lunedì 28 febbraio 2011

Echi tridentini in cinematografia: Vinella e don Pezzotta

A seguito dello straordinario successo radiofonico, nei primi Anni Settanta, di “Alto gradimento”, trasmissione di Arbore-Boncompagni e allegra compagnia, alcuni personaggi lì assurti a fama onomatopeica vennero trasposti su pellicola cinematografica, prima di approdare più tardi a trasmissioni televisive.

È del 1976 il film Vinella e don Pezzotta, farsa al limite del demenziale, basata sul personaggio di Vinella, interpretato da un pirotecnico Giorgio Bracardi (autore del soggetto), che è un adolescente visionario, devoto al fantomatico S. Pentolino (sempre Bracardi) cresciuto per carità cristiana da don Pezzotta, spicciativo parroco in talare della parrocchia di Santa Zitta in una misera borgata romana, interpretato da Armando Brancia (attore napoletano che avrebbe prestato il volto ad altri prelati nei successivi anni della commedia all’italiana), il quale lo castiga ripetutamente per questa sua falsa devozione, fin quando – alla fine del film – sarà proprio S. Pentolino a salvare la parrocchia.

Il film, dalla trama tutto sommato esile ed affidato alle trovate caratteristiche di Vinella-Bracardi, presenta in realtà un registro sottostante in cui vi è dipinto, con toni ovviamente farseschi, il conflitto fra il "tradizionalista" don Pezzotta, a capo di una sgangheratissima parrocchia sempre in bolletta, il cui oratorio è addirittura percorso dalla linea del tram (!) e un prete americano Novus ordo (anzi Novissimus), padre Splendid - in abito da Elvis Presley -, che, contornato di fanciulle in minigonna, suorine in risicato abito riformato e un antipatico vice-parroco in clergyman di seta, costruisce, nella stessa periferia romana, una mega-avveniristica chiesa moderna con il campanile che rintocca "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli (tanto per adeguare anche le campane al clima …. conciliare!), chiamando a raccolta i fedeli che, così, svia dalla parrocchia di don Pezzotta.

Oltre ad alcuni personaggi caratteristici (la sora Camilla, perpetua con voce baritonale, la vaiassa di cui è invaghito Vinella, Maria la Brutalona) vi sono squarci della Roma parrocchiale dei primi anni Settanta, fra tentativi di resistenza della Tradizione in un momento storico di pretesa verginità progressista delle novità post-conciliari, fughe avventuristiche sessantottine (il presepe vivente organizzato da Vinella per raccogliere fondi e, per motivi di opportunità, affidato alla regia di un artista sceneggiatore comunista, con esiti esilaranti), i pellegrini per l'Anno Santo del '75 e via discorrendo.

Alcuni momenti, come il colloquio di don Pezzotta con padre Splendid, presso la parrocchia di quest’ultimo, ritraggono - con una certa icasticità - il disagio di una generazione di ecclesiastici (e con essi di buona parte del popolo cristiano) di fronte all’inondazione di assurde novità pastorali, artistiche, liturgiche che in poco tempo sopravanzarono le stesse intenzioni del Concilio.

In accordo con il soggetto, anche la Tradizione è raffigurata nei suoi aspetti più comici (come può rilevarsi dai due filmati che proponiamo), sebbene autori, sceneggiatori e regista non facciano mistero di guardare ad essa con molto più umano favore, rispetto agli avanguardismi all’americana dei progressisti di turno.

Il Segretario di mons. E. Favella

Predica sui novissimi old style (al minuto 2.05):


Confessione e penitenza corporale:

Messalini o foglietti? Storia, differenze, uso e utilità.


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L’uso di messalini e foglietti nella Santa Messa
di Paul Gunter, O.S.B.*

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ROMA, mercoledì, 23 febbraio 2011 (ZENIT.org).- L’uso dei messalini da parte dei fedeli laici, almeno nei principali Paesi europei, si pratica da più di due secoli. Nei Paesi che hanno conosciuto persecuzioni religiose, il possesso di libri simili rappresentava, per gli oppositori della fede cattolica, una prova sufficiente di adesione al “papismo”.

Tra il 1788 e il 1792, apparvero traduzioni in italiano della Messa, sia di rito ambrosiano che romano, con l’aggiunta di spiegazioni sulle principali feste, contenute all’interno di una guida alla preghiera per fedeli devoti. Fatti simili avvennero in Francia e Germania e si svilupparono rapidamente, ispirati dalle iniziative liturgiche di Dom Prosper Guéranger, nel sec. XIX. L’uso di messalini favorì un attaccamento alla liturgia che introdusse coloro che sapevano leggere nei meandri della liturgia celebrata in latino. I messalini spesso includevano i testi dei vespri della domenica, che divennero perciò pratica di molte parrocchie, specialmente in Francia, nei Paesi Bassi e in Germania. Durante il sec. XX, questi sussidi furono progressivamente arricchiti con materiale catechetico sull’anno liturgico, commenti alla Sacra Scrittura e testi eucologici.

Al presente, nelle celebrazioni secondo la «forma straordinaria» (o di san Pio V), i messalini sono ritenuti un prerequisito, non solo come mezzo di partecipazione alla conoscenza dei testi eucologici, che spesso sono intenzionalmente letti in silenzio, ma, più importante ancora, come strumenti per seguire i testi della Scrittura, come pure di alcuni riti particolari legati a certi giorni. Essi contengono una versione abbreviata delle rubriche del Messale da altare e forniscono una raccolta di testi e illustrazioni di arte sacra che supportano la preghiera e aiutano a ridurre le inevitabili distrazioni.

Nel contesto della «forma ordinaria» (o di Paolo VI), lo scopo dei messalini in vista della partecipazione alla Messa è meno chiaro. Nonostante molte persone [soprattutto fuori d’Italia, ndt] scelgano di possederne uno, forse ispirati dall’esempio del passato, l’ermeneutica della partecipazione è cambiata. Questo cambiamento ha influenzato i fedeli al punto che molti di loro hanno semplicemente smesso di usarli. Nonostante ciò, il messalino rimane di notevole aiuto per i sordi e per quelle situazioni particolari in cui la proclamazione dei testi è incomprensibile.

La maggioranza dei cattolici si è resa conto che il movimento liturgico del sec. XX si è battuto per la riforma della liturgia. Pochi hanno apprezzato il fatto che, quando Sacrosanctum Concilium (SC) ha invocato la riforma della liturgia, lo ha fatto richiedendo che la riforma si accompagnasse alla promozione del culto liturgico (cf. n. 1). A questo scopo, era necessario che la liturgia comunicasse effettivamente ciò che celebra, sì che le menti e i cuori di coloro che vi prendono parte fossero capaci di articolare ciò che veniva promosso. Questa ermeneutica sorregge la direttiva di SC 11: «I pastori di anime devono vigilare attentamente che nell’azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso».

Dopo il Vaticano II, i messalini hanno perso molto del loro ruolo nella promozione della vita liturgica, dato che i fedeli hanno imparato le parti della celebrazione loro assegnate e a recitarle insieme «in maniera comunitaria» (SC 21). Le letture vengono adesso proclamate ad alta voce e con il supporto di sistemi di amplificazione, da un ambone rivolto verso l’assemblea. Molti di coloro che un tempo seguivano i testi sui messalini, sono diventati i pionieri del n. 29 di SC, perché, essendo ora lettori, hanno scoperto una nuova e «sincera pietà», trovandosi ad esercitare una vera funzione liturgica. Il clero, incoraggiato da SC 24, ha cominciato a predicare in modo ideale sulla Scrittura proclamata, col risultato che dai sermoni si è passati alle omelie, radicate nella predicazione liturgica e destinate a rendere fruibile la parola di Dio proclamata. Di conseguenza, nella misura in cui diventavano familiari con i riti, i fedeli avevano sempre meno bisogno di leggere materiale di supporto, che desse loro indicazioni strutturali. Essi avrebbero perciò in gran parte messo da parte i loro messalini. Ironicamente, però, l’uso di messalini e foglietti sta per ricominciare, dato che le parrocchie dovranno presto avere a che fare con le nuove traduzioni della terza edizione del Messale Romano.

È deludente che molte parrocchie si siano servite per tanti anni di foglietti preparati di settimana in settimana. Il disordine da essi generato non solo diminuisce prepotentemente il valore di un armonico spazio di raccoglimento all’interno dell’edificio sacro; ma in se stessi si presentano spesso anche mal redatti. Alcuni editori di foglietti aggiungono versi di canti del tutto irrilevanti rispetto ai testi liturgici. La fiducia riposta in questi canti ha di certo aiutato ad evitare di confrontarsi con la sfida, che si presenta in maniera molto pungente, riguardo al fatto che oggi si canta di tutto, ma si sono persi o scartati i testi delle antifone di ingresso e di comunione. Inoltre, la dignità riconosciuta alle Scritture non è affatto valorizzata quando l’assemblea gira la pagina del foglietto, magari a metà della seconda lettura.

Resta da vedere se il rinnovamento nella pubblicazione dei messalini per la «forma ordinaria», alla luce delle prossime nuove traduzioni, inaugurerà un nuovo interesse verso un loro uso diffuso a lungo termine. Ciò che è certo, è che queste pubblicazioni necessitano di essere imbevute dello spirito della liturgia e di promuovere la conformità a ciò che la Chiesa richiede da noi, in questa rinnovata opportunità per un’autentica catechesi sulla Messa, offerta dalle suggestioni provenienti dalle nuove traduzioni. Affinché i fedeli siano ricondotti ad una vera «piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche» (SC 14), c’è bisogno che coloro cui sono affidate le migliorie del nuovo Messale «imparino ad osservare le leggi liturgiche» (SC 17). Allora, i messalini, e ogni altro materiale supplementare, risplenderà come faro di unità, ossia di una liturgia celebrata, fedelmente riformata e promossa in maniera tale, da essere «insegnata sia sotto l’aspetto teologico che sotto l’aspetto storico, spirituale, pastorale e giuridico» (SC 16).
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[Traduzione e riduzione dall’originale inglese a cura di don Mauro Gagliardi...]
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* Padre Paul Gunter, O.S.B., è professore al Pontificio Istituto Liturgico di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.
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Persino Sirboni è scettico circa l'utilità dei foglietti durante la Messa.
in "Beati gli invitati alla cena del Signore" (Queriniana), pp. 47-48 così rimprovera l'uso individuale dei foglietti durante la celebrazione:
"[...]sovente durante la liturgia della Parola [brrr che brutto termine] l’assemblea si trasforma in una sala di lettura. I foglietti o altri sussidi simili, che pure possono avere un’utilità in fase di preparazione alla messa o come approfondimento successivo, ma non durante la celebrazione, pur con tutte le buone intenzioni, finiscono inevitabilmente per ostacolare un’autentica partecipazione attiva, nonostante tutte le ragioni a favore. Non sono un male in sé, ma bisognerebbe che fossero pensati per un uso diverso e più corretto.
L’introduzione della lingua parlata ha portato al superamento degli stessi messalini che hanno avuto un ruolo importantissimo in passato per far conoscere ai fedeli le ricchezze della liturgia e favorire almeno la fondamentale partecipazione interiore quando l’assemblea era ridotta al silenzio. Opportunamente le premesse e le rubriche del Messale, tenendo conto della diversa prassi precedente, insistono nel sottolineare che durante la liturgia della Parola “tutti stanno in ascolto” (OGMR 128 e 130).
La lettura individuale di qualsiasi testo non è prevista nella celebrazione liturgica. La lettura individuale e simultanea dello stesso testo che viene proclamato, nonostante tutte le apparenze contrarie, separa, isola, divide; l’ascolto invece unisce, manifesta e alimenta quella comunione che costituisce lo specifico della celebrazione liturgica. Ovviamente chi presta la voce al Signore che parla al suo popolo deve essere in grado di farsi ascoltare dando anche alle parole tutta la pregnanza del loro significato e del loro suono."
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E' indubbio quindi in un fantasioso scontro tra messalini e foglietti, i primi vincono di gran lunga sui secondi!!

Gruppo stabile a Siracusa.

Un gruppo di fedeli di Siracusa ci chiede di pubblicare la loro mail per trovare altre persone interessate nella loro diocesi siracusana alla richiesta della celebrazione della Messa gregoriana.
Sarebbe significativo che anche in quella che fu la primissima comunità cristiana fondata dall'Apostolo Pietro in viaggio verso Roma (e la seconda in assoluto dopo quella nata in Antiochia: Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post Antiochenam Christo dicata, come si legge in un'epigrafe nella Cattedrale) venga ri-celebrata la Santa Messa antica.

Speriamo che siano molti i fedeli siracusani, orgogliosi ed emuli dei propri predecessori nella fede, che scriveranno a gregorianasiracusa@libero.it per rinvigorire le fila del gruppo stabile e dar via così alle celebrazioni in rito antico tradizionale.
Roberto

La Messa di Sempre converte la pretessa

In America avvengono alcune cose che siamo soliti definire, per antonomasia, americanate. Una di queste è la costituzione di un'associazione di signore che si denomina Roman Catholic Women Priests, che tradotto fa: donne-prete cattoliche romane. Naturalmente, una contraddizione in adiecto: una donna non può, ontologicamente, diventar prete cattolico. Può fare il pastore protestante, o il guru, o la sacerdotessa di Iside... ma non un prete di Santa Romana Chiesa. La questione è stata definita con un documento di Giovanni Paolo II espressamente qualificato come infallibile ex cathedra, quindi non stiamo a ripeterlo. 

Ma le sciure dell'associazione non se ne danno per intese e negli ultimi anni si sono avute sporadiche cerimonie di pseudo-ordinazione: si trova sempre il clerico liberal-progressista che vuole superare discriminazioni e ingiustizie e protestare contro l'oscurantismo vaticano, ed è quindi disposto a prestarsi alla pagliacciata di un sembiante di ordinazione.

Fin qui, nulla di eclatante. Più interessante la notizia che ora una di queste pretesse (per vero, si era per il momento fermata al diaconato; quindi una diaconessa) ha fatto pubblica ammenda del suo errore e si è riconciliata con la Chiesa cattolica, da cui il delitto di attentata ordinazione l'aveva scissa per effetto di scomunica latae sententiae.

Ma la cosa che ci ha davvero intrigato è che questa improvvisa resipiscenza (la prima che si conosca da parte di una sedicente clerichessa) è maturata perché la signora, che si chiama Norma Jean Coon, ha preso a frequentare la S. Messa tridentina presso una parrocchia della Fraternità S. Pietro a San Diego (California); naturalmente, in attesa della remissione della scomunica, non si accosta ancora ai sacramenti. Ne dà notizia Rorate Caeli. Sul sito della signora potete poi leggere la formale abiura dei suoi errori, accompagnata dalla preghiera leonina a S. Michele Arcangelo, che è una sorta di nota distintiva dei tradizionalisti,

Curioso leggere nell'abiura della 'diaconessa' ch'ella dice di aver esercitato tale ruolo solo per due volte: per leggere il Vangelo e per distribuire la comunione. Per far quello, visto l'andazzo corrente, mestier non era incorrere nella scomunica: proclamar Parole e somministrar particole è pratica corrente nelle parrocchie novus ordo, dove le similpretesse esercitano quei ruoli con tanto di benedizione vescovile.  E' quindi quanto mai significativo che la conversione della madama sia avvenuta attraverso un rito che esprime pienamente il significato del sacerdozio, nel quale non ci son pericoli che un laico possa giocare a fare il prete.

Enrico

domenica 27 febbraio 2011

Studenti di Verona chiedono la Messa Tridentina in Università

Eh sì, la Messa in latino è una cosa per anziani, per nostalgici, è una pratica devozionale arcaica, un teatrino incomprensibile e non certo accattivante. Eh già. Si sa.
Lo vadano a dire a questo gruppo di studenti universitari di Verona.
Ecco una lettera che ci giunge, via FaceBook, con una fausta notizia!
Assicuriamo ai ragazzi le nostre preghiere, e siamo sicuri che anche i nostri lettori si uniranno nella preghiera perchè la loro richiesta venga accolta con onestà intellettuale e di coscienza da parte dei responsabili.
Roberto
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11 febbraio 2011
Gent.ma redazione,
volevo informarVi che un gruppo di circa 15 studenti (coloro che la richiedono sono di piu') dell'Università di Verona ha inviato al Rettore, al Vescovo di Verona e al direttore del Centro Pastorale di Verona una petizione scritta per avere una celebrazione mensile della Messa tridentina presso la cappella Universitaria dell'Ateneo di Verona sita presso la Chiesa di San Paolo in Campo Marzio; la celebrazione, nelle intenzioni dei richiedenti, dovrebbe aver luogo una volta al mese. [...]
Il gruppo stabile, previsto dal Motu Proprio, c'è già in Facoltà e molti docenti hanno simpatizzato con questa richiesta.
A celebrarla dovrebbe essere don Wilmar Pavesi, sacerdote incaricato dal Vescovo di Verona monsignor Giuseppe Zenti per l'assistenza spirituale dei fedeli che son legati alla Messa di San PioV.
Chi l'ha richiesta (studenti di diverse facoltà dell'Ateneo Veronese) mi ha chiesto di inviarVi la notizia; le lettere sono partite ieri.
Si vuol chiedere ai lettori del Vostro blog di pregare per la buona riuscita.
Affidiamoci alla Santa Vergine di Lourdes di cui oggi ricorre la festività.
Vi prego di darne notizia, se potete.
In Ihesu
Lorenzo M.

Conversioni: ora tocca agli Anglo-luterani degli U.S.A.

I "cattolici anglo-luterani" U.S.A. tornano a Roma
di Marco Respinti, La Bussola Quotidiana, 23-02-2011
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La famiglia dei convertiti dall’anglicanesimo al cattolicesimo si allarga ogni giorno di più. Merito di quell’Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham che si sta rivelando efficace strumento di apostolato concreto. Anzi, una vera e propria “casa comune” per quell’esercito di “cristiani separati” che di fatto lo attendeva da tempo. Dopo numerosi anglo-cattolici (cosa non automatica, ma in un certo senso facile), ora è la volta (in tesi più ardua) della Chiesa Cattolica Anglo-Luterana (ALCC, per info si veda qui), come annuncia ufficialmente la sua massima autorità, l’arcivescovo metropolita Irl Allen Gladfelter di Kansas City, nel Missouri.

Tutto è iniziato il 13 maggio 2009 quando l’ALCC scrisse al cardinal Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani, affermando di voler «cancellare gli errori del padre Martin Lutero per tornare all’Unica, Santa e Vera Chiesa Cattolica, fondata da Nostro Signore Gesù Cristo attraverso il beato san Pietro». Giratale la lettera per competenza, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede rispose in giugno assicurando piena attenzione.
Poi venne la grazia - come dicono i membri della Comunione Anglicana che oggi si convertono - della costituzione apostolica Anglicanorum coetibus, promulgata il 4 novembre dello stesso anno proprio per favorire l’istituzione di quegli ordinariati personali che, sul modello di quello intitolato alla Vergine di Walsingham per il Regno Unito (clicca qui), stanno ora facendo con successo il giro del mondo. L’ALCC salutò l’evento con enorme favore e ne benedì gli effetti positivi esercitati su quei suoi fratelli e su quelle sue sorelle anglicani che per tramite di esso scelsero la comunione piena con Roma, ma quanto a sé se ne astenne elegantemente in nome della propria ascendenza luterana. E in attesa di una risposta diretta alla famosa lettera.

Fu così che in ottobre l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ebbe a informare l’ALCC che negli Stati Uniti era stato nominato un delegato episcopale, il cardinale Donald William Wuerl, con l’incarico preciso di assistere la stessa Congregazione nell’attuazione dell’Anglicanorum coetibus e che quindi i cattolici anglo-luterani statunitensi prendessero direttamente contatto con lui. «!» è stata la risposta immediata del metropolita Gladfelter a nome del suo clero e del suo gregge. Ebbene, il 21 febbraio il metropolita Gladfelter ha reso ora pubblico l’invito rivoltogli dalla Chiesa Cattolica ad entrare nell’Ordinariato nordamericano, con tanto di risposta affermativa.

Lo ha fatto con una e-mail inviata al suo amico don Christopher G. Phillips, che ne ha dato notizia sul blog The Anglo-Catholic. Don Phillips è parroco della chiesa cattolica di Our Lady of the Atonement di San Antonio, Texas; già ministro di culto anglicano in Inghilterra, poi episcopaliano negli Stati Uniti, si è convertito al cattolicesimo nel 1981 e due anni dopo (nonostante moglie e cinque figli) è stato ordinato sacerdote cattolico.
E il blog The Anglo-Catholic è moderato da Christian Clay Columba Campbell, cattolico, direttore esecutivo della Three Fish Consulting che si occupa d’informatica a Orlando, la nota città della Florida dove pure sorge quella cattedrale dell’Incarnazione presso cui Campbell è attivissimo avendo tra l’altro organizzato il pellegrinaggio di conversione con cui la parrocchia, già episcopaliana, è diventata cattolica. Nel nome dell’Anglicanorum Coetibus. Perché, come ama ricordare il metropolita Gladfelter, l’ex anglicano e oggi beato della Chiesa Cattolica John Henry Newman disse un tempo: «Approfondire la storia significa smettere di essere protestanti».

Ratzinger e le religioni


Considero l’Appello pubblicato su Il Foglio, firmato insieme ad altri carissimi e stimati amici, solamente un primo passo e ritengo un dovere non solo nei riguardi del Santo Padre, ma anche nei confronti di tante anime, cercare di chiarire il pensiero del Papa sulle religioni. Solo in tal modo si potrà delineare quale sia l’intento del Papa nell’indire la giornata di Assisi e – quel che mi preme ancora di più – quali non siano le ragioni di un tale raduno.
Credo non basti essere legittimamente preoccupati per i possibili esiti negativi di tale evento; occorre pregare e lavorare, per quanto possibile, affinché tali esiti siano evitati.

1. “Assisi” non giustifica il sincretismo:

Il primo equivoco da chiarire è che il Santo Padre in nessun modo intende favorire, ed ancor meno approvare, una visione sincretistica delle diverse religioni. Purtroppo molte persone che elogiano o condannano la convocazione di Assisi III attribuiscono al Santo Padre un’intenzione più o meno esplicita di ammiccamento verso tale posizione. Niente di più contrario alla realtà.
Credo che a tal proposito sia importante richiamare il § 1 della Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus, voluta e scritta proprio dall’allora Cardinal Ratzinger: «Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio)».
La convocazione di Assisi non può pertanto essere considerata come la giustificazione di principio del pluralismo religioso e neppure può essere vista come una rinuncia alla missione per la conversione dei non cristiani. Questa sottolineatura è fondamentale. “Assisi”, nelle intenzioni del Santo Padre si situa sul livello del dialogo tra uomini, sulla collaborazione con uomini di credenze differenti per un obiettivo terreno, come la pace tra i popoli, che non è sostituivo ma complementare alla predicazione del Vangelo.

2. “Assisi” non afferma la relatività del Cristianesimo:

Si è sentito e letto che la convocazione di Assisi legittimerebbe la concezione secondo la quale il Cristianesimo non sarebbe più la religione salvifica, l’unica istituita da Dio stesso, ma si porrebbe come una religione, forse la migliore, a fianco di altre. Da questo insieme plurireligioso dunque scaturirebbe un arricchimento reciproco non solo da un punto di vista umano ma anche teologico-religioso, grazie al quale ogni religione, Cristianesimo compreso, si arricchirebbe oggettivamente l’una con l’altra.
Ora, Assisi III non può essere considerata neppure questo. Lo si comprende molto bene leggendo il § 6 della Dominus Iesus: «È quindi contraria alla fede della Chiesa la tesi circa il carattere limitato, incompleto e imperfetto della rivelazione di Gesù Cristo, che sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni. La ragione di fondo di questa asserzione pretenderebbe di fondarsi sul fatto che la verità su Dio non potrebbe essere colta e manifestata nella sua globalità e completezza da nessuna religione storica, quindi neppure dal cristianesimo e nemmeno da Gesù Cristo. Questa posizione contraddice radicalmente le precedenti affermazioni di fede, secondo le quali in Gesù Cristo si dà la piena e completa rivelazione del mistero salvifico di Dio».

3. La questione dei semina Verbi:

una provvidenziale correzione di rotta: Quella dei semina Verbi è una tematica che, a mio parere, fa emergere la chiarezza di vedute e la maestria di Benedetto XVI. L’espressione - come tutti sanno – è tratta dalla Seconda Apologia di San Giustino, nella quale il martire cristiano affermava che gli elementi di verità presenti nelle filosofie pagane erano appunto semi del Logos divino. L’applicazione di tale espressione agli elementi di verità presenti nelle varie religioni è piuttosto recente e non senza problemi.
Il primo pronunciamento ufficiale a riguardo è quello di Lumen Gentium § 16: «Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita».
Il testo conciliare si situa su una posizione prudente: afferma che alcuni elementi di verità siano da considerare praeparatio evangelica; dunque, né tali elementi sono salvifici, né le religioni stesse sono praeparatio evangelica (ed ancor meno salvifiche). Resta tuttavia il fatto che considerare gli elementi di verità presenti nelle religioni come preparazione evangelica de facto non prenda sufficientemente in considerazione che essi sono calati all’interno di sistemi religiosi erronei. Gli elementi positivi, infatti, sono ambivalenti: possono avvicinare la persona che appartiene ad una determinata religione al Cristianesimo, ma possono anche chiuderla ad esso, allorché l’anima recepisce tali verità come elementi che rafforzano il sistema religioso nel quale sono inserite. Un esempio su tutti: il monoteismo affermato dall’Islam può sì esser un primo passo dal politeismo pagano al Cristianesimo, ma può anche esser pietra d’inciampo, allorché venga recepito come contrario al Dio Trinitario (come di fatto accade nell’Islam).
Ciò che è accaduto nei pronunciamenti autorevoli sul tema interreligioso successivamente al Vaticano II è una progressiva deriva verso un’affermazione del valore salvifico delle religioni stesse.
Consideriamo il documento Dialogo ed Annuncio, pubblicato il 19 maggio 1991 dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.
Al § 29 leggiamo: «Il mistero della salvezza li [i non cristiani] raggiunge, in una maniera nota a Dio, tramite l’azione invisibile dello Spirito del Cristo. Dal punto di vista concreto, sarà nella pratica sincera di ciò che è buono nelle proprie tradizioni religiose e seguendo la voce della propria coscienza che i membri delle altre religioni risponderanno positivamente alla chiamata di Dio e riceveranno la salvezza in Gesù Cristo, anche se essi non lo ritengono o non lo riconoscono come il loro salvatore (cfr. AG 3,9,11)».
I semina Verbi non sono più solo praeparatio evangelica, ma anche mediazione salvifica. Il documento, nei paragrafi successivi, arriva addirittura ad ammettere la possibilità della presenza di «elementi di grazia» nelle religioni non cristiane.
Altro salto “in avanti” è il documento della Commissione Teologica Internazionale, Il Cristianesimo e le Religioni, del 1996.
Nel § 84 si trova un’affermazione piuttosto sconcertante: «A motivo di tale esplicito riconoscimento della presenza dello Spirito di Cristo nelle religioni, non si può escludere la possibilità che queste, come tali, esercitino una certa funzione salvifica, aiutino cioè gli uomini a raggiungere il fine ultimo nonostante la loro ambiguità…»
La Commissione Teologica Internazionale dunque opera un passaggio dagli elementi positivi presenti nelle diverse religioni alle religioni «come tali».
Il Cardinal Ratzinger, con il § 21 della Dominus Iesus, va a correggere questa progressiva deriva riscontrabile non solo nei teologi, ma anche in documenti “ufficiali”: «Certamente, le varie tradizioni religiose contengono e offrono elementi di religiosità, che procedono da Dio, e che fanno parte di “quanto opera lo Spirito nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e nelle religioni”. Di fatto alcune preghiere e alcuni riti delle altre religioni possono assumere un ruolo di preparazione evangelica, in quanto sono occasioni o pedagogie in cui i cuori degli uomini sono stimolati ad aprirsi all'azione di Dio. Ad essi tuttavia non può essere attribuita l'origine divina e l'efficacia salvifica ex opere operato, che è propria dei sacramenti cristiani. D'altronde non si può ignorare che altri riti, in quanto dipendenti da superstizioni o da altri errori (cf. 1 Cor 10,20-21), costituiscono piuttosto un ostacolo per la salvezza».
Si noti l’estrema correttezza dell’affermazione:
- si constata l’evidenza di elementi di verità nelle religioni non cristiane;
- si afferma che alcuni elementi delle religioni non cristiane - e non le religioni “in quanto tali” - possono essere - e non sono de facto - una preparazione al Vangelo e lo sono solo in quanto diventano occasioni soggettive di apertura alla grazia.
- si insegna che gli elementi negativi delle religioni costituiscono di fatto un ostacolo per la salvezza.
Si tratta di un’evidente correzione.

4. “Assisi III”: un’altra provvidenziale correzione?

In quest’ultima parte vorrei tentare di mettere in luce il fatto che il Papa abbia apportato ancora una volta una provvidenziale correzione.
La finalità esplicita delle precedenti convocazioni di Assisi, riscontrabili nei discorsi e messaggi di Giovanni Paolo II, era la preghiera per la pace.
Tra tutti, scegliamo il testo dell’Udienza generale di Giovanni Paolo II la settimana appena precedente l’incontro di Assisi del 1986: «Come è noto, lunedì prossimo, 27 ottobre, mi troverò ad Assisi insieme a numerosi rappresentanti di altre chiese e comunità cristiane e delle altre religioni del mondo, allo scopo di pregare per la pace. E’ senz’altro un avvenimento singolare di carattere religioso, esclusivamente religioso…».
Nel discorso pronunciato da Benedetto XVI durante l’Angelus del 1° gennaio 2011 – che qui non riporto per necessità di brevità- si può notare una “strana” assenza: non troviamo l’invito a riunirsi per pregare per la pace. Non si tratta di una mancanza casuale, perché il problema generato dalla preghiera comune alle diverse religioni è ben presente al Papa: «Un tale avvenimento [preghiera multireligiosa, n.d.a.] porta quasi necessariamente ad interpretazioni sbagliate, all’indifferenza rispetto al contenuto da credere o da non credere e in tal modo al dissolvimento della fede reale. Perciò avvenimenti del genere devono restare eccezionali, e dunque è della massima importanza chiarire accuratamente in che cosa consistano. Questo chiarimento, in cui deve risultare nettamente che non esistono le “religioni” in generale, che non esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la differenza non tocca unicamente l’ambito delle immagini e delle forme concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime – questo chiarimento è importante, non solo per i partecipanti all’avvenimento, ma per tutti quelli che ne sono testimoni o comunque ne sono informati. L’avvenimento deve presentarsi in sé stesso e davanti al mondo in modo talmente chiaro da non diventare dimostrazione di relativismo, perché si priverebbe da solo del suo senso» (Fede, Verità, Tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Siena, 2003, p.112).
A questo testo occorre affiancare il § 21 della Dominus Iesus, citato sopra: risulta chiaro che la preghiera di un non cristiano non ha efficacia in sé, per il fatto che solo l’unico Mediatore Gesù Cristo ed il Suo Corpo mistico hanno “presa” sul cuore del Padre. Ed è con la grazia battesimale e la fede che si entra a far parte di questo Corpo. La condizione del non cristiano è radicalmente diversa, al punto che, come afferma il Papa, non si ha neppure una comune idea di Dio. L’equivoco su questo punto è stato enorme ed ha spinto il Papa ad evitare di parlare della preghiera come finalità dell’incontro, che sarà invece quello di ribadire «l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace».
Certamente ad Assisi ogni religione potrà anche radunarsi in preghiera, ma non è questo l’obiettivo della convocazione. Il Papa vorrebbe invece spingere a riflettere sul fatto che, come insegna San Tommaso, primo requisito dell’elemento religioso è non essere in contrasto con la legge naturale; nessuna religione può dunque invocare Dio contro altri uomini innocenti. Nel contesto attuale delle persecuzioni, soprattutto contro i cristiani, il Papa sta cercando di far implodere dall’interno l’elemento persecutorio di matrice religiosa. Questa è la posizione cristiana: come intendono rispondere ad essa i musulmani o gli induisti, che sono di frequente all’origine delle persecuzioni contro i cristiani? E’ questo l’interrogativo pubblico che il Papa volge ai capi religiosi, perché non eludano la risposta, ma si pronuncino in modo chiaro.
A mo’ di conclusione vorrei riallacciarmi all’Appello pubblicato da Il Foglio. Ribadisco che quel primo passo era ed è quanto mai necessario. La convocazione di Assisi – lo ammette il Papa stesso – è stata all’origine di molta confusione.
A preoccupare i firmatari di quell’appello non sono certamente le intenzioni del Papa, che sull’argomento risultano molto chiare e lontane da ogni ambiguità; ma rimane il problema dell’inevitabile “filtro mediatico”, anche di parte cattolica, che deciderà ultimamente ciò che giungerà al pubblico e come vi dovrà giungere. Facciamo fatica ad immaginare che tutti i doverosi “distinguo” che abbiamo cercato di evidenziare, necessari per comprendere il pensiero del Santo Padre, saranno oggetto di notizia.
Quel che mi sembra utile è questo: non cadere nella trappola di considerare Assisi come un incontro che favorisca di per sé l’idea di un’equivalenza tra le religioni, né per festeggiare l’incontro di Assisi come una “nuova Pentecoste”, che avrebbe finalmente fatto capire alla Chiesa che tutte le religione sono vie di salvezza; né, sul versante opposto, per accusare il Papa di esser responsabile della diffusione di un tale pensiero eterodosso. Entrambe le posizioni finiscono per causare lo stesso effetto: generare confusione nelle anime e renderle sempre più diffidenti nei confronti della Chiesa.
Forse c’è qualche cosa che noi, pur nel nostro piccolo, abbiamo il dovere di fare: preparare le persone a “capire” Assisi secondo gli intenti del Papa e non secondo quanto il pensiero dominante vorrebbe fargli dire.

 
Luisella Scrosati

sabato 26 febbraio 2011

Comunicato per i fedeli di Fara in Sabina (Rieti)

Giriamo ai nostri lettori questo annuncio, e speriamo che siano in molti ad aderire, creando così un nuovo luogo dove sarà celebrata stabilmente la S. Messa tridentina. Coraggio! "Ad maiorem Dei gloriam"
Roberto


"Il Parroco di Sant'Antonino a Fara in Sabina, Diocesi Suburbicaria di Sabina-PoggioMirteto (Ri), vuole conoscere se ci sono i fedeli interessati alla celebrazione della S. Messa nel rito tradizionale tutte le Domeniche alle ore 12:00.
Telefonare al 0765-277270 per chiedere informazione".

Appello per i fedeli nella diocesi di Noto

Ci scrive tramite FaceBook un lettore siciliano, che ci chiede di ospitare un suo appello-annuncio.
E noi con piacere diamo spazio alla sua cortese richiesta, finalizzata alla costitusione di un Gruppo Stabile "Summorum Pontificum" per la Diocesi di Noto.
Amici siciliani, contattatelo numerosi!
Roberto

*
E' da 2 anni che mi interesso del rinnovamento liturgico voluto dal Sommo Pontefice attraverso il Summorum Pontificum.
Ho pellegrinato diverse volte ad Acireale per poter assistere alla S. Messa di sempre (circa 120Km ad andare ed altrettanti per tornare a casa), e l'ultima solenne del 20 Febbraio scorso mi ha fatto comprendere che occorre da parte di noi laici un maggior impegno affinché quanto già concessoci non venga meno. Anzi, con l'aiuto di Dio, e la perseveranza, sono certo che lì ove il VO non è stato più celebrato può tornare ad offrire i suoi frutti spirituali.
Pertanto non solo segnalo la creazione di un gruppo di FB: Per chi desidera la S.Messa Tradizionale nelle Diocesi di Ragusa e Noto diocesi relativamente vicine e facenti parti dell'Arcidiocesi Siracusa, ma desidero comunicare il mio contatto per poter ricevere adesioni per poter costituire un Coordinamento o Diocesano o extra-diocesano per l'applicazione del Summorum Pontificum.
Sino ad oggi per ben 15 anni ho servito la mia comunità parrocchiale con l'animazione musicale di una chiesa molto giovane ove il parroco, pur non essendo più tanto giovincello, ha espresso la propria contrarietà a quelle che vengono ritenute posizioni "arcaiche". Sono certo, o almeno fortemente speranzoso, che in qualche angolo di queste due diocesi possa trovarsi un sacerdote dall'animo sensibile e possibilmente disponibile a celebrare con il messale del Beato Giovanni XXIII.
Con rinnovata speranza che il mio appello possa trovare lettori e fedeli pronti a raccogliere le sfide del domani per il ritorno alla tradizione.
Gianni Cicciarella.
email: giannicicciarella@gmail.com

Echi tridentini in cinematografia: Don Camillo e i giovani d'oggi



Alzi la mano chi non conosce Don Camillo: il burrascoso parroco di Brescello che parla con il Cristo dell’altar maggiore e perennemente in lotta con Peppone, il sindaco comunista del paese. Nati dalla penna di Giovanni Guareschi, hanno i volti indimenticabili di Fernandel e Gino Cervi, protagonisti di cinque film realizzati dal 1952 al 1965. Vista l’epoca di realizzazione le Messe celebrate dal parroco sono coram Deo, compresa quella durante la gita in Russia con l’altare “da taschino”.

Proprio in quegli anni si tenne il Concilio Vaticano II, con tutto quello che ne consegue, devastazioni comprese. E proprio la devastazione della chiesa di Brescello da parte di un giovane prete postconciliare è al centro di Don Camillo e i giovani d’oggi, un film in corso di realizzazione nel 1970 ma bruscamente interrotto dalla morte di Fernandel. Gino Cervi, per rispetto all’amico, decise di abbandonare le riprese e così per la produzione fu impossibile terminarlo. Due anni dopo fu deciso di realizzare lo stesso film ma con nuovi attori, e a interpretare il parroco e il sindaco furono rispettivamente Gastone Moschin e Lionel Stander. Il copione era molto simile, e prevedeva anche la scena visibile nel filmato qui sotto, dove il giovane Don Francesco inizia a eseguire dei lavori in chiesa che Don Camillo non approva…


Marco

Una struggente ricostruzione cinematografica delle devastazioni, architettoniche e psicologiche, operate nel postconcilio. Infine, una rarità: le prove senz'audio della stessa scena (in un cinegiornale Luce), interpretata da Fernandel poco prima della morte (andate al minuto 5,29):

venerdì 25 febbraio 2011

Nuovo centro S. Messa antica a Barletta.

Ogni domenica
ore 20:00
chiesa del Purgatorio
in Corso Garibaldi - Barletta (Bt)

verrà celebrata la
SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano
.
I nostri rallegramenti e i migliori auguri!

Il Nunzio in Argentina: "Il Papa si sente abbandonato dai vescovi e dai preti, ma sostenuto dai fedeli"

La lettura dell'omelia che il Nunzio Apostolico in Argentina, mons. Adriano Bernardini, ha pronunciato tre giorni fa nella festa della Cattedra di Pietro, ci ha lasciato ammirati, commossi, e colpiti. Si sta finalmente sgretolando quell'untuoso linguaggio curiale, cui tutti purtroppo siamo stati abituati per decenni, che lasciava vagare la lingua senza dir nulla, se non ripetere triti slogan ammirativi del "rinnovamento conciliare". No: questo Nunzio chiama per nome e per cognome i collaboratori delle forze del male, in primo luogo denunciando la sorda e sordida opposizione alla Verità e al Papa che proviene non soltanto dall'esterno della Chiesa, ma ancor più dal suo interno: da teologi, religiosi, vescovi e preti. E ancor più importante: il Nunzio evidenzia come l'attaccamento alla Verità implichi necessariamente l'opposizione del mondo, e viceversa. E così: quando ci dice che il mondo fu in pace con la Chiesa negli anni immediatamente successivi al Concilio e fino all'Humanae Vitae, e che Paolo VI fu esaltato dal mondo (fino a quell'enciclica) anche per la sua ammirazione per Maritain, si capisce chiaramente che cosa questo profetico Nunzio ci suggerisce di pensare, in merito sia a Maritain, sia al Concilio...
Viviamo tempi interessanti: chi avrebbe pensato solo pochi anni fa di udire mai da un diplomatico vaticano cose del genere, del resto di buon senso e sotto gli occhi di tutti? Il muro dell'ipocrisia conciliare è brecciato da ogni parte, e presto cadrà rivelando a tutti le macerie che rinserra.
E nel frattempo, date una berretta da cardinale a questo Nunzio!

Enrico


 
"E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa" (Mt 16,18)
Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti:
-Il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre;
-L’assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.
Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c'è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama "il potere della morte".
Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!
Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l’odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.
Diamo un'occhiata ad alcuni momenti della storia, che è "maestra della verità".
Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un'euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il Papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell'Humanae vitae, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l'atto coniugale e l'aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l’umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.
Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.
Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell'Evangelium vitae, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.
Ed ora, sempre per amore alla "Verità vera ed evangelica", il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il "guardiano della fede", appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.
Ora, una cosa è certa: Papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione. Sì, perché all'insicurezza della fede segue sempre l'offuscamento della morale.
Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l'appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l'adesione a una dottrina oggettiva.
Si è affermato un cattolicasimo "à la carte", in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della Messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell’altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d'ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.
Ecco, che qui Papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la "Verità", fa una cosa che è sfuggita all'attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella Messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. "Sì, perché - scrive il teologo e Papa Ratzinger – il primario annuncio missionaria della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure".
La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l'unicità e l'universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell’unica Chiesa di Cristo.
Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un'avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po’ abbandonato.
Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.
Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell'episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il Rosario. E soprattutto, sperano nel Papa. C'è un sorprendente punto di contatto tra il Papa Benedetto XVI e la gente, tra l’uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il Papa. Questo perché la loro fede è semplice! D’altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.
Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.

Mons. Adriano Bernardini, Nunzio apostolico in Argentina

Fonte: La buhardilla de Jeronimo. Sottol. nostre.

I gesuiti d'America: "Laici nel collegio cardinalizio".

Per contrastare lo svuotamento delle chiese la Compagnia di Gesù propone rimedi inconferenti. Invece di preoccuparsi della composizione dei consigli diocesani e del Collegio Cardinalizio, dovrebbero preoccuparsi della formazione dei sacerdoti e dei catechisti. Allora forse sì, che con preti e insegnanti più ortodossi, più seri, migliori testimoni della Fede e di Cristo i fedeli sarebbero veramente attratti dalla dottrina e tornerebbero a rimpire le chiese per salvarsi l'anima.
Non è modificando lo il "regolamento" del Senato del Papa, considerandolo alla stregua di un Consiglio di Amministrazione, che si pongono i rimedi per la crisi religiosa e vocazionale.
Roberto
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“Spazio ai laici nel collegio dei cardinali”. I gesuiti americani ci provano
di Paolo Rodari - 22 febbraio 2011 -.
Non è una rivista qualunque, America. Ha sede a New York, è prodotta dai gesuiti, negli Stati Uniti è considerata la rivista di punta del cattolicesimo progressista. Ovvio, dunque, che abbia un peso in tutto il mondo, Vaticano compreso.
Ovvio che con attenzione sia stata vagliata la sua ultima uscita, dedicata a una proposta fuori dagli schemi. In risposta “allo svuotamento dei banchi delle chiese parrocchiali in Inghilterra, Europa e Stati Uniti”, come panacea per una istituzione, quella ecclesiastica, ammalata perché troppo “clericale”, “tutta al maschile”, incapace di “lasciare spazio per altre voci”, America non propone – come fanno i teologi del dissenso tedeschi – l’abolizione del celibato o l’ordinazione di donne prete, quanto “di ammettere dei laici all’interno del collegio dei cardinali”. In questo modo, dicono i gesuiti, “la chiesa potrebbe continuare nella tradizione di un sacerdozio tutto maschile, ma trasformare questa sorta di ‘club per soli uomini’ in una chiesa che abbia un volto che assomigli di più a quel popolo di Dio già delineato dal Concilio Vaticano II”.

Va ricordato che America, in passato, ha fatto uscite choc non sempre ben viste nella chiesa. Nel 2005, ad esempio, dovette chiedere pubblicamente perdono per la “svista” della pubblicazione di un’inserzione con la statua della Madonna coperta da un preservativo e in vendita per 300 dollari. Ma questa volta il tenore della proposta è diverso.
L’idea è seria e cerca di non uscire dal seminato del consentito.
Si articola in due fasi: anzitutto una riorganizzazione degli uffici diocesani in modo tale che i laici vengano a rappresentare la metà dei consiglieri del vescovo (già oggi è in crescendo il numero dei laici che vengono assunti negli uffici di curia delle diocesi americane).
In secondo luogo dar vita alla creazione di un nuovo organismo, una sorta di consiglio internazionale di laici che affianchi nelle funzioni il collegio cardinalizio. I membri laici dovrebbero essere dei cattolici che “amano la chiesa, unanimemente riconosciuti come buoni cristiani”. Dovrebbero appartenere a diverse aree di provenienza e professioni: nel campo dell’educazione, della salute, della vita religiosa, del diritto, delle arti, dell’economia, delle scienze, della politica e del lavoro.

Scrive America che alcuni membri di questo consiglio potrebbero “dirigere dei dicasteri vaticani”, altri “recarsi a Roma per consultazioni periodiche”. Triplice la finalità del loro lavoro: amministrare gli uffici vaticani, consigliare il Papa e scegliere il suo successore. America previene le eventuali (e inevitabili) critiche dicendo che “un consiglio di laici non minerebbe in alcun modo l’autorità papale”. Per sostenere ciò, i gesuiti americani citano Giovanni Paolo II che riguardo al papato disse: “L’autorità di questo ministero è al servizio del disegno misericordioso di Dio e deve essere vista unicamente in questa prospettiva”. Commenta America: “Discernere questo disegno è un compito che i cattolici dovrebbero compiere tutti insieme”.
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Pubblicato sul Foglio martedì 22 febbraio 2011 via Palazzo Apostolico

Rodari: l'inglese poco conciliare del Nuovo Messale non piace (a qualcuno)

La fedeltà alla Tradizione, l'aderenza al testo latino, il ritorno all'ortodossia e la serietà dei contenuti sono contrastati anche se espressi nei testi e racchiusi nel Nuovo Messale in lingue inglese, con una traduzione ritenuta da alcuni troppo "poco conciliare" e troppo "tradizionalista". Addirittura "disastrosa".
E questo solo perché più aderente al testo in latino? Provassimo a tradurre liberamente Shakespeare o Blake, griderebbero allo scandalo. Ma tradurre fedelmente il Messale no, questo "sarebbe un disastro".
Non poteva mancare la corsa tra i media (pseudo) cattolici a pubblicare le proteste di parte del clero e ad ospitare i malcontenti di coloro che gridano al tradimento del Concilio (e ridaie).
Leggiamo nello scritto di Paolo Rodari come hanno reagito in Inghilterra parte dei cattolici di fronte al nuovo testo del Messale ri-tradotto, ri-visto e (e meno male) corretto.
Roberto
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Se l’inglese poco conciliare del nuovo Messale fa litigare il clero ingleseda Il Foglio, di P. Rodari - 24 febbraio 2011 -

La nuova traduzione inglese del Messale – entrerà in vigore per volere del Papa il prossimo settembre – spacca in due il cuore della chiesa cattolica di lingua inglese. Sono le anime più liberal ad accusare il Vaticano di aver voluto una traduzione di parte, un testo fedele ai voleri della chiesa più tradizionalista. Vox Clara, il comitato di vigilanza che ha sovrinteso ai lavori di traduzione, è accusato di aver favorito una stesura troppo dissonante rispetto al testo usato dopo il Vaticano II, una traduzione che segue “in modo pedissequamente letterale” il testo latino, con una sintassi “involuta” ed espressioni “elitarie” difficilmente comprensibili dai fedeli.

Cassa di risonanza delle proteste sono diversi media cattolici. Tra questi la rivista The Tablet che nell’ultimo numero ha pubblicato la lettera del benedettino Antony Ruff indirizzata ai vescovi degli Stati Uniti. Ruff, dell’abbazia di Saint John a Collegeville in Minnesota, era fino a poco tempo fa a capo della divisione musica per la traduzione del Messale. Nella lettera annuncia il suo ritiro da ogni impegno di promozione del Messale, perché “sono convinto che i vescovi vogliono un oratore che sappia mettere in luce positiva il nuovo Messale, ma ciò richiederebbe per me fare delle affermazioni che non condivido”.
Oltre a quello di Ruff, altri pareri negativi: un prete di Collegeville aveva chiesto tempo fa al suo vescovo cosa pensasse della traduzione. Risposta: “Credo proprio che sarà un disastro”. Scrive The Tablet: “Ai cristiani cattolici viene richiesta l’obbedienza ai loro vescovi, ma quando i membri della chiesa sono costretti ad accettare ciò che non vogliono, è necessario che sappiano almeno che tutto ciò viene da un luogo ricolmo di Spirito Santo”. Se questo luogo non c’è occorre che ricolmi di Spirito Santo siano almeno “i nostri superiori”. Solo “una leadership di questo tipo può permetterci di crescere e cambiare attraverso la scomodità. In sua assenza, l’obbedienza dei cristiani potrebbe degenerare verso uno stadio di immaturità e di non responsabilità”.

Qualche mese fa il comitato Vox Clara è stato ricevuto dal Papa. Poco dopo ha diramato un comunicato in cui esprime “soddisfazione per l’accoglienza che il completamento della nuova traduzione del Messale ha ricevuto in tutto il mondo di lingua inglese”.
Anche secondo The Catholic Herald le autorità della chiesa in Inghilterra e Galles “non si aspettano resistenze alla nuova traduzione del Messale”. E, infatti, è stato il segretario in qualità di rappresentante della commissione liturgica dei vescovi a dire: “Ci sono persone che lo apprezzano e altre no e alcune che non ne sono sicure. Ma io sono convinto che tutto il clero sia un gruppo di persone abbastanza pragmatico alla fine”. Sulla pragmaticità degli inglesi e della chiesa inglese tutti sono pronti a scommettere.
Ma di certo la battaglia sul testo è destinata a continuare anche oltre il prossimo mese di settembre.

Pubblicato sul Foglio giovedì 24 febbraio 2011 via Palazzo Apostolico di P. Rodari

Ubi est, maneat!

Cattive notizie, apparentemente, per il card. Ravasi, la coqueluche degli intellettuali ateo/agnostici italiani. A quanto pare dovrà restare più a lungo del previsto nel suo Cortile dei Gentili.


di Marco Tosatti

Ubi est, maneat: con questa frase latina Benedetto XVI avrebbe risposto al suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, che in una conversazione faceva emergere il nome dell’illustre biblista come successore del card. Tettamanzi alla diocesi ambrosiana. Il presidente del pontificio Consiglio per la Cultura, che ha ricevuto la berretta cardinalizia nell’ultimo Concistoro, continuerà nel suo lavoro in Curia, che svolge dal settembre 2007.
Il Papa avrebbe infatti escluso anche un trasferimento a Venezia, nel caso che si rendesse libero il seggio patriarcale. Che potrebbe, eventualmente, rendersi disponibile se il Pontefice decidesse di chiedere al Patriarca, il card. Angelo Scola, di assumere il non facile compito di gestire la diocesi ambrosiana. L’esclusione di Ravasi, che sembrava un candidato “naturale” sotto la Madonnina, e che godeva appunto della simpatia del braccio destro di Benedetto XVI, rende più complicato il puzzle della sostituzione.
In un’intervista al Corriere della Sera così si esprimeva il presidente del pontificio Consiglio: «Quando cammino per Milano in molti, anche persone che non conosco, mi salutano, fermandomi, facendo domande. Resta una metropoli con molte potenzialità che però non sono sviluppate pienamente». È un accenno molto più indiretto e se è vero che lascia aperta la possibilità di un trasferimento nella diocesi più importante d’Europa e forse del mondo, è anche vero che Ravasi andava dicendo questo della sua città ancor prima di essere chiamato a Roma da Benedetto XVI.
L’intervista rivelava che Ravasi ha ricevuto 5.300 email e un migliaio di lettere cartacee di congratulazioni, per la porpora, anche da insospettabili “atei e agnostici”. Una battuta di Umberto Eco alla notizia della porpora per Ravasi chiudeva l’articolo: “Se lo senti, ricordagli che tifo per lui. Se diventa Papa, finalmente darò del tu al Pontefice. Per la prima e ultima volta”.


Fonte: La Stampa, via Papa Ratzinger blog

giovedì 24 febbraio 2011

La chiesa di Francia in visita dal Papa

Lettera di Paix Liturgique:


I vescovi di Francia saranno a Roma a fine anno per le loro visite ad limina. Una delle questioni che verranno affrontate, non la più importante di tutte ma certamente una delle più problematiche, sarà quella relativa all'applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Nel corso delle ultime visite ad limina dei prelati francesi, effettuate nel 2004, i membri della Curia avevano potuto notare che questi prelati, noti per essere abitualmente piuttosto loquaci e sicuri di sé, perdevano rapidamente la loro capacità dialettica ogni volta che veniva evocata la questione liturgica.

Si può capire allora come una certa inquietudine possa assalire i membri della CEF (conferenza episcopale francese), fortunatamente non tutti, alla vigilia di questo soggiorno romano anche se, grazie al Summorum Pontificum, né il contesto né il clima del 2011 somigliano a quelli dell'ormai lontano 2004. Oggi, infatti, basterebbe loro applicare quel testo pontificio per arrivare a Roma con l'anima in pace sul fronte della questione liturgica.


I - Le inquietudini dei vescovi francesi

Riguardano essenzialmente una certa cattiva coscienza.

a) Anzitutto, come faranno ad addolcire la pillola amara della catastrofica situazione pastorale francese? Certo, lo stato del cattolicesimo in numerose altre nazioni europee non è meno disastroso, tanto da giustificare la creazione di un dicastero per la nuova evangelizzazione da parte del Santo Padre. Salvo che la Francia è la “figlia primogenita della Chiesa” e questa figlia maggiore non è proprio in buona salute. Vocazioni, catechismo, finanze, presenze alla messa, tutti i conti sono in rosso. Certo, pian piano, alcuni vescovi cominciano ad assumere posizioni pubbliche più ortodosse sulle questioni morali – vedi il sostegno dato da una quindicina di loro alla Marcia per la Vita del 17 gennaio scorso – e a trasmettere più volentieri l'insegnamento quotidiano del Sovrano Pontefice. Sarà sufficiente questa reazione tardiva a mascherare il fallimento pastorale della CEF?

b) A questa prima inquietudine razionale se ne aggiunge un'altra, più irrazionale. Molti vescovi temono le “denunce” che i “malvagi integralisti” fanno pervenire a Roma e che i membri della Curia avrebbero, secondo i prelati francesi, un po' troppo la tendenza a considerare favorevolmente. In realtà, se in Vaticano gli uffici preposti hanno un certo numero di fascicoli sulle loro scrivanie, non è soltanto perché gli abusi, in particolare di tipo liturgico, da parte di alcuni vescovi transalpini, sono abusi lampanti e reiterati, ma anche perché, nella maggior parte dei casi, le lamentele provengono da sacerdoti diocesani esasperati dal loro comportamento.

c) Un altro elemento, di carattere meramente oggettivo, pesa poi sull'umore dei vescovi di Francia. Al loro bilancio disastroso si contrappone quello delle comunità tradizionali che, in seguito al Motu Proprio da un verso, e all'apertura dei colloqui con la Fraternità San Pio X dall'altro, non rappresentano più un tabù a Roma. Si contano quest'anno 140 seminaristi francesi per la forma straordinaria (istituti Ecclesia Dei e FSSPX insieme) contro appena 700 nei seminari diocesani. I numeri parlano da soli: Trasposto nella situazione italiana (*) questo rapporto darebbe 600 seminaristi tradizionalisti!


II - Quale accoglienza avranno a Roma?

Oltretevere i prelati francesi sono attesi. Senza alcun dubbio alcuni si faranno rimproverare più o meno severamente, negli uffici di alcuni Prefetti o Segretari, riguardo un abuso fatto o tollerato. Senza dubbio alcuni avranno difficoltà a rispondere quando il Santo Padre, durante il breve colloquio che avrà con ognuno di loro, gli porrà delle domande sulla situazione liturgica nella loro diocesi.

Nonostante ciò, non ci illudiamo, la relazione sull'applicazione del Motu Proprio per i vescovi di Francia rischia di non essere che un momento un po' difficile, nulla più. Perché i prelati francesi sanno bene che non rischiano nulla, allo stato attuale delle cose. Per molteplici ragioni...

a) Perché il testo di applicazione del Motu Proprio, che è in preparazione dal 2007 e che, da molto tempo, viene regolarmente annunciato in imminente uscita, non si è purtroppo ancora visto e gli avversari del MP prendono questo come la prova che la pace liturgica non è stata ancora messa in pratica a Roma.

b) Perché i vescovi che hanno ignorato un eventuale monito della Commissione Ecclesia Dei in seguito ad un loro rifiuto di applicazione del MP, sanno bene che questo non ha poi dato luogo ad alcuna conseguenza. Semplicemente perché, fino a prova contraria, la Commissione Ecclesia Dei non dispone di alcun mezzo di pressione efficace affinché l'articolo 7 del Motu Proprio non resti lettera morta.

c) Perché da parte di Roma, per il momento, non è stata data nessuna rilevanza al criterio di fedeltà al Motu Proprio nel processo di designazione dei vescovi. Ora, da quando le conferenze episcopali si sono di fatto sostituite alle nunziature per la formazione delle terne, sono davvero rari i candidati proposti dalla Conferenza dei vescovi di Francia in accordo con il nuovo movimento liturgico voluto dal Santo Padre, o, ancor di più, con il Motu Proprio stesso.

d) Perché la Segreteria di Stato sembra indifferente agli affari liturgici e Benedetto XVI è diverso da Pio XI o da San Pio X. Entrambi infatti riuscirono a far appoggiare le loro decisioni – l'uno in materia di scomunica dell'Action francaise e l'altro di lotta al modernismo – sulla solida base di una politica di nomine episcopali coerenti.

e) Perché, in fin dei conti, alcuni, purtroppo abbastanza numerosi nell'episcopato francese, sono a tutt'oggi convinti che la riforma liturgica avviata da Benedetto XVI durerà quanto il suo pontificato.


III - Porte che non si chiuderanno più

Pur non dubitando neanche un solo istante del profondo desiderio e della stessa volontà del Papa di stabilire durevolmente la pace liturgica e la riconciliazione fra i cattolici, non possiamo però non constatare l'arroganza, dagli effetti dolorosi, con la quale, in Francia, i fedeli e i sacerdoti legati alla tradizione liturgica della Chiesa sono trattati dai loro pastori. Noi non chiediamo al Santo Padre di fare del Motu Proprio il criterio fondamentale per l'apprezzamento dell'azione dei vescovi di Francia, ma non possiamo rassegnarci a che il rifiuto di unirsi alla sua giusta e generosa iniziativa rimanga impunito.

Chiediamo semplicemente che la Commissione Ecclesia Dei, l'organo canonico competente per trattare questa materia, sia dotata dei necessari poteri giuridici e disciplinari. La sua nuova squadra, coesa attorno al suo attuale Segretario, è particolarmente competente e ben disposta in materia di liturgia tradizionale. Noi ci auguriamo, niente più niente meno, che essa abbia finalmente la mano libera per far applicare il testo del 7 luglio 2007. Non sarebbe allora forse particolarmente sensato stabilire una collaborazione più stretta con la Congregazione per il culto divino? Dopo tutto, dal 7 luglio 2007, la liturgia tradizionale non è più una questione di dottrina ma di culto...

Se pure ci lamentiamo delle opposizioni episcopali al Motu Proprio in Francia e della loro impunità, noi sappiamo bene che la Cristianità non si riduce alla sola Francia e sappiamo anche che l'atto d'amore e d'unità del Santo Padre ha aperto alla liturgia tradizionale delle porte che non potranno mai essere richiuse tanto numerosi sono i sacerdoti, i seminaristi, i fedeli, le comunità, e gli stessi vescovi che le hanno già oltrepassate con entusiasmo e speranza.

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(*) "Nel nostro Paese i seminaristi risultano essere in tutto 3.006, afferma don Nico Dal Molin, direttore del Centro nazionale vocazioni della Conferenza episcopale italiana."  Famiglia Cristiana, 14 maggio 2010

S. Messa a Caltanisetta

Domenica 27 febbraio 2011
ore 8:00
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chiesa di S.Anna al Testasecca
Viale della Regione, 3 - Caltanissetta
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SANTA MESSA
secondo la forma straordinaria del Rito Romano
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celebrante can. mons. Salvatore Modica

Foto della prima S. Messa antica a Zagabria


Un mese fa circa davamo la bella notizia (link) che il 20 febbraio 2011 sarebbe iniziata la celebrazione della S. Messa nella Forma Straordinaria del Rito Romano nella chiesa di San Marino in Zagabria (gremita per l'occasione!), con "beneplacito" attivo dell'Arcivescovo Mons. Ivan Šaško.
Ecco qui di seguito alcune foto della S. Messa secondo il Messale di Beato Giovanni XXIII celebrata dal Rev.do don Stanislav Vitković.
L'appuntamento sarà ogni Domenica e festa di precetto alle ore 11.3o.
Una preghiera e un augurio ai nostri fratelli croati!
Grazie al nostro amico e lettore Viktor Glasnović che ci ha inviato le foto via FaceBook.


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A Portrait of the Pope as a Young Man

Baviera, fine anni Quaranta. I due fratelli Ratzinger







Fonte: Forum Catholique

mercoledì 23 febbraio 2011

L'abito ecclesiastico: sua finalità e sua importanza

"Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio? Il prossimo non sostituisce Dio! Non è soldato chi non ama la sua divisa." (Card. Giuseppe Siri)

1. Il monaco senza abito.

Si dice che l'abito non fa il monaco, il che è vero, nel senso che non basta mettersi qualcosa addosso per cambiare vita o distinguersi esteriormente dal mondo per operare la propria conversione interiore. D'altra parte, è vero anche il contrario: abbandonare l'abito religioso o deformarlo a mero "segno di riconoscimento" (come il tesserino appuntato sul petto dagli addetti di qualche azienda) può significare due sole cose, entrambe negative: o la vergogna per un modo di essere che si cerca di nascondere ogni qual volta faccia comodo; o l'idea secondo cui tra i consacrati e i laici non vi sia alcuna differenza se non sul piano puramente accidentale. In ultima analisi, è un'indebolimento della fede, occultata o deformata, che provoca l'abbandono, se non addirittura il disprezzo, della veste sacra.

Non è mia intenzione, qui, analizzare minutamente le molteplici ragioni che giustificano l'uso, da parte dei consacrati, di un abito diverso dalle altre persone. Tuttavia, poiché oggi anche il semplice buon senso sembra vacillare, bisognerà per lo meno spendere una parola contro le obiezioni più frequenti.

2. Chiarezza, non finzione.

La prima è quella secondo cui il consacrato, vestendosi come chiunque, sarebbe più vicino alla gente, più capace di mettersi in relazione con loro. Ora, la chiarezza dei ruoli sta alla base del funzionamento di un rapporto. Nessuno, credo, per corteggiare una ragazza si vestirebbe da donna; e sarebbe ridicolo che il capo di un'azienda, per avere migliori relazioni coi propri operai, andasse a visitarli in tuta da lavoro. Anzi, nell'uno e nell'altro caso l'interlocutore si sentirebbe preso in giro dal tentativo di impostare il rapporto su un mezzo inganno. E reagirebbe o allontanando il dissimulatore oppure trattandolo con sufficienza, perché chi si vergogna di un modo di essere perfettamente legittimo non ha alcun diritto ad essere preso sul serio. Con questo cade la prima obiezione all'abito religioso: chi non lo porta per avvicinarsi alla gente, si rende, sia pure involonariamente, artefice di un inganno. Il consacrato deve avvicinare la gente come consacrato, non come finto laico.

3. Il falso spiritualismo si traduce in vero materialismo.

L'altra frequente obiezione viene formulata più o meno in questo modo: uno stato interiore e spirituale non ha bisogno di essere manifestato con segni esteriori e materiali. Distinguo: uno stato interiore e spirituale privato, che non ha riflessi visibili sulla propria condizione pubblica, non ha effettivamente bisogno di essere denotato esteriormente. Non si chiederà ad un laico che si è confessato e ha fatto la Comunione di appendersi una nastrino al collo per far sapere a tutti la grazia che ha ricevuto. Anzi, vantarsi dei propri meriti, ancorché spirituali, significa alienarsi, come dice il Vangelo, la ricompensa che essi avrebbero meritato nell'altra vita. Invece uno stato interiore e spirituale pubblico, che cioè muta la condizione pubblica di una persona, modificandone il suostatus, non solo può, ma deve essere manifestato con segni visibili. Ora, il conferimento dei sacri ordini è pubblico, come pubblico è l'ingresso in un istituto religioso mediante la solenne professione dei voti. È necessario, quindi, che il consacrato porti esteriormente un segno di questa sua condizione, che lo distingue dagli altri fedeli e che, essendo pubblica, dev'essere pubblicamente manifestata.

Certo, la sana filosofia ci insegna a subordinare il materiale allo spirituale. Sappiamo perfettamente che il segno esteriore ha senso nella misura in cui riflette uno stato interiore. Attribuire soverchia importanza al segno, a scapito della realtà che esso significa, vuol dire confondere il mezzo col fine, l'accidentale con l'essenziale. Ma nell'uomo, fatto di anima e di corpo, anche la parte materiale ha la sua importanza. È l'istituzione stessa dei Sacramenti a dimostrarcelo. Per veicolarci le sue grazie ex opere operato, nostro Signore avrebbe potuto scegliere qualunque mezzo, anche puramente spirituale. Invece ha deciso di legarle ad un segno tangibile, un segno che, pur essendo in se stesso materiale, produce infallibilmente una grazia spirituale. Perché questa scelta? Per la consapevolezza che l'uomo, non essendo un puro spirito (come gli Angeli), ha bisogno di segni sensibili per accedere più facilmente alle realtà insensibili (cioè non percepibili attraverso i sensi). Ho parlato dell'istituzione dei Sacramenti. Ma avrei potuto menzionare anche l'Incarnazione. Dio poteva redimerci in diversi modi. Se ha scelto di farlo assumendo l'umana natura, è per lo scopo delineato dal prefazio di Natale: "affinché, conoscendo Dio visibilmente, siamo rapiti alla contemplazione delle realtà invisibili".

Bisogna quindi tenersi egualmente lontani da due opposti eccessi: da un lato, quello del materialismo, che ordina l'inferiore (le realtà corporee) al superiore (le realtà spirituali), comportando il dileguo di queste ultime; e dall'altro quello, non meno deleterio, dello spiritualismo, che, pur riconoscendo la ragionevole supremazia delle realtà spirituali, finisce per misconoscere l'importanza di quelle materiali.

L'uomo, diceva Pascal, è un po' angelo e un po' bestia. Quando cerca di diventare solo angelo, finisce per diventare solo bestia. Il protestantesimo ha voluto trasformare la religione del Verbo incarnato in qualcosa di puramente spirituale, senza sacramenti, senza sacrificio, senza sacerdozio, in una parola senza segni visibili che producano la grazia invisibile. Dopo non molto tempo, questo innaturale spiritualismo si è trasformato nel suo contrario, cioè nell'esaltazione della materia a scapito dello spirito. E non può essere altrimenti. Sganciato da uno dei propri elementi costitutivi - il corpo - l'uomo tenta di librarsi nei puri cieli dello spirito; ma, come dice il Poeta, "sua disianza vuol volar sanz'ali", poiché l'uomo non è un angelo, anche se si sforza di diventarlo. Non nel senso che non possa raggiungere la purezza di un angelo o la santità di un angelo, ma nel senso che non può comportarsi come se non avesse anche una parte materiale, la quale, se non viene usata come mezzo di santificazione, finisce per assumere una propria autonomia, trasformandosi in mezzo di dannazione. Mi spiego con un esempio. Tutti abbiamo bisogno di mangiare: possiamo seguire ciecamente questo istinto, e ammalarci di indigestione; possiamo fingere che non esista, e morire di fame; oppure possiamo mangiare per saziarci, ossia ordinando la realtà corporale (l'istinto) alla realtà spirituale (la ragione). Ora, poiché gli aspiranti suicidi, grazie a Dio, sono pochissimi, le persone che negano al cibo qualunque utilità, piuttosto che morire di fame, finiranno per passare al versante diametralmente opposto, cioè a sostenere la necessità di assecondare irrazionalmente le proprie passioni. È il finto angelo che diventa vera bestia.

4. Tentazioni gnostiche.

L'utilizzo di un segno esteriore che denoti una condizione interiore è dunque connaturale all'essenza dell'uomo, il quale, come abbiamo visto, deve servirsi ragionevolmente delle realtà materiali in modo da ordinarle a quelle spirituali. Di qui la somma importanza dell'abito sacro. Esso, infatti, non si limita ad indicare una condizione qualsiasi, tra le tante che l'uomo può pubblicamente assumere, ma è il segno di uno stato di vita diverso e distinto da quello delle altre persone. In quanto stato, tale condizione non viene mai abbandonata, neppure temporaneamente. Il consacrato non è tale solo quanto è in servizio: per questo i sacerdoti o i religiosi che usano la veste sacra solo durante le funzioni sono da biasimare non meno di quelli che non la usano mai. Anzi, forse sono da biasimare di più, perché, oltre a fraintendere il significato del segno, lo sviliscono a puro elemento di esibizione, come se il sacerdote non avesse alcun bisogno dell'abito e lo indossasse solamente per non deludere gli innocenti e puerili desideri del popolo. Chi si comporta così, riconosce il principio, sopra esposto, secondo cui le cose sensibili vanno utilizzate per favorire la contemplazione delle cose soprasensibili; ma ne limita l'applicazione ad alcune categorie di persone: il popolo, semplice e istintivo, ha bisogno di questi segni; i sacerdoti, i dotti, le persone colte, no. Non è difficile riconoscere in questo una forma velata di gnosi: l'accesso ad una forma di conoscenza riservata a pochi crea l'illusione di trascendere la natura umana, di non aver bisogno di ciò di cui tutti hanno bisogno. Inutile far rilevare come, alla resa dei conti, i consacrati che seguono questo tipo di ragionamento, quando non usano la veste, lo fanno per i discutibili motivi di cui abbiamo parlato all'inizio del presente articolo, se non addirittura per ragioni ancor meno onorevoli. È, ancora una volta, l'angelo (anche se stavolta restringe la possibilità di de-materializzarsi ad una ristretta cerchia di privilegiati) che si rivela bestia.

In realtà, il consacrato è il primo ad aver bisogno della veste sacra, è il primo ad aver bisogno di un segno esteriore che gli ricordi, anche quando sarebbe più propenso a dimenticarlo, il suo stato di vita. La natura umana, come ben sappiamo, non è distrutta dalla grazia; tanto meno è distrutta dalla conoscenza di certe nozioni o dall'assunzione di uno stato di vita (gnosi). Da questo punto di vista, il sacerdote è un uomo come tutti gli altri, bisognoso, anche lui, di ordinare il corpo mediante il ragionevole utilizzo delle realtà sensibili. Per questo le costituzioni degli Ordini religiosi, fino alla recenti riforme, ordinavano al consacrato di non deporre mai la sacra veste: perfino durante la notte, se non si usava l'abito intero (distinto, ovviamente, da quello impiegato durante il giorno), bisognava portare l'abitino, ossia un piccolo scapolare dello stesso tessuto e colore della veste sacra. Il terzo Concilio plenario di Baltimora stabiliva che i sacerdoti potevano indossare il clergyman solo all'esterno (come d'abitudine nei paesi anglosassoni), mentre in chiesa e in casa (cioè anche nel privato) doveva tassativamente portare la talare. In molti seminari, i candidati ai sacri ordini dormivano con l'abito talare piegato e deposto sul petto: non si trattava, come alcuni vorrebbero, di un semplice memento mori, ma della logica applicazione del principio secondo cui l'abito religioso serve anzitutto al sacerdote per riconoscere se stesso. Nei bui momenti di sconforto, di scoraggiamento, di tentazione, quando la volontà interiore è meno propensa a ricordarsi degli impegni assunti e delle scelte fatte, è spesso un segno esteriore che ci richiama alla realtà e ci salva. Riconoscere questo, non significa trasformare l'uomo in un eterno fanciullo, sempre bisognoso di qualcuno o qualcosa che lo controlli; significa piuttosto prendere atto della natura intima dell'uomo (in cui l'angelo, in alcuni momenti, rischia di essere soppiantato dalla bestia) e predisporre gli opportuni rimedi. Di qui la necessità di usare la veste sacra come memento al consacrato del suo modo di essere. In questo stessa senso va inquadrata la prassi di portare la tonsura o chierica nei capelli, la quale peraltro, a differenza della veste, non poteva essere neppure deposta. L'abito non fa il monaco, ma aiuta ad esserlo.

5. Dignità e bellezza.

C'è poi un'ultima questione da affrontare. Secondo alcuni, il sacerdote deve sì essere identificabile come tale, ma per ottenere questo scopo basta un "segno di riconoscimento" qualsiasi: una crocetta, un tau, un colletto, qualunque cosa possa alludere alla sua funzione. Osserviamo, anzitutto, che un segno, per essere riconoscibile, dev'essere univoco: quindi, parlare di un "segno di riconoscimento" senza stabilire esplicitamente quale, non ha alcun senso. Oggi siamo arrivati al paradosso di sacerdoti i quali pensano di essere riconosciuti per una sorta di telepatia interiore, come se il loro modo di essere ce l'avessero scritto in faccia. Né c'è da stupirsene, visto che alludere ad un "segno di riconoscimento" senza definirlo, significa lasciare aperto il campo alle più disparate interpretazioni, anche a quelle telepatico-sensitive. In secondo luogo, un segno, per essere efficace, deve avere una qualche relazione evidente ed immediata (analogia) con la realtà che vuole significare. Ora, è indubbio che la veste sacra, per il fatto di avvolgere interamente chi la porta, rimanda in modo assai efficace al fatto della totale consacrazione a Dio. Il consacrato, anche esteriormente, è rivestito di Cristo. La sua separazione dal mondo (che non significa estraneità, visto che, tolti i casi di vita assolutamente contemplativa, continua in vario modo ad operare nel mondo) è denotata dall'uso di vesti radicalmente diverse da quelle comuni. I colori sobri e le stoffe poco pregiate rimandano alla scelta dell'umiltà e, per chi ne ha fatto voto, della povertà. Secondo la stessa logica, i Prelati, in ragione del proprio ruolo, indossano vesti dai colori e dai tessuti più preziosi. E tutto questo, senza considerare le simbologie proprie degli abiti dei singoli istituti, ricchissime di significati teologici e spirituali. Come, celebrando la Messa, il sacerdote - anche esteriormente - si spoglia di se stesso e si riveste di Cristo, così nella sua vita quotidiana il consacrato, che ha rinunciato a se stesso abbracciando un determinato stato di vita, deve testimoniare - anche esteriormente - la sua intima identificazione col Salvatore.

Per questo la veste sacra non dev'essere priva di una sua dignità estetica. Trascurare questo aspetto in nome della comodità o del funzionalismo, significa eleminare od oscurare la corrispondenza analogica tra simbolo e significato. Non di rado, oggi, vediamo abiti religiosi striminziti e di tessuto sottilissimo, che lasciano trasparire le vesti borghesi sottostanti e che sembano fatti apposta per essere frettolosamente indossati quando ci si reca ad una funzione o si esce di casa. Nulla a che vedere rispetto alle vesti ampie, nobili e dignitose, ancorché poverissime, che si usavano prima delle recenti riforme. Le modifiche più notevoli si sono avute negli abiti delle religiose: ai lungi veli, ai soggoli inamidati, alle ampie gonne che scendevano fino al ginocchio, alle cinture, agli scapolari (cose, tavolta, di forma originale o insolita, ma sempre degne di una sposa di Cristo e comunque munite di una loro storia e di un loro significato), si sono sostituiti dei ridicoli tailleur stile anni Cinquanta, con gonna al ginocchio e giacchetta stilizzata. D'estate non è raro vedere le mezze maniche. Il soggolo è completamente scomparso e il velo si è trasformato in un esile fazzoletto, che lascia intravedere più capelli di quanti ne compra. Non è difficile scorgere, in queste stilizzazioni, il passaggio dall'abito come segno "escatologico", la cui forma suggerisce la realtà che è chiamata a significare, all'abito come segno "di riconoscimento", dotato di una funzione puramente convenzionale. E tutto questo senza tener conto delle conseguenze psicologiche di simili scelte: infatti, stilizzare o trascurare il segno che denota il proprio modo di essere, viene comunemente interpretato come negligenza e disinteresse verso il modo di essere in quanto tale.

6. Considerazioni finali.

Concludo con un tentativo di sintesi. L'abito religioso è il segno esteriore di una realtà interiore. Esso non è coessenziale a questa realtà, nel senso che non è indispensabile affinché questa esista (l'abito non fa il monaco), ma ne è la legittima espressione, conformemente alla natura dell'uomo, che essendo composto di anima e di corpo ha bisogno di servirsi delle cose visibili per cogliere meglio quelle invisibili (l'abito aiuta ad essere monaco). Spogliarsi del segno esteriore non implica la cessazione della realtà interiore; ma è visto dagli altri o come un suo svilimento (vergogna per ciò che si è) o come un tentativo di inganno (fingersi ciò che non si è). Quindi non è in alcun modo funzionale alle relazioni col prossimo, che, al contrario, hanno come presupposto la chiarezza, anche esteriore, dei ruoli. Queste considerazioni, se valgono per il prossimo, valgono a maggior ragione per il consacrato stesso, il quale, per primo, ha bisogno di un segno che gli ricordi sempre, anche quando sarebbe più propenso a scordarlo, la propria condizione. In quanto simbolo (realtà materiale che allude ad una realtà spirituale), la veste sacra deve avere una corrispondenza analogica con ciò che significa: in altre parole, deve in qualche modo rimandare, nel colore e nella forma, alle caratteristiche dello stato di vita che è chiamata a rappresentare. I segni di riconoscimento convenzionali (crocette, colletti, tau), come pure gli abiti stilizzati e imbruttiti che hanno rimpiazzato le dignitose vesti tradizionali, non soddisfano questo requisito, quindi sono da scartare. Essi denotano, tutt'al più, una funzione (come quella di un impiegato che porti un cartellino di riconoscimento), ma non un modo di essere: non sono sufficienti a fare della veste religiosa quel "segno escatologico" di cui parlano gli autori di spiritualità. Anzi, a causa della loro bruttezza ed ordinarietà, finiscono per svilire, a livello psicologico, anche la realtà che significano.

L'esperienza dimostra quanto abbiamo tentato di spiegare a parole. Nel corso della storia, l'abbandono della veste sacra è sempre coinciso con periodi di forte decadenza spirituale. Ad avere in uggia la forma tradizionale dell'abito sacro erano, per esempio, i chierici frivoli e libertini del XVIII secolo. Quanto al clero moderno, l'ostentata noncuranza nei confronti dei segni esteriori fa riscontro ad una mondanizzazione e ad una crisi d'identità (disciplinare e dottrinale) senza precedenti.

Del resto, la decadenza della religiosità esteriore è, ad un tempo, causa ed effetto della decadenza della religiosità interiore, poiché la mente umana è fatta in modo tale da conoscere invisibilia per visibilia. Trascurando il segno visibile, si finisce a poco a poco per perdere il contatto con la realtà invisibile da esso rappresentata. Parallelamente, chi non è più in grado di cogliere adeguatamente le cose spirituali non avverte più il bisogno di esprimerle in forma materiale. Si tratta di un circolo vizioso (abyssus clamat abyssum), dal quale è possibile uscire solo col recupero dei sani concetti della filosofia e della teologia tradizionali e col ritorno alla secolare prassi della Chiesa cattolica.


Daniele Di Sorco, via Facebook.

I fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria ricevono dalla Vergine il sacro abito.