giovedì 31 marzo 2011

That's not my religion!

Ma come è stato possibile che cialtroni come quelli che vediamo nel video, sempre proveniente da Oleggio come quello di ieri, abbiano occupato la Chiesa, l'unica Chiesa di Cristo, e come immondi cucùli parassiti ne abbiano scacciato i legittimi eredi per soppiantarli con una parodia di cattolicesimo? Qualcuno, un giorno, dovrà spiegare al mondo che cosa è successo, come è stato possibile precipitare così in basso.

Enrico

mercoledì 30 marzo 2011

Una risata vi seppellirà




Aveva ragione Bakunin, non c'è arma più temibile del senso del ridicolo. Soprattutto per quanto attiene le religioni. E le multìcrome bafanas di questo video sorpassano ampiamente la soglia del risibile.

Per scoprire di che si tratta (e c'è anche ben peggio di queste iridescenti pantomime) leggete il resto su Fides et forma.

Enrico

Mons. Oliveri sul convegno romano per la liturgia tradizionale


Intervento sull’atto magisteriale e di supremo governo compiuto dal Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio “ Summorum Pontificum ”, sui contenuti teologici della Liturgia antica


Rev.do e Caro Padre Nuara,

La Sua calorosa proposta, presentatami anche per iscritto, di un mio intervento al III Convegno sul Motu Proprio “Summorum Pontificum”, che avesse come argomento i contenuti teologici della Liturgia antica, non ha lasciato il mio animo indifferente, ma non ho – con mio grande rincrescimento – trovato la forza di superare una grossa difficoltà che proviene dalle condizioni di salute di un mio fratello, grande invalido, al quale mi lega un primario dovere di fraterna assistenza.

Poiché dovrò assentarmi da mio fratello dal 23 al 27 Maggio, per partecipare questa volta imperativamente all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (per le ragioni familiari menzionate, sono già stato assente dall’Assemblea Generale Straordinaria dello Scorso Novembre), creerebbe grave ed insuperabile disagio la mia lontananza da casa anche nei giorni 13-15 Maggio.

Con tutta sincerità, posso dire che avrei partecipato molto volentieri al III Convegno sul “ Motu Proprio”, poiché sarebbe stata per me la felice – e credo feconda – occasione per esprimere ad un pubblico qualificato, ed avendo una “audience” molto ampia, le profonde convinzioni del mio animo di Vescovo circa la straordinaria importanza per la vita della Chiesa dell’atto magisteriale e di supremo governo compiuto dal Papa Benedetto XVI con detto “Motu Proprio”. Avrei potuto esporre le ragioni che hanno generato e generano in me tale convinzione. Voglia permettermi, caro Padre, di formularle brevemente con questo scritto, e quindi – se lo riterrà opportuno – farle risuonare in qualche momento del Convegno.

In tutto ciò che tocca la vera essenza della Chiesa è di vitale importanza mostrare in ogni tempo, ma ancor più nei momenti storici in cui si è data l’idea che tutto sia in perenne cambiamento, che non sono possibili mutamenti radicali che intacchino la sostanza degli elementi costitutivi della Chiesa stessa, e cioè la sua Fede, la sua realtà soprannaturale e dunque i suoi Sacramenti e quindi la sua Liturgia, il suo sacro ministero di governo (cioè la sua capacità soprannaturale di trasmettere tutti i doni da Cristo dati alla sua Chiesa per mezzo dei suoi Apostoli e perpetuati mediante la Successione Apostolica).

Il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, dichiarando che la Liturgia può essere celebrata nella sua forma antica, cioè nella forma in cui è stata celebrata per secoli sino alla “riforma” messa in atto dopo il Concilio Vaticano II, ha in maniera solenne sancito:

a) L’immutabilità del contenuto della Divina Liturgia, e che quindi i cambiamenti che in qualche suo esteriore elemento o forma possono introdursi non possono mai essere tali da mutare la Fede della Chiesa che la Liturgia esprime, o da mutare il suo contenuto divino-sacramentale, il suo contenuto di grazia soprannaturale. Per portare un esempio: le variazioni esteriori nel Rito della Santa Messa,  o della Divina Eucaristia, non possono indurre o spingere ad avere un’altra concezione di fede circa il contenuto di Essa, né possono legittimamente indurre a pensare che nella sua celebrazione diventi superfluo o non necessario il ruolo celebrativo che compete soltanto a chi ha ricevuto sacramentalmente la capacità soprannaturale di agire “in persona Christi”; non possono soprattutto offuscare il carattere sacrificale della Santa Messa;

b) Che la “riforma” post-conciliare non può legittimamente interpretarsi come una mutazione “in substantialibus”: se così è stato ritenuto, se qui o là si celebra nella forma che il Motu Proprio chiama “ordinaria” in modo da poter indurre in errore circa il vero contenuto della Divina Liturgia, in modo da offuscare anche minimamente la vera fede nel vero contenuto della Santa Messa o di altri Sacramenti, è necessario che avvengano delle correzioni, è quanto mai urgente addivenire ad una “riforma della riforma”,studiando accuratamente quali elementi della “riforma”post-comciliare siano tali da potersi interpretare non in continuità con la Liturgia antica, quali possono facilitare – se non indurre – celebrazioni non corrette; nell’immediato è necessaria una catechesi liturgica che dissipi ogni nebbia; è necessario che tutti gli abusi nella celebrazione non siano tollerati ma chiaramente corretti.

c) È divenuto particolarmente imperativo rispettare chiarissimamente il legame inscindibile tra Fede e Liturgia, tra Liturgia e Fede; l’offuscamento della fede genera devastazione liturgica, devastazione nella “lex orandi”, e questa devastazione corrompe la fede, o almeno la offusca, la rende incerta.

Queste considerazioni avrebbero potuto essere in concreto mostrate da uno studio comparativo tra l’antica e la nuova forma del conferimento dell’Ordine Sacro, del Sacramento dell’Ordine, ma sono certo che ben saranno esposte e sviluppate con saggezza e competenza dagli Em.mi ed Ecc.mi Relatori del Convegno. Ad essi mi unisco con tutto l’animo e ad Essi dico la mia profonda comunione spirituale.

Invoco l’assistenza dello Spirito Santo sullo svolgimento del Convegno ed auspico che esso sia apportatore di molto bene alla Chiesa, a noi Vescovi ed a tutti i suoi ministri che debbono operare avendo ben presente che culmine e fonte di tutta la vita e  missione della Chiesa è la Divina Liturgia, la Celebrazione dei Divini Misteri.

A Lei, caro Padre, la mia distinta e devota stima.

Albenga, 8 Febbraio 2011                                 

Suo aff.mo in Domino

+ Mario Oliveri
Vescovo di Albenga-Imperia
Membro della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti


martedì 29 marzo 2011

Interessante articolo

di Paolo Facciotto:
In soffitta l’ideologia conciliarista Il vescovo Negri e la “storia mai scritta” di de Mattei “Finita una dittatura, tocca a noi vivere la fede oggi con il coraggio della missione” DOMAGNANO - (pf) “Il libro di de Mattei ha fatto finire una dittatura ideologica nella Chiesa, quella per cui vivevamo schiavi di una lettura ideologica del Concilio, un’ideologia che era diventata una ‘teologia conciliare’ per cui ‘ciò che non è progressista non è vero’ è uno dei passaggi dell’intervento conclusivo del vescovo di San Marino-Montefeltro, mons. Luigi Negri, alla presentazione del libro “Il Concilio Vaticano II - Una storia mai scritta” di Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, giovedì sera nella Sala del Castello di Domagnano. Tanto per essere chiari, Negri non ha mancato di indicare il luogo in cui la lettura-dittatura ha preso forma negli scorsi decenni: “L’Istituto per le scienze religiose di Bologna diretto prima da Giuseppe Alberigo e oggi da Alberto Melloni”. Alla serata sono intervenuti oltre all’autore e al vescovo, il giornalista e scrittore Vincenzo Sansonetti e il professor Daniele Celli nel ruolo di moderatore. Sansonetti ha fornito un quadro introduttivo, sempre sul registro storico - che è quello del libro - e non dottrinale tanto per avere un’idea di che cosa è successo nella chiesa cattolica fra gli anni precedenti il Concilio, il suo svolgimento e l’immediato post-concilio, negli Stati Uniti d’America il clero e i seminaristi (nel 1950 rispettivamente di 60mila e 25mila persone) si dimezzarono, così come la pratica sacramentale. De Mattei ha anzitutto chiarito l’ambito e il metodo della sua ricerca storica, delle verità di fatto, da distinguere da quello teologico delle verità di fede, benché i due ambiti non siano impermeabili l’uno all’altro. Ha spiegato come certe correnti riuscirono a far diventare il Vaticano II una specie di “super-dogma” (la definizione critica è dell’allora Card. Ratzinger), metro di misura della valutazione della tradizione: “i fatti e il contesto in cui nacquero, grazie a una certa conduzione e a un’orchestrazione mediatica, si posero come un magistero parallelo”. De Mattei ha paragonato le posizioni assunte dai “vincitori” con quelle dei “vinti”, per riprendere le schematizzazioni appunto dell’“ideologia” conciliare: fra i primi il Card. Suenens che fu uno dei quattro moderatori dell’assise eppure nel 1968 andò alla testa della contestazione contro l’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae fra i secondi il Card. Bacci e mons. Carli, sconosciuti ai più, il Card. Ruffini, che chiesero senza successo una posizione pastorale chiara sul comunismo, “eresia teorica e pratica dei nostri tempi”. Poi de Mattei ha riepilogato i grandi nodi della storia della Chiesa, inserendo il Vaticano II nella più ampia “vita della Chiesa che non è mai stata tranquilla”. “Lo Spirito ha comunque parlato alla Chiesa”, ha detto nel suo intervento finale mons. Negri, “il Mistero è comunque al di là di tutti i limiti” e “tocca a noi vivere la fede oggi” avendo “il coraggio della missione”. Tanto più nel periodo preparatorio alla visita di Benedetto XVI alla diocesi il 19 giugno. Prossima tappa di avvicinamento, l’incontro con il Card. Carlo Caffarra sul libro del Papa su Gesù di Nazareth, il 31 maggio. ****

Domenica Laetare in rito antico a Genova

Domenica 3 Aprile 2011

IV di quaresima, "Laetare"

ore 11:00

.

chiesa parrocchiale dei Santi Vittore e Carlo

via Balbi, - Genova

. SANTA MESSA CANTATA nella forma straordinaria del Rito Romano

L'ostricona-tabernacolo

Nella diocesi di Papeete, Tahiti (Polinesia francese) hanno preso alla lettera la similitudine di Nostro Signore che, prefigurando il Pane eucaristico, insegna di non gettare le perle ai porci ("neque mittatis margaritas vestras ante porcos", Mt. 7, 6).

Qual è dunque il posto giusto per le perle? Ma nelle ostriche, parbleau! Detto fatto: ecco a voi il tabernacolo bivalve:


(pane, burro, limone e chablis sono offerti a parte).

Celie a parte, precisiamo che nella cultura polinesiana la perla e l'ostrica hanno un significato simbolico molto forte ed esprimono la preziosità del contenuto, in questo caso la Riserva Eucaristica. Può lasciare perplessi, ma anche questa è inculturazione e certamente non delle peggiori.

Enrico

Fonte: Forum catholique

lunedì 28 marzo 2011

Seveso - Presentazione libro

Golias: il Papa ha fatto riscrivere l'Istruzione sul motu proprio!

Dopo che questo sito ebbe anticipato il contenuto (peraltro poi confermato da tutte le fonti) dell'imminente Istruzione sul motu proprio, descrivendone la genesi e le modifiche in senso restrittivo e promuovendo un movimento di opinione e di lobbying affinché il motu proprio non fosse annacquato, ricevemmo  piccate critiche da taluni (cui ben si attaglierebbe l'intraducibile aggettivo inglese di 'sanctimonious'), per avere sollevato allarmismo, per aver dubitato della benevolenza vaticana, per aver addirittura osato tentare di incidere sul contenuto di un documento della Santa Sede. Di quel genere di critiche ci facciamo allegramente un baffo; ma a quei soloni dedichiamo la traduzione del seguente articolo di Golias: una fonte ideologicamente ostile alle posizioni di questo sito, e quindi non sospettabile di compiacenza. E solitamente bene informata. Essa ci dice alcune cose estremamente interessanti, che per punti riassumiamo:

1. Che tutte le informazioni da noi anticipate erano esattissime (sul divieto di ordinazione in vetus ordo, sull'intervento restrittivo di Scicluna e Canizares, sulle varie fasi di redazione del documento).

2. Che in particolare la versione del testo fino al mese scorso era in senso chiaramente restrittivo.

3. Che - e questa è la novità - recentissimamente il Papa in persona è intervenuto, riaprendo i giochi e parando il tentativo di annacquare il motu proprio. Noi sappiamo che, a seguito della sensibilizzazione effettuata tramite la blogosfera, importanti persone amiche della Tradizione si sono mosse per intercedere col Papa. A quanto riferisce l'articolista, e speriamo che abbia ragione (non è certo frequente che ci auguriamo una cosa del genere per Golias!), lo scopo è stato raggiunto, anche se resteranno quelle improvvide restrizioni per il rito ambrosiano e per le ordinazioni.

Enrico


di Romano Libero

Contrariamente a quello che le indiscrezioni romane lasciavano intendere ancora un paio di settimane fa, e che riferivano di intrighi in Vaticano per limitare la benevolenza del motu proprio nel 2007 per i tradizionalisti, l'ultima versione del decreto dovrebbe in definitiva abbondare nel senso voluto dai difensori della messa "old style".

Se alcuni cardinali come William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede o Antonio Maria Canizarès Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, hanno cercato di limitare la generosità dell'attuazione del motu proprio, il punto di vista ratzingheriano di una larghissima concessione avrebbe prevalso. Il Papa vuole facilitare la celebrazione secondo i libri liturgici antichi e pertanto non ha appoggiato la visione restrittiva. Visione che resta comunque quella della larghissima maggioranza dei vescovi di tutto il mondo.

Il Papa sarebbe vieppiù convinto del sincero successo di questo provvedimento "liberale". Senza dubbio, qua e là, qualche riserva rimane, per esempio sulla Messa di ordinazione di sacerdoti diocesani che non potrebbe essere celebrata col rito antico. Tuttavia, l'intenzione di questa precisazione romana è piuttosto quella di disconoscere la lettura minimalista del motu proprio, per cui la decisione di celebrare una messa pubblica secondo il rito antico (o "forma straordinaria" come è detta oggi) richiederebbe il consenso del vescovo del luogo: ogni sacerdote è invece libero di organizzare una tale celebrazione nella sua parrocchia, purché vi sia una richiesta. Evidentemente, Benedetto XVI non ignora nulla della riluttanza molto forte dei vescovi, che talvolta vietano ai sacerdoti ben disposti di accogliere gruppi collegati alla liturgia antica e di celebrare pubblicamente la messa per loro. Di qui questo nuovo richiamo all’ordine indirizzato non ai tradizionalisti ma ai vescovi poco cooperativi. E tra loro, molti alti prelati, peraltro poco sospetti di progressismo, come gli arcivescovi di Madrid (Rouco Varela) o di Washington (Wuerl), due cardinali di prestigio e di peso.

Noi sappiamo, da fonte romana diretta, che questo decreto ha in effetti subito una doppia correzione. Originariamente, era stata preparata da mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", incaricato della questione. Successivamente, il cardinale Levada e il suo fedele consigliere, Monsignor Charles J. Scicluna, un maltese, avevano fortemente emendato il testo in senso restrittivo. Con l'accordo del cardinale Canizarès Llovera, prefetto della Congregazione del culto divino! Le nostre informazioni recenti erano dunque esatte.

Una volta modificato da Levada, il documento è arrivato nell'ufficio del Papa. E quest'ultimo non sarebbe stato soddisfatto del revirement operato. Egli sarebbe quindi ritornato più o meno al documento come l’aveva redatto inizialmente Guido Pozzo. In un senso più favorevole per i tradizionalisti.

Nonostante il suo approccio per molti aspetti moderato, Benedetto XVI è troppo legato alla sacralità della liturgia, nella forma tradizionale, per rinnegarsi sotto questo aspetto. Egli accetta lo spirito di Assisi. Compie un passo nella direzione degli ebrei, che esonera da qualsiasi colpa per il giudizio di morte [di Gesù]. Ma, sulla liturgia, non è cambiato.

Fonte: Golias (sottol. nostre)

sabato 26 marzo 2011

Loreto : la Santa Messa dei giovani del Cenacolo della Santissima Trinità di Rimini






Loreto, Pontificia Basilica della Santa Casa sabato 26 marzo.
E’ altamente edificante fare una tappa quaresimale nella Basilica della Santa Casa di Loreto in occasione del pellegrinaggio annuale dei giovani del Cenacolo della Santissima Trinità di Rimini ( ufficialmente riconosciuto come “gruppo” ecclesiale diocesano).
Arrivati in mattinata hanno pregato la Vergine Lauretana per assistere alle ore 14,30 alla Santa Messa nell’antico rito romano celebrata nella Cappella detta “polacca” dal loro padre spirituale e assistente diocesano che ha concluso il pellegrinaggio quaresimale.
I giovani hanno servito all’altare intonando dei bei canti liturgici che, essendo nel tempo di Quaresima, sono stati eseguiti senza l’accompagnamento dell’organo.
Ai partecipanti al pellegrinaggio riminese si sono uniti diversi fedeli giunti appositamente nel santuario lauretano.
Quelli che occasionalmente hanno assistito alla celebrazione hanno poi chiesto informazioni se la Messa Tridentina fosse d’orario.
Quest’anno ad unirsi spiritualmente alla celebrazione c’era anche un Padre Cappuccino “straordinario” : per una santa coincidenza nell’unico spazio concesso in Basilica alla Messa del “Motu Proprio” di Papa Benedetto XVI è stata collocata la statua di San Pio da Pietrelcina, con gesto benedicente, attorniata da lumini e da fiori.
Il Santo Frate Cappuccino , che celebrò fino alla morte nel venerato rito tridentino, dal Cielo ha sorriso ai tanti fedeli riminesi che hanno assistito alla Santa Messa con una compostezza ed una devozione che suscita sentimenti di commozione e di speranza.
Ringraziamo la Divina Provvidenza per il dono di tanti fedeli che, attingendo rinnovata energia alla fresca sorgente della Tradizione della Chiesa, testimoniano, in ogni espressione della loro vita quotidiana, Cristo “ sale della terra” e “luce del mondo”.
Le poche immagini che ho postato sono state scattate da un fedele come testimonianza della devozione ( vocabolo quasi scomparso nel dizionario ecclesiastico) di tanti fedeli che pregano standosene inginocchiati sul nudo pavimento !
Che queste foto giungano idealmente al Santo Padre Benedetto XVI come gesto d'amore e di riconoscenza per la Suo alto ministero pastorale che si è anche manifestato con il dono del Motu Proprio “Speranza per tutta la Chiesa”!

Vergine Lauretana sostieni i nostri vacillanti passi nel difficile cammino quaresimale e prega per noi !

Andrea Carradori

"Messa in latino: nuovo passo avanti"

di Andrea Camaiora

Il settimanale Panorama anticipa: «I tradizionalisti esultano. Finalmente sono pronte per la pubblicazione le norme di applicazione del “motu proprio Summorumpontificum” che liberalizza l’uso dell’antico rito tridentino in latino per la messa. Le nuove regole chiariscono una volta per tutte che non esiste un numero minimo di fedeli necessario per chiedere la celebrazione della messa con il vecchio rito». Sarà perché, come ha scritto il vaticanista Andrea Tornielli la scelta di permettere l’uso dell’antico messale si è rivelata un successo. Ecco le cifre fornite dal direttore del giornale online La Bussola Quotidiana: «Il 14 settembre 2010, a tre anni esatti dall’entrata in vigore del motu proprio SummorumPontificum di Benedetto XVI, che nel 2007 ha liberalizzato l’uso dell’antico messale preconciliare offrendo la possibilità ai gruppi di fedeli legati alla messa tradizionale di rivolgersi direttamente ai parroci, è stato effettuata una statistica sulla situazione.L’ha resa disponibile nei giorni scorsi il gruppo PaixLiturgique, in una newsletter. La rilevazione, non soltanto quantitativa ma anche qualitativa, è stata eseguita su trenta Paesi, quelli in cui il cattolicesimo è più saldamente presente: si è studiato il numero delle messe antiche disponibili, ma anche la loro frequenza e il loro orario, valutando, ad esempio, se si tratti di orari adeguati per la famiglia. È stata dunque monitorata la situazione in Spagna, Portogallo, Irlanda, Svizzera, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Gran Bretagna, Polonia, Francia, Paesi Bassi, Ungheria, Austria, Canada, Stati Uniti, Messico, Colombia, Cile, Brasile, Argentina, Australia, India, Filippine, Nuova Zelanda, Sud Africa, Gabon e Nigeria.Le informazioni sono state attinte da almeno due fonti indipendenti l’una dall’altra. La messa tridentina è celebrata in 1.444 luoghi. Di questi, 340 hanno la messa in un giorno durante la settimana; 313 hanno la messa domenicale ma non regolarmente e dunque non ogni settimana; 324 hanno la messa ogni domenica ma non in orario adeguato per le famiglie (vale a dire al di fuori dell’arco temporale compreso tra le 9 e le 12). Infine, 467 luoghi hanno messe ogni domenica con orario adeguato per le famiglie. In pratica c’è una messa family friendly ogni 3 (32,3 per cento), mentre una messa ogni quattro non è celebrata la domenica.Interessante, infine, anche il paragone con le messe celebrate dalla Fraternità San Pio X, non conteggiate nella prima statistica, che ha invece preso in considerazione quelle celebrate secondo il motu proprio. Le messe gestite dai gruppi «lefebvriani» sono in tutto 690, praticamente una ogni due di quelle celebrate invece secondo il motu proprio e in piena comunione con Roma. Nonostante le difficoltà e le resistenze, la messa antica viene, seppur lentamente, conosciuta da un numero sempre maggiore di persone».
Fonte: Vocealta, via Papa Ratzinger blog

venerdì 25 marzo 2011

Ventennale della morte di mons. Lefebvre


Sono trascorsi già vent'anni da quel 25 marzo 1991, Festa dell'Annunciazione, giorno nel quale si concluse l'esistenza terrena dell'Arcivescovo Marcel Lefebvre. Due decenni certamente non sono nulla se rapportati alla bimillenaria storia della Chiesa, non sono pochi, tuttavia, se considerati nell'ottica della nostra umanità, specialmente in quest'epoca contemporanea dove tutto sembra accelerare, dalla comunicazione ai trasporti, dalle mode effimere in campo artistico, al linguaggio "pastorale" sempre mutevole dei documenti magisteriali.

Potrebbe allora apparire anacronistico o velleitario soffermarsi a ricordare la vita di quest'uomo senza dubbio "diverso" ed in netto contrasto con tutti gli orientamenti più moderni ed attuali del mondo che ci circonda. La sua memoria sembrò allora destinata ad un inesorabile oblìo: fascista ed oscurantista per i laicisti, disobbediente e scismatico per i cattolici, intollerante ed antisemita per gli ebrei, quantomeno presuntuoso e nostalgico per quasi tutti. Scomunicato dalla Chiesa e dal mondo! Destino davvero insolito questo se è vero, come è vero, che queste due entità dovrebbero, secondo quanto insegnato dal Vangelo, sempre opporsi l'una all'altra senza poter condividere nè gli amici nè i nemici.

Ma le profezie di allora, che preannunciavano una "damnatio memoriae" o quanto meno un rapido oblìo sembrano oggi tutt'altro che compiute. In questo ventesimo anniversario sicuramente torneranno a confrontarsi aspramente coloro che, nel rapportarsi alla sua figura storica, ne mettono in evidenza critica solo l'aspetto dell'apparente disobbedienza, e gli altri, non pochi in verità, che tendono sempre più a sottolinearne il coraggio e la lungimiranza nel mezzo di una crisi del cattolicesimo senza precedenti.

Tutto questo è scontato e facilmente prevedibile. Esistono però alcuni aspetti, ovvi e forse proprio per questo ignorati dai più, che non possono essere sottovalutati a cuor leggero da un osservatore che intenda essere sereno ed imparziale.

In primo luogo non si può negare che la figura di mons. Lefebvre, a venti anni dalla sua scomparsa, continua a suscitare interesse e dibattito. Il suo nome non può lasciare indifferenti. Basta scrivere un articolo su di lui o sulla congregazione religiosa che ha lasciato, e subito si scatenano gli animi di estimatori ed oppositori irriducibilmente contrapposti.

Se guardiamo infatti i commenti sui blog vicini al mondo della tradizione cattolica non è difficile rendersi ben conto di tale realtà. Ma anche il mondo laicista si mostra particolarmente sensibile ogni volta che, direttamente o indirettamente, è costretto ad occuparsi di questo personaggio pericoloso. La sollevazione mediatica, certo ben architettata, messa in scena in occasione della revoca delle scomuniche nel 2009, testimonia ampiamente dell'importanza attribuita in determinati ambienti alla "questione tradizionalista" di cui, volenti o nolenti, l'arcivescovo francese continua ad incarnare l'emblema ad ogni latitudine. Mons. Lefebvre dunque come segno di contraddizione? Nominarlo in senso positivo significa, in altre parole, provocare reazioni simili a quelle avutesi, a suo tempo, con padre Pio o, ancora adesso, per la ventilata beatificazione di Pio XII.

Quanto fino ad ora considerato però è un fatto che, più o meno, si è mantenuto costante dal 1991 ai giorni nostri. Più stupefacente appare invece il risveglio di attenzione culturale verificatosi negli ultimi anni sia verso le vicende della sua vita come anche nei confronti delle idee professate.

A partire dalla biografia pubblicata l'anno scorso da Cristina Siccardi, sono poi usciti in libreria altri volumi dedicati ad aspetti specifici dell'opera di mons. Lefebvre. Si sono mossi in tal senso anche editori insospettabili di eresia come Marietti.

Ma l'attualità del personaggio la si può altresì misurare anche in relazione al recente dibattito sul valore magisteriale dei documenti emanati dal Concilio Vaticano II e alla ricostruzione storiografica della grande assise ecclesiale degli anni '60.

In tale prospettiva i riferimenti ai discorsi ed agli scritti dell'ex superiore dei padri Spiritani si rivelano quanto mai centrali e ricchi di implicazioni dottrinali.

Confrontando infine la maggior parte delle previsioni del 1991 rispetto alle risultanze odierne appare di tutta evidenza la fallacità di molti osservatori del tempo i quali, tuttavia, anche oggi non perdono spesso il vizio di voler pontificare senza il benchè minimo ripensamento autocritico. La Fraternità San Pio X, tanto per fare un esempio, si è rafforzata e non disgregata. Sono nate sì alcune congregazioni uscite dal suo seno ma, complessivamente, la FSSPX appare assai più solida e credibile rispetto ad allora.

La Tradizione inoltre continua ad attrarre un gran numero di giovani in barba a tutti coloro che accusavano mons. Lefebvre di "nostalgie" adatte solo a vecchi incartapecoriti e prossimi all'estinzione fisica. Chi si sta invece estinguendo è caso mai la figura patetica del prete-operaio, prete-animatore, prete-aggiornato: basta dare uno sguardo alle statistiche sulle ordinazioni in Europa!

E che dire infine della S.Messa di sempre, vera e propria "bandiera" della lotta di mons. Lefebvre? Sento ancora nelle orecchie i risolini di compatimento di certi grandi sociologi della religione: La Messa Tridentina, a loro qualificato giudizio, non aveva futuro. Rimanere attaccati a questo rito del passato significava non rispettare il Papa e, soprattutto, peccare di estetismo fine a sè stesso.

Il "Summorum Pontificum" dunque, specialmente nei passaggi che sanciscono che l'ahntico rito non è mai stato abrogato, ha rappresentato una grande vittoria per mons. Lefebvre. Una vittoria che crediamo egli abbia potuto vedere dal cielo. Speriamo quindi di poter leggere, in occasione di questo ventesimo anniversario, altre previsioni come quelle del passato. Ci sarà probabilmente da divertirsi anche nel 2031!

Marco Bongi

Il "cortile dei gentili" boicottato a Parigi

Guerra aperta tra l'arcivescovo di Parigi, card. Vingt-Trois, e il Segretario di Stato card. Bertone, che la stampa definisce furioso, tanto che avrebbe manifestato ad alta voce tutto il suo disappunto al prelato francese.

Motivo della discordia: il protégé del Segretario di Stato, il cardinal Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha messo in cantiere un'iniziativa battezzata col nome biblico di 'cortile dei gentili' per dialogare col mondo e con gli esponenti della cultura laica e secolarizzata. Idea che può avere un suo perché, non discutiamo; tutto dipende da come sarà condotta: basta che non sia una scuola di relativismo etico e dottrinale, se non d'ateismo tout court, come di fatto era diventata la "cattedra dei non credenti" escogitata dal card. Martini a Milano.

Ma non è del merito dell'iniziativa che ci occupiamo oggi, bensì, come si diceva all'inizio, dell'ira funesta di Bertone e Ravasi verso il collega porporato Vingt-Trois. L'apertura di questo "cortile" avviene infatti tra ieri e oggi a Parigi, prima di spostarsi a Bologna e a Stoccolma. Ma il padrone di casa, Vingt-Trois appunto, non ha praticamente mosso un dito per l'organizzazione: non solo non s'è dato da fare per raccogliere i 600.000 euro che mancano al budget della manifestazione (proprio in una diocesi che non aveva avuto grossi problemi a raccogliere la ben più ingente cifra necessaria al restauro del Collège des Bernardins); ma soprattutto si è, diciamo così, dimenticato di far diramare nelle parrocchie l'invito ai fedeli a partecipare al previsto  raduno di questa sera sulla piazza antistante Notre Dame, allorché vi sarà anche un'allocuzione via maxischermo del Santo Padre. Dei 25.000 fedeli che si attendevano gli organizzatori andrà bene, salvo miracoli dell'ultima ora, se ne arriveranno almeno la metà.

Motivi del boicottaggio? Nulla di ideologico, riteniamo (non è mica prevista una Messa tridentina...), se non l'abituale insofferenza tutta gallicana per il fatto stesso che Roma ed il Papato esistano, e pretendano pure di dare ogni tanto qualche segno di vita. Ricorderete le tensioni al momento della visita del Papa in Francia (vedi qui); oggi invece il motivo di risentimento deriva dal fatto che Vingt-Trois avrebbe appreso solo dai giornali che la cerimonia si sarebbe svolta nella sua diocesi. Cosa che non è del tutto esatta, visto che è da tempo di dominio pubblico che Parigi era stata scelta come luogo simbolico di incontro con la cultura moderna.

La miglior vendetta vaticana possibile, contro Vingt-Trois e la sua città? Sarebbe spostare il "cortile dei gentili" a Londra o a New York, con la motivazione (peraltro fondata) che sono quelle oggi le città faro della cultura, e non più l'intellettualmente decaduta, ed onfalocentrica, capitale francese.

I Parigini ne morirebbero di chagrin.

Enrico

giovedì 24 marzo 2011

Incontri con de Mattei


Il libro del prof. Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, 2° edizione, Lindau 2011, sarà presentato nei prossimi giorni:

Repubblica di San Marino – 24 marzo ore 21 – Sala del Castello di Domagnano
Su iniziativa della Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
Parleranno: Vincenzo Sansonetti e Roberto de Mattei
Concluderà: S. E. Mons. Luigi Negri, Vescovo di S. Marino - Montefeltro

Bologna – 26 marzo ore 17,30 – Teatro Guardassoni – Collegio S. Luigi (Via M. d’Azeglio 55)
Su iniziativa delle associazioni Impegno Civico, Vera Lux e della Fondazione Lepanto
Parleranno: padre Giovanni Cavalcoli o.p., prof. Andrea Padovani e Roberto de Mattei
Modererà il dott. Lorenzo Bertocchi.
Prima della conferenza, alle ore 16,30, sarà celebrata una S. Messa in rito tridentino nella cappella del Collegio S. Luigi.

"Apri la tua bocca, la voglio riempire"

Gli autori di questa bella trovata si difenderanno affermando che omnia munda mundis, e che la malizia è solo dalla parte di chi si scandalizza. Certo: è sempre stato così. Ma visto che il mondo non è abitato solo da sprovvedute educande, non sarebbe opportuno un pizzico di buon senso per evitare così facili dissacrazioni? E' vero che è una frase tratta dal salmo 80 (motivo in più per usare il latino, che non si presta a così evidenti doppi sensi: dilata os tuum et implebo illud, in riferimento a Iddio che promette di saziare il suo popolo). Ma di tutti i cinquanta libri della Sacra Scrittura, proprio quell'ambigua frasetta doveva finire a caratteri cubitali sul titolo, estrapolata dal contesto? Ci scrive Caterina:
CHI E' STATO QUELLA TESTA DI DINAMITE CHE HA IDEATO IL TITOLO AL LEZIONARIO LITURGICO?
La copertina sta facendo il giro di forum e blog e su Facebook, tutti che se la ridono, protestanti ed atei che se la stanno ridendo e ci prendono in giro....come dargli torto?
Mi è stato detto su FB, ma non l'ho veduta, che gira una vignetta con il lezionario e sullo sfondo del titolo... vi lascio immaginare il resto.

mercoledì 23 marzo 2011

Lo stemma papale senza tiara? Uno progetto che covava da decenni.

John Sonnen di Orbis Catholicus, alla cui macchina fotografica nulla sfugge della Roma cattolica, ha scovato nel retro della basilica di San Pietro questo particolare delle porte bronzee installate nel 1971:


L'immagine mostra chiaramente che lo stemma araldico dell'allora regnante Paolo VI (i tre gigli che sovrastano un monte di sei cime) è ornato esattamente da quello strano copricapo che sormonta oggi lo stemma di Benedetto XVI: un ibrido tra una mitra vescovile (quale è sicuramente) e il vago ricordo del pristino triregno, evocato dalle tre fasce orizzontali.

Si pensava che lo stemma attuale fosse una creazione ex novo del card. Montezemolo. Non è così, visto che fin dal 1971 s'era pensato già di dare plastica rappresentazione allo svilimento della funzione petrina e al suo appiattimento rispetto ai "fratelli nell'episcopato" che proprio in quegli anni aveva trovato la sua consacrazione nello slogan della 'collegialità'.

Come dire: le idee malvage non saltano fuori all'improvviso e sanno prepararsi il campo.

Enrico

Guerre cardinalizie sul celibato ecclesiastico


Il cardinale Schoenborn, arcivescovo di Vienna, ci è ricascato: non perde occasione per ricordare che il celibato, che come noto è solo una disposizione ecclesiastica (sottinteso: liberamente abrogabile), va "discusso", il che tradotto significa: "messo in discussione per abolirlo". Riferisce l'ANSA che in un incontro dei vescovi austriaci ieri a Bressanone (ma che ci facevano a Bressanone? Forse che i nostri vescovi fanno le loro assemblee a Pola o ad Ajaccio?) il cardinale ha affermato ''Nella Chiesa occorre un dibattito aperto, anche sul tema del celibato''.

Per meglio inquadrare la questione, ricordiamo che Schoenborn è colui che due anni orsono fece il postino per consegnare nelle mani del Papa una petizione di cattolici austriaci per l'abolizione del celibato; tema rimestato anche di recente, insieme ad altre rivendicazioni, dal famigerato appello di oltre un centinaio di teologi tedeschi.

Nello stesso giorno (coincidenza?) sull'Osservatore Romano ha affrontato il medesimo tema il Prefetto della Congregazione per il Clero. Che, Deo gratias, da qualche mese è il card. Mauro Piacenza e non più l'ex teologo della liberazione card. Hummes, l'arcivescovo di San Paolo che pure lui, subito prima di lasciare il Brasile, aveva fatto la sua bella raccolta di firme per chiedere l'abolizione del celibato (cos'altro aspettarsi d'altronde da qualcuno che nel 2005 aveva detto che come compiti primari il nuovo Papa avrebbe dovuto "fornire risposte ai progressi delle scienze, affrontare l'avanzata della povertà e proseguire nel dialogo con le altre religioni"?).

Ed ecco qui sotto che cosa scrive Piacenza. Speriamo che Schoenborn (e Hummes) siano abbonati all'Osservatore...

Enrico

Questione di radicalità evangelica


di Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.
Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.
Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un'esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.
In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.
Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio".
Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d'Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono "affare" divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.
Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un'opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull'uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.
La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell'Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?
Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è presente.

Fonte: L'Osservatore Romano 23 marzo 2011.

un giovane: "Ho assistito alla Messa tridentina e sono rinato!"

Riceviamo tramite FaceBook questa accorata mail da parte di un nostro lettore, studente , se Dio vuole, futuro seminarista.

"Sono uno studente, un giovane innamoratissimo della Santa Tradizione della Chiesa Romana, che spera di diventare sacerdote! Dato che stimo il lavoro che fate per la restaurazione dell'eloquente Culto Cattolico, mi permetto di segnalarvi umilmente una mia riflessione sulla " forma straordinaria". questo articolo umile è stato pubblicato anche da un amico sacerdote benedettino, che tanto stimo sul suo blog "vultus christi" con qualche frase tradotta in inglese.
Mi farebbe piacere e sarei onoratissimo se fosse pubblicato anche sul vostro blog! potrebbe servire come una testimonianza in più da parte di un umile studente che desidera diventare sacerdote secondo il Cuore di Cristo, a Dio piacendo e Dio permettendo!
Mi affido alle vostre preghiere in questi tempi tenebrosi ed insidiosi mentre voi potete essere sicuri delle mie.
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E noi con piacere, e onorati per come siano molti i giovani che ci aprano il loro cuore, diamo spazio alla sua lucida riflessione, alla sua commovente esperienza e alle sue parole forti!! Speriamo che servano a scuotere gli animi dei più pigri, e che siano da monito per chi ostacola o finge di non vedere o voler vedere.
Gli abbiamo fatto presente che pubblicare l'articolo a suo nome potrebbe rappresentare per lui motivo di vessazioni o di "ritorsioni" curiali o rettorali nei seminari o negli ambiti ecclesiastiti. Ma egli, sicuro della propria fede e di avere Cristo e il Papa dalla sua, ha voluto che pubblicassimo anche il suo nome. Che Dio gliene renda merito!
Il sottolineato e il grassetto sono nostri.

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Perché Il Rito Romano nella forma "Straordinaria" incontra tanta ostilità?
di Daniel Luzinchi
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Prima della promulgazione del decreto in forma di Motu Proprio "Summorum Pontificum" il 7 luglio 2007 e anche dopo la pubblicazione di questo provvidenziale documento riconosco quasi imbarazzato che non avevo nemmeno la minima idea di che cosa fosse la cosiddetta "Messa Gregoriana" o " Vetus Ordo Missae"! Però già da tempo ero in cerca di qualcosa che rafforzasse il mio spirito, la mia sensibilità per l'eloquente culto cattolico! non so quanto conta l'opinione di un principiante per quanto riguarda lo studio della filosofia e della teologia, ma questo non mi impedisce di raccontare l'effetto soprannaturale che ha provocato in me l'incontro con questa Santa e sempre Attiva Liturgia!
Sicuramente nessuno di quei fautori della riforma liturgica avrebbe mai immaginato che il discorso sul "Vetus Ordo Missae" sarebbe rimasto ancora vivo, ancora attuale!"Lo Spirito soffia dove vuole."
Nel 2008, leggendo questo documento, segno della giustizia e della misericordia divina e la lettera in cui il Santo Padre spiega le ragioni per cui revoca la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Mons. Lefebvre senza l'autorizzazione della Santa Sede ho deciso di andare alla "Cappella Santa Caterina di Siena" a Roma curata dai sacerdoti della Fraternità San Pio X per partecipare a quella Santa Messa che ha provocato tante discussioni negli ultimi 40 anni!
Non ero consapevole a cosa andavo incontro! Ero venuto più che altro mosso da una certa curiosità!
Alla fine di questa celebrazione mi sono sentito trasformato e la prima domanda che ho fatto al mio padre spirituale era: "perché sono stato privato sin dal momento in cui sono nato della partecipazione a un tesoro così travolgente, grave, celeste? Scandaloso!!"
Le polemiche su questo tema potrebbero continuare all'infinito e non mi interessa affatto soffermarmi su questi argomenti che sicuramente tanti altri conoscono meglio di me.
Sono rimasto colpito dalla bellezza, dalla semplicità, dalla solennità di questa Santa Messa! Sono rinato per una vita nuova!
Certe volte si ha paura di condividere i sentimenti che si provano quando attraverso questo Divino Sacrificio Lo Spirito si fa vivo e ti fa diventare consapevole che davanti al Re Crocifisso non ci si può presentare senza massima riverenza, senza portare il rispetto dovuto!
Perché si ha paura di condividere questa meravigliosa costatazione? Perché coloro che si oppongono a questo rito, coloro che dicono di non essere contrari, coloro apparentemente favorevoli e coloro che non vivono più di cose alti ma riposano nell'ignoranza più bieca e soprattutto diabolica interpretano questo tipo di testimonianza a modo loro. Tutti questi devono capire che i giovani come me non si sono innamorati di una "bellissima scena di teatro" che si svolgeva per secoli "su un palco scenico" che oggi non è più attuale e che a loro avviso, appartiene al passato. Non siamo dei nostalgici perché non possiamo essere nostalgici di tempi che non abbiamo mai vissuto (per esempio: io sono nato nel 1985)!
Anche tra i preti che sicuramente hanno anche delle buone intenzioni riscontro una certa paura, ostilità o ignoranza! Alcuni pongono la cosiddetta "praticità pastorale" al di sopra della disciplina e della conoscenza richiesta dal rito antico! tutta la preparazione che richiede la celebrazione dei misteri divini scomoda chi è ormai abituato al niente, incapace di un dibattito sereno e libero e quindi che si ostina nelle proprie opinioni anche se poco hanno a che fare col vero cattolicesimo.
La cosa più triste che ogni seminarista, prete, vescovo ecc. è una religione a sé. In questo modo si diventa servi “privi di passione celeste, insensibili al sacro, privi di umile solennità, che si fanno beffe del decoro, cinici verso chi non splende della loro luce, refrattari al bello, non raramente cattivi al punto giusto; che non fanno gioiosamente trasparire una carità soprannaturale, un tratto divinamente superiore, ispirato e controllato"!

Grazie alla "forma straordinaria" ho capito che il sacerdozio è un dono grande ma allo stesso tempo una responsabilità enorme per cui non c'è posto per sociologie spicciole, opinioni personali, metodi pastorali mielosi, per un cattolicesimo edulcorato. Dio vuole tutto da noi! Bisogna dare tutto per trovare il "Tutto" che è Nostro Signore! Dobbiamo fare sempre di più, sempre meglio perché il Nostro Maestro è esigente e ha tutte le ragioni per esserlo!
Nella Divina Liturgia Gregoriana ho trovato Nostro Signore Tremendamente Presente come Dio e Re dell’Universo! [come sembra di leggere il Rex Tremendae maiestatis, n.d.r.] Tutto il fasto e tutta la solennità di questo rito sono doverosi! Dio si merita questo e anche molto di più!
Con questa antica messa il Signore ha voluto ripetere sempre la stessa cosa:“La vera azione cristiana è la preghiera! Solo alla preghiera è promessa ogni efficacia. Se mancassero alla Chiesa gli oranti, non gli sarebbero di nessun aiuto, né i teologi, né gli organizzatori, né inutili e vari tentativi di pastorale o di apostolato! La vita della Chiesa è la Liturgia! La teologia, l’apostolato, ogni forma di azione è necessaria non alla Chiesa, ma ai cristiani, perché possano vivere la preghiera e perché la loro preghiera sia vera. (don Divo Barsotti - ’Ebbi a cuore l’eterno’)”.
In questa Messa vivo e respiro il Nostro Signore Gesù Cristo! Tutta la sua struttura, tutta la sua disciplina , il suo canto maestoso spinto dallo Spirito nell’alto dei cieli come l’incenso profumato, tutta la sua solennità rende incredibilmente presente il Suo Mistero e la speranza nella vita futura non solo spiritualmente ma soprattutto fisicamente. Sono diventato pazzo? Devo sentirmi in colpa perché le cose alte stanno al centro della mia attenzione? Credo proprio di no!Non si rendono conto in tanti che grave danno recano alla nostra Madre Chiesa, come soffocano e mortificano l’amore di giovani come me che vivono di tutto questo, si nutrono di tutto questo perché è questo che rafforza il nostro genuino e puro desiderio di servire e amare Dio! Questa Divina Liturgia Tradizionale all’improvviso mi porta nell’eterno e mi fa diventare una sola cosa con il Nostro Signore! Come resistere a una così dolce e grande tentazione? Resiste solo chi non vive di Dio!
Chi ha conosciuto veramente questa forma perfetta per avvicinarsi a Cristo non può più farne a meno, non si accontenta più del "niente" del "meno peggio" o del "meglio che niente" ma cambia totalmente e irreversibilmente secondo la volontà di Dio! Questo è un segno inequivocabile da parte dello Spirito Santo!
Tutta l'ostilità anche da parte di coloro dai quali meno ce lo si aspetta, si spiega con l'aiuto di una sola parola: Paura!
Perché paura? La risposta è semplice: Conoscere e amare il rito antico presuppone cambiare totalmente stile di vita!Cambiare stile di vita provoca la paura della verità!
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Grazie caro Daniel per la tua testimonianza! E per il tuo vibrante ammonimento! Speriamo che qualcuno apra gli occhi e il suo cuore, e sia riscosso dalle tue parole!

martedì 22 marzo 2011

Buone nuove da Sondrio

Sabato 12 marzo, prima settimana di Quaresima, alle ore 20 nella chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Andrea di Chiuro - dopo il felice esordio con una messa cantata nel giorno della Natività della Vergine l'8 settembre scorso - è iniziata la regolare celebrazione settimanale della messa all'uso antico.
Conformemente ai dettami del motu proprio «Summorum Pontificum» del papa Benedetto XVI, che ha liberalizzato la messa in latino, il parroco don Attilio Bianchi, soddisfacendo l'esigenza di numerosi fedeli della provincia di Sondrio, ridà così vita a questo rito millenario che risale ai primi secoli del Cristianesimo e, dopo la codificazione di S. Pio V nel 1570, è rimasto sostanzialmente immutato fino al 1962 con il messale del Beato Giovanni XXIII.
La messa tradizionale, a Chiuro celebrata nella forma letta, è caratterizzata da momenti di silenzio, si segue per lo più genuflessi e tutti - sacerdote e fedeli - sono rivolti verso il crocifisso a oriente. Il celebrante - salvo che all'epistola, al Vangelo e all'omelia - utilizza la lingua latina, indossa gli antichi solenni paramenti e compie gesti aventi precisi significati simbolico-rituali.
Per consentire la corretta celebrazione della messa all'uso antico il presbiterio e l'altare maggiore della chiesa parrocchiale di Chiuro sono stati recentemente restaurati nella loro forma e assetto originali.


Luigi Swich


fonte: La Gazzetta di Sondrio - 10 III 2011 - n. 7/2011, anno XIV°

Messa al Pantheon

Sabato 19 marzo u.s., Solennità di San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria, presso la Basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon) in Roma, il Movimento culturale “Rinnovamento nella Tradizione” e l'Associazione “Mafalda e Giovanna di Savoia” hanno voluto unirsi ai sentimenti del popolo italiano rendendo grazie a Dio nel 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia con una Santa Messa solenne nella Forma Straordinaria del Rito Romano. La celebrazione è stata offerta, in suffragio delle anime di Sua Maestà Umberto II Re d’Italia, di Sua Maestà Giovanna di Savoia Regina di Bulgaria e di S. A. R. Mafalda di Savoia Langravia d'Assia e si è tenuta alla presenza delle LL. AA. RR. i Principi Amedeo e Silvia di Savoia e la Principessa Maria Gabriella di Savoia. Al termine del sacro rito, in un momento ugualmente solenne e toccante, S. A. R. il Principe Amedeo di Savoia, accompagnato dai familiari e dalle Autorità civili ed ecclesiastiche presenti, ha deposto una corona d’alloro presso la tomba del Re Vittorio Emanuele II, Padre della Patria, accanto ai già numerosi segni di riconoscenza giunti nel corso dei festeggiamenti nazionali.
Vi proponiamo qualche foto dell'evento:



Tutto secondo i piani: a Thiberville soppressa la Messa tridentina

Ricorderete che, dopo la cacciata del parroco 'all'antica' di Thiberville, l'abbé Michel, il pernicioso vescovo Nourrichard aveva detto, affermato e ripetuto che la sua decisione nulla aveva a che vedere con lo stile liturgico del parroco evitto; anzi, a riprova di tutto questo, sarebbe stata certamente mantenuta la celebrazione della Messa in forma straordinaria che, in quella parrocchia, era da anni celebrata con folta partecipazione dall'abbé Michel, insieme con la Messa in forma ordinaria in latino e ad orientem.

Ricorderete penso anche quale ignobile caricatura di Messa sia stata celebrata dopo la 'normalizzazione' di Thiberville da uno svogliato rimpiazzante, che balbettava con noncuranza e poco comprendonio il testo liturgico. Uno spettacolo indecoroso, davanti a pochi fedeli disorientati, che vale la pena riportare nuovamente.



Ebbene, concludevamo allora il nostro post con questa previsione: "tempo due mesi, e il vescovo Nourrichard si vedrà costretto "a malincuore" a sopprimere quella messa perché nessuno ci va. Tanto nel frattempo le acque per lui si saranno un po' calmate...".

Ci siamo sbagliati, ma solo di poco: ne è bastato uno soltanto, di mese: ieri è stato formalmente comunicato che la Messa tradizionale a Thiberville è stata soppressa.

Enrico

lunedì 21 marzo 2011

Ritiro spirituale quaresimale a Firenze


Sabato 2 aprile 2011, ore 10,00-16,30
Convento di Ognissanti dei Padri Francescani dell'Immacolata
Borgo Ognissanti, 42 - Firenze

RITIRO SPIRITUALE QUARESIMALE
DEL COORDINAMENTO TOSCANO «BENEDETTO XVI»



Il ritiro spirituale d'Avvento organizzato dal Coordinamento Toscano "Benedetto XVI" è rivolto a tutti i fedeli che intendono approfondire la spiritualità legata all'antica tradizione liturgica romana.

Esso avrà luogo sabato 2 aprile 2011 presso il Convento di Ognissanti a Firenze (Borgo Ognissanti, 42) e sarà predicato dai Padri Francescani dell'Immacolata.


PROGRAMMA

Ore 10,00 - Ritrovo dei partecipanti e conferenza spirituale.

Ore 12,00 - S. Messa in rito romano antico.

Ore 13,00 - Pranzo (al sacco: ognuno porta il necessario per sé). Tempo libero per approfondimento personale.

Ore 14,30 - Conferenza spirituale e riflessioni condivise.

Ore 16,00 - Adorazione e Benedizione Eucaristica.

Ore 16,30 - Congedo dei partecipanti.


È possibile, come sempre, partecipare ad una parte soltanto del ritiro, compatibilmente coi propri impegni.

Il ritiro è aperto a tutti, senza bisogno di previa iscrizione.

Per informazioni e adesioni: coordinamentotoscano@hotmail.it

Messa a Loreto

Ci viene segnalata questa bella notizia:

Sabato 26 Marzo 2011
ore 14.30
Basilica di Loreto (AN)
.
presso
Cappella Polacca
.
SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano
.
promossa dal "Cenacolo della SS.Trinità" Rimini

Applausi alla blasfemia : un giovane cattolico interviene


Premessa

Ho ricevuto da un giovane, lettore di Messainlatino, il testo della lettera che ha inviato al Direttore Artistico di una manifestazione musicale conosciuta in tutto il mondo.
Poiché io non seguo gli spettacoli di musica leggera, anche se infarciti dell'etichetta “cultura” non ero assolutamente a conoscenza di quanto era accaduto.
Ho chiesto il permesso di pubblicare le lettera in questo sito cattolico con la rassicurazione che avrei seguito letteralmente la famosa esortazione :“Non voler sapere chi l’ha detto ma poi mente a ciò ch’è detto” ( Im.Cr.)
Mi ha inquietato la notizia che lo spettacolo di quel cantautore è stato anche realizzato per gli alunni delle locali scuole Medie .
A pochi chilometri di distanza, in un’altra città, poche settimane prima, la Dirigente Scolastica non aveva autorizzato uno spettacolo di musiche liriche italiane, generosamente offerto dall’Amministrazione Comunale alle scuole Medie ed Elementari, perché i ragazzi, in quel sabato, avrebbero perso due ore di lezione.
Altro mio turbamento : il rafforzarsi dello spirito radical-chic di persone che, comodamente sedute in poltrona, non solo non si scandalizzano per le frasi e per le scenette inventate contro Cristo e la religione cattolica ma , come riferisce la lettera del giovane “tutta la sala applaudiva entusiasta”.
Tutto questo in una città della mia Regione un tempo particolarmente devota e rispettosa del Magistero della Chiesa !
Sono sicuro che diversi Vescovi, assidui frequentatori di Messainlatino, leggeranno questo post.
Ad essi chiedo idealmente se, fra le Agorà, i progetti culturali e le feste catechistiche con i palloncini colorati e le chitarre elettriche, non sarebbe anche opportuno insegnare ai nostri ragazzi ed ai loro genitori che l’applauso “entusiasta alla blasfemia” è un’offesa a Dio.
Virgo Lauretana, ora pro nobis !

Andrea Carradori


“Gentile Direttore, le scrivo per segnalare, con mio grande dispiacere, quello a cui ho assistito sabato scorso, all’edizione di ( una manifestazione musicale assai rinomata N.D.R.)tenutasi al teatro …. Pochi giorni fa.
Nonostante si trattasse di un evento di importanza nazionale dove i sedici finalisti si sono esibiti offrendo al pubblico composizioni a volte davvero interessante e innovativa, gli Autori hanno pensato di non perdere l’occasione di prendere in giro i cristiani e La Chiesa.
E’ vero che attualmente tutto è permesso e ancora peggio, si è sempre alla ricerca di espedienti a volte trasgressivi finalizzati esclusivamente ad aumentare lo share, ma trattandosi di un evento chiamato …., mi sarei aspettato una serata con degli ospiti che sapessero onorare tale titolo.
Invece l’ospite finale è stato il cantautore …, da tutti atteso perché attualmente sulla cresta dell’onda, con diverse apparizioni sulla Rai e già vincitore della passata edizione ( della manifestazione musicale in oggetto N.D.R. ) il quale ha presentato alcune canzoni della sua nuova produzione discografica …
Canzoni popolari, da lui definite, “perché attingono da tutto ciò che ho ascoltato fin da bambino, cresciuto in una famiglia romanaccia”.
E’ così che nelle sue storie si parla dell’ “amore” ( cancello il testo ed ogni riferimento alla canzone citata nella lettera N.D.R. poiché offende una Santa ).
Visto che questo era poco, per dare più enfasi alle sue storie … ( il cantautore) si è fatto servire un bel calice di vino da un ragazzo vestito da sacerdote, il tutto sotto lo sguardo compiaciuto del pubblico.
A tutto questo bisogna aggiungere che le amministrazioni locali considerata l’eccezionalità dell’evento e dell’ospite che sarebbe venuto a …hanno pensato di farlo incontrare con i ragazzi delle scuole medie superiori nell’Aula Magna del Comune, perché un personaggio così ha molto da insegnare ai nostri giovani, tanto che il direttore artistico ha affermato:” “sono il miglior modo per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia”.
Forse, direttore, con questa lettera passo per un bigotto, ma come mai venti minuti prima che succedesse questo c’era chi tra i finalisti chiedeva ragione di coloro che, a torto, avevano buttato urine di maiale sul suolo dove doveva venir costruita una moschea? Come mai, noi cristiani invece dobbiamo assistere a questi insulti e accettare ogni calunnia, senza batter ciglio.
La risposta è semplice, perché seguire Cristo vuol dire essere perseguitati anche se Gesù ci dice che saranno beati coloro che saranno perseguitati a causa del suo nome.
In ogni caso Direttore, i motivi che mi hanno spinto a esprimere il mio disappunto sono principalmente due.
1) ritengo che ( la manifestazione musicale in oggetto) non abbia bisogno di tali espedienti per fare il tutto esaurito;
2 tutta la sala applaudiva entusiasta la blasfemia. Saluti”

Viviamo in un'epoca che ha paura di parlare chiaro

«Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole! […] Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. […] Si ha vergogna di Dio».

***

Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole.
Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati.
Comincio pertanto a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa.
Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una protezione per il proprio operato: «progressismo».
Di tanta gente si dice che è o non è «progressista». Vediamoci chiaro e, se ci fosse da restituire un termine alla esatta funzione, non coartata, come è serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito.
Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine «progressista». Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.
1. Essere indipendenti dalla logica teologica
Molte volte il «progressismo» significa questo, o, piuttosto quando ci si attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere «progressista». Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi.
Che è questo «disimpegno totale dalla logica teologica»?
Logica teologica è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può documentatamente arrivare ad affermare come rivelata od anche come semplicemente certa una proposizione.
Queste norme, costituenti la logica teologica, in realtà si riducono (parliamo, si badi bene, della «logica», non della Rivelazione) ad un principio: il magistero infallibile della Chiesa. Infatti è al magistero infallibile della Chiesa, sia solenne, sia ordinario, che è affidata la certa autentica interpretazione sia della Scrittura che della divina tradizione. Ed è logico. Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o di nastri magnetici per far udire la viva parola e si fosse fermato lì, ad un certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo sotto gli occhi e ci appelliamo solo a due.
La prima è che con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in continuazione filosofie torbide, il contrario, il contraddittorio di esse. La dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia.
La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio.
Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio delle sfrenate cose umane.
Quello che oggi accade è la dimostrazione ab absurdo della verità e necessità del magistero ecclesiastico!
Il magistero ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano così «mezzi» per raggiungere nella certezza la verità teologica. Essi sono: i Padri, i Dottori, i Teologi, la Liturgia... purché siano consenzienti ed abbiano avuto la approvazione esplicita o implicita della Chiesa. Tale approvazione rende acquisita al Magistero stesso la verità espressa da altre fonti. Nessun Teologo, nessuna schiera di Teologi o Dottori, senza questa approvazione sicura del Magistero, conta qualcosa nella affermazione teologica. Tutt’al più, se risponderà alle ordinarie regole di un metodo scientifico, potrà condurre a formulare una ipotesi di lavoro. Col che il campo resta spazzato.
Quelli che abbiamo chiamati «mezzi» di riflesso del magistero ecclesiastico costituiscono con lo stesso la «logica» della Teologia.
Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella enciclica Pascendi di s. Pio X nonché nel suo Decreto Lamentabili; fanno le riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del protestante Bultmann, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina, ossia la divinità di Cristo.
Naturalmente trattati senza freno i princìpi, si ha quel che si vuole della morale e della disciplina ecclesiastica.
Sotto questo fondamentale angolo di visuale il progressismo consiste nel trattare come relativa la verità rivelata, nel cambiarla il più presto possibile, nel dare agli uomini una libertà della quale in breve non sapranno che farsi, di fronte all’Assoluto.
Ridotto a questa frontiera il «progressismo» coincide col «relativismo» e all’uomo, «adorato», non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze!
Naturalmente non tutte le persone etichettate come progressisti sanno queste cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che ignorano. Se hanno una colpa — questo lo giudichi Dio! — questa consiste nel non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano.
In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere.
Tutto quello che abbiamo sfornato attraverso catechismi di vane lingue, dei quali fu pieno l’aere e che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri, significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole perpetrato ai danni dei piccoli che crescono.
Ne si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica: l’assenza della certezza nei fedeli. Alla parola di Dio si può e si deve credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di Teologia, il tedesco padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre e con ragione: «Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».
2. Il «sociologismo»
Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al sociologismo anche se non sanno che cosa sia.
Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere, la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto non è il caso di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo.
La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza.
Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del progressismo. Sia ben chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci impone di avere come primi nell’oggetto dell’amore i bisognosi. Ma si tratta di altra cosa, perché il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno.
Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!
Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano.
Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi!
Ma si sa dove vanno i tempi?
Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? E proprio necessario rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri simili? E proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili?
Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?
3. La nuova storiografia
Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero san Pier Damiani. Tutto qui!
Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo.
La parte maggiore della produzione - ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni - pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni:
— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai che hanno colpito i popoli;
— la Chiesa - detta per l’occasione postcostantiniana - avrebbe fatto con continui voltafaccia alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità;
— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione;
— tutta la storia ecclesiastica fino al 1962 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione - tutti lo vedono - costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro, martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;
— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti;
— il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate.
Si potrebbe continuare.
Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, che ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla!
Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse.
È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!
4. La Bibbia va interpretata solo e liberamente dai biblisti
Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno.
Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima sessione, nella quale taluni gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una buona volta la scure alla radice della divina tradizione ed avessero spianato la via alla conversione verso il Protestantesimo.
Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate persone, avevano dei precedenti. Eravamo presenti in mezzo a tutti gli avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare la Sacra Scrittura in modo «privato» detto scientifico era entrato, pur non osando entrare nella editoria di divulgazione per la stretta vigilanza degli Imprimatur. La storia è dunque assai vecchia, ma solo negli ultimi tempi è diventata di portata comune. Eccone i punti.
— La filologia, l’archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti comparati (ad usum delphini), ma soprattutto le svariate opinioni di tutti gli scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare la Bibbia.
Non importa si pronunci una parola; la pronunciamo Noi: questo è libero esame, perché sostituisce il «placitum» privato al primo vero mezzo stabilito da Dio per la interpretazione della sua natura: il Magistero. La parola «libero esame» viene accuratamente taciuta e continuamente applicata.
— Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può essere, in cosa tanto grave, vera garanzia.
— La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione delle Scritture, comparata con le Scritture e con la divina tradizione, riceve la autentica garanzia di certezza dal Magistero.
Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito da Dio stesso si chiama «progresso», ciò significa che tale progresso porta con sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia, certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato Iddio. Niente di più logico e di più ovvio.
Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione. Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi (putacaso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p.e. la interpretazione di un passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa, di effetto affermato tra i due termini. Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole «sostanza» ed «accidente» cavandone la inesistenza della peste. Il che non era vero!
Insistiamo sull’argomento perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno che va sotto il nome di «progressismo».
5. Le allegre «teologie»
Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila.
Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza, della liberazione e della rivoluzione... Quasi tutte queste voci sono decorate di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle più grandi caratteristiche del progressismo. Vediamo di capirci.
Queste sono vere «teologie», anzitutto?
È «teologia» quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle fonti teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque manifestazione saggistica, non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste teologie, salvo in qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto «Teologia». Noi dobbiamo protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso venerandi e assolutamente proprio.
In secondo luogo dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito, ossia dei «contenuti» di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo solo a fissarne alcuni caratteri comuni.
— Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.
— Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il «sociologismo», del quale abbiamo già parlato e che tiene il campo, derivando da un principio messo dal “cristianissimo” e “devoto” Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori.
Sarebbe forse questa la «Nova Theologia»? Risentiamo ancora oggi con perfetta vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel Vaticano secondo si levò per chiedere - con altre cose - una «Nova Theologia». Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che cosa l’Oratore intendesse propriamente per «Nova Theologia». Se le varie teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole «allegre», sono una risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti.
Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno «caratterizzante il progressismo», c’è ben altro e ben più importante.
C’è la valutazione negativa di tutta la Teologia fino al 1962.
E questo è grave. Infatti.
La Teologia ha condotto per tanti secoli questo grande lavoro.
Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della rivelazione divina e, senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti extra chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento, di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama «istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi principî del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite.
Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle «variazioni» estranee al metodo.
Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque «Nova Theologia», ma «anatematizzata Teologia».
La Teologia, occupandosi del pensiero da Dio comunicato agli uomini, ha da camminare fino alla fine dei tempi e solo così compirà la sua missione. Vi sono in essa filoni ancora inesplorati, che possono dare ansa al genio di molti santi Tommasi d’Aquino. Ben vengano, ma sarà una cosa seria!
La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire al numero seguente.
6. Accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie
Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina.
Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più.
Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, sì da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica.
Guardiamo bene in faccia questa faccenda.
— Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. È vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade nel nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti.
— Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste.
La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialità è tremenda, ma non la si sfugge. Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma.
Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa può più difendere nella Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia!
Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi.
La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.
7. Il rifiuto della apologetica
Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti.
Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente.
Difatti in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il significato che la Chiesa (Magistero) gli ha sempre attribuito, si mette in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo... Non occorre dimostrare queste cose. La Fede viene bene e la si tiene; è inutile cercare degli elementi di prova.
Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non servono più.
Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo dello Evangelo di Matteo. Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo - come gli altri - ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della sua autenticità. Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di «apologetica»; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi tacendo lo sapeva.
Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere.
Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti.
Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?
8. La riabilitazione degli eretici
Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo.
Abbiamo già ricordato al n. 3 la trovata di chi ha proposto la canonizzazione di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di attenuanti. Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri con l’aria di dire «mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta». Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del canone 1399, sono citati abitualmente al posto di sant’Agostino e di san Tommaso. L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti da censure canoniche, mai come oggi, meritate.
Ma, è normale tutto questo?
I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri».
Evidentemente la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.
Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. Agli eretici ed ai ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici. e infatti essi non si sono minimamente schiodati dalle loro posizioni
Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane.
Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti «arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori!
Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi, rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero fermarne le cause.
Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un pericoloso paradosso.
9. L’antigiuridicismo
Chi lo afferma è sempre stimato vero progressista.
Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge è l’unico strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi. L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza.
La mania è come un vento del deserto, che brucia tutto e lo si trova dappertutto, anche sotto mentite spoglie. Enumeriamo le più ovvie applicazioni, alle quali un numero enorme di persone perbene abbocca, mentre potrebbe in tempo utile evitare delle dannose conseguenze.
Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche giuridici.
Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con qualche regolamento e con un responsabile. Sì, parliamo di «responsabili», perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una semplice variazione lessicale.
Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le «responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si scarica sulla «base».
Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano sulla bocca di taluni una debolezza.
Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o «presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni».
La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.
Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?
E questo sarebbe progresso? Ma si sa quello che si dice e si scrive?
Quando fu pubblicato — alla macchia — un abbozzo di «Legge Fondamentale» per il futuro Codice di Diritto Canonico, fu il finimondo, anche e soprattutto in taluni ambienti cattolici. La ragione non era tanto il fatto che quell’abbozzo metteva insieme poco opportunamente elementi di diritto divino ed elementi di diritto umano (il che sarebbe stato buon motivo per criticare), ma solo perché era una «Legge». Si preferivano dei predicozzi.
La contestazione entro la Chiesa fu tutta qui od almeno originariamente qui. E nasceva da una mancanza di logica, come appare dal sopra detto e dal fatto che alla legge si sostituisce la forza. E pensare che a gridare più forte era gente adusa a cantare a Lodi e a Vespro l’inno alla «divina» libertà dell’uomo, o meglio della «persona umana»!
Ecco dove si arriva a forza di svuotare la Teologia e dileggiare il vecchio catechismo dalle idee chiare e precise!
10. La crociata antitrionfalistica
Chi è antitrionfalista, nessuno lo dubita, è progressista.
È la principale caratteristica esterna — ma non solo esterna — del progressismo tra i cristiani.
La parola trionfalismo, davanti alla quale tante persone sentono tremare le vene e i polsi o dalla quale si sentono spinti a far imprese giganti di ripulitura, fa d’ogni erba fascio.
Vediamo questo fascio.
L’autorità dà noia. Ne devono scomparire i segni esterni, perché muoia essa stessa di esaurimento. Essa ha bisogno di segni visibili, dato che il valore morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca. Quando cerca semplicemente di far sì che gli altrui s’accorgano di essa e del suo dovere, fa del trionfalismo.
La Fede, i Sacramenti, il divin sacrificio si manifestano attraverso atti semplici ed anche dimessi. Hanno bisogno, i fedeli, di essere aiutati a vedere quello che è reale, ma che non si vede con gli occhi della carne. Ebbene, se si fa qualcosa di esteriore che indichi la grandezza delle cose divine, la maestà di Dio, la infinita importanza del santo sacrificio ed in genere del culto divino, si fa del trionfalismo: bisogna stroncare. Ma, se si rivela la voglia di ballare a suon di ritmo durante le azioni liturgiche, non si ha trionfalismo e tutto si può fare.
Se al Tempio si dà un decoro per aiutare gli uomini a rendersi conto della grandezza di Dio, della vita, del suo fine; se si domanda per esso di tenere lontane le stranezze che disturbano, che disambientano il raccoglimento e che aiutano la devozione, si fa del trionfalismo. Spoliazione sempre!
Se si porta rispetto al Papa, a quanto denota esternamente la Sua suprema potestà, necessaria alla Chiesa, e pertanto alla salute, si fa del trionfalismo. Bisogna umiliare, avvilire, possibilmente deturpare e lordare: quella sarebbe la vera Fede vissuta.
Chi ha pronunciato per primo la disgraziata parola «trionfalismo» non ha riflettuto che dava modo di fare una sintesi di tutti gli appetiti psicologici, patologici, distruttori che potessero trovarsi tra i fedeli e tra gli uomini di Chiesa.
Il terrore del trionfalismo fa sì che tutto starebbe bene solo nella Gehenna. Non è solo questione di gusti.
Il terrore del trionfalismo — questa parola ha quasi tanto potere di agire sugli spiritelli quanto un termine qualificativo vociferato nella politica italiana — ha delle sottospecie che si notano nel conformismo col quale si accettano e osservano — non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità — ma le mode introdotte col criterio del pugno in faccia.
Il progressismo ha aspetti che interessano il piano culturale e questo pone limiti di numero e di qualità, ma, quando mette in moto la macchina antitrionfalistica, raccoglie gente come nei paesi le bande dei suonatori.
11. La indisciplina endemica
Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola «endemica». Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo.
Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate, tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente.
In un primo momento si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato multato da altri di «neomodernismo»! A ragione!
In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano.
A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che «tenevano insieme la compagine ecclesiastica del clero»: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli.
Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Cielo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie.
Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado — almeno questo! — di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo.
Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pari passo saltato tutto e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!
12. La bassa quota
Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si fa l’onore di attribuire il termine «progressismo». Si tratta di quelle piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente, specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo o nell’altro sta al piano superiore della esperienza intellettuale.
Ma c’è un «modo di agire» più semplice, più «pop», che forma il loggione per il palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al «progressismo». Ed ecco.
Nel clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito «normale» è la talare. Forma e colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare sta fuori del progresso. Invece la talare, «difesa dalla norma di Legge come abito normale», permette di non perdersi mai nella massa, di restare in evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo punto credo dovrò ritornare. Infatti in questo momento il pericolo più grave per il clero è quello di scomparire. Sta scomparendo, perché tutto ormai non s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte che ci siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più il «cristianesimo». Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho la impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione in gran parte d’Italia della Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta, ma tutto il livore anticlericale e massonico che si è impadronito di quasi tutti i mezzi di espressione fa credere il contrario, agisce come se la Chiesa fosse morta (il che è tutt’altro che vero!); ma sono molti di casa nostra che danno mano a tutto questo.
Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista.
Andare a Taizé invece che a Lourdes o a Roma costituisce progressismo, mentre si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo.
Animare gruppi detti magari «di spiritualità» (parola della quale si potrebbe dire come «montes a movendo, tamquam lucus a lucendo e canonicus a canendo»), nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo. Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette l’acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti.
Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà, quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si parla della santissima Vergine? Recentemente si sono dette pubblicamente delle bestemmie autentiche contro la santissima Madre del Signore e nostra e — che si sappia — nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.
Al posto delle Associazioni possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno, per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso.
Dove è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia? Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha vergogna di Dio.
Ecco il progressismo «pop», da pochi soldi, ma dalle molte colpe.
Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’inferno.
Conclusione
Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti migliori.
Ho scritto perché il clero sia illuminato. Le note sull’argomento continueranno.

 
Cardinal Giuseppe Siri, «Rivista Diocesana Genovese», gennaio 1975