Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

sabato 31 dicembre 2011

OMELIA DI PAPA BENEDETTO XVI AL " TE DEUM" NELLA BASILICA VATICANA



OMELIA DI PAPA BENEDETTO XVI AL " TE DEUM " NELLA BASILICA VATICANA

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Siamo raccolti nella Basilica Vaticana per celebrare i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio e per rendere grazie al Signore al termine dell’anno, cantando insieme il Te Deum. Ringrazio voi tutti che avete voluto unirvi a me in questa circostanza sempre densa di sentimenti e di significato. Saluto in primo luogo i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, i religiosi e le religiose, le persone consacrate ed i fedeli laici che rappresentano l’intera comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto le Autorità presenti, ad iniziare dal Sindaco di Roma, ringraziandolo per il dono del calice che, secondo una bella tradizione, ogni anno si rinnova. Auspico di cuore che non manchi l’impegno di tutti affinché il volto della nostra Città sia sempre più consono ai valori di fede, di cultura e di civiltà che appartengono alla sua vocazione e alla sua storia millenaria.

Un altro anno si avvia a conclusione mentre ne attendiamo uno nuovo: con la trepidazione, i desideri e le attese di sempre. Se si pensa all’esperienza della vita, si rimane stupiti di quanto in fondo essa sia breve e fugace. Per questo, non poche volte si è raggiunti dall’interrogativo: quale senso possiamo dare ai nostri giorni? Quale senso, in particolare, possiamo dare ai giorni di fatica e di dolore? Questa è una domanda che attraversa la storia, anzi attraversa il cuore di ogni generazione e di ogni essere umano. Ma a questa domanda c’è una risposta: è scritta nel volto di un Bambino che duemila anni fa è nato a Betlemme e che oggi è il Vivente, per sempre risorto da morte. Nel tessuto dell’umanità lacerato da tante ingiustizie, cattiverie e violenze, irrompe in maniera sorprendente la novità gioiosa e liberatrice di Cristo Salvatore, che nel mistero della sua Incarnazione e della sua Nascita ci fa contemplare la bontà e la tenerezza di Dio. Dio eterno è entrato nella nostra storia e rimane presente in modo unico nella persona di Gesù, il suo Figlio fatto uomo, il nostro Salvatore, venuto sulla terra per rinnovare radicalmente l’umanità e liberarla dal peccato e dalla morte, per elevare l’uomo alla dignità di figlio di Dio. Il Natale non richiama solo il compimento storico di questa verità che ci riguarda direttamente, ma, in modo misterioso e reale, ce la dona di nuovo.

Come è suggestivo, in questo tramonto di un anno, riascoltare l’annuncio gioioso che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della Galazia: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Queste parole raggiungono il cuore della storia di tutti e la illuminano, anzi la salvano, perché dal giorno del Natale del Signore è venuta a noi la pienezza del tempo. Non c’è, dunque, più spazio per l’angoscia di fronte al tempo che scorre e non ritorna; c’è adesso lo spazio per una illimitata fiducia in Dio, da cui sappiamo di essere amati, per il quale viviamo e al quale la nostra vita è orientata in attesa del suo definitivo ritorno. Da quando il Salvatore è disceso dal Cielo, l’uomo non è più schiavo di un tempo che passa senza un perché, o che è segnato dalla fatica, dalla tristezza, dal dolore. L’uomo è figlio di un Dio che è entrato nel tempo per riscattare il tempo dal non senso o dalla negatività e che ha riscattato l’umanità intera, donandole come nuova prospettiva di vita l’amore, che è eterno.

La Chiesa vive e professa questa verità ed intende proclamarla ancora oggi con rinnovato vigore spirituale. In questa celebrazione abbiamo speciali ragioni di lodare Dio per il suo mistero di salvezza, operante nel mondo mediante il ministero ecclesiale. Abbiamo tanti motivi di ringraziamento al Signore per ciò che la nostra comunità ecclesiale, nel cuore della Chiesa universale, compie al servizio del Vangelo in questa Città. A tale proposito, unitamente al Cardinale Vicario, Agostino Vallini, ai Vescovi Ausiliari, ai Parroci e all’intero presbiterio diocesano, desidero ringraziare il Signore, in particolare, per il promettente cammino comunitario volto ad adeguare alle esigenze del nostro tempo la pastorale ordinaria, attraverso il progetto «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale». Esso ha l’obiettivo di porre l’evangelizzazione al primo posto, al fine di rendere più responsabile e fruttuosa la partecipazione dei fedeli ai Sacramenti, così che ciascuno possa parlare di Dio all’uomo contemporaneo e annunciare con incisività il Vangelo a quanti non lo hanno mai conosciuto o lo hanno dimenticato.

La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria anche per la Diocesi di Roma. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione come due ali con cui lo spirito umano si innalza alla contemplazione della Verità (cfr Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, Prologo); rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede non come atto a sé, isolato, che interessa qualche momento della vita, ma come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale.

In questo quadro di riferimento, nel Convegno diocesano dello scorso giugno la Diocesi di Roma ha avviato un percorso di approfondimento sull’iniziazione cristiana e sulla gioia di generare nuovi cristiani alla fede. Annunciare la fede nel Verbo fatto carne, infatti, è il cuore della missione della Chiesa e l’intera comunità ecclesiale deve riscoprire con rinnovato ardore missionario questo compito imprescindibile. Soprattutto le giovani generazioni, che avvertono maggiormente il disorientamento accentuato anche dall’attuale crisi non solo economica ma anche di valori, hanno bisogno di riconoscere in Gesù Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 10).

I genitori sono i primi educatori alla fede dei loro figli fin dalla più tenera età; pertanto è necessario sostenere le famiglie nella loro missione educativa attraverso opportune iniziative. In pari tempo, è auspicabile che il cammino battesimale, prima tappa dell’itinerario formativo dell’iniziazione cristiana, oltre a favorire la consapevole e degna preparazione alla celebrazione del Sacramento, ponga adeguata attenzione agli anni immediatamente successivi al Battesimo, con appositi itinerari che tengano conto delle condizioni di vita che le famiglie devono affrontare. Incoraggio quindi le comunità parrocchiali e le altre realtà ecclesiali a proseguire con impegno nella riflessione per promuovere una migliore comprensione e recezione dei Sacramenti attraverso i quali l’uomo è reso partecipe della vita stessa di Dio. Non manchino alla Chiesa di Roma fedeli laici pronti ad offrire il proprio contributo per edificare comunità vive, che permettano alla Parola di Dio di irrompere nel cuore di quanti ancora non hanno conosciuto il Signore o si sono allontanati da Lui. Al tempo stesso, è opportuno creare occasioni di incontro con la Città, che consentano un proficuo dialogo con quanti sono alla ricerca della Verità.

Cari amici, dal momento che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito, perché noi potessimo ottenere la figliolanza adottiva (cfr Gal 4,5), non può esistere per noi compito più grande di quello di essere totalmente al servizio del progetto divino. A tale proposito desidero incoraggiare e ringraziare tutti i fedeli della Diocesi di Roma, che sentono la responsabilità di ridonare un’anima a questa nostra società. Grazie a voi, famiglie romane, prime e fondamentali cellule della società! Grazie ai membri delle molte Comunità, delle Associazioni e dei Movimenti impegnati ad animare la vita cristiana della nostra Città!

«Te Deum laudamus!» Noi ti lodiamo, Dio! La Chiesa ci suggerisce di non terminare l’anno senza rivolgere al Signore il nostro ringraziamento per tutti i suoi benefici. È in Dio che deve terminare l’ultima nostra ora, l’ultima ora del tempo e della storia. Dimenticare questo fine della nostra vita significherebbe cadere nel vuoto, vivere senza senso. Per questo la Chiesa pone sulle nostre labbra l’antico inno Te Deum. È un inno pieno della sapienza di tante generazioni cristiane, che sentono il bisogno di rivolgere in alto il loro cuore, nella consapevolezza che siamo tutti nelle mani piene di misericordia del Signore.

«Te Deum laudamus!». Così canta anche la Chiesa che è in Roma, per le meraviglie che Dio ha operato e opera in essa. Con l’animo colmo di gratitudine ci disponiamo a varcare la soglia del 2012, ricordando che il Signore veglia su di noi e ci custodisce. A Lui questa sera vogliamo affidare il mondo intero. Mettiamo nelle sue mani le tragedie di questo nostro mondo e gli offriamo anche le speranze per un futuro migliore. Deponiamo questi voti nelle mani di Maria, Madre di Dio, Salus Populi Romani. Amen.

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111231_te-deum_it.html

( con link del video )

( A.C.)

Approfondimenti di don Jean-Michel Gleize - V parte

Pubblichiamo la quinta di uno studio di don Jean-Michel Gleize, membro della Commissione della Fraternità Sacerdotale San Pio X per le discussioni con Roma, in risposta a quanto affermato da Monsignor Fernando Ocáriz apparso su "L’Osservatore Romano". (Segue qui dalla IV parte) (C.S.)


10
UNA NUOVA CONCEZIONE DELL’UNITA’ DELLA VERITA’

Nell’ottica tradizionale, dove il punto di riferimento è quello dell’oggetto, l’unità del magistero è quella della verità rivelata, poiché il magistero si definisce come l’organo della Tradizione oggettiva. Per questo, l’atto del magistero non si definisce essenzialmente come un atto presente, in opposizione a un atto passato. Poiché il magistero si esercita, non in quanto è presente o attuale, ma in quanto esso esprime sempre lo stesso significato della stessa verità, in modo sempre più preciso. Questa espressione della verità, con l’esplicitazione che l’accompagna in eodem sensu, è di per sé intemporale. In questo senso, il magistero vivente non si riduce al magistero presente, in opposizione al magistero passato che sarebbe un magistero non vivente, o postumo. Se il magistero presente è vivente, anche il magistero passato lo è stato. Il tempo non ha alcuna incidenza diretta e immediata sull’oggetto né sull’atto del magistero che l’enuncia. Per appoggiare la sua critica agli insegnamenti del Vaticano II, Mons. Lefebvre richiama sempre, con grande precisione, non il «magistero passato», ma il «magistero di sempre», in altre parole il magistero costante. Il tempo attiene solo al soggetto che esercita l’atto del magistero, ed è in questo senso che si può distinguere tra regola lontana (il magistero passato) e regola prossima (il magistero presente) della fede.
Nella nuova ottica implicata dal discorso del 2005 e delucidata nei testi che abbiamo citati, il punto di riferimento non è più quello dell’oggetto. L’unità del magistero è quella «dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino». Il magistero si definisce come l’organo di una esperienza comune, vissuta dal Popolo di Dio sul filo del tempo. La continuità, allora, si basa nel soggetto della Chiesa che resta la stessa, indipendentemente dall’oggetto. Non è più il soggetto che si adatta all’oggetto, ma è l’oggetto che è detto continuo perché il soggetto che lo dice resta lo stesso. Il rinnovamento nella continuità di cui parla Benedetto XVI, consiste nello stabilire «il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa» [15]. Di fatto, questo rinnovamento non consiste nel proporre la stessa dottrina secondo un modo più esplicito, ma consiste nel cambiare la dottrina con i principi da essa implicati, col pretesto che questi principi (di cui si dice solo che sono «durevoli») devono trovare la loro applicazione in una materia contingente. È in questo senso che il Vaticano II si è proposto di stabilire «una nuova definizione della relazione fra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno», affinché la dottrina della fede fosse «presentata in maniera da corrispondere alle esigenze della nostra epoca» e «secondo i modi di ricerca e di formulazione letteraria del pensiero moderno». Dal momento che è lo stesso soggetto Chiesa che in questo modo adotta una posizione differente nei confronti del mondo uscito dalla modernità, il rinnovamento sarà quello di una continuità e non di una rottura.
Come insegna logicamente la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae, se il magistero impone al Popolo di Dio le formule dogmatiche come tante forme differenti atte a tradurre un’esperienza vissuta sul filo del tempo e della contingenza, «questo non vuol dire che ciascuna di esse lo sia stata o lo resterà in pari misura». Un simile relativismo si scontra con l’insegnamento dato da Pio XII nella Humani generis [16], ma si armonizza con la nuova idea del magistero esposta nella Donum veritatis. D’altronde, il futuro Benedetto XVI ha giustificato lui stesso questa concezione relativista: «[L’insegnamento magisteriale] afferma – forse per la prima volta in maniera così chiara – che vi sono delle decisioni del magistero che non possono costituire l’ultima parola su una materia in quanto tale, ma una sostanziale stimolazione in rapporto al problema, e soprattutto una espressione di prudenza pastorale, una sorta di disposizione provvisoria. […] A questo proposito, si può guardare tanto alle dichiarazioni dei papi del secolo scorso sulla libertà religiosa quanto alle decisioni antimoderniste dell’inizio del secolo, in particolare alle decisioni della Commissione biblica dell’epoca. In quanto grido d’allarme di fronte agli adattamenti affrettati e superficiali, esse restano pienamente giustificate. […] Ma nei particolari relativi ai contenuti, dopo aver assolto al loro dovere pastorale in un preciso momento, esse sono superate » [17]. Questo relativismo si ritrova nel discorso del 22 dicembre 2005, che ragiona come se ogni decisione, per il fatto che appartiene alla storia, può riguardare solo una materia contingente e può esprimere una verità solamente relativa alle circostanze: «In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole».
Nel pensiero del papa, questo relativismo non è di ieri. Ancora teologo, Joseph Ratzinger si spiegava già a sufficienza su questo punto. «Non solo – scriveva nel 1972 – si deve dire che la storia dei dogmi, nel dominio della teologia cattolica, è fondamentalmente possibile, ma anche che ogni dogma che non venga elaborato come storia dei dogmi è inconcepibile» [18]; ed è per questo che «la formazione del concetto di tradizione nel cattolicesimo post-tridentino costituisce il più grande ostacolo ad una comprensione storica della realtà cristiana» [19]. In effetti, il concetto post-tridentino suppone che la rivelazione si sia conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo e che da allora rimanga sostanzialmente immutabile nel suo significato. Ora, «l’assioma della fine della rivelazione con la morte dell’ultimo Apostolo», spiega Joseph Ratzinger, «era ed è, all’interno della teologia cattolica, uno dei principali ostacoli per la comprensione positiva e storica del cristianesimo: l’assioma così formulato non appartiene ai primi dati della coscienza cristiana» [20]. […] «Affermando che la rivelazione è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo, si concepisce oggettivamente la rivelazione come un insieme di dottrine che Dio ha comunicato all’umanità. Questa comunicazione un certo giorno finisce, così i limiti di questo insieme di dottrine rivelate resterà fissato. Tutto ciò che viene dopo sarebbe solo la conseguenza di questa dottrina o la corruzione di essa» [21]. Ora, «non solo questa concezione si oppone ad una piena comprensione dello sviluppo storico del cristianesimo, ma è anche in contraddizione con i dati biblici» [22].
Tutto questo è perfettamente coerente se si ritiene che la Tradizione è: «la comunione dei fedeli intorno ai legittimi Pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa» [23], o anche: «la storia dello Spirito che agisce nella storia della Chiesa attraverso la mediazione degli Apostoli e dei loro successori, in fedele continuità con l’esperienza delle origini» [24], o se si postula che «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale le origini sono sempre presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità» [25], o se si decide che «la Tradizione apostolica non è una collezione di cose, di parole, come una bottiglia piena di cose morte; la Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e che ci fa partecipi della storia di Dio con l’umanità».
Ma se le acque di questo grande fiume ove si bagna la fede della Chiesa non restano sempre le stesse, avremo un bel problema a seguire Mons. Ocáriz nella ricerca di una «interpretazione unitaria», che soddisfi le esigenze del principio di non contraddizione. (continua)

(fine V parte)

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Note
[15] Benedetto XVI, La Comunione nel tempo: la Tradizione, udienza del 26 aprile 2006, in L’Osservatore romano n. 18 dell’ed. francese del 2 maggio 2006, p.12.
[16] «Sebbene le verità che la Chiesa con le sue formule dogmatiche intende effettivamente insegnare si distinguano dalle mutevoli concezioni di una determinata epoca e possano essere espresse anche senza di esse, può darsi tuttavia che quelle stesse verità del sacro Magistero siano enunciate con termini che risentono di tali concezioni. Ciò premesso, si deve dire che le formule dogmatiche del Magistero della Chiesa fin dall’inizio furono adatte a comunicare la verità rivelata, e che restano per sempre adatte a comunicarla a chi le comprende rettamente. Ma questo non vuol dire che ciascuna di esse lo sia stata o lo resterà in pari misura».
[17] Cardinale Ratzinger, Presentazione dell’Istruzione Donum veritatis, in L’Osservatore romano, ediz. settimanale in francese del 10 luglio 1990, p. 9.
[18] Joseph Ratzinger, Théologie et histoire. Notes sur le dynamisme historique de la foi, 1972, p. 108, citato da Joaquim E. M. Terra, Itinerario teologico di Benedetto XVI, Roma, 2007, p. 66.
[19] Ratzinger, ibidem, p. 65.
[20] Ratzinger, ibidem, p. 64.
[21] Ratzinger, ibidem.
[22] Ratzinger, ibidem.
[23] Benedetto XVI, La Comunione nel tempo: la Tradizione, udienza del 26 aprile 2006, in L’Osservatore romano n. 18 dell’ed. francese del 2 maggio 2006, p.12.
[24] Benedetto XVI, ibidem.
[25] Benedetto XVI, ibidem.

Mons. Lucarelli, Vescovo di Rieti, abolisce il presepe storico in cattedrale. VERGOGNA!

Di seguito le vibranti parole di Andra Tornielli e la sua pacata ma ferma invettiva contro il Vescovo di Rieti, Mons. Lucarelli, contro l'arciprete e il clero della cattedrale per la scandalosa e vergognosa (queste sono parole nostre) decisione di non preparare lo storico presepe nella cattedrale e per le assurde e ridicole pseudo motivazioni.
Riportiamo alcuni brani dell'articolo del Vaticanista de LaStampa, che potrete leggere nella versione integrale nel suo blog
"Sacri Palazzi" a questo link.

AGGIORNAMENTO
Sembrerebbe che ad essere stato "eliminato" è lo storico presepe monumentale. La "rettifica" proviene dal sito
Cantuale Antonianum "
Niente presepio a Rieti? Ma è proprio così...?"

Sembra che un presepe sia stato preparato (SOLTANTO) il 23 dicembre sui gradini del presbiterio in fretta e furia dopo -parrebbe- le proteste dei fedeli.


A conferma alleghiamo una mail che il segretario del Vescovo ha inviato ad un sacerdote, nostro lettore, in risposta alla sua nella quale manifestava il proprio disappunto e la sua indignazione per la notizia della mancanza del presepe storico in Cattedrale:


Rev.do don B.A.,

Le scrivo in ordine alla e-mail ricevuta questa mattina, con la quale manifestava il suo disappunto per il mancato allestimento del Presepe in Cattedrale.
Tempestivamente Le rispondo che Le è giunta una notizia errata in quanto il Presepe che presenta la scena della Natività del Signore Gesù con Sua Madre Maria e Giuseppe contornata da pastori e altri personaggi (secondo tradizione) è stato realizzato nel Duomo dal 23 dicembre.
La "polemica", amplificata dai media, di cui presumibilmente è venuto a conoscenza, è nata dal fatto che il Presepe differentemente dagli anni passati non è stato realizzato in una cappella laterale della Basilica dove venivano utilizzati "effetti" di luci, ruscelli e suoni.
Il richiamo all'essenziale non è riferito al mistero dell'Incarnazione, ma all'apparato che lo ricorda.
La saluto con cordialità augurandole ogni bene dal Signore Gesù.
Don Emmanuele
Segretario del Vescovo

Roberto

A Rieti hanno abolito il presepe
di A. Tornielli


Ci sono notizie che feriscono, altre che lasciano scioccati, altre che fanno arrabbiare. Altre ancora che rappresentano un tristissimo segno dei tempi e testimoniano purtroppo fin dove si possa arrivare in nome del «politicamente corretto» e della banalità… Beh, cari amici, c’è una notizia, appresa stamani leggendo la Bussola quotidiana, che mi ha profondamente colpito e che riunisce purtroppo tutte le categorie sopra esposte. Una notizia che merita un commento.

A Rieti, hanno deciso di non fare il presepe nella cattedrale a motivo della sobrietà. «La decisione di rinunciare allo storico presepe della Cattedrale (…) è anche un invito a rinnovare lo sguardo anche sulle tradizioni più ovvie, a superare ciò che l’uso ci ha indotto a dare per scontato, a rinunciare a quello che ci sembra necessario per concentrarci su quello che è davvero essenziale». Questo si legge sul settimanale diocesano di Rieti, nell’articolo che «spiega» ai fedeli perché quest’anno non hanno trovato lo storico presepe nella cattedrale. E pensare che proprio nella diocesi di Rieti si trova Greccio, cioè il luogo dove San Francesco ha voluto creare il primo presepe.
Via il presepe, perché tradizione troppo scontata, rinunciamo a ciò che ci sembra necessario, concentriamoci sull’essenziale… «Una scelta di sobrietà». Ma che bell’esempio! [...]

«L’assenza, in questo caso, vale più della presenza», è il sublime commento della curia di Rieti per giustificare l’abolizione del presepe. Certo, seguendo questo profetico esempio, si potrebbe continuare. Perché fermarsi? Si potrebbero togliere le statue e i quadri dalla cattedrale, ad esempio. Anche in questo caso l’assenza vale più della presenza. E perché non abolire quelle trite e ritrite funzioni – peraltro quasi sempre uguali e ripetitive – che vanno sotto il nome di «messa domenicale». Tutti sarebbero richiamati all’essenziale, se il vescovo, l’arciprete, il parroco e il cappellano non celebrassero più. Tutti s’interrogherebbero, tutti riscoprirebbero il senso del Natale, tutti si riavvicinerebbero alla fede.

Certamente, oltre al presepe e alla messa, è da abolire anche la confessione, l’adorazione eucaristica, quei sacramenti così di routine: se ne riscoprirebbe molto di più il senso se non ci fossero. Un’ultima annotazione: c’è da augurarsi che nella diocesi che ha abolito il presepe in nome della sobrietà, nessuno del clero – a partire dal suo illuminato pastore – abbia mangiato il panettone il giorno di Natale, o i tortellini in brodo, o il cotechino…
Per favore, diteci che in nome di quella sobrietà che vi ha fatto rinunciare a una delle tradizioni cristiane più belle e commoventi, davanti alla quale torniamo tutti bambini, avete almeno digiunato il 25 dicembre. Diteci almeno che il vescovo ha deciso di muoversi in bicicletta per non usare la macchina, diteci che avete donato in beneficenza tutti i vostri telefonini e i computer, diteci che non avete abolito solo il presepe…

Ad esempio, speriamo vivamente che monsignor vescovo abbia almeno abolito la mitra episcopale (quell’inutile sfarzo di un copricapo orientaleggiante e oggettivamente un po’ ridicolo, per la gente una testimonianza certamente meno necessaria del Bambinello nella capanna), speriamo si sia disfato di tutte le mitre che aveva, per celebrare a capo scoperto in nome della sobrietà! Siamo certi che avrà dimesso l’anello (solitamente d’oro), per assomigliare più a un semplice pastore che a uno dei re magi.

Secondo il settimanale diocesano, «chi varcherà la soglia della cattedrale, lo farà davvero per ascoltare la proclamazione della Parola» [ah, e non per entrare nella Casa di Dio e Porta del Cielo? Non per incontrare Gesù Realmente presente nel Ss.mo Sacremento? ah no, ormai anche queste dottrine troppo "tradizionali" sono state rinunciate già da tampo, n.d.r.]. E non per vedere il presepe. Che disprezzo per la nostra povera umanità, per noi poveri uomini e donne che in questo inizio di terzo millennio ancora ci stupiamo davanti alla rappresentazione della natività, davanti a quel Bambino avvolto in fasce. Invece di essere grati per il fatto che a Natale, magari per caso, ci sia gente che entra nella cattedrale, sosta davanti al presepe e… chissà, magari balbetta anche una preghiera, questi seriosi paladini della sobrietà preferiscono far entrare solo i «buoni», i «motivati», quelli che vanno ad ascoltare le omelie (che speriamo quest’anno siano state sobrie, e non abbiano superato i cinque minuti).

«Il messaggio che si tenta di dare – scrive l’illuminata curia reatina – è quello di rivolgersi all’essenziale, tralasciando ogni altra cosa possa avere il sapore dello sfarzo, del superfluo, dell’inutile». Dunque la sacra famiglia, i pastori, i re magi sarebbero sfarzo, superfluo, inutile. Non posso più continuare, sto davvero male leggendo simili argomentazioni… Siamo di fronte a uno degli esempi più lampanti di come si possa demolire anche ciò che di più bello abbiamo. Concludo con le magistrali parole di commento di Riccardo Cascioli, direttore della Bussola: «San Francesco, ci dice il biografo Tommaso da Celano, con quel presepe fece rinascere Gesù nel cuore di tante persone che erano accorse a Greccio. Oggi a Rieti si è deciso di farlo morire».
[...]

di Andrea Tornielli.

Qui trovate i recapiti di alcuni membri della Curia di Rieti
Di seguito la mail curia@rieti.chiesacattolica.it
l'indirizzo: Via Cintia 83 - Rieti, 02100 Rieti (RI) e il telefono: 0746253620

***

Qui le parole di Antonio Socci sul suo blog LoStraniero del 30.12.2011
Gesù, Maria, Giuseppe "Non c'era posto per loro"... nella cattedrale
di A. Socci

Benedetto XVI, nella messa di mezzanotte di Natale, quest’anno, ha pronunciato un’omelia tutta incentrata su san Francesco per la sua meravigliosa “invenzione” del presepio, a Greccio, nell’anno 1223. Spiegando che quell’umile rappresentazione coglie il cuore del cristianesimo.
Incredibilmente, proprio quest’anno, il vescovo di Rieti, che è il vescovo di Greccio – cioè del luogo dove Francesco inventò il presepio – ha deciso: niente più storico presepio nella cattedrale.
Gesù bambino, la Madonna, san Giuseppe, con i pastori e i magi… Come a Betlemme duemila anni fa, “non c’era posto per loro” nella cattedrale di Rieti... [...] (continua qui)

[l'autore tra l'altro riporta alcuni commenti dei fedeli, scritti sul cartello appeso in cattedrale con la "spiegazione" dell'assenza del presepe, n.d.r.:] Un fedele ha scritto: “La Cattedrale senza presepe non è per nulla più sobria, è solo più brutta, e la bruttezza non salverà certo il mondo… se si deve rinunciare ad usare la bellezza per parlare al mondo di Dio, cosa che costituisce l’unica ragione di essere di una cattedrale, allora è la cattedrale ad essere superflua”. [...]

Notevole è un altro sofisma della Curia reatina, secondo cui “l’assenza in questo caso vale più della presenza”.
Un lettore ha ribattuto: “Non ho parole… nemmeno il governo Monti nella manovra pensioni ha avuto il coraggio di usare boutade di questo genere…”. [...]
Dei lettori di Rieti ci scrivono mail indignate: “il vescovo vuole che teniamo solo l’essenziale e cancelliamo via, per ‘sobrietà’ e ‘solidarietà’, tutto ciò che non è essenziale. Sarà per questo che quest’anno è andato al Rotary Club di Rieti a ricevere il Premio ‘Sabino d’oro’ consistente in una placca d’argento dorato su cui è incisa l’immagine di un Guerriero Sabino stilizzato? Era proprio essenziale per la fede?”.

Dicembre 2011: due nuove ordinazioni sacerdotali per l'A.A.P. di S. Giovanni M. Vianney


L'anno scorso, Rorate Caeli aveva riportato la notizia dell'ordinazione di due nuovi diaconi per l'Amministrazione Apostolica Personale San Giovanni Maria Vianney (A.A.P.S.G.M.V.) di Campos dos Goytacazes.
Domenica scorsa (18 dicembre 2011) questi due diaconi sono stati ordinati sacerdoti dal loro vescovo, S. E. mons. Fernando Aree Rifan.
Il sito web dell'Amministrazione Apostolica ha una galleria completa di fotografie della cerimonia, molte delle quali sono riprodotta sul blog Subsídios Litúrgicos.Molti lettori di Rorate avevano chiesto la crescita del A.A.P.S.G.M.V.
Ecco alcune indicazioni: i due nuovi sacerdoti, p. Renan Menezes e p. Bruce Júdice, sono i primi sacerdoti ad essere ordinat1 dal 2009.
Tutto sommato, la A.A.P.S.G.M.V. ha avuto 8 nuovi sacerdoti nei 7 anni a partire al 2005, quando p. Silvano Salvatte Zanon è stato ordinato. (Rorate ha riservato uno dei suoi primi messaggi sulla sua ordinazione.)
Le gallerie fotografiche per le ordinazioni di questi otto sacerdoti possono essere trovate qui.
Considerando che la A.A.P.S.G.M.V. a Campos aveva 29.512 fedeli nel 2010 (secondo l'Annuario Pontificio), il suo tasso di ordinazioni sacerdotali in realtà è migliore di quella della maggior parte delle diocesi cattoliche in Occidente. Cerchiamo di essere pazienti, e preghiamo!

fonte: Rorate Coeli

venerdì 30 dicembre 2011

Grazie Santo Padre ! Un anno con il Papa ( video)

Cari Amici,
internet ci offre anche piccoli momenti di svago che vorremmo utilizare per ringraziare (Te Deum) il Buon Dio per averci donato Benedetto XVI e al tempo stesso, stringerci attorno al Santo Padre attraverso un piccolo video che lo riprende nelle immagini più significative di questi anni, con piccoli pensieri sparsi tratti dalle sue ispirate parole.
E' un modo, semplice e spontaneo per dire coralmente : GRAZIE SANTO PADRE !
Ringraziamo per questo ulteriore e squisito gesto di amore per il Papa e per la Chiesa la carissima amica LDCaterina63, attenta lettrice e commentatrice dei blog legati alla Tradizione liturgica.
Auguri a tutti nel Signore !
( A.C.)

video

Vescovo brasiliano parla chiaro: "N.O.: da Natale darò solo la Comunione in ginocchio. Vietato negarLa ai fedeli che si inginocchiano"

Un altro bell'esempio di applicazione della "Riforma della Riforma" sull'esempio di Benedetto XVI: un Vescovo brasiliano da Natale in Cattedrale la S. Comunione si potrà ricevere solo in ginocchio. Il prelato però va oltre: nella lettera pastorale aggiunge che è un abuso gravissimo negare la S. Comunione ai fedeli che si inginocchino per riceverLa: anche laddove le Conferenze Episcopali abbiano concesso la possibilità di riceverLa in piedi, si tratta appunto solo di possibilità, restando in vigore il diritto dei fedeli di inginocchiarsi per comunicarsi.
Dovrebbero leggersi meglio i documenti della Congregazione quei simpatici fratacchioni capuccini che a San Remo -un posto tra tanti- hanno negato con cafona platealità la S. Comunione ad un fedele inginocchiato.

Roberto


Il sito Salvem a Liturgiam! ha pubblicato una lettera di S. E. monsignor Antonio Keller, Vescovo di Frederico Westphalen, in Brasile, sulla distribuzione della Santa Comunione.

Il Vescovo ricorda la necessità che il fedele sia in stato di grazia per ricevere il Corpo di Cristo e ha condotto una chiara distinzione tra il pane comune, nutrimento del corpo, e il pane eucaristico, Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Signore, per nutrire l'anima.
Il prelato fa cenno anche all'obbligo di mantenere il digiuno nell'ora precedente, e raccomanda l'osservanza delle modalità dei gesti e il modo di ricevere la Santa Eucaristia.
La lettera ha annunciato che, da Natale in Cattedrale il vescovo distribuirà ai fedeli la S. Comunione sempre in ginocchio su un inginocchiatoio, come nella foto.

Non meno interessante è questo paragrafo dalla lettera del vescovo Keller:
"La negazione della Santa Comunione ai fedeli a causa della posizione in ginocchio, dovrebbe essere considerata una grave violazione di uno dei diritti più fondamentali dei fedeli cristiani, e cioè quello di essere assistiti dai loro pastori attraverso sacramenti (CDC, Canone 213). Anche in luoghi dove la Congregazione ha approvato che la Comunione si possa ricevere in piedi secondo gli adeguamenti ammessi dalle Conferenze Episcopali ... [la Congregazione] ha stabilito che ai fedeli che scelgono di comunicarsi in ginocchio non potrà essere negata la Santa Comunione per tale motivo (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Lettera del 1 luglio 2002, Notitiae (2002) 582-585). "

Fonte: Acción Litúrgica

Un libello di A. Maniglia, per ri-scoprire la devozione al S. Cuore di Gesù



Presentazione al testo:
''Già simboleggiata nei testi biblici e poi approfondita dai Santi Padri, dai Dottori della Chiesa e dai grandi mistici medievali, la devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, ha avuto un particolare progresso ed un suo specifico incremento in seguito alle apparizioni di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque, a cominciare dal 27 dicembre 1673.
La devozione al Sacro Cuore ha origine nella Sacra Scrittura, in essa infatti si parla del Cuore di Cristo e del suo amore. È lo stesso Gesù che per primo presenta il suo Cuore come centro di ristoro e di pace. Egli dice nel Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me,che sono mite e umile di Cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).
Nel Vangelo di Giovanni si legge, invece, come il Cuore del Cristo morto sulla croce, venne trafitto e come ne sgorgò sangue ed acqua.
Il Serafico Padre S. Francesco meditando sulla ferita del Cuore di Cristo “si sentiva preso da un tenero sentimento di compassione che lo trasformava in colui che volle per eccesso di carità essere crocifisso” (S. Bonaventura).
Essere devoti del Sacro Cuore allora significa conformarsi all’amore viscerale di Cristo che è morto e ha dato la vita per noi. Scopo di questo breve opuscolo è quello di presentare e riproporre la devozione al Cuore trafitto del Redentore quale «pratica religiosa encomiabilissima»''.

A. MANIGLIA, Un Abisso di Amore - La devozione al Sacro Cuore di Gesù, Ed. Segno 2011, € 8,00. Reperibile nelle Librerie Cattoliche o direttamente contattando la Casa Editrice Segno.

Santa Messa negata a Barcellona Pozzo di Gotto (Arcidiocesi di Messina)

Nota pubblicata (si veda qui) da Francesco Paolo Ciccio Ciulla sul suo profilo Facebook, il giorno sabato 24 dicembre 2011 alle ore 17.23

C
ari amici,

vi scrivo per raccontarvi l'ennesimo abuso da parte di un Vescovo, quello di Messina [Arciv. Calogero La Piana, S.D.B., - foto- n.d.r.], che ha vietato a Padre Tuttocuore di Celebrare una Messa nella forma straordinaria, programmata per Giovedi 22 dicembre nella Parrocchia Santa Maria della Visitazione in Centineo, la Messa era stata richiesta da un gruppo di fedeli, per la maggior parte giovani, al sacerdote sensibile all'antica liturgia.
Dopo aver imposto il divieto, il Vescovo ha convocato il sacerdote ad un futuro incontro dove chiarire le modalità delle celebrazioni nella forma straordinaria.
Questo è l'ultimo dei continui abusi che i Vescovi siciliani mettono in campo contro il Motu proprio del Regnante Pontefice.
Cominciò il Vescovo di Palermo che cercò di convincere un Parroco ad non iniziare le celebrazioni, poi quello di Acireale.
Quello di Caltanissetta giudicò offensivo la presenza del Crocifisso nel mezzo dell'altare di una Chiesa ed impose di toglierlo assieme ai candelabri, è proprio vero non sto scherzando, il Vescovo di Caltanissetta , lo stesso che nella sua stanza in Curia ha la foto di Fidel Castro, ha imposto ad un sacerdote di togliere il Crocifisso dal centro dell'altare di una Parrocchia, invece il superiore dell'ordine dei Cappuccini di Sicilia con una “letteraccia” ha stroncato sul nascere le velleità di un frate che con tanta umiltà e semplicità stava cominciando a celebrare nella forma straordinaria, il Vescovo di Catania che si dichiara pubblicamente contro il Rito di sempre, non dimenticando la pattuglia di agenti della Digos, che su ordine della Curia panormita, fu mandata nella casa privata di un fedele palermitano che durante la visita di Benedetto XVI dal balcone di casa propria, assieme ad altri fedeli, si era “permesso” di esporre uno striscione di 12 metri che ringraziava il Santo Padre per il dono del
Summorum Pontificum.

La Sicilia è sempre stato il Feudo di Maria, oggi mi permetto di dire che è diventata la Baronia di signorotti che si credono i padroni delle Diocesi."

Francesco Ciulla

giovedì 29 dicembre 2011

Approfondimento del Professor Don Jean-Michel Gleize - IV parte

Pubblichiamo la quarta di uno studio di don Jean-Michel Gleize, membro della Commissione della Fraternità Sacerdotale San Pio X per le discussioni con Roma, in risposta a quanto affermato da Monsignor Fernando Ocáriz apparso su "L’Osservatore Romano". (Segue dalla III parte: http://blog.messainlatino.it/2011/12/approfondimento-del-professor-don-jean.html). (C.S.)

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UNA NUOVA CONCEZIONE DELL’UNITA’ DEL MAGISTERO

Questo nuovo discorso implica una nuova idea dell’unità del magistero. La continuità di cui si tratta è l’unità nel tempo, cioè attraverso i cambiamenti che misura il tempo, ed è innanzi tutto l’unità del soggetto, non quella dell’oggetto. Questo soggetto è la Chiesa, unico Popolo di Dio, cioè l’insieme di tutti i battezzati. Questo soggetto è il punto di riferimento che rende conto dell’unità della Tradizione.
L’istruzione Donum veritatis del 24 maggio 1990 [1], su cui si basa Mons. Ocáriz, sviluppa in dettaglio questo punto di vista. Col titolo «La verità dono di Dio al suo popolo», il primo capitolo di questo documento sviluppa l’idea già presente nel n° 12 di Lumen gentium, secondo il quale la conservazione e l’esplicitazione del deposito rivelato riguarderebbe l’intero Popolo di Dio, prima ancora di ogni distinzione gerarchica. I battezzati avrebbero in retaggio una funzione profetica, più fondamentale di quella magistrale propria degli Apostoli e dei loro successori. Il cardinale Ratzinger insiste su quest’idea, ai suoi occhi decisiva, nella Presentazione che fa dell’Istruzione Donum veritatis: «Considerando la struttura del documento, ci si sorprenderà di vedere che all’inizio non abbiamo posto il magistero, quanto il tema della verità come dono di Dio al suo popolo; la verità della fede non è donata all’individuo isolato (papa o vescovo), ma con essa Dio ha voluto dar vita ad una storia e ad una comunità. La verità risiede nel soggetto comunitario del Popolo di Dio, nella Chiesa». Del pari, Giovanni Paolo II, al n° 27 dell’Esortazione post-sinodale Pastores gregis, afferma: «Nella Chiesa, scuola del Dio vivente, vescovi e fedeli sono tutti condiscepoli e hanno tutti bisogno di essere istruiti dallo Spirito. I luoghi dove lo Spirito dona il suo insegnamento interiore sono veramente numerosi. Prima di tutto il cuore di ciascuno, poi la vita delle diverse Chiese particolari, ove appaiono e si fanno sentire i molteplici bisogni delle persone e delle diverse comunità ecclesiali, con dei linguaggi noti, ma anche con linguaggi diversi e nuovi» [2].
Qui manca la distinzione assolutamente necessaria tra destinatario e depositario-intermediario. L’intero Popolo di Dio, e molto più che il Popolo di Dio: tutti gli uomini senza eccezione, sono i destinatari della verità che deve salvarli. Ma solo alcuni individui isolati sono scelti tra gli uomini per essere i titolari di una funzione gerarchica e i depositari di questa verità, poiché è solo ad essi che è stata affidata in deposito con il compito di conservarla, e solo essi sono gli intermediari stabiliti da Dio per comunicare in suo nome la verità salutare. Vero è che la dichiarazione Mysterium Ecclesiae del 24 giugno 1973 [3], sulla quale anche si appoggia Mons. Ocáriz, dice che l’autorità del magistero è richiesta per assicurare l’unità sociale dell’espressione della fede [4]: a differenza di ciò che accade nel protestantesimo o nel modernismo di Alfred Loisy, condannato da San Pio X, il magistero è qui un’istituzione divina e solo esso è assistito da Dio per condurre il Popolo, indicandogli l’interpretazione autorizzata della Parola di Dio. Ma non dice che la funzione magisteriale è richiesta come quella di un depositario e di un intermediario, testimone privilegiato che, in quanto individuo isolato, ha ricevuto da Dio la verità della sua rivelazione con l’incarico di conservarla e di trasmetterla. E Donum veritatis non conferma su questo punto Mysterium Ecclesiae, dicendo che la verità di fede è un dono di Dio a tutto il Suo Popolo e che non è data all’individuo isolato (papa o vescovo), ma risiede nel soggetto comunitario del Popolo di Dio [5]?
Nel «Commento» pubblicato il 27 giugno 1994, allo scopo di precisare il senso della Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis, apparsa il 22 maggio precedente, il cardinale Ratzinger esprime nettamente questa nuova concezione di magistero: «La Scrittura può divenire il fondamento di una vita solo se è affidata ad un soggetto vivente – quello stesso da cui essa è nata. Essa ha avuto la sua origine nel Popolo di Dio guidato dallo Spirito Santo, e questo Popolo, questo soggetto, non ha smesso di sussistere. Il Concilio Vaticano II ha espresso tutto questo nel modo seguente: “la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura” (Dei Verbum, 9). […] Secondo la visione del Vaticano II, la Scrittura, la Tradizione e il magistero non devono essere considerate come tre realtà separate, ma la Scrittura, letta alla luce della Tradizione e vissuta nella fede dalla Chiesa, in questo contesto vitale si apre al suo pieno significato. Il magistero ha il compito di confermare questa interpretazione della Scrittura resa possibile dall’ascolto della Tradizione nella fede» [6]. In questo testo, il termine «Tradizione» è distinto da magistero ed indica la vita concreta del Popolo di Dio, cioè il contesto vitale al quale il magistero deve attingere come ad una fonte.
La catechesi dispensata da Benedetto XVI nel 2006, conferma ancora questa idea. All’origine la Chiesa deriva da una esperienza che gli Apostoli hanno vissuto con Cristo [7]. Prolungata nello spazio e nel tempo, questa esperienza suscita una comunione, che deve ricorrere al servizio del ministero apostolico per conservare la sua coesione spazio-temporale [8]. L’unità gerarchica, nel tempo e nello spazio, è una seconda unità che scaturisce da una prima unità più radicale, quella dell’esperienza comune. È così che la tradizione vivente, che è l’esperienza comune continuata nel tempo, precede e suscita la tradizione apostolica, che è il ministero continuato nel tempo come un servizio della comunione. Le due tradizioni resteranno sempre sincronizzate, e non si troverà mai la continuità dell’esperienza comune senza la continuità del ministero, poiché agli occhi di Benedetto XVI, la Chiesa non è una comunità puramente carismatica. E tuttavia, nella definizione che egli dà della Chiesa, vi è una anteriorità logica dell’esperienza comune in rapporto al ministero. Questa anteriorità è esattamente quella introdotta dall’Istruzione Donum veritatis: il Popolo di Dio depositario della verità precede in questo senso il magistero gerarchico. La Tradizione è allora intesa in un senso nuovo, come la continuità di una presenza attiva, quella di Gesù che vive nel suo Popolo [9]. Essa è compiuta dallo Spirito Santo ed espressa [10] grazie al servizio del ministero apostolico: «Questa permanente attualizzazione della presenza attiva di Gesù Signore nel suo popolo, operata dallo Spirito Santo ed espressa nella Chiesa attraverso il ministero apostolico e la comunione fraterna, è ciò che in senso teologico s'intende col termine Tradizione» [11]. Si tratta esattamente de «la comunione dei fedeli intorno ai legittimi Pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa» [12].
In questa nuova ottica, non si dice più che il ruolo del magistero è di conservare e di trasmettere in nome di Dio il deposito delle verità rivelate da Cristo agli Apostoli. Si dice che il ruolo consiste nell’assicurare la coesione dell’esperienza comunitaria delle origini, di modo che la comunione di oggi continui la comunione di ieri. Il magistero è allora al servizio del soggetto Chiesa e il suo ruolo consiste nell’esplicitare in formule autorizzate le intuizioni preconcettuali del sensus fidei.
Non si può negare la realtà di questo sensus fidei. Esso equivale al consenso unanime e infallibile della credenza. Ma si tratta proprio del consenso della Chiesa discente. Questo deriva dall’infallibilità della Chiesa docente, che è la sua causa propria. Essendo la Chiesa una e santa nella fede, la credenza dei fedeli è in defettibilmente e solidarmente docile, nel tempo e nello spazio, all’insegnamento della gerarchia magisteriale. Indubbiamente si può parlare di un certo soggetto della Tradizione in senso passivo, che è un senso lato, e che corrisponde all’insieme di tutti i credenti, ma questo soggetto è tale come semplice testimone dell’insegnamento del magistero, e il consenso della Chiesa nella credenza possiede tutt’al più il valore di un segno che fa conoscere l’infallibilità dell’insegnamento che ha proposto a credere la verità creduta unanimemente. In questo senso, la professione di fede indefettibile della Chiesa discente rappresenta un luogo teologico, poiché è essa sola che manifesta bene delle verità proposte infallibilmente dalla predicazione orale del magistero ordinario universale. Ma questo genere di criterio resta il semplice segno dell’infallibilità dell’insegnamento, e non la sua causa. Farne una causa significa riprendere per sé l’errore condannato dal concilio Vaticano I, estendendolo al dominio particolare del potere di magistero: «questo primato [di giurisdizione] non è stato conferito immediatamente e direttamente allo stesso beato Pietro, ma alla sua Chiesa e, per mezzo di questa, a lui come suo ministro» [13]. Questo implica anche che una proposizione del magistero sarebbe infallibile solo nella misura in cui sarebbe accettata (anche antecedentemente) dal Popolo, il che contraddice formalmente la definizione enunciata infallibilmente dallo stesso concilio Vaticano I: «queste definizioni del vescovo di Roma sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa» [14]. (continua)


(Fine IV parte)


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NOTE
[1] DC 2010 del 15 luglio 1990, pp. 693-701.
[2] DC 2302, col. 1022. Sono i nn° 26-28 di questo testo che vanno in questo senso.
[3] DC 1636 del 15 luglio 1973, pp. 664-671; commento pp. 837-839.
[4] Il n° 2 precisa in effetti che « lo Spirito Santo illumina e soccorre il Popolo di Dio, in quanto è il corpo di Cristo, unito in comunione gerarchica» e aggiunge che se il Popolo di Dio aderisce alla fede, questo avviene, non solo grazie a quel senso della fede, risvegliato e sostenuto dallo Spirito di verità, ma anche «sotto la guida del magistero»; rivestiti dell’autorità di Cristo, i pastori hanno il potere di insegnare e il loro ruolo non si riduce a ratificare il consenso già espresso dai semplici fedeli, essi «nell’interpretazione e nella spiegazione della parola di Dio scritta o trasmessa» possono «prevenire ed esigere tale consenso».
[5] Cfr. la Presentazione del cardinale Ratzinger all’Istruzione Donum veritatis: «Il documento tratta del problema della missione ecclesiale del teologo, non a partire dal dualismo magistero-teologia, ma nel contesto della relazione triangolare: Popolo di Dio, in quanto portatore del senso della fede e luogo comune a tutti dell’insieme della fede; magistero; teologia. Lo sviluppo del dogma negli ultimi 150 anni è una dimostrazione molto chiara di questa complessa relazione; i dogmi del 1854, 1870 e 1950 furono possibili perché essendo stati ripresi dal senso della fede, il magistero e la teologia furono condotti da quest’ultimo e cercarono lentamente di raggiungerli» (L’Osservatore romano, edizione settimanale francese del 10 luglio 1990, p. 9). D’altronde, Il quarto capitolo dell’Istruzione Donum veritatis presenta i rapporti che esistono tra il magistero e i teologi come dei rapporti, non tra dirigenti e diretti, ma di collaborazione (§ 22). Questa idea della collaborazione è l’idea nuova di una dipendenza reciproca nella comune dipendenza rispetto al Popolo. Non si tratta più dell’idea tradizionale della dipendenza del teologo, Chiesa discente, dal magistero, Chiesa docente.
[6] DC 2097 del 3 luglio 1994, p. 613.
[7] «L'avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Vedono dove abita e cominciano a conoscerlo. Essi infatti non dovranno essere annunciatori di un'idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno "stare" con Gesù (cfr Mc 3, 14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l'evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo» Benedetto XVI, Gli Apostoli, testimoni e inviati di Cristo, udienza del 22 marzo 2006, in L’Osservatore romano ed. francese n. 13 del 28 marzo 2006, p. 12.
[8] «Attraverso il ministero apostolico, la Chiesa, comunità radunata dal Figlio di Dio venuto nella carne, vivrà nel succedersi dei tempi edificando e nutrendo la comunione in Cristo e nello Spirito, alla quale tutti sono chiamati e nella quale possono fare esperienza della salvezza donata dal Padre. I Dodici ebbero cura, infatti, di costituirsi dei successori, affinché la missione loro affidata continuasse dopo la loro morte. Nel corso dei secoli la Chiesa, organicamente strutturata sotto la guida dei legittimi Pastori, ha così continuato a vivere nel mondo come mistero di comunione, nel quale si rispecchia in qualche misura la stessa comunione trinitaria, il mistero di Dio stesso». Benedetto XVI, Il dono della Comunione, udienza del 29 marzo 2006, in L’Osservatore romano ed. francese n. 14 del 4 aprile 2006, p. 12.
[9] Questa idea si ritrova in uno studio di Joseph Ratzinger, scritto nel 1965, e pubblicato al capitolo 2 di La Parole de Dieu, Ecriture Sainte, Tradition, Magistère, Parole et Silence, 2007, in particolare alle pp. 68-70. L’enciclica Deus caritas est riprende lo stesso tema nel suo n° 1 (DC n° 2352, col. 166): « All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Di primo acchito, una simile descrizione richiama più un atto affettivo che un atto intellettuale. Ora, l’unione con Cristo si realizza innanzi tutto con la fede e questa è un atto formalmente intellettuale. L’intelligenza è fatta non per incontrare delle persone, ma per conoscere la realtà mediante dei concetti e attraverso delle formule. La facoltà che si mette direttamente in rapporto con la realtà come essa esiste concretamente, e dunque con una persona, è la volontà. E la volontà che va incontro a Dio è la carità. Le espressioni utilizzate da Benedetto XVI suggeriscono una confusione tra la fede e la carità. L’«incontro con una persona» attiene all’amicizia e non alla conoscenza. L’esperienza soprannaturale (per analogia con l’esperienza naturale) che ci mette in relazione (o in contatto) con Dio e che suscita una conoscenza per connaturalità, esiste certo, ma essa ha luogo con gli atti dei doni dello Spirito Santo, il cui motivo formale è di ordine affettivo, poiché questi doni poggiano sulla carità. Non si potrebbe negare che la fede deve arricchirsi di questi doni, ma per essere uniti nella vita spirituale concreta, fede e doni devono restare formalmente distinti nella loro definizione, agli occhi del magistero e della teologia. E dal momento che ogni peccatore non è per questo un infedele, la fede può anche incontrarsi concretamente nella Chiesa, senza la carità né i doni.
[10] Mysterium Ecclesiae (citando al volo la condanna della proposizione n° 6 in Lamentabili) afferma in questo senso che il ruolo del magistero non si limita a ratificare il consenso già espresso dai semplici fedeli. Ma vi è differenza tra dire che il magistero ecclesiastico trasmette e impone a credere ai fedeli la verità di cui è depositario, in quanto continuatore del magistero apostolico, e dire che il magistero ecclesiastico impone l’espressione adeguata di una verità di cui è depositario il Popolo perché il suo senso della fede la detiene al suo stato preconcettuale. Questa seconda affermazione non sfugge alla condanna di Lamentabili. La proposizione condannata n° 6 dice infatti: « Nella definizione delle verità, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le comuni opinioni di quella discente» (DS 3406).
[11] Benedetto XVI, La Comunione nel tempo: la Tradizione, udienza del 26 aprile 2006, in L’Osservatore romano n. 18 dell’ed. francese del 2 maggio 2006, p. 12.
[12] Benedetto XVI, ibidem.
[13] Concilio Vaticano I, costituzione Pastor æternus, cap. 1, DS 3054.
[14] Concilio Vaticano I, costituzione Pastor æternus, cap. 4, DS 3074.

Sant'Egidio "in libertà vigilata": forse Mons. Paglia perderà Venezia?

Le numerose e insistenti voci che si son succedute in questi ultimi giorni, vedevano per favorito al Patriarcato di Venezia mons. Paglia (ahinoi! nonostante le sue discutibili dichiarazioni su Mons. Romero che per nulla erano piaciute al Card. Ratzinger) a svantaggio di Mons. Moraglia (Vescovo di La Spezia, e teologicamente e liturgicamente molto in sintonia con Benedetto XVI).
La seguente notizia di oggi (un articolo troppo elogiativo ed enfatico sulla Comunità che è stato rivisto, corretto e ridimensionato dalla Segreteria di Stato prima di uscire su La Civiltà Cattolica) potrebbe mai rappresentare una (auspicata) brusca frenata della corsa del Vescovo Paglia, già Assistente spirituale della Comunità di Sant'Egidio, alla prestigiosa (e porporata) cattedra lagunare? Dio lo Voglia!
Sicuramente il fatto che andrete a leggere suona come un'implicita conferma dei motivi che suscitano titubanza (se non addirittura sospetto) nei confronti della Comunità di S. Egidio, e invita alla prudenza e alla riflessione.
Sandro Magister ha commentato l'articolo, che noi riportiamo in parte, in merito al controllo che la S. Sede starebbe effettuando sulla Comunità fondata da Riccardi (anch'egli non eccessivamente considerato ed osannato nell'articolo uscito sulla rivista dei Gesuiti).
Il sottolineato è nostro.


Roberto


Sant'Egidio in libertà vigilata
di Sandro Magister, da Diario Vaticano del 29.12.2011

La segreteria di Stato autorizza "La Civiltà Cattolica" a pubblicare
un articolo elogiativo della Comunità. Ma con numerosi tagli al testo originale,
sui punti di disaccordo. Eccoli a uno a uno. Quanto al fondatore Riccardi...


CITTÀ DEL VATICANO, 29 dicembre 2011 – “Sant’Egidio: profilo di una comunità cristiana”. È questo il titolo di un articolo de "La Civiltà Cattolica" sulla comunità fondata a Roma nel 1968 da Andrea Riccardi, uscito proprio nei giorni in cui questi è diventato ministro di governo.
I giudizi dell'articolo sono elogiativi anche riguardo alla "diplomazia silenziosa" praticata dalla Comunità. E già questo desta sorpresa, dal momento che le bozze de "La Civiltà Cattolica" sono riviste dalla seconda sezione della segreteria di Stato, cioè dal ministero degli esteri vaticano, dove la diplomazia di Sant’Egidio continua ad essere considerata più di intralcio che di aiuto all'attività istituzionale della Santa Sede nel mondo.

[...] Prima che su "La Civiltà Cattolica", l'articolo era apparso sul numero di settembre di "Stimmen der Zeit" col titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, [...] E la versione originale tedesca era molto più lunga di quella poi uscita in Italia con notevoli tagli, qua e là piuttosto significativi. Frutto di sforbiciate fatte dai gesuiti di Villa Malta – la sede de "La Civiltà Cattolica" – e/o anche dalla segreteria di Stato vaticana. In pratica, dalle 16 pagine tedesche si è passati alle 11, oltretutto meno fitte, della versione italiana.
È così completamente sparito il capitoletto tedesco intitolato “I preferiti del papa?” (Die besonderen Lieblinge des Papstes?), nel quale veniva oltremodo esaltato il rapporto tra Sant’Egidio e Giovanni Paolo II.
È uscito drasticamente ridimensionato anche il legame tra la Comunità e gli incontri di Assisi
. Nella versione tedesca c’è un intero capitoletto su “L’avventura di Assisi” (Das Abenteuer Assisi) in cui si plaude al cosiddetto “spirito di Assisi” (der Geist von Assisi) caro a Sant'Egidio ma non a Benedetto XVI, mentre in quella italiana il capitoletto non c'è più e tutto è liquidato in un paio di righe: "Ha avuto una risonanza mondiale, nel 1986, la preghiera per la pace ad Assisi, che si è tenuta anche per interessamento della Comunità”.
Il capitoletto su “Andrea Riccardi, il volto di Sant’Egidio” esce dimezzato nel passaggio dal tedesco all'italiano. E ancor più sforbiciato è quello sulla diplomazia della Comunità. La definizione di Sant’Egidio come “ONU di Trastevere”, coniata dal giornalista italiano Igor Man ed entrata nell'uso corrente, citata enfaticamente da "Stimmen der Zeit", su "La Civiltà Cattolica" sparisce.
Ciò detto, resta comunque il paradosso che un testo rivisto e approvato dalla segreteria di Stato vaticana contenga un sostanziale elogio del ruolo diplomatico giocato da Sant’Egidio.

[...] Tornando ad oggi, l’articolo de "La Civiltà Cattolica" è arrivato in un momento che sembra particolarmente premiante per la Comunità, in campo sia politico che ecclesiastico.
La data d'uscita dell'articolo è stata infatti il 19 novembre, due giorni dopo la nomina del fondatore della Comunità, Riccardi, a ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. [...] Una notorietà internazionale, quella di Riccardi, che si può evincere anche dalla sua presenza nei dispacci diplomatici riservati messi in rete da Wikileaks.

[...] Sul versante della Chiesa, poi, l’articolo de "La Civiltà Cattolica" è arrivato mentre l’ex assistente ecclesiastico di Sant’Egidio, il vescovo di Terni Vincenzo Paglia (con tre citazioni su Wikileaks), è dato in corsa, anche se forse a livello più mediatico che reale, per la vacante sede cardinalizia di patriarca di Venezia.
Più reali sembrano essere le chance dell'attuale assistente ecclesiastico della Comunità, monsignor Matteo Zuppi (con oltre venti citazioni su Wikileaks), già parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere. Potrebbe essere lui il nuovo vescovo ausiliare di Roma in attesa d'essere nominato nelle prossime settimane

Brooklyn. Se la pedofilia riguarda gli ebrei ortodossi

Da La Bussola di Massimo Introvigne del 13-12-2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.
Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.
La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa - e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.
Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall'autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.
Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto - e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn - che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa.
Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali.
Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.
Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l'episodio di Brooklyn tutto l'ebraismo ortodosso. (...)

per leggere la continuazione si veda qui

Ancora S. Messe tradizionali in India




Solo qualche giorno fa avevamo dato notizia delle celebrazioni in rito antico a Mombay.
Ecco qui un'altra notizia di S. Messe in India, officiate secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII, secondo il Motu proprio Summorum Pontificum.
Si tratta delle Messe celebrate ogni domenica nella cappella di S. Antonio, a Chennai (già Madras) nello stato di Tamil Nadu nella parte sud est dell'India.
Come già si era notato nel nostro post precedente, è particolare e interessante vedere come la sensibilità e la cultura degli indiani cattolici siano entrate in punta di piedi nel "rito", e ora ne facciano parte a piedo titolo, in maniera discreta e ben amalgamata.
Le persone entrano nella cappella senza le scarpe (come in tutti i luoghi di culto indiani), per rispetto del luogo, il Sancta Sanctorum, in cui Gesù Cristo è presente con il Suo Corpo e il Suo Sangue.
Le signore son vestite con il tipico e tradizionale abito indiano, il Sari, con il quale, quando entrano nella cappella, si coprono anche la testa.
I fedeli, possono scegliere se usare le panche disposte nella cappella o, alla moda "indiana" accomodarsi e/o inginocchiarsi sulle stuoie disposte sul pavimento.
Spontaneamente i fedeli si dividono: le signore, dal lato del Vangelo, i signori dal lato dell'epistola.
Ma se nella navata si riscontrano usi e abitudini locali (per rispetto del luogo e di N.S.G.C.), nel presbiterio si riconosce lo stile assoluto, universale (cattolico, appunto) e unificatore del Rito Romano Antico.
L'umiltà e la serietà dei fedeli e del sacerdote sono tali da non far indulgere assolutamente alla creatività e al relativismo: l'altare, i paramenti, le suppellettili sono "romani", in spirito di obbedienza e di rispetto nei confronti della Tradizione e la Sacra Liturgia Antica della Chiesa.

fonte: Te Igitur

La destra e la sinistra. Nuovo libro di F&C

Jean MADIRAN, La destra e la sinistra , refazione di Francesco Agnoli, Introduzione di Roberto de Mattei, ed. Fede e Cultura 2011, Pag. 96 - € 10,50

La drammatica situazione mondiale e italiana ci pone questioni importanti che non possono trovare risposte che vengano solo dal sentimento - o dal risentimento.
Desidero quindi proporLe questo testo magistrale del maggior pensatore francese cattolico vivente.
In esso si evidenzia come la dicotomia destra/sinistra sia ormai da superare.
Solo Cristo è la nostra salvezza!
Il libro è il numero 4 dell'apprezzatissima Collana Biblioteca Rosmini.
Ormai è tardi per averlo per Natale, ma se ordina ora lo potrà leggere con profitto prima della fine dell'anno.

Si trova all'url  http://www.fedecultura.com/libro/la-destra-e-la-sinistra/

Qui di seguito alleghiamo l'indice.
Prefazione di Francesco Agnoli p. 5
Introduzione di Roberto de Mattei p.11
Precisazioni sui rapporti tra Comunismo e ideologia libertaria di Carlo Manetti p. 15
CAPITOLO I - La destra è un’invenzione della sinistra p. 23
CAPITOLO II - Al di fuori della sinistra non vi è che il Cristianesimo p. 32
CAPITOLO III - L’evoluzione della sinistra p. 41
CAPITOLO IV - Il potere non si prende p. 54
CAPITOLO V - La politica del Vangelo p. 69
CAPITOLO VI - Un’idea di bene p. 81

Riflessioni di fine anno di Roberto de Mattei


da Corrispondenza Romana 28.12.2011

mercoledì 28 dicembre 2011

L’inutile papocchio

di Simone Veronese

Domenica 11 dicembre 2011, ore 11.15, S. Messa in forma extraordinaria a Casette di Legnago (Vr), chiesa di Sant’Antonio di Padova.
Come si suol dire, un’occasione buttata al vento. Grande concorso di popolo, giovani e meno giovani, amanti del Salieri e persone a digiuno di musica.
La chiesa è una di quelle costruite di recente, interamente in cemento (come facevo notare con sorpresa nei commenti): non proprio una “chiesa garage” ma poco ci manca. Grazie a Dio, non solo è orientata ma all’interno conserva diversi tratti di cattolicità: presbiterio rialzato, tabernacolo non proprio centrale ma comunque in bella vista (e non messo “in castigo” in un angolo), banchi con inginocchiatoi.
Come faceva notare un lettore di MiL, sicuramente non si trattava della cornice ideale per una Messa in Rito Antico, ma di certo la bellezza della Liturgia avrebbe potuto illuminare gli angoli ombrosi della moderna e schizofrenica architettura sacra.
Superato lo choc delle sembianze, mi consolavo al pensiero che il celebrante don Gino Oliosi sarebbe stato garanzia di una Messa degnamente celebrata (tanto più che la domenica precedente, la seconda d’Avvento, ero stato a Santa Toscana a Verona, e lì don Oliosi aveva celebrato in modo veramente degno e tenuto un’omelia come poche, di questi tempi).
Succede così che, qualche minuto prima delle 11.15, il coro, che avrebbe eseguito la Missa Stylo di Salieri, si dispone in presbiterio (cosa che, mi dicono, non essere del tutto vietata anche se personalmente mi irrita parecchio. Per come la vedo io, in presbiterio vi sta il presbitero, che celebra, con i suoi ministri e gli accoliti. Stop).
Giunta l’ora, don Oliosi si porta al microfono, preparato sulla gradinata del presbiterio, e inizia a spiegare che la Messa sarebbe stata celebrata nella forma extraordinaria del Rito Romano e che il coro avrebbe “animato”(?) la celebrazione con dei componimenti (sacri o non?) di Salieri. Prosegue poi spiegando ai fedeli che lui stesso è stato entusiasta di poter nuovamente celebrare con il Rito Antico e che, ogni giorno, celebra due S. Messe: una col Rito Nuovo e una con l’Antico. Sull’opportunità o meno del biritualismo si potrebbe discutere per giorni, al che mi impongo di sorvolare.
Qualche minuto e don Oliosi si volge verso l’altare, facendo contemporaneamente un cenno col capo al direttore del coro che inizia a cantare un brano.
Ora, io non sono né un esperto, però conosco la differenza tra una S. Messa letta e una Messa in canto. Se la Messa è “letta”, il coro può eseguire un brano iniziale, che però deve terminare una volta che il celebrante arriva ai piedi dell’altare, di modo che la celebrazione inizi con la recita delle preghiere ai “piedi dell’altare” in alternanza tra il sacerdote e i fedeli. Al contrario, se la Messa è “in canto”, il coro esegue l’antifona d’Introito e, in quel caso, il celebrante alternandosi con soli i ministri e/o gli accoliti, recita le preghiere suddette, anche se i fedeli non le possono sentire. Tertium non datur! Una Messa non può essere in parte “letta” e in parte “in canto”.
Fatto sta quindi che, grazie all’esecuzione del mottetto, nessuno dei presenti ha potuto ascoltare la famosa antifona Gaudete (Ad Phil. 4, 4-6 - Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Ps. 84, 2 - Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob).
Tertium non datur, si diceva, eppure, del proprio nemmeno una nota, mentre, l’intero ordinario (ad eccezione del Gloria che non era previsto) e il Credo, sono stati puntualmente cantati. Chiaramente sempre su musiche del Salieri.
Va detto poi che il ministrante che ha servito Messa non era esperto e ha commesso diverse imprecisioni.
Poco male, dirà qualcuno, un ministrante inesperto non è poi la cosa più grave del mondo e almeno, invece del marasma di musichette melense o da cartoni animati tanto in voga di questi tempi, si è potuto ascoltare della buona musica sacra. Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare.
Poco prima di iniziare a distribuire la S. Comunione, don Oliosi si rivolge ai fedeli, informandoli prontamente che, testuali parole, «chi vuole comunicarsi nella forma extra ordinaria, quindi in ginocchio (su un inginocchiatoio minuscolo preparato per l’occasione, N.d.A.) e sulla lingua, può disporsi nella navata centrale, chi invece preferisce comunicarsi nella forma ordinaria, può disporsi nelle due navate laterali». Confesso che in quel momento mi sono sentito venir meno.
A questo punto, è sembrato tutto molto meno grave, persino la lunga sequenza di avvisi finali propinata dal parroco prima della benedizione finale, cosa niente affatto possibile nel Rito Antico.
In conclusione mi pongo qualche domanda, la prima: è mai possibile che si sprechino occasioni come questa, in cui si ha un così grande numero di fedeli, proponendo una Liturgia offuscata da abusi più o meno gravi (a maggior ragione se si tratta del tanto avversato Rito Antico)? Ancora, non è che un certo tipo di mentalità (tradizionalista e non) è più dannosa per il recupero della Tradizione, dei modernisti stessi (domanda retorica, ma ripetersela non fa mai male)? Infine, non sono forse questi abusi odiosi tanto quanto quelli perpetrati nelle S. Messe celebrate secondo il messale di Paolo VI? Ammetto che uscendo dalla chiesa l’amaro in bocca era lo stesso. Anzi, quasi quasi era forse un po’ più amaro.