Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

sabato 30 aprile 2011

il 3° Convegno sul Summorum Pontificum su Avvenire!






Un gentilissimo lettore ci riferisce che un'intera pagina (l'ultima) di Avvenire è stata dedicata al Convegno su Summorum Pontificum che si terrà a Roma all'Angelicum il 13-15 Maggio prossimi (così come aveva fatto, se pur in maniera più defilata)

La circostanza che sia stata dedicata l'ultima pagina non ci faccia dispiacere: solitamente le prime e le ultime sono quelle maggior visibilità.
E speriamo che essendo la notizia nell'edizione della vigilia della Beatificazione di Giovanni Paolo II, periodo in cui, ci immaginiamo, il quotidiano "religioso" è diffusissimo, sia una coincidenza (speriamo fortunata) perchè il "nostro" convegno sia parimenti diffuso (se pur appresa quasi per caso, da almeno da parte di alcuni).


qui sopra una foto della pagina
(grazie al lettore A.L. per la segnalazione
e per la foto con il cellulare)
.

In attesa di poter leggere la pagina e magari relazionarVi meglio, diamo la notizia. Sperando di farVi cosa gradita!




AGGIORNAMENTO
Dopo aver verificato, e così come precisato da alcuni lettori, rendiamo noto che non si tratta di una pagina con articoli, ma "solo" uno spazio "pubblicitario" a tutta pagina.
Ringraziamo comunque il lettore che ci ha fornito l'occasione di dare la notizia, che resta per altro positiva, sia per la disponibilità di accettare sul quotidiano l'evento (se pur pagando, ma non sarebbe stato difficile negarla, se così fosse stato disposto) sia per la diffusione su scala nazionale e la visibiltà (su un quotidiano illustre e di fatto autorevole come l'Avvenire), che avrà la notizia in questi giorni.

S. Messa tridentina a Bari


A Bari, domenica 1 maggio, come tutte le domeniche, verrà celebrata alle ore 10 la Messa tradizionale in latino presso la chiesa di San Giuseppe, sita nel quartiere di Bari Vecchia, e retta da Mons. Nicola Bux, Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

.

In arrivo un nuovo "Monsignor Sostituto".

Indirizziamo i nostri lettori verso un articolo di Andrea Tornielli che sul suo blog Sacri Palazzi dà una notizia rilevanti circa una seria nomina che dovrebbe essere confermata entro maggio.
E' previsto, tra gli altri, l'arrivo in Segreteria di Stato di Mons. Angelo Becciu (già Nunzio Apostolico a Cuba) che, salvo cambiamenti, sarà il Nuovo Sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, di fatto il numero tre della Gerarchia (dopo il Papa e il Segretario di Stato).

Il Sostituto infatti sovrintende la Sezione Prima della Segreteria di Stato per "Affari Generali" (quasi il "Ministro degli Interni" della Santa Sede.)

Per conoscere meglio le importantissime competenze e i delicati incarichi del Sostituto, riniviamo i lettori al citato articolo, che presenta e descrive i numerosi compiti di prelato di Curia che è uno strettissimo collaboratore del Santo Padre, il suo braccio destro.

Cristina Siccardi a Radio 24



Domenica 1° maggio, alle ore 13:30, Salvatore Carrubba, nella rubrica “Un libro tira l’altro” di Radio 24 (Sole 24 Ore) intervista Cristina Siccardi sul suo ultimo libro, Giovanni Paolo II. L’uomo e il Papa (Paoline Editoriale Libri, pp. 221, € 22,00).

30 aprile: memoria di San Pio V (secondo il N.O.)



San Pio V o.p., Papa
(17.01.1504 - 01.05.1572)



Secondo il nuovo calendario liturgico, la memoria di questo grande Papa è stata anticipata al 30 aprile, vigilia della sua morte.
Per riconoscente privilegio per il Pontefice che fu solerte sostenitore e proficuo difensore della Chiesa di Cristo e della Cristianità in Europa (adempiendo concretamente i carismi dell'Ordine di cui era membro, i Frati Predicatori -Domenicani-), gli riserviamo un ricordo anche in questa giornata, per anticipare la ricorrenza del 5 maggio.

venerdì 29 aprile 2011

Venerdì infra l'Ottava di Pasqua

proponiamo alcune foto della celebrazione del Venerdì Santo, tenutasi nella cappella del Monastero delle Suore Francescane dell'Immacolata - vita contemplativa, di Alassio.






Epistola


Orationes


Ecce lignum Crucis

Ecce lignum Crucis

Ecce lignum Crucis


S. Messa Tridentina a Montemurro (PZ)

E' giunta alla mail della Redazione di MiL questa lettera, con preghiera di pubblicazione.

Noi diamo con piacere spazio a questa notizia, con la speranza di rincuorare un po' i lettori, e che, soprattutto, qualche altro prete tragga forza dall'esempio del sacerdote lucano.
I nostri complimenti e i migliori auguri di buon proseguimento al Reverendo!


Roberto

*


"Sono don Antonio Mattatelli, parroco di 39 anni. Nella mia parrocchia di Montemurro in provincia di Potenza (diocesi di Tricarico) si celebra periodicamente la messa secondo la forma straordinaria del rito romano.
La celebro con tanto di ministranti e coro e, per la gioia della comunità parrocchiale, mi sono preparato per un anno con il gruppo ministranti e il gruppo liturgico a questa celebrazione che non è facile ma straordinariamente bella e affascinante.

Il vescovo è favorevole e mi ha chiesto anche una relazione per i 3 anni del "Summorum pontificum".
Grazie. don Antonio Mattatelli."





altare della Riposizione


la prossima celebrazione in Rito Antico sarò il 31 maggio 2011

Chiesa e omosex, ambiguità da chiarire



di Marco Invernizzi da La Bussola del 13-04-2011


Ci sono diversi modi di accogliere gli omosessuali, ma quello dell'associazione Kairos e di padre Alberto Maggi a Firenze non sembra coerente con l’insegnamento della Chiesa. Per lo meno stando a quanto scrive l’Unità dell’11 aprile, dove si legge appunto di un incontro avvenuto a Firenze per celebrare i dieci anni di attività di un gruppo, Kairos, formato da cristiani omosessuali che accolgono gli omosessuali all’interno della Chiesa.L’articolo riporta una serie di slogan già sentiti e ripetuti, contro “l’antica religione basata sulle leggi e la nuova che si fonda sull’accoglienza e sull’amore”, quasi a voler mettere in contrapposizione dialettica l’Antico e il Nuovo Testamento, la Legge e il Decalogo rispetto alle Beatitudini.Il dovere di accogliere chiunque come persona è ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Ma, appunto, come persona, non mettendo l’omosessualità sullo stesso piano della condizione eterosessuale come se fossero la stessa cosa. Qui sta il punto sul quale i gruppi come Kairos si distanziano profondamente dal Magistero della Chiesa, che riconosce l’esistenza di un progetto di Dio che si esprime anche attraverso la sessualità e che considera l’inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358).Non esiste la persona in astratto, ma quella persona, maschio o femmina, unica e irripetibile.Per cui l’omosessuale non soltanto deve essere accolto come persona, ma aiutato in modo particolare, con un’attenzione speciale. Ma aiutato a fare che cosa? A crogiolarsi nei suoi problemi? Ad affermare pubblicamente la propria identità, come vorrebbero i movimenti gay, che accusano la società omofoba di impedire agli omosessuali di manifestare pubblicamente la loro condizione? Ad accettarsi così come Dio lo avrebbe voluto, cioè appunto un gay?Spesso coloro che sentono pulsioni omosessuali hanno più buon senso del politicamente corretto, anche sacerdote, che dice loro di non preoccuparsi. “Come faccio a non preoccuparmi – mi dicevano molti di loro – se capisco di subire forme di attrazione che non desidero e che percepisco come innaturali?”. Così, per rispondere a domande come questa, frequenti più di quanto non si creda, è nato alcuni anni fa in diocesi di Milano il gruppo Chaire (http://www.obiettivo-chaire.it/), proprio per aiutare chi si trova in questa condizione indesiderata a superare questa fase, aiutandolo con mezzi spirituali e psicologici a conoscere che esiste un progetto di Dio e che nessuno viene mai abbandonato dal Creatore dell’uomo. In sostanza, Chaire nasce per trasmettere il Magistero della Chiesa in tema di sessualità e di identità di genere, e contemporaneamente per non lasciare solo chi volesse essere aiutato a superare una condizione non voluta.Chaire nasce dall’esperienza di un medico americano, Joseph Nicolosi, che con la sua terapia riparativa si è attirato l’odio di tutti i movimenti gay del mondo, che lo accusano di volere “riparare” le persone. In realtà tutti coloro che scelgono di praticare questa terapia lo fanno liberamente e circa il 30% di loro ritrova la condizione eterosessuale.Quello che spesso anche all’interno del mondo cattolico si stenta a comprendere è la posta in gioco. In discussione non c’è soltanto la carità di aiutare una persona a ritrovare l’equilibrio perduto o mai provato. Si tratta di molto di più, di riconoscere che l’omosessualità e in genere i disturbi legati alla sessualità sono la manifestazione di un disagio che rischia di mettere in discussione il progetto originario di Dio sull’uomo. Non è vero, come si tende a fare credere, che tutto sia cultura e che non esista un dato naturale, legato alla propria sessualità, che l’uomo è invitato a scoprire e ad accogliere. Non è vero che tutto ciò che l’uomo desidera relativamente alla propria sessualità sia necessariamente un bene da perseguire. E non dovrebbe essere eccessivamente difficile rendersene conto.Certamente, la vita spesso produce ferite, anche profonde, frequentemente legate a problemi inerenti alla sessualità. Ma nessuna ferita può cambiare il progetto originario. Le ferite vanno accettate e medicate avendo cura di tenere insieme la verità del progetto con la carità dell’accompagnamento: questo, e non altro, dovrebbero proporre le realtà ecclesiali che si sforzano di essere fedeli all’insegnamento della Chiesa in tema di sessualità e omosessualità.

giovedì 28 aprile 2011

Caucci: sostenitore della liturgia tridentina già 30 anni fa!

Homo viator


di Francesco Agnoli - da Il Foglio, 28.04.2011



Ci sono esperienze nella vita che svaniscono, e di cui sembra non rimanere nulla. Altre invece si imprimono e rimangono a fondamento di tante scelte future. Personalmente ricordo con gratitudine e nostalgia un’abitudine che presi da ragazzo, per alcuni anni: un lungo pellegrinaggio, di antica tradizione medievale, che si svolgeva in Francia, per Pentecoste. Cento chilometri, in due giorni e mezzo, dalla cattedrale di Chartres, sino a Parigi. Da una splendida chiesa medievale, sino alla metropoli che ha visto nascere la rivoluzione francese. Si camminava attraverso le grandi campagne francesi, alla pioggia e al sole, cantando, pregando, come trasportati dal clima di fervore generale, prima di giungere lì, in mezzo al cemento, alla vita frenetica, rumorosa e pagana della grande città, dove spesso vi erano ad accoglierci il saluto entusiasta di qualcuno, e le maledizioni di altri.
Il pellegrinaggio è un’esperienza che il cristiano non può non fare. Siamo noi uomini ad essere pellegrini. “Homo viator”, si diceva nel Medioevo: viator che si alimenta del panis angelicus, che parte per andare oltre, per raggiungere un luogo santo, una meta che sia immagine della meta finale della nostra vita, il Paradiso. Il pellegrinaggio è dunque una metafora della visione cristiana dell’esistenza. Il pellegrino, infatti, attraversa città e campagne, le osserva, le ammira, ma non c’è nulla che possa catturarlo, definitivamente, perché sa di dover lasciare quei luoghi; sa di osservare e ammirare terre che non gli appartengono; sa che ogni creatura, per quanto bella, non dura. O meglio: dura soltanto se vissuta in un’ottica soprannaturale. Il pellegrino deve dunque raggiungere un luogo, che magari neppure ha mai visto, dove però, come crede e spera, lo attende un incontro. Un incontro che vale la fatica, l’attesa, il viaggio…un incontro decisivo che faccia rinascere ad una nuova vita.
Nel Medioevo il pellegrinaggio era abitudine diffusa. Famosi i pellegrinaggi sulla via Francigena, quelli verso Roma e verso Gerusalemme.
Ma il pellegrinaggio per eccellenza era quello verso la tomba di San Giacomo, a Santiago di Compostela, alla fine del mondo conosciuto. Oltre solo l’oceano, e poi, il Cielo…
Compostela è stato per secoli meta di innumerevoli viandanti. Ed è tornato ad essere cammino di molti, dopo tanti anni di decadenza, da pochi decenni, grazie ad alcuni uomini appassionati, tra cui, soprattutto, Paolo Caucci von Saucken. E’ quest’uomo, insieme ad altri, ad aver rilanciato l’idea del cammino, in un’ epoca in cui la secolarizzazione ha sì offuscato, ma non ucciso, l’idea che l’uomo debba ritrovare se stesso attraverso l’incontro con Dio, attraverso un cammino di spoliazione, di rinuncia, di purificazione, di silenzio interiore. Non sembra quasi vero, eppure è così: aumentano sempre più coloro che partono, sulle vie degli antichi pellegrini, sulle strade della Tradizione, per calpestare le orme di migliaia di uomini che volevano, andando da san Giacomo, onorare l’apostolo, scontare i propri peccati, chiedere perdono delle proprie colpe.
Oggi il senso del peccato, il desiderio, la necessità di essere perdonati, non è più, di solito, il motore del mettersi in cammino. Ci è difficile riconoscerci peccatori, dopo tante filosofie atee e superbe, ma ciononostante non si può non riconoscersi fragili, assetati, bisognosi di un Altro. L’uomo è un pellegrino, ha scritto Paolo Asolan in un bellissimo dialogo con Paolo Caucci, “Cammini in Europa”, perché è “eccentrico di natura”, nel senso “che ha fuori di sé il suo baricentro”; nel senso che capisce chiaramente che non sta in lui la ragione della propria esistenza.
Nel libro citato si ripercorrono le tappe della rinascita, nell’epoca contemporanea, del pellegrinaggio, soprattutto di quello compostellano. Si ricorda che già per Dante il vero pellegrinaggio era proprio quello verso Santiago, “perché quello è il posto più lontano”. Santiago, infatti, “stava allora nel finisterrae del mondo conosciuto”: “finis terrae, initium coeli”. Proprio per attestare il raggiungimento della meta, i pellegrini erano soliti raccogliere una conchiglia nell’Oceano, come testimonium loci. Analogamente, coloro che andavano a Gerusalmme, tornavano portando con sé una palma (di qui la definizione di “palmieri”). San Giacomo, ricorda ancora Caucci, non è solo un santuario, un luogo di fede: come Czestochowa è stata per i polacchi, sotto il comunismo, il segno della loro identità e il luogo da cui è partita la loro lotta per la libertà; come Guadalupe è stato il santuario che ha permesso l’incontro tra spagnoli e indigeni nel Nuovo Mondo; così Santiago è il luogo che ha permesso agli spagnoli, sottomessi dagli islamici a partire dall’711, di abbarbicarsi alla loro storia cristiana, alle loro radici, a Roma, lontana ma non irraggiungibile. Di più: Santiago è stata, nella storia, un germe dell’Occidente cristiano. Non solo “per la confluenza di popoli diversi che vi andavano in pellegrinaggio”, ma anche perché “dopo la scoperta della tomba (dell’apostolo, ndr) confluiscono su Santiago gli interessi asturiani, quelli francesi e quelli di Roma” e si amplia così, verso ovest, l’estensione della Christianitas.

Radicati nella Fede

ecco il link ad un blog, che ricordato da un lettore, vale la pena di visitare!
Da segnalare: i video delle celebrazioni del Triduo Sacro, e le parole del sacerdote. (e la presenza di fedeli giovani!)


Nuovo vescovo di Vicenza

L'ausiliario del Patriarca di Venezia è stato eletto Vescovo della Diocesi di Vicenza.
Qui di seguito un comunicato dei fedeli che costituiscono il gruppo stabile per la S. Messa in latino che rappresenta un accorato e fiducioso appello al nuovo vescovo.

.

E' stato nominato il nuovo Vescovo di Vicenza, mons.Beniamino Pizziol.
I fedeli legati al rito antico sperano che si comporti come a Venezia, ben disposto e disponibile verso chi richiede la messa di San Pio V, tanto piu' che a Vicenza ci si è dimenticati che siamo in regime di euiparazione di tiri dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. I desiderata del papa sono stati disattesi in tutta la diocesi berica a a partire dal 2004 quando 700 fedeli richiesero l'antica messa ed era in vigore il Motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II. Dopo l'entrata in vigore del Summorum Pontificum la Messa è stata concessa solo a Vicenza città e non in Val d'Alpone, e quella che è stata celebrata per quasi due anni era un rito che presentava commistioni con la messa nuova, con la Messa di Paolo VI e con quella antica, cosa vietata anche in precedenza da Giovanni Paolo II nella quattuor abhinc annos. Il Vescovo Nosiglia, che si è dimostrato oggettivamente ostile alla messa in latino, ha fatto tutto questo e il clero vicentino si è dimostrato connivente. Non si vuole che i celebranti di San Rocco prendano in mano il nuovo ciclo di messe: han già dimostrato dottrinalmente e liturgicamente di non poterlo fare. Mons.Pizziol a Venezia non si è dimostrato contrario ad utilizzare sacerdoti extradiocesani. Questa sembra anche ai fedeli richiedenti l'unica soluzione auspicabile. La Val d'Alpone sarà il terreno in cui ci si concentrerà di piu' dato che non tutti possono fare 40 km ogni domenica per assistere alla Messa.Ora dopo il fallimento di San Rocco le persone sono emigrate in altre diocesi per avere ciò che desiderano e che Benedetto XVI aveva voluto garantire. Preghiamo la Santa Vergine che tutto questo possa accadere

mercoledì 27 aprile 2011

Giovanni Paolo II - «Massimo Introvigne: “Molti cattolici hanno percepito immediatamente di trovarsi di fronte a un santo”»



Un'intervista sulle problematiche della beatificazione di Giovanni Paolo II. Di Massimo Introvigne (dal sito del Cesnur):




- Qual è stata la sua esperienza personale con Papa Giovanni Paolo II?


La mia esperienza più personale con Papa Giovanni Paolo II risale al 1974. In quell’anno cadeva il settimo centenario della morte di san Tommaso d’Aquino, nato nel 1225 e morto appunto nel 1274. A Roma si tennero varie iniziative per il centenario e ci fu anche un seminario sui rapporti fra san Tommaso e la filosofia tedesca detta fenomenologia, che risale a Edmund Husserl (1859-1938) e Max Scheler (1874-1928). Io ero studente universitario a Roma, ero interessato a Husserl e andai a seguire quel seminario. Husserl non è molto popolare in Italia ed eravamo solo una decina di persone. Bene, quel seminario era tenuto dal filosofo svizzero André de Muralt, tuttora vivente, e da un certo cardinale Karol Wojtyla, che allora quasi nessuno conosceva in Italia ma che era specialista di Scheler e aveva studiato in modo approfondito anche Husserl. In quel seminario potemmo dunque stabilire un rapporto personale con il cardinale Wojtyla, di cui apprezzai la grande affabilità ma anche la finezza filosofica. Da quell’evento ricavo dunque un’impressione di Giovanni Paolo II diversa da quella di molte altre persone, che contrappongono il Papa “popolare” Giovanni Paolo II a quello “colto” Benedetto XVI. Certamente rispetto a Benedetto XVI il Papa Giovanni Paolo II era più appassionato di filosofia che di teologia. Ma la sua cultura filosofica era vasta e molto raffinata. In seguito quando è diventato Papa ho visto diverse volte Giovanni Paolo II nel corso di udienze generali, con gruppi più o meno vasti di persone. Non ho più avuto un rapporto così diretto e personale come quello del seminario del 1974.




- Come ricorda Lei il Papa come persona?


Oltre all’esperienza personale del 1974 posso fondarmi su quella dei miei due figli più grandi che sono cresciuti durante il pontificato di Giovanni Paolo II. La sua grande umanità e capacità di comunicazione non sono sufficienti a spiegare l’entusiasmo che hanno sempre avuto per Papa Wojtyla e che rimane una caratteristica della loro fede cattolica. Si tratta qui davvero di “carisma” nel senso del sociologo Max Weber (1864-1920), qualche cosa che è molto difficile da definire ma i cui effetti sono subito evidenti.



- Come descriverebbe il pontificato di Giovanni Paolo II?


Sono vice-responsabile nazionale in Italia di una piccola associazione di laici, Alleanza Cattolica, fondata nel 1960. È un’associazione che in termini semplici si potrebbe definire conservatrice, e che ha condiviso il turbamento di molti fedeli per la crisi che ha colpito la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, una crisi esplosa soprattutto con le contestazioni contro il Papa Paolo VI (1897-1978) in occasione della pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae nel 1968 e anche dopo. Giovanni Paolo II ci ha offerto una profonda spiegazione di questa crisi e delle sue cause, ma soprattutto ci ha spiegato che la crisi non veniva dai documenti del Concilio ma dalla loro cattiva applicazione. In questo senso Giovanni Paolo II è stato davvero, come si dice, il Papa del Concilio, ma nel senso che ha cercato di rimettere la sua applicazione sulla retta via – un compito proseguito da Benedetto XVI – facendone nel contempo conoscere e anche amare i documenti, rettamente interpretati. Alleanza Cattolica è stata molto aiutata da un libro che il cardinale Wojtyla scrisse quando era arcivescovo di Cracovia sul Concilio, Alle fonti del rinnovamento, un libro che però fu tradotto in italiano solo dopo la sua elezione a Pontefice. È anche importante sottolineare che Giovanni Paolo II è stato il Papa della vita e che, con i documenti e con il suo stesso esempio, ha fatto più di chiunque altro nel secolo XX per la battaglia contro l’aborto, l’eutanasia e ogni altra forma di quella che chiamava “cultura della morte”.



- Come il fatto che Giovanni Paolo II sia venuto da un Paese comunista ha influito sulle attività del Papa finalizzate alla caduta del comunismo e al ritorno della libertà religiosa in tutto il territorio ex sovietico?


Gli storici stanno ancora dibattendo sulle ragioni della caduta dell’impero comunista sovietico. Certamente non si può trascurare il ruolo politico del presidente americano Ronald Reagan (1911-2004), né quello degli insorti musulmani in Afghanistan, la cui invasione fu un errore fatale da parte dell’Unione Sovietica. L’implosione aveva anche cause economiche. Io penso tuttavia che la causa principale della caduta dell’impero sovietico sia stata proprio il pontificato di Giovanni Paolo II, che ha dato alle popolazioni cristiane di quell’impero la consapevolezza della propria dignità, della propria forza e della capacità di cambiare. I servizi segreti sovietici non si sono sbagliati quando hanno compreso il pericolo rappresentato da Giovanni Paolo II e hanno organizzato – come sembra ora certo – l’attentato di Piazza San Pietro del 1981. Quell’attentato avvenne il 13 maggio, giorno della festa della Madonna di Fatima, e certamente il ruolo di Giovanni Paolo II nella caduta del comunismo sovietico è anche misteriosamente collegato al messaggio della Madonna a Fatima.




- Quale, secondo Lei, è stato il motivo per cui molti cristiani non hanno avuto dubbi sulla santità di Giovanni Paolo II. Anche durante il funerale molti partecipanti cantavano: "Santo subito!"…


Si possono dire molte cose della santità, ma alla fine è qualche cosa che si percepisce e si vede. Molti cattolici hanno percepito immediatamente di trovarsi di fronte a un santo. Che la Chiesa tenga conto della fama di santità e della “vox populi” nelle cause di beatificazione non è una cosa inconsueta, anzi è espressamente prevista dalle procedure che regolano tali cause.



- Recentemente in una intervista Lei ha detto che molti cristiani non leggono i testi della dottrina sociale della Chiesa. La beatificazione del Papa che ha pubblicato molti testi ed encicliche sulla dottrina sociale potrebbe diventare la causa di una più attiva partecipazione dei laici nella vita della Chiesa che passi per lo studio della dottrina sociale?



Nel programma di attuazione dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha caratterizzato il suo pontificato, Giovanni Paolo II ha insistito molto sul ruolo dei laici, sulla loro libertà di associazione, sui diversi compiti che possono svolgere nella Chiesa e nella società così come li delinea il decreto Apostolicam actuositatem del Concilio, di cui ha offerto nella sostanza un’interpretazione e un commento nella sua esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici del 1988. Che siano impegnati nell’instaurazione dell’ordine temporale, loro compito proprio, o nella collaborazione all’evangelizzazione i laici devono certamente conoscere il Magistero della Chiesa e in particolare la sua dottrina sociale. Giovanni Paolo II ha richiamato costantemente questo dovere. Ma c’è bisogno di richiamarlo ancora, perché molti laici – e per la verità anche molti sacerdoti – non conoscono sufficientemente il Magistero.



- Giovanni Paolo II ha parlato del terzo millennio come di una nuova era nella storia della Chiesa, con l´aggiornamento della Chiesa e la Nuova Evangelizzazione. A che punto è, secondo Lei, questo processo oggi?


Il programma della nuova evangelizzazione – e della corretta applicazione dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – è tutto intero contenuto nel corpus degli insegnamenti di Giovanni Paolo II. Semmai, possiamo dire che questi insegnamenti non sono stati seguiti e messi in pratica, almeno in modo sistematico. Per questo Benedetto XVI ha creato il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che dovrebbe organizzare e dare nuovo impulso a questo processo.

- Ogni cristiano è chiamato alla santità, ma anche la vita di ogni santo è un esempio di come la si possa realizzare. Qual è l’esempio speciale, secondo Lei, che ci dà Giovanni Paolo II come santo?


C’è un insegnamento di Giovanni Paolo II che è sottolineato molto spesso da Benedetto XVI e cioè che la santità è per tutti, non riguarda solo una piccola élite di santi canonizzati. Naturalmente la chiamata universale alla santità è anche un importante insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II. Credo che Giovanni Paolo II dica a ognuno di noi: “Sì, se lo vuoi, anche tu puoi essere santo”. Nello stesso tempo gli ultimi anni della sua vita sono una straordinaria lezione sul fatto che nessuna malattia, nessuna sofferenza impedisce di essere santi. Anzi la malattia e la sofferenza possono diventare occasione di santità.


C'era una volta don Tettamanzi. E ora ?

.di Francesco Agnoli

da Il Foglio del 21.04.2011


.*


Ci sono stati, ad oggi, due Tettamanzi. Il primo è don Dionigi Tettamanzi, il cui nome compare tra i primi presenti alla nascita del Movimento per la Vita.
Don Dionigi è un bioeticista, un pioniere nel campo. Il suo vescovo, il cardinal Martini, non ha per lui particolare considerazione. Al contrario il Vaticano si accorge di lui, tanto che nel 1987 Tettamanzi finisce a Roma, come rettore del Pontificio seminario lombardo. “In realtà”, scriveva Sandro Magister, “per lavorare al servizio del papa, del sant’Uffizio e della Cei”. Di lui si apprezzano le posizioni chiare, coraggiose, anti-conformiste, molto distanti da quelle dei “teologi ribelli” e dell’arcivescovo di Milano.
Ad un certo punto quel Tettamanzi scompare, sostituito prima dall’arcivescovo di Genova, poi da quello di Milano. Le posizioni si avvicinano sempre di più a quelle di Martini, mentre le vecchie passioni da bioeticista si affievoliscono, sino a scomparire.
Ci sono temi che tirano di più: la politica politicante, le questioni sociali...
Insomma Tettamanzi abbandona il ghetto di coloro che si contrappongono ai deliri anti-vita della contemporaneità, per assumere le cadenze, i modi, il linguaggio degli intellettuali mondani. La sua predica di domenica scorsa, per la festa delle Palme, è l’ennesimo intervento, “a gamba tesa” direbbero a sinistra, nel dibattito politico.
Tettamanzi inanella una sfilza di accuse nei confronti del governo e di Berlusconi in particolare: “Ad esempio, per stare all’attualità: perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come “guerra” le loro decisioni, le scelte e le azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?...Siamo allora chiamati a interrogarci sull'unica vera potenza che può realmente arricchire e fare grande la nostra vita, intessuta da tanti piccoli gesti: la vera potenza sta nell'umiltà, nel dono di sé, nello spirito di servizio, nella disponibilità piena a venerare la dignità di ogni nostro fratello e sorella in ogni età e condizione di vita”.
Cosa c’è, che non torna? Banalità a parte, il fatto che le prediche divengano ormai troppo spesso la modalità con cui si preferisce parlare di società, di politica, di attualità, piuttosto che di Cristo.
Non voglio dire che la cronaca non possa talora servire anche come punto di partenza per un sermone domenicale: credo, però, che un vescovo dovrebbe volare molto, molto più alto. Ripetere quello che dicono Repubblica, il Fatto, Bersani o Casini, quand’anche fosse giusto, è, per un pastore, molto poco. Dirlo nello stesso modo, senza mai ricorrere alle categorie della teologia e della antropologia cattolica, è diserzione.
La realtà è che un cattolico, oggi, sente la voce dei suoi pastori forse un po’ a sproposito. I presidenti della Cei, per esempio, offrono al paese, periodicamente, una lunga e circostanziata analisi dei fatti, politici, economici, sociali, senza tralasciare di prendere posizione sulle vicende mediatiche più attuali. Nonostante queste analisi siano, talora, illuminanti, non so se è proprio questo che è richiesto ad un successore degli apostoli.
Qualcuno ricorderà il vescovo Agostino Marchetto. Sino a poco fa interveniva di continuo, per esprimere la sua posizione sull’ultimo provvedimento del governo o sull’ultima dichiarazione, più o meno intelligente, di questo o di quel ministro. Puntualmente doveva uscire una nota della sala stampa vaticana, per mettere in chiaro che la posizione di Marchetto non era quella ufficiale della Santa Sede. Ne nasceva, ogni volta, un ridicolo balletto di dichiarazioni e smentite, con un solo effetto: ridurre la voce della Chiesa al rango del vocio, continuo, insignificante, noioso, dei politici di turno, che se non emettono dieci comunicati stampa al giorno, si sentono male. Sembra, insomma, che l’agenda di alcuni uomini di Chiesa, si veda l’onni-giudicante e cicaleggiante don Sciortino, sia dettata dall’effimero dei quotidiani. Quanto ai temi che un pastore dovrebbe affrontare, si sente davvero poco.
Recentemente Roberto de Mattei ha espresso la dottrina cattolica sul male, morale e naturale: rombo di tamburi laicisti, maledizioni “razionaliste” a go go, ma i Marchetto, i Tettamanzi, che avrebbero potuto cogliere l’occasione per illustrare la dottrina della Chiesa su argomenti così importanti, nulla! I temi essenziali- Dio, la morte, il male, l’Inferno e il Paradiso, il peccato e la Carità-, è meglio lasciarli a “Focus”, e se qualche laico coraggioso li affronta, i baldanzosi politologi in tonaca, fanno tre passi indietro. Sembra non gli competa.



C’è una società in decomposizione, ma troppi, anche tra coloro che dovrebbero seguire Cristo nell’orto degli ulivi, preferiscono parlare d’altro.
Il fatto è che se i pastori tralasciano lo zelo della Casa del Signore, confondendo le prediche con gli editoriali, Cristo con un sociologo, la Messa con un comizio, è la Fede del popolo che ne risente. Abbiamo bisogno di uomini di Dio che parlino con Lui e di Lui.
Quando fanno i politologi, gli filantropi, i giuristi, gli economisti ecc. ricordino che c’è spesso un laico che lo sa fare meglio e con più competenza.

martedì 26 aprile 2011

I castighi di Dio

Considerando le polemiche sorte nelle ultime settimane a riguardo della tematica dei «castighi di Dio», innescate, senza volerlo, dal Professor Roberto de Mattei, il quale in una trasmissione su Radio Maria ha esposto ciò che la Chiesa ha sempre detto e le Sacre Scritture hanno sempre rivelato, padre Raniero Cantalamessa O.F.M., predicatore della Casa Pontificia, nella sua predica del Venerdì Santo (22 aprile), tenuta nella Basilica di San Pietro, ha riproposto l’argomento, affermando:
«Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini. Sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci. Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare proprio esse, lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte».
Padre Cantalamessa pare dare al termine castigo un’accezione molto più restrittiva ed in linea con il comune linguaggio parlato, rispetto a quanto facciano le Sacre Scritture e la Tradizione della Chiesa. Per il predicatore della Casa Pontificia castigo ha il senso di retribuzione puntuale per una colpa personale commessa. Nelle fonti della Rivelazione, invece, il medesimo lemma acquisisce un valore più ampio e, soprattutto, una connotazione anche medicinale: il castigo è, al tempo stesso, vendetta di Dio e strumento di redenzione e salvezza per l’uomo, perché, se accettato, permette ai peccatori l’esconto, almeno parziale, dei propri peccati ed ai giusti la santificazione propria e, in virtù della comunione dei santi, l’aumento del tesoro spirituale della Chiesa.

Il profeta Sofonia

Le Scritture, Antico e Nuovo Testamento, però, parlano chiaro a questo proposito. Chi ci dice che i rivolgimenti della natura e le catastrofi, così come drammi e tragedie di più piccole proporzioni, per la cerchia più stretta di persone che coinvolgono, non siano castighi del Signore?
Mistero rimane individuare quali siano, ma non che non esistano i castighi. Il termine castigo fa paura. Più paura, invece, dovrebbe fare il peccato, la vera causa di tutti i mali, che quei castighi può provocare.
Questa tematica rientra nella disciplina della teodicea (giustizia di Dio), una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male. Il termine teodicea fu coniato dal filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) nell'opera Essais de Théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l'homme et l'origine du mal (Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male), opera redatta nel 1705, ma pubblicata per la prima volta ad Amsterdam nel 1710. Il suo significato etimologico deriva dai lemmi greci théos (dio) e da díke (giustizia), ovvero dottrina della giustizia di Dio.
Leibniz, tuttavia, utilizzava il termine teodicea come significato generale per indicare la dottrina sulla «giustificazione di Dio per il male presente nel creato». Il filosofo tedesco intraprese questi saggi dopo la lettura critica del Dictionnaire historique et critique (Dizionario storico e critico) del filosofo francese Pierre Bayle (1647-1706), pubblicato a Rotterdam nel 1697 e che giunse, nella sua trattazione, a conseguenze atee.
Il profeta Sofonia parla di castighi e lo fa in maniera esplicita, lo fa non per spaventare, ma per avvertire dei pericoli a cui l’iniquità umana può condurre se dimentica il timore di Dio, uno dei sette doni dello Spirito Santo, che pare sia, a partire dal pastorale Concilio Vaticano II, andato “fuori moda” e passato nel cosiddetto «dimenticatoio»:

«Giorno d’ira quel giorno,
giorno di angoscia e di afflizione,
giorno di rovina e di sterminio,
giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità,
giorno di quelli di tromba e d’allarme
sulle fortezze
e sulle torri d’angolo.
Metterò gli uomini in angoscia
e cammineranno come ciechi,
perché han peccato contro il Signore […].
Neppure il loro argento, neppure il loro oro
potranno salvarli».

Come non riconoscere, in queste parole, il Dies irae che la Tradizione attribuisce a Tommaso da Celano (1200–1265), il biografo di san Francesco d’Assisi? Si tratta di una sequenza in lingua latina. È sicuramente fra le più belle composizioni poetiche dell’età medievale.
Il Dies irae è una delle parti più note del requiem e quindi del rito per la messa esequiale, che il Novus Ordo ha eliminato.
Qui vi si descrive il giorno del giudizio, l'ultima tromba che raccoglie le anime davanti al trono di Dio, dove i buoni saranno salvati e i cattivi condannati al fuoco eterno, così come disse Gesù:
«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. […]. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25, 31-33; 46). Questo è il castigo eterno, scelto dall’uomo, che nella sua superbia e nel suo tragico orgoglio si vuole emancipare dal suo Creatore.
Esistono, però, anche i castighi nel tempo, che possono essere lievi o pesanti, a seconda delle circostanze. Anche il buon padre e la buona madre di famiglia possono castigare il proprio figlio per il suo bene. Questo vale anche per il Padre celeste che tutto compie per il bene delle sue creature, delle quali non ha una visione ristretta, incastonata soltanto nel tempo e nello spazio, ma va oltre, guardando alla totalità dell’esistenza di una persona: il sempre a cui ciascuno è destinato. A volte il prezzo da pagare per quel sempre può essere alto, altissimo, ma il cattolico ha la somma grazia di sapere a quali eterne gioie il Signore riserva i suoi figli, che a Lui e alle sue leggi (nelle quali sta custodita la vera libertà dell’uomo) non si ribellano.
Sofonia avverte, adunando gli umili, come continua a fare Dio, che gli uomini vorrebbero estromettere dalla storia, ma in realtà possono farlo soltanto con il pensiero, senza possibilità di riuscita effettiva:

«Radunatevi, raccoglietevi,
o gente spudorata,
prima di essere travolti
come pula che scompare in un giorno;
prima che piombi su di voi
la collera furiosa del Signore.
Cercate il Signore
voi tutti, umili della terra,
che eseguite i suoi ordini;
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà,
per trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore».


Il Messale Romano

Nel Messale Romano, nella sezione dedicata alle orazioni e precisamente «in tempo di terremoto» leggiamo testualmente:
Orazione
«O Dio onnipotente ed eterno il cui sguardo fa tremare la terra, perdona chi è nel timore, sii benigno con chi supplica; affinché, avendo paventato il tuo sdegno che scuote i cardini della terra, continuamente sperimentiamo la tua clemenza che ne ripara le rovine. Per nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figliuolo».
Secreta
«O Dio che hai formato e reso consistente la terra, accetta le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimuovi completamente la minaccia del terremoto, muta la tua terrificante collera in rimedio per la salvezza degli uomini, affinché coloro che dalla terra vennero e ad essa ritorneranno, gioiscano al pensiero di poter divenire cittadini del cielo con una vita santa. Per nostro Signore».
Dopocomunione
«Difendi, o Signore, noi che abbiamo ricevuto il santo sacramento e per celeste grazia rassoda la terra che, a motivo dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare, affinché i cuori degli uomini comprendano che tali flagelli vengono dal tuo sdegno e cessano per la tua misericordia. Per nostro Signore Gesù Cristo».
Nel sentire comune, quando accade qualcosa di estremamente negativo nella vita di una persona, è normale sentir dire: «ma che colpa ho commesso per ricevere un dolore simile?». È chiaro che nella natura di ognuno, quando essa non viene soffocata dalle strutture contrarie alla coscienza della presenza di Dio nella storia di ogni individuo e nella storia universale, è istintuale il pensiero di aver commesso qualcosa di grave per provocare l’ira del Signore.


Tobia

Ascoltiamo che cosa afferma Tobia a riguardo delle colpe proprie e dei padri:
«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità. Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa' che io parta verso l'eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia…» (Tb 3,2-6).
Tutta la Bibbia è pervasa da questa certezza: le colpe dei padri ricadono sui figli, per più generazioni. Forse la colpa di Adamo ed Eva non è caduta, terribilmente, su noi tutti, destinati, invece, alla felicità?
Spesso accade nelle grandi dinastie una sorta di “maledizione”, dunque di castigo, che va a rompere le benedizioni di Dio su quella data schiatta. Qualche esempio: Casa Savoia, famiglia Kennedy, famiglia Agnelli, famiglia Ranieri di Monaco, famiglia Onassis…
Nel dicembre del 1854, mentre in Parlamento era in discussione la legge Rattazzi per la soppressione degli Ordini religiosi e l'incameramento dei loro beni da parte dello Stato, don Giovanni Bosco (1815-1888) fece un sogno che rivelò poi a Vittorio Emanuele II (1820-1878), inviandogli una lettera, nella quale lo informava di aver sognato un bambino che gli affidava un messaggio: «Una grande notizia! Annuncia: gran funerale a corte». Alcuni giorni dopo il santo inviò un'altra lettera, comunicando un altro sogno, dove era comparso nuovamente il bambino, il quale affermava: «Annunzia: non gran funerale a corte, ma grandi funerali a corte», perciò don Bosco invitò espressamente il Re ad allontanare i castighi di Dio, cosa possibile solo impedendo a qualunque costo l'approvazione di quella legge. Ma il Re non prestò ascolto. Il 5 gennaio l855, mentre il disegno di legge era presentato ad uno dei rami del Parlamento, si diffuse la notizia di un’improvvisa malattia di Maria Teresa (1801-1855), madre del sovrano, che sette giorni dopo morì a 54 anni. Il 16 vennero celebrati i funerali e, subito dopo la funzione, la moglie di Vittorio Emanuele II, Maria Adelaide (1822-1855), che aveva partorito da appena otto giorni, subì un improvviso e gravissimo attacco di metro-gastroenterite. Proprio quel giorno il Re ricevette un'altra lettera di don Bosco, dove era scritto: «Persona illuminata ab alto [cioè dall'alto] ha detto: “Apri l'occhio: è già morto uno”. Se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua [saranno mali su mali in casa tua]. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare». La regina Maria Adelaide morì quattro giorni dopo, il 20 gennaio l855, a soli 33 anni. Il fratello del Re, Ferdinando (1822-1855), duca di Genova, morì l'11 febbraio, anch’egli a 33 anni.
Don Bosco pubblicò anche un opuscolo, dove ammoniva Vittorio Emanuele II, scrivendo fra l’altro: «La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione». Tuttavia la legge Rattazzi venne approvata dalla Camera il 2 marzo 1855 per poi passare al Senato. Il 17 marzo morì il piccolo Vittorio Emanuele Leopoldo, l’ultimogenito del Re, nato l’8 gennaio dello stesso anno. Vittorio Emanuele II morirà a 58 anni di malaria, contratta a Roma. Il suo primo successore, Umberto I (1844- 1900), morirà a 56 anni, assassinato dall'anarchico Gaetano Bresci (1869-1901). Il secondo successore, Vittorio Emanuele III (1869-1947), morirà in esilio, ad Alessandria d’Egitto; il terzo, Umberto II (1904-1983), perirà anch’egli in esilio a Cascais, in Portogallo (Cfr. V. Messori, Pensare la storia, Sugarco, Milano 2006, pp. 272-273).

San Tommaso

San Tommaso d’Aquino (1225-1274) spiega nella Summa theologica (Suppl., q.15, a. 2, con il titolo «Se le sofferenze con le quali Dio ci punisce nella vita presente possono essere satisfattorie») il concetto di punizione:
«1. … niente può essere satisfattorio se non è meritorio. Ora, noi non meritiamo se non con quelle cose che dipendono da noi. Perciò siccome i flagelli con i quali Dio ci punisce non dipendono da noi, è chiaro che non possono essere satisfattori.
2. La soddisfazione è riservata ai buoni. Invece le sofferenze suddette colpiscono i cattivi, e sono essi che le meritano di più. Quindi non possono essere satisfattorie.
3. La soddisfazione è fatta per i peccati passati. Ma talora queste sofferenze sono inflitte a chi è senza peccati, com’è evidente nel caso di Giobbe. Dunque esse non sono satisfattorie.
In contrario: S. Paolo scrive:
“1. La tribolazione produce la pazienza, la pazienza poi la probazione”, cioè “la purificazione dai peccati” […]. Dunque le sofferenze espiano i peccati. E quindi sono satisfattorie.
2. S. Ambrogio afferma: “Anche se manca la sicurezza”, cioè la coscienza [certa] di peccato, “la pena è in grado di soddisfare”. Perciò codeste sofferenze sono satisfattorie.
Rispondo: la compensazione per l’offesa fatta può essere compiuta, sia dall’offensore che da un altro. Quando però è promossa da un altro essa ha più natura di vendetta che di soddisfazione: invece quando è compita da chi ha offeso ha anche l’aspetto di soddisfazione. Perciò se le sofferenze che Dio infligge per i peccati vengono fatte proprie in qualche modo da chi le subisce, allora acquistano valore satisfattorio. Ora, esse vengono fatte proprie da chi le subisce in quanto questi le accetta quale purificazione dai peccati, sopportandole con pazienza. Se invece uno vi si ribella assolutamente, allora non le fa sue. E quindi non hanno valore di soddisfazione, ma solo di vendetta».
Questa la logica, inconfutabile e non contraddittoria, a noi trasmessa dal Dottore Angelico, logica che ha una sua intrinseca capacità di placare la nostra inquietudine, proiettandoci ad orizzonti ben più ampi e splendenti. Abbeverarsi a queste fonti, tornare a leggere e introiettare queste certezze di Fede è l’antidoto migliore per interrompere quella pandemia di incertezza, di dubbio e di confusione che permea la cultura cristiana. I fedeli hanno bisogno di recarsi al pozzo della città di Sicàr, dove c’è ancora e sempre Gesù, pronto ad offrire l’acqua della vera vita. Un’acqua che al primo impatto sembra amara, mai poi si rivela dolcissima e santificante, come insegna il dottrinale Concilio di Trento. Leggiamo, infatti, alla voce «Le opere di santificazione»:
«Il concilio insegna che la magnificenza divina è così grande che non solamente le pene che noi stessi ci infliggiamo spontaneamente in esconto del peccato o che il sacerdote decide di imporci in proporzione agli errori commessi, ma ancora – e questa è la più grande prova d’amore! – le prove temporali inflitte da Dio, se noi le sopportiamo pazientemente, ci permettono di santificarci davanti al Padre per i meriti di Gesù Cristo».

Cristina Siccardi

Cena ebraica in parrocchia: chi sarebbero i nostalgici

Celebrazione della Pasqua Ebraica con i comunicandi della Parrocchia San Paolo Apostolo in Crotone anno catechistico 2010-2011.
Poi ai tradizionalisti danno etichette del tipo: "retrogradi", "nostalgici", "fissati con i loro archeologismi liturgici", ecc.
Guardate questo video.

http://it.gloria.tv/?media=147556

Gesti e movimenti dei fedeli durante la celebrazione










di Uwe Michael Lang, C.O. (*Padre Uwe Michael Lang è Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice)



ROMA, mercoledì, 20 aprile 2011 (ZENIT.org).- I gesti e movimenti dei fedeli durante la celebrazione della Santa Messa appartengono a quegli aspetti materiali del culto divino che non si possono trascurare. San Tommaso d’Aquino è molto chiaro nell’osservare che dobbiamo rendere onore a Dio non solo in spirito. Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. Nella sacra liturgia è necessario «servirsi di cose materiali come di segni, mediante i quali l’anima umana venga eccitata alle azioni spirituali che la uniscono a Dio» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7).
Abbiamo quindi bisogno di segni sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. L’Aquinate riconosce che il fine della liturgia è l’offerta spirituale compiuta da coloro che partecipano ad essa. Ma la costituzione umana è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca allo stesso tempo una manifestazione corporea. D’altro canto la vita interna è sostenuta dagli atti esterni. Per provvidenziale volontà di Dio, siamo chiamati ad offrirgli i segni visibili della nostra offerta spirituale, perché, in quanto creature corporee, comunichiamo con segni esterni. Il Doctor communis osserva: «Queste cose esterne non vengono offerte a Dio, come se Egli ne avesse bisogno […], ma come segni degli atti interni spirituali» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7 ad 2).
In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti ed atteggiamenti nella liturgia. Tali consuetudini fanno parte della tradizione viva del popolo di Dio e sono trasmesse da una generazione all’altra insieme ai contenuti della fede. Dal canto suo, la Chiesa, come Madre e Maestra, interviene a volte, dando indicazioni più precise per educare i fedeli allo spirito della liturgia.
La normativa per la forma ordinaria della Santa Messa di Rito Romano si trova nell’attuale Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 43, dove viene spiegato che il giusto atteggiamento dei fedeli nelle varie parti della Celebrazione eucaristica è segno di unità e favorisce la partecipazione all’azione liturgica:
I fedeli stiano in piedi dall’inizio della Messa fino alla conclusione dell’orazione colletta, durante l’Alleluia, la proclamazione del Vangelo, il Credo e la preghiera universale; si alzino all’invito Orate, fratres prima dell’orazione sulle offerte e rimangano in piedi fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.
I fedeli stiano seduti per le letture prima del Vangelo e il salmo responsoriale, all’omelia e durante l’offertorio; possono stare seduti anche durante il sacro silenzio dopo la Sacra Comunione, se viene osservato.
I fedeli s’inginocchino alla consacrazione, se non sono impediti da un motivo ragionevole, come il cattivo stato di salute o la ristrettezza del luogo. Dove esiste il costume che i fedeli rimangano in ginocchio dal Sanctus fino alla dossologia della Preghiera eucaristica e prima della Sacra Comunione, all’Ecce Agnus, si conservi lodevolmente tale uso.
Secondo l’Ordinamento Generale, spetta alle Conferenze dei Vescovi, con la recognitio della Sede Apostolica, adattare queste norme secondo le sensibilità delle culture e tradizioni locali. Tuttavia, bisogna stare attenti che i gesti corrispondano sempre al vero senso di ciascuna parte della liturgia.
Un gesto da rivalutare in non poche celebrazioni liturgiche odierne è l’inginocchiarsi. L’adorazione inizia dal riconoscimento di Dio e della sua sacra presenza, che sollecita l’uomo ad una risposta di riverenza e devozione. Nell’ambito biblico, il gesto più caratteristico dell’adorazione è quello di prostrarsi o di mettersi in ginocchio davanti alla presenza di Dio (cf., ad esempio, 1Re 8,54-55; Lc 5,8; 8,41; 22,41; Gv 11,32; Atti 7,60; Ap 5,8 e 14; 19,4; 22,8). I primi cristiani hanno recepito questa prassi, come attestano Tertulliano e Origene nel terzo secolo.
La ben nota prescrizione del canone ventesimo del primo Concilio di Nicea (325), di stare in piedi per la preghiera liturgica, ad imitazione del Risorto, si riferisce specificamente alle domeniche e al tempo pasquale, mentre nei giorni di digiuno e nei giorni stazionali si pregava in ginocchio, così come attestato riguardo alla preghiera personale quotidiana. D’altronde, già in una lettera scritta nel 400, sant’Agostino dichiarava di non sapere se la prescrizione di Nicea fosse una consuetudine propria a tutta la Chiesa (cf. Ep. 55 ad Ianuarium, XVII, 32).
Durante i secoli, la Chiesa ha sempre ricercato espressioni rituali il più adeguate possibile, dando così una testimonianza visibile della sua fede e del suo amore verso il culto divino e in particolare l’Eucaristia. Così si è sviluppata in Occidente la consuetudine che i fedeli si inginocchino per il Canone della Messa, o almeno nelle sue parti centrali: la consacrazione. In tal modo, si è anche diffusa la prassi di ricevere la Sacra Comunione in ginocchio. Per fornire un esempio a tutta la Chiesa, il Santo Padre Benedetto XVI, a partire dalla solennità del Corpus Domini del 2008, ha cominciato a distribuire la Sacra Comunione direttamente sulla lingua ai fedeli che la ricevono inginocchiati.
In risposta ad alcune difficoltà che sono emerse nella vita liturgica, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ribadisce che «la pratica di inginocchiarsi per la Sacra Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate» (Lettera This Congregation, 1 luglio 2002: trad. it. Enchiridion Vaticanum vol. XXI, p. 471 n. 666). Il Dicastero chiarisce che non è lecito rifiutare la Sacra Comunione per la semplice ragione che i comunicandi scelgono di riceverla in ginocchio (cf. Istruzione Redemptionis Sacramentum, n. 91).










Il Sessantotto di mons. Lefebvre. Vers Écône di Philippe Béguerie

Di Massimo Introvigne:




Su mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) la letteratura è abbondante, ma le opere che apportano effettivamente informazioni storiche di prima mano non sono numerose. Alla fine, la biografia apologetica scritta da uno dei quattro vescovi da lui consacrati nel 1988, mons. Bernard Tissier de Mallerais (Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, trad. it., Tabula fati, Chieti 2005), rimane per molti versi la fonte più attendibile. Lo stesso mons. Tissier de Mallerais lamenta peraltro che non gli sono stati aperti gli archivi della Congregazione dello Spirito Santo, l’ordine religioso di cui mons. Lefebvre fu superiore generale dal 1962 al 1968, così che la sua ricostruzione di quel periodo – cruciale nell’itinerario del prelato francese – rimane lacunosa. Di quegli archivi ha potuto invece ampiamente avvalersi don Philippe Béguerie nel suo volume Vers Écône. Mgr Lefebvre et les Pères du Saint-Esprit. Chronique des événements 1960-1968 (Desclée de Brouwer, Parigi 2010, da cui sono tratte tutte le citazioni successive).
Come fa notare lo storico Florian Michel nella sua Postfazione (pp. 465-476) al volume, «la testimonianza di padre Béguerie non è neutrale – non più di quella di Tissier de Mallerais. Il suo discorso è impegnato – troppo impegnato, penseranno senz’altro certuni» (p. 471). Béguerie, in effetti è «padre» in quanto egli stesso spiritano, cioè membro della Congregazione dello Spirito Santo, fino al 1963, anno in cui ottiene di esserne esclaustrato e incardinato nell’Arcidiocesi di Parigi come sacerdote secolare proprio in ragione della sua opposizione a mons. Lefebvre. Non soltanto don Béguerie sarà più tardi uno dei protagonisti dell’applicazione della riforma liturgica in Francia, ma il suo progressismo teologico appare evidente anche al lettore superficiale quando per esempio nel testo, senza altre spiegazioni, definisce quello secondo cui «Lucifero è il capo degli angeli ribelli» (p. 269) come «un mito del Medioevo» (ibid.).
Testimonianza francamente di parte, il che non dovrebbe mai essere dimenticato dal lettore, il testo di don Béguerie è nondimeno prezioso soprattutto perché a ogni gruppo di capitoli fa seguito una parte documentale. Si tratta di cinquantatre documenti, in parte assolutamente inediti e in parte noti ma difficili da reperire. Ne emerge una storia narrata – per evidenti motivi – in un tono partigiano, mai sfiorato dal dubbio che gli avversari di mons. Lefebvre possano avere avuto qualche torto, e le cui grandi linee tuttavia possono essere ricostruite obiettivamente anche solo dai documenti.
La Congregazione dello Spirito Santo, fondata nel 1703 a Rennes da Claude-François Poullart des Places (1679-1709), nasce per gestire seminari per candidati al sacerdozio poveri, ma nel corso del secolo XVIII si specializza nelle missioni estere. Nel 1848 si fonde con un’altra congregazione missionaria, quella del Cuore Immacolato di Maria fondata dall’ebreo convertito François Libermann (1802-1852), che diventa superiore degli Spiritani di cui è considerato il secondo fondatore. Nel 1961, alla vigilia del Concilio Ecumenico Vaticano II, gli Spiritani contano 3.381 religiosi sacerdoti, di cui 1.094 francesi, con numerosi vescovi, di cui quarantasei saranno presenti al Concilio. Si tratta di una congregazione essenzialmente missionaria, con un’attività limitata nei Paesi di tradizione cattolica, che ha tuttavia in Francia la casa madre, il seminario – a Chevilly, alle porte di Parigi – e un sistema di orfanatrofi che ha «ereditato», l’Opera di Auteuil.
Mons. Lefebvre è stato per decenni un fiore all’occhiello della congregazione. Missionario esemplare in Africa, è diventato arcivescovo di Dakar, nel Senegal, e delegato pontificio per tutta l’immensa Africa francofona, uno dei pochi uomini di fiducia del venerabile Pio XII (1939-1958) nel continente africano. Tuttavia – e qui comincia propriamente la storia narrata da don Béguerie – le cose sono cambiate con il nuovo Pontefice, il beato Giovanni XXIII (1958-1963). Il Papa che succede a Pio XII è stato nunzio apostolico in Francia, e ha avuto modo di scontrarsi con mons. Lefebvre sulla questione delle conseguenze della decisione di Papa Pio XI (1922-1939) di rendere pubblica nel 1926 la condanna del movimento monarchico Action Française, che il Sant’Uffizio aveva pronunciato nel 1914 con un decreto che Papa san Pio X (1903-1914) aveva confermato ma aveva ordinato di non pubblicare per ragioni di opportunità.
Mons. Lefebvre era stato allievo del Seminario Francese di Roma ai tempi in cui ne era superiore padre Henri Le Floch C.S.Sp. (1862-1950), che si era dimesso nel 1927 proprio per dissensi con Pio XI sul tema dell’Action Française. Don Béguerie aggiunge sul punto un curioso aneddoto, che afferma di poter provare con documenti degli archivi spiritani: nel 1926 padre Le Floch avrebbe cercato d’impedire la pubblicazione del documento di san Pio X sottraendolo dagli archivi del Sant’Uffizio e cercando poi di far passare per pazzo il confratello spiritano che aveva denunciato la sottrazione a Pio XI, il quale alla fine si sarebbe accorto del sotterfugio. Il beato Giovanni XXIII, fiero sostenitore della condanna dell’Action Française, sarebbe rimasto scandalizzato dalla difesa pubblica e privata di padre Le Floch da parte di mons. Lefebvre.
Sul punto, la documentazione di don Béguerie è massiccia. Il beato Giovanni XXIII, eletto Papa, fa subito sapere a mons. Lefebvre che si trova nella sua attuale posizione nonostante il parere negativo che aveva dato come nunzio apostolico, ne accetta le dimissioni dalle cariche in Africa e – mentre mons. Lefebvre, in quanto arcivescovo, si aspetta di essere trasferito in Francia alla diocesi arciepiscopale di Albi, che è vacante – lo nomina vescovo di Tulle, che non è sede arcivescovile. Il prelato mantiene il titolo, ma non le funzioni di arcivescovo. Il fatto non è privo d’importanza perché – prima della fondazione in Francia di un Conferenza Episcopale – la guida di fatto della Chiesa Cattolica francese è esercitata dall’Assemblea dei cardinali e degli arcivescovi, la quale – con l’appoggio di Roma – dichiara che un arcivescovo che non governa una sede arciepiscopale non ha titolo per farne parte, dichiarazione – come don Béguerie fa giustamente notare – tagliata su misura per il solo caso di mons. Lefebvre.
Perché dunque all’inizio degli anni 1960 mons. Lefebvre è già in conflitto con la grande maggioranza dei vescovi francesi ed è malvisto dal Papa? Il dossier messo insieme da don Béguerie cita diverse ragioni, di cui tre sono fondamentali. La prima è l’opposizione intransigente di mons. Lefebvre a ogni forma d’innovazione in campo teologico, liturgico e sociale. La seconda è il giudizio molto duro sull’islam – e in particolare, in epoca di Guerra Fredda, sulle affinità naturali tra islam e comunismo – che determina un duro conflitto con il primo presidente del Senegal indipendente, Léopold Sédar Senghor (1906-2001). L’uomo politico chiede a Roma che mons. Lefebvre sia rimosso dalla sede arciepiscopale di Dakar, dopo che il prelato ha scritto – nel 1959 – che «i metodi comunisti [sono] piuttosto simili a quelli dell’islam: fanatismo, collettivismo, schiavismo nei confronti dei deboli sono la tradizione stessa dell’islam» (pp. 71-72). In terzo luogo – e don Béguerie conferma quanto ho scritto io stesso sul punto, pubblicando documenti ulteriori – molto più importante di quanto altri abbiano potuto pensare è lo scontro sulla Cité Catholique, l’associazione cattolica contro-rivoluzionaria guidata da Jean Ousset (1914-1994), sostenuta e difesa da mons. Lefebvre ma avversata dalla maggioranza dell’episcopato francese.
Don Béguerie – all’epoca egli stesso autore di un dossier su questi «problemi» di mons. Lefebvre, preparato con l’intento d’impedirne l’elezione a superiore generale degli Spiritani – documenta i diversi incidenti con dovizia di particolari, ma l’analisi è molto carente e spesso veramente troppo faziosa. Nonostante tanti avvenimenti successivi, l’autore non è nemmeno sfiorato dall’idea che – per quanto effettivamente mons. Lefebvre si esprima in modo talora eccessivamente schematico, o anche volutamente provocatorio – un certo irenismo cattolico nei confronti dell’islam e una certa teologia progressista abbiano fatto danni tali da giustificare molte delle riserve del presule francese. Sulla Cité Catholique, poi, don Béguerie si limita non solo a ripetere la vulgata ostile dell’epoca, ma per gli sviluppi successivi in Argentina – per cui mi permetto, ancora, di rimandare al mio studio in materia – cita una fonte del tutto squalificata qual è il libro scandalistico della giornalista Marie-Monique Robin.
I documenti riprodotti, peraltro, si prestano anche a un’altra lettura. La critica più «ufficiale» dell’episcopato francese contro la Cité Catholique non nega la legittimità di una scelta per la scuola cattolica contro-rivoluzionaria: condanna soltanto la presentazione di questa scelta come l’unica possibile e di fatto obbligatoria per tutti i cattolici. Per altro verso, i vescovi esprimono forti riserve su associazioni laicali come la Cité Catholique dirette non da sacerdoti, ma da laici. Paradossalmente, quando Ousset non lo seguirà nella sua critica al Concilio Ecumenico Vaticano II, mons. Lefebvre solleverà nei suoi confronti la stessa obiezione.
Come si comprende, l’opposizione a mons. Lefebvre non viene soltanto dai vescovi francesi o dal beato Giovanni XXIII. Esiste anche tra gli Spiritani, particolarmente nel corpo docente del seminario di Chevilly, dove lo stesso don Béguerie insegna all’epoca Esegesi biblica. Il fatto che Chevilly cerchi di orientare l’elezione di delegati per il Capitolo Generale che dovrà scegliere, nel 1962, il nuovo superiore generale verso padri ostili a mons. Lefebvre provoca ricorsi a Roma e l’annullamento di una prima tornata elettorale. Alla fine, i delegati sono scelti e un Capitolo molto combattuto – che contrappone gli Spiritani francesi, tranne coloro che si occupano dell’Opera di Auteuil, a quelli, più conservatori, dei paesi di missione – elegge il 25 luglio 1962 mons. Lefebvre. Trattandosi di un vescovo, l’elezione dev’essere confermata dal Papa. La conferma arriva, anche se don Béguerie dedica molte pagine a una controversia su cui la documentazione non permette in verità conclusioni nette. Secondo l’autore – all’epoca parte in causa, come attivo protagonista del fronte anti-Lefebvre – il prelato avrebbe fatto credere che il beato Giovanni XXIII fosse favorevole alla sua elezione, mentre il Papa avrebbe semplicemente detto che, pur non gradendola, non l’avrebbe ostacolata rispettando la libertà del Capitolo.
Mons. Lefebvre si trova così a essere il superiore generale della sua congregazione durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. L’attività del prelato al Concilio è oggetto di numerosi studi, e la presentazione che ne fa don Béguerie – al solito malevola – non aggiunge nulla a quanto si sa da altre fonti, ancorché sia utile e pratica la raccolta di una serie di lettere sulle varie sessioni conciliari scritte ai confratelli da mons. Lefebvre. Benché gli altri vescovi spiritani, influenzati dai confratelli francesi, si dichiarino imbarazzati per la distanza del loro superiore dalle posizioni progressiste della maggioranza dell’episcopato francofono, è interessante notare che alla fine, secondo don Béguerie, non è tanto l’atteggiamento di mons. Lefebvre al Concilio che determina un dissidio radicale con una percentuale significativa dei membri del suo ordine, ma tre episodi specifici.
Il primo riguarda, ancora una volta, il sostegno di mons. Lefebvre a Ousset, che continua ad alimentare polemiche, anche perché il prelato si fa assistere al Concilio come perito da un sacerdote diocesano che è vicino a Ousset, non è uno spiritano ed è in pessimi rapporti con molti vescovi francesi, don Victor Berto (1900-​1968). Il secondo è la questione della talare, che mons. Lefebvre – sulla base di una sua circolare dell’11 febbraio 1963 – vuole imporre agli Spiritani francesi e anche ai novizi seminaristi, in un momento in cui molti altri ordini religiosi passano al clergyman o direttamente all’abito borghese. Il terzo è la collaborazione di mons. Lefebvre – con nome, cognome e titolo di superiore generale – al settimanale di destra Rivarol, dove esprime giudizi sul Concilio molto più duri di quelli che appaiono nelle sue lettere ufficiali ai confratelli. Del resto, i suoi oppositori rimproverano a mons. Lefebvre di fare esporre nelle case spiritane solo pubblicazioni politicamente orientate a destra, fra cui l’italiano il Borghese, noto certo per le sue critiche ai cattolici progressisti ma anche per le sue «immagini piuttosto sconce» (p. 413), un problema solo parzialmente risolto facendone «strappare tutte le copertine» (ibid.).
A poco a poco, mons. Lefebvre si rende conto che la maggioranza degli Spiritani non lo segue. Alcuni, come lo stesso don Béguerie, protestano abbandonando la congregazione. Altri preparano la successione, di cui dà occasione il decreto del servo di Dio Papa Paolo VI (1963-1978) Perfectae Caritatis (1965) che impone agli ordini religiosi la convocazione di capitoli straordinari per procedere all’aggiornamento post-conciliare. Quello degli Spiritani è preceduto da notevoli schermaglie procedurali, perché all’inizio mons. Lefebvre pensa di poterlo controllare. Ma alla fine annuncia che al Capitolo del 9 settembre 1968 si presenterà dimissionario. Aperto il Capitolo, una controversia su una questione di procedura – interpretata come una mancanza di rispetto – spinge mons. Lefebvre ad abbandonare l’assemblea l’11 settembre. Vi farò ritorno per un breve discorso il 30 settembre, prima della vittoria del «partito di Chevilly» a lui ostile. A novembre, lascerà gli Spiritani e comincerà a preparare l’avventura di Écône e della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non è oggetto del libro di don Béguerie.
Come fa notare Michel nella postfazione, il volume non chiude ma apre una serie di problemi storiografici relativi a mons. Lefebvre. Ribadisce che il suo contrasto con la maggioranza dei vescovi francesi non risale al Concilio Ecumenico Vaticano II, e non è dunque una conseguenza del Concilio, ma si manifesta dall’inizio del pontificato del beato Giovanni XXIII, con prodromi persino precedenti. Michel pone, a mio avviso, un problema reale quando alla fine della sua postfazione mette in dubbio il carattere unitario delle posizioni di mons. Lefebvre nel corso della sua lunga vicenda di vescovo, ipotesi sostenuta nella biografia di mons. Tissier de Mallerais ma, nota lo storico, «pesante e a priori non necessaria sul piano epistemologico» (p. 476), dove forse «maschera momenti di rottura: prima del Concilio, prima del 1970, prima del 1974, prima del 1988» (ibid.).
Anche se i testi di Rivarol – e della rivista Itinéraires – hanno un tono parzialmente diverso dai pronunciamenti ufficiali in ambito spiritano, si rimane colpiti non solo dalla fiducia che – fino al termine delle vicende narrate da don Béguerie (certamente non dopo) – mons. Lefebvre manifesta quanto all’interpretazione del Concilio nei confronti del servo di Dio Paolo VI, di cui talora propone – in implicita ma evidente contrapposizione al beato Giovanni XXIII – un vero «panegirico» (p. 250), ma anche dalla lettera di convocazione, a Concilio finito, del Capitolo Generale dove si presenterà dimissionario. In questa lettera, del 6 gennaio 1966, il presule invita a distinguere fra i «testi conciliari» (p. 381) e le loro interpretazioni abusive.
Mons. Lefebvre spiega agli Spiritani che per «profittare dell’opera reale del Concilio, del risultato dei suoi lavori che solo conta in definitiva, dobbiamo dedicarci allo studio dei testi con una reale devozione, cioè con un desiderio sincero di ricevere la luce che vi si trova per le nostre intelligenze e la grazia di santificazione per le nostre anime, insieme alle direttive necessarie alla nostra attività personale e pastorale» (ibid.). L’invito è a «profittare ampiamente delle grazie del Concilio e a sottometterci perfettamente alla Santa Volontà di Dio che si manifesta in tutti i documenti che ha emanato» (p. 383, corsivo mio). Questo, certamente, non è il mons. Lefebvre degli anni 1980. I problemi storiografici su quando e come il presule francese cambi il suo giudizio sui documenti del Concilio rimangono. Il libro di don Béguerie è troppo orientato per risolverli. Ma può contribuire a impostarli, e a ricordarci che esistono.

lunedì 25 aprile 2011

27 aprile: s. Messa dei FFI ad Acquapendente (Vt)

Mercoledì 27 aprile ore 7:30

Cappella del Monastero "Roseto dell'Immacolata e Santa Chiara"
delle Clarisse dell'Immacolata



Via Malintoppa, 10
01021 Acquapendente (Vt)

SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano

officiata dai Frati Francescani dell'Immacolata.

I frutti dell'ecumenismo

ANSA) - LONDRA - La Chiesa di Inghilterra ha bloccato l'iniziativa del governo britannico di riformare la legge di successione che impedisce a membri della famiglia reale di sposare un cattolico. L'abolizione della legge, che risale al 1701, era un progetto del vice primo ministro Nick Clegg. Ma il piano è naufragato dopo che la Chiesa di Inghilterra ha sollevato "significative obiezioni" centrate sul doppio ruolo del Sovrano come capo dello Stato, ma anche della Chiesa.

Cura Benedetto "ex tunc"!

Ecco un altro esempio che la "cura Benedetto", pare funzionare. dove? Nella parrocchia dello Spirito Santo di Modena (http://www.spiritosantomodena.it/).



Il parroco, don Giorgio Bellei, invero, già dal 1990, vela le immagini sacre nel Tempo di Passione, ha posto un crocefisso al centro, e ha curato l'aspetto dell'altare.



Ah, per inciso, ogni Domenica alle 18.00 celebra anche la Messa trdizionale.



Complimenti Reverendo, perchè nella chiesa, pur di recentissima costruzione, e fortunatamente dall'architettura abbastanza "tradizionale", riesce a rendere "cattolica" la chiesa e a farla essere veramente la porta del Cielo e la Casa di Dio.







*




*





*

Le Barroux a Gricigliano

Da Romualdica.




[Il 17 novembre 2010 Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, si è recato in visita al seminario dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote, presso Gricigliano (Firenze), in occasione del ventennale della visita di Dom Gérard Calvet (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero di Le Barroux. Nel corso della visita l’abate benedettino ha celebrato una Messa pontificale, durante la quale ha pronunciato la seguente omelia, che trascriviamo – con l’autorizzazione dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote, al quale rivolgiamo il nostro ringraziamento – in traduzione italiana a cura di don Federico M. Pozza ICRSS, al quale pure vada il nostro ringraziamento. L’originale francese dell’omelia, assieme al servizio fotografico della giornata, si trova nel sito in lingua francese dell’Istituto]

Monsignore,
Signori Canonici, cari seminaristi, care Suore,
Sono quasi tre anni che Dom Gérard ci ha lasciato. Come avete evidenziato sulla bella immagine-ricordo da voi stampata, Benedetto XVI salutò colui la cui «vita è stata interamente rivolta al Signore». Lo fu veramente; egli toccava la terra solo per saltare verso il cielo. André Charlier disse di lui pressappoco la stessa cosa, ammirando sin dalla sua giovane età la capacità che aveva di andare sempre all’essenziale. Ma Dom Gérard non dimenticava i mezzi ordinari coi quali si va a Dio e che ci sono stati trasmessi dalla Tradizione e dai nostri Padri.
Lei mi ha invitato, Monsignore, per onorare la visita di Dom Gérard, vent’anni fa, quando l’Istituto muoveva i suoi primi passi. Sembra che a quell’epoca voi abbiate avuto tutta una serie – assai strana – di difficoltà di ogni tipo, e che per questo lei domandò a Dom Gérard di benedire questi luoghi, cosa ch’egli fece. La grazia di Dio, attraverso il sacramentale, fu efficace. E poiché Dom Gérard sapeva – secondo l’espressione di Charles Péguy – che il fiume della vita spirituale scorre nel letto della vita naturale, non dimenticò di farle dono di un materiale che all’epoca vi mancava implacabilmente: dei letti. Cosa prosaica, certo, ma indispensabile alla natura e trattata in modo molto preciso dalla santa Regola di san Benedetto.
Mi permetta di fare come Dom Gérard, di saltare sul materasso per evocare ciò che era al centro del suo pensiero e della sua sollecitudine: la vita interiore. La vita interiore trova nel sonno come un’icona.
È vero che vi è un sonno cattivo che ci minaccia tutti.
La vita interiore non ha nulla a che vedere con il sonno di Oloferne. Questo non è che una conseguenza grossolana dell’intemperanza. La vita interiore non può scaturire dalle orge carnali o spirituali. Dom Gérard ci ha sempre messo in guardia contro l’avidità moderna per le novità, servite da pseudo-teologi e altri archeologi della vita cristiana. Sappiamo quel che capitò a Oloferne: una testa tagliata; sappiamo quel che capita all’Occidente: un’apostasia silenziosa.
La vita interiore non ha neppure nulla a che vedere con la fuga dalle responsabilità stigmatizzata dal profeta Isaia: «I suoi guardiani sono tutti ciechi […]; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi» (Is 56,10). Dom Gérard seppe ricordare in modo audace il loro dovere a questi «guardiani».
La vita interiore, infine, non ha nulla a che vedere con il sonno di Pietro, Giacomo e Giovanni al Getsemani, avvolto dalla tristezza e sconfitto da una forma di disperazione. La fondazione di Bédoin non fu un atto disperato, ma al contrario un grande atto di speranza.
Esiste però un altro sonno, questa volta buono, che dà una dolce e profonda luce alla vita interiore.
Il sonno di Adamo, anzitutto, mandato da Yahvé per creare Eva. La vita interiore è una vita in cui il primato della grazia assume tutta la propria ampiezza. È Dio che agisce e non l’uomo. Quando Dio vuole fare delle meraviglie in un’anima, lo fa nel silenzio, nella calma, all’interno. L’anima deve farsi allora completamente docile, malleabile, in ascolto. Si abbandona pienamente nelle mani di Dio. È ciò che successe sulla Croce, in modo ancor più ammirevole. Il Figlio dell’Uomo si addormentò per far nascere la Chiesa.
Il sonno di Samuele, che dormiva nel Tempio. La vita interiore è piena intimità con Dio, quasi familiare. L’anima che abita con Dio e Dio che dimora nell’anima. Ma Dom Gérard avrebbe visto in questo sonno la vita interiore nutrita dalla grande liturgia della Chiesa. Egli amava questa maestra di preghiera che è la liturgia, la quale attraverso i suoi gesti solenni, sacri, immutabili, pieni del senso di Dio e degli uomini, poco a poco conferisce agli uomini come una seconda natura.
Il sonno di Giacobbe che prende una pietra e la mette sotto la propria testa per dormire. E Dio gli dice: «A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato» (Gen 28,13). La vita interiore noi la riceviamo da Dio. Non ce la fabbrichiamo da noi stessi, come non si fabbricano né la fede, né la liturgia.
Infine, il sonno di Giuseppe, sposo di Maria, sublime icona della vita interiore, fatta di ascolto semplice e raccolto della Parola di Dio in una fede semplicissima, completamente pura. Messo a confronto con Zaccaria – che dubita della parola dell’angelo che gli parla nel Tempio santo, al vertice della città santa, attorniato dal popolo in preghiera – la fede di Giuseppe, in piena inazione, sperduto in un piccolo villaggio sconosciuto, solo nella sua casa troglodita, è un modello per tutti coloro che vogliono entrare veramente nella vita interiore.
Ma la vita interiore, lo ripeto, non può essere né sarà mai una fuga dalla realtà, bensì una potente fonte d’ispirazione e di missione.
Come il sonno di Sansone, che dormì fino al cuore della notte per svegliarsi e presi i cardini delle porte della città li divelse. La vita interiore, quando è autentica, nasce per combattere per Cristo e per la sua Chiesa.
La vita interiore è fonte di forza, di stabilità e di calma, come quando Nostro Signore dormiva nella barca scossa dalla tempesta. Dom Gérard era ammirevole per calma e serenità, soprattutto nella tempesta; nonostante le grandi prove che non mancarono mai, si svegliava ogni mattina come nuovo e pronto ad affrontare tutti i combattimenti.
Il salmo 149, che cantiamo ogni mattina alle Lodi, parla dei santi che si rallegrano nei loro letti. Versetto stupefacente. È la gioia del santo che ha accolto la grazia di Dio in una vita di fede, di preghiera, di raccoglimento e di meditazione, che canta la gloria di Dio – «exaltationes Dei in gutture eorum» («le lodi di Dio sulla loro bocca», Sal 149,6) – e si rallegra intimamente perché sa che Dio lo manda presso le nazioni e che Dio veglia su di lui «ad faciendam vindictam in nationibus» («per compiere la vendetta fra le nazioni», Sal 149,7). Si rallegra perché la vita interiore è un focolare ardente di carità cristiana.
Resta un ultimo sonno di cui devo parlare. Quello del riposo delle anime.
«Requiem aeternam dona eis Domine». La vita cristiana è una quiete, una pienezza, un godimento di Dio, una partecipazione, sin da quaggiù, alla pienezza della vita trinitaria, alla quiete di Dio.
Rivedo ancora Dom Gérard tornare tranquillamente dal Mattutino, tutto perso in Dio, con questa specie di ebbrezza dello Spirito di cui parla sant’Ambrogio, mentre assaporava la presenza di Dio. È qualcosa che faceva veramente venire voglia di seguirlo.

Il vescovo di Treviso, un caso di autoritarismo clericale


Il vescovo di Treviso non è intenzionato ad applicare nella sua diocesi il motu proprio Summorum Pontificum. Ne abbiamo accennato nei giorni scorsi poiché della vicenda si era occupato Andrea Tornielli nel suo blog. Ecco ora l'articolo del Corriere del Veneto dedicato alla vicenda del vescovo di Treviso. Facciamo subito un paio di osservazioni. Il famoso coinvolgimento e rispetto dei laici sbandierato dal Concilio Vaticano II in questo caso è stato calpestato. Inoltre, è mancato un livello minimo di educazione, rispetto e carità: perché la curia non ha voluto rispondere alle lettere, alle email, alle telefonate, numerose, da parte degli organizzatori?



***
IL CASO Messa in latino per il parroco
Il vescovo di Treviso dice «no»
Vetrego, volevano festeggiare i sessant’anni di ordinazione
VETREGO (Venezia) - Don Pietro Mozzato è il parroco della frazione di Vetrego da quarant'anni. E già sarebbe un anniversario da festeggiare. In più questo primo di maggio ricorrono i sessant'anni dalla sua ordinazione sacerdotale. Una duplice occasione che i suoi fedeli hanno voluto ricordare chiedendogli di celebrare la Messa in latino, possibilità concessa da papa Ratzinger nel 2007. Era tutto pronto: c'era l'approvazione del consiglio parrocchiale, della corale e dello stesso don Pietro, c'erano i volantini per invitare i compaesani alla cerimonia, erano stati scelti testi e canti. Ma la notizia di questa scelta «tradizionalista», che negli anni ha già contato diversi ostacoli, è passata di sagrestia in sagrestia arrivando fin nelle stanze della curia di Treviso. E, attraverso le parole del parroco di un paese vicino, al sacerdote di Vetrego è stato suggerito di rinunciare alla funzione col rito romano antico, poco gradito—viene riportato dai protagonisti della vicenda — al vescovo monsignor Gianfranco Agostino Gardin. L’episodio è stato oggetto di una riflessione del vaticanista veneto Andrea Tornielli, che tiene il blog «Sacri Palazzi ». «Nessuna nostalgia borbonica - scrive il giornalista -, nessun inno al Papa re, nessuna finalità "politica", nessuna polemica contro il Concilio Vaticano II… Solo una messa secondo il rito antico, con il messale del 1962, quello promulgato dal beato Giovanni XXIII, quello liberalizzato dal suo successore Papa Ratzinger».

È del 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum con il quale Benedetto XVI concesse ai parroci di celebrare la messa in latino in presenza di un gruppo stabile di fedeli e senza il bisogno di un'autorizzazione del vescovo. In questo caso specifico si tratta di una singola cerimonia: ma l'opposizione, quand'è arrivata, è stata dura e ferma. Vetrego, frazione di Mirano in terra veneziana, fa capo alla diocesi di Treviso. E da lì sarebbe giunto il no, proprio a ridosso della festa organizzata dai fedeli per il loro pastore: il vicario generale della diocesi monsignor Giuseppe Rizzo, venuto a sapere della cosa dal parroco di Spinea, avrebbe mandato a dire che quest'ultima non poteva avere luogo. E don Pietro, che avrebbe comunque potuto procedere senza tener conto del «suggerimento », ha annullato tutto. Inizialmente sorpresi, perché certi di aver operato all'interno delle indicazioni papali, i fedeli hanno cercato più volte di contattare sia telefonicamente che via mail il vicario perché ritornasse sui suoi passi, ma non hanno ancora ottenuto risposta. «Ci troviamo di fronte ad un muro insormontabile da parte di vescovi e parroci - scrivono - circa l'applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, in queste terre passato completamente in sordina e del tutto ignorato dalla Chiesa locale». Monsignor Rizzo evita di soffermarsi sull’argomento, ma spiega che a sua è stata una decisione pastorale precisa: «Bisogna farsi semplicemente una domanda: è questo il modo migliore per festeggiare i 60 anni di sacerdozio di Don Pietro? Con una messa in latino? Come diocesi non abbiamo posto veti, abbiamo dato un'indicazione dicendo che ci pareva fuori luogo. E comunque mi pare una polemica pretestuosa in pieno periodo pasquale, se si protrarrà la diocesi non esiterà a rispondere». Tornielli non ne scrive come di un caso isolato, anzi porta riferimenti a simili episodi verificatisi precedentemente e sempre a Mirano, nella diocesi trevigiana di monsignor Gardin. Anzi, introduce la sua analisi dicendo che «le resistenze al motu proprio stanno raggiungendo livelli di guardia».

Silvia Madiotto
Davide Tamiello
***
Al caso di Vetrego si deve aggiungere anche quello di Mirano, provincia di Venezia ma diocesi di Treviso. Qui alla fine dello scorso anno, dietro richiesta dei fedeli, lo scorso 27 novembre, nella chiesa parrocchiale di S. Leopoldo Mandic (nel capoluogo comunale), si è celebrata una splendida Messa cantata nella forma straordinaria del Rito Romano(officiata da un sacerdote esterno col consenso del parroco), a cui hanno assistito centinaia di fedeli entusiasti. Dal quel momento, il parroco ha negato il permesso per ulteriori celebrazioni e la diocesi non ha ancora risposto agli appelli dei fedeli, malgrado una lettera raccomandata e ripetute mail e telefonate da parte dei fedeli.

sabato 23 aprile 2011

Perugia : Pasqua di Resurrezione

Domenica 24 aprile 2011
PASQUA DI RESURREZIONE
ore 17:00


chiesa di San Filippo Neri
via dei Priori - Perugia (centro storico)

SANTA MESSA
nella Forma Straordinaria del Rito Romano


per informazioni: sanfilippoperugia@libero.it

venerdì 22 aprile 2011

S. Messa di Pasqua a Pallanza Verbania



Domenica 24 APRILE 2011 ore 11.30

chiesa di San Giuseppe, P.zza Giovanni XXIII - Pallanza Verbania

SANTA MESSA nella Forma Straordinaria del Rito Romano

Lamenti del Signore sulla Croce: residui greci nella liturgia latina

Proponiamo questa lettura, tratta da Cantuale Antonianum (link) in cui si trova anche un video del canto e lo spartito dal Graduale.


I lamenti del Signore sulla Croce: residui arcaici in greco nella liturgia latina.
Gli Improperia sono versetti cantati antifonicamente e responsorialmente durante l'adorazione della Croce del Venerdì santo.
Il testo, di reminescenza biblica, benchè forse derivato anche da contaminazioni con l'apocrifa Apocalisse di Esdra, immagina i "rimproveri" che Gesù rivolge agli ebrei dalla croce. Di fatto parte di questi sovrappongono le parole di Cristo a quelli di Dio stesso quando ricorda agli ebrei la salvezza concessa attraverso Mosé.
Il rito è antichissimo, già testimoniato a Gerusalemme nel III sec. (descritto dalla pellegrina Eteria) fu accolto anche in Occidente verso il VI secolo.
La prima parte, delle due sezioni in cui si divide, prevede tre improperia (destinate ai solisti del coro):

[1] Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi! — Quia eduxi te de terra Aegypti: parasti Crucem Salvatori tuo. Popolo mio, che ti ho fatto? In cosa ti ho contrariato? Rispondimi. (Cf. Mi 6,3) — Ti ho liberato dall'Egitto e tu prepari la croce per il tuo salvatore? (Cf. Mi 6,4)

[2] Quia eduxi te per desertum quadraginta annis, et manna cibavi te, et introduxi in terram satis optimam: parasti Crucem Salvatori tuo. Ti ho condotto quarant'anni attraverso il deserto, ti ho cibato con la manna, ti ho portato in una terra rigogliosa e tu prepari la croce per il tuo salvatore? (Cf. Dt 8,2-3.7)

[3] Quid ultra debui facere tibi, et non feci? Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam: et tu facta es mihi nimis amara: aceto namque sitim meam potasti: et lancea perforasti latus Salvatori tuo. Cos'altro dovrei fare che non ho fatto? (Cf. Is 5,4) Ho piantato per te la mia florida vigna e tu ti sei comportato in modo così amaro: hai dato aceto per dissetar la mia sete e hai aperto il fianco con una lancia al tuo salvatore. (Sal 69,22).

Ad ogni strofa risponde il primo coro con il Trisaghion greco (da hagios, santo) a cui replica l'altro coro con la traduzione latina. In tutta la liturgia romana si trova unicamente in questo testo e in questo giorno dell'anno il canto comunissimo tra gli orientali dell'inno in onore del "tre volte Santo": Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi!

Hagios o Theos – Sanctus Deus
Hagios Ischyros – Sanctus Fortis
Hagios Athanatos, eleison hymas – Sanctus Immortalis, miserere nobis.


Testo preso da: Cantuale Antonianum: I lamenti del Signore sulla Croce: residui arcaici in greco nella liturgia latina http://www.cantualeantonianum.com/2011/04/i-lamenti-del-signore-sulla-croce.html#ixzz1K5Rj8y1z
http://www.cantualeantonianum.com