Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

mercoledì 30 novembre 2011

Magri, il vero volto dell'eutanasia



Dopo il suicidio dell'esponente comunista Lucio Magri un bell’articolo a commento della vicenda.
Il Padrone del Mondo di Benson è ormai tra noi.

Da La Bussola di Mario Palmaro
30-11-2011

Di fronte al caso di Lucio Magri, che è andato a morire in Svizzera con un suicidio assistito, vorremmo dire tre cose.

Innanzitutto, questa è una tristissima vicenda umana, che suscita sentimenti di pietà. Attenzione: pietà per un uomo che dice di non voler più vivere e che purtroppo trova persone disposte ad aiutarlo nel suo proposito. Non certo pietà per la “categoria”, cioè per quelli che si vogliono togliere la vita e ci riescono; perché, altrimenti, bisognerebbe “per motivi pietosi” modificare tutti i protocolli di soccorso e di emergenza pacificamente accettatati dalla nostra società. Bisognerebbe lasciare in pace quelli che si vogliono gettare dal cornicione, bisognerebbe sostituire i teloni dei vigili del fuoco con un letto di chiodi per fachiri, bisognerebbe non soccorrere e non salvare quelli che hanno tentato di uccidersi e non sono ancora morti. Ciò che fa pena è l’immagine di un uomo, intellettuale vivace, stanco di vivere, oppresso – dicono alcuni – dall’insopportabile percezione del fallimento dell’ideologia marxista; o – dicono altri - dal dolore per la morte della carissima moglie. Chi conosce la fragilità dell’uomo sa che non c’è peccato di cui, potenzialmente, non saremmo capaci. Compreso un delitto terribile contro la propria vita, come il suicidio, azione con la quale, recita un paradosso di Chesterton, è come se l’uomo volesse uccidere tutti gli uomini.

Seconda osservazione: se è giusto provare pietà per le persone, non è affatto giusto provare pietà per le ideologie false e bugiarde. Magri è stato uno dei fondatori del Manifesto, e un colto rappresentante del pensiero marxista. E qui dobbiamo constatare che il comunismo, insieme a tutte le altre letture ideologiche del reale, scava nell’uomo un vuoto che diventa con il passare degli anni insopportabilmente pesante. Scenario viepiù aggravato dalla sconfitta clamorosa che la storia ha decretato per il socialismo realizzato. Si ha un bel dire, facendo gli spacconi, che Dio non serve. Può funzionare finchè la sorte ti sorride, ma arriva un giorno in cui le cose ti si rivoltano contro, e allora le pagine di Marx, o di Gramsci, o di Sartre, non riescono a dare conforto. E diventano, anzi, pistole armate nella tua mano. Dobbiamo dircelo e dobbiamo dirlo ai giovani: ci sono cattivi maestri e cattive dottrine, mentre la vita pretende una verità più grande, che la Chiesa insegna da duemila anni. Una verità che non rimuove le tragedie dall’esistenza, ma che le riempie di un senso che conforta perfino le persone disperate.

Terza, ma non ultima considerazione: la vicenda del povero Magri è un perfetto caso di scuola, che spiega che cosa intendiamo quando stiamo parlando di eutanasia. Il cosiddetto suicidio assistito, infatti, ha molto più a che fare con la fattispecie dell’eutanasia che con quella del suicidio: il suicida è uno che si ammazza con le sue mani; nel suicidio assistito ci sono altri che mettono la vittima in condizione di morire, e che quindi cooperano in modo decisivo a un atto che, forse, il poveretto non avrebbe la forza di compiere.

Ma c’è dell’altro: Lucio Magri non aveva, almeno secondo le notizie diffuse, una malattia mortale, o una patologia degenerativa che ne divorasse il corpo. Accusava invece un grave stato depressivo che lo ha spinto ad andare in Svizzera per ottenere la morte. Ora, da anni vogliono farci credere che l’eutanasia è una faccenda che riguarda solo i malati terminali oppure le persone con una sindrome progressiva inesorabile.

Ma si tratta di una truffa logica e concettuale: la vera posta in gioco è il potere di ciascuno sulla propria vita. Le motivazioni che spingono una persona a dichiarare che vuole la morte sono le più disparate: vanno dal dolore fisico assoluto al taedium vitae, cioè al disgusto per la vita che pure è priva di malattie del corpo. Se lo stato definisce che in alcuni casi si può ottenere la morte per mano di terzi, a quel punto stabilisce a quale altezza si deve collocare l’assicella delle vite senza qualità. E anche se in prima istanza respinge al mittente una richiesta come quella di Lucio Magri, con il tempo lo stato è costretto a rivedere il criterio e ad ammettere che, in fondo, se uno non vuole vivere è affar suo. Magri è purtroppo il simbolo di una tragedia più grande, che percorre la nostra società, la quale assomiglia sempre di più a una vera e propria civiltà dell’eutanasia. A un luogo, cioè, dove la vita è essenzialmente un non senso, e dove quindi chiedere e ottenere la morte è la cosa più normale del mondo.

Ovviamente, questa “cultura” avrà un suo effetto di “trascinamento” lungo il pendio scivoloso, e prima si legalizzerà la morte dei malati gravi con il loro consenso (reale o presunto); poi arriverà la morte di quelli che non l’hanno chiesta, ma poveretti quanto soffrono; e infine arriverà la morte di quelli che sono sani come un pesce, ma sono stufi di vivere. Il marxismo è morto, il liberalismo anche, e l’umanità sazia e disperatissima non si sente tanto bene. Solo un Dio ci può salvare.

Catania : Conferenza e Santa Messa nel Rito Romano Antico

Domenica 4 dicembre, alle ore 17 nella chiesa di san Giuseppe al Transito (P.zza Maravigna – Catania), il prof. Giuseppe Adernò modererà l’incontro dal titolo La Riforma della Riforma: l’Episcopato Francica Nava tra i Pontificati di Leone XIII e San Pio X, organizzato dalle confraternite di San Giuseppe al Transito e di San Giovanni Battista, dalla Nobile Arciconfraternita dei Bianchi, in collaborazione con il Sovrano Militare Ordine di Malta e il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Spagna).
Relatori saranno il prof. Antonio Blandini, storico e giornalista, e don Antonio Ucciardo, docente di Teologia presso l’ISSR ‘San Luca’ di Catania, nonché cappellano della Delegazione SMOM e Nobile Arciconfraternita dei Bianchi.
L’evento cade nell’83° Anniversario del pio transito dell’Em.mo Card. Giuseppe Francica Nava di Bondifè Arcivescovo di Catania, e sarà seguito dalla celebrazione della Santa Messa in Rito Romano Antico nella II Domenica di Avvento. Presterà servizio il “Collegio Liturgico Card. Francica Nava”. ( A.C.)

Chiesa di San Giuseppe al Transito
P.zza Maravigna - Catania

La figura e il pensiero di p. Tomas Tyn, O.P. Un convegno a Bologna.

La figura e il pensiero di Padre Tomas Tyn, OP





Convegno organizzato dall’Associazione "Cenacolo di San Domenico "
presso il Convento di San Domenico di Bologna Piazza San Domenico, 13
40124 Bologna - Tel. 051.6400411

V
enerdì 2 - Sabato 3 dicembre 2011
Sala della Traslazione

VENERDÌ alle ore 11.00




Santa Messa solenne (Forma Extraordinaria) presso l’Arca di San Domenico celebrata dal Rev.do P. Serafino Lanzetta, FI. Coro delle Suore Francescane dell’Immacolata.



Inizio ore 16.00


Saluto dell’Arcivescovo di Bologna, Cardinale Carlo Caffarra
Saluto del Priore Provinciale, P. Riccardo Barile, OP
Saluto del Priore Conventuale, P. Fausto Arici, OP
Moderatore: P. Prof. Giovanni Bertuzzi, OP, Filosofo e Preside dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna



RELAZIONI


- Prof. Don Alberto Strumia, Università di Bologna e di Bari
"Scienza, filosofia e teologia in Tomas Tyn"
- Prof. Jörgen Vijgen, Teologo, Seminario Maggiore della Diocesi di Haarlem-Amsterdam
"Atti umani e Fine ultimo in Tomas Tyn"
- Prof. P. Serafino Lanzetta, FI, Docente nell’Istituto Teologico dei Francescani dell’Immacolata
"La critica di Tomas Tyn all’etica di Karl Rahner"

Al termine delle Conferenze: Concerto della pianista Paola Alessandra Troili
(F. CHOPIN: Polonaise-Fantaisie op.61, in la bem. maggiore)


***
S
ABATO
S.Messa Concelebrata alle ore 7.30 nella Capella delle Confessionii



Inizio ore 9.00



RELAZIONI
Moderatore:
P. Prof. Giovanni Bertuzzi, OP, Filosofo e Preside dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna,
"L’essere in Tomas Tyn e Martin Heidegger"
- Prof. Mons. Renzo Lavatori, Università Urbaniana di Roma
"Il mistero di Cristo e l’identità cattolica"
- Don Alfredo Morselli, Parroco di Stiatico (Bologna)
"P. Tomas Tyn: il metafisico devoto di Maria SS.ma"
- P. Prof. P. Walter Senner, OP, Storico della Teologia dell’Università San Tommaso di Roma
"Tomas Tyn novizio a Warburg e studente a Walberberg"
- Prof. Gioia Lanzi, Centro Studi per la Cultura Popolare di Bologna,
"Tomas Tyn a Bologna"



Pausa Pranzo ore 13.00



Ripresa ore 14.30

P
roiezione del filmato su P.Tyn “Uno tra noi” (12 minuti) del Prof. Marco Baldassari

- Prof. Valerio Morello, Docente e ricercatore di storia e letteratura contemporanea
"P.Tomas Tyn e la santità domenicana"
- Prof. Roman Cardal, Istituto Filosofico di Praga
"La dimostrazione dell’esistenza di Dio in Tomas Tyn"
- Prof. David Cerny, Istituto Filosofico di Praga
"Il problema della libertà umana in Tyn dal punto di vista metafisico."
- P. Prof. Elvio Fontana, IVI, Pontificia Università Urbaniana, Roma
"Virtù e Fine ultimo in Tomas Tyn"

COMUNICAZIONI


Prof. Giulio Alfano, Presidente emerito del Terzo Ordine dei Laici domenicani di Italia e Malta
Padre Tomas Tyn e i Laici Domenicani
P. Prof. Giovanni Bertuzzi, OP, Filosofo e Preside dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna


Conclusioni
Indicazioni logistiche:
* per giungere al Convento con i mezzi pubblici: dalla Stazione Ferroviaria prendere l’autobus n. 30 e scendere alla fermata del Tribunale;
*chi giunge in auto può avvalersi del parcheggio pubblico Staveco (Viale Enrico Panzacchi) e poi raggiungere il Convento a piedi;
* chi desidera pernottare vicino al Convento può prendere contatti con il Collegio S.Tommaso, via S.Domenico, 1 (http://www.collegiosantommaso.it/cms/ )

P
er informazioni rivolgersi a:
*a Mario Mantovani del Cenacolo di San Domenico - cell. 335.5223778 - mail: mario.mantovani@gmail.com
*
a P.Giovanni Cavalcoli, OP, Vicepostulatore della Causa di Beatificazione, Convento San Domenico – Tel. 051.6400418 - cell. 334.7803456 - mail: padrecavalcoli@gmail.com

Siti dedicati a P.Tomas Tyn, OP: http://www.studiodomenicano.com/ , http://www.arpato.org/




Ravasi: "Ci sono edifici sacri carenti, da riadattare in futuro"



Contiamo che dalle parole si passi ai fatti…. Gli ultimi scempi di Reggio Emilia non ci paiono andare in questa direzione


CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 25 novembre 2011 (ZENIT.org) – a margine della presentazione della mostra in Vaticano sulla cattedrale della Sacra famiglia di Antoni Gaudì a Barcellona - che si è svolta ieri nella sala stampa della Santa Sede – il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha parlato a Zenit del problema delle chiese che presentano carenze e del bisogno di un “riadattamento” in un futuro. Al momento si sta studiando il problema alla base, vale a dire partendo dal dialogo tra architettura, arte e arredi sacri.

Si è parlato della cattedrale di Gaudì e del bisogno di dialogo tra fede e arte. Alcune chiese però non presentano, per così dire, delle “carenze”?
Card. Ravasi: Di riadattamento di chiese che presentano delle carenze, non si è ancora discusso, al momento, tuttavia diventerà un problema sempre più all’ordine del giorno, poiché sono molte le chiese costruite negli ultimi anni senza tenere conto di quella trilogia alla quale facevo riferimento. Questa operazione di riadattamento è avvenuta anche nella storia dell’architettura sacra. Non è un fenomeno strano.

Forse prima era più un problema di stile. Ora invece…
Card. Ravasi: Ora c’è un qualcosa di strutturale, ma su questo è difficile dare delle indicazioni precise perché ogni caso è un caso a parte. Attualmente stiamo studiando il problema di base, ovvero far dialogare architettura, arte, spiritualità e liturgia. E sulla base di questi canoni, è fondamentale valutare se non sarà possibile affrontare il problema del riadattamento di chiese che presentano delle gravi carenze.

Sicuramente è più facile nelle indicazioni dei nuovi templi, meno per quelli poveri di caratteristiche sacre.
Card. Ravasi: È più delicato il secondo caso, perché complicatissimo. È come se su un malato intervenisse un medico e poi ne debba intervenire un altro: la prima volta è più facile. In realtà non lo abbiamo affrontato, ma il problema si sente.

Nel corso della conferenza stampa, rispondendo a un giornalista sulla possibilità di istituire una commissione che vigili sulla costruzione degli edifici di culto, il cardinale Ravasi ha risposto che questa commissione sarebbe “interdicasteriale per quanto riguarda la funzione dell’architettura sacra, e il tema fondamentale è quello di cercare di dare delle indicazioni in modo tale che si riesca a realizzare quello che si realizzava nelle grandi cattedrali, con una lunga tradizione fino ai nostri giorni”.
[…]

martedì 29 novembre 2011

Vito Mancuso “ accolto nei salotti bene e in tv come un vate" Una riflessione di Nicola Rosetti


( Foto : P.Alberto Maggi dei Servi di Maria e Vito Mancuso nella conferenza del 16 ottobre scorso a Montefano)


Propongo alla Vostra attenzione un articolo tratto pubblicato su : newsletterhttp://www.nicolarosetti.it/index.htm .
Il Prof. Mancuso, che numerosi Vescovi fanno a gara, dal nord al sud Italia, per invitarlo nelle loro Diocesi ad edificazione spirituale dei fedeli affidati alle loro cure pastorali, è stato protagonista di un “miracolo” proprio nelle Marche.
Senza che ce ne fossimo accorti grazie al Prof. Mancuso nella cittadina marchigiana di Montefano, dove è nato Papa Marcello II ( Marcello Cervini), pare che la festa di Natale fosse arrivata un poco in anticipo il 16 ottobre scorso.
E' stato Padre Alberto Maggi dei Servi di Maria di Montefano, organizzatore della conferenza del Prof. Mancuso, a gridare al “miracolo”: “ La chiesa era piena come la notte di Natale... e quel che stupiva era il profondo silenzio con il quale i tanti partecipanti hanno ascoltato Vito Mancuso. Veramente un regalo per tutti” . A.C.

“Vito Mancuso è autore di diversi libri nei quali tratta temi religiosi e per questo si definisce teologo, ma non basta parlare di religione per essere teologi: anche Aristotele si è occupato di Dio e dell'anima senza essere un teologo ma un filosofo.

Vito Mancuso si professa teologo cattolico ma nega l'esistenza del peccato originale e afferma che l'anima ha la sua origine dalla materia. Dunque è tanto teologo cattolico quanto un comunista che difende il libero mercato e sostiene la proprietà privata!!

Vito Mancuso contesta l'autorità pontificia e il dogmatismo, ma si è addottorato in un'università pontificia e proprio in teologia dogmatica.

Vito Mancuso ha paura che qualcuno lo voglia mettere fuori dal panorama teologico italiano e forse teme di incorrere in qualche censura da parte della congregazione per la dottrina della fede. Ma poiché egli, essendo al massimo un filosofo della religione, non appartiene al consesso dei teologi non ne può essere estromesso!

Vito Mancuso, non essendo un teologo, non insegna in una facoltà di teologia ma nella facoltà di filosofia dell'Università San Raffaele

Vito Mancuso afferma di non volersi genuflettere all'autorità pontificia eppure ha fatto proprio appello a quest'ultima per poter avere una dispensa dall'obbligo del celibato ecclesiastico per potersi sposare in chiesa

... come si vede sia dal punto di vista teorico che pratico questo intellettuale presenta parecchie contraddizioni eppure è accolto nei salotti bene e in tv come un vate”...

Santa Messa all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Padre Konrad zu Loewenstein, sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pietro,


mercoledì 30 novembre


Festa di Sant'Andrea Apostolo


alle ore 18.00 celebrerà la Santa Messa nella forma extraordinaria del Rito Romano nella Cappella Maggiore del Sacro Cuore dell'Università Cattolica di Milano, Largo Gemelli 1.

Una Messa da cani


Un’intervista al caro don Alfredo su una delle tante idiozie religiose di oggi.


di Raffaella Frullone da La Bussola

28-11-2011

Anche i cani hanno bisogno dell’amore di Dio. Ne è convinto il reverendo Tom Eggebeen, pastore della chiesa presbiteriana di Los Angeles, che dal settembre del 2009 ha dato vita ad uno speciale apostolato dedicato agli amici a quattro zampe: nella sua chiesa organizza infatti settimanalmente funzioni aperte ai cani con tanto di croccantini distribuiti durante l’offertorio.

«Quando amiamo un cane, e un cane ci ama, questo fa parte di Dio e Dio è parte di esso», afferma.

Secondo Thomas Firminger Dyer, autore di Church lore gleanings, (più o meno “Quel che resta dei costumi ecclesiastici”), l’abitudine di portare i cani in chiesa sarebbe stata introdotta in Inghilterra dai puritani come segno di disprezzo nei confronti del luogo sacro, considerato alla stregua di un intermediario tra il credente e Dio. Nel suo libro Dyer racconta di come in alcune parrocchie il dog- sitter fosse una figura prevista dallo statuto e anche di come, spesso, i cani non fossero gli unici “intrusi nelle chiese” dal momento che alcuni registri parrocchiali parlavano di incursioni di galline e asini durante le celebrazioni.

La questione è dibattuta anche nel nostro paese dove non mancano le parrocchie aperte agli amici animali. Si tratta per la maggior parte di parroci “accoglienti” che attirano fedeli che amano conciliare la messa domenicale con la passeggiata con Fido. Così può capitare, come succede per esempio alla parrocchia di Santa Maria del Carmine a Milano, che durante la Messa, in fondo alla chiesa sostino o passeggino 6-7 persone con il proprio cane. Una situazione che, se non causa disturbo alla funzione, di certo stona rispetto rispetto al luogo e soprattutto al momento.

Qualche mese fa le cronache hanno riportato la vicenda di Don Primo Poggi, parroco della Cattedrale di S.Lucia di Centurano, in provincia di Caserta, che è solito offrire ospitalità ai randagi che bazzicano nei dintorni e si attornia di animali anche durante le celebrazioni. Scrive Casertanews: “Don Primo è un prete di ottanta anni, un carismatico di larga fama. E' rettore del santuario di Centurano di Caserta, luogo di culto divenuto riferimento per migliaia di fedeli provenienti da tutta Italia. La sua incisiva azione pastorale non è rimasta inosservata”. A far discutere è stato un video che mostra chiaramente cani presenti sull’altare durante la celebrazione.



Sul tema abbiamo chiesto un’opinione a Don Alfredo Maria Morselli, parroco di Stiatico e Casadio in provincia di Bologna ed esperto di Liturgia.

Innanzitutto, è consentito portare i cani alla Messa?
«Non esiste una normativa che regoli la questione: il motivo è che per secoli è bastato il buon senso a far capire ai Cìcristiani che non è conveniente portare i cani in chiesa durante la Messa, naturalmente fatta eccezione per casi particolarissimi, come il cane-guida per le persone non vedenti».

Come bisogna comportarsi quando si entra in un luogo sacro? Quali sono i comportamenti che siamo chiamati ad adottare quando entriamo in chiesa e perché è doveroso rispettarli?
«È semplice: noi siamo fatti di anima e di corpo e siamo condotti alla contemplazione della realtà invisibili mediante segni sensibili. Dice San Paolo a proposito della celebrazione liturgica: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Eb 12,22-24). Siccome non siamo angeli, ci può aiutare ad acquisire questa consapevolezza indossare sobriamente un bel vestito, la compostezza, l’ordine esteriore, l’evitare distrazioni come per esempio il cellulare…»

Sia il reverendo Tom Eggebeen che Don Primo Poggi sostengono che consentire l’ingresso dei cani a Messa contribuisca a fare riavvicinare fedeli lontani… lo crede possibile?
«Oggi se ne sentono e sen ne vedono di tutti i colori, quindi la cosa non mi meraviglia. Purtroppo questi episodi mostrano chiaramente che anche alcuni sacerdoti hanno perso la piena consapevolezza di che cosa sia il Santo Sacrificio della Messa».

Qualcuno ha sottolineato che i cani “non disturbano” … come risponderebbe?
«Perché la gente tragga le conclusioni, bisogna che capisca le premesse. Si tratta di iniziare una nuova catechesi liturgica, nella prospettiva di ciò che il Papa ha chiamato “ermeneutica della continuità”: bisogna riscopre il senso del sacro e confutare la riduzione della Messa a momento di animazione conviviale».

Alcuni sacerdoti e fedeli per giustificare la presenza dei cani durante la messa citano l’amore di San Francesco o San Rocco nei confronti degli animali?
«I santi la cui vita è in qualche modo legata con gli animali sono molti di più dei due o tre esempi conosciuti da quasi tutti, basti pensare a Biagio, il cane misterioso che venne più volte in aiuto di San Giovanni Bosco, a San Pacomio, che attraversò il Nilo sulla schiena di un coccodrillo, o a San Felice, che venne salvato da un ragno che tessendo una tela all’imbocco della caverna nella quale si era rifugiato, aveva fatto in modo che non venisse raggiunto dai suoi persecutori. Tuttavia è bene sottolineare che nessuno di questi santi è conosciuto per aver fatto partecipare un animale a un rito sacro. Invece è interessante la spiegazioni che alcuni Padri danno circa il fatto che molti santi sono stati aiutati da animali feroci, o li hanno potuti ammansire. Un santo, con una lunga vita di penitenza e con lo sviluppo della carità, ricostruisce una sorta di microcosmo simile alla condizione dell’uomo prima del peccato originale: nel Paradiso terrestre tale era la signoria di Adamo e d Eva su tutto il creato, che nessun animale avrebbe mai attaccato l’uomo, ma l’avrebbe solo servito ed aiutato».

La Fraternità San Pio X e il Preambolo dottrinale




Dal sito del Distretto Italia della Fraternità S. Pio X (vedi qui):

Pubblicata da DICI

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Perché il Preambolo Dottrinale che Le ha consegnato il Card. Levada lo scorso 14 settembre è circondato da un cotale segreto sia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sia da parte della Fraternità San Pio X? Cosa nasconde questo silenzio ai sacerdoti e ai fedeli della Tradizione?
Questa discrezione è normale in ogni procedura importante; ne garantisce la serietà. Accade che il Preambolo dottrinale che ci è stato consegnato sia un documento che, come indica la nota che l’accompagna, è suscettibile di chiarimenti e di modifiche. Non si tratta di un testo definitivo. Noi invieremo a breve una risposta a questo documento, ove indicheremo con franchezza le posizioni dottrinali che ci sembra indispensabile mantenere. Dopo l’inizio dei nostri colloqui con la Santa Sede – i nostri interlocutori lo sanno bene – la nostra costante preoccupazione è stata quella di presentare in tutta lealtà la posizione tradizionale.
Da parte di Roma, la discrezione s’impone anche perché questo testo – pur nello stato attuale che necessita numerosi chiarimenti – rischia fortemente di suscitare l’opposizione dei progressisti, i quali non ammettono la semplice idea di una discussione sul Concilio, perché considerano che questo Concilio pastorale sia indiscutibile o “non negoziabile”, come se si trattasse di un Concilio dogmatico.

Malgrado tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei Superiori della Fraternità San Pio X ad Albano, del 7 ottobre, sono state divulgate su internet, da fonti diverse, ma concordanti.
Su internet le indiscrezioni non mancano mai! È vero che questo Preambolo dottrinale non può ricevere il nostro avallo, benché comporti un margine per una “legittima discussione” su certi punti del Concilio. Qual è l’ampiezza di questo margine? La proposta che avanzerò in questi giorni alle autorità romane e la loro risposta ci permetteranno di valutare le possibilità che ci vengono lasciate. E qualunque sia il risultato di questi scambi, il documento finale che verrà accettato o respinto sarà reso pubblico.

Meglio fare apparire le difficoltà che le soluzioni

Dal momento che questo documento è poco chiaro, a suoi occhi, non sarebbe più semplice opporre la non ricevibilità ai suoi autori?
Più semplice forse, ma non più onesto. Visto che la nota che l’accompagna prevede la possibilità di apportare dei chiarimenti, mi sembra necessario chiederli piuttosto che rifiutarli a priori. Questo non pregiudica in niente la risposta che daremo.
Dal momento che il dibattito tra noi e Roma è essenzialmente dottrinale e verte principalmente sul Concilio, e considerato che questo dibattito non riguarda solo la Fraternità San Pio X, ma proprio tutta la Chiesa, le precisazioni che otterremo o meno, avranno il merito non trascurabile di far meglio apparire dove stanno le difficoltà e dove le soluzioni. È questo lo spirito che ha sempre guidato i nostri colloqui teologici in questi due ultimi anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno statuto canonico, questo non comporta implicitamente la rinuncia alla tabella di marcia che Lei aveva fissata e che prevedeva innanzi tutto una soluzione dottrinale prima di un accordo pratico?
Si tratta proprio di un preambolo dottrinale la cui accettazione o il cui rifiuto condizionerà l’ottenimento o meno di uno statuto canonico. La dottrina non passa affatto in secondo piano. E prima di impegnarci su un eventuale statuto canonico, studieremo in maniera attenta questo Preambolo con il criterio della Tradizione, alla quale siamo fedelmente legati. Poiché noi non dimentichiamo che sono proprio le divergenze dottrinali all’origine della differenza fra Roma e noi, da 40 anni; il metterle da parte per ottenere uno statuto canonico ci esporrebbe al veder riemergere inevitabilmente le stesse divergenze, tale da rendere lo statuto canonico più che precario, molto semplicemente invivibile.

Dunque, in fondo nulla è cambiato dopo questi due anni di colloqui teologici fra Roma e la Fraternità San Pio X.
Questi colloqui hanno permesso ai nostri teologi di esporre chiaramente i punti principali del Concilio che presentano delle difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. Parallelamente, e forse grazie a questi colloqui dottrinali, in questi due ultimi anni altre voci si son fatte sentire oltre alle nostre, le quali hanno formulato delle critiche sul Concilio che si riallacciano alle nostre. Così, Mons. Brunero Gherardini, nel suo libro Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, ha insistito sui differenti gradi di autorità dei documenti conciliari e sul “contro-spirito” che si è infiltrato nel Concilio Vaticano II fin dall’inizio. Anche Mons. Athanasius Schneider ha avuto il coraggio di chiedere, in occasione di un congresso a Roma della fine del 2010, un Syllabus che condanni gli errori d’interpretazione del Concilio. Nello stesso spirito, lo storico Roberto de Mattei ha mostrato chiaramente le influenze contrarie esercitate sul Concilio, col suo libro Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. Bisognerebbe citare anche la supplica rivolta a Benedetto XVI da quegli intellettuali cattolici italiani che chiedono un esame approfondito del Concilio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi, indicano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è più la sola a vedere i problemi dottrinali posti dal Vaticano II. Questo movimento si estende e non si fermerà più.

Si, ma questi studi universitari, queste analisi dotte non apportano alcuna soluzione concreta ai problemi che il Concilio pone hic et nunc.
Questi lavori sollevano le difficoltà dottrinali poste dal Vaticano II e dimostrano quindi perché l’adesione al Concilio è problematica. Il che è un primo passo essenziale.
A Roma stessa, le interpretazioni evolutive che si danno della libertà religiosa, le modifiche che sono state apportate a questo proposito nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel suo Compendio, le correzioni attualmente allo studio del Codice di Diritto Canonico… esprimono la difficoltà che si incontra quando ci si voglia attenere ai testi conciliari ad ogni costo, e dal nostro punto di vista questo dimostra proprio l’impossibilità di aderire in maniera stabile ad una dottrina in movimento.


Il Credo non è più sufficiente per essere riconosciuti come cattolici?

Ai suoi occhi, cos’è che oggi è stabile dottrinalmente?
La sola dottrina ne varietur è in tutta evidenza il Credo, la professione di fede cattolica. Il Concilio Vaticano II s’è voluto pastorale, non ha definito dei dogmi. Non ha aggiunto agli articoli di fede: “credo nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità…”. Il Credo non sarebbe più sufficiente, oggi, per essere riconosciuto come cattolico? Esso non esprime più tutta la fede cattolica? Si esige oggi che coloro che abbandonano i loro errori e si riuniscono alla Chiesa cattolica professino la loro fede nella libertà religiosa, nell’ecumenismo o nella collegialità? Per noi figli spirituali di Mons. Lefebvre, che ha sempre evitato di costituire una Chiesa parallela e che ha voluto essere sempre fedele alla Roma eterna, non v’è alcuna difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.

In questo contesto, si può avere una soluzione alla crisi nella Chiesa?
A meno di un miracolo, non può esserci alcuna soluzione immediata. Per riprendere l’espressione di Santa Giovanna d’Arco, pretendere che Dio doni la vittoria senza chiedere agli uomini d’arme di dare battaglia, è una forma di diserzione. Volere la fine della crisi senza sentirsi interessati o implicati significa non amare davvero la Chiesa. La Provvidenza non ci dispensa dal compiere il nostro dovere di stato là dove essa ci ha posto, dall’assumere le nostre responsabilità e dal rispondere alle grazie che ci ha accordato.
La situazione presente della Chiesa, nei nostri paesi un tempo cristiani, è la caduta drammatica delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, una sola nella diocesi di Roma per il 2011-2012; è la rarefazione allarmante dei preti: come quel curato nell’Aude che ha 80 chiese; si tratta di diocesi esangui al punto che nel prossimo avvenire in Francia bisognerà raggrupparle come sono già state raggruppate le parrocchie… In una parola, la gerarchia ecclesiastica oggi è alla testa di strutture sovradimensionate per degli effettivi in calo costante, cosa che è propriamente ingestibile e non solo sul piano economico… Per darne un’idea, si pensi che bisogna mantenere attivo un convento concepito per 300 religiosi quando non ne sono rimasti che 3. Tutto questo può continuare così ancora 10 anni?
Dei giovani vescovi e preti che ereditano questa situazione prendono sempre più coscienza della sterilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Non danno la colpa unicamente alla laicizzazione della società, si interrogano sulle responsabilità del Concilio che ha aperto la Chiesa a questo mondo in piena secolarizzazione. Essi si chiedono se la Chiesa poteva adattarsi fino a questo punto alla modernità, senza adottarne lo spirito.
Questi vescovi e questi preti si pongono tali domande, e certuni le pongono a noi… discretamente, come Nicodemo. Noi rispondiamo loro che è necessario sapere se di fronte a tale penuria, la Tradizione cattolica è una semplice opzione o una soluzione necessaria. Rispondere che è un’opzione significa minimizzare, cioè negare la crisi nella Chiesa e volersi accontentare con misure che hanno già dato prova della loro inefficacia.

L’opposizione dei vescovi

Ma anche se la Fraternità San Pio X ottenesse da Roma uno statuto canonico, non potrebbe offrire alcuna soluzione sul campo, malgrado tutto, poiché i vescovi vi si opporrebbero, come hanno fatto col Motu Proprio sulla Messa tradizionale.
Questa opposizione dei vescovi nei confronti di Roma si è espressa in maniera sorda ma efficace riguardo al Motu Proprio sulla Messa tridentina e continua a manifestarsi ostinatamente da parte di certi vescovi a proposito del pro multis del canone della Messa, che Benedetto XVI, conformemente alla dottrina cattolica, vuole che si traduca con «per molti” e non con “per tutti”, come nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. In effetti, certe conferenze episcopali persistono nel mantenere questa falsa traduzione, come recentemente in Italia.
Così è il Papa stesso che fa esperienza di questa dissidenza di molte conferenze episcopali, su questo argomento e su molti altri, e questo può permettergli di comprendere facilmente l’opposizione feroce che la Fraternità San Pio X incontrerà immancabilmente da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Si dice che Benedetto XVI desideri personalmente una soluzione canonica; occorrerà anche che voglia usare i mezzi che la rendano realmente efficace.

È in ragione della gravità della crisi recente che Lei ha indetto una nuova crociata del Rosario?
Domandando queste preghiere, ho voluto soprattutto che i sacerdoti e i fedeli fossero più intimamente uniti a Nostro Signore e alla Sua Santa Madre, con la recitazione quotidiana e la meditazione profonda dei misteri del Rosario. Noi non siamo in una situazione ordinaria, che ci permetterebbe di accontentarci di una mediocrità abitudinaria. La comprensione della crisi attuale non si fonda sulle voci diffuse via internet, come le soluzioni non scaturiscono dall’astuzia politica o dalla negoziazione diplomatica, su questa crisi occorre avere uno sguardo di fede. Solo la frequentazione assidua di Nostro Signore e della Madonna permetterà di conservare, tra tutti i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione, quella unità di vedute che procura la fede soprannaturale. È così che faremo blocco in questo periodo di grande confusione.
Pregando per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come ha chiesto la Santa Vergine a Fatima, e per il trionfo del Suo Cuore Immacolato, noi ci eleviamo al di sopra delle nostre aspirazioni troppo umane, superiamo i nostri timori troppo naturali. È solo a questa altezza che potremo veramente servire la Chiesa, col compimento del dovere di stato affidato ad ognuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011



“UNA VOCE”, di Cristina Campo

Da Una Voce Italia
Esistono ormai in vari paesi associazioni così chiamate, “Una voce”, il cui scopo è di salvare la liturgia tradizionale, latina e gregoriana. Esse sono nate non perché sia stata imposta una liturgia volgare ma perché è stata tolta nei luoghi dove era capita e amata quella tradizionale. Perché tanta instancabile insistenza? Perché, se le Costituzioni conciliari non lo esigono, anzi, espressamente prescrivono il mantenimento delle tradizioni?
Il latino
È ben difficile condividere l’atteggiamento di chi procede a una abolizione di celebri cori (come la “Paulist” di Chicago) e quindi a un’opera di smantellamento di istituzioni liturgico-musicali che forse non si potranno ricostituire mai. È, né più né meno, come se si cominciasse ad alterare le cattedrali, da Chartres a Compostella, per “rammodernarle”, anzi, come se addirittura si demolissero, con la scusa che i fedeli per lo più non sono in grado di valutare il significato delle statue ed i pregi architettonici. Forse che il fedele comune “capisce” i quadri celebri?
Dopo la costituzione dell’associazione “Una voce” in Francia (con sede in rue de Grenelle 109, Parigi VII) altre se ne sono aggiunte: la “Latin Mass Society” in Inghilterra, la “Una voce Bewegung” in Germania, una branca scozzese, una svizzera, una austriaca, una belga ed ora una italiana.
È uscita in Francia presso le edizioni Spes un’opera di Bernadette Lécureux, Le latin langue d’Église, dove sono esposti i princìpi ai quali questi vari movimenti si ispirano. Essa porta come epigrafi: “Il latino, per diritto e merito acquisiti, dev’essere chiamato ed è la lingua propria della Chiesa” (san Pio X, Vehementer sane, 1° luglio 1908).
“Sarebbe superfluo rammentare ancora una volta che la Chiesa ha dei gravi motivi di mantenere fermamente nel rito latino l’obbligo incondizionato per il celebrante di usare la lingua latina” (Pio XII, allocuzione del 22 settembre 1956).
“Abbiamo deciso di prendere le misure opportune affinché l’uso antico e ininterrotto del latino sia mantenuto pienamente e ristabilito dove sia caduto in desuetudine” (Giovanni XXIII, Costituzione Veterum sapientia, 22 febbraio 1962).
Ci vengono anche alla mente le parole del regnante Pontefice. “… Desiderosi come siamo di avere sempre nella nobile e santa Famiglia benedettina la custode fedele e gelosa dei tesori della tradizione cattolica, e soprattutto la scuola e l’esempio della preghiera liturgica… nelle sue forme più pure, nel suo canto sacro e genuino, e per il nostro ufficio divino nella sua lingua tradizionale, il nobile latino” (SS. Papa Paolo VI nell’occasione della consacrazione della chiesa dell’Archicenobio di Montecassino, 24 ottobre 1964).
Chi voglia rileggersi “L’Osservatore Romano” del marzo 1962 potrà vedere come Giovanni XXIII facesse proprie le parole di Pio XI : “La Chiesa che raggruppa nel suo seno tutti i popoli e che è chiamata a durare fino alla fine dei secoli e che esclude dal proprio reggimento ogni demagogia, esige per sua natura una lingua che sia universale, immutevole e non volgare”.
La Costituzione conciliare ribadisce che l’uso del latino è la norma.
Le traduzioni
Le traduzioni che si sono fatte finora sono tutte inadeguate anche dal solo punto di vista della correttezza: lo notava un nostro eminente sociologo, Camillo Pellizzi, sul “Corriere della Sera” del 19 aprile, indicando i motivi per i quali un rito non è oggetto di pura comprensione razionale, sicché la traduzione non ha nemmeno una scusa strettamente sociologica.
È vero che il latino non è la lingua dei Vangeli né delle allocuzioni del Cristo, ma, come fa notare la Lécureux, “forse che il fatto che i testi preziosi hanno già subito molte traduzioni prima di fissarsi nel latino è un buon motivo per farne altre alla leggera? Se aveste in casa degli oggetti fragili e preziosi, rimasti indenni dopo trasporti e traslochi, forse che li maneggereste senza precauzione?”.
Il latino non è l’unica e sola lingua canonica ma è quella che la storia ci ha affidata ne varietur.
Il processo seguito da tutte le religioni è di manifestarsi nella lingua del momento, per poi non variare mai più perché deve restare intangibile il momento dell’annuncio unico, fissato dalla Provvidenza.
Come scrive il Godefroy nel Dictionnaire de théologie catholique: “Quintiliano ci informa che i canti dei sacerdoti Salii erano a malapena compresi dai sacerdoti stessi… Il siriaco liturgico, il greco liturgico, lo slavonico liturgico sono quasi inaccessibili al popolo quanto da noi il latino. Gli Ebrei celebrano il loro culto in ebraico, ben lontano dallo yiddisch”.
Del resto il Concilio di Trento decise di restar fedele al latino, nonostante che i protestanti avessero tradotto nelle ligue volgari gli uffici, a ragion veduta. Come scrive il teologo Martimort, citato dalla Lécureux: “Presso i protestanti l’adozione del volgare è più che una pura e semplice questione di apostolato: essa mette in questione il dogma stesso: la Messa ed i Sacramenti non hanno per loro valore ex opere operato, hanno soltanto l’efficacia d’una predica e perciò diventano del tutto inutili se questa predicazione non è capita”.
Protezione
Oltre a questo motivo il latino va mantenuto come cemento d’unità e, per citare la Mediator Dei di Pio XII, come “protezione efficace contro ogni corruzione della dottrina originaria”. Nelle versioni correnti le adulterazioni dottrinarie ammannite ai poveri fedeli dalle traduzioni infedeli non si contano. La concisione, la immediatezza del latino non sono riproducibili.
Padre Roquet ha scritto: “Non basta capire la lingua liturgica, bisogna capirne il linguaggio, che è biblico, ieratico, misterioso… Se domani si celebrasse la liturgia in un linguaggio immediatamente intelligibile e familiare ai nostri fedeli, non sarebbe più una liturgia, una celebrazione, una comunione del sacro e del misterico, ma un insieme di banalità e di asserzioni terra terra che non avrebbero il più lontano rapporto con il messaggio cristiano”.
Infatti la filologia insegna che un linguaggio non è soltanto comunicazione, ma anche espressione e la preghiera è per sua natura soprattutto espressione e non pura comunicazione. La celebre latinista Mohrmann ha dimostrato d’altronde che fin dall’inizio il latino liturgico era di tono alto e diverso dalla parlata popolare. Dunque la distanza dalla lingua d’ogni giorno è segnata fin dall’inizio e fino a oggi è rimasta. Né meglio si potrebbero esprimere tutti questi motivi che nelle parole di Giovanni XXIII, la cui memoria andrebbe coltivata seriamente, rileggendosi i suoi scritti, ad esempio Jucunda laudatio, dove proclamava il latino lingua ineliminabile della liturgia, cui anche i più umili avrebbero potuto accedere grazie ai manuali bilingui e alla catechesi liturgica.
Esiste una vasta letteratura scientifica accanto alle dichiarazioni dei pontefici intorno alla questione: segnaliamo Franz Cumont, Pourque le latin fut la seule langue liturgique de l’Occident (Bruxelles, 1904) e Christine Mohrmann, Liturgical latin (Washington, 1957).
Segnaliamo anche una rivista musicale che si pubblica a Roma: “Cappella Sistina”, sul cui ultimo numero un eminente musicista, Monsignor Celada, ha ribattuto frase per frase le tesi di chi vorrebbe la rovina d’una tradizione venerata. Dopo questa sua dimostrazione impeccabile quale ragione di gioia non sarebbe una riconciliazione caritatevole in nome delle verità così inoppugnabilmente indicate?
Cristina Campo
L’articolo comparve sotto il nome di Bernardo Trevisano, Una voce, in “Il Giornale d’Italia”, 4 maggio 1966, p. 3, ed è stato ripubblicato in Cristina Campo, Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, Milano, 1998, pp. 119-123.

lunedì 28 novembre 2011

"La musica è un linguaggio universale che ci innalza verso Dio"


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 27 novembre 2011 (ZENIT.org) - Si è svolto ieri pomeriggio, sabato 26 novembre, alle ore 18, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, il Concerto in onore del Santo Padre Benedetto XVI, offerto dal Governo del Principato delle Asturie.


Signori Cardinali,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

distinte Autorità, e cari amici!
[…]

Questa sera, per così dire, è stato trasferito in quest’Aula un "pezzo" di Spagna. Abbiamo avuto modo non solo di ascoltare musiche di alcuni tra i più celebri compositori di quella terra, come Manuel de Falla o Isaac Albéniz, ma anche del tedesco Richard Strauss e del russo Nikolai Rimsky-Korsakov, affascinati da quello che, nel libretto di sala, viene definito "more hispano", cioè la maniera "ispanica" di essere, come pure di comporre e di interpretare la musica. Ed è proprio questo l’elemento che accomuna i pezzi così vari che abbiamo ascoltato; essi hanno una caratteristica di fondo: la capacità di comunicare musicalmente sentimenti, emozioni, anzi direi quasi il tessuto quotidiano della vita. E questo soprattutto perché chi compone "more hispano" è quasi naturalmente portato a fondere in armonia gli elementi del folclore, della canzone popolare, che vengono dal vivere di ogni giorno, con quella che chiamiamo "musica colta". Ed è un insieme di sentimenti che ci sono stati trasmessi questa sera: la "alegría de vivir", la gioia di vivere, il clima della festa, che traspare in composizioni come le tre Danze de "El sombrero de tres picos" di de Falla, o la lotta contro il male descritta nella celebre "Danza ritual del fuego" dello stesso autore; la vita animata dei quartieri delle città, come in "Lavapiés", da "Iberia" di Albéniz; il dramma di una vita che non trova pace, come quella di don Juan, che non riesce a vivere l’amore in modo autentico e, alla fine, si rende conto del vuoto della sua esistenza; il capolavoro di Strauss ha reso perfettamente il passaggio dall’euforia che anima il brano alla tristezza del vuoto espressa nel mesto finale.

Ma c’è un altro elemento che emerge costantemente nelle composizioni "more hispano" ed è quello religioso di cui è profondamente intrisa la gente della Spagna; lo aveva colto molto bene Rimsky-Korsakov, che nello splendido Capriccio Spagnolo, utilizzando canti e balli folcloristici di Spagna, include vari temi di melodie popolari religiose, come nella prima sezione del pezzo dove si riconosce un’antica invocazione asturiana con cui si chiede la protezione della Vergine Maria e di san Pietro, o il secondo movimento in cui appare un canto gitano alla Madonna. Sono le meraviglie che opera la musica, questo linguaggio universale che ci permette di superare ogni barriera e di entrare nel mondo dell’altro, di una Nazione, di una cultura, e ci permette anche di volgere la mente e il cuore verso l’Altro con la "A" maiuscola, di innalzarci, cioè, al mondo di Dio.

[…]
Auguro a tutti un buon cammino d’Avvento e di cuore vi imparto la mia Benedizione.

“Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il candelabro dal suo posto”. La Chiesa austriaca “ velociter currit ad finem". L'analisi di Rodari

Ascoltando l’omelia di Papa Benedetto XVI per l’apertura del Sinodo dei Vescovi il 2 ottobre 2005 per l’apertura del Sinodo dei Vescovi ebbi un brivido all'udire l'ammonizione che, per conseguenza del rifiuto di Dio, il giudizio divino si sarebbe potuto abbattere sulla “Chiesa in Europa, sull’Europa e sull’Occidente in generale” come avvenne per la distruzione di Gerusalemme.
Le parole che il Signore rivolse nell’Apocalisse rivolse alla Chiesa di Efeso sono terribili: “Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il candelabro dal suo posto” ...
“Anche a noi può essere tolta la luce e facciamo bene se lasciamo risuonare questo monito in tutta la sua serietà nella nostra anima, gridando allo stesso tempo”.

Il Pontefice aggiunse : “Se guardiamo la storia, siamo costretti a registrare non di rado la freddezza e la ribellione di cristiani incoerenti. In conseguenza di ciò, Dio, pur non venendo mai meno alla sua promessa di salvezza, ha dovuto spesso ricorrere al castigo. E’ spontaneo pensare, in questo contesto, al primo annuncio del Vangelo, da cui scaturirono comunità cristiane inizialmente fiorenti, che sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia. Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca? Nazioni un tempo ricche di fede e di vocazioni ora vanno smarrendo la propria identità, sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna”.
Il 17 novembre 2011 leggendo il blog del bravo Paolo Rodari sulla situazione della Chiesa Austriaca ho ripensato, con grande tristezza, all’Omelia papale sopra citata.
Stiamo vivendo dei momenti assai difficili per la Fede : per questo dobbiamo aggrapparci, con l’aiuto della Grazia Divina, al Successore di Pietro che cerca in ogni modo di guidare la barca fra le onde del mare in tempesta.

Come non leggere come un “segno dei tempi” il recente ritrovamento fortuito, fra le macerie di un antico muro crollato casualmente, di un Rituale di Esorcismo che nell’ultima pagina reca l’effige della Madonna Santissima : “ TU SOLA CUNCTAS HAERESES INTEREMISTI IN UNIVERSO MUNDO” ?
A
.C.

( foto : Stampa settecentesca della Madonna Santissima Mater Amabilis "Regina d'Austria" con lo stemma Asburgico donata da un membro dell'Imperial Casa ad una Famiglia marchigiana)



Il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn ce la sta mettendo tutta per arginare il dissenso all’interno della sua Chiesa, ma non è facile. Nei giorni scorsi ai vescovi austriaci riuniti in assemblea ha chiesto di restare compatti.
I 300 parroci aderenti alla Pfarrer-Initiative promotori, lo scorso giugno, di un “appello alla disobbedienza” nel quale chiedono riforme e cambiamenti nella Chiesa, infatti, non demordono.
Il 6 novembre a Linz, e cioè in quel territorio ostile che tre anni fa costrinse Roma a revocare la nomina di vescovo ausiliare a Gerhard Wagner perché “troppo conservatore”, la Pfarrer-Initiative si è riunita coinvolgendo altri quattro gruppi cattolici (oltre a Wir Sind Kirche e alla Pfarrer-Initiative, LaienInitiative, Priester ohne Amt e Taxhamer Pgr-Initiative) che da tempo chiedono a Roma analoghe riforme (eliminazione dell’obbligo al celibato, sacerdozio femminile e di uomini sposati, piena accoglienza dei divorziati risposati), e ha minacciato l’imminente celebrazione di messe senza la presenza del prete se non verrà concesso il sacerdozio a donne e uomini sposati. Già oggi in molte parrocchie si svolgono funzioni guidate da laici, ma nessuno si è spinto a celebrare il rito eucaristico senza un sacerdote.
Quella avanzata dai cinque gruppi è una mossa studiata a tavolino. Intendono intensificare la pressione sui vescovi, e dunque su Roma, mostrando loro che per ottenere ciò che chiedono sono disposti anche a spingersi fino all’extrema ratio: far celebrare messa ai laici e incappare nella scomunica.
Il 6 novembre a Linz i disobbedienti hanno stilato un documento dedicato al tema “Eucaristia in tempi di carenza di preti”. Al suo interno è contenuto un piano di proposte dettagliato: l’eucaristia è affidata alla comunità che “decide chi la dirige e la presiede”; per garantire l’unità della Chiesa, è necessario che sia il vescovo a conferire l’incarico alla persona scelta dalla comunità; oggi “la celebrazione dell’eucaristia è subordinata al numero di preti celibi” ma “questo è un approccio errato”. E’ il numero dei celebranti, infatti, “a doversi adattare al numero di comunità”; la carenza di presbiteri è dovuta a “regole obsolete” e mentre in centinaia “sono stati allontanati dal ministero perché si sono sposati, i preti sono costretti ad assumersi la responsabilità di sempre più numerose comunità”.
La cura pastorale ne viene danneggiata e i preti rischiano l’esaurimento; il celibato sacerdotale è una prassi tardiva della chiesa – Roma, invece, insiste sulle origini evangeliche del celibato – e “nulla osta a tornare alle origini del cristianesimo e ad affidare la guida delle comunità e la celebrazione dell’eucaristia a uomini e donne sposati; tutti i credenti partecipano del “sacerdozio regale” di Cristo, conferito in occasione del battesimo senza fare distinzioni di sesso; le donne sono state, alle origini, diaconesse e apostole e hanno parlato profeticamente: le successive limitazioni al loro ministero “sono stati adattamenti alla società patriarcale”, ora superata nella nostra società. “Il cammino verso l’ordinazione femminile non può essere ostacolato da divieti del Papa di discuterne”; ogni comunità ha diritto a una guida, uomo o donna; se il vescovo non ottempera al suo compito di garantire questo diritto, le comunità si assumeranno la responsabilità di rendere possibile la celebrazione dell’eucaristia, come culmine, fonte e forza della fede.
L’intellighenzia del riformismo ecclesiale riunita a Linz è stata vagliata a dovere da vescovi che, come ha spiegato il segretario generale monsignor Peter Schipka, sabato scorso a Salisburgo avevano all’ordine del giorno dei propri lavori una “discussione su diverse iniziative e proposte di riforma della Chiesa”.
La risposta di Schönborn, lasciando l’assemblea, è stata chiara: proporre di fare dire messa ai laici “è una rottura aperta con una verità centrale della nostra fede cattolica”.
In un’intervista al settimanale News il vescovo Klaus Küng di St. Pölten ha rincarato la dose dicendo che la proposta è una “contaminazione di ruoli” tra laici e clero: vi è un “grande pericolo”, ha detto, “nella tendenza a una clericalizzazione dei laici e alla secolarizzazione o laicizzazione del clero”.
Ciò che occorre, è che “ognuno porti avanti seriamente i suoi compiti secondo il proprio ruolo e la propria vocazione”; un’eucaristia senza prete, ha affermato, rappresenterebbe “un indebolimento del sacramento e del ministero sacerdotale”.
Küng è fermamente convinto di ciò che dice seppure la sua diocesi senta gravemente il problema della mancanza di sacerdoti: di 424 parrocchie, solo 184 hanno un parroco. Per questo è stata inventata una sorta di “centralizzazione” delle parrocchie più grandi, alle quali vengono “affiliate” comunità più piccole, nelle quali si recita il rosario o si celebra la liturgia delle ore senza la presenza del clero, mentre la messa viene celebrata solo in quelle più grandi, che godono della presenza di un parroco.
A Schönborn e a Küng non solo ha risposto Hans Peter Hurka, capo di “Wir sind Kirche” – per lui le parole dei due vescovi significano “non riconoscere la drammaticità della situazione”– ma anche un presule molto vicino a Schönborn, il vescovo ausiliare di Vienna Helmut Krätzl. “Le persone disposte al cambiamento – ha detto –, prima di tutte i vescovi, dovrebbero finalmente mettersi in rete e presentare insieme le loro richieste a Roma”. Perché se da decenni la gerarchia impone la stessa disciplina e da decenni la base ecclesiale non la segue, è evidente che l’aspetto giuridico, prima o poi, deve essere “ripensato”.
Ciò che più di ogni altra cosa preoccupa Roma è il fatto che il vasto movimento di riforma austriaco può contare, qui come non avviene altrove, sull’appoggio del popolo: stando a un recente sondaggio realizzato dal Gfk-Umfrage Institut i cui risultati sono stati diffusi dall’emittente Orf, il 72 per cento dei preti austriaci sostiene l’“appello alla disobbedienza”; il 76 per cento è favorevole alla comunione ai divorziati risposati, mentre il 71 vorrebbe l’abolizione del celibato sacerdotale obbligatorio e il 55 (il 51, secondo un sondaggio dello stesso Istituto, nel 2010) vorrebbe l’ordinazione femminile.

La Chiesa Cattolica d'Austria a rischio scisma

Gli apostati aumentano….


di Vito Punzi Da La Bussola del 25-11-2011


Ormai ha un nome: "movimento cattolico di riforma". Il dissenso che sta attanagliando la Chiesa cattolica austriaca non va scemando, al contrario, cresce col tempo e sta prendendo sempre più le caratteristiche di un movimento scismatico. Dove aver raggiunto e superato le trecento adesioni tra i sacerdoti, l'"Iniziativa dei parroci", guidata da Helmut Schüller [nella foto con un bel completo manageriale], già vicario generale del cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, si è data una giornata di riflessione lo scorso 6 novembre, a Linz, nella diocesi nella quale due anni fa una violenta campagna mediatica (sostenuta anche da alcuni vescovi) ha impedito a mons. Gerhard Wagner, il vescovo ausiliare designato da Benedetto XVI, di assumere il proprio mandato perché “tradizionalista”.
Presenti nella città dell’Alta Austria oltre 80 sostenitori, lo stesso Schüller ha voluto rendere conto nei giorni successivi di quanto discusso e deciso. Nella newsletter del movimento datata 11 novembre si legge dunque a sua firma che una prima discussione è stata dedicata a una proposta giunta da aderenti tirolesi: trasformare in futuro quello che fino a questo momento è stato l’”appello alla disobbedienza” in “appello alla responsabilità personale”. Proposta rifiutata a larga maggioranza, perché, ha scritto Schüller, «il concetto di disobbedienza indica chiaramente che a noi interessa l’intero ordinamento della Chiesa, non solo l’iniziativa individuale». Oltre ad aver fatto passare la richiesta che in futuro si promuova un “nuovo dialogo” tra i fedeli e i vescovi e la necessità di «costruire una rete insieme ad altri gruppi di sacerdoti allineati presenti in altre nazioni», la guida del movimento ricorda come nelle discussioni di Linz sia stato richiesto “con grande consenso” di aggiungere al “catalogo delle richieste” da presentare alla Chiesa la possibilità di “mettere bocca nelle nomine dei vescovi”. Tuttavia, più di quanto discusso e deciso il 6 novembre risulta essere importante (e grave) ciò che è avvenuto il giorno precedente, quando come esito di un meeting di studio sul tema “La celebrazione eucaristica in tempi di penuria di preti”, cui hanno preso parte non solo membri della Pfarrer-Initiative ma anche altri “dissidenti” appartenenti a “Iniziativa Laicale” (Laieninitiative), a “Noi siamo chiesa” (Wir sind Kirche), a “Preti senza ufficio” (Priester ohne Amt) e a Taxhamer Pgr-Initiative, sono state elaborate sette tesi. Vediamole:
• «La comunità che si riunisce nel nome di Gesù è portatrice della celebrazione eucaristica. Ad essa come chiesa locale è affidata la memoria della morte e della resurrezione di Cristo ed il Signore è al suo centro (Mt 18,20). La comunità decisa da chi debba essere guidata e chi debba presiedere la celebrazione eucaristica. Al fine di conservare l’unità della chiesa è necessario che il mandato giunga dal vescovo».
• «Attualmente la guida delle comunità e la celebrazione dell’Eucaristia vengono fatte dipendere dal numero dei sacerdoti celibi. Ma questo è un approccio sbagliato. Piuttosto bisogna adeguare il numero di chi sovrintende, uomini e donne, al numero delle comunità».
• «La penuria di sacerdoti viene causata artificialmente dalla chiesa burocratizzata tramite superate modalità di accettazione per il mestiere del sacerdote. Accade così che mentre vengono allontanati centinaia di presti perché sposati agli altri che permangono nel loro ufficio vengano affidate sempre più comunità. Questi ultimi non possono più offrire così una sufficiente assistenza spirituale e cadono sempre più frequentemente sotto stress».
• «Il celibato obbligatorio è una ‘via speciale’ scelta dalla chiesa latina (nel XII secolo). Nulla vieta che ci si rifaccia agli inizi del cristianesimo e si chiamino uomini e donne sposate alla guida di una comunità e a presiedere la celebrazione eucaristica».
• «Il Nuovo Testamento ha abolito il sacerdozio così com’era proprio nell’ebraismo e nella cultura pagana. Gesù Cristo è l’unico sacerdote della Nuova Alleanza (Ebr. 9; 10). Ogni fedele partecipa del suo sacerdozio: Voi siete sacerdozio regale (1Pt 2,9). Questa dimensione sacerdotale viene conferita durante ogni battesimo senza distinzione tra i sessi (Gal. 3,28)».
• «Nella chiesa degli inizi le donne erano diaconesse (Rom 16,1) ed apostolesse (Rom 16,7) e parlavano profeticamente durante le funzioni (1 Cor 11,5). Le limitazioni cui sono state successivamente sottoposte sono state concessioni alle forme della società patriarcale, forme che nella nostra società attuale risultano essere sempre più superate. Il cammino verso l’ordinazione della donne non può essere fermato dai divieti papali alla discussione».
• «Ogni comunità ha diritto ad una persona che sovrintenda, sia uomo o donna. Se il vescovo viene meno al dovere di assicurare che questo accada le comunità, appellandosi al sacerdozio universale, si assumeranno la propria responsabilità, così da continuare a rendere possibile la celebrazione eucaristica come culmine, fonte ed energia (Concilio Vaticano II, Costituzione dell’Eucaristia 10) della fede».

Com’è piuttosto evidente, si tratta di questioni tutt’altro che nuove, corrispondenti con le richieste di quei cattolici che si autodefiniscono “progressisti” e che sono presenti in tutta Europa. Forti del consenso che starebbe riscuotendo l’”appello alla disobbedienza” tra i sacerdoti austriaci (oltre il 55, fino a punte del 75% su tutte le questioni sopra definite), ma anche degli attestati di solidarietà provenienti dall’estero (l’appello è stato firmato in settembre da dieci preti della diocesi di Rouen) Schüller e i suoi seguaci hanno sottoposto le loro tesi alla conferenza episcopale austriaca, riunitasi dal 7 al 10 novembre a Salisburgo. La posizione del cardinale Schönborn è chiara: “Ogni sacerdote”, aveva già scritto in settembre “così come tutti noi, deve decidere se vuole continuare a percorrere il cammino insieme al Papa, al vescovo e alla chiesa, oppure no”, invitando piuttosto chiaramente i “disobbedienti”, se convinti della loro linea, ad andarsene.
Ora, l’11 novembre, in qualità di presidente della conferenza episcopale, è tornato sulla questione ricordando che «laddove vi sia qualcuno che si dica cattolico, quello deve esserlo anche interiormente». Limitandosi a rispondere con battute, sul tema del celibato in particolare ha semplicemente ricordato che si tratta di “un tema sul quale non si potrà certo decidere in Austria, visto che vi vive meno dell’1% dei cattolici del mondo”. Dopo aver sottolineato l’importanza del continuo rinnovamento cui deve sottoporsi la chiesa, ricordando tuttavia che “da duemila anni non vi è via migliore per le riforme dello stesso Vangelo”, il cardinale ha ricordato come a differenza dei marxisti i cristiani sanno che “sono gli uomini e non le riforme strutturali a modificare la società”. «Invito dunque», questa la sua conclusione, «a tornare a quella scuola di vita che è Gesù Cristo, perché se il rinnovamento della fede non accade anzitutto nell’interiorità qualsiasi struttura, per quanto migliore rispetto alla precedente, non serve a nulla».

domenica 27 novembre 2011

Cardinale Mauro Piacenza: la musica è via maestra di bellezza e di evangelizzazione

L'omelia del prefetto della Congregazione per il Clero in occasione della festa di Santa Cecilia
ROMA, mercoledì, 23 novembre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo l'omelia pronunciata ieri nella basilica romana di Santa Cecilia in Trastevere dal cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, durante la Celebrazione Eucaristica nella festa di Santa Cecilia, Vergine e Martire. […]
In quella straordinaria espressione artistica dell’uomo che chiamiamo “musica”, è possibile riconoscere, forse meglio e più intensamente che in ogni altro “luogo”, la presenza del Mistero.

Affermava il Santo Padre Benedetto XVI nell’Udienza generale dello scorso 31 agosto: «Ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. […] Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio».
La bellezza che così si sperimenta è la gloria di Dio che trasfigura il mondo!
La bellezza, così intesa, non è immagine statica da contemplare, ma è attiva e dinamica, è in movimento, è forza che agisce e compie: la percezione della bellezza è un varco che si apre su una realtà più grande, è un varco che si apre nel mondo di Dio.
La bellezza si realizza in una forma che, se assumesse un significato finalizzato a se stesso, fossilizzerebbe la vita, ridurrebbe il rapporto tra il cuore dell’uomo e l’Infinito.
Al contrario, è proprio attraverso questo rapporto con l’infinito che si realizza la creatività stessa, che contempla questa bellezza e la traduce in una certa forma, ma la bellezza è eterna, mentre la forma è provvisoria.
La musica è via maestra di bellezza e, mi si permetta, di evangelizzazione!
In un epoca nella quale non esistevano ancora tutti i sistemi di riproduzione musicale della nostra società, ascoltare musica, soprattutto nella Liturgia, era realmente una “esperienza celestiale”.
In tal senso la musica è eterna, anche perché sempre riproducibile.
Mi ha sempre colpito l’esempio di Marija Judina, una dei più grandi pianisti russi del ‘900, la pianista che commosse Stalin. «Sconosciuta in Occidente ed emarginata in patria - dove pure era considerata un prodigio di perfezione musicale e tecnica - perché il regime aveva paura della sua fede senza riserve, del suo temperamento indomito e della sua indipendenza di vedute. Tutti aspetti, questi, che non venivano semplicemente dal suo carattere, ma da un nucleo interiore che lei riconosceva come ineliminabile, irriducibile nell’uomo. Al tocco delle sue dita («artigli d’aquila», le definì Šostakovic), i tasti del pianoforte evocavano un altro mondo, trasfigurato, purificando la realtà da miserie e piccinerie, infondendole significato e speranza, donandole la bellezza».
Il critico musicale Piero Rattalino racconta in un’intervista che quando Stalin ascoltò, nel 1943, alla radio l’esecuzione dal vivo di Marija Judina, del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 in La Maggiore K 488 di Mozart, ne restò colpito e volle a tutti i costi il disco.
Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che il concerto non era stato registrato, che era una diretta effettuata negli studi della radio di Mosca e così venne inciso nella notte, in gran segreto.
Il disco venne confezionato in pochi esemplari e recapitato al tremendo ammiratore.
Stalin si mostrò generoso, e fece avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa per l’epoca. Ma lei li rifiutò per sé e così rispose al dittatore: «La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovič. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della mia parrocchia». Si dice che il disco con il concerto della Judina fosse sul grammofono di Stalin, quando lo trovarono morto nella sua dacia».
La pianista amava ripetere di essere consapevole delle proprie debolezze, ma pensava che la grandezza dell’uomo non fosse principalmente nelle sue doti, bensì nell’impulso «ad “osare” che nasce con lui e muore solo dopo di lui, nel suo cuore che ha sete d’infinito»; per tacitarlo – diceva citando Dostoevskij, «bisognerebbe tagliare la lingua a Cicerone, cavare gli occhi a Copernico, lapidare Shakespeare…».
L’incontro con gli artisti attraverso le loro opere e le loro esecuzioni (musicali, canore, pittoriche, scultoree, architettoniche, poetiche e letterarie) è, allora, incontro con la loro anima, con la loro sete d’infinito che può esprimersi in forme diverse.
Certamente, a maggior ragione, questo accade con la musica composta, pensata, scritta per Dio, per la divina Liturgia.
La Parola di Dio espressa in parole di uomini conserva un “non dicibile” che si esprime in canto, affinché l’indicibile divenga udibile; questo vuol dire che la musica sacra, espressione della Parola e del silenzio percepito in essa, ha bisogno di un sempre nuovo ascolto di tutta la pienezza del Logos.
La liturgia è parusia anticipata, è l’irrompere del «già» nel nostro «non ancora» e la liturgia terrena è realmente tale solo per il fatto che si inserisce in ciò che è più grande, nella liturgia celeste già da sempre in atto.
San Benedetto, nella Regola, al Cap. XIX, intitolato: “L’atteggiamento da tenere durante la recita dei Salmi”, cita il Salmo 46,8 «Cantate inni con arte» e il Salmo 137,1 «A te voglio cantare davanti agli angeli» per indicare ai monaci - ma si può riferire a tutti noi -, di riflettere, quando si canta, «su come dobbiamo comportarci al cospetto della divinità e dei suoi angeli, e quando partecipiamo all’ufficio divino il nostro animo sia in armonia con la nostra voce», «et sic stemus ad psallendum ut mens nostra concordet voci nostrae».
Cosa vuol dire questo se non quanto si è detto già anche per le grandi espressioni musicali?
Nella Liturgia quindi (ma si è visto anche nel rapporto con l’Infinito che determina una grande espressione artistica) non è l’uomo ad inventare qualcosa e poi a cantarlo, ma il canto “proviene dagli angeli”, cioè - ed è questo che afferma san Benedetto - l’uomo deve innalzare il suo cuore affinché concordi (abbia lo stesso cuore) con la tonalità che gli giunge dall’alto, stando davanti a Dio, in adorazione.
Solo un “cuore concorde”, solo la persona che adora il Signore può esprimere una musica adeguata alla liturgia.
È l’Atteggiamento delle vergini della parabola evangelica: è sufficiente, per l'ultimo giorno, il desiderio di "entrare alle nozze", non basta riconoscere "la voce dello sposo".
È necessario coltivare il buon “olio della fede”, perché non abbia a mancare nel momento giusto, quando riecheggerà, per ciascuno, diventando visione, la parola del Profeta Osea: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».
È la grande lezione che ci imparte la dolcissima Vergine e Martire Cecilia la cui vita è armonia, è musica, è canto, inserita nel commovente, incantevole concertato della ecclesiale communio sanctorum!

sabato 26 novembre 2011

Buone nuove dai Francescani dell'Immacolata a Imperia: S. Messa cantata

al Santuario della Madonna della Rovere a San BArtolomeo al Mare (IM).
diocesi di Albenga - Imperia
retto dai Frati Francescani dell'Immacolata

da domani 27 NOVEMBRE 2011 prima domenica di Avvento, e per tutte le festività

ore 10:30 S. Rosario
ore 11.00
SANTA MESSA CANTATA nella forma extraordinaria del Rito Romano
coro delle Suore Francescane dell'Immacolata della Rovere

Nuovi orari della Messa Tridentina a Mantova:

Chiesa dei SS. Simone e Giuda, Via D. Fernelli. Tutti i sabati e i prefestivi, alle ore 17.30 per tutto l’anno liturgico. La S. Messa è preceduta dal S. Rosario e vi è la possibilità di confessarsi.
Per informazioni: 0376-363774 .

Le esequie negate in diocesi di Bergamo. Gnocchi racconta il "caso Gnocchi" - III parte

Torna su messainlatino.it il diario della crisi del "caso Gnocchi", scritto dallo stesso Alessandro Gnocchi. Ricordiamo la vicenda: nella diocesi di Bergamo sono stati vietati i funerali in rito antico al padre del noto giornalista e scrittore cattolico (si legga qui, qui e l'articolo del Foglio). Il caso, ricordiamo, ha suscitato l'indignazione generale, anche di quei cattolici lontani dalle nostre posizioni e dal tradizionalismo, fra questi ricordiamo Tornielli sul suo blog.
Vengono in mente alcuni passaggi del bellissimo libro del professor Roberto de Mattei, "Apologia della Tradizione" (Lindau). Citiamo un passo, fuori dal contesto: "Il sensus fidei può spingere i fedeli, in casi eccezionali, a rifiutare il loro assenso verso alcuni documenti ecclesiastici e persino a porsi, di fronte alle supreme autorità, in una situazione di resistenza o di apparente disobbedienza. La disobbedienza è solo apparente perché in questi casi di legittima resistenza vale il principio per cui bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (At. 5, 29)". E il professor de Mattei non è certo un rivoluzionario...
Alessandro Gnocchi è autore di numerosi libri, scritti con Mario Palmaro, l'ultimo dei quali è il notevole "La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà (Vallecchi). Altri titoli: "L'ultima Messa di padre Pio. L'anima segreta del Santo delle stigmate"(Piemme), "Viva il Papa. Perché lo attaccano. Perché difenderlo" (Vallecchi), "Contro il logorio del laicismo moderno. Manuale di sopravvivenza per cattolici" (Piemme).




MA QUESTA MESSA S’AVRA’ DA FARE - TERZA PUNTATA
di Alessandro Gnocchi

Qui a Villa d’Adda (VdA), ridente perla della ridentissima diocesi di BG (Bergamo, non Bulgaria) tutto bene. Anzi, tutto benissimo visto che

TUTTO TACE

su tutti i fronti. Non un cenno dal parroco di VdA, non un buffetto dal vicario generale di BG, non un paterno richiamo dal vescovo di BG. E neanche un piccolo messaggio trasversale dal delegato-episcopale-a-quasi-tutto e che tanto timore incute nel clero della diocesi. Insomma, niente di niente. Eppure, parroco di VdA, vicario generale di BG, vescovo di BG e il quasi onnipotente delegato-episcopale-a-quasi-tutto sono stati sommersi da lettere e da e-mail di dissenso non sempre sommesso. Forse che stiano pensando a

UNA LETTERINA ARRIVATA DA ROMA

nella quale si chiede conto di quanto è accaduto? Perché questa risulta essere la procedura. Il fedele battezzato che ritiene di aver subito un torto dall’autorità ecclesiastica territoriale ricorre alle istanze superiori. Le istanze superiori prendono contatto con l’autorità territoriale per capire cosa sia accaduto e valutare la situazione. Quindi, le istanze superiori traggono una conclusione: A) aveva ragione il fedele battezzato e l’autorità territoriale viene messa al suo posto; B) aveva ragione l’autorità territoriale e viene messo al suo posto il fedele battezzato. In linea di principio, e anche in linea di fatto,

NON DOVREBBERO ESSERE CONTEMPLATE LA SOLUZIONE C E LA SOLUZIONE D

e cioè: C) hanno ragione tutti e due; D) hanno torto tutti e due. Questo non potrebbe avvenire in rispetto del principio di non contraddizione che, dentro la Chiesa cattolica, pare in qualche modo sopravvivere. Ma la lunga frequentazione di diocesi dove il federalismo dottrinale e disciplinare è anni luce avanti a quello fiscale, e pure la conoscenza di realtà locali dove sono sempre più evidenti uno spirito e un piglio da dittatura burocratica lasciano intendere che in questo caso potrebbe essere applicata

LA FAMIGERATA SOLUZIONE E

che consisterebbe nello scaricare tutto sul povero parroco di VdA, il quale, dopo aver messo inflessibilmente in pratica il diktat della curia, verrebbe rimproverato per non aver saputo valutare pastoralmente la situazione. Che, tradotto in lingua corrente, significa:

RAGAZZO, LO VEDI IN QUALE AFFARE CI HAI INFILATO?

E si dice affare, per usare un linguaggio da personcine perbene. A soli cinquant’anni di distanza, ecco a che cosa si è ridotto l’afflato pastorale che tanto riscaldò i cuori dei padri conciliari e dei figli postconciliari: per favore niente problemi. Naturalmente, dai meandri della pastorale dei nostri giorni, che funziona come il cappello di un prestigiatore, si possono estrarre tante altre soluzioni. Ma rimane il fatto che le uniche praticabili senza prendere a calci la ragione, la logica, il buon senso, le regole, le leggi, eccetera, eccetera, sono le prime due. Diversamente, il documento che il Santo Padre ha voluto per il bene di tutta la Chiesa verrebbe depotenziato fino a sgonfiarsi. E sul punto in questione

IL DOCUMENTO PARLA CHIARO.

Parla chiaro, ma non per tutti in quanto il parroco di VdA ha anche tentato di spiegare agli interessati che la Messa in rito antico ha senso soltanto se viene celebrata in certe chiese e non in altre: cioè va bene nelle riserve indiane per cattolici tradizionali, ma non nelle parrocchie. Insomma, se uno la sente dove impone abusivamente e prepotentemente la curia assolve il suo dovere di cattolico

FIGLIO DI UNA CURIA MINORE,

se invece la sente in una chiesa frequentata da fratelli adulti nella fede e incamminati verso il radioso avvenire di una Chiesa più nuova e più bella deve sentirsi fuori posto. Tutto questo per dire che si attende dagli organi competenti una risposta chiara nella quale si spieghi se i fedeli battezzati sono tutti uguali. Ma, nel frattempo, nella parrocchia di VdA, ridente perla della diocesi di BG (Bergamo, non Bulgaria)

TUTTO TACE

e fa una certa impressione pensare che, a tacere, sia proprio questa cosiddetta chiesa del dialogo. Evidentemente, come ha scritto un confratello al parroco di VdA, è proprio difficile dialogare con certi “lontani” che non hanno l’appeal dei musulmani, degli ebrei, dei luterani, dei calvinisti, dei buddisti, degli induisti, dei taosti, degli scintoisti, degli animasti, degli atei agnostici e razionalisti. Eppure, il dialogo sarebbe imposto proprio questa lontananza: chi c’è di più lontano, da certo clero e da certo episcopato, dei cattolici che continuano a credere quello in cui si credeva cinquant’anni fa?