lunedì 10 dicembre 2012

Sorprendente articolo apparso sull’ “Osservatore Romano”. Mons. Müller contro il Papa?


Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede contro Benedetto XVI?

di Roberto de Mattei
Conciliovaticanosecondo.it



In un sorprendente articolo apparso sull’ “Osservatore Romano” del 29 novembre 2012, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Fede, ha elevato il Concilio Vaticano II a unico e assoluto dogma dei nostri tempi. Basandosi su una lettura del tutto personale dell’ormai celebre discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, mons. Müller scrive a proposito dell’“l’ermeneutica della riforma nella continuità”: «Questa interpretazione è l’unica possibile secondo i principi della teologia cattolica, vale a dire considerando l’insieme indissolubile tra Sacra Scrittura, la completa e integrale Tradizione e il Magistero, la cui più alta espressione è il Concilio presieduto dal Successore di San Pietro come Capo della Chiesa visibile. Al di fuori di questa unica interpretazione ortodossa esiste purtroppo una interpretazione eretica, vale a dire l’ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi sono accomunati dal rifiuto del Concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l’inverno della Catholica».

Per suffragare la sua dogmatizzazione del Vaticano II, l’arcivescovo Müller, pretende stabilire un legame di assoluta continuità tra l’attuale posizione del Papa e quella che assunse don Joseph Ratrzinger, allora giovane teologo del cardinale Frings al Concilio Vaticano II. Mons. Müller tace sull’evoluzione teologica avuta, nel corso di cinquant’anni, dal cardinale Ratzinger, e che l’ignoranza di questo itinerario teologico sia deliberata lo dimostra un fatto altrettanto sorprendente: nell’opera omnia tedesca di Joseph Ratzinger, curata dallo stesso mons. Müller, manca l’importante indirizzo del cardinale Ratzinger alla Conferenza Episcopale cilena, il 13 luglio 1988, in cui l’allora Prefetto della Congregazione per la Fede definiva «limpido» «il fatto che non tutti i documenti del Concilio hanno la stessa autorità» e affermava: «Il Concilio Vaticano II non è stato trattato come una parte dell’intera tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, un nuovo inizio da zero. La verità è che questo particolare concilio non ha affatto definito alcun dogma e deliberatamente ha scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si fosse trasformato in una specie di superdogma che toglie l’importanza di tutto il resto. Questa idea è resa più forte dalle cose che ora stanno accadendo. Quello che precedentemente è stato considerato la più santa – la forma in cui la liturgia è stata trasmessa – appare improvvisamente come la più proibita di tutte le cose, l’unica cosa che può essere impunemente proibita. Non si sopporta che si critichino le decisioni che sono state prese dal Concilio; d’altra parte, se certuni mettono in dubbio le regole antiche, o persino le verità principali della fede – per esempio, la verginità corporale di Maria (n. d. r. non erano queste le tesi di mons. Müller?), la Resurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – nessuno protesta, o soltanto lo fa con la più grande moderazione. Io stesso, quando ero professore, ho visto come lo stesso Vescovo che, prima del Concilio, aveva licenziato un insegnante che era realmente irreprensibile, per una certa crudezza nel discorso, non è stato in grado, dopo il Concilio, di allontanare un professore che ha negato apertamente verità della fede certe e fondamentali. Tutto questo conduce tantissima gente chiedersi se la Chiesa di oggi è realmente la stessa di ieri, o se l’hanno cambiata con qualcos’altro senza dirlo alla gente. La sola via nella quale il Vaticano II può essere reso plausibile è di presentarlo così come è: una parte dell’ininterrotta, dell’unica tradizione della Chiesa e della sua fede». 
Nella celebrazione della Messa con cui l’11 ottobre ha aperto l’Anno della Fede, il Papa ha parlato del mondo contemporaneo come di un “deserto spirituale”. Benedetto XVI ha voluto che l’inaugurazione dell’Anno della Fede coincidesse con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e ha spiegato: «Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti (…) In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza».

Il Papa ha ricordato quindi come Giovanni XXIII presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina (…) Per questo non occorreva un Concilio (…) È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo».
Il “proprium” del Concilio Vaticano II e del postconcilio, non fu dunque la “dogmaticità”, ma la “pastoralità”, perché spiega Benedetto XVI il Vaticano II, «non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. I Padri conciliari – ha aggiunto – volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità».

Se l’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede, il fine era pratico ed è dai risultati concreti che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci e adeguati. I fatti degli ultimi cinquant’anni ci dicono purtroppo che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso, come ammetteva, nel 1985, lo stesso cardinale Josef Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo celebre Rapporto sulla Fede con queste parole:

«È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI. (…) Ci si aspettava un balzo in avanti, e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato». Ciò che avvenne non fu il “balzo innanzi” auspicato da Giovanni XXIII, ma una desertificazione spirituale, che ha le sue cause anche in uno “spirito del Concilio” che, come ha spiegato il Papa, è andato ben oltre la «lettera» dei documenti.

Il Concilio certamente non si riduce ai suoi documenti e gli storici hanno già iniziato un’opera di approfondimento e di analisi dell’evento, situato nel suo contesto. Gli stessi documenti del Concilio però non vanno dogmatizzati, ma esaminati con spirito critico e alla luce della Tradizione, come lo stesso Benedetto XVI ha fatto nella prefazione ad una raccolta dei suoi scritti conciliari pubblicata dall’editore tedesco Herder e anticipata dall’“Osservatore Romano” dell’11 ottobre 2012 (si veda un acuto commento che ne ha fatto sul sito conciliovaticanosecondo.it il prof. Paolo Pasqualucci – http://www.conciliovaticanosecondo.it/2012/11/18/sulle-recenti-critiche-di-benedetto-xvi-al-concilio-vaticano-ii/).

Invitando a una rilettura dei documenti del Vaticano II, il Papa afferma in questo testo che la costituzione conciliare Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo di oggi non ha chiarito ciò che era «essenziale e costitutivo dell’età moderna». «Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” – ha scritto Benedetto XVI – vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale [Gaudium et spes] esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale».

Il Concilio Vaticano II, non è un “pacchetto” da prendere o rifiutare in blocco. La Gaudium et Spes, ad esempio, appare oggi come un documento inattuale, pervaso dal mito ottocentesco e novecentesco del progresso e intriso di quello spirito mondano da cui la Chiesa fatica a liberarsi.

Rivolgendosi ai vescovi riuniti nell’aula del sinodo, l’8 ottobre 2012, Benedetto XVI ha detto ancora: «Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo.  Questo è il modo dell’evangelizzazione: “Accéndat ardor proximos”, che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta».

Oggi i cristiani devono rispondere all’appello del Papa testimoniando in modo radicale l’integralità della loro fede. È questa la strada che Benedetto XVI indica a tutti i fedeli, a cominciare dai vescovi: non il ritorno al Concilio Vaticano II, ma a Gesù Cristo, unica Via Verità e Vita.


Roberto de Mattei

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