Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

giovedì 30 giugno 2011

Messa solenne a Stiatico - XXV di ordinazione

Ave Maria!

Carissimi fratelli di Messa in latino, ieri ho avuto la gioia di ringraziare il Signore, per il XXV anniversario della mia ordinazione sacerdotale, con una bella S. Messa solenne; è la prima volta che l'ho celebrata in parrocchia (intendo la S. Messa solenne, perché celebro tutti i giorni la Messa letta). Ringrazio i soliti meravigliosi Francescani dell'Immacolata (e le Francescane per i canti), che, con la loro presenza, mi hanno procurato questa grande consolazione.
Posto alcune foto; i più diligenti e preparati tra voi noteranno senz'altro qualche imperfezione, ma per me è già tantissimo aver compiuto un altro piccolo passo in avanti.
Ho celebrato con un paio di costole rotte e una spalla fuori uso, a causa di un piccolo infortunio. Ho stretto i denti per fare tutti i movimenti corretti - comprese le incensazioni - offrendo il dolore, che non è stato poco, per il buon esito dei colloqui tra Roma e la FSSPX.

Sac. Alfredo M. Morselli
Stiatico di San Giorgio di Piano, 30 giugno 2011.

[Auguri, Reverendo! E ad multos Annos! E grazie per collaborare con il nostro blog!
Con affetto e stima, gli amici della Redazione di MiL.]




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Adorazione continua a Rimini



L’elevazione dell’Ostia e del Calice alla consacrazione eucaristica


di Mauro Gagliardi*
ROMA, martedì, 28 giugno 2011 (ZENIT.org).- A pochi giorni dalla solennità del Corpus Domini, ci piace concludere questa terza annata della nostra rubrica «Spirito della Liturgia» trattando dell’elevazione dell’Ostia e del Calice, subito dopo la consacrazione, all’interno della Messa.
L’introduzione nel Canone di questo gesto risale all’inizio del sec. XII per l’Ostia, mentre l’elevazione del Calice si imporrà più lentamente e verrà ufficialmente prescritta solo dal Messale di san Pio V (1570). Le fonti individuano la Francia come luogo di origine dell’elevazione eucaristica e sembrano suggerire che il motivo circostanziale fu la volontà di evitare che i fedeli adorassero l’Ostia già all’inizio della consacrazione, quando il sacerdote prende il pane nelle mani, per pronunciare le parole del Signore.
Sin dalla prima metà del Novecento, diversi autori hanno però sostenuto che il vero motivo dell’introduzione dell’elevazione sarebbe stato il desiderio, da parte del popolo cristiano, di guardare l’Ostia. L’opera probabilmente più indicativa al riguardo è quella di E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrament (Paris, 1926). J.A. Jungmann, uno dei più noti liturgisti del secolo scorso, subì l’influenza di questo libro, come si nota da quanto dice sull’elevazione nel suo famoso libro del 1949 Missarum sollemnia: «È sorto [nel sec. XII] tra i fedeli un movimento religioso volto ad ottenere che sia loro concesso di posare lo sguardo su quel Santissimo Sacramento al quale osano appena di accostarsi» (ediz. it., II, p. 159). Già nel 1940, però, G.G. Grant, in un articolo pubblicato su Theological Studies, aveva mostrato che la tesi sostenuta da Dumoutet non poteva dirsi davvero fondata. Essa supponeva nel popolo una forma di devozione eucaristica, che in realtà sappiamo essere stata più effetto che causa dell’introduzione dell’elevazione. Grant sosteneva che l’elevazione fosse dovuta piuttosto a motivi dottrinali, ossia per innalzare una solida barriera liturgica contro gli errori degli eretici riguardo la presenza reale. In questo senso, l’introduzione dell’elevazione risponderebbe alla stessa preoccupazione che ha spinto Benedetto XVI a distribuire la Comunione solo in ginocchio e sulla lingua: mettere un punto esclamativo sulla dottrina della presenza reale (cf. Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, pp. 219-220).
Ma Jungmann, pur citando Grant nel primo dei due volumi di Missarum sollemnia, mantenne la posizione di Dumoutet, presentando tutti gli argomenti che da quel momento in poi sarebbero divenuti affermazioni ripetute, negli scritti e nelle conferenze di molti teologi e pastori. Tutto quello che lì dice, come pure il legame che individua tra l’introduzione dell’elevazione e la nascita dell’adorazione eucaristica, viene presentato in fondo in termini di degenerazione, più che di progresso (cf. I, pp. 103 ss.).
La riforma liturgica post-conciliare della Messa ha dimezzato il numero delle genuflessioni che il sacerdote compie alla consacrazione, ma non ha eliminato l’elevazione dell’Ostia e del Calice. Nonostante ciò, la tesi Dumoutet-Jungmann ha continuato ad essere proposta, lasciando emergere la convinzione che elevare e guardare l’Ostia consacrata sarebbe segno di una fede poco matura, se non addirittura di una fede scaduta a livello di superstizione o di magia – certo questo, ieri come oggi, è sempre possibile; ma non è detto che rappresenti il significato del gesto in sé. Dobbiamo al contrario riconoscere che l’introduzione dell’elevazione alla consacrazione è un punto di vero progresso nella storia della Santa Messa. È da qui che nasce quel movimento di fede eucaristica che sfocia prima nel Corpus Domini (1264) e poi in tutte le forme di sana devozione eucaristica sviluppate fino ai nostri giorni. La contemplazione adorante dell’Ostia e del Calice appena consacrati non fa altro che esprimere due punti assolutamente fermi della fede cattolica sull’Eucaristia: la transustanziazione, che avviene nell’istante stesso in cui termina la dizione delle parole consacratorie da parte del sacerdote (cf. san Tommaso, Summa Theologiae III, 75, 7); e la presenza reale di Cristo nel sacramento. In realtà, l’elevazione esprime anche l’aspetto sacrificale della Messa, che per motivi di spazio non possiamo qui sviluppare. La duplice elevazione e le genuflessioni manifestano, e allo stesso tempo favoriscono, il giusto modo di accostarsi al Cristo eucaristico, modo segnalato da san Paolo prima (cf. 1Cor 11), e poi da sant’Agostino, con le celebri parole riprese da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis, n. 66.
Rileggiamo il testo del Pontefice: «Mentre la riforma [post-conciliare] muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”».
Il fatto che durante il primo millennio cristiano non vi fosse l’uso di elevare l’Ostia alla vista dei fedeli, non significa che tale gesto vada contro la purezza della fede: significa soltanto che esso all’epoca non era stato ancora sviluppato, e che verrà introdotto in seguito, come valida manifestazione della stessa fede eucaristica dei Padri. Ai Padri, infatti, non sono affatto estranei né il senso di adorazione verso l’Eucaristia, né l’importanza del guardare con gli «occhi della fede». I limiti di questo breve articolo non ci consentono di dilungarci. Basterà perciò ricordare un testo che negli ultimi decenni è divenuto piuttosto noto, in quanto attesta l’uso del primo millennio di ricevere la Comunione sul palmo della mano da parte dei fedeli. In questo testo delle Cathechesi mistagogiche, san Cirillo di Gerusalemme imparte alcune raccomandazioni a coloro che comunicano, affinché non vadano dispersi i frammenti eucaristici. L’attenzione si sofferma in genere su questo aspetto. Non si nota, pertanto, che egli accenna anche al tema del guardare l’Ostia consacrata prima di portarla alla bocca e che parla di questo guardare come di un sacramentale, un’azione che santifica l’uomo purificandone lo sguardo. Ecco parte del testo: «Quando tu ti avvicini [a ricevere la Comunione], non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra un trono alla destra, dal momento che questa sta per ricevere il re, e facendo cavo il palmo, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo “amen”. Poi, santificando con cura gli occhi con il contatto del santo corpo, prendi facendo attenzione a non perderne nulla…» (V, 21). Come minimo, si può dire che al tempo dei Padri non esisteva l’elevazione delle Specie consacrate, ma che se vi fosse stata, essi non l’avrebbero osteggiata.
La Institutio Generalis del Messale di Paolo VI (qui nell’ediz. 2008) valorizza il guardare l’Ostia consacrata durante la Messa: al n. 222 essa prescrive che, al momento dell’elevazione, «i concelebranti sollevano lo sguardo verso l’Ostia consacrata e il Calice» (n. 222 e ugualmente ai nn. 227, 230 e 233). Per quanto riguarda la «forma straordinaria» del Rito Romano, l’Ordo servandus del Messale di Giovanni XXIII stabilisce che il celebrante, rialzatosi dalla prima genuflessione rivolta all’Ostia appena consacrata, «alza l’Ostia in alto e tenendo fissi su di essa gli occhi (cosa che fa anche all’elevazione del Calice), la presenta con riverenza al popolo affinché l’adori» (VIII, 5).
Lungi dal rappresentare una degenerazione della fede eucaristica, l’elevazione dell’Ostia e del Calice consacrati fu un vero progresso nella storia della Celebrazione eucaristica, progresso che va salvaguardato e valorizzato mediante l’opportuna catechesi liturgica e il modo corretto di compiere il gesto da parte dei sacerdoti. D’altro canto, sarebbe incomprensibile ai nostri giorni opporsi ad una pratica che permette ai fedeli una maggiore partecipazione attiva ai sacri riti.
L’innesto dell’elevazione dell’Ostia e del Calice nel Canone è un segno del fatto che la liturgia della Chiesa non è un oggetto da dissezionare sul tavolo della “sala operatoria” degli esperti, bensì è soggetto vivo della fede e della preghiera ecclesiali: «Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita”» (Benedetto XVI, Discorso nel 50° di fondazione del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 06.05.2011).


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*Don Mauro Gagliardi è Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Un'omelia filoromana di mons. de Galarreta alle ordinazioni della FSSPX





Ieri, nella festa dei Santi Pietro e Paolo, si sono svolte come consuetudine le ordinazioni diaconali e sacerdotali nel seminario svizzero di Ecône, della Fraternità Sacerdotale S. Pio X. Tredici nuovi preti e quindici nuovi diaconi sono stati ordinati dalle mani del vescovo spagnolo de Galarreta (nella foto), che tra l'altro è il coordinatore dei teologi della FSSPX che prendono parte ai colloqui dottrinali in Vaticano, da poco conclusi.
L'omelia del vescovo, che insieme a mons. Fellay non è considerato appartenere all'ala dura della Fraternità, a differenza del confratello Tissier de Mallerais (per non parlare di Williamson), era attesa per quanto avrebbe potuto lasciar intendere circa lo stato dei colloqui e dei rapporti con Roma.
L'attesa non è andata delusa.
Nell'omelia di tre quarti d'ora, che è disponibile in formato audio a questo link, il presule si sofferma lungamente nella prima parte sulla funesta illusione del Vaticano II di conciliare la fede cattolica con alcuni dei principi dell'illuminismo e della rivoluzione francese; e a testimone di quell'intenzione fallace chiama a testimone lo stesso Joseph Ratzinger, che ebbe a definire i testi conciliari come un "contro-sillabo" e considerò che la Chiesa dovesse far propri, purificandoli, alcuni ideali nati al di fuori di essa, e segnatamente dal liberalismo.
Ma se questa è la pars destruens della predica di mons. de Galarreta, viene poi la pars construens e la difesa appassionata dell'esigenza di cercare in Roma la soluzione dei problemi della Chiesa.
Premessa infatti la gravità della situazione e degli errori dottrinali così diffusi nella Chiesa conciliare, si dovrà dunque abbandonare quest'ultima a se stessa, si chiede retoricamente il presule? Tutto il contrario, risponde con trasporto: "Per principio dobbiamo avere dei contatti e per principio dobbiamo andare a Roma". In primo luogo - osserva - perché siamo cattolici, apostolici e ROMANI. Poi, perché se Roma è il centro del cattolicesimo, è da Roma che la soluzione deve venire. Quindi, vale più il poco di bene che si può fare a Roma, che il molto bene che si può fare altrove.
E poi, charitas Christi urget nos, aggiunge il presule. Il quale dichiara di comprendere che è estremamente difficile abbandonare gli errori di tutta una vita, rompere con attitudini e abitudini legate a insegnamenti erronei e acquisiti con il beneplacito dell’autorità. Riconosce che non è facile, e invita i suoi ad avere compassione. La carità è un dovere; chi si oppone per principio e accanitamente ad ogni contatto con i modernisti, con Roma, dovrebbe ricordare un passaggio del vangelo: quando il Signore non è stato ricevuto in una città, Giacomo e Giovanni gli chiedono di far scendere il fuoco divino su di essa. Ma Gesù li rimprovera: essi non avevano ancora ricevuto lo Spirito, che è Spirito di carità.
L’amore di Nostro Signore si è manifestato non nella guerra, negli anatemi, nelle condanne, facendo scendere folgori dal cielo, ma nell’umiltà, nell’umiliazione, nell’obbedienza, nella pazienza, nella sofferenza, nella morte, e ancora perdonando i nemici sulla croce. Nella Sua vita, ha cercato in tutti i modi di far ammettere la Verità ai farisei per offrir loro la salvazione e il perdono. Ecco dunque l’esempio da seguire. E così conclude (parafrasi nostra):
Non vedo come la fermezza della Verità sarebbe opposta alla leggerezza, all’ingegnosità e perfino all’arditezza della Carità. Né l’intransigenza dottrinale è contraria alle viscere della misericordia e al sale missionario e apostolico della carità. Non c’è da scegliere tra fede e carità, ma abbracciare entrambe. Senza la carità, non sono niente: se sposto le montagne e dò tutto ai poveri, senza la carità non sono niente, come dice l’epistola ai Corinzi. La carità è paziente, la carità è buona, non è invidiosa, non cerca il proprio interesse e non tiene conto del male. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ecco come possiamo cooperare alla restaurazione della Fede, alla restaurazione di tutte le cose in Cristo. E se il rimedio consiste in Cristo, questo rimedio passa necessariamente per il Cuore della Nostra Madre la S. Vergine Maria. E’ lei, la madre di Cristo, la madre di Dio, la madre di tutti gli uomini, la Corredentrice, la Mediatrice di tutte le grazie; è la Regina di tutta la creazione, del cielo e della terra.
Nell'ambito dei discorsi dai toni sovente assai 'duri' dei membri della Fraternità, specie quando sono rivolti precipuamente ad un uditorio interno e più ancora in una circostanza fondativa come le ordinazioni annuali nel principale seminario della Fraternità, il sermone di mons. de Galarreta si distingue per le nuances filoromane che traspaiono palesemente dal testo ed inducono ad un moderato ottimismo circa gli umori interni alla FSSPX in relazione all'offerta vaticana di regolarizzazione canonica. Netto è infatti il rimprovero che il vescovo riserva a coloro che vorrebbero l'interruzione dei contatti con Roma e anelano allo splendido isolamento di una deriva scismatica. Egli, con San Paolo, li considera 'cembali che tintinnano', uomini zelanti e operosi che tuttavia mancano della sola caratteristica che possa rendere virtuoso il loro agire: la carità, ossia l'amore per il prossimo. E ancor più chiaro è il messaggio che esprime ricordando come sia meglio poco bene fatto a Roma, ossia nel cuore della Chiesa, che molto bene fatto altrove, ossia fuori di essa. La Fraternità sente di avere una missione benefica da compiere in favore della Chiesa. Ma per farlo, ricorda il presule, si deve passare attraverso Roma, poiché è da Roma che dovrà venire la soluzione della attuale crisi della Chiesa.
Enrico

mercoledì 29 giugno 2011

(don) Di Capitani sulla nomina del Card. Scola ad Arcivescovo di Milano.

AGGIORNAMENTO: la Curia di Milano, per tramite del Vicario Generale, Mons. Redaelli (tramite lettera via mail) ha intimato, ai sensi dei canoni 49-50 CDC, a De Capitani di togliere il suo "articolo" osceno e offensivo nei confronti del Card. Scola e dellla Santa Sede, sotto pena di procedimenti penali, previsti dal Diritto Canonico.
(Dalla lettera si apprende che la Curia già precedentemente aveva richiesto al De Capitani di moderare i toni).




Sulla pagina iniziale del sito dell'Arcidiocesi di Milano (chiesadimilano.it) si legge un gentile (un po' lezioso, ma diplomaticamente dovuto) saluto di benvenuto al nuovo Arcivescovo: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore - Il Card. Angelo Scola è il nuovo Arcivescovo di Milano".

Sul sito di don (?) De Capitani , si legge quanto segue (e chiediamo perdono a Dio per lui -vergognandocene-). E' superfluo, per ora, ogni commento. Per quanto si conoscano Giorgio De Capitani e le sue farneticazioni deliranti, lo sdegno e l'incredulità per ora ci tolgono le parole.

L'autore ha rimosso l'articolo offensivo (che noi riproduciano qui sotto) su intimazione della Curia Ambrosiana, ma l'ha sostituito con un altro scritto, non meno delirante e ribelle.

La Diocesi di Milano è in lutto
"
Benedetto colui che viene nel nome del Signore”:
così il sito della Chiesadimilano.it
dà il benvenuto al neo cardinale. [caso mai al neo arcivescovo di Milano, n.d.r.]
“Benedetto colui che viene nel nome del…”
Ho letto bene? In nome di quale dio?
Non può essere benedetto dal Signore
colui che viene nel nome
- di un vaticano che si è fatto finora inculare
dal Porco maledetto,
sostenuto anche dalla mafia ciellina
- di un gioco politico di poteri occulti
- di quella oscena diplomazia gerarchica
che riesce comunque, col solito metodo machiavellico,
a risistemare gli squilibri…
il tutto per rimettere la Diocesi più grande del mondo,
quella che ultimamente ha ricevuto un’impronta particolare
da Martini e da Tettamanzi,
sul binario morto di una religione
ermeticamente chiusa all’Umanesimo.
È vero che Tettamanzi ha “scherzato col fuoco”,
ma a pagarla adesso è l’intera Diocesi.
Ma noi non lo permetteremo!
E che dire di tutte le fughe di notizie
dettagliatissime e puntuali
sul nome di un nomina che doveva rimanere segreta
fino alla data del 26 giugno,
giorno di festa per la beatificazione dei tre milanesi,
per rispetto di una promessa fatta a Tettamanzi?
Il nome di Angelo Scola
- già bruciato precedentemente per diverse ragioni,
tra cui l’età e la sua appartenenza ciellina –
è uscito prepotentemente dopo la vittoria di Pisapia.
Che il vaticano sia pieno di talpe lo sappiamo,
e sappiamo anche quanto sia inaccessibile
quando si tratta di coprire scandali, affari loschi,
quel turpidume che da secoli alberga nella casa di Dio.
Mi fermo per ora.
Riprenderò il discorso e non risparmierò nessuno.
Angelo Scola, patriarca di Venezia,
a Milano non sei molto gradito.
Rinuncia,
sei ancora in tempo.
Non ti vogliamo come nostro pastore!
D’ora in poi faremo capire alla Chiesa vaticana
che non scherzeremo più col fioretto:
Cristo dovrà pur tornare sulla terra, con la frusta in mano,
e buttar fuori dal tempio ladri, farabutti ed escort!
Saremo decisi:
sorgeranno ovunque comunità di base,
le parrocchie si auto-gestiranno,
non ci faremo più condizionare da una pastorale cimiteriale.
Saremo decisi:
non ci lasceremo commuovere da parole quali:
eucaristia, comunione, obbedienza…
Saremo decisi:
apriremo finalmente le porte sull’Umanità
e renderemo le nostre comunità cristiane
vivamente partecipi di quelle realtà problematiche
che stanno letteralmente facendo abortire
ogni speranza per un futuro diverso.
Qualcuno mi ha invitato a darti una chance:
cambierò idea se già nel tuo primo discorso ai milanesi
farai pubblicamente un atto di abiura
della tua fede ciellina.
Un primo passo, anche se non basterà.

NotaBene. ATTENZIONE
1. Fra poco la Curia sarà invasa dalle cavallette cielline.
2. Si deve vigilare sui beni immobili della diocesi e delle parrocchie: c’è il rischio che siano preda dei tentacoli della piovra Cdo.
3. Ora i preti ciellini diocesani potranno respirare, e godersi la possibilità di qualche privilegio e di posti speciali di responsabilità pastorali.
4. Attenzione ai seminari: potranno accedervi vocazioni portate all’integralismo.
[o mamma, che pericolo! l' "integralismo" cattolico: retta dottrina, santa liturgia e rifiuto di relativismo. Che pericolosi integralismi, vero? da evitare a tutti i costi! n.d.r.]

Ordinazioni dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote



Tra pochi giorni, e come di tradizione da ormai 21 anni, si svolgeranno le ordinazioni dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote in conclusione dell’anno accademico, a Gricigliano, nella cappella del Seminario, dedicata all’Immacolata Concezione (Villa Martelli – Via di Gricigliano, 52 – Sieci), oppure a Firenze, nella chiesa dei Santi Michele e Gaetano (Piazza Antinori – Firenze).
4 luglioFirenze, Chiesa dei Ss. Michele e Gaetano, ore 16: S. Messa solenne per la vestizione dei seminaristi dell’anno di spiritualità.
5 luglioGricigliano: S. Messa letta per le tonsure e gli Ordini minori.
6 luglio - Firenze, Chiesa dei Ss. Michele e Gaetano, ore 9,30: S. Messa pontificale celebrata da S. Ecc. Rev.ma Mons. Athanasius Schneider, O.R.C., Vescovo Ausiliare di Astana, per l’ordinazione di 9 suddiaconi.
7 luglio:
- Firenze, Chiesa dei Ss. Michele e Gaetano, ore 9.30: S. Messa pontificale celebrata da S. Em. Rev.ma il Sig. Cardinale Raymond Leo BURKE, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, per l’ordinazione sacerdotale di don Federico Pozza (Italiano), don Bertrand Bergerot (Francese), don Brieuc de La Brosse (Francese) e don Matthieu Thermed (Francese).
- Gricigliano, ore 18.00: Vespri pontificali e Te Deum di ringraziamento per la chiusura dell’anno scolastico del seminario, presieduti da S. Ecc. Rev.ma Mons. Giuseppe BETORI, Arcivescovo di Firenze, alla presenza di S. Em. Rev.ma il Card. BURKE.
Fonte: Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

Quelle croci in Chiesa a marcare l'Infinito


Da La Bussola
di Luigi Codemo 25-06-2011

Non basta una somma di pietre per costruire un edificio. Tanto meno una chiesa. Perché, a ben guardare, il tutto precede le parti. L’edificio precede le pietre che lo innalzano. L’edificio, per governare la collocazione delle pietre che lo costituiranno, in qualche modo, deve già esistere. È come un figlio che cresce. Non è che ogni giorno gli si aggiunge un pezzettino sopra la testa, ma cresce nella relazione delle parti. Il corpo, nella sua profonda unità, precede le membra.

Fin dall’inizio dell’annuncio cristiano, prima ancora di costruire chiese e cattedrali, la comunità dei discepoli ha visto se stessa come un edificio armonicamente unito. Nei Vangeli troviamo che la Chiesa è casa edificata sulla roccia. Cristo è la pietra d’angolo. Nella Prima lettera di Pietro, nella lettera dell’apostolo che è stato chiamato ad essere la prima pietra, i credenti sono inscritti in questa sintesi grandiosa: “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,2-4). L’edificio inteso come un corpo vivo è l’immagine che avvicina e introduce al mistero della Chiesa.

Questa immagine ha innervato lungo i secoli il modo di concepire e progettare le chiese. Ad esempio, il rito di dedicazione di una chiesa è considerato in analogia al battesimo. Ugo di San Vittore, siamo nel XIII secolo, scrive che come il corpo è immerso tre volte nel fonte battesimale così la chiesa viene aspersa con l‘acqua per tre volte. Un altro segno analogo al battesimo che avviene nel rito della dedicazione è l’unzione delle mura della chiesa, o delle colonne portanti, per mezzo del crisma. Memoria visibile di questo gesto sono le “croci di consacrazione”, il più delle volte di forma circolare, che troviamo collocate sui muri. A volte di pietra, altre volte di bronzo, spesso sono solo dipinte. Indicano dove il vescovo ha tracciato una croce con l’olio santo. Nel loro insieme, marcano lo spazio consacrato, lo spazio dedicato interamente e per sempre al culto cristiano. Il vescovo Durand, nel suo scritto Il Razionale del XIII secolo, scrive: “Dodici croci dipinte sulle mura vengono unte, perché le croci sono insegne di Cristo e segni del suo trionfo. Le croci quindi vengono dipinte a ragione affinché rendano manifesto che questo luogo è stato sottomesso al dominio di Cristo”. Il fatto che siano dodici ricorda gli apostoli, testimoni di Cristo e quindi le vere e originarie colonne del tempio. Solitamente sono così disposte: due all’ingresso, due nel presbiterio, le restanti nella navata. A volte sono solo quattro, poste nei quattro punti cardinali. Quando si entra in chiesa, ci si trova quindi dentro uno spazio delimitato da quelle piccole croci. Ricordano che quello spazio racchiuso è stato unto dal crisma, attestano che lì è avvenuto un conferimento di perfezione. Che è come dire che quello spazio è dedicato ad accogliere ciò che è incontenibile. I segni della croce e dell’olio si imprimono l’uno nell’altro per manifestare la grazia che trabocca. Come quando dopo il diluvio la colomba portò il ramoscello d’ulivo e con esso la pace tra il cielo e la terra. Come quando Maria di Betania versò l’olio sui piedi di Gesù, segno di amore e dedizione totale. E poi ancora. Il vescovo Durand scrive che “le dodici croci dipinte sulle pareti e unte dall’olio ricordano la passione di Cristo con la quale egli ha santificato la Chiesa”. E sappiamo anche che le dodici croci di consacrazione ricordano le dodici colonne della basilica vicina all’Anastasis di Gerusalemme, il luogo dove Gesù è risorto. Le dodici croci di consacrazione presentano una ricchezza di significati che partono dall’Antico Testamento e giungono fino alla passione, alla morte e alla risurrezione di Cristo. E segnano uno spazio chiamato a testimoniare, oggi, una sovrabbondanza dove l’intero eccede sempre la somma delle parti.

LX Ordinazione Sacerdotale del Santo Padre


Il 29 giugno 1951, solennità dei Santi Pietro e Paolo, nella cattedrale di Freising, per l'imposizione delle mani dell Cardinal Arcivescovo, S. Em.za Michael von Faulhaber e per la preghiera consacratoria della Chiesa, sono ordinati sacerdoti i giovani fratelli don Joseph e don George Ratzinger.

Cerchiamo di sintetizzare, dal sito della Santa Sede, i passi che la Provvidenza fece percorrere a don Joseph, e ai loro superiori, fino all'ascesa al Soglio di Pietro.

Nel 1953 divenne dottore in teologia con la tesi “Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant’Agostino”.

Nel 1957, sotto la direzione del noto professore di teologia fondamentale Gottlieb Söhngen, ottenne l’abilitazione all’insegnamento con una dissertazione su: “La teologia della storia di San Bonaventura”.

Dal 1959 al 1969 insegnò teologia dogmatica e fondamentale a Frisinga, a Bonn, a Münster e a Tubinga, Nel 1969 divenne cattedratico di dogmatica e storia del dogma all’Università di Ratisbona, dove ricoprì al tempo stesso l’incarico di vicepresidente dell’Università.

Dal 1962 al 1965 dette un notevole contributo al Concilio Vaticano II come “esperto”; assistette come consultore teologico del Cardinale Joseph Frings, Arcivescovo di Colonia.

Nel 1972, insieme ad Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac ed altri grandi teologi, dette inizio alla rivista di teologia “Communio”.

Il 25 marzo del 1977 il Papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di Monaco e Frisinga;

Il 28 maggio 1977 ricevette l’Ordinazione episcopale.
Come motto episcopale scelse “collaboratore della verità”.

Nel concistoro del 27 giugno 1977 Paolo VI PROVVIDENZIALMENTE lo creò Cardinale, con il titolo presbiterale di “Santa Maria Consolatrice al Tiburtino”. In quella stessa occasione, Montini lo definì un «insigne maestro di teologia».
Il 25 novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale.

Il 5 aprile del 1993 venne elevato dal Pontefice all’Ordine dei Vescovi, e gli fu assegnata la sede suburbicaria di Velletri - Segni.

E’ stato Presidente della Commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che, dopo sei anni di lavoro (1986–1992), ha presentato al Santo Padre il nuovo Catechismo.

Il 6 novembre 1998, Giovanni Paolo II, approvò la sua elezione a Vice Decano del Collegio cardinalizio da parte dei Cardinali dell’Ordine dei Vescovi.

Il 30 novembre del 2002, il Papa approvò la sua elezione a quella a Decano del Collegio cardinalizio con la contestuale assegnazione anche della sede suburbicaria di Ostia.

Il 25 marzo 2005, Venerdì santo, guidò le meditazioni della tradizionale Via Crucis al Colosseo. In tale occasione pronunciò forti parole riguardanti la Chiesa, denunciando una cristianità «stancatasi della fede ha abbandonato il Signore».

Ed è proprio in veste di Decano del Collegio Cardinalizio che lo ricordiamo durante la Sede Vacante del 2005, sollecito e solerte guida spirituale e morale del Conclave, e nella famosa omelia ai Sigg.ri Cardinali nella S. Messa pro eligendo Pontificem del 18 aprile che ricordiamo ancora per l'accusa al relativismo imperante che scuote la piccola barca del pensiero dei Cristiani.

Il 19 aprile 2005, il Cardinal Ratzinger fu eletto papa durante il secondo giorno del conclave del 2005, al quarto scrutinio.


Da allora, tra momenti lieti e alcune difficoltà, è felicemente regnante, dando umano compimento al disegno di Dio che lo ha voluto 265° Vicario di Suo Figlio in Terra, per il bene nostro e di tutta la Sua Santa Chiesa.

Buon anniversario Santo Padre



Oggi, Festa dei Santi Pietro e Paolo, ricorre il sessantesimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Joseph Ratzinger. Quel ragazzo dai lineamenti affilati e lo sguardo sveglio che vediamo nelle fotografie in bianco e nero della sua ordinazione, è diventato successore di Pietro e Vicario di Cristo, conservando però una dirittura morale ed una commovente timidezza che invece spesso gli anni si incaricano di modificare.

Di tutti i Papi che il vostro cronista ha conosciuto (ossia tutti quelli posteriori al famoso Concilio), Benedetto è senza esitazione il preferito; anche se, certo, il sorriso e la simpatia di Giovanni Paolo I sono rimasti indelebili e cari ricordi nella mente di un (allora) bambino.

Joseph Ratzinger è in primo luogo un teologo che, cosa pressoché unica negli ultimi decenni, ha il pregio di esprimere concetti complicati sapendosi far comprendere. In realtà, la cosa di per sé non sarebbe eccezionale: rem tene, verba sequentur; se si hanno le idee chiare, è naturale saperle esprimere con chiarezza. Ma il problema, appunto, è che le idee chiare non le ha quasi più nessuno, conseguenza più che naturale del modernismo imperante e vittorioso, giacché una delle caratteristiche salienti dei modernisti, come aveva ben visto San Pio X con l'enciclica Pascendi, è precisamente che
"negli scritti e nei discorsi sembrano essi non rare volte sostenere ora una dottrina ora un'altra, talché si è facilmente indotti a giudicarli vaghi ed incerti. Ma tutto ciò è fatto avvisatamente; per l'opinione cioè che sostengono della mutua separazione della fede e della scienza. Quindi avviene che nei loro libri si incontrano cose che ben direbbe un cattolico; ma, al voltar della pagina, si trovano altre che si stimerebbero dettate da un razionalista".
Joseph Ratzinger, invece, ha mantenuto lucidità di visione, libertà di espressione e precisione di linguaggio. Parecchi, dopo il Concilio, sono stati critici delle derive della Chiesa; pochi però, di quelli che nella Chiesa hanno avuto ruoli di alta responsabilità, hanno trovato il coraggio di scrivere pagine taglienti e icastiche come quelle che troverete a questo link, o di porsi pubblicamente contro il pontefice allora regnante in occasione dello scandalo di Assisi (cosa che, per inciso, ci induce ad un moderato ottimismo quanto alle modalità con cui sarà tenuto Assisi3: perché, a meno che il vero Ratzinger non sia tenuto prigioniero nelle caves du Vatican, non potrà rinnegare a tal punto se stesso).

Ma soprattutto, Benedetto XVI si è rivelato - lui così palesemente titubante negli atti di governo e in evidente disagio nello scegliere validi collaboratori, e ancor più nel disfarsi di quelli cattivi - un Papa di transizione nel senso più felice del termine: ossia un Papa che chiude un'epoca e ne apre una nuova. Anche il beato Giovanni XXIII, in fondo, lo fu: iniziò a traghettare la Chiesa dalla rotta sicura che aveva sempre seguito verso un mare aperto procelloso e funesto. Ora, invece, il compito di Benedetto è quello inverso, ossia riportare la barca di Pietro nel porto della retta dottrina, della santa liturgia e, prima ancora e semplicemente, del buon senso.

Alcuni diranno che Benedetto XVI, pur con tutte le migliori intenzioni, non ha ancora fatto abbastanza per invertire la rotta, nonostante i gesti coraggiosi che tutti gli riconosciamo. Altri osserveranno che non è del tutto intenzione di Joseph Ratzinger chiudere la parentesi conciliare, dato che del Concilio fu protagonista (e dalla parte... sbagliata) e che quel Concilio egli intende senza dubbio salvare, seppure addomesticato e ricondotto all'alveo della Tradizione.

Queste affermazioni hanno forse una parte di verità, anche se non considerano due elementi essenziali. Il primo è che l'opposizione interna che deve affrontare Benedetto XVI, nella sua propria Curia e ancor più negli episcopati mondiali, è qualcosa di terrificante; solo la punta dell'iceberg traspare all'esterno. L'omelia di mons. Fellay che descrive lo stato della Curia romana ce ne ha dato un'idea.

Il secondo elemento è che non è seriamente pensabile, da alcuna persona sana di mente, che si possa mai giungere ad un ripudio papale di un concilio ecumenico: sarebbe un gesto dissennato e porrebbe la Chiesa in aperta contraddizione con se stessa. Per questo l'unica via d'uscita per liberarci dal fall out vaticansecondista sarà, riteniamo, una "ermeneutica della dimenticanza". Che in fondo non è che la tappa logica consequenziale alla "ermeneutica della continuità", come in effetti lamentano i fautori dell'interpretazione di "rottura": se il Vaticano II non ha detto nulla di veramente nuovo (o al più si è limitato a qualche "riforma - pastorale - nella continuità"), la sua importanza è davvero relativa e non vale nemmeno la pena fermarvi troppo la mente. Così in effetti è, e dev'essere: la crisi della Fede che sperimentiamo in questi decenni sarà guarita quando il nostro Vaticano II finirà per avere il valore del III Concilio Lateranense o di quello di Costanza...

E Benedetto XVI, pur non avendone magari la piena intenzione, ha finalmente posto le basi per questa auspicata evoluzione: di fatto, col discorso sulle due ermeneutiche, ha demolito teoreticamente tutto quel che è effettivamente avvenuto dal Concilio in poi, pur con l'accortezza di non estendere la critica al Concilio in sé considerato. Se ci consentite un paragone ardito, che non vuole avere nulla di men che rispettoso, in fondo anche Gorbaciov intendeva solo riformare, e al tempo stesso salvare, il comunismo[1]. Sostituite "concilio" a "comunismo", e pensate a come quest'ultimo è finito.

Enrico


[1] Per forzare ulteriormente l'analogia, potremmo dire che anche Gorbaciov, come Benedetto, veniva dopo due decenni (alludiamo a quelli di Breznev) in cui il sistema era sembrato solido e vincente sulla scena mondiale, mentre nella realtà esso all'interno perdeva gradualmente colpi.

martedì 28 giugno 2011

L'Università Cattolica di Milano saluta il nuovo Arcivescovo



L'Università Cattolica ha salutato la nomina del Card. Scola a sedere sulla cattedra di Sant'Ambrogio coi rintocchi della propria campana, così come fece alla fumata bianca per l'elezione di Benedetto XVI.

A Manchester gli altari tornano ad essere altari



Da Bregwin

Dopo decenni di devastazioni architettoniche nelle chiese, con tanto di rimozione e distruzione di altari antichi ad opera dei fissati dell'adeguamento liturgico postconciliare, solleva il morale la notizia che qualcuno finalmente stia andando nella direzione opposta.Come testimoniano le immagini qui sotto, il parroco della chiesa di San Giuseppe a Manchester, in Inghilterra, ha deciso di sbarazzarsi della "tavola della mensa eucaristica" e recuperare un bellissimo altare "ad orientem".
Inutile aggiungere che il sacerdote in questione celebra settimanalmente la Messa nella forma Straordinaria, e che il numero dei fedeli che frequentano la parrocchia é in continua crescita.
Uno dei tanti segnali che il vento della Tradizione sta soffiando sempre piú forte.

Fonte: The hermeneutic of continuity

Scola a Milano: i tradizionalisti ora sperano






Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, è stato nominato arcivescovo di Milano.
Una nomina che è frutto di un desiderio preciso di Benedetto XVI.
Ora i cattolici legati all'antico rito ambrosiano iniziano a sperare e si augurano di passare giorni migliori rispetto a quelli passati sotto il cardinale Dionigi Tettamanzi e Manganini, ex arciprete del Duomo di Milano. Due persone che hanno avuto la mano non certo leggera con i cattolici legati al rito di sempre.
I cattolici si augurano che anche nella diocesi di Milano venga finalmente applicato il motu proprio Summorum Pontificum. E sia possibile rivivere gli splendori di quella magnifica liturgia. Le premesse ci sono.
Il cardinale Angelo Scola, amico fraterno del Papa, nella diocesi di Venezia ha riservato ai cattolici tradizionalisti un trattamento esemplare.
Ha concesso una cappellania guidata dalla Fraternità San Pietro, nella persona di don Konrad zu Loewenstein. Ha assistito lo scorso 6 marzo a una Messa celebrata da don Konrad e ne è rimasto molto impressionato.
Ecco perché i cattolici milanesi ora possono sperare.
Pubblichiamo qualche foto della Messa veneziana, celebrata nell'ambito della visita pastorale.

Tolentino (MC) : Santa Messa Solenne per il 60° anniversario dell'ordinazione sacerdotale del Papa



Mercoledì 29 giugno ore 18,30 a Tolentino nella Chiesa del Sacro Cuore e San Benedetto da Norcia (chiamata comunemente dei “Sacconi") Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e festa per il 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto XVI.
Dopo la Benedizione Eucaristica il Parroco don Andrea Leonesi canterà la Santa Messa Solenne “in terzo” : Diacono Padre Gaetano FI , Suddiacono Fr.Leo FI , della Comunità dei Francescani dell’Immacolata di Campocavallo (Osimo).
Parteciperà la rappresentanza del Sovrano Militare Ordine di Malta Delegazione Marche.
Dopo la Santa Messa sarà inaugurata la nuova Croce del campanile, opera del sec.XV, donata alla Confraternita da un Benefattore per il 60° anniversario dell'ordinazione sacerdotale del Papa .
Le consorelle Terziarie Agostiniane hanno ricamato la nuova tovaglia per l'Altare.

lunedì 27 giugno 2011

LX di Ordinazione sacerdotale del Papa: la lettera del Card. Piacenza agli Ordinari Diocesani (del Mondo) e le 60 ore di Adorazione Eucaristica






Cliccate sulle due immagini, per ingrandirle e leggere il testo.

I Vostri amici di MiL, anche a seguito delle numerose richieste che son giunte alla Redazione riguardanti informazioni e chiarimenti sul contenuto testuale e integrale della lettera del Card. Piacenza (e del suo invito di offrire 60 ore di Adorazione Eucaristica per la santificazione del Clero e per nuove vocazioni), si son adoperati per averne copia, ed essendo riusciti, la pubblicano a beneficio di tutti. Il compito si è rivelato (stranamente) più difficile del previsto.
Appuntemti in rilievo:
Mercoledì 29 Giugno: LX anniversario dell'Ordinazione sacerdotale del Papa, "...occasione per stringerci intorno al Sommo Pontefice per testimoniarGli tutta la nostra gratitudine, il nostro affetto e la nostro comunione...";
Venerdì 1° luglio: culmine del mistico "...percorso di preghiera e di offerta della straordinaria corona di preghiera e di soprannaturale unità..."

Fellay: il Papa non ha più il controllo della Curia romana, che lo frena ed ostacola

Unavox ha tradotto la parte dell'omelia di mons. Fellay a Winona, pronunciata dieci giorni fa, inerente la situazione dei rapporti tra la Fraternità e Roma. La riportiamo in gran parte, con qualche piccola correzione linguistica. Le parole che seguono sono sconvolgenti, perché lumeggiano una situazione all'interno delle mura leonine di vera e propria anarchia e, anzi, di proterva opposizione al governo di Papa Benedetto. Superfluo aggiungere che quanto riferisce in merito il Superiore della FSSPX, anche se ovviamente non troverà alcuna conferma ufficiale ed anzi, magari, qualche imbarazzante smentita, appare del tutto credibile. Veramente occorre pregare per Benedetto XVI, affinché non fugga davanti ai lupi che si ritrova in casa, come già si sapeva (utile rileggere in proposito la serie di articoli dell'abbé Barthe sull'opposizione romana a Papa Ratzinger, i cui link trovate nella colonna di destra). E magari pregare anche affinché Benedetto trovi pure il mezzo e la forza per mettere quei lupi alla porta.

Enrico




Certo, miei carissimi Fratelli, voi volete avere anche alcuni commenti sulla situazione attuale della Fraternità. A che punto siamo? Che succede?

Mi piacerebbe dire che tutto è luminoso o completamente oscuro, ma purtroppo, come il tempo di oggi, tutto è nuvoloso e soleggiato al tempo stesso!

Fino ad un certo punto, da almeno due anni, noi ci troviamo costantemente di fronte a delle contraddizioni. Due anni fa, nel 2009, io chiesi udienza al Segretario di Stato, il cardinale Bertone, a causa di questo problema: ci troviamo di fronte a delle contraddizioni. Non esagero: proprio contraddizioni.

Che significa? Significa che da parte di Roma riceviamo dei messaggi contraddittori, uno dice così, l’altro dice cosà, e non si tratta solo di divergenze, ma proprio di contraddizioni.

Riflettendovi, ci chiediamo: perché è così, a cosa è dovuto? Secondo noi, a Roma, come in tutta la Chiesa, vi sono diverse correnti, che per semplicità possiamo chiamare la corrente progressista e la corrente conservatrice. Certi ecclesiastici ci sono vicini e amerebbero vederci portati avanti, altri ci odiano, sì è la sola parola esatta per definire la loro condotta nei nostri confronti. Essi ci odiano, e sono a Roma. Qualche volta i messaggi vengono da questi, tal’altra dagli altri.

Vorrei farvi un esempio. L’anno scorso, a settembre, un sacerdote si era appena unito a noi. Appartenendo ad un ordine religioso, egli ricevette una lettera dal suo Superiore Provinciale in cui gli diceva che non era più membro del suo ordine e che era scomunicato. A questa lettera era allegata una lettera di conferma della Congregazione per i religiosi, contenente la frase seguente: «Il Padre X non è più membro del vostro ordine, egli è scomunicato per aver abbandonato la fede unendosi formalmente allo scisma di Mons. Lefebvre».

La lettera portava la data di settembre scorso. Sono allora andato a Roma e ho chiesto al Segretario della Commissione Ecclesia Dei cosa fosse successo. Egli non mi fece neanche finire di leggere la lettera: «Lo so – mi rispose – e noi – la Congregazione per la Fede – abbiamo detto alla Congregazione per i religiosi che non avevano il diritto di affermare quello. Essi non sono competenti e devono rivedere il loro giudizio». Poi continuò: «Ecco cosa deve fare con quella lettera» [Mons. Fellay fa il gesto di gettarla], è questo il gesto che ha fatto. In altre parole, prenda la lettera e la butti nel cestino della carta straccia!

Dunque un’autorità a Roma mi dice di gettare una decisione di un’altra autorità romana. Non è una contraddizione?

E il Segretario della Commissione Ecclesia Dei prosegue dicendo: «Lei deve dire ai suoi sacerdoti e ai suoi fedeli che non tutto ciò che viene da Roma viene dal Papa!» Ed io gli ho risposto: «È impossibile, come vuole che i fedeli, i sacerdoti possano pensare una cosa così? Ciò che viene da Roma viene dal Papa! Perché altrimenti si dirà con facilità: ciò che mi piace viene dal Papa e ciò che mi dispiace non viene dal Papa!»

Con questo, miei carissimi Fratelli, dovete capire che a Roma vi è un grave problema.

Se un’autorità ci dice: «Attenzione! Non tutto ciò che viene da Roma viene dal Papa», da dove proviene allora? E com’è possibile? Roma, i servizi del Vaticano normalmente devono essere come la mano del Papa. Questo significa che il Papa non ne ha più il controllo. Ecco il senso di questa frase.

Quando parlo di contraddizioni, significa che certuni, a Roma, sono pronti a considerarci come fuori dalla Chiesa, scomunicati, come se avessimo perso la fede, eretici… E poi ve ne sono altri che ci riconoscono veramente come cattolici.

Mons. de Galarreta e i nostri sacerdoti, quando vanno a Roma per i colloqui dottrinali, dicono la Messa in San Pietro! Come si possono tenere queste due posizioni nello stesso tempo? Voi vedete quanto sia profonda la contraddizione. E da questo potete comprendere quanto noi rimaniamo all’erta. Noi non andiamo a gettarci in questa tormenta, mentre tutto sommato possiamo salutare il sole quando si presenta e proteggerci dalle nubi quando ci minacciano.

Che ci guadagna la Santa Sede? Vi sono così tanti esempi che illustrano il fatto che quando il Papa vuol fare del bene è frenato, impedito.

Un esempio di prima mano tra i tanti.

Un Padre Abate, Superiore dell’unica abbazia trappista in Germania, ha chiesto al Papa l’autorizzazione, non solo di ritornare alla Messa tridentina, ma di poter riprendere la Regola e le Costituzioni anteriori al Vaticano II. Il Papa ha dato l’autorizzazione ed ha esentato questa abbazia dalla giurisdizione della Congregazione dei Benedettini, che segue le regole moderne, così da permettergli di seguire l’uso antico di prima del Vaticano II. Il Papa ha quindi posto questa abbazia direttamene sotto la sua autorità.

Sei mesi più tardi, l’Abate chiama uno dei suoi amici a Roma per chiedergli: «Com’è finita? Io non ho nessuna novità!» E il suo amico gli risponde: "Scrivi di nuovo al Papa, ma manda a me la lettera, che farò avere personalmente al Papa". Fatto questo, l’amico porta la lettera al Papa e gli chiede com’era finita con questa abbazia. Molto sorpreso, il Santo Padre risponde: «Ma ho già accordato questo permesso, sei mesi fa!» Venne condotta un’inchiesta e si scoprì che qualcuno – noi sappiamo esattamene chi – aveva riposto la lettera del Sommo Pontefice in un cassetto della Segreteria di Stato. Questa volta l’amico dell’Abate – che mi ha raccontato direttamente questa storia, e quindi non si tratta di un «si dice» - ha chiesto al Santo Padre: «Scrivete “concesso” sulla lettera ed io mi incarico di portarla personalmente alla nuova abbazia». In tal modo, per poter portare la novità della decisione del Papa hanno aggirato la Segreteria di Stato. E questo è solo un esempio.

Per mostrarvi fino a che punto lo stesso Sommo Pontefice è limitato nella sua azione, guardiamo all’ultimo documento a proposito della Messa tridentina. Anche qui abbiamo un bell’esempio delle forze contraddittorie che si muovono a Roma. Da un lato è del tutto evidente che in questo testo è presente la volontà di estendere dappertutto la messa tradizionale, di rendere possibile a tutte le anime l’accesso, non solo alla Messa antica, ma alla maniera in cui venivano amministrati prima i Sacramenti: tutti i libri liturgici sono messi a disposizione di tutti. Ma dall’altro lato e contemporaneamente vi sono delle restrizioni sorprendenti. La prima, parecchio stupefacente, è che i seminaristi diocesani non possono approfittare del rito antico, possono essere ordinati secondo l’antico rito solo quelli che dipendono dalla Commissione Ecclesia Dei.

Perché allora si dice che il Pontificale che contiene l’antico rito per le ordinazioni è reso liberamente disponibile a tutti?

Ma vi è ancora di peggio. Da un lato si constata questa volontà di mettete a disposizione di tutte anime, nel mondo intero, la Messa antica, poi si scopre l’articolo 19, che dichiara che coloro che vogliono beneficiarne non devono appartenere né perfino devono solamente aiutare i gruppi che sono contrari alla Messa nuova. Ma il 95% di coloro che vogliono la Messa antica sono contrari a quella nuova! Perché vogliamo la Messa antica? Se fossimo soddisfatti della nuova, non penseremmo neanche all’antica! Anche quelli che sono contro la validità o la legittimità della nuova Messa sono privati della Messa antica: per loro niente! Niente!

Ma questo non è più un atto di riconciliazione, è un atto di guerra!

Io penso che sono proprio le contraddizioni all’interno stesso del Vaticano che spiegano come divergenze così possano trovarsi in uno stesso testo: ogni parte cerca di ottenere qualcosa. E così noi siamo in mezzo a questo disordine.

Ed ecco che si ascolta ogni sorta di voce, assolutamente tutto quello che è possibile ed anche impossibile ascoltare! Vi prego, miei carissimi Fratelli, non correte dietro a queste voci. Quando sapremo qualcosa ve la diremo. Non abbiamo mai nascosto niente e non abbiamo alcun motivo per nascondere ciò che succede. Se dunque non vi diciamo niente è perché non è successo niente di nuovo. Certuni dicono che sta per giungere qualcosa. No, non è vero! La verità è che io sono stato invitato a Roma dal cardinale Levada e questo avverrà a metà settembre. È tutto quello che so. La cosa riguarda i colloqui che abbiamo avuto con Roma e dopo i quali, come è stato detto, «i documenti di sintesi verranno rimessi alle più alte autorità». Sono queste le parole esatte, ed è questa la sola cosa che io conosco del futuro, tutto il resto non è che invenzione. Allora, vi prego, non correte dietro a queste voci.

Tutto ciò dimostra che la battaglia continua. Ora, vi sono due pericoli oggi. Uno consiste nel dire che tutto è a posto, tutto è finito, la battaglia è terminata: si tratta di un’immensa illusione. Io posso garantirvi, miei carissimi Fratelli, che se un giorno Roma regolarizzerà infine la nostra posizione canonica, la battaglia comincerà, non sarà la fine di essa! Ma ancora non siamo a questo! Quanto tempo dovremo attendere ancora? Non lo so, non ne ho alcuna idea! Quindi continuiamo a dire che vi è una crisi nella Chiesa. Talvolta è proprio noioso, perché a Roma essi danno l’impressione che tutto vada bene, ma il giorno dopo parliamo con loro… Ed ecco le parole che sentiamo dalla bocca del Segretario della Congregazione per la Fede: «Sapete, ci sono i preti, i vescovi, le Università cattoliche che sono piene di eresie!» Ecco cosa ci ha detto, a giugno del 2009, il Segretario della Congregazione della Fede!

Essi sanno dunque che la situazione della Chiesa è drammatica. Se arrivano a dire che è pieno di eresie dappertutto, questo significherà bene qualcosa!

Ma allo stesso tempo essi si comportano come se fosse tutto a posto. È deludente, è preoccupante, lo ammetto, ma è questa la situazione.

domenica 26 giugno 2011

BELLEZZA E LITURGIA: VERSO UNA COMPRENSIONE DEL CONCETTO DI LITURGIA COME UN AFFACCIARSI DEL CIELO




Riportiamo l’ estratto di una conferenza tenuta da padre Uwe Michael Lang durante la “Liturgy Convention of the Archdiocese of Colombo” (Sri Lanka) tenutasi presso l’Aquinas University College, il 01 settembre 2010.L’intervento completo lo potete trovare qui.

Via Raffaella Blog

di Uwe Michael Lang

Nel 2008, lo “Institut Papst Benedict XVI” a Regensburg in Germania, ha iniziato a pubblicare la raccolta degli scritti di Joseph Ratzinger. Secondo l’espresso desiderio dell’attuale Santo Padre, l’undicesimo volume della progettata serie, “Teologia della Liturgia”, è apparso per primo (1). Nel luglio 2010, è stata pubblicata la traduzione italiana di questo volume (2) e la versione inglese è preparata dalla Ignatius Press di San Francisco.
Nella prefazione, datata 29 giugno 2008, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI spiega le ragioni per questa scelta, che era ovvia, poiché la Sacra Liturgia è stata sempre centrale nella sua vita fin dall’infanzia ed è il cuore della sua opera teologica. C’è un’altra ragione perché la serie inizi con il volume sulla liturgia: il progetto editoriale riflette l’ordine di priorità del Concilio Vaticano II.
Il Santo Padre attira l’attenzione sul fatto che il primo documento conciliare è stata la Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium: “Ciò che a prima vista può sembrare una coincidenza, si rivela essere, guardando alla gerarchia dei temi e dei compiti della Chiesa, anche intrinsecamente giusto. Iniziando con il tema della ‘liturgia’, si mette inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità del tema ‘Dio’. Prima di tutto Dio: questo significa iniziare con la liturgia. Quando il centro non è Dio, tutto il resto perde il suo orientamento. Il motto della regola benedettina ‘Non anteporre nulla all’Opera di Dio’ (43,3) si applica specificamente al monachesimo, ma come ordine di priorità è vero anche per la vita della Chiesa e di tutti, ciascuno nel proprio modo”. (3)
Papa Benedetto richiama poi un tema che egli ha esplorato nei suoi diversi scritti sulla liturgia, ed è la pienezza di significato della “ortodossia”: può essere utile ricordare che nel termine “ortodossia”, la seconda parte della parola “doxa”, non significa “opinione”, ma “gloria” (Herrlichkeit): non si tratta di avere una “opinione” corretta su Dio, ma il modo appropriato di glorificarlo, di rispondergli. Perché questa è la domanda fondamentale dell’uomo che comincia a comprendere se stesso correttamente: come posso incontrare Dio? Perciò, apprendere il modo giusto di adorazione – di ortodossia – è quanto ci è concesso soprattutto grazie alla fede. (4)
Esiste un’antica massima del quinto secolo che è spesso riproposta nella forma “Lex orandi, lex credendi”; cioè letteralmente, la legge dell’orazione è la legge della fede (5). Vuol dire che il culto pubblico della Chiesa è espressione e testimonianza della sua infallibile fede, e ci deve aiutare a capire profondamente, al di là delle stesse parole, che ogni nostra aspirazione di bontà, di verità, di bellezza e di amore è fondata nella trascendente realtà di Dio (6).
Nelle sue omelie e discorsi, e in special modo nelle celebrazioni liturgiche, Papa Benedetto XVI ha coerentemente seguito l’ordine delle priorità del Concilio e ha trasmesso a un pubblico mondiale il suo profondo assillo teologico espresso nei suoi molti scritti sull’argomento, che la sacra liturgia deve essere un riflesso della gloria di Dio. Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Santa Messa nella quale si rinnova ogni volta in forma sacramentale il Mistero pasquale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Celebrando l’Eucaristia, siamo immersi in comunione con il Signore che ci benedice col dono del suo amore – il dono di sé sotto le apparenze del pane e del vino.
La liturgia, insomma, conta. Conta non solo perché, anche da una prospettiva puramente empirica, la grande maggioranza dei cattolici praticanti incontra la Chiesa alla Messa domenicale, ma a un livello più profondo, il culto di Dio è “la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana”, come afferma la Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium. Nella liturgia, in particolare nel santo sacrificio dell’Eucaristia, “si compie l’opera della nostra redenzione”, come dichiara un’antica preghiera del Rito Romano della Messa. Inoltre, la liturgia manifesta al mondo “il Mistero di Cristo e la vera natura della Chiesa”.



La Bellezza di Cristo e la Bellezza della Liturgia
[…]
Il pontefice ha riflettuto sulla bellezza nella liturgia anche nell’Esortazione Apostolica post sinodale Sacramentum Caritatis del 2007, e il seguente paragrafo merita di essere citato per intero: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell’armonia del cosmo. Nell’Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto. Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre. Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; “il più bello tra i figli dell’uomo” è anche misteriosamente colui che “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”. Gesù Cristo ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale” (14).
La bellezza della liturgia si manifesta concretamente attraverso oggetti materiali e gesti corporali, che l’uomo – unità di anima e corpo – deve innalzare verso le realtà di fede che trascendono il mondo visibile. Questo tema fu affrontato dal Concilio di Trento, nel quinto capitolo della Dottrina sul Sacrificio della Messa: “La natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questo la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti … similmente ha introdotto cerimonie, come le benedizioni mistiche, le luci, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, per rendere più evidente la maestà di un sacrificio così grande, e per indurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo sacrificio” (15). Ciò significa che l’architettura sacra e l’arte sacra, comprese le sacre vesti, calici e simili, siano di una qualità tale da poter esprimere e comunicare la bellezza e la maestà della liturgia (16).
Papa Giovanni Paolo II, nella sua ultima enciclica Ecclesia de Eucharistia del 2003, ricorda il fondamento biblico della grande attenzione della Chiesa per la bellezza del culto divino: l’unzione di Gesù a Betania. “Una donna, identificata da Giovanni con Maria sorella di Lazzaro, versa sul capo di Gesù un vasetto di profumo prezioso, provocando nei discepoli – in particolare in Giuda – una reazione di protesta, come se tale gesto, in considerazione delle esigenze dei poveri, costituisse uno “spreco”intollerabile. Ma la valutazione di Gesù è ben diversa. Senza nulla togliere al dovere della carità verso gli indigenti, ai quali i discepoli si dovranno sempre dedicare – i “poveri li avrete sempre con voi” – Egli guarda all’evento imminente della sua morte e della sua sepoltura, e apprezza l’unzione che gli è stata praticata quale anticipazione di quell’onore di cui il suo corpo continuerà ad essere degno anche dopo la morte, indissolubilmente legato com’è al mistero della sua persona” (17).
Questo paragrafo illustra soprattutto che la cura per le chiese e per la liturgia è espressione di amore per Dio. Anche là dove la Chiesa non gode di grandi risorse materiali, tale cura deve essere una priorità. Mi piace ricordare su questo punto un grande papa del XVIII secolo, Benedetto XIV (1740 – 1758), il quale scrisse nella sua enciclica Annus Qui, dedicata alla musica sacra: “Non intendiamo, con queste parole, insistere su suppellettili sontuose o lussuose per gli edifici sacri, né su ricchi o costosi arredamenti. Sappiamo che ciò non è ovunque possibile. Ciò che desideriamo è il decoro e la pulizia. Esse possono andare di pari passo con la povertà e adeguarsi ad essa” (18).
[…]



Arte Sacra
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 2005, fa uso anche di molti capolavori di arte sacra per presentare gli insegnamenti della fede cattolica. Joseph Ratzinger, da Cardinale, scrisse nella sua ‘Introduzione’ al Compendio, che poi approvò da Papa: “Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. E’ un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico” (27).
Come qui si indica, i Padri della Chiesa, i concili ecumenici, specialmente il secondo Concilio di Nicea nel 787, i sinodi provinciali e diocesani, singoli vescovi hanno dedicato grande attenzione alle questioni di arte sacra, soprattutto l’uso delle immagini. Inoltre, come committenti di nuove chiese o di opere di arte sacra, papi e vescovi hanno dato precise istruzioni agli artisti. Per scegliere solo un esempio, il XVI secolo è stato non solo un periodo di stupenda creatività artistica, ma anche di intensa riflessione sulle belle arti. Tra i tanti impegnati in tale dialettica, ci furono numerosi eminenti ecclesiastici vicini a san Filippo Neri (1515 – 1595) e alla Congregazione dell’Oratorio, tra cui il grande vescovo riformatore san Carlo Borromeo (1538 – 1584).
Nel ventesimo secolo, due importanti documenti del Magistero ecclesiastico hanno dedicato intere sezioni all’arte sacra e alla sua connessione con la sacra liturgia. Il primo fu l’enciclica di Pio XII Mediator Dei del 1947, seguito dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II. Non sorprende di certo che quei documenti, trattando della liturgia nei suoi vari aspetti, accenni anche all’arte destinata al solenne culto della Chiesa.
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II dichiara nel capitolo VII su “L’Arte Sacra e la Sacra Suppellettile”: “Fra le più nobili attività dell’ingegno umano sono annoverate, a pieno diritto, le belle arti, soprattutto l’arte religiosa e il suo vertice, l’arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l’infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell’uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all’incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio” (28).
E’ significativo che questo paragrafo del Sacrosanctum Concilium introduca una distinzione tra “arte religiosa” e “arte sacra”. Si può dire che l’arte religiosa si caratterizza dall’approccio personale dell’artista a un tema religioso. A causa di tale elemento fortemente soggettivo, non sempre un’opera di arte religiosa è accessibile a chiunque. Al contrario, l’arte sacra nasce dall’interesse e dalla riflessione dell’artista su una verità storica o positiva di una determinata religione. Oltre al fattore soggettivo, sempre presente nella creazione dell’artista, l’arte sacra ha pure una qualità oggettiva che trascende le forme individuali di espressione e, per questo, in grado di essere apprezzata da chiunque sia familiare con il tema religioso (29).
La distinzione fra arte religiosa ed arte sacra non è soltanto una sfumatura. L’arte sacra tende ad una “traduzione” visibile della realtà che trascende i limiti dell’individualità umana. Ciò ha importanti conseguenze per le forme di espressione, come bene osserva Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, nel capitolo intitolato “La Questione delle Immagini” del suo libro di gran spessore “Lo spirito della Liturgia”: “Non può esserci pura arbitrarietà nell’arte sacra. Quelle forme d’arte che negano la presenza del Logos nella realtà e riducono l’uomo a ciò che appare ai sensi, sono incompatibili con la comprensione che la Chiesa ha dell’immagine. L’arte sacra mai proviene da un’isolata soggettività … La libertà artistica, che è pure necessaria nell’ambito più ristretto dell’arte sacra, non significa arbitrarietà … Senza fede, non esiste arte commisurabile alla liturgia” (30).
Non è un caso che le riflessioni dell’attuale pontefice sull’arte sacra, si trovino nella sua monografia sulla liturgia. L’arte sacra costituisce il “vertice” dell’arte religiosa (il testo latino usa il termine “culmen”), poiché è esplicitamente diretta alla lode e alla gloria di Dio. “L’arte religiosa” diventa “arte sacra” in virtù della sua destinazione al sacrum, che nel contesto cristiano non si intende in un senso vago o generico, ma riferito alla sacra liturgia. Per cui l’arte sacra si distingue per essere al servizio del solenne culto pubblico della Chiesa a Dio (31). Si può fare la seguente analogia per chiarire meglio: fra un’opera di arte religiosa e un’opera di arte sacra, c’è la stessa differenza che unisce e distingue una poesia che parla di Dio, e una preghiera.
L’arte sacra ha un’altra importante dimensione: essa è popolare perché può essere compresa da tutti i fedeli, toccando i loro cuori. Nella storia della Chiesa, l’arte sacra si rivolgeva anche agli analfabeti, era la “Bibbia del povero”. Di conseguenza, l’arte sacra non può mai essere il campo di un’autoproclamata élite o “avant-guarde”.
Papa Benedetto conclude il capitolo sulla “Questione delle Immagini” nel suo libro “Lo spirito della Liturgia”, tentando di individuare i principi fondamentali di un’arte ordinata al culto divino (33). “Non potendo qui discutere in maniera sistematica di tali principi, vorrei segnalare il primo, che pare essenziale: La completa assenza di immagini è incompatibile con la fede nell’incarnazione di Dio. Dio ha agito nella storia ed è entrato nel nostro mondo sensibile, per renderlo a Lui trasparente. Immagini di bellezza, che rappresentino il mistero dell’invisibile Dio che diventa visibile, sono parte essenziale del culto cristiano … L’iconoclastia non è un’opzione cristiana” (34). In altre parole, l’arte sacra nel contesto cristiano è, o comunque dovrebbe essere, figurativa. Ne consegue che bisognerebbe ridiscutere la presenza di arte astratta in tante chiese cattoliche costruite più di recente.
Oggi in occidente, c’è una crisi dell’arte sacra che è parte della crisi dell’arte in generale. In effetti, la crisi si estende ben aldilà dei confini dell’arte in ambito ecclesiale (35). Un rinnovamento dell’arte sacra nel mondo contemporaneo, dipende dal rinnovamento della sacra liturgia. Papa Benedetto ha fatto passi decisivi verso tale rinnovamento, e abbiamo ragione di sperare che i frutti del rinnovamento si avranno anche nell’arte sacra e nell’architettura.
Da Cardinale, Joseph Ratzinger ha scritto “dello sforzo – necessario in ogni generazione – per la retta comprensione e la degna celebrazione della sacra liturgia” (36); lo stesso vale per l’arte sacra e l’architettura. Ci ha ricordato anche che, all’inizio di tale sforzo, occorre rendersi conto che l’arte – come la liturgia – “non può venire ‘prodotta’, come se si ordinassero e producessero apparecchiature tecniche. E’ sempre un dono … Prima di tutto richiede il dono di una visione nuova. Per cui vale la pena compiere ogni sforzo per riconquistare una fede che vede” (37). Una “fede che vede” è cruciale anche per apprezzare l’immenso tesoro di bellezza che le precedenti generazioni ci hanno lasciato nelle loro stupende opere di arte sacra e architettura. Le grandi cattedrali e le chiese in tutto il mondo non sono solo monumenti culturali, sono testimonianze della fede cattolica. Papa Benedetto osserva nello “Spirito della Liturgia”: “La grande tradizione culturale della fede possiede un immenso potere. Ciò che nei musei è solo un monumento del passato, un’occasione di mera ammirazione nostalgica, nella liturgia invece si rende costantemente presente in tutta la sua novità” (38). […]

fr. Uwe Michael Lang

Liturgy Convention of the Archdiocese of Colombo - Sri Lanka - held at Aquinas University College, 01/09/2010.
link al testo originale in inglese

(traduzione di Don Giorgio Rizzieri)

Fides et Ratio a Pianezza con una conferenza sul Beato Newman

Al Santuario di San Pancrazio
Cristina Siccardi parla del grande convertito beatificato da Benedetto XVI

Sabato 2 luglio, dalle ore 10,00 alle 12,30, presso il Santuario di San Pancrazio in Pianezza (TO), il Centro Permanente di Formazione Politica organizza la quarta giornata di formazione interdisciplinare dal titolo Fides et Ratio.
Il rapporto Fede-Ragione costituisce il filo conduttore dell'iniziativa pluridisciplinare che si articolerà attraverso la lettura di un breve testo di Benedetto XVI svolta da Stefano Ghione, le relazioni tenute dal Professor Giovanni Palladino (presidente del Centro Internazionale Studi Sturziani) e dalla Dottoressa Cristina Siccardi (storica e scrittrice), che parlerà del Cardinale John Henry Newman; inoltre il tenore Giovanni Bresciani sarà accompagnato al pianoforte dal maestro Andrea Musso su musiche di Morricone, Verdi, Mariatti, Denza, Hugues, Tosti. Saranno esposte anche alcune opere di pittori contemporanei.



La trahison des clercs: su omosessuali e donne prete, tanto per cambiare

Oggi, arricchiamo la nostra lista nera sul "tradimento dei chierici" (vescovi, per la precisione) di due new entries in un colpo solo. Gli argomenti, peraltro, sono quelli più triti e vieti, che evidentemente sono in cima alla lista dell'agenda modernista (essendovi, per il resto, ben poco rimasto da demolire): donne preti e pederasti.

Iniziamo, per ragioni di rango e precedenze, dal cardinale arcivescovo di Lisbona, di 75 anni ma malauguratamente prorogato per altri due (un andazzo, questo, che dovrebbe finire nei confronti dei vescovi più indegni). Su Vatican Insider, il nuovo portale di notizie sulla Chiesa, Tornielli riferisce le ultime sparate sul sacerdozio femminile del cardinale che, per inciso, è un notorio avversario della liturgia tradizionale e ha sistematicamente disapplicato il motu proprio. Eccole:

«Giovanni Paolo II – ha continuato Policarpo – in un certo momento è sembrato dirimere la questione». Il riferimento è alla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), uno dei documenti più brevi di Giovanni Paolo II, con il quale il Papa, dopo la decisione della comunione anglicana di aprire alle donne prete, ribadiva che la Chiesa cattolica non l’avrebbe mai fatto.

«Penso – ha detto il cardinale Policarpo – che la questione non si possa risolvere così. Teologicamente non c’è alcun ostacolo fondamentale (alle donne prete, ndr); c’è questa tradizione, diciamo così: non si è mai fatto in altro modo».

Alla domanda dell’intervistatrice, incuriosita dall’affermazione del porporato sul fatto che non esistono ragioni teologiche contro le donne prete, Policarpo ha risposto: «Penso che non ci sia alcun ostacolo fondamentale. È un’uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa. Il problema consiste in una forte tradizione, che viene da Gesù e dalla facilità con cui le Chiese riformate hanno concesso il sacerdozio alle donne».
In verità, Giovanni Paolo II non è "sembrato dirimere", bensì ha positivamente definito una volta per tutte la questione, impegnandovi l'infallibilità pontificia. A differenza delle ricorrenti uscite contro il celibato ecclesiastico, che per quanto oziose e controproducenti sono comunque lecite, l'affermazione del cardinale è tecnicamente eretica. E sembra strano che Sua Eminenza non lo sappia. Ecco infatti quanto ha chiarito sul punto la Congregazione per la Dottrina della Fede con Nota dottrinale del 29.6.1998:

Per quanto concerne il più recente insegnamento circa la dottrina sulla ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini, si deve osservare un processo similare. Il Sommo Pontefice, pur non volendo procedere fino a una definizione dogmatica, ha inteso riaffermare, comunque, che tale dottrina è da ritenersi in modo definitivo, in quanto, fondata sulla Parola di Dio scritta, costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale. Nulla toglie che, come l'esempio precedente può dimostrare, nel futuro la coscienza della Chiesa possa progredire fino a definire tale dottrina da credersi come divinamente rivelata.
L'altro fenomeno del giorno è il vescovo Raul Vera Lopez della diocesi messicana di Saltillo. Stando alla CNA, egli ha  ripetutamente espresso il proprio supporto in favore delle unioni omossessuali.

Nel marzo di quest'anno, il vescovo Vera Lopez, infatti, ha pubblicato una dichiarazione sul sito diocesano per esprimere il proprio supporto per il forum sulla "diversità sessuale, familiare e religiosa", incontro volto a "sradicare quanto alcuni settori della Chiesa pensano sull'omossessualità", in particolare il pregiudizio che "gli atti omosessuali siano contrari a Dio".

In particolare questo vescovo sostiene attivamente una associazione ecclesiastica (la comunità di San Elredo), che si batte affinché la legge messicana definisca "matrimonio" l'unione omosessuale e le "coppie" dello stesso sesso possano essere equiparate alle altre per trattamento fiscale e civile e in particolare per le adozioni.

Il vescovo di Saltillo benedice.

Enrico

sabato 25 giugno 2011

CARD. RANJITH: TEOLOGIA DELL'ADORAZIONE EUCARISTICA. RISPOSTA ALLE OBIEZIONI



Presentiamo un estratto della dissertazione che S.E.R. il Card. Albert Malcolm Ranjith, Arcivescovo di Colombo (Sri Lanka), ha tenuto al Convegno "Adoratio2011" (Roma, 20 - 23 giugno 2011). L’intervento completo lo potete trovare qui.





del Card. Malcolm Ranjith
“Quando siamo davanti al SS. mo Sacramento, invece di guardarci attorno, chiudiamo gli occhi e la bocca; apriamo il cuore; il nostro buon Dio aprirà il suo; noi andremo a Lui. Egli verrà a noi, l’uno chiede, l’altro riceve; sarà come un respiro che passa dall’uno all’altro”, queste erano le parole con le quali il curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney, cercava di spiegare l’adorazione (Il piccolo Catechismo del Curato d’Ars, Tan Books & Publishers, Inc. Rockford, Illinois, 1951, p.42).
1. Adorazione è stare dinanzi a Dio onnipotente in un atteggiamento di silenzio, potente espressione di fede: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam.3,10). E’ davvero inspiegabile in termini umani. Papa Benedetto XVI ha spiegato il significato di adorazione come una proskynesis, “il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire”, e come ad – oratio “contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore” (Omelia del 21 agosto 2005 a Marienfeld, Colonia). E’ tale processo di presenza davanti a Dio che ci trasforma. San Paolo, parlando di coloro che si volgono verso il Signore come fece Mosè, dichiara: “quando ci volgeremo verso il Signore, il velo sarà tolto…e noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati (meta morfoumetha) in quella medesima immagine, di gloria in gloria” (2 Cor. 3,16.18). E’ interessante notare che il verbo usato qui è lo stesso usato per spiegare la trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor (metemorfothè).
La presenza dell’adorante dinanzi a Dio lo trasforma. Ciò è mirabilmente espresso in quelle parole del libro dell’Esodo: “quando Mosè scese dal monte Sinai con le due tavole della Testimonianza nelle mani, non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con Yahweh. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui” (Es. 34, 29-30). E’ come quando qualcuno si mette a fissare intensamente un tramonto; dopo un po’ di tempo, anche il suo volto assume un colorito dorato.
[…]
OBIEZIONI ALL’ADORAZIONE
[…]
Papa Paolo VI, da parte sua, era seriamente preoccupato riguardo a una certa tendenza nella Chiesa, successiva al Concilio Vaticano II, di attenuazione di fede sulla sostanza dell’Eucaristia, in particolare sulla transustanziazione e sulla presenza permanente. Egli dichiarò: “ben sappiamo che… ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l’animo dei fedeli ingerendovi non poca confusione..” (Mysterium Fidei 10). E continua il papa: “non possiamo approvare le opinioni che essi esprimono e sentiamo il dovere di avvisarvi del grave pericolo di quelle opinioni per la retta fede” (ibid 14). Il papa, durante la cui vita si svolse la maggior parte del Concilio Vaticano II, affermava: “la costante istruzione impartita dalla Chiesa ai catecumeni, il senso del popolo cristiano, la dottrina definita dal Concilio di Trento e le stesse parole con cui Cristo istituì la SS.ma Eucaristia ci obbligano a professare che ‘l’Eucaristia è la carne del nostro Salvatore Gesù Cristo, che ha patito per i nostri peccati e che il Padre per sua benignità ha risuscitato’ (S. Ignazio di Antiochia, Epistola ai smirnesi 7,1; PG 5,714). Alle parole del martire sant’Ignazio, Ci piace aggiungere le parole di Teodoro di Mopsuestia, in questa materia testimone attendibile della fede della Chiesa: ‘Il Signore, egli scrive, non disse: questo è il simbolo del mio corpo e questo è il simbolo del mio sangue, ma: questo è il mio corpo e il mio sangue, insegnandoci a non considerare la natura della cosa presentata, ma a credere che essa con l’azione di grazia si è tramutata in carne e sangue’” (Mysterium fidei 44). In effetti, l’intera enciclica di Paolo VI è una solida difesa della retta fede della Chiesa sulla SS.ma Eucaristia. Inoltre, nella solenne professione di fede del 30 giugno 1968, egli affermò che “ogni spiegazione teologica che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica, deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad essere realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino” (25, AAS60 (1968) 442-443). Di conseguenza, il Papa sollecita i vescovi “affinché questa fede… rigettando nettamente ogni opinione erronea e perniciosa, voi custodiate pura e integra nel popolo” e “promoviate il culto eucaristico, a cui devono convergere finalmente tutte le altre forme di pietà” (Mysterium fidei 65).
Risulta chiaro dunque che le obiezioni all’adorazione eucaristica basate su una contestazione o una falsa interpretazione della fede e dottrina ecclesiali, sono disapprovate e fermamente respinte.
2. Il Santo Padre, papa Benedetto XVI, nella Esortazione apostolica post-sinodale “Sacramentum Caritatis”, parla di un’opinione che si era diffusa “mentre la riforma liturgica conciliare muoveva i primi passi”, secondo cui “l’intrinseco rapporto tra la santa Messa e l’adorazione del SS.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito”. Dichiara il papa, “un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato” (Sacr. Car. 66). Una situazione scaturita probabilmente da qualche influsso della teologia protestante, dal momento che tracce di tale errore riflettono quanto avvenuto durante la riforma protestante. Quasi tutti i riformatori contraddicevano la dottrina tridentina sulla presenza permanente e transustanziata di Cristo nel pane e vino consacrati, riducendolo a un mero fatto simbolico, affermando peraltro che l’Eucaristia era solo una cena conviviale, ma non un sacrificio riattualizzato, per cui veniva meno l’adorazione. Benché Lutero, Zwingli, Melantone e Giovanni Calvino avessero prospettive particolari tra loro a volte contraddittorie, in genere la loro interpretazione dell’Eucaristia era in contrasto con la teologia cattolica del tempo. Lutero sosteneva che la presenza reale si limitava alla ricezione della Santa Comunione (in usu, non extra). Infatti i luterani credono nella presenza reale solo tra la consacrazione e la Santa Comunione. Posizione che fu fermamente condannata dal Concilio di Trento, che decretò che “se qualcuno dirà che, una volta terminata la consacrazione, nel mirabile sacramento dell’Eucaristia non vi sono il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, ma che vi sono solo durante l’uso, mentre lo si riceve, ma né prima né dopo; e che nelle ostie o particole consacrate, che si conservano o avanzano dopo la comunione, non rimane il vero corpo del Signore: sia anatema” (canone 731). Per la Chiesa cattolica dunque la presenza di Cristo nelle specie consacrate dell’Eucaristia, non è limitata solo al momento della Comunione, ma permane. In altre parole, non è fatta solo per essere “mangiata”, ma anche per essere adorata.
Papa Benedetto XVI sottolinea proprio questo aspetto quando dichiara che “ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo” (Sacramentum Caritatis, 66). Effettivamente, l’Eucaristia non è semplicemente l’anticipazione gioiosa del banchetto celeste che avverrà alla parusia, ma è pure il Sacrificio del Calvario e suo memoriale. Non è solo una festa per la nostra fame ma anche per i nostri occhi, poiché fissiamo stupiti l’autodonazione di amore per la nostra salvezza. Ma Lutero non la vede così.
Per lui, non esiste alcun legame ontologico tra quanto avvenne sul Calvario e quanto avviene sull’altare, per questo la teologia luterana non dà adeguato valore all’aspetto sacrificale della Santa Messa. Pone soprattutto l’accento sull’aspetto conviviale della Cena. E’ forse questa la ragione per cui Lutero non diede molta importanza alla teologia del sacerdozio, specialmente nella sua dimensione sacrificale, come è esposto nella lettera agli Ebrei. Al contrario, per la teologia cattolica, ogni volta che si celebra l’Eucaristia, si rinnova il sacrificio di Cristo sul Calvario, così come ha dichiarato papa Pio XII: “L’augusto sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima” (Mediator Dei, 68). Nell’Eucaristia, il nostro sguardo si eleva con profonda fede, umile venerazione e adorazione dinanzi all’augusta persona di Gesù sulla croce. Infatti, il vangelo di san Giovanni (19,37) presenta la crocifissione quale compimento della profezia di Zaccaria: “guarderanno a colui che hanno trafitto” (Zac. 12,10). E’ il sacrificio verso il quale guardò e sperimentò la fede il centurione, quando riconobbe in Gesù il Salvatore: “davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc. 15,39).
[…]
E’ guardando al sacrificio di Cristo che viene confermata la fede e si è salvati. Ad ogni Eucaristia in cui l’unico sacrificio di Cristo sul Calvario è ripresentato, nasce la fede e lo adoriamo come Figlio di Dio. E’ un pregustare la nostra salvezza – un pregustare il paradiso. Per questo, un’Eucaristia senza sguardo adorante su Cristo, sarebbe più povera. Diversamente, se i nostri cuori non si innalzano allo stupore della salvezza sulla croce, l’Eucaristia stessa si ridurrebbe a una formalità in più, a uno schiamazzo rumoroso, a una vuota esperienza senza fede e senza gusto. La tendenza, pertanto, a rendere la Messa più moderna e colorita è, come minimo, di cattivo gusto. Se quando lo riceviamo, non lo adoriamo, non sapremmo nemmeno chi è Colui che viene a farci Suoi. Sarebbe un modo di ricevere l’Eucaristia senza senso. Proprio questo il papa sottolinea quando dice “soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera” (Sacramentum Caritatis, 66).
In questo senso, assicurare una celebrazione devota e contemplata dell’Eucaristia non sarebbe più una questione di scelta, ma di necessità. In questo, personalmente preferirei l’atmosfera devota e orante della Messa tridentina dove la partecipazione dell’assemblea è più sommessa, pacata e raccolta, il che è rispettoso del grande mistero che avviene sull’altare.Forse è arrivato il tempo di pensare di inquadrare bene che cosa significhi “partecipazione attiva”. Papa Benedetto XVI ha infatti dedicato un capitolo intero su questo tema nella Sacramentum Caritatis. Dichiara il Papa: “conviene mettere in chiaro che con tale parola “partecipazione”, non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l’attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana” (Sacramentum Caritais, 52). Questa è adorazione, e considerando in tal modo tutti questi elementi, possiamo affermare che l’Eucaristia non è soltanto per mangiare ma anche per adorare.
[…]
Alcuni purtroppo affermano che il Concilio Vaticano II non ha dato tanta importanza alle devozioni eucaristiche, per cui non merita grande attenzione. In effetti, potrebbe essere questa un’analisi corretta, dato che il documento conciliare sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, sia nella presentazione generale, sia nella esposizione sulla SS.ma Eucaristia (cap. II) e degli altri sacramenti e sacramentali, non fa menzione delle devozioni al SS.mo Sacramento. Fa accenno alle devozioni popolari in un breve passaggio (n. 13), ma nulla sulle devozioni eucaristiche. Ciò è in forte contrasto con l’esposizione sul tema che si hanno nei decreti del Concilio di Trento e nell’enciclica “Mediator Dei” di Pio XII. Se sia stata una dimenticanza voluta o accidentale, è una questione aperta. Molto probabilmente, quelle devozioni venivano date per scontate come un dato di fatto e perciò non trattate in modo esplicito. Tuttavia, si sarebbe dovuto fare qualche menzione, data l’importanza dei pronunciamenti del Concilio per il futuro e l’importanza data a queste devozioni lungo i secoli. Tale omissione fu la probabile ragione della succitata pretesa che l’Eucaristia non è per l’adorazione ma per essere mangiata, e che il Concilio non ha dato molta importanza a quell’aspetto di culto liturgico.
Anche questo può aver spinto Papa Paolo VI a lamentarsi nell’enciclica sulla Santa Eucaristia del 3 settembre 1965, Mysterium Fidei che “non mancano… motivi di grave sollecitudine pastorale e di ansietà, dei quali la coscienza del Nostro dovere Apostolico non ci permette di tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono di questo Sacrosanto Mistero ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l’animo dei fedeli ingerendovi non poca confusione intorno alle verità di fede” (MF 9-10). Il Papa prosegue poi spiegando che cosa intende per “opinioni” e tra queste nomina “l’opinione secondo la quale nelle Ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa, Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente” (Mysterium Fidei, 11). L’errore menzionato dimostra una diminuzione del ruolo della fede eucaristica della Chiesa e della sua pratica di adorazione.
Il Papa continua affermando il valore dell’adorazione eucaristica in modo esteso nell’enciclica. Egli dichiara “la Chiesa Cattolica professa questo culto latreutico al Sacramento Eucaristico non solo durante la Messa ma anche fuori della sua celebrazione, conservando con la massima diligenza le ostie consacrate, presentandole alla solenne venerazione dei fedeli cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana” (Mysterium Fidei, 57). Spiega poi con grande dettaglio e citazioni dei Padri della Chiesa, vari elementi di devozione eucaristica (no. 56-65) e il dovere di conservarli. Esorta i Vescovi “affinché questa fede, che non tende ad altro che a custodire una perfetta fedeltà alla parola di Cristo e degli Apostoli, rigettando nettamente ogni opinione erronea e perniciosa, voi custodiate pura ed integra nel popolo affidato alla vostra cura e vigilanza e promoviate il culto eucaristico a cui devono convergere finalmente tutte le altre forme di pietà” (Mysterium Fidei, 65).
E così, alla luce di una quasi totale assenza di menzione sull’adorazione e devozioni eucaristiche nella costituzione conciliare sulla sacra liturgia “Sacrosanctum Concilium”, e alla tendenza riemergente in alcuni ambienti di ridimensionare o rigettare tale fede, questa enciclica di Paolo VI pubblicata ancor prima della conclusione formale del Concilio (8 dicembre 1965), può essere considerata una risposta adeguata a quegli elementi protestantizzanti in seno alla Chiesa e una dovuta correzione certamente, per cui dobbiamo essere grati a Papa Paolo VI.
[…]
Anche ricevere la Comunione richiede fede nella immensità di ciò che sta per avverarsi – il Signore viene a me, o meglio, venendo da me, mi abbraccia e desidera trasformarmi in se stesso. Non si tratta di un semplice atto meccanico di ricevere un pezzo di pane – qualcosa che avviene in un istante. Ma è l’invito a essere in comunione con il Signore: invito all’amore. Il Papa spiega l’adorazione con queste parole testuali: “La parola greca (per adorazione) è proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire… la parola latina per adorazione è ad–oratio, contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere” (Omelia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, Colonia, 21 agosto 2005).
L’adorazione quindi è sottomissione per amore ed intimità con il Signore. Ciò significa che accogliere il Signore, l’atto che ci permette l’esperienza del Suo amore al massimo livello, invitandoci a stare con Lui, non può aver luogo se non in un clima di adorazione. E anche l’immolazione di Cristo alla consacrazione del pane e del vino, il culmine del Suo sacrificio per amor nostro, non può non essere un momento che esige adorazione. Per cui si può dire che l’Eucaristia richiede adorazione sia durante la celebrazione sia nel ricevere la Comunione. Afferma Papa Benedetto: “la Comunione e l’adorazione non stanno fianco a fianco o addirittura in contrasto tra loro, ma sono indivisibilmente uno… L’amore o l’amicizia sempre portano con sé un impulso di riverenza, di adorazione. Comunicare con Cristo perciò esige che fissiamo lo sguardo su di Lui, permettere al Suo sguardo di fissarsi su di noi, ascoltarlo, imparare a conoscerlo” (God is near us. Ignatius Press, San Francisco 2003, p. 97).
E’ in questa luce che dovremmo comprendere la famosa frase di Sant’Agostino: “nemo autem illam Carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando” – o “nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo” (Enarrationes in Psalmos 98,9, CCL XXXIX, 1385). Soltanto l’adorazione infatti apre il nostro cuore verso un senso autentico di partecipazione all’Eucaristia, poiché lo dilata all’esperienza del profondo amore di Dio manifestato nell’Eucaristia e verso un’unione vera e profondamente personale con Cristo al momento della Comunione (“Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” – Ap. 3,20).
In questo senso, le parole del Papa sono chiare: “Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste” (Sacramentum Caritatis, 66). E’ l’adorazione quindi capace di rendere la celebrazione della Santa Eucaristia e il ricevere il SS.mo Corpo e Sangue di Cristo, pieni di significato e profondamente trasformanti. Altrimenti, si ridurrebbe a puro esercizio meccanico o a cacofonia sociale; un evento dell’uomo e non di Dio, perché l’adorazione fa dell’Eucaristia un’esperienza di grazia divina salvifica e di eternità. Non solo, l’adorazione trova un suo naturale sbocco in tutte le altre devozioni eucaristiche, dando ad esse significato e profondità. Il momento supremo dell’adorazione è l’Eucaristia e fluisce in tutte le devozioni ad essa connesse. L’una dà significato e profondità all’altra.
E’ triste notare come in alcuni luoghi le chiese e i santuari si sono trasformati in piazze da mercato o teatri o sale da concerto. Mi è capitato di entrare un giorno in una cattedrale di un’importante città europea dove vi era gente che aspettava la celebrazione di una Messa nuziale: era come una grande piazza di mercato dove tutti erano impegnati in animata conversazione. Non vi era certo alcun spirito di raccoglimento o il minimo senso di riverenza adorante in preparazione all’Eucaristia. Mi hanno raccontato di una Eucaristia in una chiesa parrocchiale in Germania, dove rappresentavano un dramma teatrale con l’assemblea che partecipava mediante preghiere e scenette, e il parroco faceva il presentatore. Ho chiesto all’amico che mi raccontava la vicenda, che effetto gli aveva fatto, e lui mi ha risposto con le parole “tanto rumore per nulla”.
[…]
Lasciate che concluda con le belle parole del Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney, vero apostolo di adorazione: “Oh, se avessimo gli occhi degli angeli per vedere nostro Signore Gesù Cristo, che è qui presente su questo altare e ci guarda, come Lo ameremmo! Mai vorremmo andarcene via da Lui. Vorremmo restare sempre ai Suoi piedi; sarebbe pregustare il Cielo: tutto il resto non avrebbe più gusto per noi” (Il Curato d’Ars,il piccolo catechismo del Curato d’Ars, Tan Books and Publishers Inc. Rockford, Illinois 61105, 1951, p.41).Grazie.

Roma, 22 giugno 2011
Malcolm Card. Ranjith Arcivescovo di Colombo
(traduzione dall'inglese di don Giorgio Rizzieri)