domenica 30 settembre 2012

La Tradizione: Unico Fondamento dell'Autorità, da “Radicati nella fede” ottobre 2012


LA TRADIZIONE: UNICO FONDAMENTO DELL’AUTORITA’
da "Radicati nella fede", ottobre 2012

  Oh se tutti i preti che hanno scoperto la profondità e la bellezza e la verità della grande Tradizione della Chiesa, avessero con decisione abbracciato la celebrazione della Messa di sempre, ora le cose non starebbero così! Certo, perché se è vero che tutti i fedeli hanno il dovere di vigilare sulla propria vita cristiana, questa vigilanza è gravissimo dovere di ogni sacerdote. Un dovere non solo per sé, ma anche per il popolo santo di Dio. Invece assistiamo ancora a notizie date come sensazionali, che sensazionali non sono: una Messa tradizionale qua, una là... qui una al mese... di là il Vescovo ha benevolmente concesso... qui un Cardinale ha celebrato, l'altro ha assistito...  ...tutto questo ci piace poco, lo diciamo in tutta sincerità.  Chi scrive così sui bollettini o sui siti internet, manifestando gioiosa meraviglia per queste celebrazioni sporadiche, senza volerlo dà sostegno ha chi ritiene “straordinario” il rito tradizionale della Messa. Ma può essere definito “straordinario” ciò che è stato vincolante e obbligatorio per quattordici secoli se non di più? Straordinario può esserlo per ragioni politiche e sociologiche: visto che l'assoluta maggioranza delle Messe è secondo il rito di Paolo VI, straordinaria è la Messa tradizionale, in quanto minoritaria, per ora. Ci sembra però illogico, infondato, definirlo “straordinario” il rito tradizionale, se con questo termine si vuol dire che è concesso straordinariamente.  Purtroppo i preti l'hanno inteso così, e così l'hanno inteso i fedeli da loro consigliati. La Messa tradizionale non è “concessa”, è di diritto nella Chiesa, perché porta in sé l'Autorità dei secoli della Cristianità. La Messa cattolica, come è stata celebrata per secoli, è lei che giudica le novità dei nuovi riti, ma lei non può essere giudicata da nessuno. Questo i preti lo dovrebbero avere chiaro, per il concetto stesso di Tradizione e di deposito della fede. È la novità che va messa sotto giudizio dalla Tradizione, anche liturgica, plurisecolare della Chiesa. Se invece è la novità che mette sotto accusa e giudizio la Tradizione, come avviene oggi quando si chiede timidamente una Messa antica qua e là, assicurando di non essere contro la nuova Messa, e quando con magnanimità si concede qua e là il rito antico, allora siamo di fronte ad una svolta ideologica nella Chiesa cattolica, che fonda l'Autorità su se stessa e non sulla Tradizione. Non vogliamo mettere confusione in nessuno, vogliamo semplicemente dire che l'Autorità nella Chiesa è di natura diversa da quella del mondo moderno. L'autorità per i cristiani si fonda sulla Verità, quella data da Dio nella Rivelazione e trasmessa dalla Tradizione, per questo l'Autorità diventa custode della Tradizione, e il custode supremo della Tradizione, del Depositum Fidei, è il Papa.  Nel mondo moderno invece è l'autorità che fa la verità, basandosi su maggioranze e convenienze, o oscuri disegni di potere... è così perché non crede alla verità, per cui non riconosce la verità, ma decide di farla e di... cambiarla se occorre. Se si introducesse nella Chiesa un modo simile di esercitare l'autorità sarebbe la fine... ma la fine dell'autorità in tantissimi campi l'abbiamo già vista. Per questo avremmo desiderato vedere tanti sacerdoti celebrare ordinariamente la Messa di sempre, per amore della Chiesa e della sua Autorità. Sì, perché l'unico aiuto e amore possibile all'Autorità nella Chiesa è tornare alla Tradizione con sincerità.
Fonte:

sabato 29 settembre 2012

Un sito in sostegno dell'abbé Michel di Thiberville che sfidò il Vescovo Nouricchard

Vi ricordate dell'eroico sacerdote di Thiberville che si oppose con ricorso a Roma (putroppo perso in entrambe le istanze) al suo Vescovo Nouricchard che, con la scusa di accorpare più parrocchie, soppresse anche la sua che, con il doppio rito (N.O. e V.O.) era la più frequentata e amata da fedeli pii e cattolici?
Bè, il bravo sacerdote, che ormai non ha più la parrocchia ma è uno dei curati del raggruppamento parrocchiale di Thiberville, non è però stato abbandonato dai suoi fedeli.
Trovate qui al link il sito di Sostegno all'Abbé Michel ricco di notizie di iniziative e di foto, comprese quelle sulla chiesa di Folleville che è stata "restaurata" e riportata all'onor del rito cattolico dall'infaticabile Abbé Michel, che nonostante tutto continua nella sua difesa del rito della Chiesa, a celebrare coram Deo,  e veste sempre in talare (cosa che in Francia è assai rara!!).
Un grazie ad un lettore per la segnalazione del sito.
E un grazie all'abbé!
Roberto

venerdì 28 settembre 2012

Cristina Siccardi parla della due giorni che si terrà nella città di San Francesco

IL “CORTILE DEI GENTILI” AD ASSISI IMPEGNA QUARANTA RELATORI. MA PER PARLARE DI CHI E DI CHE COSA?

di Cristina Siccardi, 

da "Riscossa Cristiana"

cdgIl Cardinale Carlo Maria Martini ha fatto scuola. Fu lui, Vescovo e Cardinale, a ideare la «Cattedra dei non credenti», una formula che si è trasferita nel cosiddetto «Cortile dei gentili», incontri che dal 2011 si svolgono un po’ ovunque per promuovere in tutto il mondo il dialogo tra cristiani e non credenti; un’iniziativa ideata dal Cardinale Gianfranco Ravasi, dal 2007 presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
Fra alcuni giorni, il 5-6 ottobre, avremo il «“Cortile di Francesco”: Dio, questo sconosciuto”». Cortile di Francesco? Ma san Francesco non ha nulla a che vedere con questa iniziativa laicissima e relativista, all’insegna della religione-non religione. Dio, per san Francesco, non era affatto sconosciuto, visto che per Cristo ha giocato tutta la sua vita e lasciò il mondo per abbracciare la Croce e l’abbracciò così tanto e così forte da meritare le stigmate.
Tanti nomi di successo, tanti volti di potere, quello statale, governativo, economico, culturale, giornalistico... Tante parole, un oceano di parole: nove incontri sparsi nella città del cattolicissimo san Francesco. Qui i riflettori saranno puntati su tutto e di più, tranne che sull’unica Verità rivelata da Gesù Cristo e custodita da Santa Romana Chiesa; qui troveremo il soggettivismo più smodato, quello che tanto spaventava e allarmava il Cardinale Newman, il quale rimase solo, nell’anglicana Inghilterra (molto più anglicana di oggi) a difendere quella Verità che tanto aveva bramato. Qui non troveremo neppure la testimonianza dei martiri, che per la Fede hanno immolato la loro esistenza, che per amore del Crocifisso hanno offerto sull’altare se stessi.
Ben quaranta relatori si succederanno, ma per parlare di chi e di che cosa?
La kermesse si aprirà con Gianfranco Ravasi e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e si chiuderà con Ravasi e il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo Monti, un governo tecnocratico dalle idee decisamente relativiste, immanentiste, globaliste e, in pratica, a favore della dissoluzione delle radici cristiane.
Ecco gli altri nomi: Eraldo Affinati, Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Enzo Bianchi, Giancarlo Bosetti, Luigino Bruni, John Borelli, Susanna Camusso, Aldo Cazzullo, Vincenzo Cerami, Lorenzo Chiuchiu', Virman Cusenza, Ferruccio de Bortoli, Domenico De Masi, Massimiliano Fuksas, Umberto Galimberti, Stas' Gawronski, Massimo Giannini, Giulio Giorello, Simon Hampton, Orazio La Rocca, Raffaele Luise, Monica Maggioni, Giuliana Martirani, Armando Matteo, Roberto Olla, Ermanno Olmi, Mario Orfeo, Moni Ovadia, Giuseppe Piemontese, Federico Rampini, Ermete Realacci, Giuseppe Virgilio, Umberto Veronesi, Gustavo Zagrebelsky, Alex Zanotelli.
Ecco i temi trattati: «il grido dei poveri e il grido della terra», la fede, il lavoro, il dialogo interreligioso e interculturale, i giovani e il rapporto tra l’arte e il sacro.
Insomma, ci saranno due protagonisti in scena: il dubbio e l’esperienza. Lui provocherà ancora più squilibrio in una società profondamente schizofrenica. Lei produrrà un caleidoscopio di idee “tarlanti” che si insinueranno nelle menti già più che sufficientemente confuse.
A chi, infine, questo simposio parlerà? La risposta è semplice: alle decine, forse centinaia di giornalisti che accorreranno ad Assisi e che faranno in modo che l’evento «sia stato un enorme successo». Certamente gli applausi arriveranno e saranno dettati dai nomi presenti, non dalle idee esposte. Aleggerà su Assisi una cappa protestante, liberista, atea, che trarrà alimento anche dalle idee socialiste e comuniste che continuano a vivere nel metabolismo di una civiltà malata, che ha deciso, scientemente, di aggravare il suo stato di salute spirituale e civile. Il linguaggio utilizzato sarà di carattere sociologico, demagogico, emotivo.
Dunque questo convegno della città che oggi è costretta ad ospitare eventi anti-cattolici non parlerà assolutamente alle anime assetate di certezze, di sicurezze, di trascendenza, di ancore a cui aggrapparsi, di pilastri a cui sostenersi, a quelle anime che a dispetto di tutto e di tutti accorrono ancora alle roccaforti dello spirito, ovvero ai Santuari o alle urne dei santi,  come quella del cappuccino Pio da Pietrelcina, un altro figlio di san Francesco, che, anche lui, ricevette il dono delle stigmate. E non parlerà neppure a quelle anime che disperatamente vanno in cerca di pastori e maestri della Chiesa di Cristo e non di vip e narcisi, che amano se stessi e le passerelle del mondo.
Leggiamo nella prima lettera di san Giovanni:
«Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore» (1 Giov 4, 1-6).
Il 4 ottobre sarà la festa di san Francesco e il 7 ottobre Benedetto XVI proclamerà Dottore della Chiesa santa Ildegarda di Bingen: in mezzo a queste nobili date assisteremo a ciò che non vorremmo mai e poi mai si realizzasse. Ma sappiamo che la Passione della Chiesa è in atto, con tutte le sue dolorose conseguenze e la Fede, che per lei sarà dedicato un anno intero di riflessione e di preghiera (a partire dall’11 ottobre), subisce colpi spaventosi. Ci consoli il fatto che né san Francesco, né santa Ildegarda sarebbero stati invitati come relatori e neppure avrebbero partecipato, come spettatori, a questo triste e inquietante spettacolo.

Fonte:
http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1857:il-cortile-dei-gentili-ad-assisi-impegna-quaranta-relatori-ma-per-parlare-di-chi-e-di-che-cosa-di-cristina-siccardi&catid=61:vita-della-chiesa&Itemid=123

Petizione al Santo Padre per chiedergli di celebrare una S. Messa Tradizionale


Petizione al Papa perchè celebri una S. Messa Tradizionale
Petition Requesting Holy Father Offer Traditional Mass
Pétition au Pape pour célébrer un saint
messe traditionnellePetición al Papa para celebrar un Santo Misa TradicionalPetition an den Papst um eine Heilige zu feiern Alte Messe


Dopo l'articolo di Edward Pentin, che sulle pagine del National Catholic Register (21.09.2012) riportava le voci che si rincorrono a Roma su una -per ora improbabile- celebrazione in rito antico del Santo Padre, vi segnaliamo che la settimana prossima (1° ottobre 2012) sarà a Roma l'avvocato italo-brasiliano Joao Otavio Benevides Demasi, promotore di una petizione per chiedere a Sua Santità di voler celebrare una Santa Messa secondo la forma extraordinaria del Rito Romano e quindi  col messale del Beato Giovanni XXIII. Non una richiesta, ovviamente, ma una filiale supplica perchè decida, se lo ritiene opportuno, di celebrare col rito antico.
La petizione è precedente all'organizzazione del Pellegrinaggio del 3 novembre 2012 e non è stata lanciata per quell'evento.
Sappiamo bene che non sarà possibile nemmeno sperare che Benedetto XVI celebri la S. Messa del Pellegrinaggio Una cum Papa Nostro: inoltre la Celebrazione della S. Messa di Benedetto XVI del 3 novembre 2012 per le anime dei cardinali defunti è stata già fissata nell'agenda delle Celebrazioni Liturgiche Pontifice per il mattino, e che, come prassi, il Papa non celebra due Messe pubbliche al giorno. Tanto meno se una delle due dovesse essere in rito antico. Quindi non ci illudiamo.  Sappiamo che al di là dei falsi problemi organizzativi, ben altri sono gli ostacoli.

Non sappiamo se la petizione sia un metodo proficuo, però sappiamo che se saranno molti i fedeli che firmeranno la petizione (ad oggi sono 1905), si avrà comunque un buon risultato "ad effetto". Anche se non si otterrà la S. Messa tradizionale celebrata dal Papa (non ora e forse non questo Papa), i numeri saranno vsibili a tutti, e costituiranno uno strumento in più per renderci visibili, far vedere che ci siamo, e forse fare un po' di pressione psicologica sui vescovi e monsignori di Curia!

Quindi, al di là del Pellegrinaggio, e al di là di una speranza a breve termine, firmate in tanti!! Più siamo, e meglio è comunque!

La petizione on line è accessibile dal nostro blog, nella colonna di destra, oppure ai siti seguenti:

Roberto

Liturgia, Mysterium salutis

Ed. San Paolo:
"Un volume per comprendere il vero significato e la sacralità della liturgia.
Affermare che la liturgia è sacra significa sottolineare il fatto che essa non vive delle invenzioni sporadiche e delle "trovate "? sempre nuove di qualche singolo o di qualche gruppo. Essa non è un circolo chiuso in cui noi decidiamo di incontrarci, magari per farci coraggio a vicenda e sentirci protagonisti di una festa. La liturgia è convocazione da parte di Dio per stare alla sua presenza; è il venire di Dio a noi, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo.
Una forma di adattamento alle situazioni particolari è prevista ed è bene che ci sia. È il messale stesso che la indica in alcune sue parti. Ma in queste e solo in queste, non arbitrariamente in altre. Il motivo è importante ed è bene riaffermarlo: la liturgia è dono che ci precede, tesoro prezioso che ci è stato consegnato dalla preghiera secolare della Chiesa, luogo in cui la fede della Chiesa ha trovato nel tempo forma ed espressione orante."

"Descrizione
Affermare che la liturgia è sacra significa sottolineare il fatto che essa non vive delle invenzioni sporadiche e delle “trovate” sempre nuove di qualche singolo o di qualche gruppo. Essa non è un circolo chiuso in cui noi decidiamo di incontrarci, magari per farci coraggio a vicenda e sentirci protagonisti di una festa. La liturgia è convocazione da parte di Dio per stare alla sua presenza; è il venire di Dio a noi, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo. Una forma di adattamento alle situazioni particolari è prevista ed è bene che ci sia. È il messale stesso che la indica in alcune sue parti. Ma in queste e solo in queste, non arbitrariamente in altre. Il motivo è importante ed è bene riaffermarlo: la liturgia è dono che ci precede, tesoro prezioso che ci è stato consegnato dalla preghiera secolare della Chiesa, luogo in cui la fede della Chiesa ha trovato nel tempo forma ed espressione orante.Destinatari.
Sacerdoti, gruppi liturgici, catechisti.

L’Autore.
Guido Marini, nativo di Genova, dopo gli studi teologici nella città natale e l’ordinazione sacerdotale ha conseguito il dottorato In utroque iure presso l’Università Lateranense e la laurea in Psicologia della Comunicazione presso la Pontificia Università Salesiana. Segretario dei vari cardinali succedutisi a Genova negli ultimi vent’anni e Maestro delle Celebrazioni liturgiche, ha svolto il proprio ministero sacerdotale nell’ambito della predicazione, della direzione spirituale e dell’accompagnamento di alcuni gruppi giovanili. A inizio ottobre 2007 è stato nominato Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie e Prelato d’Onore di Sua Santità. È autore di libri e di contributi su riviste; presso le Edizioni San Paolo ha pubblicato: La libertà è amore. Madre Eugenia Ravasco (2010).

GUIDO MARINI, Liturgia, Mysterium salutis, Ed. S. Paolo 2010, € 4.50

giovedì 27 settembre 2012

Analisi di Gnocchi e Palmaro sulla Teologia del dubbio

Con il Cortile dei Gentili, ad Assisi va in scenala “Teologia del dubbio 2.0”,
da Corrispondenza Romana

(
“L’elenco dei partecipanti è impressionante”: così dice L’Espresso e, per una volta, non lo si può contraddire quando parla di questioni ecclesiali. Anzi, non si riuscirebbe trovare espressione più efficace di quella usata dal laicissimo settimanale romano per presentare la nuova iniziativa sorta sotto l’egida del Cortile dei Gentili guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi.
Persino la gazzetta ufficiale dell’intellighenzia laica strabuzza gli occhi, anche se con compiacimento, e, a pagina 93 del numero 39, scrive proprio così: “L’elenco dei partecipanti è impressionante”. Non si può certo biasimare l’A.C.P. che sigla il pezzo, visto che poi spiega: “Da Susanna Camusso a Umberto Veronesi, da Massimiliano Fuksas a Gustavo Zagrebelsky, da Enzo Bianchi ad Alex Zanotelli. E poi Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Giancarlo Bosetti, Vincenzo Cerami, Ferruccio de Bortoli, Umberto Galimberti, Giulio Giorello, Ermanno Olmi, Ermete Realacci… Tutti riuniti ad Assisi, venerdì 5 e sabato 6 ottobre, per una nuova tappa del Cortile dei gentili, la serie di incontri per promuovere in tutto il mondo il dialogo tra cristiani e non credenti avviata dal cardinal Gianfranco Ravasi nel febbraio del 2011. Titolo della due giorni di Assisi ribattezzata “Cortile di Francesco”: Dio, questo sconosciuto”.
In effetti, il titolo pare azzeccatissimo. Tanto più se si scorre l’elenco dei partecipanti, di cui, a costo di infliggere una dura penitenza al lettore, conviene riportare la formazione al completo orgogliosamente fornita dal programma: “Eraldo Affinati, Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Enzo Bianchi, Giancarlo Bosetti, Luigino Bruni, John Borelli, Susanna Camusso, Aldo Cazzullo, Vincenzo Cerami, Lorenzo Chiuchiu’, Virman Cusenza, Ferruccio de Bortoli, Domenico De Masi, Massimiliano Fuksas, Umberto Galimberti, Stas’ Gawronski, Massimo Giannini, Giulio Giorello, Simon Hampton, Orazio La Rocca , Raffaele Luise, Monica Maggioni, Giuliana Martirani, Armando Matteo, Roberto Olla, Ermanno Olmi, Mario Orfeo, Moni Ovadia, Giuseppe Piemontese, Federico Rampini, Ermete Realacci, Giuseppe Virgilio, Umberto Veronesi, Gustavo Zagrebelsky, Alex Zanotelli”.
Uno splendido parterre che pare quasi l’elenco delle figurine di un gioco di società che potrebbe chiamarsi “Bravo chi trova il cattolico”. E invece è qualcosa di serio, di terribilmente serio. O “impressionante”, come si compiace L’Espresso. Tanto serio che la due giorni di Assisi si apre con un serissimo dialogo tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il cardinale Gianfranco Ravasi e si chiude con un dialogo tra il ministro Corrado Passera e, naturalmente, il cardinale Gianfranco Ravasi.
Si sarebbe tentati di eccepire subito sul piano dottrinale, sul piano ecclesiale, sul piano culturale, sul piano formale e su svariati altri piani. Ma prima bisogna concedersi una spruzzatina di sana demagogia, un puf di quel censurare che piace tanto alla Chiesa che piace e dovrebbe trovare orecchie sensibili tra organizzatori e partecipanti dell’evento in questione, visto che si apprestano ancora una volta ad abusare di Assisi e del nome del Poverello. Insomma, quanto costa questa faraonica kermesse, nel cui programma c’è di tutto, persino un laboratorio di scrittura creativa, tranne una Messa? Chi paga? Con i soldi di chi? Il presidente Napoletano viene a spese del contribuente italiano, del cattolico che versa l’otto per mille o a spese proprie? E il ministro Passera? Ed Eraldo Affinati? E Lucia Annunziata? E tutti gli altri, in ordine alfabetico, fino ad Alex Zanotelli?
Davanti a queste semplici domande, ci sarà qualcuno così sprovvisto di pudore da gridare effettivamente alla demagogia. Ma chi di demagogia ferisce di demagogia perisce: non sarebbe stato meglio, in tempi di crisi come questi, impiegare in qualche opera di carità i soldi necessari per mettere su un simile simposio? Riesce onestamente difficile immaginare qualche professionista della rampogna alla Chiesa costantiniana trionfalista e collaterale al potere che questa volta si alzi in piedi e osi dire che no, con Napolitano non si può, che questo è meretricio perpetrato con il potere di turno, che è il momento della sobrietà. Lo farà, tanto per fare un esempio, il Priore-di-Bose-Enzo-Bianchi, così avvezzo a bacchettare la Chiesa di tutti i secoli tranne quella a sua immagine somiglianza? Lo farà Alex Zanotelli, l’icona del Vangelo ridotto a sociologismo? Trovandoli nell’elenco degli ospiti della kermesse, si direbbe proprio di no.
Ma, purtroppo, non è questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Il problema è un altro, ed è che ad Assisi ci si appresta a mettere in scena una nuova versione riveduta e aggiornata di quella teologia del dubbio che tanto aveva avuto fortuna grazie al cardinale Martini con la Cattedra dei non credenti. E non è un caso che, alla regia, ora vi sia un cardinale cresciuto alla scuola del martinismo come Gianfranco Ravasi. La matrice è evidentissima sin dalla pagina del sito del Cortile dei Gentili in cui si presenta l’iniziativa: “In occasione dell’Anno della Fede, indetto da Papa Benedetto XVI, il Cortile dei Gentili vuole raccogliere e dare forma al grido spesso silenzioso e spezzato dell’uomo contemporaneo verso un Dio che per un numero crescente di persone rimane un Dio sconosciuto’.  
Il Cortile dei Gentili intende così proporsi come laboratorio di un dialogo di pari dignità tra atei e credenti  che purifichi gli atteggiamenti profondi di entrambi nei confronti di Dio e della fede. Ci sostiene in questa impresa la nobile figura di Francesco, il Poverello di Assisi, amato dai credenti di ogni confessione e dai ‘non credenti’, che ci indica sempre di nuovo le vie di questo dialogo attorno alla fede: il grido dei poveri e della Creazione, il grido della pace e della non-violenza, la sfida del dialogo interreligioso e interculturale, una nuova centralità della contemplazione attiva, il grido della bellezza contro la bruttezza e la bruttura”.
Una sublime versione 2.0 dell’invenzione martiniana che, una volta innescata, porta il cattolicesimo all’autodissoluzione. Fino a ridurre pastori, intellettuali e semplici fedeli a mendicare in casa d’altri una fugace visione di una verità provvisoria, come un’improbabile vista mare dalla camera d’angolo della pensione Mariuccia.
Ogni casa a cui si bussa è un approdo che durerà lo spazio necessario per incontrare un interlocutore e un pensiero più forte e prepotente del precedente. Ma ormai, se non si pone riparo, manca poco al termine del viaggio, poiché l’interlocutore attuale è il negatore della verità. Non a caso, il titolo della rassegna è un inquietante “Dio, questo sconosciuto”, così compiacente nei confronti dell’ateo da mostrare impudicamente tutto il timore e il tremore che il cattolico venuto su a pane, dialogo e Cattedra dei non credenti prova davanti al mondo. Tant’è vero che il clou dei clou dell’evento è l’incontro officiato da Giorgio Napolitano e dal cardinale Ravasi a cui farà da cerimoniere il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli.
Non a caso si dice “officiato”, perché questi sono veri e propri riti attraverso i quali si celebra e si diffonde la nuova religione del dialogo. Cerimonie che replicano fin nelle pieghe più intime quelle che vanno di moda nel mondo, red carpet compreso. Naturalmente, la celebrazione dell’inchino davanti al mondo ha la sua massima solennità se viene officiata al cospetto del pontifex maximus della laicità, che in Italia è il presidente della Repubblica in quanto Garante-della-Costituzione. Nel caso presente, riesce difficile immaginare un suo sostanzioso contributo al tentativo, sempre che questo sia lo scopo della kermesse, di rendere Dio un po’ meno sconosciuto. A meno che non ci vada a ripensare pubblicamente quanto Napolitano ha fatto nel caso di Eluana Englaro: ma c’è da credere che questo il coofficiante Ravasi e il cerimoniere de Bortoli non glielo chiederanno.
Ancora una volta, abusando di Assisi e di San Francesco, grazie a un’iniziativa cattolica verranno celebrati i fasti della laicità. Laicità “sana”, sia ben chiaro, perché quella malata magari mette qualche brivido persino ai teologi del dubbio, in quanto esige di scegliere subito e una volta per sempre, mentre loro preferiscono rimandare e dialogare all’infinito.
È persino tenera l’ingenuità dei cultori del dubbio, i quali fingono di non capire che, sana o malata, la laicità è sempre laicità e il suo scopo è quello portare il cattolico a praticare un’altra religione. È grazie alla “sana laicità”, la cui espressione massima si trova nel culto della legalità, che oggi i cattolici considerano peccato ciò che offende il mondo invece di ciò che offende Dio, transigono su qualsiasi eresia ma guai a passare col rosso a non chiedere lo scontrino del caffè. Poveri fedeli e poverissimi pastori che, a forza di dialogare e mettere tra parentesi la propria fede, hanno finito per camminare capovolti. Fino all’assurdo di sacerdoti intimamente scandalizzati davanti ai mafiosi che dicono di credere in Dio invece che davanti a quelle personcine perbene che praticano l’aborto, aspirano all’eutanasia e di Dio non vogliono neppur sentire parlare. Sacerdoti che gridano pubblicamente allo scandalo davanti all’atto di fede di un peccatore invece che davanti alla negazione di Dio di un benpensante. E poi rimproverano la Chiesa di aver smarrito la strada autentica del Vangelo.
L’evento di Assisi pare proprio la celebrazione di questo cristianesimo derubricato ad happening culturale, dove tutto si equivale a tutto, ma il Vangelo cede il passo alla Costituzione. Basta che si faccia cultura e si parli, si parli, si parli tanto fino a mescolare le parole e produrre l’illusione di diventare tutti più colti, di saperne di più su Dio ma senza provarne, in fondo, troppo interesse. Ben diversa è la via tracciata in quell’aureo vademecum che è L’imitazione di Cristo, un testo che non verrà certo distribuito il 5 e 6 ottobre ad Assisi: “Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati sapienti. Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova affatto, all’anima. Ed è tutt’altro che sapiente colui che attende a cose diverse da quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l’anima; invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia in Dio. (…)
Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato. Anche se ti pare di sapere molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati che sono molte di più le cose che non sai. Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere qualcosa, in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di essere considerato un nulla. E’ questo l’insegnamento più profondo e più utile, conoscersi veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere sempre buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e perfezione”.
Si obietterà che il Cortile dei Gentili “l’ha voluto il Papa”. Nell’home page dell’apposito sito, viene spiegato fin dalle prime righe: “Il Cortile dei Gentili è un suggerimento di Papa Benedetto XVI poi sviluppato dal Cardinale Ravasi, con lo scopo di creare uno spazio neutrale d’incontro tra credenti e non credenti”.
Ma il punto è proprio questo: circa le ragioni ultime del credere, lo spazio neutrale non esiste. A meno che non si pensi che qualunque opinione su Dio sia equivalente alle altre. Ma questo, in fondo, non lo pensa neanche un ateo.

Alessandro Gnocchi - Mario Palmaro

Fonte:
http://www.corrispondenzaromana.it/con-il-cortile-dei-gentili-ad-assisi-va-in-scena-la-teologia-del-dubbio-2-0/

"Quando Liturgia fa rima con eresia". Imperdibile! (S.Magister )

Proseguendo il suo ciclo di catechesi sulla preghiera, Benedetto XVI è passato ieri, mercoledì 26 settembre, dalla preghiera nella Scrittura alla preghiera nella liturgia. 
Nella liturgia è Dio che “ci offre le parole”, ha detto il papa. “Noi dobbiamo entrare all’interno delle parole [liturgiche], nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio”. 
Se dalla dottrina, però, si passa alla pratica, le cose cambiano. Si sa che vari preti hanno un concetto “creativo” della liturgia, nel quale gli attori e gli inventori sono loro. In una parrocchia della Toscana, ad esempio, c’è un prete che fa e parla a modo suo, quando distribuisce la comunione. 
Evidentemente perché non crede nella presenza reale di Gesù nel pane e nel vino consacrati. (Sottolineatura nostra n.d.r.) 
La cosa è arrivata all’orecchio del professor Pietro De Marco, che da Firenze ci ha trasmesso questo commento acuminato. 

* IN MEMORIA DI CRISTO” di Pietro De Marco 

Mi raccontano, non senza preoccupata ironia, che un parroco di una diocesi toscana, noto per varie eccentricità, amministra l’eucaristia o, come dicono i messali, “presenta l’ostia ai comunicandi, con le parole “In memoria di Cristo”, invece che con la vincolante ed essenziale formula: “Il corpo di Cristo”. 
Poiché tale parroco ama dichiararsi un “professionista” ecclesiale, è certo che, da professionista, usa quella formula consapevolmente. Per esibire e trasmettere, senza timore, la sua negazione della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche. 
Ora, sull’evento “reale” della consacrazione non vi è alcuna incertezza nella “lex orandi”, cioè negli enunciati del canone liturgico. 
Non per nulla, dopo le parole della consacrazione, il sacerdote “adora subito l’ostia”. 
E altrettanto dovrebbero fare i fedeli, invece del disordine dei comportamenti attuali e specialmente dello stare in piedi suggerito da qualche liturgista. 
La dottrina della fede è altrettanto ferma e costante. Rileggiamo “pro memoria” il mai abrogatoDecretum de SS. Eucharistia” del Concilio di Trento, fino ai canoni conclusivi (Denzinger-Hünermann, nn. 1651-1656), e il recente e obbligante Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato esattamente venti anni fa, ai nn. 1373 e seguenti. 
Il Catechismo della Chiesa Cattolica va considerato la trascrizione di ciò che è dogmaticamente rilevante nel “corpus” dei documenti del Vaticano II. 
La cultura teologica diffusa, invece, su questo punto ha oscillato e oscilla dannosamente, così da essere responsabile di questi effetti, anzitutto nel clero. 
L’arrischiato parroco di cui sopra è sicuramente il frutto degli insegnamenti ricevuti in seminario o in qualche facoltà teologica, o dei maestri della letteratura teologica internazionale, letta od orecchiata successivamente. 
Leggevamo non ieri, ma anni fa, che la maggior parte del clero olandese delle ultime generazioni non crede nella presenza reale di Gesù nell’eucaristia. In ragione di cosa, se non di un insegnamento dogmatico e liturgico ammiccante e aberrante? 
 Quale che sia l’estensione delle responsabilità, l’uso della formula “In memoria di Cristo” in luogo di “Il corpo di Cristo” non è solo imprudente o inopportuno. 
È molto di più: suppone una convinzione che ad essere massimamente prudenti si direbbe che “ha sapore di eresia”. 
Al caso particolare saprà far fronte il vescovo competente, dopo opportuna indagine. Interessa qui sottolineare, ancora una volta, lo scandalo continuato, anche su materie meno gravi, indotto da una spigliata confidenza, accoppiata ad ignoranza o a corruttela teologica, con la dottrina della fede. 
Preti come questi hanno deliberatamente distrutto in sé stessi e probabilmente nei collaboratori laici e in parte del loro popolo la verità sacramentaria, colpendo l’essenziale dell’esistenza e del fondamento della Chiesa: la retta fede del popolo cristiano. 
E nel valutare questo peccato e “crimen” la Chiesa è sola. 
Non ha né il supporto né lo stimolo concorrenziale delle magistrature civili, come negli episodi di pedofilia. L’esercizio ispettivo e correttivo le spetta ed è tenuta ad esercitarlo. 
Azione doverosa e coraggiosa perché, appunto, il contesto generatore di questi fatti particolari è esteso. 
Non sarebbe difficile cogliere, in una quantità di libri teologici tradotti da editori cattolici, pagine (mai sottoposte a critica da chi dovrebbe) che istigano, di fatto, ad atti di svalutazione, metaforizzazione, vaga spiritualizzazione della transustanziazione, mascherati con parole equivoche. 
L’eventualità che quanto nel piccolo caso toscano è esplicitato con sicumera sia in altri preti tenuto nascosto, nicodemiticamente, fa tremare. 
Il compito dell’imminente Sinodo dei vescovi, col suo esercito di periti sapientemente dosati, sarebbe a mio avviso non quello di confermare un cinquantennio di moderne esortazioni all’annuncio cristiano, ma di ricostruire energicamente nel clero e nel laicato quella comune dottrina della fede senza cui ogni enunciato che venga dalla Chiesa sarà indistinguibile da quelli del nichilismo ordinatore della postmodernità. 
Se i vescovi di tutto il mondo, frenati da prudenze pastorali e di governo e talora da incertezza dottrinale, non avessero la forza di provvedere, toccherebbe ai semplici fedeli – quelli che in virtù di una buona formazione cristiana ancora possono farlo – discernere opinioni e condotte diffuse palesemente erronee, catechismo alla mano, e dire “no”. 

Festa del S. Rosario "straordinaria" a Trieste. Il vescovo assisterà ai Solenni secondi Vespri

Sacri Riti a Trieste per la Festa della Madonna del S. Rosario, titolare della chiesa dove si celebra la S. Messa in rito antico.
Roberto
La Parrocchia e Cappella Civica della B.Vergine del Rosario di Trieste propone una sequela di appuntamenti liturgici in occasione della festa patronale.

In apertura avrà luogo un “solenne triduo”, nei giorni 3, 4 e 5 ottobre, alle ore 18.30, nel corso del quale saranno eseguiti l’inno Ave Maris Stella e l’antifona mariana propria, musicate da autori maltesi dell’Ottocento (partiture sino ad oggi inedite), con accompagnamento d’organo.
Predicatore Rev.do don Luigi Tonon, vice cancelliere della Curia Vescovile.

Al pomeriggio di sabato 6 ottobre, sempre alle ore 18.30 ci sarà la solenne traslazione della Reliquia della Madonna (velo di Loreto, qui il link al sito con alcune immagini, a destra), partendo dalla Cappella della Madonna dei Fiori (Palazzo INAIL) alla volta della chiesa parrocchiale, dove, alle 19.00, sarà cantata la s. Messa solenne (in sol maggiore di Schubert) nella forma extraordinaria del rito Romano (rito romano gregoriano).
La S. Messa sarà cantata dalla Cappella Corale diretta da Elia Macrì, che proporrà anche i brani Sancta Maria e Laudate Dominum (di W.A. Mozart ).

L’indomani, domenica 7 ottobre, alle ore  10.00 processione con l’effigie della Madonna di Pompei per le vie della Parrocchia, seguita dalla recita della supplica.
Nel pomeriggio, alle ore 18.30, saranno celebrati  i solenni secondi Vespr durante i quali sarà cantato l’Ecce sacerdos magnus (di A. Bruckner) ed il grande “Magnificat” J. S. Bach
Assisterà e predicherà il Vescovo di Trieste, S. E. mons. Giampaolo Crepaldi.Un rito pio e suggestivo che corona i festeggiamenti che la comunità offre ad onore della Patrona celeste e a beneficio dello spirito di tutti.

Un ringraziamento al Direttore, alla Cappella e ai solisti che solenizzeranno i riti e accompagneranno la preghiera dei fedeli:
tenori: R. Prestinenzi, M. Neglia, S. Speranzon
baritoni: T. Vojtissek, Sikai Lai
basso: H.Wang
soprani: I. Iellenz, A. Tomisic
Direttore: Elia Macrì

mercoledì 26 settembre 2012

Merate: la storia di un antico manoscritto musicale . Concerto di musiche gregoriane promosso da Res Musica

“Un enorme libro con la copertina rigida in legno, borchie in cuoio e listelli laterali per proteggerlo da mani poco accorte. 
Alcune pagine gialle, altre bianche a seconda del materiale. 
E su questi fazzoletti di carta i canti, in versi, con tanto di spartito e di note a indicare tonalità, cadenza e durata che i frati utilizzavano per inneggiare a Dio le loro Laude. 
Alla storia e alla fede, venerdì sera si è unita la musica a creare un'atmosfera davvero suggestiva e unica che l'arte e le bellezze pittoriche della chiesa di San Gregorio in Turba hanno offerto, creando così un quadretto davvero incantevole. 
La serata, inserita nell'ambito di Voces, festival della musica tradizionale e antica (promosso da Sviluppo Non Profit e da Res Musica con il contributo di numerosi altri enti del territorio) è stata divisa in due parti: prima la presentazione al pubblico di un antico mano manoscritto francescano conservato nella Biblioteca di piazza Riva Spoleti e la seconda con i canti della tradizione francescana eseguiti dal gruppo vocale Feininger. 
"In questo libro" ha spiegato il prof. Marco Gozzi, profondo conoscitore della tradizione gregoriana, che si è occupato di studiare questo prezioso volume "si trovano annotazioni gregoriane e mensurali, che indicano cioè una caratteristica della nota. 
Qui troviamo principalmente canti fratti che erano diffusissimi nei conventi francescani. Si tratta di un libro per l'Ufficio e non per le Messe". 
Ogni manoscritto, e così anche quello di Merate, rappresenta un unicum, tipico del convento dove veniva utilizzato e con melodie proprie. 
Nella storia della musica non esiste traccia di questo repertorio poiché si tratta di un tesoro sommerso che sta pian piano emergendo grazie ad appassionati conoscitori e studiosi, come appunto il prof. Gozzi. 
"L'annotazione nera indica il ritmo, quella rossa la seconda voce. In questi manoscritti è riflesso molto spesso il canto tipico della pianura Padana, a ridosso delle montagne e il canto fratto è proprio a metà tra la musica colta e quella popolare"
La seconda parte della serata si è sviluppata sull'esecuzione dell'ensemble di Trento che ha proposto alcuni canti fissati sulla pergamena del manoscritto accompagnati da un organo a 5 registri, trasportato alla chiesa di Turba per l'occasione. 
La serata, dunque, oltre a un momento di storia, arte e musica è stata l'occasione per ammirare la squisita semplicità e bellezza della chiesa di San Gregorio in Turba, adagiata a ridosso di quella che un tempo era un'amena collina. 
Dove oggi, purtroppo, l'uomo ci ha messo ancora e come sempre mano”. 



Il Papa: "Attraverso la Liturgia Dio ci parla. La Liturgia è 'opera di Cristo', come ricordato dalla Sacrosanctum Concilium". Attraverso la Lituriga dei sacramenti e la Chiesa Dio ci salva

Tanto per ricordare a certi preti e a certi "cattolici adulti" che la liturgia (e, per estensione, la celebrazione dei sacramenti) non è e non dev'essere un tempo e uno spazio dei fedeli e per i fedeli; non è autoreferenziabile, fine a sè stessa, e autocelebrativa (dimensione "orizzontale")...
Ma è un opera di Cristo, è un luogo privilegiato in cui Dio agisce, si rivela, ci partecipa la sua grazia e salvezza. E il momento attuale in cui gli uomini possono partecipare all'opera di Dio (dimensione verticale).
Il Papa si chiede: "dove si rende attuale, per noi, oggi, il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la Salvezza?", E dà la risposta, stupenda: "nell'azione di Cristo, attraverso la Chiesa, nella ligurgia e nei sacramenti". Anche il Concilio lo ha ribadito. Non ci sono scuse.
Per il testo si veda il link dal widget del Vaticano qui a destra.
Roberto

 

Il Papa all'udienza generale:
la liturgia, azione dell'uomo e di Dio, preghiera che viene dallo Spirito e da noi
d
a Radio Vaticana del 26.09.2012


Oggi [mercoledì 26 settembre 2012, n.d.r.] il Papa, durante l’udienza generale, la prima tenuta in Piazza San Pietro dopo il 6 giugno, ha svolto la sua catechesi sulla Liturgia, come scuola di preghiera. In questi mesi – ha detto – “abbiamo compiuto un cammino alla luce della Parola di Dio, per imparare a pregare in modo sempre più autentico guardando ad alcune grandi figure dell’Antico Testamento, ai Salmi, alle Lettere di san Paolo e all’Apocalisse, ma soprattutto guardando all’esperienza unica e fondamentale di Gesù, nel suo rapporto con il Padre celeste. In realtà, solo in Cristo l’uomo è reso capace di unirsi a Dio con la profondità e la intimità di un figlio nei confronti di un padre che lo ama, solo in Lui noi possiamo rivolgerci in tutta verità a Dio chiamandolo con affetto “Abbà! Padre!”. Come gli Apostoli, anche noi abbiamo ripetuto in queste settimane e ripetiamo oggi a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Inoltre, per apprendere a vivere ancora più intensamente la relazione personale con Dio, abbiamo imparato a invocare lo Spirito Santo, primo dono del Risorto ai credenti, perché è Lui che «viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente» dice san Paolo e sappiamo come ha ragione!”.

Il Papa pone dunque la domanda: “come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo?". "Qual è questa scuola nella quale mi insegna a pregare e viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio?". La prima scuola per la preghiera - ha sottolineato - è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura, permanente dialogo tra Dio e l'uomo. Ma - ha aggiunto - "c’è un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta".
Quindi, aggiunge: “Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica - sussidio sempre prezioso, direi indispensabile" leggiamo che "la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo dal mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. «Servizio in favore del popolo», un popolo che non esiste da sé, ma che si è formato grazie al Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Di fatto, il Popolo di Dio non esiste per legami di sangue, di territorio, di nazione, ma nasce sempre dall’opera del Figlio di Dio e dalla comunione con il Padre che Egli ci ottiene. Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio»".

Questo – ha proseguito - ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. Tra tanti progetti, il testo sulla sacra liturgia sembrò essere quello meno controverso, e, proprio per questo, capace di costituire come una specie di esercizio per apprendere la metodologia del lavoro conciliare. Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta, anche a partire dalla gerarchia dei temi e dei compiti più importanti della Chiesa. Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» si mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Il criterio fondamentale per la liturgia è il suo orientamento a Dio, per poter così partecipare alla sua stessa opera”.

C’è poi un’altra domanda: “qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà i due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio”.

Ma “in che modo – si chiede ancora Benedetto XVI - si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera e colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «che la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così: prima si deve pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola". Nella liturgia invece la parola viene prima. Dio - ha affermato il Papa - ci ha dato la Parola e la sacra liturgia ci offre le parole; "noi dobbiamo entrare nell'interno delle parole, ne loro significato, accoglierle in noi, metterci in sintonia con queste parole": così diventiamo simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore ...”.

Il Papa accenna poi “ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione liturgica. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum
”.

Di qui l’esortazione finale: “Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante", se non vogliamo farci vedere ma orientiamo il nostro cuore a Dio e siamo in atteggiamento di preghiera, "unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, come afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564)”.

Manipolo nel Novus Ordo. Lo ha indossato un sacerdote di Portland (U.S.A.)

Dal sito della Diocesi di Portland (Maine, U.S.A.), grazie ad Acción Litúrgica, abbiamo trovato questa bella foto di un sacerdote che oltre alla casula e alla stola (che spunta davanti, con le nappe giallo scuro) indossa anche un manipolo.
La cosa che stupisce positivamente è che si tratta di una S. Messa "novus ordo".
Non ci rallegriamo per il semplice fatto che sia stato indossato il manipolo, ovviamente. Ma questa circostanza testimonia la forma mentis (et celebrandi e credendi) del sacerdote in questione. E c'è da essere sicuri che, al di là del manipolo (che rappresenta solo una "spia" e un "segnale" positivi), egli sia attento a celebrare il novus ordo in modo degno, ieratico, e magari col crocifisso al centro dell'altare, dando la S. Comunione in ginocchio e in bocca. Insomma, secondo l'esempio del Santo Padre.
Speriamo! Qualcosa, sicuramente, ormai si sta muovendo!

martedì 25 settembre 2012

La Nuova Evangelizzazione e l'Anno della Fede passano anche attraverso un buon catechismo. Un parroco si inventa un "giuramento cattolico" per i suoi catechisti

Ci scrive don Pierangelo Rigon, della Parrocchia di San Pancrazio di Ancignano (a Sandrigo, Vi) che ci invia una sorta di "giuramento cattolico" che egli da quest'anno propone (e non impone, -per ora?-) da firmare alle catechiste all'atto del conferimento dell'incarico.
L'iniziativa è lodevole, viste le condizioni in cui versano il catechismo e le modalità di insegnamento (relativizzato) della dottrina cattolica ai fanciulli.
Il contenuto poi è curato, serio e completo: impegno a rispettare la dottrina della Chiesa Cattolica e a dare l'esempio con la preghiera e la frequentazione delle SS. Messe in parrocchia.
Fin ora solo alcune catechieste hanno firmato... (e le altre? cosa non piace loro? il punto 2 o gli altri?).
Il parrocco ci ha dato la facoltà di pubblicare quest "accettazione di incarico di catechiesta" (equivalente un po' al giuramento dei sacerdoti-vescovi per l'assunzione degli uffici ecclesiastici) per dare l'esempio ed esortare i suoi confratelli, se non proprio a fare firmare una dichiarazione come la seguente, ma almeno a ricordare loro di vigilare sui catechisti e sull'insegnamento del catechismo (quello della Chiesa, e non quello personale del catechista) ai ragazzi.
Ci piace la coincidenza dell'inaugurazione di questo "Giuramento/impegno" per  l'anno pastorale 2012-2013 con l'inizio dell'anno della Fede. Anche da qui passa la Nuova Evangelizzazione. Se finalmente si tornerà a insegnare ai ragazzi la Dottrina Cattolica trasmessa e e insegnata dalla Chiesa (e non opinioni personali, punti di vista ecc...), si ricomincerà a trasmettere i veri valori del cattolicesimo (da applicare anche nella scuola, in famiglia, società, nel lavoro ecc) e i ragazzi se li porteranno dietro crescendo. E' il primo passo, forse piccolo ma bisognava pur farlo. Bravo don Pierangelo. Bella idea! Speriamo altri sacerdoti seguano l'esempio.
Ma quando si ritornerà a: Domanda - "Chi è Dio?"; Risposta - "Dio è l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra". ?

Prendiamo in prestito un bel commento che ha lasciato un lettore sul "giuramento" seguente. Vale la pena proporlo a tutti i lettori perchè con poche ma chiare parole tesse un bell'elogio (schietto ma non melenso) al testo di don Rigon.
Spero non ce ne voglia per il plagio.
"Il testo proposto non è semplicemente rigoroso, ma anche umano e, direi, qualcosa di più: espressione di carità. Sono perfino previsti i contrasti " affrontando eventuali difficoltà nello stile della carità e della franchezza evangelica" ( secondo quanto indicato nel "Discorso della Montagna" ). Ci sono termini e concetti che il "neoclericalese" sembrava non contemplare più: "UMILE ossequio della mente e del CUORE": "e per l'EDIFICAZIONE nella fede". Da notare anche l'impegno alla preparazione con la preghiera e CON LO STUDIO ( indice della più grande serietà ). Tutto il testo indica un insieme di solidità, delicatezza, spiritualità. Insomma, c'è buona e santa stoffa."
 
***
ACCETTAZIONE DEL MINISTERO DI CATECHISTA
 PER L’ANNO 2012 – 2013

Nella piena consapevolezza di quanto comporta il servizio di catechista che la Chiesa Cattolica mi affida tramite il parroco, accetto liberamente questo compito, impegnandomi in particolare:
- a prepararmi convenientemente con la preghiera e lo studio personale e intervenendo agli incontri formativi proposti in Parrocchia o fuori di essa;
- ad insegnare e trasmettere, in materia di fede e di morale, non mie opinioni personali, o quelle che sento comunemente circolare, ma soltanto ciò che la Chiesa Cattolica insegna e trasmette e che io accetto con umile ossequio della mente e del cuore;
- a dare buon esempio di vita cristiana con la parola, con il comportamento, con la partecipazione all’Eucaristia domenicale, per quanto possibile nella propria Comunità Parrocchiale;
- a collaborare con il sacerdote e gli altri catechisti, affrontando eventuali difficoltà nello stile della carità e della franchezza evangelica, solo ed esclusivamente per il bene dei ragazzi a me affidati e per l’edificazione nella fede dell’intera Comunità;

Nel presente Anno Catechistico - Pastorale seguirò i ragazzi di _____________________   (indicare la classe)

_____________________________ (firma leggibile)

* * *
DICHIARAZIONE DEL SACERDOTE RESPONSABILE DELLA COMUNITÀ PARROCCHIALE DI ANCIGNANO

Preso atto di questa disponibilità, conferisco il ministero di catechista a ______________________
per l’anno ____________________ e m’impegno a sostenerlo/a con la preghiera, il consiglio, la formazione individuale e collettiva.
Che Dio ci aiuti!
 _____________________________________________  (firma del parroco e timbro parrocchiale)

 Ancignano, li _________________________

Verona: ripresa la celebrazione delle S. Messe in rito antico

Si informa che da domenica 16 settembre, alle ore 9:00, nella chiesa di S. Fermo Minore (Filippini) a Verona, in Via Filippini*, è ripresa la celebrazione della S.Messa festiva parrocchiale nella forma extraordinaria del rito romano, in conformità al "motu proprio" Summorum Pontificum.
Da martedì 18 settembre, e ogni martedì successivo, sarà celebrata settimanalmente nella forma extraordinaria anche la S.Messa vespertina delle ore 20:00 nella Parrocchia-Santuario Madonna della Salute, in Verona, frazione Madonna di Dossobuono, sempre retta dai Padri Filippini.
I fedeli, non solo veronesi, sono fraternamente invitati a partecipare alle annunciate celebrazioni e a diffondere le relative informazioni. Sarà data notizia, in particolare, delle occasioni in cui sarà possibile celebrare la S.Messa cantata e solenne.

*Si ricorda che Via Dogana e Via Filippini non sono percorribili (Z.T.L.) all'ora di inizio della Messa (ore 9:00) ma che è molto facile parcheggiare in zone limitrofe, specie in Via Adigetto e adiacenze (parcheggio gratuito nei giorni festivi) o in Via Pallone e Stradone Maffei (a pagamento 1 €/h), a distanza di 5 minuti a piedi.

"Musica maledetta". Il trionfo della non musica. Il dito nella piaga della musica in chiesa, scritto da un grande pianista Un coraggioso saggio che farà parlare molto di sé sulla musica celebrativa in chiesa.


L’Anno della Fede potrà giovare al recupero della Musica Sacra ? 
La lettura del Saggio che presentiamo gioverà grandemente alla Musica Sacra così orrendamente deturpata da una “vacatio legis”  universalmente estesa.  
Un Vescovo, ora defunto, una volta ebbe a sfogarsi : "Solo Dio può sapere quando tutta questa vergogna ( si riferiva alla situazione della musica liturgica N.d.R.) avrà fine” .
Gli chiesero : “ Ma lei Eccellenza non può far nulla ?” 
“Perché si obbedisce ancora ad un Vescovo?” Rispose prontamente. 
Ricordando sempre gli anni terribili dell’immediato post Concilio quando sotto i nostri occhi hanno distrutto quasi totalmente l’edificio bellissimo della Civiltà Cattolica invece che sottoporlo, con devozione e delicatezza ad un normale restauro conservativo, invochiamo ora, nella pienezza dei tempi, l’urgentissimo recupero “ex Cathedra” dell’autentica Musica Sacra : un’auspicata conferma che non si stanno “illudendo le persone su una falsa prospettiva!” ma si sta proseguendo sulla buona strada invocata da tanti pii e devoti fedeli in ogni parte del mondo ! 
A.C. 

Il dito nella piaga della musica in chiesa scritto da un grande pianista 
Un coraggioso saggio che farà parlare molto di sé sulla musica celebrativa in chiesa. 
Mario Delli Ponti 
MUSICA MALEDETTA. 
Il trionfo della non musica a cura di Liliana Eugenia Garuti 
Presentazione di Lorenzo Arruga 
 DISPONIBILE DAL 5 OTTOBRE 2012 pp. VII+120 - f.to cm. 15x21 
 “Musica maledetta non è solo quella imposta banalmente dalla liturgia corrente, ma anche quella impressa dall’avidità del guadagno nel codice genetico dei suoni. 
Quanto sia ignobile e diseducativo che nelle scuole e nelle chiese insegnino ad apprezzare le schitarrate di infimi cantautori più o meno media-diffusi non appare evidente nelle società dei consumi. 
I ragazzi crescono imparando a usare la musica, nel miglior dei casi, come “ansiolitico ecologico”. 
 Sarebbe lecito aspettarsi dalla chiesa l’attaccamento al suo irrinunciabile ruolo storico di promotrice delle arti, ma questo negli anni va scomparendo. 
 I sacerdoti non sono più i colti amanti di una cultura universale, insieme agli imperatori, ai Gregorio Magno. I gran signori di Toscana, i papi quali Leone X o Urbano VIII non proteggono più Michelangelo o Monteverdi. 
Durante le celebrazioni in chiesa si è immersi in uno sciatto e profano livello di ascolti musicali e ciò crea una decadenza della convivialità sacrale. 
Si offre anche a Dio il peggio, solo perché è più noto, più facile e propagandato e magari perché “piace ai giovani”. Tutto questo è un invito alla superficialità. 
La gioia intima si muta in condivisione primitiva e dissennata. 
 La dimensione del ricordo musicale nel silenzio è uccisa. Il pattume sonoro ha vinto. Jubal per primo forgia i suoni con pezzi di legno su cui tende delle corde con canne e corna di bovino. Egli accettò lo sgomento di provenire da Caino, ma si evolse per la forza redentrice delle note che aveva creato. 
L’arte non è algolagnia. 
L’attestano in musica — si licet — (gli esempi sarebbero innumerevoli) alcuni Madrigali di Gesualdo da Venosa, la Passione secondo San Matteo di Bach, il terzo movimento della Sonata beethoveniana opera 110, il primo del Quintetto in Do maggiore di Schubert, l’ultimo della Nona sinfonia di Mahler, l’adagio molto del Quarto quartetto di Béla Bartók. 
L’aggirarsi entro tali suoni conduce a un “viaggio numinoso”, intenso e liberatorio, in cui la poesia si sente attratta in un percorso senza fine dove si vivono momenti senza tempo. 
 È il terreno privilegiato della ricerca artistica. In questo viaggio nella potenza divina della musica si svolge il significato e il contenuto di “Musica maledetta” che ci accompagna dalle origini di una consacrazione musicale all’estatico ultimo capitolo, dove Il pane di Horton diviene l’archetipo in cui ci “sovvien l’eterno”. 
Fonte : Res Musica Foto : Zecchini Editore