Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

martedì 31 maggio 2011

Appello dei Seminaristi Ambrosiani al Papa.

pag. 32 della rivista Senapa (non ci viene detto il numero). per leggere il testo, che avevamo già trascritto, si vada qui LINK

Il commento che segue, è il seguente:
"Quando arrivano le rivoluzioni, le tradizioni inizialmente sono travolte e all'apparenza il nuovo si impone fracassando tutto con violenza e prepotenza. Nel tempo, però, la Storia ce lo insegna, emerge la necessità della restaurazione, che non è mai il ritorno al passato, ma un recupero del passato e di un ridimensionamento delle novità. Ci vuole pazienza e bisogna dare tempo al tempo, come si dice. Ad esempio i seminaristi di Seveso la penseranno ancora così quando saranno ordinati sacerdoti? Se sarà così, la doverosa restaurazione di culti e tradizioni vincerà, perchè il futuro appartiene a loro, mentre ai modernisti rimane ormai il passato.

Appuntamenti in Toscana con Don Bux- "Recuperare il rispetto per lo ius divinum nella Liturgia. Dio ha diritto di 'latria, cioè di essere ben adorato"

Pistoia, 2 giugno



Giovedì 2 giugno 2011 alle ore 21, nella chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, piazza dello Spirito Santo, Pistoia, avrà luogo una conferenza di mons. Nicola Bux dal titolo «La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all'inosservanza dello ius divinum nella liturgia».

Mons. Bux è consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione per il Culto Divino e dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. È autore di due recenti libri di successo: "La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione" con prefazione di Vittorio Messori (2008) e "Come andare a Messa e non perdere la fede" (2010).
L'iniziativa è dell'Associazione della Madonna dell'Umiltà e della parrocchia dello Spirito Santo.

Cecina, 3 giugno






(Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI)

Marcia per la vita







[...] sabato 28 maggio, si è svolta a Desenzano del Garda la Marcia Nazionale per la Vita, promossa dal Movimento Europeo Difesa Vita (MEDV) e dall’Associazione Famiglia Domani, e alla quale hanno aderito anche moltissime personalità importanti del mondo cattolico italiano. La giornata ha preso il via alle dieci e trenta, con un breve discorso cui i partecipanti hanno prestato ascolto assiepati sul sagrato del Duomo di Desenzano: “[…] l’aborto è divenuto legale, in Italia, nel 1978: è stata la perfetta conseguenza di un lungo attacco, a 360 gradi, alla famiglia, definita, nella cultura sessantottina, una ‘camera a gas’. L’aborto legale e gratuito viene dopo che si è predicata l’uccisione dell’autorità e, con essa, la morte del padre; viene dopo che si è insegnato da mille pulpiti che la maternità non è la ricchezza delle donne, ma il loro limite e il loro impedimento. Per questo, essere pro-life significa anzitutto tornare a comprendere e a raccontare il valore, la bellezza, la grandezza della famiglia: della maternità e della paternità, del figlio come dono e responsabilità, del matrimonio come impegno profondo, di fronte a Dio e agli uomini. Tornare a costruire, anzitutto, famiglie vere, famiglie unite, famiglie radicate. La battaglia per la vita non è soltanto per salvare bambini destinati ad una morte violenta, sotto i freddi ferri del chirurgo o l’azione dissolvente di veleni sempre più potenti. E’ anche perché possano nascere con un padre e una madre, come è sempre stato nella storia dell’umanità.”Dopo il discorso, è cominciata la marcia vera e propria. Più di cinquecento persone hanno percorso a piedi i quattro chilometri che separano il Duomo di Desenzano dall’Abbazia di Maguzzano: parlando, facendo amicizia, pregando il Rosario, ammirando il lago cristallino…Le persone impossibilitate a camminare, invece, hanno potuto usufruire di un pullman “Navetta” che seguiva il corteo, oppure si sono portate direttamente all’Abbazia di Maguzzano con la macchina. Gli organizzatori stimano il numero totale dei partecipanti a circa 600, tra cui molte famiglie con bambini e tanti giovani e religiosi. La fotografia che emerge è quella di un mondo pro-life vivo, entusiasta, che ha voglia di esserci e di lottare per i valori in cui crede! Senza dimenticare, inoltre, che quella di Desenzano era la prima manifestazione di questo tipo e che si è svolta nel nord Italia, in un posto fantastico ma non da tutti facilmente raggiungibile: negli anni venturi le adesioni alla Marcia sono quindi destinate a crescere…Il corteo è arrivato all’Abbazia di Maguzzano verso mezzogiorno e le persone si sono sparpagliate a mangiare al sacco nel cortile dell’edificio o sui prati circostanti; alcuni, invece, hanno usufruito del refettorio della stessa Abbazia o di una trattoria tipica poco distante.Alle tredici e trenta sono cominciate le due tavole rotonde, durante le quali hanno parlato personalità del calibro di Antonio Oriente, Mario Palmaro, Silvio Ghielmi… e altri.Nel corso di questo "momento culturale" sono anche stati premiati alcuni esponenti del mondo cattolico che si stanno distinguendo per il loro operato: Giampaolo Barra, Direttore della rivista di apologetica Il Timone; Roberto De Mattei, Vice Presidente del CNR e Direttore del mensile Radici Cristiane; Giovanni Zenone, della casa editrice Fede&Cultura; Maria Pellegrini, pilastro del telefono verde SOS Vita; e, infine, padre Livio, Direttore di Radio Maria. Inoltre, c'è stata la telefonata di Oscar Elias Biscet, un prigioniero politico cubano che è stato liberato un paio di mesi fa ed in onore del quale molti partecipanti alla Marcia indossavano una maglietta con il suo volto.
Nel pomeriggio, in diversi orari, sono anche state celebrate tre messe: due secondo il Vetus Ordo, cantate in gregoriano, e una in nuovo rito.Verso le diciassette la giornata è volta al termine e i partecipanti hanno cominciato a lasciare l’Abbazia, salutandosi con gioia e dandosi appuntamento alla Marcia Nazionale per la Vita del prossimo anno.

" Scusi, vuole diventare Vescovo francese?" " No, grazie, pas du tout"

Certo, noi esortiamo il Papa a nominare migliori Vescovi cattolici, ma non dev'essere facile individuare candidati degni, se i prescelti rifiutano.
Il loro "gran rifiuto" -per cui sentiranno più avanti il peso e il tormento delle responsabilità dello sfacelo di cui si son resi omissivi colpevoli- dimostra non solo che, forse, sarebbero state davvero le persone giuste, ma anche, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la situazione è davvero drammatica!

"3-5, è il numero dei dinieghi che il la Santa Sede riceve in media, prima di procedere alla nomina di un vescovo in una diocesi in Francia ritenuta problematica.
Quando il Papa nomina un vescovo, egli può accettare o rifiutare. Si constata che, secondo numerose fonti della Curia Romana, che per il governo di alcune diocesi francesi considerate "difficili da gestire", alcuni candidati indicati l'ordine dell'episcopato [e per la conseguente assegnazione della diocesi "problematica"], preferiscono rinunciare all'ordinazione episcopale piuttosto che assumere l'incarico ... "

fonte: Nouvelles de France via Osservatore Vaticano

Introvigne su "Avvenire": centenario del Vittoriano a Roma, un monumento massonico

Centenario del Vittoriano. Tra religione civile e massoneria
E la religione civile ebbe il suo simbolo, Avvenire, 28 maggio 2011
di Massimo Introvigne


Nel 1967 il sociologo americano Robert Bellah pubblicò un celebre saggio sulla «religione civile» come elemento unificante degli Stati Uniti. Il melting pot degli americani venuti da tante terre diverse funziona, secondo il sociologo, perché tutti – pur mantenendo nella maggior parte dei casi la loro religione d’origine – adottano una «religione civile» che ha i suoi simboli e i suoi riti: la bandiera, l’inno, le feste, le parate, il culto non tanto di questo o quel presidente ma della presidenza. Il genio della «religione civile» americana, secondo Bellah, sta nel suo sapere evitare i conflitti con le religioni «religiose». I simboli del cristianesimo – talora anche dell’ebraismo – sono assunti nei grandi riti civili, senza che l’americano medio percepisca un conflitto.
Nel 1974 a Bellah fu proposto di scrivere un saggio applicando la sua categoria di «religione civile» all’Italia. Si convinse che in Italia non c’è una sola «religione civile» come negli Stati Uniti. Da una parte c’è il cattolicesimo, che funziona come fondo comune ed elemento identitario per moltissimi italiani, compreso un buon numero di non praticanti. Dall’altra c’è una religione civile laica, di cui Bellah vede il primo agente di diffusione nella massoneria, costruita non in armonia ma in lotta con il cattolicesimo. In Italia, dunque, scriveva Bellah, «non si tratta di religione contro politica ma di due specie di religioni e due specie di politiche; meglio ancora: due specie di religioni civili». A differenza degli Stati Uniti, la religione civile laica italiana si è costruita non sulla base del cristianesimo, ma contro il cristianesimo. E il socialismo e il fascismo sono state varianti della stessa religione civile, che ha tentato di costruire simboli e riti alternativi e ostili a quelli cattolici.
Ma il tentativo ha avuto successo? La risposta non può che essere sfumata. Da una parte, la religione civile laica italiana è talmente artificiale e priva di radici nel nostro Paese da avere sempre un che di posticcio e di ridicolo. Dall’altra, il decorso del tempo ha reso alcuni simboli così familiari da generare nei loro confronti una certa affezione comune. È il caso della bandiera tricolore o dell’inno nazionale, le cui origini ideologiche – laiche e massoniche – sono ormai dimenticate, dopo che hanno segnato momenti lieti e tristi per generazioni di italiani, dalle guerre alle vittorie sportive.
In questo quadro, qual è il ruolo del Vittoriano? Esso fu concepito come tempio centrale della «seconda religione» italiana, quella laica, massonica e anticlericale. L’idea è di Giuseppe Zanardelli (1826-1903), uomo politico fra i più massoni della storia d’Italia. Di lui si racconta che, in un momento di polemiche sui troppi parlamentari massoni, si tolse il cappotto a Montecitorio rivelando a tutti il grembiulino massonico. Per il memoriale al primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II (1820-1878), Zanardelli scartò tutti i progetti che avessero sia pur minimi riferimenti al cristianesimo, e scelse quello del giovane architetto marchigiano Giuseppe Sacconi (1854-1905), non solo perché la simbologia era del tutto pagana – l’Altare della Patria, cuore del monumento, è dedicato alla Dea Roma – ma anche perché, tranne il re defunto, il progettista non prevedeva statue di persone ma solo – molto massonicamente – d’idee: l’Economia, la Libertà, l’Unità. Il fatto che per costruire il Vittoriano si demolirono la torre medievale di Paolo III (1468-1549), il Papa che convocò il Concilio di Trento, e i tre magnifici chiostri del convento dell’Ara Coeli fu celebrato come un trionfo del progresso sull’oscurantismo.
Sacconi era un personaggio complesso. Nipote del cardinale Carlo Sacconi (1808-1889), più tardi lavorò ai restauri di Loreto e rimase sinceramente colpito dal mistero della Santa Casa, il che non gli impedì di professare idee politiche liberali e di lavorare come architetto eclettico, spesso pronto a compiacere i committenti. Quanto al Vittoriano, tutto quanto riguarda la religione civile laica italiana lo ebbe come centro: prima la Grande Guerra, con l’importazione dell’idea francese del Milite Ignoto, poi il fascismo.
Ma il Vittoriano non piace. I romani continuano a chiamarlo macchina da scrivere o torta nuziale. In qualche modo lo spontaneo umorismo popolare rigetta una religione civile posticcia e fasulla. Eppure anche al Vittoriano ci siamo abituati. Nel contesto del rilancio voluto dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, è stata la camera ardente per i caduti nell’attentato del 12 novembre 2003 a Nasiriyya, in Iraq – simbolo di un eroismo al servizio disinteressato di popolazioni inermi, che corrisponde al più genuino ethos italiano – a rendere in qualche modo di nuovo popolare il Vittoriano, coinvolgendo in quell’occasione anche la Chiesa e i cattolici. Dalla riconciliazione fra le due religioni civili di Bellah siamo ancora ben lontani. Ma i simboli, a poco a poco, perdono i significati originari.

Il Simbolismo e l'arte sacra

Ineccepile studio e corrette analisi degli elementi che costituiscono le chiese cattoliche, intese come porte del cielo, e dimore di Dio, e non come "aule" o "saloni congressi" per l'assemblee festose e caciaroni ritrovi.




“Essi mi faranno un santuario ed io abiterò in mezzo a loro”(Es.25,8).
di F. Agnoli, su Libertà e persona, 13.04.2011



L’edificio-chiesa è simbolo:
- del corpo di Cristo crocifisso: il transetto sono le braccia distese, la navata il corpo, l’abside la testa. La forma semi-circolare dell’abside ricorda la curvatura del capo umano. In alcune chiese l’asse dell’abside è inclinato rispetto a quello della navata centrale, proprio come la testa di Cristo crocifisso.
- della Chiesa spirituale: Cristo, dice S.Paolo, è il “capo del corpo che è la Chiesa”: la Chiesa viene paragonata ad un corpo fatto di tante membra e il suo capo è Cristo stesso. La chiesa-edificio è un insieme di pietre che formano il tutto: “pietre vive” che poggiano sulla “pietra angolare” che è Cristo per formare una comunità che è comunione dei Santi (Chiesa militante, purgante, trionfante). S.Pietro: “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo...”(1Pt.2, 4-6).
- dell’uomo: esso è infatti “tempio vivente di Dio”. Ogni uomo, soprattutto quando riceve l’Eucarestia, è tempio di Dio. Gesù afferma: “Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo farò risorgere”(Gv.2, 19). Il tempio in questione è il suo corpo, tempio della sua anima che è Dio stesso: “egli parlava del tempio del suo corpo”.
- della Gerusalemme celeste, e cioè la città di Dio, il Paradiso: è già la porta ad annunciarlo nella grande lavorazione che la contraddistingue. La porta romanica, con il suo protiro, la porta gotica, con le sue strombature e la ricchezza delle decorazioni, vogliono significare la distinzione fra i due spazi, l’interno e l’esterno, la chiesa ed il mondo profano (:pro=davanti,fuori; fanum=tempio).

La porta viene definita “ianua coeli”, porta del cielo: “Tu che entri, guarda verso il Cielo”, così è scritto sulla porta di ingresso della chiesa di Mozat; oppure un’iscrizione tolta dalla Genesi: “Quanto terribile è questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”(Gen.28, 17). La chiesa è l’ovile del Paradiso: “Io - dice Gesù - sono la porta da cui entrano le pecore...Io sono la Porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo” (Gv.10, 7-9).
Il gotico ama le tre porte, simbolo della Trinità, consacrate contemporaneamente da tre sacerdoti diversi; le tre porte possono ripetersi su ogni lato, divenendo dodici, quanti gli apostoli, capostipiti delle dodici tribù della Nuova Israele.

Il modello che Suger, l’autore della prima chiesa gotica, vuole seguire, è la descrizione dell’Apocalisse: “Vidi anche la città santa, la Nuova Gerusalemme scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente...‘Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il Dio con loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi...’. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande ed alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme che scendeva dal cielo...Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte...A Oriente tre porte, a Settentrione tre porte, a Mezzogiorno tre porte e ad Occidente tre porte...Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a vetro puro...Non vidi alcun tempio in essa perchè il signore Dio, l’onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, nè della luce della luna, perchè la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”(Ap.21). [...]

L’altare
diventa così il centro del mondo, come nella Scrittura lo sono Gerusalemme ed il monte Sion: non il centro geografico ma il centro spirituale, come dimostrano il ciborio o il baldacchino postivi sopra: un tempio nel tempio, un tempio costituito da quattro colonne, simbolo della terra, dei quattro elementi, dei quattro punti cardinali (i quattro venti, i quattro angoli del mondo), e da una semisfera, simbolo del cielo, e per questo, spesso, stellata e azzurra. Il significato della cupola è uguale: la base quadrata simboleggia la terra, il cerchio, figura perfetta, è immagine del cielo.

Questo perchè la chiesa, nel suo complesso, è anche immagine del mondo intero, della creazione, della grande cattedrale della natura edificata da Dio. Tutto il mondo è infatti pieno della sua gloria: “Tutta la terra è piena della tua gloria” (Is.6,3), anche se la chiesa ha in più una presenza particolare, quella di Cristo, anche col suo corpo, nel “sancta sanctorum” del tabernacolo. Questa immagine dell’universo è così espressa da S.Gregorio Magno: “Nell’ora del sacrificio, alla voce del sacerdote i Cieli si aprono...a questo Mistero partecipano anche i cori angelici...il cielo e la terra si uniscono, il visibile e l’Invisibile divengono una sola cosa”; e S. Massimo Confessore: “E’ cosa davvero mirabile che, nella sua piccolezza, (questo tempio) sia simile al vasto mondo...Ecco che la sua copertura è tesa come i cieli: senza colonne, incurvata e chiusa; e inoltre è ornata da mosaici d’oro come il firmamento lo è da stelle brillanti. Ed ecco che la sua cupola elevata è paragonabile al cielo dei cieli. E, simile ad un elmo, la sua parte superiore riposa saldamente sulla parte inferiore. I suoi archi, vasti e splendidi, assomigliano inoltre, per la varietà dei colori, all’arco glorioso, quello delle nubi”.

Tabernacolo: qui la presenza di Dio è completa, è l’Emmanuele, il “Dio con noi” dell’Apocalisse, e, come “padrone di casa”, è posto in posizione centrale e immediatamente visibile. Ci sono diversi tipi di tabernacolo: anticamente si usava spesso una colomba sospesa in aria sopra l’altare; poi, col barocco, si affermano soprattutto due tipologie: il tabernacolo basso e disadorno (sormontato da uno spazio per l’esposizione), che ricorda il Sepolcro dove Gesù fu deposto dopo la morte in croce (rammenta quindi il carattere sacrificale della messa); il tabernacolo a forma di tempietto, con la cupola, le colonnine: una piccola “Domus Dei” all’interno di quella più grande che è la chiesa.

Prima del gotico, in cui la luce è quella del sole, delle vetrate e dei cristalli, per rendere l’idea della chiesa come Gerusalemme celeste si usava lo sfondo dorato, soprattutto nell’arte bizantina. L’oro è anch’esso luce, luce particolarmente preziosa, ed ha la proprietà di collocare le figure fuori del tempo e dello spazio, e cioè in una dimensione completamente soprannaturale: Dio, il Paradiso, i santi, sono nell’eternità, non sono limitati dallo spazio, dal tempo, dalle cose terrene.

Per questo le chiese protestanti (e anche quelle "cattoliche" odierne) che rifiutano la concezione della messa come sacrificio, come Gerusalemme celeste, come immagine di Cristo e della sua creazione, sono totalmente diverse.

La “messa” protestante necessita di una chiesa protestante: non più volta ad Oriente, non più pianta a croce, non più luce, finestre gotiche, sfondi oro; non più altare rialzato, altare di pietra, sormontato dal tabernacolo: ma tavola di legno, a livello del terreno, dove si compie una cena, un memoriale, un incontro fra uomini, assemblea e presidente, non nella casa di Dio ma in una casa degli uomini, dove sulla porta, che è uguale a quelle normali, non ci può più essere scritto: “Tu che entri guarda verso il cielo”.

Dov’ è il cielo, dove la cupola, il ciborio, il baldacchino, l’azzurro e le stelle delle volte, il rosone...? Dov’è il tabernacolo, la tenda dell’Emmanuele, il “Dio con noi” ? Dove sono le mura di diaspro, d’oro, di topazio, di vetro puro della Gerusalemme celeste dell’Apocalisse; i suoi cittadini, le statue dei santi, la pietra sui cui poggiare, solida, forte, da cui scaturisce il cibo spirituale? Non c’è più il canto gregoriano; gli amici di Lutero abbattono gli organi, bandiscono l’armonia di una musica che vuole avvicinarsi al coro degli angeli della corte divina, piuttosto che al canto profano, legato alle cose terrene. Si potrebbe continuare a lungo in questo triste elenco, ma una cosa sola ci deve importare: le chiese “cattoliche” moderne, quelle inaugurate per il Giubileo, addirittura senza croce, con il bar all’interno della “chiesa”, sono espressione, triste e squallida, di una grande decadenza; sono esattamente uguali alle chiese protestanti...

La nuova “arte”nasce alla fine degli anni sessanta: bisogna fare della messa una cena, un’assemblea, qualcosa di umano, un “mangiare attorno alla stessa tavola”; quindi bisogna trasformare la casa di Dio nella casa dell’uomo, dell’assemblea, farne un “teatro totale”, secondo l’auspicio degli innovatori legati al cardinal Lercaro, grande artefice della riforma liturgica ( G.Lercaro, “La chiesa nella città: discorsi e interventi sull’architettura sacra”, Paoline, 1996). La Gerusalemme celeste diviene allora un “teatro”; l’altare “il simbolo dell’assemblea”; il monte Sion, il Golgota, una collina da spianare; la cupola un cielo da abbattere e trascinare sulla terra, come in genere la dimensione soprannaturale, nell’unica dimensione ormai riconosciuta, quella orizzontale, dall’uomo all’uomo.

Per leggere il testo completo del saggio, si vada al link di Libertà e Persona

Un interessante articolo di "Cristianità" pubblicato nel 1976



Tra le critiche più lucide della Dignitatis Humanae apparve nel 1976, con lo pseudonimo di Michel Martin, quella dello scienziato francese Georges Salet (Vatican II et les erreurs libérales, in “Courrier de Rome”, Parigi 15 maggio 1976, anno decimo, n. 157, pp. 3-20). L’articolo fu pubblicato in “Cristianità”, n. 19-20 (1976), pp. 13-18, con il titolo:


Il Problema della libertà religiosa

Il Vaticano II e gli errori liberali


Alcuni, testi del Concilio Vaticano II sono, più o meno, contaminati dagli errori liberali? È quanto affermò durante il Concilio stesso·il Coetus Internationalis Patrum che raggruppava, i vescovi tradizionalisti.
Successivamente l’accusa non ha mai cessato di essere formulata da alcuni teologi, isolati, ma, eccetto che presso una esigua minoranza di “integristi”, come si dice, essa fu sempre accolta con indifferenza, fino al momento, recentissimo, in cui, il penoso affaire di Ecône non la mise in primo piano nell’attualità cattolica.
A coloro che s’indignassero per il fatto che si possa supporre che un testo conciliare sia discutibile, ricorderò, come per altro ha detto il Santo Padre stesso, che nessun testo del Vaticano Il ha il carattere di definizione o di decisione infallibile (1). Con tutto il rispetto dovuto alla Chiesa, docente, i teologi sono dunque liberi di discutere la questione che è l’oggetto del presente articolo.
Notiamo tuttavia che solo il Papa mediante definizioni ex cathedra potrebbe dare una soluzione completa e definitiva ai gravi interrogativi, sollevati dalle accuse di cui sono oggetto alcuni testi del Vaticano II (2).

I. La contraddizione
Ma supponiamo ora che una affermazione sia in contraddizione evidente, chiara, manifesta, con una dottrina che la Chiesa ha infallibilmente definito. Abbiamo bisogno in tali caso di un giudizio della Chiesa docente per rifiutarla? 1mmaginiamo per esempio che una setta sostenga che in Dio vi sono solo due persone: il Padre e il Figlio, Abbiamo bisogno di un giudizio della Chiesa docente per dire che questa affermazione deve essere respinta, perché in contraddizione con il dogma trinitario infallibilmente definito?
Certo, una contraddizione tra due dottrine non è sempre manifesta e in questo caso è richiesto il giudizio della Chiesa docente.
Quando però si tratta di due dottrine chiaramente formulate e di cui l’una è manifestamente la negazione dell’altra, abbiamo bisognò di un giudizio della Chiesa docente per convincerci che vi è contraddizione? Constatando una contraddizione evidente, non esprimiamo alcun giudizio dottrinale, ma solo un giudizio di fatto. Non siamo più nel campo della teologia, ma in quello della logica.

La dichiarazione sulla libertà religiosa
Con i vescovi del Coetus Internationalis Patrum affermò da dieci anni, senza che alcuno mi abbia mai dato risposta, se non per mezzo di scappatoie, che vi è una contraddizione evidente, chiara, manifesta, tra certe affermazioni del Vaticano II e la dottrina tradizionale a proposito della libertà religiosa in foro esterno.
Inoltre queste affermazioni conciliari non sono state definite infallibilmente, non dobbiamo forse noi rifiutarle?
Ma, non volendo accettare questa conclusione, i difensori del Concilio si sono trovati nella necessità di sostenere che non vi è contraddizione, poiché la dottrina conciliare è solo, secondo loro, lo sviluppo della tradizione.
Confronteremo più avanti i testi, ma ci si rende conto che dichiarando compatibili due dottrine che almeno nove persone su dieci stimerebbero contraddittorie, si compromette la credibilità di tutto quanto insegna la Chiesa?


II. Il liberalismo. Il cattolico liberale
Nella sua essenza il liberalismo è il rifiuto di accettare una verità o una legge imposta all’uomo dall’esterno (3). L’uomo deve essere libero di giudicare lui stesso la verità.
Secondo la dottrina cattolica, al contrario, l’uomo ha il dovere di credere alle verità che Dio ha rivelato e che sono insegnate infallibilmente dalla Chiesa.
I due punti di vista sono inconciliabili e i massoni, per i quali il liberalismo è un dogma, su questo punto non si sono ingannati. Ascoltiamo uno di loro: «Maestra di verità. Mai, senza dubbio, la Chiesa aveva manifestato la sua imperiosa volontà di imporre il suo dogma e sottolineato che questo dogma era l’unica verità, in termini così categorici, così definitivi della loro brutalità, mai con una formula che tanto colpisce. Bisogna allora onestamente porsi il problema di sapere dove possa sboccare un dialogo con un interlocutore che dichiara, all’esordio di questo dialogo, che lui è padrone della verità per volontà di Dio” (4).
A rigore, infatti, cattolico e liberale sono due termini che si escludono.
Nella loro grande maggioranza i cattolici attuali sono, tuttavia, più o meno liberali.
Ciò non significa·che questi cattolici abbiano personalmente passato l’insegnamento della Chiesa al vaglio della loro ragione, per ritenere soltanto quanto personalmente hanno giudicato vero; un tale cattolico rappresenta in verità l’eccezione.
Ma i cattolici sono oggi immersi in un mondo il cui pensiero si allontana sempre più dalla dottrina tradizionale della Chiesa. sollecitato e diviso tra questa dottrina e il “pensiero moderno”, il cattolico liberale di oggi è colui che cerca o adotta compromessi tra questi due sistemi di pensiero.
Questa sete di compromesso ha invaso la Chiesa stessa: un teologo “moderno” non cerca più tanto di approfondire la dottrina e di opporla agli errori attuali; cerca soprattutto di distorcerla (nel modo meno visibile) in modo da evitare il più possibile gli attriti con il pensiero moderno (5).
Non è possibile, in un semplice articolo, enumerare tutti questi compromessi. Mi limiterò all’esame della tesi che figura nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa e che è relativa ai rapporti tra il potere civile e il potere spirituale.


III. La dottrina della Chiesa sul potere civile
Non spetta alla Chiesa dare costituzioni agli Stati, ma solo enunciare i grandi princìpi di ordine morale cui queste costituzioni devono ottemperare.
Questa dottrina della Chiesa sul potere civile è immutabile; essa è infatti fondata nella Scrittura e nella Tradizione ed è stata costantemente insegnata dalla Chiesa a partire dai Padri fino a Pio XII compreso. Essa è dunque garantita dal Magistero ordinario infallibile della Chiesa.
Inoltre, come vedremo più in dettaglio, alcuni punti di questa dottrina sono stati oggetto di definizioni ex cathedra e sono dunque garantiti dalla infallibilità del Magistero straordinario della Chiesa.

La dottrina
Essendo stato creato da Dio, avendo ricevuto tutto da Dio, l’uomo deve rendere omaggio al suo Creatore e soprattutto a Gesù Cristo, il Verbo di Dio che è stato costituito dal Padre suo Re dell’Universo.
Consideriamo bene quanto – richiamato da Pio XI – ha insegnato Leone XIII: “L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni ne li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi della fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo” (6).
Pio XI osserva poi: “Non v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli” (7).
Lo Stato non ha dunque il diritto di essere “laico”; deve, in quanto Stato, riconoscere la regalità di Gesù Cristo e rendergli omaggio. E, ben inteso, fare in modo che non vi sia alcuna contraddizione tra le leggi civili che promulga e le leggi di Dio.
Lo Stato ha il dovere di assicurare il bene comune della città e deve in particolare proteggere i cittadini. Tutti trovano naturale che si opponga al libero commercio della droga, che devasta i corpi, e che quindi nessuno sia obbligato ad acquistarla. La Chiesa aggiunge che lo Stato ha anche il dovere di proteggere i cittadini contro le idee false che devastano le anime.
Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?”, dichiarava sant’Agostino.
La Chiesa non ammette dunque la libertà di dire e di scrivere qualunque cosa; in opposizione completa al pensiero moderno ritiene infatti che solo la verità abbia dei diritti. L’errore non ne ha alcuno e può tutt’al più essere tollerato.
Derivando l’uno e l’altra il loro potere da Dio ed esercitandosi la loro giurisdizione sugli stessi soggetti, la Chiesa e lo Stato non possono ignorarsi, benché costituiscano de poteri distinti: “Ma poiché uno e medesimo è il soggetto di ambedue le potestà, e potendo una medesima cosa, quantunque sotto ragione e aspetto differente, appartenere alla giurisdizione dell’una e dell’altra (…). Devono dunque essere tra loro debitamente ordinate le due potestà” (8).
In altri termini la Chiesa condanna la separazione tra Stato e Chiesa.
Anche se spiace alla mentalità moderna, la dottrina cattolica sullo Stato, come fu esposta dai Padri fino a Pio XII compreso, è non poco intollerante. Essa afferma che, poiché Cristo ha fondato una sola religione, si deve, nella misura del possibile, cercare di instaurare lo Stato cattolico. E poiché il culto cattolico è il solo pienamente gradito a Dio, nessun altro culto pubblico dovrebbe di principio essere tollerato.
La Chiesa non impone alcuna forma di governo. Essa ammette sia la repubblica che la monarchia, purché siano rispettati i princìpi che ho riassunti.

Le realizzazioni
Dal 313, Costantino e i suoi successori si sforzano di realizzare questo ideale (9). Dapprima religione ammessa, la religione cattolica fu presto proclamata religione dello Stato. Dopo la caduta dell’impero, Clodoveo è consacrato re e monarchie cattoliche vengono instaurate pressoché in tutta Europa. Fino all’inizio del secolo XX lo Stato cattolico (o almeno confessionale) è la regola generale. In realtà sono sempre esistiti Stati cattolici e il 27 agosto 1953 – data relativamente recente – è stato firmato un concordato tra la Santa Sede e la Spagna di cui ecco l’articolo 1: “La religione cattolica, apostolica, romana continua a essere la sola religione della nazione spagnola (…) (10).
Il concordato del 1945 non annullava la Carta degli Spagnoli del 13 luglio 1945 che dichiarava: “(…) nessuno sarà molestato per le sue convinzioni religiose né per l’esercizio privato del suo culto. Non si autorizzeranno altre cerimonie né altre manifestazioni esterne se non quelle della religione cattolica ” (11).

La tolleranza. La tesi e l’ipotesi
Ma la Chiesa cattolica non ignora che, in campo politico, l’ideale non sempre è realizzabile. Essa ammette dunque che nei Paesi divisi da diverse fedi e per evitare un male maggiore, lo Stato cattolico tolleri l’esercizio di altri culti. È per questo che Enrico IV, per evitare la guerra civile, concesse ai protestanti con l’editto di Nantes, il diritto (limitato) di esercitare pubblicamente il loro culto (12).
Da cui la classica distinzione tra la tesi e l’ipotesi. La tesi è la dottrina cattolica in tutta la sua purezza; l’ipotesi è ciò che è possibile realizzare, tenuto conto delle circostanze.
Ma la Chiesa chiede che non si perda mai di vista la tesi e che si faccia tutto ciò che è possibile per realizzarne il massimo. Di fatto, nell’editto di Nantes, il protestantesimo è sempre chiamato “la religione che si pretende riformata”, cosa che mostra con chiarezza che gli estensori dell’editto avevano tenuto a sottolineare in questo modo come la religione cattolica sia la sola vera e sola abbia dei diritti.
Ma la giusta distinzione tra la tesi e l’ipotesi servirà di pretesto ai cattolici liberali per rinnegare la dottrina tradizionale, che essi dichiarano non più confacente al nostro tempo.Come vedremo più in dettaglio, il Concilio Vaticano II andrà più lontano ancora; senza più occuparsi della tesi, che non richiama neppure, dichiarerà che la libertà religiosa in foro esterno è un diritto per gli adepti di qualsiasi religione e che questo diritto scaturisce dalla dignità della persona umana.
Cedendo allora alle reiterate pressioni della Santa Sede, il generale Franco accordò agli spagnoli, il 28 giugno 1967, la piena libertà per tutti i culti.


IV. Il liberalismo cattolico e le sue condanne
Con liberalismo cattolico e l’espressione equivalente cattolicesimo liberale, si indica soprattutto un insieme di teorie sostenute nel secolo XIX che minimizzano la dottrina tradizionale sullo Stato, che ho appena riassunto.
Queste teorie furono condannate da tutti i Papi che si sono succeduti da Gregorio XVI a Pio XII compreso. Inoltre Pio IX, come vedremo più particolarmente, per condannarle impegnò nella Quanta cura l’infallibilità pontificia.

Gregorio XVI e l’enciclica Mirari vos

Nel 1830 l’abbé de Lamennais sostiene che ogni uomo ha il diritto di manifestare pubblicamente le sue opinioni e che di conseguenza lo Stato deve ammettere il libero esercizio di tutti i culti.
Egli fa notare che nel sistema dello Stato cattolico, che ha regnato per più di quindici secoli, il potere spirituale e temporale non hanno mai cessato di contendere (s. Luigi stesso ebbe difficoltà con la Santa Sede). Separando completamente i poteri, la Chiesa godrà di una piena libertà, che dovrebbe, secondo lui, accrescere la sua influenza (13).
Tutte queste idee sono sostenute con talento nel giornale “L’Avenir”, di cui Lamennais è l’ispiratore. Ma Roma, dal 1832, le condanna. Nell’enciclica Mirari vos, Gregorio XVI denuncia anzitutto l’indifferentismo, che sostiene che tutte le religioni salvano, e poi scrive queste righe, le ultime della quali – che sottolineo – predicono oggi: “Da questa correttissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza (14): errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà d’opinare che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata, provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. “Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore” diceva sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso (…). Di là infatti proviene l’instabilità degli spiriti, di là la depravazione della gioventù, di là il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante, di là in una parola la peste della società più di ogni altra funesta (…)” (15).
Non è precisamente quanto accadde nella nostra società liberale avanzata?
I cattolici liberali si sottomisero e l’“Avenir” chiuse i battenti. Ma Lamennais finì per abbandonare la Chiesa.

Pio IX, il Sillabo e l’enciclica Quanta cura

La seduzione delle idee liberali era tale che il liberalismo cattolico riapparve venti o trent’anni dopo. Montalembert, che si era sottomesso nel 1832, ne fu uno dei più ardenti difensori. Egli sostiene con talento che bisogna riconciliare il cattolicesimo e la democrazia, la quale esige prima di tutto la libertà religiosa. Egli afferma che la libertà è più utile alla Chiesa che non la protezione dei re.
I discorsi di Montalembert ebbero una grande eco. Ma l’8 dicembre 1864 il successore di Gregorio XVI, Pio IX, condanna di nuovo il liberalismo cattolico nel Sillabo e nell’enciclica Quanta cura.
Ecco qui, per esempio, due articoli del Sillabo. Sono condannate le seguenti proposizioni. “55. Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
77. Ai giorni nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto” (16).
Ma ecco un fatto nuovo. Nell’enciclica Quanta cura, Pio IX, come vedremo, impegna l’infallibilità pontificia. Perciò dedicherò più avanti tutto un paragrafo alle condanne formulate in questa enciclica (17).

Monsignor Dupanloup
Scoraggiati da questa nuova condanna, Montalembert e i suoi amici erano del parere di rinunciare alla lotta. Ma questa fu ripresa con un opuscolo che monsignor Dupanloup, vescovo di Orleans, inviò a tutti i vescovi e anche al Papa.
Monsignor Dupanloup vi sostiene che si sono letti male la Quanta cura e il Sillabo. Egli fa numerose osservazioni esatte (come la distinzione logica tra contrario e contraddittorio), ma per il resto si tiene costantemente al limite del sofisma. Riprende la distinzione tra la tesi e l’ipotesi, ma lasciando intendere che le tesi di Pio IX sono oggi irrealizzabili.
Poiché nell’opuscolo non vi era niente di positivamente falso, Pio IX ringrazia monsignor Dupanloup dell’invio, ma con una riserva che mostra che aveva ben compreso quanto stava per succedere. Infatti i cattolici liberali restarono sulle loro posizioni; continuarono soprattutto a chiedere la separazione di Chiesa e Stato (che non si era ancora realizzata a quel tempo) e rimasero così fedeli a una tattica che in seguito non hanno mai abbandonata: invece di lottare contro i nemici della Chiesa si esige insieme a loro quanto si pensa che essi inevitabilmente un giorno otterranno.

Leone XIII
Leone XIII succede a Pio IX. Nelle encicliche Immortale Dei, sulla costituzione cristiana degli Stati (1885) e Libertas, sulla libertà (1888), riprende tutte le tesi tradizionali sullo Stato cattolico.
Nella Libertas fa suo quanto vi è di esatto nella distinzione tra la tesi e l’ipotesi, ma riprende anche, senza una sola eccezione, tutte le condanne formulate da Gregorio XVI e Pio IX, e cita esplicitamente l’enciclica Mirari vos e il Sillabo.
Una volta ancora il liberalismo cattolico è condannato.
San Pio X succede a Leone XIII ed è sotto il suo pontificato che la Repubblica francese denuncia, nel 1905, il concordato, proclamando che lo Stato da ora sarà laico e non riconoscerà più alcun culto.
San Pio X protesta con l’enciclica Vehementer, dell’11 febbraio 1906, e lo fa con termini che costituiscono una nuova condanna del liberalismo cattolico: “(…) in virtù dell’autorità assoluta che Iddio Ci ha conferito, Noi (…) riproviamo e condanniamo la legge votata in Francia sulla separazione della Chiesa e dello Stato come profondamente ingiuriosa rispetto a Dio che essa rinnega ufficialmente, ponendo il principio che la Repubblica non riconosce nessun culto” (18).
Era la rinnovata affermazione, una volta ancora, che, contrariamente alla tesi liberale, lo Stato deve rendere omaggio a Dio e obbedire anch’esso a Gesù Cristo, solo e vero Re delle Nazioni, e che in ogni caso lo Stato non può lasciare che si propaghi liberamente l’errore come se avesse lo stesso titolo della verità. E se lo Stato lo fa, la Chiesa non può in nessun caso approvarlo.

Pio XI e la festa di Cristo Re
Non appena elevato al sommo pontificato, nel 1922, Pio XI condanna esplicitamente il liberalismo cattolico nella sua enciclica Ubi arcano Dei.
Ma egli comprende presto che, essendo rimaste inoperanti le condanne dei suoi predecessori, sarebbe accaduto lo stesso delle sue. Utilizzerà allora un altro metodo, che avrebbe probabilmente avuto successo, se, senza volerlo, non l’avesse vanificato con le sue stesse mani.
Poiché il popolo non legge le encicliche, Pio XI pensa che il miglior modo per istruirlo sia quello di utilizzare la liturgia.
Nell’enciclica Quas primas, dell’11 dicembre 1925, egli espone anzitutto in termini luminosi una teologia esauriente della regalità di Cristo e dimostra che essa implica necessariamente il dovere per i cattolici di fare quanto è in loro potere per tendere verso l’ideale dello Stato cattolico.
Accelerare e affrettare questo ritorno [alla regalità sociale di Cristo] coll’azione e coll’opera loro, sarebbe dovere dei cattolici (…)” (19).
Dichiara poi di istituire la festa di Cristo Re spiegando la sua intenzione di opporre così “un rimedio efficacissimo a quella peste, che pervade l’umana società.
La peste della età nostra è il così detto laicismo, coi suoi errori e i suoi empi incentivi” (20).
Disgraziatamente, male informato sulla situazione religiosa e politica che regna in Francia in quel momento, meno di un anno dopo, i cattolici anti-liberali più attivi, mentre per contro né lui, né i vescovi danno disturbo ai cattolici liberali.
In realtà i cattolici anti-liberali, in questo tempo, facevano capo a due movimenti: l’Action Française, guidata da un ateo, Charles Maurras, e la Fédération Nationale Catholique del generale de Castelnau.
La condanna dei cattolici dell’Action Française (che Pio XII doveva togliere non appena elevato al sommo pontificato) fu interpretata (a torto) come quella dell’anti-liberali in Francia sono solo una minoranza di isolati. Hanno perduto ogni influenza e, nel timore di essere trattati da fascisti, rari sono coloro che osano manifestare le loro opinioni.
La vittoria dei cattolici liberali era dunque totale. La separazione di Chiesa e Stato, la completa libertà di stampa, si erano realizzate ed erano considerate normali dalla stragrande maggioranza dei francesi. L’esistenza di un partito cattolico-liberale era divenuta inutile, e l’espressione liberalismo cattolico cadde in dimenticanza.
Ma ora in Francia progrediscono le idee politiche di sinistra e con esse i cattolici liberali cercheranno compromessi. Mounier con la rivista “Esprit”, i domenicani con la rivista “Sept” amoreggiano con il socialismo e il marxismo. I cattolici liberali virano a sinistra e andranno sempre più avanti su questa via.
Dopo la liberazione essi si organizzano in un potente movimento politico, il MRP (Mouvement des Républicains Populaires) di cui Marc Sangnier fu, fino alla morte avvenuta nel 1950, il presidente onorario (21).
Vedremo come nel 1946 il MRP doveva tradire vergognosamente la causa di Cristo Re.
E l’enciclica? Docilmente la Chiesa celebra ogni anno, dal 1925, la festa di Cristo Re, ma vescovi, sacerdoti e fedeli non ne comprendono più il significato (22).

Il MRP e la festa di Cristo Re
Nel 1946 fu necessario dare alla Francia una nuova costituzione. I comunisti presentarono una proposta in parlamento chiedendo che la laicità dello Stato fosse esplicitamente menzionata, cosa a cui gli autori del progetto costituzionale non avevano pensato.
Il MRP era allora un partito potente e i suoi deputati costituivano un terzo del parlamento. Ma, per le ragioni dette, questo partito cattolico era liberale e non poco orientato a sinistra.
Il progetto costituzionale era sostenuto dai socialisti e dai comunisti, che occupavano un terzo dei seggi, e combattuto invece dai deputati che sedevano alla destra del MRP, che costituivano il rimanente terzo, e pertanto il MRP era arbitro della situazione.
Dimenticando completamente che Pio XI aveva istituito la festa di Cristo Re per ricordare ai cattolici il loro dovere di lottare contro il laicismo, frutto del liberalismo condannato dai Papi, il MRP, che poteva far respingere l’emendamento sulla laicità, si guardò bene dal farlo. Non ricordo più ora se votò a favore o si astenne, ma rimane sempre il fatto che fu grazie a un partito cattolico che la laicità dello Stato fu promossa per la prima volta al rango di legge costituzionale.
E per una sorprendente coincidenza, nella quale vedo per conto mio, uno scherzo del demonio, questa costituzione laica fu promulgata sulla gazzetta ufficiale con la data del 27 ottobre 1946, giorno della festa di Cristo Re!

De Gaulle e la costituzione del 1958
Dodici anni dopo, questa repubblica laica crolla senza gloria, e un generale cattolico è incaricato di proporre una nuova costituzione.
Ma anch’egli è un cattolico liberale e inscrive anche la laicità dello Stato nella costituzione, che sottopone all’approvazione dei francesi mediante referendum.
Un gruppo assai esiguo di cattolici anti-liberali fece una campagna contro questa costituzione empia, ma fu sconfessato dalla quasi totalità dei vescovi; bisognava salvare l’Algeria e l’impero. Il seguito lo si conosce.

Pio XII
Pio XII è un Papa moderno che si preoccupa già dell’organizzazione di comunità di Stati.
In un discorso del 6 dicembre 1953, dedicato a questo problema, egli ricorda, una volta ancora, i principi tradizionali: “(…) nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d’insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale” (23).
Come Leone XIII, egli riconosce che l’ideale non è sempre realizzabile; è dunque spesso necessario usare tolleranza; ma, nella determinazione di ciò che occorre fare in pratica, lo statista cattolico “(…) nella sua decisione si lascerà guidare dalle conseguenze dannose, che sorgono dalla tolleranza, paragonate con quelle che mediante l’accettazione della formula di tolleranza verranno risparmiate alla Comunità degli Stati” (24).
Le tesi sullo Stato, proprie del cattolicesimo liberale, erano una volta ancora condannate.
Senza esito migliore.

Da Pio XII ai nostri giorni
Le idee sovvertitrici dello stesso ordine naturale, segnatamente il marxismo, guadagnano tutti i giorni terreno.
Ma la Chiesa, come in preda allo scoraggiamento, ha praticamente rinunciato a opporre loro la barriere invalicabile della sua dottrina. Pur affermando la sua volontà di non rinunciare a nulla, essa cerca comprimessi con questo mondo, che non vuol più intendere ragione. Ed è con questo stato d’animo che si apre il Vaticano II.

Conclusione
In questo anno 1976, i francesi, costernati, si preoccuparono dell’anarchia che regna dovunque, e specialmente del disorientamento della gioventù: anarchia nell’insegnamento, cinema pornografico, incitamento dei minori alla corruzione attraverso la libera vendita dei contraccettivi, aborto libero, ecc.
Ma chi ha compreso che, come aveva predetto Gregorio XVI, tutti questi mali sono conseguenza necessaria del liberalismo?


V. La dichiarazione del Vaticano II sulla libertà religiosa
Essa segnerà un mutamento di rotta senza precedenti nella storia della Chiesa.

Foro interno e foro esterno
Non si possono cogliere le contraddizioni tra la dottrina tradizionale e la dichiarazione del Vaticano II se non si distingue bene tra la libertà religiosa in foro interno e la libertà religiosa in foro esterno, distinzione che la dichiarazione ignora.
Circa la libertà religiosa in foro interno, non si coglie nessuna contraddizione tra la dottrina tradizionale e quella esposta dal Concilio. Certamente, davanti a Dio, la libertà religiosa non è un diritto, poiché ogni uomo è tenuto a cercare la verità e ad aderirvi (come ricorda d’altra arte la dichiarazione conciliare). Ma se la posizione che l’uomo assume resta puramente interiore, questo è affare da regolarsi tra lui e Dio solo, e di cui i pubblici poteri non sono tenuti a occuparsi. In particolar e, nessuna autorità umana ha il diritto di esercitare pressioni su qualcuno per forzarlo a credere (25).
Ma, come ha sempre insegnato la Chiesa, la libertà religiosa in foro interno non implica affatto la libertà religiosa in foro esterno, vale a dire il diritto di praticare pubblicamente qualsiasi culto, di insegnare qualsiasi errore. La libertà di ognuno in questo campo è limitata infatti dal diritto degli altri a essere protetti contro le idee false, che possono essere tanto pericolose per le anime (e anche per l’uomo nella sua completezza) quanto la droga per i corpi.

La dichiarazione del Vaticano II
Ecco qui il passo essenziale relativo all’argomento di cui trattiamo: “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà consiste in ciò, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte sia di singoli individui, sia di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, e in modo tale, che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità ad essa privatamente e pubblicamente, da solo o associato ad altri. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della parola di Dio rivelata che tramite la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società” (26).
Notiamo anzitutto che non viene fatta alcuna distinzione tra foro interno e foro esterno, a proposito dei quali la dottrina tradizionale non ha la stessa posizione. Privatamente è il foro interno, pubblicamente è il foro esterno.
Notiamo poi che la dichiarazione non fa alcuna differenza tra forzare ad agire e impedire ad agire. Secondo la dottrina tradizionale, lo Stato non può forzare qualcuno ad agire contro la sua coscienza, ma ha il diritto, per contro, in casi determinati, di impedirgli di agire secondo la sua coscienza (27).
Il Concilio pone tuttavia una restrizione: “Entro debiti limiti”, dice. Questa nozione assai vaga sarà precisata più avanti. Lo Stato non ha il diritto d’intervenire se non quando l’ordine pubblico è minacciato: “Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio agli uomini, se si nega all’uomo il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l’ordine pubblico giusto” (28).
Il Concilio non ha voluto parlare solo della religione cattolica, ma di qualunque religione. Infatti, dopo avere spiegato che l’uomo è tenuto per obbligo morale a ricercare la verità e ad aderirvi, il Concilio dichiara: “Per cui il diritto a questa immunità perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa” (29).
Il Concilio non condanna totalmente lo Stato cattolico: lo accetta volentieri, ma alla condizione che sia accordata agli adepti delle altre religioni la stessa libertà di culto e di propaganda che ai cattolici: “Se, considerate le circostanze particolari dei popoli, nell’ordinamento giuridico di una società viene attribuito ad una determinata comunità religiosa uno speciale riconoscimento civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutte le comunità religiose venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa” (30).
E più avanti: “Nello stesso tempo i cristiani, come gli altri uomini, godono del diritto civile di non essere impediti di vivere secondo la propria coscienza. Vi è quindi concordia fra la libertà della Chiesa e quella libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli uomini e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell’ordinamento giuridico” (31).
Tutto questo era la condanna del concordato con la Spagna, stipulato esattamente dodici anni prima, che Pio XII aveva dichiarato essere uno dei migliori!
Poiché molti Padri avevano fatto notare che non si faceva alcun cenno della differenza tra la verità e l’errore, tra la religione vera e le altre, si aggiunse un preambolo che ricordava come l’unica e vera religione fosse la religione cattolica. Ma questa aggiunta non infirma per nulla la tesi sulla libertà religiosa in foro esterno, sostenuta nella dichiarazione.

La libertà religiosa e la Rivelazione. La dignità dell’uomo
Rifiutando sempre ogni distinzione tra foro interno e foro esterno, il Concilio afferma che: “una tale dottrina sulla libertà ha le sue radici nella Rivelazione divina, per cui tanto più dai cristiani va rispettata con sacro impegno” (32).
Come vedremo nel paragrafo seguente, Pio IX, nella Quanta cura, affermava il contrario. Egli diceva, infatti, che la libertà religiosa in foro esterno è “contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei Santi Padri” (33).
I passi della Scrittura che condannano la libertà religiosa in foro esterno sono infatti innumerevoli. Per esempio, non è Dio stesso che ha ordinato a Gedeone di andare a rovesciare l’altare di Baal, che apparteneva allo stesso padre suo? (34).
Il Concilio riconosce tuttavia come “la Rivelazione non affermi esplicitamente il diritto all’immunità dalla coercizione esterna in materia religiosa” (35).
Ma allora, in che modo la dottrina conciliare ha la sua fonte nella Rivelazione? Nella maniera seguente (secondo il Concilio): e perché la Rivelazione “fa tuttavia conoscere la dignità della persona umana in tutta la sua ampiezza, mostra il rispetto di Cristo verso la libertà dell’uomo nell’adempimento del dovere di credere alla parola di Dio, e ci insegna lo spirito che i discepoli di un tale Maestro devono assimilare e manifestare in ogni loro azione” (36).
Mi sembra chiaro come questo si applichi alla libertà religiosa in foro interno, ma non vedo il rapporto con la libertà religiosa in foro esterno.
Comunque, la dichiarazione afferma a più riprese che le sue tesi sono fondate sulla nozione della dignità dell’uomo. Siccome gli estensori della dichiarazione traggono conclusioni contrarie a proposizioni infallibilmente definite, bisogna concludere che nel loro ragionamento vi è qualche cosa che no va.
Dov’è l’errore? Alla Chiesa docente tocca dirlo. Con tutto il rispetto dovuto a questa Chiesa docente, e lasciando impregiudicato il suo giudizio, si po’ pensare che non sia tenuto sufficientemente conto non solo dei diritti del prossimo, ma anche della dignità di Dio, la quale, in caso di conflitto, ha la meglio sulla dignità dell’uomo.

Conclusione
Questi sono i testi, ed è sufficiente leggerli per constatare che le tesi del Concilio sulla libertà religiosa in foro esterno sono in contraddizione con la dottrina tradizionale.
La dichiarazione ci dice che “questo Concilio Vaticano scruta la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi sempre in armonia con quelli già posseduti” (37).
Di fatto la dichiarazione si riferisce diciotto volte a testi pontifici. Perché non si fa alcuna menzione delle encicliche Mirari vos, Quanta cura e del Sillabo?
Guardiamo dunque più da vicino ciò che diceva Pio IX nella Quanta cura.


VI. La dichiarazione del Vaticano II di fronte alle condanne infallibili della Quanta cura
La Quanta cura è una delle rarissime encicliche che sia un documento ex cathedra. Poiché i redattori della dichiarazione non ne hanno tenuto alcun conto, credo anzitutto necessario ricordare le condizioni della infallibilità, che ogni teologo e ogni cattolico colto dovrebbe peraltro conoscere”

Le condizioni dell’infallibilità pontificia
Andiamo direttamente alla fonte: la costituzione sulla Chiesa del Vaticano I (1870): “Quindi Noi aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta dai primi tempi della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della religione cattolica ed a salute dei popoli cristiani, approvante il sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato: che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i Cristiani, in virtù della sua suprema Autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, da tenersi da tutta la Chiesa: in virtù della divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede o ai costumi; e che perciò tali definizioni del Romano Pontefice, per se stesse, e non già mediante il consenso della Chiesa, sono irreformabili.
Se poi alcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione: sia anatema
” (38).
Di qui le quattro ben note condizioni della infallibilità pontificia:
1. Il Papa deve parlare come pastore e dottore di tutti i cristiani.
2. Si deve trattare di fede o di costumi.
3. Il Papa deve definire, vale a dire ben precisare le tesi in questione e dire chiaramente da che parte sta la verità.
4. Il Papa deve, almeno implicitamente, obbligare i fedeli ad accettare la sua definizione.
È importante notare che l’infallibilità pontificia non data dal 1870. Come ricorda Pio IX nella sua definizione, si tratta di una “tradizione ricevuta dai primi tempi della fede cristiana”. Pio IX, nel 1870, non ha fatto che mettere fine a una controversia. Non si deve dunque pretendere che i documenti pontifici anteriori al 1870, e che soddisfano le quattro condizioni precisate da Pio IX, non siano coperti dall’infallibilità.

L’infallibilità delle condanne della Quanta cura

Ecco ciò che si può leggere in questa enciclica: “In tanta igitur depravatarum opinionum perversitate, Nos Apostolici Nostri officii memores, ac de sanctissima nostra religione, de sana doctrina, et animarum salute Nobis divinitus commissa, Apostolicam Nostram vocem iterum extollere existimavimus.
Itaque omnes et singulas pravas opiniones ac doctrinas singillatim hisce Litteris commemoratas auctoritate Nostra Apostolica reprobamus, proscribimus atque damnamus, easque ab omnibus catholicae Ecclesiae filiis, veluti reprobatas, proscriptas atque damnatas omnino haberi volemus et mandamus”.
“In tanta perversità di errate opinioni, Noi dunque, giustamente memori del Nostro Apostolico Ufficio, e paternamente solleciti della Nostra santa religione, della sana dottrina e della salute delle anime, a Noi commesse da Dio, e del bene della stessa umana società, abbiamo stimato bene innalzare di nuovo la Nostra Apostolica voce. Pertanto, con la Nostra autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera e vogliamo e comandiamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le ritengano come riprovate, proscritte e condannate
” (39).
È evidente che le quattro condizioni della infallibilità sono qui riunite:
1. Il Papa precisa di agire in virtù della sua carica e della sua autorità apostolica.
2. Si tratta di costumi. Il Papa si propone di giudicare la moralità delle leggi sulla tolleranza o l’intolleranza promulgate dagli Stati.
3. Come si vedrà, le proposizioni condannate sono enunciate in termini chiari e precisi.
4. Il Papa indica esplicitamente che i fedeli devono accettare le condanne da lui comminate.
Notiamo bene che l’infallibilità non verte su tutto ciò che dice Pio IX nell’enciclica, ma unicamente su “tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera”. Queste opinioni sono infallibilmente condannate da quando il Papa le ha chiaramente definite.
Tutto ciò appare chiaro a un semplice laico quale sono. Fino a tempi assai recenti, tutti i teologi erano d’accordo nel riconoscere il carattere di infallibilità delle condanne sancite da Pio IX nella Quanta cura (8 dicembre 1864).
Contestandolo, oggi, i difensori della dichiarazione sulla libertà religiosa si rendono conto di mettere in causa tutta la dottrina della infallibilità pontificia, come è stata infallibilmente definita da Pio IX nel 1870?

Tre proposizioni condannate
Le proposizioni condannate dall’enciclica Quanta cura sono numerose. Ne esaminerò solo tre. Si trovano nel passo seguente, dove le ho messe in evidenza chiamandole A, B, C.
E contro la dottrina della Scritture, della Chiesa e dei Santi Padri non dubitano di asserire:
[A] “La migliore condizione della società è quella in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della religione cattolica, se non in quanto ciò richiede la pubblica quiete”. Da questa idea di governo dello Stato, che è del tutto falsa, non temono di dedurre quell’altra opinione sommamente dannosa alla Chiesa cattolica e alla salute delle anime, chiamata deliramento dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di r. m. e cioè: [B] “la libertà di coscienza e dei culti è diritto proprio di ciascun uomo, [C] che si deve proclamare con legge in ogni società ben costituita
(…)” (40).
Perché non vi sia alcun dubbio possibile sul senso delle proposizioni A, B, C, eccone il testo latino: “[A] Optimam esse conditionem societatis, in qua imperio non agnoscitur officium coercendi sancitis poenis violatores catholicae religionis, nisi quatenus pax publica postulet”. [B] “Libertatem conscientiae et cultum esse proprium cuiuscumque hominis ius, [C] quod lege proclamari, et asseri debet in omni recte constituta societate (…)”.
Ora, come risulta dalla prima citazione fatta, il Vaticano II afferma lecito esattamente tutto ciò che condanna Pio IX: 1. Il Vaticano II non riconosce al potere pubblico il dovere di reprimere le violazioni della legge cattolica poiché: “In materia religiosa nessuno (…) sia impedito (…) ad agire in conformità ad essa [la sua coscienza] (…) pubblicamente [foro esterno], da solo o associato ad altri”. 2. Per il Vaticano II, la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. 3. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa, nell’ordine giuridico della società deve essere riconosciuto in modo tale che costituisca un diritto civile.
Vi è dunque opposizione tra le condanne pronunciate in forma infallibile da Pio IX e la dichiarazione del Vaticano II, che, dato il suo “carattere pastorale”, “ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità” (41), come lo stesso Santo Padre ha confermato.


VII. Conclusioni
Lascio al lettore la cura di trarre le conclusioni. Ma, insieme a migliaia di cattolici costernati, auspico soprattutto che siano tirate dalla nostra santa Madre Chiesa, alla quale intendiamo restare fedeli.


Michel Martin


NOTE

(1) Cfr. Michel Martin, Vous vous faites Athanase, in « Courrier de Rome », Parigi, gennaio 1976, anno decimo, n. 153.
(2) È assolutamente evidente che una semplice dichiarazione del Santo Padre comunicante a mons. Lefebvre che le decisioni sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono giustificate dalla “sua opposizione pubblicata e persistente al Concilio Vaticano II”, non basterebbe a scagionare questo Concilio dalle accuse di cui è fatto oggetto.
(3) Precisiamo bene, per evitare ogni malinteso, che in questo articolo non si tratterà mai del liberalismo economico. Questa è una teoria alla quale la nostra epoca sa ormai opporre soltanto il socialismo, che è un rimedio peggiore del male.
(4) Jacques Mitterand, La politique des Francs-Maçons, Roblot, Parigi 1973.
(5) Eccone un esempio. La dottrina cattolica afferma che l’uomo è stato creato direttamente da Dio. L’evoluzione (che non ha nessun fondamento scientifico serio e che è anche contraddetta dalle ultime scoperte della biologia) afferma al contrario che l’uomo discende dall’animale. Il compromesso proposto da numerosi teologi sta, in proposito, nel dire che certamente l’uomo discende dall’animale ma che Dio è intervenuto direttamente, non solo per la creazione di un’anima immortale, ma anche per il perfezionamento del suo corpo.
(6) Leone XIII, Enciclica Annum Sacrum, del 35 maggio 1899, cit. in Pio XI, Enciclica Quas primas, dell’11 dicembre 1925, in La pace interna delle nazioni. Insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it. Edizioni Paoline, 2° ed., Roma 1962, p. 339. Con questa enciclica Pio XI istituisce la festa di Cristo Re.
(7) Pio XI, doc. cit., ibid., p. 340.
(8) Leone XIII, Enciclica Immortale Dei, dell’1 novembre 1885, ibid., pp. 118 e 119.
(9) Con eccessi di zelo certo condannabili, ma molto meno offensivi nei riguardi di Dio della laicità dello Stato. Non avendo ben compresa la distinzione dei poteri spirituale e temporale, Costantino, per esempio, convocò lui stesso il Concilio di Nicea e ne fissò il programma. Questo sconfinamento nelle prerogative del Papa non impedirà a Nicea di essere il concilio ecumenico più importante.
(10) La Documentation Catholique, del 20 settembre 1953. La sottolineatura è nostra.
(11) Ibid., del 30 settembre 1946. Le sottolineature sono nostre.
(12) La revoca dell’editto di Nantes da parte di Luigi XIV segnò, certo, un ritorno ai princìpi della Chiesa cattolica, ma le persecuzioni contro i protestanti, ch precedettero e seguirono questa revoca (soprattutto le cosiddette dragnonnades), sono contrarie alla dottrina della Chiesa, che non ha mai cessato di insegnare che nessuno può essere forzato a credere. Queste persecuzioni gettano un’ombra sul regno di Luigi XIV e hanno contribuito alla comparsa, centocinquant’anni dopo, del cattolicesimo liberale.
(13) Il diritto di intervento dello Stato nella nomina dei vescovi ha sempre irritato i cattolici liberali, che rifiutano di capire che, poiché la Chiesa e lo Stato hanno giurisdizione sugli stessi soggetti, devono collaborare. Questi cattolici liberali si fanno delle illusioni sulla libertà assicurata alla Chiesa dalla separazione di Chiesa e Stato. Lo Stato conosce troppo bene l’influenza dei vescovi per rinunciare ad avere diritto di intervento nella loro nomina. Nei Paesi come la Francia, in cui la Chiesa è separata dallo Strato, il controllo di quest’ultimo non si esercita in misura minore, anche se in modo non ufficiale, e lo Stato dispone di tutti i mezzi di pressione per far rispettare i suoi veti.
(14) La Chiesa condanna la libertà di coscienza, ma si può evitare una interpretazione erronea di questa condanna soltanto se si distingue bene tra il foro interno e il foro esterno. L’uomo che rifiuta di aderire alla verità interiormente è colpevole, ma si tratta di un affare da sistemare tra lui e Dio solo. Il potere civile non deve immischiarsene e non può, in particolare, forzare qualcuno a credere. Ma, come abbiamo visto, il potere civile ha il diritto e spesso il dovere di intervenire se si verifica la manifestazione pubblica di errori gravi, anche se quanti propagano questi errori sono interiormente convinti di servire la verità.
(15) Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos, del 15 agosto 1832, in La pace interna delle nazioni, cit., p. 37. Le sottolineature sono nostre.
(16) Pio IX, Sillabo, Edizioni Paoline, Roma 1961, 2° ed., pp. 26 e 30. La sottolineatura è nostra.
(17) L’infallibilità del Sillabo è stata contestata. Infatti non è manifesta la realizzazione della quarta condizione dell’infallibilità. Vedi parte VI.
(18) San Pio X, Enciclica Vehementerm dell’11 febbraio 1906, in Tutte le encicliche dei Sommi Pontefici, raccolte e annotate da Eucardio Momigliano, Dall’Oglio Editore, 4° ed., Milano 1959, p. 564.
(19) Pio XI, Enciclica Quas primas, cit., in La pace interna delle nazioni, cit., p. 344.
(20) Ibid., p. 343. Le sottolineature sono nostre. Si distingue talora tra la laicità dello Stato, che è una situazione giuridica, e il laicismo, che sarebbe soltanto una concezione della vita, e si afferma che Pio XI avrebbe avuto in vista solamente il laicismo. Basta leggere correttamente l’enciclica per constatare che Pio XI ha condannato nello stesso tempo il laicismo e la laicità. Ricordiamo che nella prospettiva della laicità lo Stato non tollera l’insegnamento dell’errore, gli dà gli stessi diritti dell’insegnamento della verità. Non mette in guardia contro l’errore. Lascia che si propaghi, qualunque ne siano le conseguenze per la rovina della società. Il laicismo è quindi l’espressione del liberalismo.
(21) Il Sillon di Marc Sangnier fu condannato nel 1910 da san Pio X. Marc Sangnier si sottomise senza riserva, ma non si coglie bene la differenza tra le idee da lui sostenute prima e dopo la condanna.
(22) Tutti gli anni, alla fine della messa di Cristo Re, avvicino il predicatore e gli chiedo se sa perché Pio XI ha istituito questa festa. Non lo sa. E quando gli dico che lo ha fatto per lottare contro questa peste che infetta la società umana e che è il laicismo, mi guarda con gli occhi spalancati: non capisce. Le mie parole fanno su di lui lo stesso effetto che gli farebbero se gli dicessi che Pio XI ha voluto lottare contro questa peste della società moderna che è il telefono o l’automobile.
(23) Pio XII, Discorso ai partecipanti al V Convegno Nazionale della Unione Giuristi Cattolici Italiani, del 6 dicembre 1953, in Discorsi e Radiomessaggi, vol. XV, p. 487.
(24) Ibid., p. 489.
(25) Certamente questo principio, in passato, è stato spesso trasgredito da re cattolici e anche da esponenti del clero. Ma si tratta di deplorevoli abusi che la Chiesa ha sempre condannato.
(26) Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, n. 2. La traduzione è quella del Dizionario del Concilio Ecumenico Vaticano II, Unedi-Unione Editoriale, Roma 1946. In tutte le citazioni di testi conciliari le sottolineature sono nostre.
(27) Per esempio: la diffusione di teorie sovversive, ecc.
(28) Concilio Ecumenico Vaticano II, doc. cit., n. 3.
(29) Ibid., n. 2.
(30) Ibid., n. 6.
(31) Ibid., n. 13.
(32) Ibid., n. 9.
(33) Pio IX, Enciclica Quanta cura, dell’8 dicembre 1864, Edizioni Paoline, 2° ed., Roma 1961, p. 4.
(34) Cfr. Giud. 6, 25.
(35) Concilio Ecumenico Vaticano II, doc. cit., n. 9.
(36) Ibidem.
(37) Ibid., n. 1.
(38) Concilio Vaticano I, Costituzione apostolica Pastor aeternus, del 18 luglio 1870, in La Chiesa. insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, tr. it. Edizioni Paoline, Roma 1967, vol. I, pp. 291-292. Le sottolineature sono nostre.
(39) Pio IX, Enciclica Quanta cura, cit., pp. 8-9. Le sottolineature sono nostre.
(40) Ibid., p. 4.
(41) Paolo VI, Allocuzione dell’udienza generale, del 12 gennaio 1966, in Insegnamenti, vol. IV, p. 700.

lunedì 30 maggio 2011

Il successo della prima edizione della MARCIA NAZIONALE PER LA VITA

«Occorre ripartire dal Logos, dal Dio della vita per comprendere il reale significato di vita. “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 1-3). Nella liturgia antica, dove si adora con sacralità Dio è presente tutto il significato autentico e meraviglioso di esistenza. Nella sublime liturgia della Chiesa noi possiamo sperimentare il mistero della vita eterna e predisponendo la nostra anima a comprendere tutta la magnificenza della vita proiettata nell’eternità diventiamo, inevitabilmente, paladini e difensori della vita umana nella sua interezza ed infinità», così ha affermato nella sua bellissima omelia Padre Serafino Lanzetta dei Francescani dell’Immacolata, durante la Santa Messa in rito romano straordinario, celebrata il 28 maggio all’Abbazia di Maguzzano a Lonato (BS) nella prima edizione della Marcia Nazionale per la Vita. Proprio da qui occorre ripartire: solo Dio è padrone della vita e della morte, nessun altro. E tutto ciò che annienta la vita innocente, fin dal suo sorgere, è da considerarsi atto omicida.
Obiettivi della manifestazione sono stati: affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio; chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita; deplorare l'iniqua legge 194 che ha legalizzato l'uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti; ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto; invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà.
Alla manifestazione, promossa dal Movimento Europeo Difesa Vita (MEDV) e dall’Associazione Famiglia Domani, sono arrivati i messaggi di sostegno del Cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, di Monsignor Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia, di Monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro e del Vescovo ausiliare di Firenze, Monsignor Claudio Maniago.
Leggiamo nella lettera di Monsignor Oliveri: «Il vostro è senza dubbio – e mi piace sottolinearlo – un incontro di Preghiera dalla quale dipende l’accoglienza della Grazia divina che sola può far sorgere il vero bene; ma esso è allo stesso tempo una forte proclamazione della verità sull’origine, sulla dignità, sulla intangibilità della vita umana, proclamazione rivolta a muovere la volontà di molti (si spera di moltissimi) al rispetto assoluto della vita umana e alla sua promozione.
La verità sulla vita è offuscata e negata da tutti coloro che non accolgono Dio come principio e fine di tutte le cose, che non accolgono che la vita dell’uomo è chiamata ad eternità. Non si può avere dalla vita umana vera e giusta concezione, quando la ragione umana non si lascia illuminare dalla fede, quando si presume di poter fondare tutto sulla sola ragione. Mai e poi mai la luce della fede mortifica la ragione, ma la illumina sul Mistero di Dio e di tutto ciò che da Lui deriva, la illumina su tutto ciò che la sola ragione non può afferrare per nulla, o non può afferrare con certezza. […] La Chiesa, come sempre, ma oggi più che mai, e dunque i figli della Chiesa, hanno la sublime missione di annunciare e quindi di vivere tutto “il Vangelo della vita”: in altre parole: di annunciare e di vivere tutta la verità sulla vita alla luce del Vangelo, della Divina Rivelazione, del buon ragionamento umano che si lascia illuminare da Dio. Anche in questo ambito, oserei dire: proprio in questo ambito, i cristiani debbono essere “la luce del mondo”, “il sale della terra”. Dio benedica il vostro Incontro, rafforzi e sostenga ogni buona volontà!».


Nell’osservare la lunghissima fila di persone che con entusiasmo hanno partecipato alla Marcia si è subito compresa la svolta nel modo di intendere il pro life: non più considerare legittima la Legge 194, facendo il malsano, rassegnato e codardo tentativo di interpretarla come era stata pensata e scritta, per cercare di eliminare gli abusi, bensì non accettare a priori la Legge stessa. Andare dritti alla radice filosofica, teologica, religiosa del problema, senza sotterfugi o infingimenti per giungere ad un’azione ragionata e incisiva. La vita è un miracolo che si compie ogni giorno con l’entrata nel tempo e nel mondo di una creatura, la quale è modellata «a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gen 1,26), pertanto non può un cattolico, veramente fermo nel Credo della Chiesa, essere tollerante di fronte alla violazione del quinto comandamento.
Oltre il MEDV e l’Associazione Famiglia Domani hanno partecipato:
- Francescani dell’Immacolata
- Congregazione del Verbo Incarnato
- Sentinelle del Mattino
- Comitato Verità e Vita
- Fondazione Lepanto
- Radici Cristiane
- Militia Christi
- Scienza e Vita di Pontremoli e di Pisa-Livorno
- Libertà e Persona
- Movimento con Cristo per la Vita
- Movimento mariano Regina dell’Amore
- Associazione Ora et Labora in difesa della vita
- Vari gruppi del Movimento per la Vita
- Associazione «Italia Cristiana»
Erano anche presenti molte personalità importanti del mondo cattolico italiano: oltre al professor Francesco Agnoli, anima dell’iniziativa, il professor Roberto De Mattei, il dottor Gianpaolo Barra, il dottor Alessandro Gnocchi, l’eurodeputato Lorenzo Fontana, Paolo Deotto di «Riscossa Cristiana», Palmarino Zoccatelli di "Famiglia & Civiltà", Normanno Malaguti di "Vera Lux"; inoltre Radio Maria ha assicurato la diretta delle tavole rotonde, mentre Tele Pace ha realizzato un ampio servizio.
Circa 600 persone radicate in Cristo hanno percorso a piedi i quattro chilometri che separano il Duomo di Desenzano dall’Abbazia di Maguzzano, in un panorama da sogno, dove le acque del lago riflettevano il luccichio abbagliante del sole e dove centinaia di bandiere (le più numerose delle quali erano quelle della Fondazione Lepanto) erano mosse da un piacevole vento.
Ha detto il professor de Mattei, Direttore di «Radici Cristiane», nonché Presidente della Fondazione Lepanto: «È straordinario che oggi sia presente una galassia pro life senza l’appoggio né della stampa, né della politica. Queste associazioni sono riuscite a richiamare un pubblico numeroso, motivato e qualificato. Il successo di questa giornata è un’ottima partenza e sarà ripetuta l’anno prossimo. Aborto, eutanasia, testamento biologico… sono le tematiche cruciali che vanno affrontate apertamente e senza infingimenti. È particolarmente significativo che questo evento cada a circa quindici giorni di distanza dal terzo convegno sul Motu Proprio "Summorum Pontificum" del Santo Padre Benedetto XVI "Speranza per tutta la Chiesa", organizzato dall'Associazione "Giovani e Tradizione" e Sodalizio Sacerdotale "Amici del Summorum Pontificum". È un’ulteriore prova di come il risveglio della Tradizione, vale a dire della Verità di sempre, espressa nella lex orandi quale specchio e megafono della lex credendi, acquisisca una dimensione anche etica e sociale. Coloro che hanno scelto di addivenire a compromessi sul fronte dottrinale e liturgico, vantando, a contrario, la loro intransigenza nella difesa della vita, erroneamente concepita come più accettabile dal mondo, si sono ritrovati costretti, sempre per non urtarsi con il mondo, a cedere anche su questo fronte. Ecco che a difendere la ragione, il diritto naturale e, conseguentemente, la sacralità della vita dell’innocente sono rimasti solo coloro che non temono di scontrarsi con il politicamente ed ecclesialmente corretto».



Di grande valore ha assunto la presenza maggioritaria di giovani e di numerosissime famiglie che, con sacrificio, sono arrivate anche con i loro bambini piccoli, quindi una nuova generazione di persone impegnate, per amore di Dio che è vita e dà la vita, a mantenere saldo il valore dell’inviolabilità dell’esistenza umana in tutte le sue fasi.
Scrive Francesco Agnoli nella sua chiarificatrice Storia del Movimento per la Vita. Fra eroismi e cedimenti (Fede & Cultura, € 13,00, pp. 107): «[…] il MpV [Movimento per la Vita] italiano, di cui faccio parte con riconoscenza e orgoglio, è senza dubbio encomiabile per l’attività dei CaV [Centri di Aiuto alla Vita], svolta con generosità e passione da migliaia di persone eccezionali, che dedicano il loro tempo e le loro forze al servizio del prossimo bisognoso, ma è altrettanto innegabilmente mancante dal punto di vista della carità culturale. Questo difetto, purtroppo, è rintracciabile, in parte, sin dall’inizio del Movimento (1977), da quando cioè la lotta contro la legge 194, che di fatto rese gratuito e libero l’aborto (senza alcun limite nei primi tre mesi, e pochi nei mesi successivi), è stata condotta talora con troppa volontà di mediare, di edulcorare, di stemperare il conflitto in atto contro una terrificante cultura di morte […] si scopre che in alcuni dei suoi membri vi fu fin dal principio un modo di procedere che potremmo definire quantomeno timido: si sprecano, nei primi tempi, le dichiarazioni sul fatto che il Movimento non voleva essere “contro”, e che non cercava contrapposizioni o scontri» (pp. 6-7).
Come non ricordare, allora, lo spirito dilaniato di Paolo VI quando il 29 maggio 1978, a distanza di tre mesi dalla sua morte, ricevette la raccapricciante notizia della Legge sull’aborto approvata dal Senato (con 160 sì e 148 no)? La legge sul divorzio del 1974 fu l’apripista per l’interruzione di gravidanza. Aveva scritto Papa Montini a Giulio Andreotti in una lettera confidenziale del 22 dicembre 1969: «[…] non posso trovare conforto all’amarezza che mi affligge profondamente per la grande ferita, inflitta alla inviolabile norma umana e cristiana circa la stabilità e la santità della famiglia, dalla ormai incombente legislazione d’un Paese, come l’Italia, così segnato dalla vocazione di fedeltà alla “lex naturae” e alla “lex gratiae”, per il bene e per l’onore del suo Popolo e per l’esempio classico e moderno agli altri Popoli della terra. Cresce il mio dolore al vedere che tocca proprio a testimoni insigni della sociologia cristiana, ora al vertice della responsabilità politica, avallare l’offesa», si trattava degli ex dirigenti dell’Azione Cattolica e della Fuci, divenuti responsabili dello Stato.


Quanto l’introduzione del divorzio sia stato il primo passo per la costruzione di una società “liberata” dal diritto naturale e dalla sua tradizione cristiana, lo ha affermato lo stesso padre del divorzismo giuridico italiano, Loris Fortuna (1924-1985), quando, durante la campagna elettorale per il Referendum abrogativo di tale normativa ebbe ad affermare come il rendere reversibile il matrimonio ed instabile la famiglia fosse il primo dei tre obiettivi fondamentali per la laicizzazione della società italiana; gli altri due sarebbero dovuti essere la legalizzazione dell’aborto e quella dell’eutanasia. Anche i nemici di Cristo possono essere, purtroppo, profetici.
Nel pomeriggio di sabato 28 maggio la dottoressa Virginia Coda Nunziante di «Famiglia Domani» ha introdotto la tavola rotonda, dove è intervenuto Mario Palmaro (docente di filosofia del diritto all’Università Europea di Roma), che nel suo esplicativo intervento ha, tra l'altro, affermato:
«I pro life hanno il dovere di conservare una precisa ortodossia: no a tutte le leggi che rendono legale l'uccisione dell'innocente. No all'aborto legale, alla fecondazione artificiale legale, al testamento biologico legale, all'eutanasia legale. Dunque, la Legge 194, la Legge 40, il progetto di Legge sulle Dat (la Legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento) sono tutte leggi gravemente ingiuste, cioè delle "non leggi" che è doveroso sempre combattere e denunciare come tali. Il vero pro life ripudia la categoria ambigua e politica della legge imperfetta, sa che a certe rigorose condizioni una legge ingiusta può essere subita e votata in luogo di una peggiore già esistente, ma quella rimarrà comunque una legge gravemente ingiusta.
Se i pro life si preoccupano solo dei risultati politici diventano sale senza sapore, non servono più a nulla. I pro life oggi devono tenere accesa la verità tutta intera sulla vita, senza sconti e compromessi, fiammella tenue che va diminuendo nella società civile e nello stesso mondo cattolico.
Manifestazioni come quelle di oggi mostrano la ricchezza del mondo pro life italiano, ben più vitale dell'ormai sclerotizzato e clericale Movimento per la vita di Carlo Casini, che in questi giorni sta cercando di epurare i Movimenti, i Cav e l'intera Federazione del Piemonte. Spettacolo assai triste e imbarazzante.
In questa manifestazione verità e libertà si danno appuntamento: ognuno vi partecipa con il suo stile, chi pregando, chi esponendo manifesti, chi tacendo e marciando. I numeri sono contro di noi, ma la verità non muore finché qualcuno la tiene viva e la testimonia. Dedico questa marcia a due grandissimi testimoni della vita: Francesco Migliori e Giuseppe Garrone.
Grazie alla marcia di oggi è finita un'epoca, quella del monopolio pro life e del moderatismo compromissorio del Movimento per la Vita italiano attuale; altri vogliono tenere accesa la fiamma della verità sulla vita, e per questo nel 2004 Garrone, Ghielmi, Rocchi, Caltroni, Orecchia, Baccaglini e altri con me hanno fondato il Comitato Verità e Vita. Le censure e gli insulti non ci spaventano. La storia ci giudicherà, la Provvidenza ci aiuterà e saprà valorizzare il nostro niente».
Toccante e piena di significato è stata la testimonianza del dottor Antonio Oriente, ginecologo, che per anni ha compiuto aborti. Poi la conversione: nel momento in cui i figli nella sua vita matrimoniale non arrivavano comprese che non gli era possibile chiedere a Dio la grazia, visto che lui uccideva i figli degli altri... Quando prese la decisione di cessare quei crimini ben due creature giunsero ad allietare la sua casa.
Alle due tavole rotonde sono intervenuti inoltre don Pierino Ferrari, Marisa Orecchia, Silvio Ghielmi, Renzo Puccetti.


Nel pomeriggio, in orari diversi, sono state celebrate tre messe, ben due delle quali cantate in Vetus Ordo. Sempre nel corso della seconda parte della giornata sono stati premiati alcuni esponenti del mondo cattolico, che si stanno distinguendo per il loro operato: Roberto de Mattei; Giampaolo Barra, direttore della rivista «il Timone»; Giovanni Zenone, direttore della casa editrice Fede&Cultura; Maria Pellegrini, pilastro del telefono verde SOS Vita e padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. Inoltre ha telefonato il dottor Oscar Elias Biscet, che è stato liberato un paio di mesi fa ed in onore del quale molti partecipanti alla Marcia indossavano una maglietta con impresso il suo volto. Egli rappresenta uno dei più fulgidi esempi di lotta per la vita: solo per la sua tenace, ostinata, ed irriducibile battaglia contro l’estensione alla sua patria del genocidio abortista è stato incarcerato e torturato dal regime cubano.

Il Cardinale Ennio Antonelli, nella lettera che ha fatto pervenire ai partecipanti della Marcia, nomina esplicitamente Biscet: «volentieri invio il mio saluto in occasione della “Marcia per la Vita” […] in memoria di Giuseppe Garrone, instancabile difensore del diritto alla vita, e in onore del dottor Oscar Elias Biscet, strenuo sostenitore dei diritti umani, recentemente scarcerato grazie alla mediazione della Chiesa cattolica cubana.
Esprimo a voi il mio caloroso saluto e la più viva gratitudine per il vostro generoso impegno, facendo mie le parole pronunciate appena qualche giorno fa dal Santo Padre Benedetto XVI: “Mi congratulo con voi, in particolare per l’impegno con cui aiutate le donne che affrontano gravidanze difficili, i fidanzati e i coniugi che desiderano una procreazione responsabile; così voi operate concretamente per la cultura della vita. Chiedo al Signore che, grazie anche al vostro contributo, il “sì alla vita” sia motivo di unità in Italia e in ogni Paese del mondo”. Con ogni benedizione nel Signore. Cardinale Ennio Antonelli».
Da segnalare che la prestigiosa, anche se giovane, rivista di etica della medicina, «Quaderni di San Raffaele» (info.acim@alice.it), ha scelto questa manifestazione per la sua prima uscita pubblica. Il trimestrale è uno dei rari esempi di difesa della vita conseguente all’esposizione della verità. È dalla realtà oggettiva che trae la sua giustificazione ogni norma etica, tanto è vero che ogni qualvolta si è desiderato giustificare una violazione etica si è stati costretti a mentire a riguardo di verità scientifiche, filosofiche, razionali… esempio palmare di ciò è la rozza negazione della qualità di persona umana all’embrione da parte degli abortisti.
«L’amore per la vita ha come radice la Fede», ha affermato Gianpaolo Barra, «L’uomo è creatura di Dio! Torno a casa con una speranza per il futuro; non tutto è perduto e l Evangelium vitae di Giovanni Paolo II si incanala in questa speranza. Occorre andare alla base della questione: chi applica la Legge che consente l’omicidio di un essere innocente è un assassino e chi lo aiuta e lo sostiene è il complice di un omicida».
Il dottor Alessandro Gnocchi, scrittore, saggista, giornalista e brillantissimo collaboratore de «il Timone» è voluto tornare sul rapporto tra compromessi ideali e dottrinali ed attentato alla vita: «Appare ogni giorno più evidente che la deriva genocida della cultura abortista affonda le sue radici nell’antropocentrismo illuminista. Quando l’uomo, a satanica imitazione, pretende di non essere soggetto al diritto naturale, vale a dire alla legge divina, inscritta nella stessa natura umana, ogni valore, ogni principio, ogni norma etica diviene provvisoria e mutevole: tutto viene, così, affidato al capriccio del detentore del potere. È dalle premesse del liberalismo illuminista che nasce il disprezzo e l’odio per la vita; e dall’adorazione della legge come fonte astratta del diritto, in luogo dell’ossequio allo specifico contenuto del diritto di natura che nasce l’arroganza totalitaria del legislatore. Nell’Inghilterra ottocentesca si diceva che il Parlamento può tutto, salvo mutare l’uomo in una donna; il Parlamento spagnolo contemporaneo ha dimostrato di essere in grado di fare anche questo. Di fronte a queste ovvietà quello che più scandalizza non è la donna che abortisce e nemmeno il medico assassino; quello che più scandalizza è il compromesso ideale, dottrinale ed etico di tutti quei cattolici che, illudendosi di poter trovare qualcosa di buono nell’ideologia della modernità, fingono di non accorgersi di avere già venduto la loro Fede e la loro ragione al potere economico e politico mondano».
Cristina Siccardi