venerdì 30 settembre 2011

Festa per la Madonna del S. Rosario a Trieste

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento che la Parrocchia Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario in Trieste organizza in vista della solennità esterna della festa della sua celeste Patronessa.

Il solenne triduo in preparazione sarà tenuto dal rev.mo prof. p. Alberto Fabio Ambrosio OP, Provinciale dei Domenicani di Turchia, zelante apostolo del Rosario nonché giovane e rinomato studioso. Le funzioni triduane si svolgeranno i giorni 28, 29 e 30 settembre, a partire dalle ore 18.30 con la recita delle orazioni composte dal b. Bartolo Longo, il canto del Salve Regina, la predica, il canto dell’inno e dell’antifona, l’esposizione eucaristica e la benedizione sacramentale. I brani musicali saranno curati dalla cappella corale ed orchestrale della parrocchia, diretta da Elia Macrì.
Sabato 1 ottobre, alle 18.30, avrà luogo la solenne traslazione della Reliquia della Madonna ad opera del clero e della frateria, tra il suono festoso delle campane, partendo dalla cappellina della Madonna dei Fiori (v. del Teatro romano, 18) sino alla Chiesa parrocchiale.
Colà, alle ore 19.00, avrà luogo la celebrazione della messa solenne in terzo in onore della B.V. del Rosario, officiata dal neomista tedesco Marc Johannes Kalisch, coadiuvato da clero proveniente dalla diocesi di Albenga-Imperia, alla presenza di una delegazione di frati Francescani dell’Immacolata.

La domenica 2 ottobre, dopo le messe di tabella, alle 10.00 si svolgerà la solenne processione con l’icona della Madonna per le strade della parrocchia, accompagnata dal suono della banda, al rientro della quale, a 12.00 vi sarà la lettura della Supplica alla Madonna di Pompei.
Nel pomeriggio, alle 18.30, ci sarà la funzione pomeridiana con la benedizione eucaristica, con Tantum Ergo

Giovedì 6 ottobre, alle 18.30 i primi vesperi solenni della Festa, con il canto dell’inno e dell’antifona “Beata es Virgo Maria”, musicata dal compositore maltese L. Fenech, con i solisti Raffaele Prestinenzi, Mathia Neglia e Tiziano Vojtissek, all’organo Marco Plesnicar. Musiche di autori maltesi: L. Fenech, G. Giardini Vella, A. Buhagiar.

Venerdì 7 ottobre festa liturgica della Madonna, il Vescovo di Trieste, l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, celebrerà la messa (rito ordinario) alle ore 9.00, con il canto del coro;
al pomeriggio, alle 18.30, l’esposizione eucaristica e la messa della Madonna celebrata dinanzi al Santissimo Sacramento solennemente esposto, alle 19.00, ricorrendo il primo venerdì del mese.

Gruppo Stabile nella diocesi di Brindisi-Ostuni

Nella diocesi di Brindisi-Ostuni (Puglia) si è al lavoro, non senza difficoltà, per la costituzione di un Gruppo Stabile per l'applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum.
Per contattare l'organizzatore e dare realizzazione ai suoi sforzi per raggruppare e organizzare i fedeli legati al rito antico, segnaliamo l'indirizzo mail vetusordo.brindisi@libero.it

I parroci di Roma contro il Cardinal Vicario, Vallini

AGGIORNAMENTO: in data 19.09.2012 siamo stati contattati telefonicamente dall'Opera Romana Pellegrinaggi, di cui il Card. Vallini è Presidente. Ci è stato detto che la lettera seguente è da intendersi espressione di una ristretta cerchia di alcuni sacerdoti, e non , come detto, da tutti i parroci di Roma. Molti preti hanno fatto pervenire al Cardinale il loro sostegno con cui si sono dissociati dalla lettera di critica. Non troverete più il link alla pagina de Il Messaggero perchè l'articolo di Giansoldati è stato tolto.


Lettera dei parroci romani contro Vallini. «Autoritarismo impressionante»
di Franca Giansoldati, de Il Messaggero


ROMA - Il corvo in Vaticano è tornato a colpire, solo che stavolta la missiva arrivata quattro giorni fa a tutti i capi dicastero d’Oltretevere non è anonima ma siglata: «I sacerdoti di Roma». Anche Papa Ratzinger l’ha ricevuta sulla sua scrivania essendo lui stesso il primo destinatario («Santità, questa è una lettera aperta e non di quelle che circolano in curia in queste settimane»).
La sua copia rispetto a quella arrivata a cardinali e arcivescovi sembra avere a corredo le firme di chi contesta l’operato svolto sino ad oggi dal cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi capitolina. Si tratta di due pagine scritte al computer, suddivise in otto paragrafi in cui traspare insofferenza, delusione e per certi versi esasperazione per un clima venato da «autoritarismo impressionante».
Il porporato - già prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, scelto dal pontefice a sostituire Camillo Ruini nel 2008 - è accusato di manifestare «comportamenti degni di un maresciallo dei carabinieri, non di un vescovo» [non si offendano i sottoufficiali dell'Arma, n.d.r.].
Lo scontento serpeggia all’interno del clero diocesano e forse, vista l’iniziativa, non da ieri. In curia non si parla d’altro. Gli autori della lettera si rammaricano di non poter avere colloqui sereni col proprio superiore per colpa di un «clima di sospetto su tutto e su tutti» che col tempo si è venuto a creare. Morale: il palazzo del Laterano viene dipinto non come un luogo di dialogo ma un «luogo infelice dove non ci si fida più di nessuno e si è costretti al silenzio».
Affermazioni pesanti come macigni tenendo conto che un pastore d’anime dovrebbe avere come tratto distintivo l’umanità, la comprensione, l’affetto paterno. Stando alle testimonianze condensate nel j’accuse, il carattere sanguigno del cardinale davanti ai problemi che via via si presentano spesso lo trasformano. Scoppi d’ira e urla (come sarebbe accaduto anche due domeniche fa in una parrocchia romana periferica, davanti ai fedeli). A farne le spese anche i collaboratori diocesani: «Un altro capitolo doloroso è il rapporto con noi sacerdoti. Ci eravamo illusi - si legge - di avere un giorno della settimana a nostra disposizione per essere ricevuti senza appuntamento. Oggi abbiamo persino paura di avvicinarci a quell’ufficio. Siamo visti con sospetto, giudicati e rimproverati senza poterci difendere e ricattati con la minaccia di lasciarci senza stipendio».
Ma perché tra i parroci romani si è accumulata tanta ostilità nei confronti del cardinale vicario, uomo di fiducia di Papa Ratzinger, tanto da prendere carta e penna per scrivere una lettera aperta al Vescovo di Roma? A Vallini viene attribuita una fermezza eccessiva nel portare avanti una azione di pulizia interna, per espellere dalla diocesi le mele marce, i sacerdoti gay. La durezza con la quale si è mosso senza guardare in faccia nessuno avrebbe esacerbato molti animi? Ci sarebbero stati parroci spostati in modo repentino e senza troppe spiegazioni, senza motivi reali. «E’ ossessionato dal sospetto di omosessualità, come se i casi rari accaduti in diocesi debbano compromettere la rettitudine dell’intero presbiterio».
A fronte di un clima poco sereno alcuni sacerdoti avrebbero scelto «la via dell’esilio volontario, per sfuggire alle intemperanze, andandosi a incardinare altrove; altri pensano di farlo in un prossimo futuro». Al cardinale Vallini viene poi contestata la scelta di alcuni collaboratori poco preparati, scarsamente attenti al rigore liturgico. Tutto da dimostrare ma il bilancio descritto nella missiva che non ha precedenti non è di certo dei più favorevoli.
«Dopo tre anni la diocesi non sa ancora dove andare. Potevamo capire che il primo anno era dedicato alla revisione ma adesso manca completamente un progetto pastorale di largo respiro per orientare il lavoro delle parrocchie e il nostro impegno di sacerdoti». La lettera di questi parroci che si nascondono dietro la firma «i sacerdoti di Roma» ha fatto subito il giro dei Sacri Palazzi, agitando ulteriormente le acque dopo la brutta lettera (anonima) di minacce rivolte al cardinale Bertone per il modo in cui avrebbe affrontato un complicato garbuglio gestionale al Governatorato, un centro nevralgico di potere e interessi economici teatro di scontri tra due diversi modi di vedere le cose, compresa una sana ventata di pulizia che, evidentemente, a tutti non è risultata gradita.

fonte: il Messaggero, Giovedì 29 Settembre 2011

A
questo malcontento noi aggiungiamo un altro motivo: le frequentazioni (troppe!!) del Cardinal Vicario del Seminario NC, dove le mettiamo???

I Cappuccini in Amazzonia: missionari? No, non vogliono nè evangelizzare nè battezzare. Parola di Frà Paolo

La Chiesa in Amazzonia ha il volto di Frà Paolo [speriamo non solo sua!n.d.r.]
da Vatican Insider 16/09/2011

Cento anni fa i cappuccini sono arrivati in questo spicchio della grande "Foresta" per stare in mezzo alla gente. Dopo un secolo, l’entusiasmo delle origini non si è ancora placato
di Sante Altizio - Torino

Assomiglia a Jovanotti. Se invece del saio e sandali, vestisse jeans, t-shirt e scarpe da ginnastica, potrebbe fare la controfigura di Lorenzo Cherubini. Si chiama Paolo Braghini è un frate cappuccino (foto), nato a Varese 35 anni fa, missionario nell’amazzonia brasiliana dal 2005.
«Mi sono laureato in missiologia con una tesi sugli indios Tikuna. Io mi sono fatto frate per fare il missionario e per andare a vivere in mezzo alle popolazioni indigene».
Frà Paolo ha sempre avuto gli indios in testa. Indios Tikuna, per la precisione. Vivono nell’Alto Solimoes, nella regione più occidentale dell’Amazzonia, quasi al confine tra Brasile e Perù. Sono alcune decine di migliaia. I frati cappuccini Umbri che sono arrivati in Amazzonia all’inizio del Novecento, hanno iniziato ad andare tra i Tikuna all’inizio degli Anni Trenta. Pagine epiche. Con due protagonisti: Padre Fedele da Alviano e Padre Arsenio Sampalmieri. Non c’è due senza tre. Il terzo cappuccino-tikuna è lui, frà paolo Braghini. Parla la loro lingua, ne conosce usi e costumi.
«Il nostro compito qui è uno solo: aiutarli a recuperare e mantenere la propria identità. Noi non evangelizziamo i ticuna, noi viviamo in mezzo ai ticuna».
La comunità indigena più numerosa è a Bèlem do Solimoes, a un giorno di barca dal confine peruviano. A tre da Manaus. Qui ci si muove solo scendendo o risalendo la corrente del Rio Solimoes. In tutta la regione sono circa 30 mila.
Paolo Braghini, sostenuto dai suoi confratelli, in tra anni di lavora tra i ticuna ha smosso animi sopiti da tempo e contribuito a dare vita a un festival di danza e cultura indigena (il primo del suo genere in Brasile) e alle prime olimpiadi indigene (tiro con l’arco, tiro alla fune, gara di canoa, braccio di ferro, gara di abbattimento degli alberi), che hanno catturato l’attenzione del gigante della tv brasiliana Globo, che ha mandato un inviato della redazione sportiva a seguire quotidianamente le gare.
Belèm do Solimoes è diventata la culla della rinascita indigena di tutta l’amazzonia orientale. E frà Paolo Braghini ne è il principale artefice.
Ora che è stato anche nominato vice-provinciale, quindi responsabile di tutta l’attività pastorale della missione, ha deciso di allargare le frontiere e di spostare ancora più all’interno della foresta, il raggio d’azione del suo lavoro.
«La nuova frontiera si chiama Javarì». E quando lo dici gli brillano gli occhi. Non saranno le Colonne d’Ercole, ma poco ci manca. Il Rio Javari, affluente meridionale del Rio Solimoes, che percorre 1100 chilometri tra Brasile e Perù, si perde letteralmente nella foresta. Foresta inesplorata, o quasi, dall’uomo bianco.
«E’ terra indigena, punto. Lì nessun altro aveva praticamente messo piede. Fino al luglio scorso». Già, nel luglio scorso, frei Paolo ha vestito i panni dell’esploratore e insieme a una mezza dozzina di studiosi brasiliani è andato a prendere contatto con le popolazioni indigene di quell’area.
«Vogliamo aprire una missione nello Javarì, fare ciò che hanno fatto i cappuccini un secolo fa qui nell’Alto Solimoes. Camminare accanto agli indios, condividerne la quotidianità. Dare una mano se e quando possibile».
La piccola spedizione ha incontrato una delegazione di anziani indigeni. Si tratta di gruppi che di fatto vivono da sempre isolati, individuati da poco dalla FUNAI, l’agenzia governativa che si occupa della tutela del mondo indigeno. L’obiettivo è monitorare la situazione. Comprendere le dimensioni del fenomeno di isolamento.
Inutile chiedere a Paolo Braghini quali sono i suoi progetti. «Il mio sogno, lo confesso, è andare laggiù e vivere in mezzo a loro».

AGGIORNAMENTO
Facciamo nostro, con qualche aggiunta, un commento lasciato da un lettore.
"
certo!! i missionari hanno un merito grandissimo, e nessuno vuole negarlo o diminuirlo!!! ma un frate che ammette che NON EVANGELIZZA, tradisce il mandato che ha dato Gesù Cristo in persona. [Mc.16, 15-16: Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato
Mt.28, 19-20: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. N.d.r.]
Lo scopo primo e ultimo della Chiesa è la salvezza delle anime. La Chiesa non è, per usare parole "moderne" (solo) una "organizzazione non governativa" di assistenza dei poveri. Per quello, a ben vedere, ora ci son anche molte altre benemerite associazioni laiche, di volontariato civile (e in certi casi anche nazionalizzate).
I frati missionari aiutano gli indigeni, li sfamano, li vestono, [li alfabettizzano, li curano, li difendono dai sopprusi di altri popoli o dell'autorità, e il Signore sicuramente gliene renderà merito, n.d.r.], MA soprattutto DEVONO catechizzarli e battezzarli nel nome della Ss.ma Trinità!!
La sola "assistenza" materiale è da rimproverare, se slacciata dall'assistenza spirituale, preludio all'evangelizzazione!! Un frate missionario (come ogni fedele battezzato, che, anche secondo il CVII è "profeta" di N.S.G.C.), se seguendo la vocazione e il proprio carisma, deve, DEVE evangelizzare e portare l'annuncio di Cristo Unico Salvatore, per susciatare le conversioni e offrire la possibilità della salvezza eterna a tutti i popoli di ogni nazioni, fino ai confini della terra!! Forse che l'amazzonia è oltre quei confini?? "

Quindi: ogni riconoscimento di merito va ai missionari cristiani, religiosi e laici, ma non si può provare rabbia e tristezza davanti alla "candida" ammissione da parte di un frate cappuccino che ammette senza remore di non evangelizzare i popoli che aiuta sicuramente in tanti modi. Se non gli mostra la via della salvezza, a che vale il benessere terreno?
Se i Missionari dei secoli XVI e XVII avessero ragionato come Frà Paolo, le Americhe e l'Australia non sarebbero Cristiane! E per noi Cattolici "Occidentali" sarebbero guai, se il Sud America non fosse Cattolico!
Si ricorda inoltra che anche nelle povere chiese delle Missioni, quelle nate a seguito delle scoperte di "nuovi mondi", l'importanza della sacra liturgia (certamente dignitosa e curata, se pur -ovviamente- meno preziosa e dorata-) era un validissimo sussidio al Catechismo, impiegata dai padre e dai frati missionari per spargere e coltivare il seme della conversione.
Conferma ne è che la FSSPX e l'ICRSS, per citarne due, hanno in Africa (e forse non solo) diverse missioni!

giovedì 29 settembre 2011

Un assurdo scambio di colpi bassi

di Don Alfredo Morselli

Mi immagino il Santo Padre Benedetto XVI che, dopo aver ingoiato i 30.000 rospi quotidiani procuratigli dalla slealissima opposizione - episcopale e non -, mancando un quarto d'ora alla cena, dica: "Facciamo un giro nei siti tradizionalisti; andiamo a vedere cosa dicono questi figli per cui ho fatto tanto, vediamo se - un cuor solo e un'anima sola - si danno da fare combattendo la buona battaglia...."

Mi immagino poi la suddetta slealissima opposizione, che, specialmente da quando è uscito il motu proprio, suda freddo, come gli Egiziani a cui tremavano le gambe vedendo i figli di Israele che si moltiplicavano; "Andiamo a spiare Messainlatino & C, per vedere cosa tramano questi reazionari..."

Ecco che allora i discorsi di Socci che temono le dimissioni del Papa potrebbero diventare verosimili (Santità, mi raccomando, non fate scherzi...)
Ed ecco che tutti i modernisti e tutti quelli che temono la piena riconciliazione della FSSPX & C., escono soddisfatti sogghignando dalle loro tane.

I nemici non sono né De Mattei, né Don Cantoni, né Mons. Gherardini..., ma tutti gli eretici spuntati come funghi in quella mondanizzazione della Chiesa denunciata dal Papa in Germania.

Stiamo vivendo una stagione che potrebbe essere entusiasmante, che potrebbe essere caratterizzata da un dibattito teologico fruttuoso, e invece si respira uno squallido clima di rissa e saccenteria.

Ci vuole una gran pazienza: i temi teologici trattati richiedono anni di paziente studio e rispettoso confronto. Le scuole teologiche non nascono (e non rinascono) in pochi mesi.

Che tristezza vedere i potenziali maestri mancarsi di rispetto e così avvelenare un clima che, se rasserenato, potrebbe dare frutti incredibili.

Meno male che la S. Messa preme di più a Gesù Cristo e alla Sua Santissima Madre che a noi tradizionalisti.


Intervista a Monsignor Brunero Gherardini

Risposta a Don Cantoni
fra teologia e amarezza

di Dante Pastorelli


Da quando nel 2009 apparve il primo libro sul Vaticano II (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice), in cui Mons. Brunero Gherardini iniziava una disamina attenta e puntuale dei documenti conciliari, fra larga messe di consensi anche ad altissimo livello, s’è levata qualche rara voce critica, legittima certo, ma per lo più alquanto superficiale e ripetitiva. Né diversa accoglienza ha ricevuto il successivo Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011.
In questi due approfonditi studi i nodi cruciali del Vaticano II vengon al pettine e non basta a contrastar l’analisi del grande Maestro biascicar ad ogni pie’ sospinto il mantra: il Papa sostiene che c’è continuità tra il Vaticano II e l’intero Magistero che lo precede, e quindi la continuità c’è. Il proceder del Concilio nel solco della Tradizione va dimostrato. Se non si vuole dimostrar con argomentazioni se non esaustive almeno credibili, si dogmatizzi in modo inequivocabile l’ultima assise ecumenica o almeno una parte dei suoi documenti o capitoli d’essi, dato il loro diverso valore magisteriale da inquadrar sempre nel livello “più modesto”, pastorale, su cui dall’alto s’è voluto por quest’importante evento ecclesiale.
Non è mia intenzione polemizzar con nessuno in questa sede, poiché già a certe critiche ho risposto sul mio bollettino “Una Voce dicentes”, Gennaio-Aprile 2011.
Ma molto di recente un’altra voce s’è aggiunta alla sparuta ma sgomitante schiera dei contestatori. Mi son fatto coraggio, allora, e mi son rivolto all’antico Maestro che m’onora della sua amicizia, chiedendogli di risponder finalmente almeno a qualcuno di questi dissenzienti - soprattutto all’ultimo che, sapevo, con le sue pagine gli avrebbe procurato amarezza -, pur conoscendo la sua ritrosia, il disagio che gl’impediscon di scender nell’agone di vacue dispute. E con mia viva sorpresa m’ha rilasciato un’ampia ed accorata intervista destinata al mio sopra citato bollettino, ma che, ne sento il dovere, volentieri affido in anticipo a qualche blog.
Assieme all’affetto di sempre, a don Brunero il mio più profondo ringraziamento, nell’attesa del terzo testo sul tema Vaticano II. E che Maria Santissima, tanto da lui venerata ed amata, lo sostenga e lo illumini nella santa battaglia in difesa della vera Fede e dell’unica Chiesa di Cristo.

D.P.

D – Caro don Brunero, in questi giorni, come saprà, il Suo nome è oggetto d’un attacco pesantissimo da parte d’un prete che si dichiara Suo ex-alunno. Non gli risponde?

R – Per le rime, no. Anzi, se si trattasse solo della mia persona, manterrei ancor il silenzio che in tutta la mia vita ho mantenuto. Questa volta, tuttavia, ho intenzione di farmi sentire in qualche modo, se pur con molta riluttanza. Non scriverò direttamente una risposta articolata sulle singole tematiche ed accuse, ma complessiva, breve e sostanziale. Ho già in mente dove e come inserirla, al solo scopo di fornire opportuni chiarimenti e quella che mi offri, nonostante la mia idiosincrasia al genere Intervista, è un’occasione d’oro. Non risponderò per le rime, perché rifuggo dall’uso del vetriolo che m’è stato scaraventato in faccia. E vorrei aggiungere che la mia risposta, così come tutta la mia analisi del Vaticano II, parte da quel gesto rivoluzionario che il 13 ottobre del 1962 dette al Concilio un orientamento prima imprevisto. Son convinto che chi non parte di lì non può esser in grado di capirci qualcosa.


D – Se accetta di rispondere, comunque lo faccia, mi par di capire che c’è rimasto male.

R – Certamente non bene, specie perché si tratta d’un attacco portato contro di me da un mio ex alunno, come hai ricordato. Incontro spesso qualcuno che fu alla mia scuola. Son tanti: laici, suore, preti, vescovi e perfino qualche cardinale. Ogni volta è una gioia reciproca ed a me non fa certamente dispiacere sentirmi dire: quando devo parlare sulla Chiesa, prendo in mano i suoi manuali e gli appunti delle sue lezioni. Recentemente un parroco di Roma, rivolto a me dall’altare, ha detto: si tremava un po’ dinanzi al suo rigore, ma non la ringrazieremo mai abbastanza per quello che ci ha dato. L’uscita di don Piero Cantoni, l’alunno di cui mi parli, e dal quale mi sarei aspettato ben altro che vetriolo in faccia, ha rotto l’incantesimo.


D - Se non son indiscreto: c’è qualche motivo per dire che da lui non se l’aspettava?

R – Ce n’è più d’uno e mi trovo un po’ a disagio nel metterli in vetrina. Si tratta soprattutto d’uno stato d’animo. Quando si presentò al Laterano, proveniva da Écone e bastava questo, allora più di oggi, a provocare non poca diffidenza. Seppi da lui le difficoltà che incontrava nella diocesi nella quale si sarebbe incardinato. Aveva il volto triste; non lo vidi mai sorridere. Con lui c’era un suo collega austriaco, egli pure atteggiato a perenne tristezza e, come lui, proveniente da Écone. Mi guardai bene dal fare un sola domanda sui motivi del loro abbandono del ben noto Seminario lefebvriano: fossero transfughi o espulsi, non cambiava le carte in tavola: due esseri umani da aiutare. Così feci, con tutt’i miei limiti, ma con sincerità. Ricordo d’averli portati pure a pranzo insieme. Quanto a Cantoni, anche dopo l’adempimento accademico, lo rivedevo quando ritornava a Roma, m’interessavo alla sua vicenda, mi compiacevo nel costatare il graduale assestarsi della sua situazione. Ho tra i miei ricordi che fu parroco, insegnante e responsabile del Seminario interregionale, fondatore d’un’opera mariana, e varie altre cose. Lo rividi una decina d’anni or sono in un comune del pisano (Fauglia) per un incontro mariano: fu una gioia enorme passare qualche ora insieme, ascoltarlo, ma soprattutto costatare il seguito che riscuoteva da parte di numerosi giovani, di sacerdoti, del Vescovo presente. Tutto confermava il mio giudizio di persona d’altissima intelligenza ed ottima preparazione teologica, lodevolmente impegnata nel servizio ecclesiale. Quando incominciò a mandarmi richieste d’aiuto per la sua opera mariana, sia pur con la consapevolezza della mosca che tira il calcio che può, non me lo feci ripetere. Ora capisci da te perché “non me l’aspettavo”.


D – Certo che capisco. Ma voglio immaginare che non ci sia stato un ribaltamento di posizioni improvviso ed imprevisto. Possibile che non abbia mai intuito qualche discrepanza, qualche riserva, qualche eccezione?

R – Mai, perché mai me ne aveva manifestato neanche un piccolo sintomo. In ultim’analisi, però, non è questo il punto. Dante, di cui tu porti il nome e che conosci molto meglio di me per la tua specializzazione letteraria, direbbe: “…e ’l modo ancor m’offende” (I, 5, 102). I precedenti ai quali ho fatto un sommario riferimento avrebbero consigliato a chiunque, prima di prender la clava in mano e scagliarmela addosso, di sentirmi, di chieder chiarimenti, di contestarmi, riservando un eventuale attacco a dopo che le mie risposte non l’avessero soddisfatto. Ha fatto esattamente il contrario. Contraddetto, peraltro, dal suo collega austriaco che, all’oscuro di tutto, poco prima che la bomba esplodesse, mi scrisse: “E’ un grande onore l’essere stato suo discepolo”.


D – Che si senta offeso dal modo è comprensibile, ma immagino che abbia anche qualche cosa da eccepire nel merito.

R – Sì, e non poco. Se dovessi risponder puntualmente a tutto quanto mi vien rimproverato sia attraverso labussolaquotidiana ed altri siti, sia soprattutto con un intero volume scritto nel modo dottorale e definitorio del “so io ogni cosa e zitti tutti”, dovrei venir meno all’impegno assunto con una pubblicazione che uscirà a marzo 2012 per i tipi di Lindau, nella quale dichiaro che quello è il mio ultimo intervento sul Vaticano II: quanto, infatti, dovevo e volevo dire, l’ho detto; ho avuto riscontri sulla serietà della mia iniziativa da varie e non poche parti; ciò mi basta. Risponderò, dunque, soprattutto per chiarire l’equivoco nel quale don Cantoni è caduto e nel quale potrebbero cader i suoi lettori. Contrapponendo alcuni miei giudizi di oggi ad altri di ieri, o viceversa, egli dimostra la mia doppiezza e la mia contraddittorietà. E’, questa, una conclusione estremamente superficiale; ma potrebb’esser pure estremamente cattiva.
Ogni persona umana, infatti, è in un ininterrotto processo di maturazione. Ho detto altrove che solo le cariatidi non s’evolvono. Ieri ero quello che sono oggi e che sarò domani, ma non allo stesso modo né allo stesso livello di maturazione. Quello che oggi percepisco restava in ombra, o forse era del tutto inavvertito, ieri. E’ avvenuto in me quello che avviene in tutti: è maturata l’età, si son avvicendati impegni e responsabilità che lascian il segno, l’esperienza tocca oggi livelli ieri nemmeno intuiti. Nessuna meraviglia se il giudizio d’ieri non collima, o in parte o in tutto, con quello d’oggi; l’importante è che quello d’oggi indichi i motivi per cui non ripete quello d’ieri. E’ importante, cioè, la fondazione. Dalla quale si potrà sempre dissentire, sempre però riconoscendo la serietà del procedimento fondativo. E’ superficiale il critico che non ne tien conto, ma è cattivo quello che ne fa la premessa per giustificare la conclusione con cui m’addita alla pubblica esecrazione: è un doppiogiochista, è in contraddizione con se stesso. E detta così, sarebbe quasi una carezza, la realtà essendo ben altra.
Oltre alla maturazione, c’è una ragione anche più determinante che non sfiora nemmeno l’anticamera del mio accusatore: da una parte, la “missio canonica” per la quale ero “mandato” ad insegnare la dottrina della Chiesa, non le mie idee; dall’altra, la necessità di non turbare la coscienza della personalità “in fieri” d’ogni mio discepolo. Ebbi la mia bella crisi, che superai solo perché un eminentissimo personaggio e il mio direttore spirituale mi dissero di non abbandonar il mio posto, ma di continuare l’insegnamento con opportune precisazioni, se del caso, tratte dall’ininterrotta Tradizione della Chiesa su quei punti che mi fossero apparsi meritevoli di precisazioni siffatte. E tutt’i miei alunni sanno quanti puntini sulle “i” ho messo: sul “subsistit in” che, invece di condannare come non pochi facevano, giustificai sul piano metafisico; sulla collegialità dei vescovi, ricondotta nell’alveo del primato petrino mentre tutti ne facevano un organo di governo accanto ed analogo a quello del Papa; sull’ecumenismo per strapparlo all’alea del dialogo fine a se stesso e ricondurlo nella sfera dell’ “Unam sanctam”, e così via dicendo.


D – Quindi, Lei afferma che la Sua posizione critica nei confronti del Vaticano II non è di data recente.

R – Sicuramente. Pur non essendo ufficialmente un “perito”, seguivo giornalmente i lavori conciliari come uomo di fiducia (insieme con un collega dell’allora Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi, Mons. R. Pozzi) di S. E. Mons. D. Staffa e gl’interrogativi s’affacciavano e crescevano durante gli stessi lavori conciliari. Posso rivelare a questo riguardo che, qualche tempo dopo, un’alta personalità dell’allora sant’Uffizio e pochi anni dopo il suo successore, oltretutto mio conterraneo, mi convocarono per chiedermi se fosse vero che criticassi il Vaticano II. Al primo risposi che insegnavo ciò ch’egli stesso aveva insegnato a me; al secondo ed al suo invito alla prudenza per non compromettere il mio domani, risposi che dovevo risponder al presente della mia coscienza e che l’unico mio domani era quello di Dio. E già allora sostenevo ciò che ho sostenuto oggi: che il Vaticano II è un autentico e legittimo Concilio ecumenico, il più grande dei 20 che l’han preceduto, con un suo magistero supremo e solenne, ancorché non dogmatico, ma pastorale, e con non pochi interrogativi sulla sua continuità con la Tradizione di sempre.


D – Ma, tutto sommato, di che cosa viene oggi accusato?

R – Un po’ di tutto, dalla disinformazione alla contraddittorietà, dal non aver capito il Concilio alla volontaria manomissione del suo insegnamento, e di questo passo s’arriva fino alla conclusione del “formalmente eretico”.
Mi si dice che ignoro le ripetute asserzioni conciliari di continuità con la grande Tradizione ecclesiale; non è vero, ho detto soltanto che altro è una declamazione ed altro una dimostrazione. E questa, fin ad oggi, è mancata. Mi s’accusa di non conoscere, o non riconoscere, la Tradizione/soggetto, là dove ho solo rilevato, con i grandi storici del dogma e della Tradizione stessa, che questo è solo uno sviluppo della teologia moderna e che, comunque, la Tradizione soggettiva resta costitutivamente legata a quella oggettiva, dalla quale non può allontanarsi né d’un apice né d’un iota; può solo approfondire illustrare precisare senza apporti sostanziali e solo nella linea d’uno sviluppo omogeneo. Si dice equivoca, per questo, la mia posizione sul Magistero vivente della Chiesa, come se ad impedirne la capacità e possibilità d’intervento oltre il limite d’una novità omogenea fossi io e non Gv 14,26 e 16,13-14, nonché il cap. IV dell’ “Æterrni Patris” del Vaticano I. Si ha anzi il coraggio d’appellarsi al Lerinense e al beato Newman la cui dottrina sul progresso dogmatico è quella appena accennata. Si prendon poi, uno ad uno, i testi conciliari che ho criticamente analizzato per negarne la mia interpretazione, con ragionamenti che non stanno né in cielo né in terra. P. es., il famoso GS 22/c (“con l’incarnazione il Figlio di Dio s’unì in certo modo ad ogni uomo”) non dichiarerebbe, sia pur “quodammodo”, il Figlio di Dio unito ad ogni persona, ma alla natura umana d’ogni persona: bel modo di svicolare da una difficoltà, come se il testo non dicesse “cum omni homine” e non chiudesse in tal modo lo spazio ad interpretazioni di comodo: “ogni uomo” è ogni persona umana, il supposito, il soggetto, non la sua natura. Mi si dà sulla voce anche per le mie analisi di DH: chissà se, leggendo domani il libro che ho prima annunciato, nel quale dimostro la non corrispondenza di non poche citazioni bibliche ai testi di DH e di NÆ, ch’esse dovrebbero suffragare, non si ricreda anche un don Cantoni.
Non dico nulla sul giudizio, almeno implicito, ch’egli dà della mia produzione scientifica, di cui sembra degnare d’una qualche considerazione solo quella d’indole ecumenica, perché dovrei parlare di me e non della mia posizione dinanzi al Vaticano II, ch’è invece il vero tema. Può darsi, inoltre, che abbia ragione il mio oppositore a definire involuta, oscura ed ambigua la mia scrittura; perché dovrei preoccuparmene più di tanto, dal momento che son infinitamente più numerosi coloro che mi lodano del contrario? A proposito di lode, non mi son mai lodato d’appartenere alla gloriosa Scuola Romana, come dichiara don Cantoni, pur essendo grato a chi in essa mi riconosce. No, su me in quanto me, “ne verbum quidem”.
Aggiungo un’osservazione. Nella storia il “conciliarismo” è conosciuto come l’eresia che sottomette il Papa al Concilio ecumenico; nel sottotitolo del libro che mi tartassa, Cantoni scrive: “riflessioni sul Vaticano II e sull’anticonciliarismo”, ovviamente pensando a me come “anticonciliarista”. Stando all’accennato significato storico della parola “conciliarismo”, son fiero d’essere “anticonciliarista”.


D – Caro don Brunero, mi pare che un quadro come quello che ha descritto meriti molto più d’una semplice intervista. E’ proprio dell’avviso di non volerci rimetter le mani sopra?

R – Sì, caro Dante. Spero che altri portino avanti il discorso iniziato. Gl’indizi non mancano. Son già in cantiere due congressi per il cinquantenario del Vaticano II: l’uno, nel 2012 per celebrar i cinquant’anni dall’inizio e l’altro per il 2015 per i cinquant’anni dalla fine. Chissà che non sia l’occasione buona per rimetter in sesto una situazione che, sotto l’azione della famigerata volgata, s’è ammalata d’elefantiasi, fin a fare del Vaticano II o l’unico Concilio della Chiesa, o la sintesi del magistero ecclesiale di tutti gli altri. Io ho fiducia. Se è vero, come sembra, che già si comincia a concedere d’interpretare “con libertà” qualche dichiarazione conciliare, vuol dire che siamo sulla strada buona e ne ringrazio il buon Dio. Così come ringrazio te, per la tua intervista.

D.P. – No, sono io che ringrazio Lei per avermela concessa.

Fonte: http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV206_Interv_Gherardini_su_Cantoni.html

Incontro a Roma per il 440° della Battaglia di Lepanto

il 7 ottobre 2011, ore 17:00
in occasione del il 440° anniversario della Battaglia di Lepanto
incontro al Residence di Ripetta (via di Ripetta, 231 - Roma)

Interverranno:
l’ammiraglio Ezio Ferrante,
il prof. Massimo de Leonardis,
la prof.ssa Maria Grazia Siliato,
e il prof. Roberto de Mattei.

L’evento, promosso dalla Fondazione Lepanto e
dalla Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon,
sarà coordinato dal Capitano di Vascello dott. Ugo d’Atri.

"Opposizione al Summorum Pontificum" - convegno a Roma e presentazione del libro



















Il CENTRO CULTURALE LEPANTO
invita alla presentazione de
L'opposizione al Motu Proprio 'Summorum Pontificum'
di Alberto Carosa (Fede & Cultura Edizioni, Collana Lepanto)
Venerdi' 7 Ottobre 2011, ore 17:30
presso il Centro Russia Ecumenica - Borgo Pio, 141 - Roma
Introduce: Don Sergio Mercanzin, Direttore Centro Russia Ecumenica
Presenta: Fabio Bernabei, Presidente del Centro Culturale Lepanto
Relatore: Don Nicola Bux, Teologo e Consultore in Vaticano
Sara' presente l'Autore

L' ingresso e' libero Seguira' rinfresco

S. Michele Arcangelo, difendici nella battaglia

Sancte Michaël Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus,
supplices deprecamur: tuque,
Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
*

protettore di Santa Romana Chiesa
*
capo della milizia celeste e
vittorioso su Satana e sugli angeli ribelli
*

potrettore dei fedeli cattolici
e accompagnatore delle anime in purgatorio
(anche per questo nel Confiteor ci si "confessa" anche a S. Michele arcangelo).
*
S. Michele arcangelo è anche l'angelo che
sta alla destra del Trono dell'Altissimo e
che amministra l'incenso davanti all'altare di Dio,
e che Gli presenta le offerte del Divino Sacrificio Eucaristico che il sacerdote
compie sul altare nelle nostre Sante Messe.
(si vedano le preghiere del Messale tridentino).

Promesse non mantenute

Un Grazie di cuore al nostro giovane lettore che ci ha voluto donare queste sue considerazioni personali, che son spunto di riflessione per ognuno di noi.

Mi ero promesso (e a qualcuno avevo promesso, a mia volta) di prendere appunti una volta giunto a Madrid in occasione della JMJ. Quegli appunti li ho presi, magari non sono precisi, magari non mi saranno affatto utili: infatti ho deciso quasi subito di accantonarli, almeno per ora. Onestamente pensavo di farlo già mentre li prendevo, ma dovevo ancora capire se ciò che mi passava per la testa meritava di scalzarli.
Fatto sta che mi ero preparato (o pensavo di esserlo): sapevo che ciò che avrei visto in quei giorni avrebbe potuto lasciato il segno, ma nutrivo la speranza di essere smentito. Chissà, forse un gesto, una parola all’ultimo momento avrebbe di colpo rivoltato le mie conclusioni, o meglio le mie constatazioni.
Tutte questo per dire cosa? Con buona probabilità niente, assolutamente niente di nuovo sotto il sole ma, come ho detto confidavo di scorgere almeno un piccolo raggio che mantenesse vive le mie speranze. Beh, non è successo.

A Madrid ci sono andato con la mia diocesi, accompagnato da cinque sacerdoti, uno dei quali è tutt’ora il mio vice parroco, gli altri, un padre canossiano, un filippino, l’incaricato della Pastorale Giovanile Diocesana (PGD, viva gli acronimi!) e un altro giovane prete che ricopre non so bene quale incarico nel seminario diocesano (o meglio, lo so, ma francamente non capisco in cosa consista). Insieme a loro, oltre a noi “semplici” partecipanti (o pellegrini, che dir si voglia), c’erano tre seminaristi. In tutto eravamo 35, poca cosa rispetto al seguito di giovani relativamente buono che la PGD riesce ad avere nelle sua attività.
Della JMJ porto tutto sommato un bel ricordo, niente di sconvolgente, sia chiaro, ma per quello che ho potuto vedere la direzione che sta cercando di imprimere il Santo Padre è quella giusta. La strada è sicuramente ancora lunga, ma pian piano la spettacolarizzazione di wojtiliana memoria viene smontata pezzo per pezzo. Credo che le immagini dell’Adorazione Eucaristica della Veglia saranno difficili da dimenticare.

A questo punto (spero) sia chiaro che ciò che mi ha fatto ritornare con l’amaro in bocca (e mi ha anche fatto propendere per decisioni drastiche) non è stata Madrid, ma sono stati gli accompagnatori e più in generale coloro che dovevano guidarci (in tutti i sensi), coloro che dovevano aiutarci a gustare appieno il significato delle catechesi, della Via Crucis, dei gesti, delle parole e, perché no?, delle scelte di Benedetto XVI (perché non si può essere la “juventud del Papa” senza conoscerne e condividerne le idee e i propositi che stanno alla base dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue scelte), coloro che alla fin fine dovevano dare l’esempio, così come sono chiamati a farlo nelle loro comunità, in qualità di pastori (o futuri tali), coloro che avrebbero probabilmente dovuto progettare il “soggiorno” con un taglio un po’ più spirituale e meno turistico, coloro che, altrettanto probabilmente, hanno forse dato prova della stessa mediocrità che dimostrano quotidianamente, solo amplificata dalle proporzioni “mondiali”.
Confesso che è stato difficile assistere a certe scene e ascoltare certe prolusioni senza essere pervasi dalla tentazione di sguainare la spada e colpire il malcapitato Malco di turno.

Avrei voluto dare di matto quando sentivo i nostri preti chiamarsi allegramente per nome con ostentata nonchalance, come se gli appellativi don e padre li avessero lasciati tra i muri delle loro sagrestie, come fossero una casula o una tunica.
Avrei voluto dare di matto quando li ho visti vestirsi con una sciatteria tale che nemmeno un adolescente al suo primo campo scuola (tanto che il card. Bagnasco, all’ultima catechesi delle tre previste, mi ha scambiato per un prete solo perché portavo il crocefisso della JMJ).
Avrei voluto dare di matto quando i seminaristi continuavano imperterriti e senza nessuna vergogna a stuzzicarsi, a dimenarsi e ad agitarsi come bambini della scuola materna.
Avrei voluto dare di matto quando, in corriera, dopo essersi menati per diversi minuti e non senza aver suscitato un minimo di stupore nei presenti, hanno tirato fuori il loro bel volumetto personale (e personalizzato) per la recita della Liturgia delle Ore e, memori delle recenti gesta, riuscivano a malapena a trattenere le risa mentre salmodiavano.
Avrei voluto dare di matto ogni qualvolta quegli stessi seminaristi si sono mostrati in atteggiamenti equivoci, effeminati, al punto da suscitare più di qualche sospetto (due di loro si sono pure teneramente addormentati abbracciati), dimenticando di essere lo specchio del seminario e di dover essere da esempio per tutti i giovani che discernono una Vocazione.
Avrei voluto dare di matto quando, in macchina con uno di loro, questi mi istruiva su come il sacerdote fosse solamente un primus inter pares, che il suo fosse solo un primato di servizio (manco fossimo negli anni ’70 in piena furia iconoclasta post conciliare) e che il Motu Proprio Summorum Pontificum era un “problema” che per fortuna (!) non toccava la nostra diocesi.
Avrei voluto dare di matto quando quel padre canossiano mi ha ripreso dopo essermi azzardato a manifestare apertamente il mio apprezzamento per la catechesi del card. Bagnasco, colpevole di aver ribadito la dottrina cattolica sul significato eminentemente sacrificale della Santa Messa e soprattutto colpevole di aver detto a chiare lettere che la partecipazione attiva che il Concilio Vaticano II voleva promuovere non è quel movimentismo sfrenato, quell’attivismo becero legato solo all’esteriorità che tanti laici professano e tanti preti impongono (peccato che queste parole siano state pronunciate dal cardinale “a braccio”, rispondendo alla domanda di un giovane che chiedeva come non scadere nella routine nell’accostarsi alla Santa Messa, e quindi non risultino nel testo della catechesi disponibile sul sito dell’Arcidiocesi di Genova).
Avrei voluto dare di matto quando lo stesso padre canossiano ha avuto l’ardire di sminuire l’invito a comunicarsi quanto prima presso una delle numerose chiese di Madrid, (non ci era stato possibile farlo a causa della bufera che aveva profanato le cappelline del Santissimo) perché anche la Comunione Spirituale “ha la sua importanza”, perlopiù mentre leggevo le pagine di Iota Unum in cui Romano Amerio parla della confusione tra Presenza Morale e Presenza Reale…
Avrei voluto dare di matto quando l’incaricato della PGD ha dichiarato che la liturgia è l’ultima delle sue preoccupazioni, considerate tutte le incombenze del suo particolare servizio che quindi la superano per importanza, ribadendo come la liturgia sia “culmine della vita e della missione della Chiesa”, ma omettendo volutamente come questa sia prima di tutto “fonte”.
Insomma, avrei voluto dare di matto più di una volta nel corso di quella settimana e probabilmente avrei dovuto. In alcune circostanze ho cercato di essere fermo, risoluto, e ho detto ciò che pensavo senza esimermi dal giusto servizio alla Verità, senza intenti polemici; in altre sono rimasto prudentemente (o colpevolmente) in silenzio.
Di fronte alla bassezza morale e alla pressoché totale assenza di virtù dei miei accompagnatori sono rimasto atterrito (salvo solo il mio vice parroco perché so non essere completamente sordo a certi temi e a certe critiche e so essere prodigo in pratiche come digiuni e Adorazioni Eucaristiche, anche se non gli perdono di rimanere troppo spesso in silenzio). Come già detto, avevo il sentore di ciò in cui mi sarei potuto imbattere ma non ne immaginavo la portata.

Custos, quid de nocte? Sentinella, quanto resta della notte? Ma a chi porre questa domanda se anche le sentinelle dormono o, anche se avvistano qualcosa, non danno l’allarme?
So che non ho scoperto niente di nuovo, so che la situazione cambierà ma certamente non in tempi brevi (il Cuore Immacolato di Maria alla fine trionferà), so anche che non sarà la prima volta in cui mi imbatterò in situazioni simili, ma a distanza di un mese la delusione è ancora molto forte. Leggo ogni giorni di vescovi e preti disubbidienti in giro per il mondo, ma toccare con mano la naturalezza con la quale persistono nella loro protervia riesce quasi a rendermi inerme. Appunto, quasi.

S.V.

S. Michele arcangelo: apparizioni e dedicazione del Santuario nel Gargano

Principe della Milizia Celetese e protettore di Santa Romana Chiesa.
Michele, che significa “chi è come Dio?” (Quis ut Deus?), è citato cinque volte nella Sacra Scrittura; tre volte nel Vecchio Testamento (Daniele, Zaccaria e in Giuda, -custode del corpo di Mosè, Giuda, 9-) e una nel Nuovo Testamento (nell'Apocalisse di s. Giovanni Ev. come protettore di Maria SS. e di suo Figlio -Apoc. 12, 5-6, e come angelo vittorioso contro il drago -Apoc. 12, 7-9.)
In tutte le cinque volte egli è considerato “capo supremo dell’esercito celeste”, cioè degli angeli in guerra contro Satana, che nell’Apocalisse è rappresentato da un dragone con i suoi angeli; esso sconfitto nella lotta, fu scacciato dai cieli e precipitato sulla terra con in suoi seguaci. (foto a sinistra).
Il Diavolo è un angelo che aveva voluto farsi grande quanto Dio e che Dio fece sconfiggere e scacciare da San Michele, facendolo precipitare dall’alto verso il basso, insieme ai suoi angeli che lo seguivano.
Michele è stato sempre rappresentato e venerato come l’angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne lotta contro Satana, che continua nel mondo a spargere il male e la ribellione contro Dio.
Egli è considerato il protettore invincibile della Chiesa di Cristo, che gli ha sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del male che operano nel genere umano.

Culto per San Michele Arcangelo nella Chiesa Orientale (IV sec.)
Dopo l’affermazione del cristianesimo, il culto per san Michele, ebbe in Oriente una diffusione enorme sin dal IV secolo. Ne sono testimonianza le innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati. Nel secolo IX solo a Costantinopoli, capitale del mondo bizantino, si contavano ben 15 fra santuari e monasteri; più altri 15 nei sobborghi.

Si pensi, infine, che la chiesa funeraria/Cattedrale del Cremlino a Mosca in Russia, è dedicata a S. Michele (foto a destra)
Anche nel Nord Africa si diffuse il culto verso l'Arcangelo. Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione.

Sul Monte Athos nel convento di Dionisio del 1547, i tre principali arcangeli sono così raffigurati, Raffaele in abito ecclesiastico, Michele da guerriero e Gabriele in pacifica posa e rappresentano i poteri religioso, militare e civile (Nella foto a sinistra, si vedono solo S. Michele, con l'armatura, e S. Gabriele, con vesti i caratteristici paramenti ortodossi).
Non c’è Stato orientale e nord africano, che non possegga oggetti, stele, documenti, edifici sacri, che testimoniano la grande venerazione per il santo condottiero degli angeli, che specie nei primi secoli della Chiesa, gli venne tributata.

Culto nella Chiesa d'Occidente (V sec.)
In Occidente si hanno testimonianze di un culto a partire dal V secolo con le numerosissime chiese intitolate a volte a S. Angelo (a volte a S. Michele, come il celebre santuario e monastero in Normandia in Francia, il cui culto fu portato forse dai Celti sulla costa della Normandia), e le località le i monti a lui intitolati.
E' certo è che esso si diffuse rapidamente nel mondo Longobardo, nello Stato Carolingio e nell’Impero Romano.
Sul Monte Tancia, nella Sabina, vi era una grotta già usata per un culto pagano, che verso il VII secolo, fu dedicata dai Longobardi a S. Michele; in breve fu costruito un santuario che raggiunse gran fama, parallela a quella del Monte Gargano, che comunque era più antico.
La celebrazione religiosa era all’8 maggio, data praticata poi nella Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa l’influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di Spoleto, avevano donato quel santuario.

DEDICAZIONE DEL SANTUARIO DI S. MICHELE ARCANGELO nel Gargano in Puglia (493)
Il più celebre santuario italiano dedicato a S. Michele, è quello in Puglia sul Monte Gargano; esso ha una storia che inizia nel 490, quando era papa Gelasio I; la leggenda racconta che casualmente un certo Elvio Emanuele, signore del Monte Gargano (Foggia) aveva smarrito il più bel toro della sua mandria, ritrovandolo dentro una caverna inaccessibile.
Visto l’impossibilità di recuperarlo, decise di ucciderlo con una freccia del suo arco; ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire il toro, girò su sé stessa colpendo il tiratore ad un occhio. Meravigliato e ferito, il signorotto si recò dal suo vescovo san Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia) e raccontò il fatto prodigioso.
I Apparizione di San Michele
Il presule indisse tre giorni di preghiere e di penitenza; dopodiché san Michele apparve all’ingresso della grotta e rivelò al vescovo: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, e io l'ho scelta, io stesso ne sono vigile custode. Non ci saranno più spargimenti di sangue di animali. Là dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli uomini…Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà concesso. Quindi, va, e dedica la grotta al culto cristiano”.
Ma il santo vescovo non diede seguito alla richiesta dell’arcangelo, perché sul monte persisteva il culto pagano.
II Apparizione
Due anni dopo, nel 492 la città di Siponto era assediata dalle orde del re barbaro Odoacre (434-493); ormai allo stremo, il vescovo e il popolo si riunirono in preghiera, durante una tregua, e qui riapparve l’arcangelo al vescovo san Lorenzo, promettendo loro la vittoria: durante la battaglia si alzò una tempesta di sabbia e grandine che si rovesciò sui barbari invasori, che spaventati e sterminati fuggirono.
Tutta la città con il vescovo, salì sul monte in processione di ringraziamento; ma ancora una volta il vescovo non volle entrare nella grotta.
Per questa sua esitazione che non si spiegava, il vescovo Lorenzo Maiorano si recò a Roma dal papa Gelasio I (490-496), il quale gli ordinò di entrare nella grotta insieme ai vescovi della Puglia, dopo un digiuno di penitenza.
III Apparizione
Recatosi i tre vescovi alla grotta per la dedicazione, riapparve loro per la terza volta l’arcangelo, annunziando che la cerimonia non era più necessaria, perché la consacrazione era già avvenuta con la sua presenza.
La leggenda racconta che quando i vescovi entrarono nella grotta, trovarono un altare coperto da un panno rosso con sopra una croce di cristallo e impressa su un masso l’impronta di un piede infantile, che la tradizione popolare attribuisce a san Michele.
Erezione del santuario e dedicazione (29 settembre 493)
Il vescovo san Lorenzo fece costruire nei pressi della grotta, una chiesa dedicata a san Michele e la consacrò il 29 settembre 493; la Sacra Grotta è invece rimasta sempre come un luogo di culto mai consacrato da vescovi e nei secoli divenne celebre con il titolo di “Celeste Basilica”.
Pellegrinaggi alla Sacra Grotta di San Michele nel Gargano
Intanto la Sacra Grotta diventò per tutti i secoli successivi, una delle mete più frequentate dai pellegrini cristiani, diventando insieme a Gerusalemme, Roma, Loreto e S. Giacomo di Compostella, i poli sacri dall’Alto Medioevo in poi. Sul Gargano giunsero in pellegrinaggio papi, sovrani, futuri santi.
Attorno al Santuario nacque e si sviluppò un paese che prese il nome di Monte Sant'Angelo (Fg).

Apparendo ad una devota portoghese Antonia de Astonac, l’arcangelo promise la sua continua assistenza, sia in vita che in purgatorio e inoltre l’accompagnamento alla S. Comunione da parte di un angelo di ciascuno dei nove cori celesti, se avessero recitato prima della Messa la corona angelica che gli rivelò.

fonte: Santiebeati, sintesi e rielaborazione del testo di Antonio Borrelli

mercoledì 28 settembre 2011

Il Cardinale Ranjith : L'Eucaristia è "un affacciarsi del Cielo sulla terra"

Intervento tenuto dal Cardinale Ranjith all'Assemblea Ecclesiale della Diocesi di Porto - Santa Rufina, il 23 settembre 2011

http://www.diocesiportosantarufina.it/home/news_det.php?neid=1409

del card. A. Malcolm Ranjith

L’Eucaristia è "un affacciarsi del Cielo sulla terra" (Sacramentum Caritatis, 35)

Introduzione

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium, nomina l’Eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). Inoltre il Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri Presbyterorum Ordinis, dice così: “Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini” (Presbyterorum Ordinis, 5). Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’Eucaristia “il compendio e la somma della nostra fede” (CCC 1327).

Il ruolo determinante che l’Eucaristia svolge nella vita spirituale della Chiesa è stato riconosciuto sin dai primi momenti della sua esistenza. Proprio il brano scritturistico proposto come base di riflessione oggi, cioè Atti 2, 42-46, indica come la prima comunità dei chiamati celebrava l’Eucaristia: si usa l’espressione “klasei tou artou” – “spezzare il pane” (versetto 42-46) per definire la celebrazione eucaristica.

Ora non è mio compito introdurvi nella storia della teologia eucaristica. Sentirete su questo argomento anche il Prof. Padre Mathias Augè, CMF. Comunque è interessante ascoltare ciò che San Giustino martire scrive sui momenti più significativi della celebrazione eucaristica già al suo tempo. Egli scrive: “Nel giorno chiamato ‘del sole’ ci si raduna tutti insieme, abitanti della città o delle campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo lo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi .. sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (in greco “eucharistein”) per essere stati fatti degni da Lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: ‘Amen’. Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua « eucaristizzati » e ne portano agli assenti” (Apologia 1, 65).

Come a quel tempo, così l’Eucaristia ha continuato ad essere al centro della vita dei discepoli ed ha continuato ad animare la vita ecclesiale lungo tutti i secoli. La Chiesa ha sempre vissuto dell’Eucaristia e per l’Eucaristia crescendo sempre di più nella sua fede e nella comprensione di questo mistero anche, come spiegava il Beato Giovanni Paolo II, attraverso le scelte “dei Concili e dei Sommi Pontefici” (Ecclesia de Eucharistia, 9). Basta pensare alle mirabili pagine dottrinali del Concilio di Trento (Denzinger 877, 883, 884), delle Encicliche Mirae Caritatis di Leone XIII (1902), Mediator Dei di Pio XII (1947) e Mysterium Fidei di Paolo VI (1965).

Questo processo esplicativo della dottrina eucaristica ha continuato il suo cammino fino ad oggi, acquistando una profondità di grande rilievo soprattutto negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, specialmente nella sua costituzione dogmatica Lumen Gentium ed il decreto Presbyterorum Ordinis. Papa Giovanni Paolo II attraverso la lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha dato una singolare spinta alla dottrina eucaristica ed ora il Papa Benedetto XVI nei suoi numerosi scritti, omelie e soprattutto nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis ha stimolato nuovi impulsi di approfondimento. Credo che nel pensiero dell’attuale Papa troviamo un senso profondamente mistico dell’Eucaristia ed una visione della stessa Chiesa in chiave veramente eucaristica. I suoi scritti dimostrano ampiamente come egli sia un Papa profondamente eucaristico. Forse, il fatto di essere stato eletto alla Sede di Pietro proprio nell’anno eucaristico 2005 – 2006 ha stimolato questo suo orientamento.

Actio Dei – Actio Christi

Parlando dell’Eucaristia affermiamo prima di tutto che essa è, come la Chiesa ha sempre insistito, Actio Dei – Actio Christi. Difatti il “mistero” della liturgia cristiana, come tale, non prende tanto le sue mosse dalla terra, ossia dalla carne e dal sangue, nel tentativo titanico o disperato degli uomini di raggiungere il Cielo con le proprie forze, imitando la religione dei costruttori della torre di Babele, quanto da Dio stesso che, nei santi misteri celebrati dalla Chiesa, compie il suo piano di salvezza: svela a noi la sua grandezza e ci invita a diventare partecipi delle realtà eterne. Perciò la liturgia è soprattutto opera divina in favore dell’uomo, attuazione qui e ora, attraverso i riti e le preghiere, del disegno di comunione tra Dio e l’uomo realizzato in Cristo Gesù a beneficio di tutte le generazioni umane. I misteri storici di Cristo rivivono nella liturgia, il cui centro è rappresentato dall’Eucaristia, attirandoci a Dio e al prossimo nella realtà dell’amore divino.

In questa luce prende tutto il suo spessore l’esordio della Lettera Apostolica del Papa Benedetto XVI: “Sacramento della Carità, la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo … Gesù nel Sacramento Eucaristico continua ad amarci ‘fino alla fine’, fino al dono del suo Corpo e del suo Sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico” (Sacramentum Caritatis, 1).

L’azione Eucaristica dunque non è tanto ciò che facciamo noi, quanto ciò che il Signore realizza in noi: “Cristo ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola in Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli e la comunione con il Signore è sempre anche comunione con le sorelle e con i fratelli” (Benedetto XVI, Omelia pronunciata a Bari il 29 Maggio 2005 per la conclusione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale).

In altre parole, ciò che fonda, motiva e sostiene la celebrazione Eucaristica è la volontà divina di donarsi: “Nel Sacramento dell’altare, il Signore viene incontro all’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 27) facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento infatti il Signore si fa cibo per l’uomo affamato di verità e di libertà” (Sacramentum Caritatis, 2). Questo è proprio il movimento inverso alla religione dei costruttori della torre di Babele, i quali rappresentano, per così dire, i tentativi dell’uomo di farsi Dio, senza lo spirito di umiltà ed apertura capace di accogliere la discesa di Dio incontro all’uomo, in quella mistica d’amore che lo libera. L’Eucaristia è dunque l’espressione più tangibile di quel movimento discendente di Dio che va incontro all’uomo per stringerlo a sé in comunione mirabile – quel movimento che attraversa l’intera storia della salvezza centrata in Cristo, si prolunga e si perpetua nella celebrazione Eucaristica.

Che cos’è la liturgia della Parola, se non l’azione di Dio che rivela se stesso, la sua identità e la nostra identità in rapporto a Lui? E che cosa è la Liturgia Eucaristica se non l’incessante offerta senza misura del Dono di Cristo, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, per attirarci sempre più e meglio nella logica e nella realtà dell’amore che redime dal male e riscatta dalla morte? Non è questo il fascino dell’al di là, della chiamata a cercare le cose di lassù (cf. Col. 3, 1)? Di vedere tutta la nostra vita, le nostre scelte, come parte integrante di quell’abbraccio dell’eterno amore che siamo chiamati a realizzare tramite la celebrazione dell’Eucaristia? La nostra partecipazione a questa Actio Christi è proprio come la partecipazione di Maria nel mistero dell’Incarnazione. Non è stata Lei l’attrice principale di ciò che è avvenuto, ma il Signore stesso. Eppure, senza la sua partecipazione tale processo non avrebbe potuto realizzarsi. La prima iniziativa comunque è sempre di Dio e ciò che spetta a noi è semplicemente di adeguarci a Lui. Anche la stessa ars celebrandi deve riflettere questo senso dell’al di là (cf. Sacramentum Caritatis, 40).

Quale mistico dono di Dio alla Chiesa, l’Eucaristia deve essere sempre accolta e non stravolta, deve essere servita, custodita e fedelmente trasmessa. Lo ricorda il n. 37 dell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: “poiché la liturgia Eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento …. La celebrazione dell’Eucaristia implica, infatti, la Tradizione viva. La Chiesa celebra il sacrificio eucaristico in obbedienza al comando di Cristo, a partire dall’esperienza del Risorto e dall’effusione dello Spirito Santo”.


Dimensione dell’aldilà

L’Eucaristia è il radunarsi escatologico del popolo di Dio. Il Banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai profeti (cf. Is. 25, 6-9) e descritto nel Nuovo Testamento come « le nozze dell’Agnello » (Ap. 19, 7-9) da celebrarsi nella gloria della comunione dei Santi” (Sacramentum Caritatis, 31).

La celebrazione Eucaristica non è perciò limitata a chi vi partecipa fisicamente ma si svolge, oltre al piano terrestre della nostra partecipazione, sul piano escatologico e riflette la celebrazione nuziale ed il Banchetto dell’Agnello immolato nella Gerusalemme celeste. Per questo, già ogni celebrazione Eucaristica è fortemente apocalittica ed escatologica, come anche profondamente ecclesiale, cioè coinvolge sia la Chiesa vittoriosa del cielo, che quella sofferente nel Purgatorio come anche la Chiesa militante qui sulla terra. Proprio per questa ragione l’Eucaristia non è sotto il nostro arbitrio. È proprio questa dimensione, soprannaturale e celeste, che rende l’Eucaristia un’esperienza profondamente al di là delle nostre concezioni e del nostro controllo. Non siamo noi i protagonisti principali di ciò che accade.


Sacrificio del Calvario

D’altra parte, ciò che accade nella celebrazione Eucaristica è ciò che Cristo continua a realizzare attraverso noi sui nostri altari: il suo grande atto immolativo e salvifico della croce. Dice Papa Giovanni Paolo II “La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica” (Ecclesia de Eucharistia, 12), ma ogni Santa Messa è “l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo che si rende sempre attuale nel tempo” (ibid.). Difatti dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio” (CCC, 1367).

Diceva San Giovanni Crisostomo: “noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il Sacrificio è sempre uno solo” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei, 17, 3; PG 63, 131). L’Eucaristia dunque è il sacrificio del Calvario che si compie ogni volta sui nostri altari e chi lo adempie è Cristo stesso nella persona del sacerdote celebrante. Anzi il sacerdote celebrante viene assunto da Cristo e trasformato in un “alter Christus”.
Per questo il Santo Padre nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis dice: “è necessario, pertanto, che i sacerdoti abbiano coscienza che tutto il loro ministero non deve mai mettere in primo piano loro stessi o le loro opinioni, ma Gesù Cristo. Contraddice l’identità sacerdotale ogni tentativo di porre se stessi come protagonisti dell’azione liturgica. Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui” (n. 23).

Tutta la vita liturgica ecclesiale è solamente un’associazione a quel continuo cantico di lode che si rende al Padre per Cristo, Agnello immolato, nello Spirito Santo nella Gerusalemme celeste; non siamo noi i protagonisti principali di tale azione. D’altronde l’Eucaristia è quell’espressione privilegiata, quel sacrificio d’espiazione che piacque a Dio, che Gesù rinnova in noi per la salvezza del mondo. Per questa ragione la vita liturgica è un dono fatto a noi, è data per noi. Non siamo noi i suoi inventori. Allo stesso modo, l’Eucaristia è un dono di Cristo fatto a noi. Per tale motivo ciò che noi realizziamo sull’altare, come si esprime la Mediator Dei, non appartiene tanto a noi, quanto a Cristo perché è “il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra” (Mediator Dei, 20).


La tentazione del protagonismo

Il problema è che noi Vescovi e sacerdoti, in quanto essere umani, siamo tentati dal protagonismo: metterci al centro ci dà soddisfazione – ciò che chiamo ‘coccolare l’ego. Con la Messa celebrata versus populum tale tentazione è molto più forte. Con la nostra faccia verso il popolo aumenta la tentazione di essere uno ‘showman’.

In un bell’articolo scritto da un autore tedesco si trova il seguente commento interessante in materia: “Mentre nel passato il sacerdote funzionava come l’anonimo intermediario, primo tra i fedeli, rivolto verso Dio e non il popolo, rappresentante di tutti e con loro offrendo il sacrificio … oggi lui è una persona speciale, con caratteristiche personali, il suo stile personale, la sua faccia rivolta verso il popolo. Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non riescono a superare … per loro, il livello del loro successo nel protagonismo diventa una misura del loro potere personale e così l’indicatore di un feeling della loro sicurezza e disinvoltura personale” (K. G. Rey, Pubertaetserscheinungen in der Katholíschen Kirche, - Segni della Pubertà nella Chiesa Cattolica - Kritische Texte, Benzinger, vol. 4, p. 25).

Oggi si nota sempre di più una forte mancanza di consapevolezza di ciò che accade durante la celebrazione Eucaristica. Con questo tipo di protagonismo del quale Rey parla, il sacerdote diventa l’attore principale che esegue un’opera teatrale con altri attori su di un palco, e più creativo e attivo egli diventa, più pensa di essere riuscito ad impressionare gli spettatori e così trova una soddisfazione personale. Ma dove è Cristo in tutto questo? Lui sembra essere il grande dimenticato!

Ars celebrandi

E’ proprio per questo che il santo Padre parla - nella Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, dell’ars celebrandi, da intendersi non come un’altra arte per rendere più impressionante le celebrazioni liturgiche, nel senso descritto dall’autore Rey, ma come un modo effettivo di adeguarsi al vero senso della liturgia, adeguarsi al suo senso più profondo e mistico.

Dice il Papa: “l’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale e nazione santa (cf. 1Pt 2, 4-5, 9)” (Sacramentum Caritatis, 38). Inoltre afferma il Papa: “l’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come ad esempio l’armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell’arredo e del luogo sacro” (ibid. 40). L’ars celebrandi perciò connota fedeltà a Cristo, alla prassi della Chiesa, al senso mistico e sacro che sfugge ai nostri sensi, e fedeltà alle norme liturgiche come ai libri liturgici.

Che le norme liturgiche non vanno manipolate, toccate o ignorate è stato chiaramente indicato nella Costituzione Liturgica del Concilio - la Sacrosanctum Concilium. Essa diceva: “Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo … di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22). L’allora Cardinale Ratzinger nel suo libro Introduzione allo Spirito della Liturgia, spiega che le grandi forme rituali “sono sottratte all’intervento del singolo, della singola comunità, o anche di una Chiesa particolare. La non arbitrarietà è un elemento costitutivo della loro stessa natura. Essi [i riti] sono espressione del fatto che nella liturgia mi viene incontro qualcosa che non sono io a farmi da me stesso, che io entro in qualcosa di più grande che, ultimamente, proviene dalla Rivelazione. Per questo la liturgia è chiamata in oriente « divina liturgia », un’espressione che ne sottolinea la non disponibilità da parte degli uomini” (Introduzione allo Spirito della Liturgia, San Paolo, Milano 2001, p. 161).


Eucaristia e Adorazione

L’Eucaristia è la visibile presenza di Cristo tra noi. Difatti, come definiva il Concilio di Trento: “per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam Corporis Christi Domini Nostri, et totius substantiae vini in substantiam Sanguinis eius. Quae conversio convenienter et proprie a Sancta Cattolica Ecclesia transubstantiatio est appellata” (Denzinger, 877), e: “in almo Sanctae Eucharistiae Sacramento post panis et vini consecrationem Dominum nostrum Iesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter sub specie illarum rerum sensibilem contineri” (Denzinger, 874).

Tali constatazioni ci vengono proposte sulla base delle stesse parole di Gesù che in quell’ultima Cena con gli apostoli, la sera prima della sua morte, prendendo il pane nelle sue mani sante pronunciò quelle parole – “questo è il mio Corpo, dato per voi” (Lc. 22, 19), e, con il vino “questo calice è il nuovo patto nel mio sangue sparso per voi” (Lc. 22, 20) e poi ordinò loro: “fate questo in memoria di me” (Lc. 22, 19). Così è nata la celebrazione liturgica dell’Eucaristia.

Il sacerdote agisce in persona Christi e ripetendo le stesse parole di Gesù effettua la totale trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. La transustanziazione delle specie del pane e del vino avviene in questo modo tramite la strumentalità del sacerdote. Dice San Giovanni Crisostomo: “non è l’uomo che fa diventare le cose offerte, Corpo e Sangue di Cristo, ma è Cristo stesso, che è stato crocifisso per noi. Il sacerdote figura di Cristo, pronunzia quelle parole, ma la loro virtù e la grazia sono di Dio. Questo è il mio Corpo, dice. Questa parola trasforma le cose offerte” (De proditione Judae, 1, 6; PG 49, 380 c).

Per questa ragione le specie eucaristiche diventano non solo il ricordo vivo del sacrificio salvifico di Cristo sul Golgota, ma anche l’espressione reale, viva e tangibile della sua presenza tra noi. La Chiesa ha sempre difeso e salvaguardato questo grande dono di Cristo e la fede eucaristica. Inoltre, col passare dei secoli, altre espressioni di questa fede venivano scoprendosi gradualmente diventando un grande patrimonio di pratiche liturgiche e paraliturgiche come anche delle devozioni nuove al Signore presente nelle specie eucaristiche: adorazione eucaristica fuori dalla Santa Messa, processioni eucaristiche, visite al Santissimo Sacramento, preghiere giaculatorie, celebrazione della festa del Corpus Domini, Ora santa, Quarantore, benedizione del Santissimo Sacramento, confraternite di adoratori e congressi eucaristici. Tali pratiche hanno subito un continuo processo di sviluppo e arricchimento.

La costatazione importante qui è che siccome Cristo è presente nelle specie eucaristiche non solo durante la celebrazione della Santa Messa (quella è la concezione protestante) ma anche dopo, Gesù eucaristico deve essere adorato e glorificato sempre. Le specie eucaristiche una volta consacrate rimangono divine e così adorabili – la visibile presenza di Cristo tra noi. “E’ Lui!” Esclamava spesso San Giovanni Maria Vianney, il santo Curato D’Ars.

Ci sono purtroppo delle persone che la pensano diversamente e dicono che il Concilio Vaticano II non avrebbe dato grande importanza all’Adorazione Eucaristica. Tale constatazione non è senza una base poiché, di fatto, la costituzione liturgica del Concilio non menziona l’Adorazione Eucaristica. Il testo infatti include una sezione sulle devozioni popolari (n. 13) ma non menziona devozioni eucaristiche. È quanto mai sorprendente come dopo numerosi pronunciamenti in materia, sia nel decreto sull’Eucaristia del Concilio di Trento che nei successivi scritti Pontifici e poi nella Lettera Encliclica Mediator Dei (n.129 – 137) del Papa Pio XII, pubblicata appena qualche anno prima, nessun accenno al tema si trova nella costituzione liturgica del Concilio Vaticano II Sacrosantum Concilium. Forse è per questo silenzio che in certi ambienti era nata una presa di posizione sfavorevole all’Adorazione Eucaristica nell’epoca della riforma postconciliare. Infatti il Papa, parlando di ciò, dice: “mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’Adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto ad esempio dal rilievo secondo cui il Pane Eucaristico non ci sarebbe dato per essere contemplato ma per essere mangiato” (Sacramentum Caritatis, 66).

Tale posizione va collocata anche nell’insieme di alcune confusioni teologiche verificatesi durante e dopo il Concilio e contro le quali Papa Paolo VI già prima della fine del Concilio volle porre fine con la sua grande Enciclica sull’Eucarestia, la Mysterium Fidei. Infatti diceva Papa Paolo VI: “Tuttavia, Fratelli Venerabili, non mancano, proprio nella materia che ora trattiamo, motivi di grave sollecitudine pastorale e di ansietà, dei quali la coscienza del Nostro dovere apostolico non ci permette di tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono di questo Sacrosanto Mistero ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l'animo dei fedeli ingerendovi non poca confusione intorno alle verità di fede, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definita dalla Chiesa, oppure interpretarla in maniera che il genuino significato delle parole o la riconosciuta forza dei concetti ne restino snervati. Non è infatti lecito, tanto per portare un esempio, esaltare la Messa così detta « comunitaria » in modo da togliere importanza alla Messa privata; né insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che tutti certamente ammettono nella Santissima Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo Sacramento; o anche discutere del mistero della transustanziazione senza far cenno della mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo e di tutta la sostanza del vino nel Sangue di Cristo, conversione di cui parla il Concilio di Trento, in modo che essi si limitino soltanto alla « transignificazione » e « transfinalizzazione » come dicono; o finalmente proporre e mettere in uso l'opinione secondo la quale nelle Ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente” “(Mysterium Fidei, 9-11). Il Papa spiega quale sia l’intento dell’Enciclica: “Affinché dunque la speranza, suscitata dal Concilio, di una nuova luce di pietà eucaristica, che investe tutta la Chiesa, non sia frustrata e inaridita dai semi già sparsi di false opinioni, abbiamo deciso di parlare di questo grave argomento a voi, Venerabili Fratelli, comunicandovi sopra di esso il Nostro pensiero con apostolica autorità” (ibid. 13).

Questa lunga citazione dell’Enciclica uscita il 3 settembre 1965, già prima della fine del Concilio, dimostra quanto il Papa fosse turbato per ciò che stava accadendo. D’altronde il Papa si impegnava con una certa celerità a regolare un’altra prassi che nasceva nella chiesa, specialmente nel nord Europa, sulla ricezione della Santa Comunione. Con l’Istruzione Memoriale Domini, della Congregazione per il Culto Divino del 28 maggio 1969, Papa Paolo VI voleva regolare questa prassi, cioè la comunione sulla mano abusivamente introdotta in questi ambienti. Il documento spiega che il modo di ricevere la Santa Comunione sulla lingua doveva essere conservato, non solo perché fa parte di una lunga tradizione, ma per la ragione di conservare il senso di riverenza per il Signore Eucaristico presso i fedeli (cf. n. 8). Pur accettando la possibilità di ricevere la Santa Comunione sulla mano, l’Istruzione voleva assicurare che tutto si facesse in modo ordinato. È interessante notare come, in un sondaggio fatto presso i Padri Conciliari, la stragrande maggioranza avesse votato “non placet” a tre domande favorevoli a questa prassi (cf. n. 13). Tutte queste scelte di Papa Paolo VI dimostrano un senso di grave preoccupazione che sentiva in verso certe posizioni teologiche – dottrinali erronee, o riduttive, del Santissimo Sacramento, presso alcune scuole teologiche e liturgiche.

Anche il Papa Benedetto XVI, come abbiamo visto sopra nella Sacramentum Caritatis al n. 66, raccomanda ai fedeli di salvaguardare un grande senso di riverenza verso l’Eucaristia e non lasciarsi confondere da certe posizioni erronee. Tali posizioni effettivamente riducevano il senso divino dell’Eucaristia ad un livello puramente materialista ed umano. Il Papa osserva che già Agostino aveva detto: « nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo » (Sacr. Carit. 66).
Per il Papa senza adorazione non c’è un vero ricevimento del Signore: “ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo … soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera” (Sacramentum Caritatis, 66). Per celebrare con intenso coinvolgimento il mistero della salvezza realizzata sull’altare ci vuole un profondo atteggiamento di silenzio, contemplazione e intensa comunione con Gesù Eucaristico. Dovremmo infatti vivere tale atteggiamento di riverenza e adorazione durante tutta la giornata, per esprimere la nostra disponibilità ad essere in piena comunione con Cristo. Più adoratori diveniamo sull’altare, più saremo toccati dalla comunione trinitaria in Cristo e capaci perciò di rispondere meglio alla nostra chiamata cristiana.

Senza un atteggiamento di adorazione, perciò, non può essere completata una vera celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Come spiega Papa Benedetto XVI, ‘adorazione’ nella lingua greca è ‘proskynesis’, parola che significa un gesto di sottomissione: “il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire” (Omelia a Marienfeld, Colonia, 21 agosto 2005). La parola latina ‘adoratio’, come spiega il Papa, significa “contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi, in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è amore” (ibid.). Adorazione perciò è l’atteggiamento di lasciarsi coinvolgere nell’immenso atto d’amore e auto-donazione di Cristo sulla croce. L’Eucaristia, ripresentando questa auto-donazione sulla croce ci avvolge e ci inserisce intimamente nella sua Pasqua – il passaggio dalla morte alla vita nel quale l’egoismo, il peccato e la morte umana vengono superati definitivamente.
Non è dunque strano che i primi adoratori ai piedi della Croce, che vengono travolti dall’amore di Dio, siano stati Maria, la Madre di Dio, Giovanni e il centurione romano il quale grida la prima confessione di fede, parola di adorazione profonda: “veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” (Mc 15, 39).

Siamo noi veramente consci della grandezza di ciò che, in un certo modo, sta accadendo sui nostri altari? Le nostre espressioni di fede come “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo” oppure “in questo sacrificio o Padre, noi tuoi ministri e tutto il tuo popolo santo, celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti” oppure “O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”: sono veramente ciò che sentiamo nell’intimo del nostro cuore? Oppure sono solo suoni senza contenuto?

Il Papa chiede che ogni volta che si celebra la Santa Messa ci siano non solo il senso di raccoglimento e di sobrietà, ma anche momenti di silenzio e di contemplazione. Parlando anzi dell’actuosa participatio dice – “con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l’attuale partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato” (Sacramentum Caritatis, 52). Il Papa rigetta quell’atteggiamento di alcuni di noi che per “l’incapacità di distinguere, nella comunione ecclesiale, i diversi compiti spettanti a ciascuno”, causano la confusione dei ruoli di chi deve occupare il presbiterio e chi la navata. In particolare, è necessario “che vi sia chiarezza riguardo ai compiti specifici del sacerdote” (ibid. 53).
L’atteggiamento di venerazione verso ciò che accade esige anche, come dice il Papa, uno spirito “di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli”. E aggiunge: “non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla liturgia eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita” (ibid. 55). Inoltre Egli parla del raccoglimento del silenzio, del digiuno e, quando necessario, della confessione sacramentale (cf. Sacramentum Caritatis, 55).
L’Eucaristia – come si vede – è quel trasporsi dalla nostra quotidianità ai piedi della croce dove Cristo, assieme a Maria, Giovanni ed il centurione è l’Agnello immolato che rinnova il suo sacrificio d’amore donandosi per la nostra salvezza eterna.


La lingua sacra

Una delle banalizzazioni ed interpretazioni molto riduttive dell’Eucaristia è stata il quasi totale abbandono dell’uso della lingua latina nella liturgia. Bisogna comunque affermare che non c’è niente di negativo se noi celebriamo la liturgia nella lingua vernacolare. Anzi, la scelta del Concilio di introdurre più uso delle lingue vernacolari nella liturgia era il punto d’arrivo, dopo decenni di tentativi, soprattutto nelle Chiese d’oltralpe, affinché i fedeli partecipassero con maggior intensità alla preghiera della Chiesa, soprattutto nella sua espressione eucaristica. In un tempo nel quale la conoscenza e l’apprezzamento delle lingue classiche perdeva terreno, la Chiesa non aveva altra scelta.

Ma ciò che avrebbe dovuto accadere era un graduale ed illuminato uso delle lingue vernacolari e non l’abbandono totale di una lingua comune liturgica universalmente usata. Tale abbandono ha portato non solo a una riduzione in generale del senso del sacro, particolarmente nella liturgia, ma anche ad una sorta di convenzionalismo nei confronti della Chiesa. Noi per esempio abbiamo nello Sri Lanka, nel contesto del dopoguerra, contrasti a livello liturgico fra i due gruppi etnici e linguistici dei cingalesi e tamil, di pregare insieme in una lingua. La liturgia non ci unisce più, ma ci divide; questa è la nostra esperienza odierna.

Il Concilio non aveva auspicato un abbandono totale della lingua comune liturgica della Chiesa, la lingua latina. Di fatto, esso aveva così auspicato: “l’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium, 36). Anche nell’apertura verso le lingue vernacolari a scopi di utilità per il popolo, il Concilio aveva affermato: “si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi”. Non era previsto né era raccomandato dai Padri conciliari il totale abbandono della lingua latina, come la mens del documento Sacrosanctum Concilium chiaramente indica.

L’uso di una lingua antica nel culto religioso, una lingua non usata nel contesto odierno, è comune per molte altre religioni. Per esempio, la lingua liturgica dell’Induismo è il sanscrito, del Buddismo è il pali, e nell’Islam l’arabo coranico. Nessuna di queste lingue è parlata oggi. Ognuna di queste lingue è rispettata e riservata per esprimere qualcosa che oltrepassa il livello dei suoni e delle lettere. Nel Giudaismo, per esempio, si scrive con il tetragramma il non pronunciabile nome di Dio. Di per sé le quattro lettere di questa parola non hanno un significato linguistico particolare, ma rappresentano il sacrosanto nome di Dio nella tradizione scritta della Masora. La parola stessa non è traducibile ed è stata lasciata intoccabile sia dai rabbini, che da esperti del Giudaismo. Di fatto, in alcune culture le lingue sono nate da una combinazione di suoni e concetti liturgici. La parola “Om” nell’Induismo, o la parola “Nirvana” del Buddismo, sono parole che esprimono molto più di ciò che il suono originale rappresenta, e cercare di spiegare con altre parole tali concetti comporta un impoverimento.

La fede cattolica è spesso identificata con alcuni concetti teologici di base che non sono di per sé traducibili e che sono intimamente legati al patrimonio linguistico greco e latino nel quale tali concetti sono nati. Abbandonando questo patrimonio nella nostra liturgia si corre il pericolo di impoverimento e di gravi errori quanto al contenuto della nostra stessa fede. Per questo il Concilio era cauto su tale scelta; ed infatti incoraggiava i fedeli a “recitare e cantare insieme anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della Messa che spettano ad essi” (Sacrosanctum Concilium, 54) e i chierici a recitare l’Ufficio divino in lingua latina (cf. 101, 1). Credo che l’insistenza con la quale Papa Benedetto parli dell’uso della lingua latina e del canto gregoriano nella liturgia (cf. Sacamentum Caritatis, 62), vada nella giusta direzione, quella auspicata dal Concilio Vaticano II.

Conclusione

Nelle mie riflessioni non ho cercato di presentare una totale ed esauriente presentazione sull’Eucaristia o sulla liturgia ma, anche per la limitatezza del tempo, solo alcuni punti che a me sembrano importanti. L’Eucaristia, come dice la dottrina della Chiesa, è un mistero; mistero anche perché è il Signore. Nessuno lo ha mai capito o compreso. Le stesse sacre pagine attestano che nessun uomo capirà mai le vie del Signore: “Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti? A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia?” (Is. 40, 13-14).

La Chiesa nella sua lunga tradizione ha celebrato Cristo nella sua auto-donazione sul Calvario. Ciò che spetta a noi è solo di adeguarci a ciò che Egli, misticamente, realizza sui nostri altari, diventando noi stessi l’alter Christus, la vittima e sacerdote che, con grande devozione e fede, aderisce a lui e gli permette di abbracciarci nel suo atto d’amore: “quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo, amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus Caritas Est, 12).

Vorrei terminare questa riflessione con alcune parole del Santo curato d’Ars, bellissime per la profondità, non solo teologica, ma anche per la sua tenera affettuosità verso il Signore: “Tutte le buone opere non sono uguali nel valore quando si considera il sacrificio della Messa, perché quelle sono opere degli uomini, ma la Santa Messa è l’opera di Dio. Il martirio non è niente paragonato ad essa; esso è il sacrificio che l’uomo fa della sua vita a Dio. Ma la Messa è il sacrificio che Dio fa all’uomo del suo Corpo e del suo Sangue. Quanto grande è un sacerdote! Se capisce questo, morrà … Dio gli obbedisce; lui pronuncia due parole e il Signore scende dal cielo e si chiude dentro una piccola ostia. Quale dono!" (Piccolo Catechismo).