso tecnico del termine, visto il cursus honorum di Oliveri- quel egli è.
Ma si vede che "
ogni limite ha una pazienza e anche i diplomatici si arrabbiano", per parafrasare il Principe della risata.
A detta di molti, Sua Eccellenza rarissimamente volte aveva usato parole così severe e mai aveva rimproverato esplicitamente, per di più in una lettera pubblica, i suoi sacerdoti , tacciandoli di miopia teologica e pastorale, di arrogante disobbedienza (a lui e al Santo Padre) e superficialità!
Per quel poco che noi, per diretta esperienza personale, abbiamo potuto sperimentare, possiamo assicurare che l'intransigenza del Vescovo e la sua severissima lettera di richiamo all'ordine sono tristemente giustificate ma necessarie. Figuriamoci quindi quanti altri e seri motivi a noi sconosciuti ha avuto Mons. Oliveri per arrivare a scrivere questa infuocata lettera!
Senza tema di essere smentiti, perchè più volte le abbiamo potuto personalmente riscontrare, possiamo confermare le pecche, colpite dalle bacchettate episcopali, di non pochi sacerdoti della Diocesi di Albenga-Imperia, in particolare di alcuni Vicariati Foranei (Oneglia,
in primis, salvo tre o quattro rare -e giovani- eccezioni) e addirittura del capitolo della stessa cattedrale di Porto Maurizio di Imperia, canonico prevosto compreso. (Accanto quindi a sacerdoti di eccellenza -ad. es. Cattedrale di Albenga, Vicariato di Porto Maurizio, a Laigueglia, ad Alassio- ci sono anche preti disobbedienti, per usare le parole del Vescovo).
Per quel che conta, noi non possiamo far altro che condividere la lettera di Mons. Oliveri, complimentarci con Sua Eccellenza per l'intransigenza, la coerenza e la forte determinazione e per il suo esplicito richiamo alla filiale obbedienza da parte del suo clero, e, soprattutto condividiamo i suoi intenti e le basi teologiche ed ecclesiologiche che ne stanno alla base.
Siamo certi che i sacerdoti fin ora arroganti o troppo spavaldi, memori dell'obbedienza promessa nelle mani del rispettivo Vescovo consacrante, mantengano i voti presi e, abbassando la cresta, obbediscano al loro Vescovo e al Papa, anche per scongiurare impliciti e conseguenti sanzione o provvedimenti canonici e non, nei loro confronti.
In questo modo, ce lo augiriamo, potranno dare il buon esempio ai Sacerdoti (e ai Vescovi!) delle due diocesi vicine: Ventimiglia-San Remo e Savona-Noli.
I nostri complimenti a Mons. Oliveri!!! Dio La benedica! Ad multos annos, Eccellenza!


Roberto

Bilancio sulle reazioni per lo spettacolo di Castellucci

Il tormentone è, almeno per ora, passato, lo spettacolo, oggettivamente blasfemo, del regista romagnolo Romeo Castellucci, è andato regolarmente in scena e i cattolici italiani hanno messo in campo le loro forze per manifestare il proprio sdegno e riparare pubblicamente all'offesa portata al S. Volto di Gesù Cristo.
A questo punto, a posteriori, possiamo legittimamente tentare un'analisi, sia pur sommaria, dei fatti e delle posizioni emerse.

Il primo pensiero che si impone riguarda l'inevitabile e crudele raffronto fra l'Italia e la Francia.
Scorrendo i numerosi filmati disponibili sulle manifestazioni transalpine verrebbe proprio da dire: ma dove vogliamo andare! Questa è davvero la terra che ha l'onore di ospitare il Vicario di Nostro Signore? Oh, se i Papi fossero rimasti ad Avignone...
Ciò premesso tuttavia, battute a parte, possiamo notare anche qualche segno di vitalità del sonnolento cattolicesimo nostrano, sempre purtroppo, in netta prevalenza, più "democristiano" che cristiano tout-court.
Dalla gerarchia, tranne le sparute eccezioni di mons. Negri e del Vescovo di Vigevano, ...elettroencefalogramma piatto su tutta la linea; in realtà il risultato non è stato molto diverso rispetto alla Francia, se non chè le dimensioni assai maggiori delle proteste popolari hanno, di fatto, costretto colà alcuni pastori a salvarsi in corner, almeno in extremis.
Fra i risultati ottenuti, su questo piano, va comunque annoverata la nota, privata finchè si vuole ma certo autentica, della Segreteria di Stato vaticana. Di ciò dobbiamo essere riconoscenti a padre Giovanni Cavalcoli O.P.

Più incisiva è apparsa invece la reazione dei siti e dei blog che, certo impropriamente, potremmo definire "di base" dove questo termine non va però inteso in senso progressista. I cattolici "identitari" dunque, non potendosi esprimere sui giornali controllati dalla C.E.I., e lo sappiamo bene, anche per quanto riguarda altri argomenti come il "tabù" liturgia, si sono da tempo organizzati in rete riuscendo, non di rado, a "bucare" la coltre di silenzio che li avvolge.

In tale ambito, ma anche, bisogna ammetterlo, su giornali rigorosamente "laici" come Libero o Il Foglio, si sono potute leggere prese di posizione piuttosto ben orientate. Anche su "La Bussola", nonostante alcune inevitabili derive "democristiane" come quella di chi osannava la Messa "normale", detta da un parroco "normale" e in una parrocchia "normale", mentre in piazza si radunavano solo gruppi "folkloristici" ed eterogenei, non sono mancati articoli virili e coraggiosi, quello di Francesco Agnoli in testa.

Per quanto concerne le S. Messe ed i Rosari di riparazione, dagli ultimi aggiornamenti pubblicati, sembra che il loro numero sia stato complessivamente piuttosto cospicuo. Sono certo mancati i grandi movimenti come CL, Rinnovamento nello Spirito, Neocat, Focolarini, Opus Dei ecc. Fra gli ordini religiosi però, e la cosa assume davvero un'importanza notevolissima, si sono distinti per il numero delle celebrazioni riparatorie, i Francescani dell'Immacolata. Loro sono in "piena comunione", nessuno lo può mettere in dubbio, ma non hanno avuto paura di affiancarsi a chi voleva esprimere il medesimo sdegno per l'oltraggio inferto al Volto di Nostro Signore. [e a questi eminentissimi religiosi, ci sia permesso di accostare per il loro zelo parimenti degno e lodevole, gli Oratoriani di Napoli, n.d.r.].

Altro elemento da considerare e che la stragrande maggioranza delle S. Messe di riparazione è stata celebrata secondo il Rito Tradizionale: è questo il rito del resto che evidenzia più chiaramente il significato propiziatorio e riparatorio del S. Sacrificio del Calvario. [grazie anche alla F.S.S.P. e all'I.C.R.S.S., n.d.r.].

Venendo infine alle manifestazioni, è doveroso sottolineare la bellezza, la compostezza e la dignità di quanto avvenuto sabato pomeriggio in piazzale Libia a Milano. I numeri rimangono ovviamente quelli italiani, ben lontani dalle mobilitazioni d'oltralpe, ma il clima spirituale, l'intensità della preghiera, il coraggio della testimonianza, non appaiono diversi e lasciano indubbiamente ben sperare per il futuro.
Trecento fedeli fermi in preghiera, per circa due ore e mezzo, sotto la pioggia e al freddo. Tutti sereni e sorridenti, nessuna intemperanza ma indubbiamente molta coscenza di compiere un gesto importante, davanti a Dio ed agli uomini.
Anche il drappello di militanti della Lega Nord, guidati dall'europarlamentare Borghezio, hanno accettato di ripiegare ogni insegna politica per unirsi alla preghiera ed alle profonde meditazioni pronunciate dai sacerdoti presenti.
Regista di questa toccante manifestazione, assieme al comitato San Carlo, la FSSPX che si conferma quindi, per maturità e consistenza, la realtà più solida, anche in Italia, in grado di mettersi alla testa di un vero movimento di riscossa cristiana nel nostro paese.
Unico errore strategico: essersi fatti "fregare" la piazza nella prima giornata di martedì, quando erano presenti i giornalisti e le TV. Forse, in una situazione come quella di sabato, sarebbe stato più difficile ironizzare per i soliti pennivendoli.
La FSSPX insomma è certamente candida come colomba, ma, per il momento, non ancora abbastanza astuta come gli evangelici serpenti!
In ogni caso, tuttavia, i cattolici "identitari", dopo anni di oblio, hanno avuto la forza, in qualche modo, di riproporsi pubblicamente, in una piazza e non soltanto nel chiuso di qualche chiesa o cappella. Sono ancora pochi, divisi, sfrangiati, a volte si guardano ancora con troppa diffidenza reciproca, ma ci sono e da questa esperienza forse potrà nascere qualcosa di nuovo che probabilmente il povero Romeo Castellucci non si sarebbe mai immaginato di poter suscitare. E' proprio vero che Dio può scrivere dritto anche sulle righe storte.

Marco BONGI

Chiesa di S. Stefano a Cesano Maderno: i fedeli protestano per lo spostamento dell'altare.

MODIFICA IN SANTO STEFANO. MA NON TUTTI HANNO APPREZZATO L'IDEA
L'ALTARE SI SPOSTA AL CENTRO DELLA CHIESA E I FEDELI PROTESTANO
di Antonello Leo, dal Giornale di Seregno del 10-01-2012

Cesano Maderno - L'altare viene spostato e alcuni fedeli rimangono a dir poco disorientati. Nella chiesa centrale di Santo Stefano da giorni la messa viene celebrata al centro del transetto. E' stato infatti posto un altare in cartone bianco esattamente sotto la crociera, distante parecchi metri dal tabernacolo e circondato da tre lati dalle panche su cui siedono i fedeli. Per ora è provvisorio. L'idea è quella, con i credenti posti a cerchio attorno all'altare, di sottolineare maggiormente la centralità dell'eucarestia. E' iniziata così la stagione dei cambiamenti, e dei lavori, nelle parrocchie cesanesi. Purtroppo però non tutti i parrocchiani sembrano aver accettato di buon grado l'innovazione. A spiegare i motivi ci ha pensato una di loro, Paola Contaldi , che ha voluto esprimere i motivi del disagio su un sito internet specializzato in materia: «Siamo un gruppo di fedeli e chiediamo che il progetto non venga realizzato perché esprimiamo forti perplessità da un punto di vista architettonico, artistico e liturgico per la deformazione della chiarezza della Fede: non è l'assemblea a generare la presenza di Cristo, ma è l'azione di Cristo che si rende presente sull'altare. Si rischia inoltre di scivolare verso un'equiparazione tra la presenza reale di Cristo e la sua presenza spirituale ad esempio nella parola di Dio o tra i fedeli riuniti in suo nome: c'è veramente un rischio di protestantizzazione attenuando la consapevolezza della presenza reale di Cristo Gesù, che ci fa dono immenso di sé nell'eucaristia. Seguire la moda dell'innovazione a tutti i costi, non fa altro che indebolire la fede e ridurre la coscienza del significato sacrificale e propiziatorio della santa Messa. Non risulta cos evidenziato il sacrificio del calvario che si rinnova, ma emerge il significato della mensa sacra dove l'assemblea "genera"» la presenza di Cristo. "Genera", perché nella mente dei fedeli si insinua la convinzione che prevalga l'aspetto assembleare con ricadute sulla chiarezza della fede, mentre è l'azione di Cristo che lo rende presente sull'altare. Poi un utente, commentando le foto pubblicate sul sito, ha posto una domanda che riassume il tutto: «Ma è una chiesa protestante?» Un altro ha persino proposto di costituire un comitato. La protesta arrivata anche su «Facebook», sulla pagina della città cesanese, scatenando un'accesa discussione. «Personalmente trovo che l'altare situato in mezzo, tolga alla chiesa di Santo Stefano tutta la sua bellezza», hanno commentato a cui un altro cesanese ha fatto eco: «Credo che ci siano problemi molto più importanti da risolvere. Eviterei spese superflue visto che un altare c'è già ».

domenica 29 gennaio 2012

Al Circolo Newman con Padre Uwe Michael Lang e Cristina Siccardi

Venerdì 10 febbraio, alle ore 21.00 nella Sala Mons. Gandini di via XXIV Maggio 3 a Seregno (MB)
l'Oratoriano Padre Uwe Michael Lang (Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice) e
Cristina Siccardi (scrittrice e saggista)
parleranno de

IL SACRO CRISTIANO
LA LITURGIA LA MUSICA L'ARCHITETTURA

Modererà l'incontro il Presidente del Circolo Culturale Cardinal J.H.Newman
Andrea Sandri
Il giorno seguente, 11 febbraio (Festa della Beata Vergine di Lourdes), alle ore 9: 30,
Padre Lang celebrerà la Santa Messa nella forma straordinaria del Rito romano nella chiesa dell’Abbazia San Benedetto degli Olivetani di via Stefano da Seregno 100 a Seregno (MB)

Benedetto XVI mette in riga i Cardinali di Curia.

Benedetto XVI si è mosso da tempo per rimettere in ordine la Curia.
Secondo il metodo che gli è abituale. Un metodo collegiale e moderno
Ratzinger mette in riga i cardinali
di Andrea Gagliarducci, da IlTempo del 29.01.2012


Il Papa ha richiamato tutti i dicasteri a una maggiore attenzione sui documenti Pontifici. Per evitare fughe di notizie dannose.
Benedetto XVI non doveva partecipare. Invece il Papa ha voluto presenziare la riunione di coordinamento dei dicasteri vaticani che si è svolta ieri, anche se non riguardava direttamente quella che qualcuno già chiama la «wikileaks vaticana», la diffusione di lettere riservate inviate dall'ex segretario generale del governatorato di Città del Vaticano Carlo Maria Viganò al Papa e al segretario di Stato vaticano Bertone, per denunciare la «corruzione» vaticana e scongiurare un suo trasferimento da Roma.
Il tema del vertice - «Il processo di elaborazione, pubblicazione e recezione dei documenti della Santa Sede» - e l'accenno di Bertone, nella sua relazione introduttiva al dilagare della «passione per le notizie minute del pettegolezzo ecclesiastico, che minano il prestigio della Santa Sede e giungono talora ad ostacolare il clima di fiducia e collaborazione tra i suoi diversi organismi» raccontano che molto si sta muovendo dentro le mura vaticane. E che Benedetto XVI si è mosso da tempo per rimettere in ordine la Curia. Secondo il metodo che gli è abituale. Un metodo collegiale e moderno.
Il cardinal Bertone, che oggi è Segretario di Stato, ma un tempo era stato numero due di Joseph Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, indica proprio nel «metodo Ratzinger» la stella polare per riordinare la Curia.
Un metodo basato sulla collegialità e la collaborazione tra tutti i membri del dicastero. «Sulla base dell'esperienza personale - dice Bertone ai capi dicastero - ricordo, ad esempio, come si mostrasse particolarmente efficace il metodo di lavoro della Congregazione della Dottrina della Fede: esso prevede il coinvolgimento del personale del dicastero nell'istruzione di una questione, l'affidamento del suo studio ai Consultori, sia singolarmente che riuniti nella Consulta, e, infine, sulla base del lavoro compiuto, il pronunciamento dei Padri, nella cosiddetta Feria IV».
Bertone suggerisce maggiore collegialità, armonizzazione dei testi, coordinamento al momento della pubblicazione perché non vengano sovrapposti ad altre attività di Benedetto XVI e riservatezza. Fa anche una critica agli uffici della Segreteria di Stato, che «talora trascurano inopportunamente» la produzione degli originali dei documenti da sottoporre alla firma del Papa. E si chiede anche «come mantenere la riservatezza sui contenuti, un aspetto che dovrebbe accompagnare tutto il processo di redazione dei documenti».
Il processo di riorganizzazione e riordino della Curia prosegue, nonostante il caso Viganò. Un caso che in fondo - se non fosse per il fatto che le lettere del monsignore sono fuoriuscite dal Vaticano - si configura simile a molti altri che avvengono dentro le mura leonine.
E alle lettere dell'allora numero due del Governatorato Vaticano si diede anche seguito, con una inchiesta interna, affidata ad una commissione interdisciplinare. Inchiesta che si è conclusa con un nulla di fatto: quanto denunciato da Viganò nelle lettere è stato definito «indimostrabile», e «non fondate» sono state giudicate le accuse relative a monsignor Nicolini. Niente resta senza seguito all'interno di Città del Vaticano. Così, mentre il caso-Viganò sembra cominciare a smorzarsi - a meno che altre lettere del monsignore non vengano rivelate - Oltretevere si ricostruiscono i passaggi del caso.
Quello di Viganò è «un omicidio organizzato da lontano», almeno dai tempi in cui era capo del personale nella Segreteria di Stato. È di quei tempi - inizio 2009 - l'inchiesta dell'abbé Claude Barthe nel quindicinale cattolico L'Homme Nouveau. aveva inserito Viganò e suo nipote Carlo Maria Polvani nella lista di presunti frondisti di Curia accusati di remare contro il Papa e Bertone.
È proprio a Polvani che i maligni guardano quando cercano di comprendere da quale mano le lettere di Viganò siano arrivate sul tavolo dei giornalisti. Quando entra in Governatorato, Viganò interviene anche su meccanismi consolidati che regolavano gli appalti delle ristrutturazioni edilizie e nella gestione dei giardini vaticani.
In molti riconoscono il merito della sua opera. Ma questi ricordano anche che «la portò avanti con autoritarismo, e senza considerare gli equilibri degli uffici vaticani». Nel 2010 una nuova campagna a base di e-mail inviate a cardinali e nunzi pontifici attacca Viganò con l'accusa di favorire la carriera del nipote Polvani. E poi, la serie di articoli su «Il Giornale», una serie di messaggi in codice, che fanno capire che il tempo di Viganò al Governatorato è finito. Isolato, in una situazione di tensione, Viganò cominciò a scrivere lettere ai piani alti. La tensione aumentò, la necessità di rimettere tutto in equilibrio crebbe. E fu deciso di inviarlo nella prestigiosa nunziatura di Washington.
© Copyright Il Tempo, 29 gennaio 2012 consultabile online anche qui.

C'erano le preghiere, c'era tanta gente, ma dov'erano i giornalisti?


Lo spettacolo blasfemo di Castellucci
La serata di preghiera del 28 gennaio

di Paolo Deotto

Che ne dite? Cosa spinge trecento persone, di tutte le età, a passare una serata – quasi tre ore, dalle 19 fin oltre le 21.30 – a prender freddo e pioggia in piazzale Libia a Milano? E tanti di loro ne hanno fatta di strada: chi viene da Bergamo, da Lecco, altri da Vicenza, o da Rimini, da Terni, e da altre città ancora. Tutti lì, in mezzo al piazzale, molti con una candelina accesa in mano, a recitare il Rosario, guidati da alcuni sacerdoti.
Stasera gli agenti di Polizia e i Carabinieri sono pochi in confronto alla serata di martedì scorso. Nel piazzale saranno una quarantina, altrettanti vicino al Teatro. È una serata diversa anche per loro, abituati a controllare facinorosi, o a ricevere dagli stessi sputi e sassate, e a poterli contrastare o meno, a seconda della collocazione politica dei facinorosi. No, stasera sono lì a controllare centinaia di fedeli che pregano.
È una serata diversa per tutti, anche per un uomo triste e superbo, che pretende di contrabbandare per arte l'oltraggio a Nostro Signore Gesù Cristo, che si è fatto inchiodare in croce anche per lui. Ma quell'uomo triste e superbo non lo ricorda, almeno per ora. Si prega anche per lui, perché scenda dal suo piedistallo di sabbia e inizi a usare realmente la ragione.
Ma si prega soprattutto per riparazione a quell'offesa che, qualunque possa essere la ragione più o meno recondita che l'ha causata (e ammesso che quella ragione esista) resta sempre un'offesa inaccettabile, una bestemmia, l'oltraggio inconcepibile al Verbo incarnato, all'Amore infinito che ha salvato l'umanità dall'angoscia in cui l'umanità stessa sembra voler di continuo ricadere.
Cosa spinge trecento persone a prendere freddo e pioggia in una piazza milanese? Le spinge l'insopportabilità dell'oltraggio a quanto di più caro abbiamo nella vita, quel Volto dolcissimo in cui leggiamo la speranza della redenzione dell'uomo, quel Volto dolcissimo che da un senso alla vita, anche al dolore, alla malattia, che darebbe un senso anche al dolore del personaggio immaginato da quell'autore e regista triste e superbo, che invece riserva al suo personaggio solo l'annichilimento nella disperazione. Inevitabile, del resto, perché come ci si salva se si rifiuta il Salvatore?
Freddo e pioggerella insistenti, ma la preghiera prosegue, e i passanti si fermano, qualcuno chiede spiegazioni, nessuno disturba, eccettuato un cretino isolato che passando di lì si sente in dovere di urlare “andate a casa”. Nessuno gli bada.
Dove sono i giornalisti che nella manifestazione di martedì scorso restarono delusi perché non accadde alcun incidente? Forse ce ne sono, ma di sicuro si nascondono bene. Cosa scriveranno domani? Chissà, magari non scriveranno proprio nulla, oppure come pappagalli diranno ancora le paroline magiche: “integralisti”, “ultrà”. Domattina, ci toglieremo la curiosità. Dove sono i professoroni e gli “intellettuali”, gli “opinionisti” che hanno dato rari esempi di onanismo mentale elucubrando su escrementi e “messaggi”, o parlando di qualche “vecchietta” che pregava? Forse ce ne sono, ma anche loro si nascondono bene.
Peccato. Avrebbe fatto bene anche a loro questa serata. Avrebbe fatto bene pregare, fa sempre bene, e avrebbero avuto giovamento anche salutando alla fine un po' dei partecipanti. Si sarebbero accorti di un fatto insolito, in questa società di immusoniti conformisti: che c'erano visi lieti, occhi vispi, sorrisi.
Mi rivolgo a due suore, molto giovani, una è negra. “Da dove venite?”. “Da Terni”. Ovvero, 425 chilometri da Milano. Quando saranno di nuovo nel loro convento, la mezzanotte sarà passata da un pezzo. Altri sono venuti da Rimini, ovvero 340 chilometri da Milano, e ora ripartono. Sorridono, con gli occhi sereni di chi sa di non esser solo.
Poco più in là, sì e no duecento metri, il messaggio della disperazione, del degrado, dell'impossibilità di trarre l'uomo dalla sua miseria, viene venduto al botteghino e finanziato con quegli stessi soldi pubblici con cui si potrebbe far del bene. Ma tant'è, ci hanno detto che questa è “cultura”, e, si sa, la cultura è merce preziosa, che fa progredire l'umanità. Per arrivare dove?
Questo è stato davvero il modo migliore per concludere tutta la vergognosa vicenda dello spettacolo teatrale di Romeo Castellucci. Stasera in piazzale Libia si è contrapposta la speranza e la serenità al degrado e alla disperazione. Si è contrapposta la Vita alla morte. Lo si è fatto nell'unico modo possibile, nell'unico modo realmente razionale: invocando Colui che ha dato la Vita, che ha dato la speranza, che ha insegnato l'Amore infinito, e invocando la Madonna, Madre dolcissima, esempio della vera unica genialità, quel “sì” incondizionato alla volontà di Dio, che ha salvato l'umanità.
Cosa scriveranno domani i pennivendoli e gli intellettuali a tassametro? Ma chi se ne frega!
Questa sera in piazzale Libia, trecento persone, in comunione con altre centinaia di fedeli che facevano la stessa cosa in tante Chiese in tante città italiane, hanno dato la più forte risposta alla bestemmia e alla disperazione, invocando il nome dolcissimo della Mamma di Gesù.
Faceva freddo e pioveva, ma questo non ha tolto a nessuno il calore del sorriso. Ringraziamo il Signore per questa serata, perché ci ha aiutato a fare del bene. A tutti, a noi, poveri peccatori, a quanti (troppi) sono stati alla finestra, e anche a teatranti tristi e superbi ai quali forse, Dio lo voglia, è arrivata un'eco di un Ave Maria, e ha accarezzato anche il loro cuore.
Viviamo in un'epoca sciagurata, ma questa sera abbiamo potuto toccare con mano, se per caso l'avessimo scordato, che la Salvezza esiste.

Fonte:
 http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1305:lo-spettacolo-blasfemo-di-castellucci-la-serata-di-preghiera-del-28-gennaio-di-paolo-deotto&catid=54:societa-civile-e-politica&Itemid=123

Card. Kasper, progressista, avverte: “Attenzione a fare del Concilio qualcosa in cui ciascuno proietta e trova i propri desideri”.

Il tedesco Walter Kasper avverte: Il futuro della Chiesa? “Una minoranza creativa”
Vaticano II, se il cardinale progressista mette in guardia dal mito
di G. Galeazzi, da VaticanInsider, del 28.01.2012

CITTÀ DEL VATICANO - Il Concilio secondo Kasper. Con il Vaticano II, di cui si festeggia il 50° anniversario, «la Chiesa si rimise in cammino», evidenzia il cardinale progressista, Walter Kasper, ma «occorre entrare nel concetto di rinnovamento per una corretta interpretazione del Concilio». No, quindi, al «mito» del Concilio, la Chiesa è attesa da un futuro da "minoranza creativa" quindi ha bisogno di una nuova primavera spirituale.
Il 26 gennaio a Roma, al «Centro Pro Unione» è stato presentato il libro «Chiesa cattolica: essenza-realtà-missione» scritto dal presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Il cardinale tedesco di Curia Walter Kasper vede il futuro della Chiesa non nel mantenimento delle strutture della «Chiesa di popolo» ormai anacronistiche, ma condivide il parere del grande storico Arnold J.Toynbee, secondo il quale, nelle situazioni particolarmente difficili della storia dell’umanità, ad aver individuato una via d’uscita sono sempre state minoranze qualificate e creative a cui si è poi potuta unire anche la maggioranza.
Ministro dell’ecumenismo ai tempi di Giovanni Paolo II e ancora, per qualche anno, con Benedetto XVI, solitamente avvezzo a suonare sui grandi temi della riforma della chiesa un canto in parte differente da quello istituzionale della curia romana, Kasper è uno dei cardinali di maggior peso della Curia romana.
Nell’analisi che il porporato tedesco fa della crisi della Chiesa, la figura di Chiesa pienamente radicata nel popolo, che ha avuto il suo grande peso nella storia ed ha apportato il suo grande contributo, volge ormai al termine di fronte alla situazione pluralista di oggi e non può essere una figura della Chiesa orientata al futuro nel terzo millennio. «L’esperienza del concilio Vaticano II divenne per me un’esperienza quanto mai incisiva della Chiesa e un permanente saldo punto di riferimento- rievoca Kasper-.Quando il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII annunciò il Concilio, la sorpresa fu enorme. Seguì un tempo mozzafiato, avvincente e interessante quale i giovani teologi odierni non riescono più a immaginare. Noi sperimentammo come la veneranda vecchia Chiesa mostrava una nuova vitalità, come spalancava porte e finestre ed entrava in un dialogo al suo interno nonché in dialogo con altre Chiese, altre religioni e con la cultura moderna».
Era una Chiesa che si rimetteva in cammino, una Chiesa che non ripudiava e non rinnegava la sua antica tradizione, ma le rimaneva fedele, e che tuttavia raschiava via incrostazioni e cercava così di rendere la tradizione nuova, viva e feconda per il cammino verso il futuro. Sulla lettura del Concilio, Kasper è stato interprete negli anni del duo Wojtyla-Ratzinger di un contro-canto intelligente e puntuto all’interno della curia romana. «Sono sempre convinto che i sedici principali documenti del concilio sono, nel loro complesso, la bussola per il cammino della Chiesa nel XXI secolo- sottolinea Kasper-.Il concilio Vaticano II è già stato spesso definito come il concilio della Chiesa sopra la Chiesa. La Chiesa, che era in cammino sulle strade della storia da duemila anni, prese nel corso di tale concilio più profondamente coscienza della propria essenza, in virtù della quale era già fino ad allora vissuta e aveva agito».
Già nel discorso di apertura, tenuto l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII disse che compito del Concilio sarebbe stato quello di conservare integralmente e senza falsificazioni il sacro patrimonio della dottrina cristiana e di insegnarlo in modo efficace. Paolo VI disse la stessa cosa il 21 novembre 1964, in occasione della solenne promulgazione della costituzione sulla chiesa Lumen gentium, unitamente al decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio. Egli affermò: «Questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo anche noi. Ciò che era, resta. Ciò che per secoli la Chiesa ha insegnato, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che era semplicemente vissuto ora è espresso, ciò che era incerto è chiarito; ciò ch’era mediato, discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione».
Il fascino e l’entusiasmo del concilio sono nel frattempo svaniti. «È cominciato un tempo fatto di sobria considerazione dei fatti, in parte anche di valutazione critica degli eventi conciliari e soprattutto postconciliari- ammette il cardinale-. È succeduta una nuova generazione, per la quale il concilio è un evento molto lontano e appartenente a un altro tempo, a un tempo nel quale essa non era ancor nemmeno nata e nei confronti del quale non ha alcun rapporto personale, come invece lo aveva la mia generazione. A questa nuova generazione occorre spiegare faticosamente quanto allora avvenne ed entusiasmarla nei suoi confronti. Per questo ci vuole una solida ermeneutica del concilio».
Non bisogna indubbiamente fare del concilio un mito, nel quale ognuno «proietta e trova i propri pii desideri». Secondo Kasper, occorre piuttosto interpretare con accuratezza i testi conciliari secondo le regole universalmente valide dell’ermeneutica teologica. Nel farlo non bisogna separare «il cosiddetto reale o presunto spirito del concilio dalla lettera del concilio», ma occorre piuttosto desumere lo spirito del concilio dalla sua storia e dai suoi testi. I testi del concilio vanno compresi alla luce della sua storia e alla luce delle spesso controverse discussioni svoltesi nel suo corso. Poi bisogna interpretare ogni singola formulazione in seno al complesso di tutti i testi conciliari e tener conto, nel farlo, della gerarchia intrinseca dei diversi documenti conciliari.

sabato 28 gennaio 2012

28 gen - Aggiornamento: SS.Messe e SS.Rosarii in riparazione allo spettacolo blasfemo in programma a Milano

SANTE MESSE (IN FORMA EXTROARDINARIA), ADORAZIONI E SS. ROSARII
IN RIPARAZIONE ALLO SPETTACOLO BLASFEMO DI CASTELLUCCI
aggiornato al 28 gennaio 2012




DOMENICA 22 GENNAIO

- a Pallanza (Vb) - Lago Maggiore ore 11:30
chiesa di San Giuseppe - Piazza Giovanni XXIII
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico
- Gruppo stabile "Messa latino a Pallanza" -

- a Bari, ore 18:30
chiesa di S. Giuseppe Vecchio, piazza Chiurlia
SANTA MESSA in rito antico in riparazione, celebrata da Don Nicola Bux
- "Scuola Ecclesia Mater" e "Fondazione P. Venezia" -


LUNEDI' 23 GENNAIO

- a Benevento
chiesa di San Pasquale dei Frati F.I., via San Pasquale, 11
ore 16:00Adorazione Eucaristica con prima recita S. Rosario (Misteri Dolorosi)
ore 16:45S. MESSA CANTATA in Rito Romano Antico (in Latino)
ore 17:30 – Seconda recita del S. Rosario (Misteri Gaudiosi)
ore 18:00 – S. MESSA BASSA nella forma ordinaria del Rito Romano (in italiano)
ore 18:45Adorazione con terza e quarta recita del S. Rosario (Misteri Luminosi e Gloriosi) e Benedizione Eucaristica
ore 19:45 – Termine delle Sacre Funzioni
I canti saranno eseguiti dalle Suore Francescane dell’Immacolata di Pietrelcina. Per informazioni: 0824/24.818
- Franti Francescani dell'Immacolata e il Cammino dei Tre Sentieri -

- a Ferrara, ore 17.00
Parrocchia di Santo Spirito (Via Montebello, Ferrara)
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev.do p. Immacolato Maria Acquali F.I.
- Frati Francescani dell'Immacolata -

- a Morino (Aq) ore 17:00
Parrocchia Santa Maria
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev.do don B. Trelle, parroco

-
a Pavia, ore 20.45
chiesa della B.V. Maria Immacolata "della Scala"via Scala 16 (rione Scala) - Pavia
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev. do don Marino Neri
(a cui seguirà l'adorazione e la benedizione eucaristica)
- Sodalizio Pio XII -


MARTEDI' 24 GENNAIO

- a Stiatico (Bo) ore 08.30
Parrocchia di San Venanzio M.
SANTA MESSA in rito antico
Le parrocchie di San Venanzio M. di Stiatico e quella dei SS. Filippo e Giacomo di Casadio offrono 100 coroncine della Divina Misericordia per la conversone degli autori ed esecutori del sacrilegio.

- a Bosaro, (Ro) ore 09:00
Parrocchia di san Sebastiano Martire
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico - celebrata dal Rev.do don Camillo Magarotto
- Fondazione Lepanto -

- a Napoli
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142,
ore 11.00 Adorazione eucaristica e preghiera di Pio XI in riparazione alle offese verso N.S.G.C.
ore 12.00 SANTA MESSA in taliano
ore 17:00 SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Napoli
chiesa del Purgatorio ad Arco
ore 17:15 -
S. Rosario in latino
ore 18:00 - S. MESSA CANTATA in rito antico

- a Firenze
*chiesa dei Santi Michele e Gaetano
ore 17:00 recita solenne del SANTO ROSARIO e atto di riparazione,
di fronte al Santissimo Sacramento esposto all'adorazione.
e
*nella Parrocchia di Ognissanti
ore 20.30 recita del Santo Rosario
ore 21:00 S. MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev.do p. Serafino Maria Lanzetta, F.I.
- Frati Francescani dell'Immacolata -

- a Roma, ore 16:00
basilica di S. Andrea delle Fratte all’altare della Madonna del Miracolo
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev. Don Giuseppe Vallauri
- Fondazione Lepanto -

- a Montemurro (Pz) ore 18:00
parrocchia S. Maria Assunta
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal Rev.do don A. Mattatelli, parroco

- a Bosco ex Parmigiano (Cr) ore 18:00
chiesa di San Gioacchino,
SANTA MESSA in riparazione

- a Villa Santa Lucia (Fr) ore Santuario Madonna delle Grazie
ore 07:00 Santa Messa Cantata in rito antico in riparazione
19:00-24:00
Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- Tolentino 19.15
chiesa del Sacro Cuore, centro storico
recita del SANTO ROSARIO
- Confraternita del Sacratissimo Cuore di Gesù -

- Perugia 19:15
chiesa di San Filippo Neri (centro storico)
SANTA MESSA in rito antico in riparazione,
Adorazione Eucaristica e Santo Rosario
- Assoiazione Culturale -

- a MILANO ore 21:00
parrocchia San Pio X, piazza Leonardo da Vinci, (MM2 Piola)
SANTA MESSA in riparazione celebrata dal Rev.do don M. Barbetta
- Alleanza Cattolica, Milano -


MERCOLEDI' 25 GENNAIO

- Monteleone di Puglia (Fg) ore 08:30
parrocchia di S. Giovanni Battista piazza Regina Margherita
SANTA MESSA in rito antico in riparazione celebrata dal Rev.do don G. Fichera, parroco
farà seguito immediatamente la recita del S. Rosario con la stessa intenzione

- a Roma ore 09:00
chiesa di San Giuseppe a Capo le Case Via F. Crispi (zona Barberini-Spagna) in Roma
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico celebrata dal M. Rev.do Mons. Barreiro
- Militia Christi -

- a Napoli
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142
ore 11.00 Adorazione eucaristica e preghiera di Pio XI in riparazione alle offese verso N.S.G.C.
ore 12.00 SANTA MESSA in italiano
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Modena
parrocchia della Spirito Santo, via Rosselli, 180 (335 491615), Rev. do don G. Bellei, parroco
ore 17.30-19:00 Santo Rosario e Adorazione Eucaristica
ore 19:00 Vespro e Benedizione Eucaristica
ore 19:20 SANTA MESSA nel rito nuovo
ore 21:00-22:00 Santo Rosario e Adorazione Eucaristica
durante l'Adorazione Eucaristica verranno lette alcune pagine della Bibbia e recitate sia la Coroncina alla Divina Misericordia e la Preghiera al Volto Santo. http://www.spiritosantomodena.it

- a Villa Santa Lucia (Fr) ore 17:00-19:30
Santuario Madonna delle Grazie
Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Rimini, ore 18:30
Priorato Madonna di Loreto
SANTA MESSA in riparazione

- a Montemurro (Pz), ore 18:00
parrocchia S. Maria Assunta
SANTO ROSARIO meditao in riparazione, guidato dal dal Rev.do don A. Mattatelli, parroco

- a Brescia ore 18:30
parrocchia di San Gottardo
SANTA MESSA in riparazione celebrata dal Rev.do don Luca Paitoni

- a Torino, ore 18:30
cappella del S. Rosario - via San Quintino 21/G
SANTA MESSA in riparazione

- a Poggibonsi (Si) ore 18:40
chiesa magistrale San Giovanni
SANTA MESSA in rito antico in riparazione
- Ordo Militia Templi -
http://www.ordo-militiae-templi.org/santa-messa-di-riparazione-N-265.html

- Perugia 19:15
chiesa di San Filippo Neri (centro storico)
SANTA MESSA in rito antico in riparazione,
- Associazione Culturale -

GIOVEDI' 26 GENNAIO

- ad Alassio (Sv)
Monastero di Santa Chiara, via Adelasia, 20
ore 7:30 SANTA MESSA CANTATA in rito antico in riparazione
ore 9.30 -12.30 e 15.30-18.00 Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Napoli
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142
ore 11.00 Adorazione eucaristica e preghiera di Pio XI in riparazione alle offese verso N.S.G.C.
ore 12.00 SANTA MESSA in italiano
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Viguzzolo (AL) ore 17.00
chiesa della Beata Nemesia Valle
Adorazione Eucaristica di riparazione, S. Rosario e Atto di riparazione, di fronte al Santissimo Sacramento.

- a Villa Santa Lucia ore 17:00-19:30
Santuario Madonna delle Grazie
Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Montemurro (Pz), ore 18:00
parrocchia S. Maria Assunta
ADORAZIONE EUCARISTICA, - Rev.do don A. Mattatelli, parroco


VENERDI' 27 GENNAIO

- ad Alassio (Sv)
Monastero di Santa Chiara, via Adelasia, 20
ore 7:30 SANTA MESSA CANTATA in rito antico in riparazione
ore 9.30 -12.30 e 15.30-18.00 Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Napoli
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142
ore 11.00 Adorazione eucaristica e preghiera di Pio XI in riparazione alle offese verso N.S.G.C.
ore 12.00 SANTA MESSA in italiano
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Rimini, ore 15:00-21:15
Priorato di Rimini
giornata di Adorazione davanti al SS. Sacramento esposto.

- a Villa Santa Lucia (Fr) ore 17:00-19:30
Santuario Madonna delle Grazie
Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Montemurro (Pz), ore 18:00
parrocchia S. Maria Assunta
VIA CRUCIS, officiata dal Rev.do don A. Mattatelli, parroco

- a Roma, ore 18:30
cappella Santa Caterina da Siena - Via Urbana, 85
SANTA MESSA in riparazione

SABATO 28 GENNAIO

- a Villa Santa Lucia (Fr)
Santuario Madonna delle Grazie
ore 07:00 SANTA MESSA CANTATA in rito Antico in riparazione
ore 19:00-24:00 Adorazione Eucaristica pubblica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- ad Alassio (Sv) ore 09.30
Monastero di Santa Chiara, via Adelasia, 20
SANTA MESSA SOLENNE in rito antico, Atto di riparazione e Benedizione Eucaristica
- Suore Francescane dell'Immacolata -

- a Livorno ore 11:00
chiesa della Madonna, via della Madonna
SANTA MESSA in rito antico in riparazione, celebrata dal Rev.do don J. Luzuy I.C.R.S.S.
- I.C.R.S.S. e Associazione "Cristo Re" di Livorno" -

- a Napoli
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142
ore 11.00 Adorazione eucaristica e preghiera di Pio XI in riparazione alle offese verso N.S.G.C.
ore 12.00 SANTA MESSA in italiano
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Seregno, ore 17:00
Cappella di Maria SS.ma Immacolata - Via G. Rossini, 35
SANTA MESSA in riparazione

- Rimini
Oratorio San Gregorio Magno, via Molini 8
ore 17:30 SANTA MESSA in riparazione celebrata da sacerdote dell'Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia
ore 18:15 S. Rosario davanti al Ss.mo Sacramento esposto, e Benedizione Eucaristica.

- a Gèsico (Ca)
parrocchia Santa Giusta a Gesico
ore 17:00 Adorazione Eucaristica
ore 18:00 - SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico in onore del Volto Santo di Gesù
celebrata dal Rev.do don Luca Pretta, parroco

- a Milano alle ore 18:00
Oratorio S. Ambrogioin via Vivarini 3,
ora santa di PREGHIERA e riparazione davanti al SS. Sacramento
[zona Sud, traversa di viale G. da Cermenate; MM2 Famagosta, bus 95]
- Sodalitium -

- a Messina alle ore 18.30
chiesa di sant'Elia, Messina
Santo ROSARIO e preghiera in riparazione
- Alleanza Cattolica, di Messina -


DOMENICA 29 GENNAIO

- a Roma ore 10:00
chiesa di Gesù e Maria in Via del Corso
SANTA MESSA di Riparazione in rito antico, celebrata dal Rev.do padre Vincenzo M. Nuara O.P.
- Giovani e Tradizione -

- ad Acireale (Ct) ore 10:30
chiesa di Sant'Antonio
SANTA MESSA di riparazione in rito antico , celebrata dal Rev.do Can. Salvatore Pappalardo
- Giovani e Tradizione -

- a Venezia alle ore 11:00
chiesa di San Simeon Piccolo
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE in rito antico
celebrata dal Rev.do p. Konrad zu Loewenstein
- F.S.S.P. -

- a S. pietro a Vaglia (Fi) ore 11.00
parrocchia di S. Pietro a Vaglia
SANTA MESSA in rito antico, in riparazione, celebrata dal Rev.do don A. Vila Gallardo,amm.parr.

- a Napoli ore 17:00
Oratorio dell'Assunta, via Duomo, 142
SANTA MESSA in rito antico
- Congregazione dell'Oratorio di Napoli -

- a Rimini
cappella del Cenacolo della Ss.ma Trinità, via Garibaldi, 63
recita del S. ROSARIO in riparazione
i partecipanti recitano il Santo Rosario anche giornaliero e in famiglia.
- Cenacolo della SS.ma Trinità -