lunedì 31 gennaio 2011

S. Messa per la "candelora" a S. Bartolomeo al Mare (Im)

mercoledì 2 e giovedì 3 febbraio 2011
ore 11.30
presso il santuario di S. Maria della Rovere
a San Bartolomeo al Mare (Im)
tenuto dai FFI
SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano

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Per maggiori informazioni e il calendario esatto contattate Padre Domenico 0183 405451.

Assisi: indagine sul passato. Messori e Magister.

Dopo aver seguito le polemiche molto aspre, per lo più da destra (!), contro l’appello al Papa da parte di un gruppo di cattolici sul pericolo che i media e certi settori progressisti del mondo cattolico utilizzino una nuova Assisi 1986 per rilanciare il relativismo religioso, condividendo l’appello stesso, ho pensato di indagare sul passato: cioè sulle reazioni che proprio la conduzione di Assisi 1986 destò in alcune personalità cattoliche.
E’ risaputo che quell’incontro trovò critici personaggi come mons. Alessandro Maggiolini, don Baget Bozzo, il cardinal Giacomo Biffi, il cardinal Ratzinger, don Divo Barsotti, “l’ultimo mistico del Novecento” e molti altri. Così ricorda Andrea Riccardi , tra i gestori dell’evento:
“…Nel 1986 ci sono state polemiche pretestuose sul sincretismo, perché in realtà le preghiere si svolgono in luoghi diversi. I tradizionalisti di monsignor Lefebvre denunciano la perversione della «vera religione». Don Divo Barsotti, figura spirituale italiana, scrive al Papa sul rischio di sincretismo. Giuseppe Dossetti è piuttosto preoccupato sugli aspetti sincretici. Il teologo valdese Ricca parla di «spettacolarità della preghiera». Gianni Baget Bozzo osserva come ad Assisi «l'unità e la divisione si sono manifestate contestualmente». Si chiede: «Un grande spettacolo o un evento storico?»….” http://www.santegidio.com/index.php?pageID=64&id=8009&idLng=1088

Tra i critici si possono rammentare anche due osservatori speciali, come Vittorio Messori e Sandro Magister.
Riporto anzitutto due articoli.
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1) QUESTO PONTEFICE COSì "GUERRIERO" È LO STESSO DI ASSISI
di Vittorio Messori (Dal "Corriere della Sera" del 4 febbraio 2002)

"Una fede debole e una morale forte, anzi fortissima? E´ questa la "cifra" del presente pontificato? No, non è così: una simile formula sarebbe del tutto abusiva. Eppure, va riconosciuto che - al di là delle intenzioni ecclesiali - potrebbe essere questo il messaggio che giunge a chi sbircia giornali e telegiornali, senza voglia né mezzi per analisi più approfondite. Tre, in effetti, le notizie che si sono succedute: l´incontro interreligioso di Assisi; il discorso per l´inaugurazione dei tribunali ecclesiastici, con il richiamo ad avvocati e giudici per una sorta di "obiezione di coscienza" in tema di separazioni; infine, l´appello di ieri per il riconoscimento giuridico dell´embrione. Ebbene: c'è il sospetto che, nell´impressione della gente, i due appelli papali - contro il divorzio e contro l´aborto - siano entrati in corto circuito con quella adunata assisana il cui programma era strutturato per farne un grande spettacolo televisivo.
Si è voluto, dunque, la maggiore platea, la folla indifferenziata, alla quale è però giunto un messaggio brutalmente semplificato. Che il rischio di una parvenza di sincretismo, cioè di una mescolanza tra diverse religioni, fosse reale l´ha mostrato Giovanni Paolo II stesso che, la domenica prima, ha ritenuto opportuno parlarne, naturalmente per escluderlo. Si sono ripetuti i giochi di parole del 1986, primo raduno di Assisi ("non pregare insieme ma insieme per pregare") e si sono precettati dei teologi per fare sottili distinguo che fugassero equivoci e malintesi. Non entreremo, qui, nelle loro argomentazioni. Qui restiamo, umilmente, sul piano dell´esperienza. Quella di chi conosce l´impossibilità, per il media system, di "far passare", a livello di massa, messaggi complessi e sfumati, che esigano impegno di riflessione. Ogni giornalista sa che, per la maggioranza dei suoi utenti, ogni notizia si riduce al titolo che, sbrigativamente, la riassume. Il mezzo televisivo, poi, è ancor più semplificatore.
E´ indubbio, dunque, che (al di là, com´è ovvio, delle generose e limpide intenzioni papali) ciò che è stato recepito è un messaggio del genere: Dio si manifesta in molti modi, così che ogni religione ha pari verità e dignità; ciascuno militi, al meglio, nella tradizione religiosa in cui si trova; la si smetta con apostolati e missioni che non rispettano le credenze degli altri e neppure il piano divino che non esige una sola Verità; ciò che conta non è il nome del Dio nei Cieli ma l´impegno sulla terra di tutti quelli che credono in Lui, quale che sia il suo volto; il bene supremo non è la salvezza eterna, ma una realtà terrena come la pace tra le nazioni.
Tutto questo è lontanissimo dal magistero di Giovanni Paolo II e sarebbe assurdo sospettare un simile Pastore di un penchant per una "fede debole", variante teologica del laico "pensiero debole". Eppure, com´era del tutto prevedibile, questo l´effetto concreto del grande raduno dove, tra l´altro, gli animisti africani, invocando pace dai loro Dei, hanno sacrificato un pollo sull´altare.
Ebbene: dopo avere dato l´impressione, seppure abusiva, che ogni idea del divino valga l´altra, ecco il richiamo agli irrinunciabili cardini morali della Chiesa.
Ecco il ribadire l´indissolubilità del matrimonio e la sacralità della vita sin dal concepimento. Ma queste due convinzioni sono unicamente cattoliche: non solo per islamici ed ebrei, ma anche per tutte le altre confessioni cristiane il divorzio è, in qualche modo, ammesso. E la condanna così radicale dell´aborto non unisce di certo tutte le religioni.
Da qui, lo spuntare di inquietanti domande: se la dottrina di ogni religione è accetta a Dio, perché ostinarsi a seguire quella cattolica che, tra tutte, è la più severa e rigida? Perché debbo tormentarmi la coscienza e magari temere l´inferno se divorzio o abortisco, mentre tutti gli "altri" di Assisi no?
"Fare il cattolico" non è, per caso, inutilmente gravoso? Domande sbagliate, ovviamente. Ma che, forse, non circolerebbero tra la gente se non si fosse rischiato di dimenticare che la Prudenza è la prima tra le virtù cardinali cristiane.
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2) MA AD ASSISI "SACRIFICAVANO" ANCHE I POLLI
Intervista a Vittorio Messori di GIACOMO GALEAZZI (La Stampa, intervista. 21 novembre 2005)

«La Chiesa ha la memoria lunga. E' dal meeting interreligioso del 1986 che Joseph Ratzinger aveva un conto da saldare con i frati di Assisi. Ora le cose sono a posto». Vittorio Messori, lo scrittore cattolico italiano più letto nel mondo (unico ad aver scritto un libro con gli ultimi due Papi) svela cosa c'è dietro il «commissariamento» pontificio del Sacro Convento e racconta di
quando il futuro Benedetto XVI si indignò per i sacrifici pagani compiuti sull'altare di Santa Chiara, a ridosso della cripta gotica che conserva i resti terreni della fondatrice dell'ordine delle
Clarisse.

Sacrifici pagani ad Assisi?
«Ratzinger non ha perdonato alla comunità francescana gli eccessi della prima giornata di preghiera dei leader religiosi con Karol Wojtyla. Una carnevalata, a detta di molti, che forzò la mano al Papa e furono proprio i frati ad andare molto aldilà degli accordi presi. Permisero addirittura agli animisti africani di uccidere due polli sull'altare di Santa Chiara e ai pellerossa americani di danzare in chiesa. Ratzinger aveva fortissime perplessità dall'inizio, non volle andare ad Assisi e le sue riserve limitarono i danni».

In che modo?
«La notte prima del meeting limò il testo del discorso frenando Giovanni Paolo II. E divenne nitido nella sua mente che l'enclave francescana, sganciata da ogni collegamento con il vescovo di Assisi, era un'anomalia da sanare. Andava limitata e riportata sotto il pieno controllo giuridico della Chiesa. Il conto per quelle basiliche cristiane cedute ai culti pagani è stato saldato 19 anni dopo».

Troppa autonomia?
«I frati hanno abusato del cosiddetto spirito di Assisi. In realtà loro venerano e diffondono illegittimamente un santino romantico e di derivazione protestante, ossia il San Francesco del mito, uno scemo del villaggio che parla con lupi e uccellini, dà pacche sulle spalle a tutti. Una vulgata falsa, che ne svilisce il messaggio. Il Francesco della storia, infatti, è il figlio più autentico della Chiesa delle crociate».

Ora, dunque, il Pontefice vuole ristabilire l'ortodossia?
«Certo. Anche a San Giovanni Rotondo i francescani avevano sfilato il santuario dal controllo della diocesi. Adesso sia lì che ad Assisi le iniziative dei frati andranno concordate con l'episcopato. Ed è un bene anche per il Sacro Convento, così la smetteranno con la demagogia del politicamente e teologicamente corretto. Stop all'artificio di pace, ecologia, ecumenismo e alle velleità pseudo- coraggiose che poi fanno stringere le mani dei dittatori e violare le chiese».
Il Pontefice «normalizza»?
«Lo spirito di Assisi non è come lo hanno inteso i frati del Sacro Convento e Joseph Ratzinger è pienamente consapevole di questo colossale errore dalla giornata mondiale di preghiera del 1986. Tanto che tre anni fa riuscì ad attenuare la deriva sincretista dell'ultimo meeting interreligioso di Assisi. Il tradimento della figura storica di Francesco andava corretto. Ed è sconcertante che finora il vescovo di Assisi sapesse delle iniziative dei frati solo dai giornali».

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Di seguito, invece, riporto alcune considerazioni di Sandro Magister:

GIOVANNI PAOLO II e LE RELIGIONI. Da Assisi alla “Dominus Iesus”
di Sandro Magister (Tokyo, 18 giugno 2003)

Ci sono eventi che Giovanni Paolo II ha voluto, e lui solo. Li ha voluti e li ha posti in essere, unico nella storia dei papi e contro molti della stessa Chiesa del suo tempo, cardinali, vescovi, preti, fedeli. È verosimile che dopo di lui nessun altro papa li riproporrà più. Almeno nel suo stesso modo.

Il primo di questi suoi atti specialissimi lo compì ad Assisi il 27 ottobre 1986. Chiamò attorno a sé rappresentanti delle più varie religioni del mondo e chiese loro di pregare per la pace. Ciascuno il proprio Dio. Potentemente simbolica era la visione, sulla piazza di san Francesco, di quella fila multicolore di uomini religiosi, con il papa biancovestito allineato tra loro.

Simbolo pericoloso, però. Anche se Giovanni Paolo II era lontanissimo dal volerlo, il messaggio che ne usciva per molti era quello di una Onu delle fedi. Di una coesistenza multireligiosa nella quale ciascuna fede valeva l’altra. E alla quale anche la Chiesa cattolica si iscriveva, alla pari.

Anni dopo, infatti, il 6 agosto del 2000, papa Karol Wojtyla e il cardinale Joseph Ratzinger si sentirono in dovere di emettere una dichiarazione che facesse da antidoto a questo veleno relativista. Era intitolata “Dominus Iesus” e richiamava un’elementare e fondante verità cristiana: quella secondo cui è solo in Gesù che tutti gli uomini hanno salvezza. La dichiarazione generò un terremoto. Da fuori, i paladini della laicità accusarono la Chiesa di intolleranza. E da dentro scattarono accuse di antiecumenicità. Segno che la “Dominus Iesus” aveva centrato un reale malessere della Chiesa. Che ad Assisi era stato portato allo scoperto. E che aveva il suo elemento scatenante in Asia, e ancor più nel subcontinente indiano. Ma andiamo per ordine.

Assisi, 1986

Il primo atto, dunque, di questo percorso accidentato va in scena nel 1986 nel borgo di san Francesco. Giovanni Paolo II ne diede l’annuncio il 25 gennaio e le reazioni critiche furono immediate, specie nella curia vaticana. Ma il papa non se ne fece imbrigliare, affidò la regia dell’evento a un cardinale di sua fiducia, uno dei pochissimi concordi su questo con lui, il francese Roger Etchegaray, presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace. Della parte rituale si occupò il cardinale Virgilio Noé, già maestro delle cerimonie del papa. E per gli aspetti scenografici e organizzativi fu dato mandato alla comunità di Sant’Egidio e al movimento dei Focolari, l’una e l’altro sperimentati costruttori di eventi mediatici e già al centro di una rete internazionale di rapporti con esponenti di religioni non cristiane.

Il 27 ottobre, le televisioni trasmisero così in tutto il mondo le immagini di quell’evento fortemente voluto dal papa: pellegrinaggio, digiuno, preghiera, pace tra i popoli e le religioni. Giovanni Paolo II rinverdì anche una tradizione medievale invocando per quel giorno una “tregua di Dio”, un arresto nell’uso delle armi su tutti i fronti di guerra del globo. Risultò poi che quasi nessun combattente vi si attenne, ma il simbolo sovrastò la realtà e la visione del papa orante a fianco dei capi di tante religioni diverse si impose da quel giorno come uno dei marchi più forti dell’intero pontificato.

Ma insieme presero corpo anche le riserve critiche, su quello stesso evento. La giornata di Assisi non mancò di darvi alimento, in alcuni suoi gesti eccessivi. A buddisti, a induisti, ad animisti africani furono concesse per le loro preghiere alcune chiese della città, come fossero involucri neutri, privi d’irrinunciabile valenza cristiana. E sull’altare della locale chiesa di San Pietro i buddisti sistemarono una reliquia di Buddha. L’assenza da Assisi del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione vaticana per la dottrina della fede, fu interpretata non a torto come una presa di distanza del cardinale che per ufficio è il custode della retta dottrina cattolica. Lo stesso papa non sfuggì alle critiche. Vi fu chi ricordò che quel medesimo anno, in febbraio, durante un suo viaggio in India, aveva fatto discorsi di inaudita apertura verso le religioni del luogo e a Bombay s’era persino fatta ungere la fronte da una sacerdotessa di Shiva, con un segno di forte simbolismo sacro induista. A brontolare erano stati anche alcuni vescovi indiani. Uno di essi, dell’Andra Pradesh, disse: “Il papa conosce l’induismo dai libri, ma noi che ci viviamo dentro e vediamo i danni che produce nel buon popolo, non faremmo mai certi discorsi”. ..

“Redemptoris Missio”, 1990

Delle critiche Giovanni Paolo II era consapevole. Ma non solo. Di quelle di un Ratzinger o di altri della sua levatura coglieva e condivideva il senso profondo. La conferma è in un’enciclica che il papa mette in cantiere poco dopo l’incontro di Assisi e che vedrà la luce nel 1990: la “Redemptoris Missio”.. (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/19632)

La torta di Mons. Williamson e altri pasticci

La torta di Mons. Williamson e altri pasticci
di don Alfredo Morselli


Don Girolamo se ne stava, dopo cena, comodamente seduto in poltrona, vicino alla sua stufa a legna; era stanco e felice, dopo una faticosa giornata di lavoro pastorale.

Non era riuscito ancora a controllare la posta; finalmente, prima di andare a letto, aveva ora un po’ di tempo per scartabellare la pila di buste e di involucri vari, quotidiano omaggio del postino.

– Accidenti, quante bollette – pensava, mentre riconosceva sulle buste i loghi della varie compagnie di gas-acqua-telefono, infausti presagi di pagamenti da fare.

Mise sotto la statua di San Giuseppe – suo validissimo collaboratore per questioni di questo genere – le bollette, e direttamente nella stufa la pubblicità, accuratamente mondata dagli involucri di cellophane.

Quella sera, compiuta siffatta divisione escatologica della posta, era sopravvissuto un bustone, che non conteneva né una bolletta né un depliant: al suo interno, c’era niente meno che l’ultimo numero di Duri e Puri, bollettino del Gruppo Tradizionalisti incavolati del Regno d’Italia.

Don Girolamo aprì incuriosito la busta, estrasse il giornalino e cominciò a sfogliarlo: trovò, tra vari titoli del tipo Basta!, Massoni!, Che schifo! Porci!, un’intervista rilasciata da S.E. Rev. ma Mons. Richard Williamson, uno dei quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

In quell’intervista, il presule inglese paragonava il Concilio ad una torta parzialmente avvelenata. Il paragone gli serviva per sostenere che, anche se non tutte le affermazioni contenute nei documenti del Vaticano II erano erronee, il Concilio sarebbe stato da rifiutare ugualmente in toto: proprio come si butterebbe via tutta una torta avvelenata, anche se il veleno fosse sparso solo qui o là.

– Se fossero vere le premesse, sarebbero vere anche le conclusioni – pensò don Girolamo.

E così continuò a riflettere su quel curioso paragone: – Ma perché le condizioni non possono essere vere? Perché la pasticcera che prepara le torte del magistero è una Mamma particolare: si chiama Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e le ciambelle le riescono sempre bene, perché gode dell’assistenza formidabile dello Spirito Santo.

Questa Mamma provvede sempre e in ogni momento ai propri figlioli in diverse modalità: nelle grandi feste prepara delle buonissime torte straordinarie, definendone solennemente la ricetta. Inoltre, siccome non si mangia solo due o tre volte ogni secolo, ma due o tre volte al giorno, questa buona Madre è sempre intenta a sfornare ottime torte ordinarie: encicliche, discorsi, catechismi, udienze, la dottrina sociale della Chiesa etc. etc.

Lo Spirito Santo non lascia mai sola questa Mamma, anche nella preparazione delle torte ordinarie, e così tutto va sempre per il meglio –.

E dopo aver così riassunto la sua elementare ecclesiologia, piena di buon senso, cambiò repentinamente l’oggetto dei suoi pensieri, spaventato dall’ora già tarda.

– Sarà meglio che vada a dire il breviario… Cuor di Gesù! Sono rimasto a sesta: ho ancora nona, vespri e compieta. San Giovanni Maria Vianney, aiutatemi a voi a non addormentarmi, mentre finisco l’ufficio. –

Fuori c’era un freddo cane, su quella poltrona si stava troppo comodi, il caldino della stufa rassomigliava ad una consolazione spirituale… e così, nonostante la preghiera al Curato d’Ars fosse stata fatta con gran fervore, non bastò ad ottenere la grazia implorata.

Deus in adiutorium… Rerum Deus tenax vigor … furono tutto quello che il povero don Girolamo riuscì a dire prima di cadere in braccio a Morfeo.

E così il nostro parroco – non vi ho ancora detto che era arciprete di Roccacannuccia minore, uno sperduto paesello di montagna (il TomTom non lo aveva neppure inserito nelle mappe), dove era stato mandato “a farsi passare le nostalgie del passato” (erano queste le parole che, sogghignando, il Vicario generale aveva rivolto, trent’anni prima, ad alcuni suoi protetti, spiegando i motivi di quella designazione)… ebbene il nostro arciprete si trovò, d’un tratto, in una meravigliosa pasticceria.

Dietro al banco c’era una Signora anziana, ma bellissima: era quella Mamma che don Girolamo si era immaginato prima, nella sua elementare confutazione della metafora della torta di Mons. Williamson.

La Mamma era tutta intenta a preparare un gran tortone, composto da sedici parti, che volle chiamare pastorale; quando la torta fu ultimata, successe – per la prima volta da quando la pasticceria era stata aperta – che all’assaggio del tortone, tutti i clienti furono colpiti da una dissenteria fulminante. Non si faceva a tempo a mangiare anche un solo piccolo pezzo di questa torta, che subito si veniva colti da stimoli incontenibili. Tutta la città si trovò colta da violentissimi dolori di pancia e conati di vomito irrefrenabili.

La maggioranza, colpita anche ai centri nervosi, riteneva questo penoso stato una nuova primavera, benché ci si trovasse in pieno inverno; ma in alcuni buoni cristiani rimasti lucidi, si insinuò il pensiero che la dissenteria fosse una conseguenza diretta della torta.

Alcuni buoni figli di questa Madre, nel sincero desiderio di soccorrerla e di evitarle guai, pensarono di sottoporre la torta incriminata a una sorta di Prova del cuoco.

– Qui c’è un discorso da fare – si dissero l’un l’altro. Esaminiamo questa torta alla luce della tradizione gastronomica. Assaggiamo le varie parti della torta e, laddove trovassimo che gli ingredienti non sono quelli con cui la Mamma ha sempre fatto le altre torte, ne conchiuderemo che la Mamma si è sbagliata: la Mamma è sempre la Mamma, ma – nella preparazione delle torte ordinarie –, non è sempre infallibile. E allora dovremmo metterla di fronte alle sue responsabilità.

Si riunirono per tre giorni a Roma, e cominciarono ad assaggiare il tortone: chi metteva il dito nella zona della panna e poi se lo portava alla bocca piluccandolo, chi esplorava la zona della nutella, chi i confetti sparsi qua e là… E mentre con un dito assaggiavano la torta, discettando circa le varie ipotesi, con l’altro sfogliavano il Denzinger–Artusi, il gran ricettario della tradizione gastronomica sicura.

E qui cominciò a sorgere in loro qualche dubbio. Infatti tra le regole generali del Denzinger–Artusi, erano ben evidenziate le seguenti parole: il Signor Pietro non è giudicato da nessuno.

Il Signor Pietro era l’Amministratore Delegato della pasticceria, e la Santa Madre gli aveva affidato tutte le chiavi del negozio (anche quelle del piano di sopra), ed era noto a tutti che aveva prerogative di infallibilità. Questa infallibilità non scattava sempre in automatico, ma cominciava a diventare un problema serio quando qualcuno avesse dovuto dichiarare l’ipotetico errore del Sig. Pietro.

Infatti, chi avrebbe potuto giudicare tra il Signor Pietro e la Tradizione gastronomica? Chi era in grado di dichiarare una reale opposizione tra loro? Sarebbe stato necessario un giudice superiore al Sig, Pietro. Ma questo personaggio non era stato previsto dal Fondatore della pasticceria.

A tutti poi ripugnavano le tesi neo-conciliariste dei pasticceri della scuola di Bologna, secondo le quali un concilio di cuochi era superiore al Sig. Pietro, e quindi, a fortiori, nessuno avrebbe potuto trascinare Pietro di fronte al tribunale della Tradizione: questo sarebbe divenuto in realtà il tribunale della ragione di una elite autonominatasi ed autoaccreditatasi a verificare la coerenza del Sig. Pietro con la tradizione stessa: non enim qui se ipsum commendat ille probatus est, sed quem Dominus commendat!

Inoltre il Denzinger–Artusi, impietosamente, mostrava che non infallibile non voleva dire assolutamente opinabile!

Un Amministratore delegato del Passato, in una raccolta di gravi errori da evitarsi, chiamata Sillabo, aveva infatti condannato la seguente ricetta:

“L’obbligo al quale sono assolutamente vincolati i maestri e gli scrittori cattolici, si restringe soltanto a quelle cose che dall’infallibile giudizio della chiesa sono proposte come dogmi di fede da credersi da tutti” (Prop. 22).

E ancora, in una gran riunione di pasticceri al club Vaticano I, l’Amministratore delegato e i pasticceri avevano insieme stabilito che:

“Con fede divina e cattolica, si deve credere tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o tramandata, e che la chiesa propone di credere come divinamente rivelato sia con un giudizio solenne, sia nel suo magistero ordinario e universale” (Cost. dogm. Dei Filius).

Un altro Amministratore, più recentemente, aveva insegnato che:

Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i pontefici non vi esercitano il potere del loro magistero supremo. Infatti questi insegnamenti sono del magistero ordinario, di cui valgono pure le parole: «Chi ascolta voi, ascolta me» [Lc 10,16]; e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle encicliche, è già per altre ragioni patrimonio della dottrina cattolica.

Se poi i sommi pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l’intenzione e la volontà degli stessi pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi. (Pio XII, Lett. enc. Humani Generis, 12-8-1950)

Si resero dunque conto che il fatto che il tortone fosse stato indebitamente soprelevato al rango di super-torta – quasi un nuovo inizio dell’arte culinaria –, non li autorizzava all’errore contrario, che era quello di abbassarlo al rango di ricetta opinabile su cui ogni pasticcere può emettere la sua sentenza.

Ma come spiegare allora la dissenteria generale che aveva colpito tutti coloro che avevano mangiato anche solo un minuscolo pezzo del tortone? Compresero che il veleno non era dentro la torta, ma nel piatto in cui la torta era stata prima fatta a pezzi, e poi servita ai clienti, da dipendenti traditori, fatti assumere fraudolentemente nella pasticceria dal più agguerrito concorrente del Sig. Pietro.

Questi commessi erano numerosissimi e da secoli stavano lavorando dentro la pasticceria, cercando vanamente di portarla al fallimento. Questa volta ci erano andati molto vicini, ma non erano riusciti a prevalere (come, del resto, aveva promesso lo stesso Fondatore della pasticceria).

Allora i pasticceri, che avevano sottoposto il tortone alla Prova del cuoco rientrarono in se stessi, e dissero nel loro cuore: – Tornerò da mio padre! –.

E così tornarono a casa, dove ad attenderli c’era il signor Pietro in persona, il quale li abbracciò e li fece entrare in una grande sala, con un largo tavolo quadrato, con anfore, fiori e candelieri. Entrando nella sala i pasticceri urlarono terrorizzati. Il Signor Pietro si stupì, ma capì subito dove era il problema:

– No, ragazzi, non è un’aula dei neocatecumenali, è proprio una sala da pranzo normale! Su sedetevi e state in pace… –

L’allegro vociare della brigata, ricomposta in pieno accordo, fu interrotto da un colpo secco, simile a un busso. Il breviario di don Girolamo, appesantito da una bellissima rilegatura in cuoio, gli era scivolato dalle mani ed era caduto sul vecchio pavimento in legno: il rumore aveva destato il buon parroco da quel pur sacrosanto appisolamento.

Don Girolamo raccolse il libro: era aperto nella pagina che più di ogni altra gli dava consolazione: la tabella delle feste mobili. Eh sì, proprio quella, con la data della Pasqua segnata fino al 2050.

Per anni il buon arciprete aveva recitato l’antico breviario, usando vecchie copie dei suoi predecessori, e la tabella si fermava al massimo agli anni ’90. Ma da qualche anno erano iniziate le ristampe, e così la tabella fino al 2050 era un piccolo segno che il nuovo inizio non sarebbe stato un fuoco di paglia: certo, la battaglia sarebbe stata durissima, ci sarebbe voluta ancora tanta pazienza, ma la prossima vittoria era ormai certa.

Don Girolamo chiuse il breviario e si incamminò verso la chiesa, dove il freddo e un duro inginocchiatoio lo avrebbero aiutato a completare l’ufficio, al sicuro dalle insidie di Morfeo.

E, mentre scendeva le scale, alzando lo sguardo come suo solito verso un’immagine dell’Immacolata, una preghiera gli sgorgò dal cuore:

– Madre santissima, lo so che Voi avete il potere di far sì che i bei sogni divengano realtà: non merita forse questo sogno il Vostro intervento? –

Caso Thiberville: Cos'è successo in Segnatura?

Un nostro lettore su FaceBook, che ringraziamo, ci ha segnalato questa "nota" del 27.01.2011, che, dopo una precisa esposizione dei fatti, illustra con lucidità, alcune interessanti considerazioni e attente analisi sul "caso di Thiberville" e sulla decisione della Segnatura.
L'autore, Guido Ferro Canale, ci ha cortesemente autorizzati a riproporvela per intero.
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Ma che è successo in Segnatura!?
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Qualche considerazione sul caso di Thiberville
I fatti sono noti e presto raccontati: la vigilia di Natale 2009, Mons. Nourrichard, Vescovo di Evreux, notifica il decreto con cui sopprime il raggruppamento parrocchiale di Thiberville - affidato, dal 1986, a don Francis Michel - incorporandolo ad uno limitrofo; il Sacerdote non è destinato ad alcun altro incarico.

La celebrazione del Santo Natale, a Thiberville, è qualcosa di molto impegnativo: le foto pubblicate dal Comité de soutien a M. l'abbé Michel documentano una serie impressionante di tableaux vivants e un numero di figuranti che costituisce senz'altro una sfida per le capacità organizzative della Parrocchia. Don Michel, che intende contestare il provvedimento del Vescovo, dovrebbe innanzitutto chiedere al Presule stessi di revocarlo; ma non riesce a presentar tale richiesta entro il termine perentorio di dieci giorni, previsto dal diritto canonico (CIC, can. 1734 §2). Perciò, non solo gli dà torto l'Eccellentissimo, ma anche la Congregazione per il Clero, successivamente adita.

A questo punto, il Parroco si rivolge al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, competente a giudicare la legittimità di tutti i provvedimenti emanati dai Dicasteri della Curia Romana (nonché, sia detto per inciso, dei loro silenzi), incluse le decisioni sui ricorsi contro decreti delle Autorità inferiori. E qui assistiamo ad una stranissima chicane: il ricorso è prima respinto, poi ammesso, poi di nuovo respinto, sembra defiitivamente.

Che è successo?

L'attività della Segnatura è regolata dalla Lex Propria (L.P.), recentemente promulgata da Sua Santità Benedetto XVI, f.r., con m.p. Antiqua ordinatione del 21 Giugno 2008, che si può leggere su vatican.va. La procedura prevede che ogni ricorso passi al vaglio del Segretario, che ha la possibilità – sentito il Promotore di Giustizia – di rigettarlo in limine (noi diremmo: di dichiararlo inammissibile) se «termini ad recursum proponendum elapsi sint» (art. 76, n. 4, L.P.), siano spirati i termini per la sua proposizione. Nessun dubbio, quindi, su ciò che è successo nel caso: il primo rigetto va ascritto al Segretario, Mons. Frans Daneels, O. Praem., quasi certamente con il consenso del Promotore di Giustizia, Mons. Gian Paolo Montini (sì, è di Brescia).

Contro questo provvedimento, è previsto il ricorso al Congresso della Segnatura (art. 76 §3 L.P.), una riunione dove decide il Cardinale Prefetto (cfr. art. 5 §2 n. 2 e art. 22 §1), con l'intervento del Segretario, del Promotore di Giustizia, del suo Sostituto, P. Nikolaus Schöch, OFM, e del Difensore del Vincolo, Mons. Joseph Punderson (che, per la verità, dovrebbe occuparsi solo delle cause matrimoniali o di quelle, rarissime, di nullità della sacra ordinazione), presente il Cancelliere.

Su quali basi don Michel – o meglio il suo avvocato: in Segnatura è obbligatoria l'assistenza legale, per giunta riservata ad un gruppo molto ristretto di professionisti, quattordici in tutto nel 2010, nominati dalla Segreteria di Stato – contesta il decreto del Segretario? Dopotutto, il mancato rispetto del termine è un dato di fatto.

Vero; ma si tratta di un termine che la legge qualifica utile, tale cioè che non decorre per chi non può agire (ut ignoranti aut agere non valenti non currat: can. 201 §2). Ovvio, quindi, l'argomento: solo disertando, per giunta all'ultimo minuto, le celebrazioni natalizie don Michel avrebbe potuto rispettare il termine; ma, così facendo, sarebbe venuto meno ai propri doveri di Parroco; perciò, si deve ritenere che egli fosse legittimamente impedito per la durata delle feste e che il termine sia stato, in realtà, rispettato.

La tesi non ha certo convinto il Segretario, né, probabilmente, il Promotore di Giustizia deputato al caso; ma il Congresso conta altri tre membri, ossia il Promotore di Giustizia sostituto, il Difensore del Vincolo1 e... il Cardinale Prefetto. Da quel che si sa del Card. Burke, non dubito che egli abbia considerata più che ragionevole la tesi del ricorrente e si sia schierato in suo favore con decisione. Di certo, il decreto del Segretario è stato ribaltato.

Attenzione, però: dopo alcuni scambi di memorie tra le parti, tutti i ricorsi debbono affrontare un secondo vaglio di ammissibilità, questa volta da parte del Congresso; e la questione del termine, sebbene già decisa per ben due volte, può essere riproposta. Ora, se è vero quanto scrive Perepiscopus – il cui post è riportato dal Comité de soutien senza osservazioni sul punto – il ricorso di don Michel è stato rigettato "negli stessi termini" dei rigetti precedenti, in Congregazione e in Segnatura. Quindi, per inosservanza del termine.

Come si spiega un simile voltafaccia?

In due modi, e due soltanto: il mutamento d'opinione di uno dei membri del Congresso (in uno scenario tre-contro-due, ne basterebbe uno solo); oppure una diversa composizione dell'organo stesso. Nell'arco di tempo considerato, non vi è stato alcun avvicendamento in Segnatura; tuttavia, è evidente che i ricorsi contro la soppressione di Parrocchie vanno decisi con una certa rapidità e che gli interessati chiederanno quasi sempre che l'esecuzione del provvedimento impugnato sia sospesa fino alla pronunzia definitiva del Supremo Tribunale (il ricorso, infatti, non ha di per sé effetto sospensivo).2 Potrebbe, quindi, essersi verificata l'ipotesi prevista dall'art. 22 §2 L.P.: per un caso urgente, il Congresso è validamente costituito alla presenza del Prefetto, del Segretario (o di chi fa le loro veci, rispettivamente il Segretario stesso e il Promotore di Giustizia) e di altri due membri; «In casu urgenti sufficit ut adsint, praeter Praefectum et Secretarium eiusve vices agentem, duo alii ex convocatis».

Quindi, delle due l'una: o in Segnatura lavora almeno un Prelato piuttosto ondivago, oppure – magari profittando di un'assenza del Prefetto da Roma – chi era contrario alla tesi di don Michel ha ribaltato la pronunzia precedente.

Ma, a questo punto, si impone qualche domanda: perché tanto accanimento sul rispetto dei termini, proprio in un caso dove considerazioni simili dovrebbero passare in secondo o anche in terzo piano? Perché non acquietarsi dopo la prima decisione del Congresso? O, se davvero il problema è la portata da attribuirsi all'impossibilità di agire, di cui al can. 201 §2, perché non sottoporre la questione al Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi? E quanto pesa veramente l'autorità del Cardinale Prefetto, se, alla prima occasione, viene ribaltata una decisione in cui egli ha avuto un ruolo decisivo?

Domande gravi, che gettano più di un'ombra sul Supremo Tribunale e su chi vi lavora; ma, a onor del vero, forse qualche pecca deve addebitarsi anche all'avvocato di don Michel. Infatti, tutti si esprimono come se quest'ultima decisione del Congresso fosse definitiva; ma in realtà, secondo l'art. 84 L.P., essa sarebbe impugnabile davanti al Collegio dei Giudici, entro il termine perentorio di dieci giorni. In altri termini, il Cardinale Prefetto dovrebbe scegliere cinque (o tre) dei Cardinali e Vescovi che fanno parte della Segnatura e affidar loro l'esame del caso (art. 5 §2 n. 1 e 21). Se è vera l'ipotesi di partenza, cioè che egli fosse dalla parte di don Michel – ed è un'ipotesi che si fonda sulla nuda logica dei numeri, più ancora che sulla fama della persona – avrebbe modo di far prevalere il proprio punto di vista, scegliendo opportunamente i giudici, tra cui potrebbe anche includere sé stesso. Si tratta senz'altro di un potere pericoloso; ma così è.

Sembra, però, che il decreto di rigetto da parte del Congresso non sia stato impugnato e che, perciò, la causa sia conclusa. Rebus sic stantibus, è lecito interrogarsi sull'utilità dei ricorsi in Segnatura, sulle speranze concrete di ottenere giustizia e fors'anche sulla qualità dell'assistenza legale: interrogativi molto pressanti per i fedeli legati alla Messa di Sempre, poiché anche gli atti – o i silenzi – della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" possono essere impugnati dinanzi al Supremo Tribunale.

Savona, 27 Gennaio 2011

Guido Ferro Canale

1. L'art. 22 §1 L.P. lascia intendere che egli intervenga in tutti i casi, anche fuori dell'ambito di sua competenza; se però, in ipotesi, così non fosse, avremmo un organo collegiale di quattro membri, dove, in caso di parità, prevale il voto del Prefetto (can. 119 n. 2).

2. Ce l'ha, invece, quello proposto contro la rimozione o il trasferimento di un Parroco (cfr. can. 1747 §3); non, però, quando essi siano mera conseguenza della soppressione della Parrocchia.

fonte: FaceBook

domenica 30 gennaio 2011

Toto-arcivescovo di Milano: chi sarà il prossimo?

Mons. Ravasi? Mons. De Scalzi attuale vicario? Mons. Ambrosio di Piacenza? Un Mons. di Curia? Un Vescovo suffraganeo? Voi chi dite che sarà il prossimo? La situazione è seria e grave.
La cattedra di Ambrogio è importante e determinante per diverse (e delicatissime) questioni. Soprattutto in questi tempi, poi, la scelta dev'essere ponderata bene perchè gli effetti potrebbero variare da "disastrosi" a "faustissimi". Speriamo e preghiamo
Riportiamo da Cordialiter.
Roberto
*
In questi giorni il Sommo Pontefice sta decidendo chi sarà il nuovo Arcivescovo di Milano che dovrà sostituire l'anziano Cardinale Dionigi Tettamanzi. È una decisione da far tremare i polsi, si sta decidendo la sorte eterna di una moltitudine di anime. Se il nuovo Arcivescovo sarà un uomo zelante come San Carlo Borromeo, molte anime si salveranno, se invece sarà un uomo poco zelante, ci saranno lacrime e stridore di denti per molti fedeli ambrosiani.
Tra i problemi che dovrà affrontare il nuovo successore di Sant'Ambrogio, vi è quello riguardante il tracollo vocazionale. I numeri non sono né tradizionalisti, né modernisti, sono dati di fatto di cui prendere atto: nel 1970 nella diocesi operavano 3.611 sacerdoti, mentre nel 2009, nonostante il forte incremento della popolazione, i sacerdoti sono diminuiti a 2.885. Solo un intervento provvidenziale di Dio può far realizzare un'inversione di tendenza. Messis quidem multa, operárii autem pauci. Rogáte ergo Dóminum messis, ut mittat operários in messem suam.
La situazione degli ordini religiosi residenti nella diocesi ambrosiana non è affatto migliore. Nel 1970 le suore erano 12.945, nel 2009 sono crollate a 6.180, cioè meno della metà, e la cosa che preoccupa maggiormente è che la loro età media ormai si aggira tra i 60 e i 70 anni. Stesso discorso per gli ordini maschili, i cui membri nello stesso periodo sono scesi da 2.181 a 1.114.
Noi poveracci che non contiamo nulla non possiamo far altro che pregare Iddio affinché illumini il Papa.

L'altare e il crocefisso


Tratto da Zenit.it del 27.01.2011. Questo articolo, preciso e documentato, ci da la possibilità di rispondere, per tramite dello scritto di Don Gagliardi, a molti nostri lettori che ci pongono continuamente domande relative alla posizione del crocefisso e alla facoltà di posizionarlo sugli altari "coram populo".

Stampatelo e fatelo leggere ai vostri parroci affetti da mania di protagonismo durante celebrazioni-speccatolo-sacerdotecentriche.

Ne proponiamo alcuni brani. sottolineature nostre.

Roberto

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Il Crocifisso al centro dell’altare nella Messa “verso il popolo”
Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi

di don Mauro Gagliardi*

*

Sin da tempi remoti, la Chiesa ha stabilito segni sensibili, che aiutassero i fedeli ad elevare l’anima a Dio.
Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, ha motivato questa consuetudine ricordando che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti [...] per rendere più evidente la maestà di un Sacrificio così grande e introdurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).

[...]

Il Crocifisso al centro dell’altare nella Messa «verso il popolo»

Dai precedenti cenni storici, si deduce che la liturgia non viene veramente compresa, se la si immagina principalmente come un dialogo tra il sacerdote e l’assemblea. Non possiamo qui entrare nei dettagli: ci limitiamo a dire che la celebrazione della S. Messa «verso il popolo» è un concetto entrato a far parte della mentalità cristiana solo in epoca moderna, come dimostrato da studi seri e ribadito da Benedetto XVI: «L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nell’epoca moderna ed è completamente estranea alla cristianità antica. Infatti, sacerdote e popolo non rivolgono l’uno all’altro la loro preghiera, ma insieme la rivolgono all’unico Signore» (Teologia della Liturgia, Città del Vaticano 2010, pp. 7-8).

Nonostante il Vaticano II non avesse mai toccato questo aspetto, nel 1964 l’Istruzione Inter Oecumenici, emanata dal Consilium incaricato di attuare la riforma liturgica voluta dal Concilio, al n. 91 prescrisse: «È bene che l’altare maggiore sia staccato dalla parete per potervi facilmente girare intorno e celebrare versus populum».
Da quel momento, la posizione del sacerdote «verso il popolo», pur non essendo obbligatoria, è divenuta il modo più comune di celebrare Messa. Stando così le cose, Joseph Ratzinger propose, anche in questi casi, di non perdere il significato antico di preghiera «orientata» e suggerì di ovviare alle difficoltà ponendo al centro dell’altare il segno di Cristo crocifisso (cf. Teologia della Liturgia, p. 88). Sposando questa proposta, aggiunsi a mia volta il suggerimento che le dimensioni del segno devono essere tali da renderlo ben visibile, pena la sua scarsa efficacia (cf. M. Gagliardi, Introduzione al Mistero eucaristico, Roma 2007, p. 371).

La visibilità della croce d’altare è presupposta dall’Ordinamento Generale del Messale Romano: «Vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato» (n. 308).
Non si precisa, però, se la croce debba stare necessariamente al centro.
Qui intervengono pertanto motivazioni di ordine teologico e pastorale, che nel ristretto spazio a nostra disposizione non possiamo esporre. Ci limitiamo a concludere citando di nuovo Ratzinger: «Nella preghiera non è necessario, anzi, non è neppure conveniente guardarsi a vicenda; tanto meno nel ricevere la comunione. [...] In un’applicazione esagerata e fraintesa della “celebrazione verso il popolo”, infatti, sono state tolte come norma generale – persino nella basilica di San Pietro a Roma – le Croci dal centro degli altari, per non ostacolare la vista tra il celebrante e il popolo. Ma la Croce sull’altare non è impedimento alla visuale, bensì comune punto di riferimento. È un’“iconostasi” che rimane aperta, che non impedisce il reciproco mettersi in comunione, ma ne fa da mediatrice e tuttavia significa per tutti quell’immagine che concentra ed unifica i nostri sguardi. Oserei addirittura proporre la tesi che la Croce sull’altare non è ostacolo, ma condizione preliminare per la celebrazione versus populum. Con ciò diventerebbe anche nuovamente chiara la distinzione tra la liturgia della Parola e la preghiera eucaristica. Mentre nella prima si tratta di annuncio e quindi di un immediato rapporto reciproco, nella seconda si tratta di adorazione comunitaria in cui noi tutti continuiamo a stare sotto l’invito: Conversi ad Dominum – rivolgiamoci verso il Signore; convertiamoci al Signore!» (Teologia della Liturgia, p. 536).

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*Don Mauro Gagliardi è Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
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per chi volesse approfondire, consigliamo:

- il libro di p. U.M. Lang dal titolo eloquente: Rivolti al Signore, Cantagalli ed., 2006. LINK

- "La croce al centro dell'altare" dal sito del vatican.va e soprattutto qui

sabato 29 gennaio 2011

Francia: fioriscono i blog e i siti di sostegno al Papa


Su La Croix leggiamo questa notiziola, che riporta la fenomenale crescita di un fenomeno particolare:

"La blogosfera cattolica ha visto un incremento negli ultimi anni con l'emergere di reti di blogger che difendono i valori cristiani e il Papa".
Per leggere l'aritcolo per intero, si veda qui in una traduzione ufficiale.

Ferrara: La sfacciattaggine dei laicisti


Quando si dice la coerenza (dei laicisti, non di Ferrara, eh).

Leggete questo articolo di Giuliano Ferrara, uscito su Il Foglio del 26 gennaio 2011.





fonte: il Foglio.it via blog amici di papa ratzinger 4

Liturgie tridentine monastiche a Norcia


Dal sito Romualdica (vedi qui). Notate l'aumento delle Messe Tridentine:

[Segnaliamo con piacere l’uscita del nuovo numero (anno XII, n. 2, autunno 2010) del Notiziario del Monastero di San Benedetto, riproducendone l’editoriale.Il Monastero di San Benedetto (Via Reguardati 22, 06046 Norcia, Perugia) è stato fondato a Roma il 3 settembre 1998 da dom Cassiano Folsom O.S.B. – statunitense, dal 1979 monaco presso la St. Meinrad Archabbey (Indiana, USA), ordinato sacerdote nel 1984, nel 1989 ha conseguito il dottorato in Liturgia a Roma e nel 1992 è diventato presidente del Pontificio Istituto Liturgico – e si è trasferito a Norcia, la città natale di san Benedetto, nel 2000 su invito dell’Arcivescovo di Spoleto-Norcia.Per favorire un clima di pace liturgica e ciò che il Papa chiama «una riconciliazione interna nel seno della Chiesa», la Santa Sede ha affidato a questa comunità benedettina l’apostolato speciale di celebrare l’Eucaristia in entrambe le forme (in utroque usu) del Rito Romano. In osservanza della decisione dell’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, con la quale si chiede la celebrazione di una sola Messa domenicale nelle comunità religiose.  La Messa conventuale domenicale e festiva e la messa conventuale feriale vengono celebrate TUTTE alle ore 10:00 nella Basilica di San Benedetto nella forma straordinaria; la Messa conventuale feriale si celebra alle ore 10:00, anch’essa nella forma straordinaria[orario aggiornato al 2015]

Carissimi amici,nella prima Domenica di Avvento 2010, abbiamo celebrato il decimo anniversario del nostro arrivo a Norcia, un ritorno quasi mitico dei monaci al luogo di nascita di San Benedetto, dopo un’assenza di 190 anni. Il monastero precedente, abitato dai monaci del ramo Celestino della famiglia benedettina, fu soppresso dalle leggi napoleoniche nel 1810. Abbiamo, quindi, organizzato una festa modesta per celebrare questi due anniversari: i 200 anni dalla soppressione del monastero e i 10 anni dalla rinascita.Il nostro stemma racchiude questi due momenti importanti. Sul lato sinistro è raffigurato il simbolo della Congregazione dei Celestini, dove la “S” sta per “Spirito Santo”, poiché il primo monastero fondato da Pietro da Morrone (poi Papa Celestino V) era dedicato allo Spirito Santo. Sul lato destro invece, è rappresentato un albero abbattuto nel fiore della vita (la soppressione del monastero nel 1810) ed un nuovo ramoscello che spunta dal tronco (il nostro arrivo nel Giubileo del 2000). Ci sono tre foglie, proprio come i tre monaci che hanno dato vita alla Comunità a Norcia. Oggi, la Comunità è costituita da quattordici monaci, mentre due candidati arriveranno fra poco. Il motto per la celebrazione dell’anniversario è “Succisa virescit”, ovvero “L’albero reciso, è tornato rigoglioso a fiorire”. Perché voglio evidenziare questo dettaglio? Perché abbiamo bisogno di percepire segni di speranza. La costante crescita della nostra comunità monastica (in numero e in grazia) è un vero segno di speranza: Dio opera nella Chiesa e nel mondo e sta facendo grandi cose. Grazie per essere parte di questa grande avventura!In Domino,

Rev.mo Padre Cassiano Folsom, O.S.B.Priore

venerdì 28 gennaio 2011

Alle radici dell’altare cristiano


ROMA, sabato, 22 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo [vedi qui] a firma di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), che apparirà sulla rivista Liturgia 'culmen et fons' di dicembre-gennaio 2011.

[…]

Mensa, Ara e Croce

[…] La cena pasquale ebraica era dunque una cena sacrificale, un banchetto mediante il quale si partecipava della vittima sacrificale. Ed ecco che mensa ed ara si trovano intimamente unite, geneticamente e indissolubilmente interiori l’una all’altra. Tolta l’ara è compromessa totalmente la natura di quella specifica mensa imbandita per la cena pasquale. Nel cenacolo però il Signore opera la novità e crea la realtà di quello che fino ad ora era figurato nelle antiche profezie e nel sacrificio dell’agnello. Egli immola incruentamente se stesso nel contesto ancora visibile del segno profetico dell’agnello, che come ombra sta ormai per scomparire e cedere il posto alla realtà, Cristo Gesù, col suo Corpo e il suo Sangue immolati nelle specie sacramentali del pane e del vino. E’ evidente che, nel mentre lo sguardo del Signore si ritrae ormai dalla figura dell’agnello che passa e dall’ara del tempio su cui fu immolato, si fissa con divina preveggenza e immedesimazione mistica sull’ara della Croce, che lo attende sul Calvario. Egli, infatti, anticipa sacramentalmente sulla mensa della cena e nella forma del convito il sacrificio cruento che avrebbe offerto di li a poco sull’altare della Croce. La Croce, quindi entra nel cenacolo si pianta sulla sua mensa e, mentre l’antica ara del tempio si ritira, avendo assolto la sua funzione profetica, si erge ormai sovrana quale sostanza interiore di ciò che si compie nell’ultima cena e che si ripeterà per tutti i secoli fino alla fine del mondo per comando del Signore Fate questo in memoria di me. Mensa, Ara e Croce, ecco i tre simboli interiori e indissolubili del mistero grande che si compie nell’istante consacratorio quando il Signore, pronunziando le parole divine - Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue…-, istituisce il Sacrificio perenne, senza più tramonto. Le tre figure di riferimento – mensa, ara e croce – prima ancora di trovare espressione fisica nell’altare cristiano sono presenti nella sostanza stessa dell’atto sacrificale di Cristo e costituiscono, ancor prima di trovare la loro traduzione materiale nella liturgia, la forma interiore dell’atto sacrificale del Signore. Nel Cenacolo è visibile solo la Mensa, l’Ara del tempio è richiamata dall’agnello immolato, la Croce ancora non si vede, ma tutto è presente e unitario nella mente divina e nel cuore amante del Salvatore. A questo punto si comprende bene perché la Chiesa, avuta la libertà religiosa (IV sec.) poté procedere alla costruzione dell’altare cristiano nel modo che la storia e l’arte ci attestano. Appena possibile la semplice mensa lignea, usata nelle case nei secoli della persecuzione, divenne l’altare marmoreo in tutto simile all’ara sia ebraica che pagana, ma eloquente per esprimere ciò che l’Eucarestia era in realtà, il Sacrificio di Cristo. Al contempo tale ara monumentale e preziosa non abbandonò la mensa, ma la assunse in sé adattandosi ad accogliere i santi doni conviviali e rivestendosi con una candita tovaglia. Infine, quando la Croce gloriosa del Signore potè essere rappresentata come un vessillo di vittoria e annunziare al contempo la sua Morte, la sua Risurrezione, la sua Ascensione e la sua mirabile Venuta nella gloria, non tardò a trovare il suo posto più logico e conveniente proprio sulla mensa di quell’ara sulla quale il sacrificio della Croce si attualizzava sacramentalmente. Ed ecco che Mensa, Ara e Croce, possono costituire anche in modo visibile, nello splendore delle basiliche monumentali e nella solennità dei riti pontificali, il segno materiale e prezioso del mistero che si compie sotto la coltre del sacramento. Non si trattò certamente di una corruzione della semplicità delle origini, ma di uno sviluppo necessario e legittimo, coerente con la struttura interiore del mistero e che si esprimerà nel pensiero cristiano nella successiva sistemazione teologica relativa al dogma eucaristico. In tal senso, la Mensa, l’Ara e la Croce, sono talmente collegate alle dimensioni costitutive del mistero fin dalla sua istituzione da essere ormai ingredienti liturgici insopprimibili nell’edificazione dell’altare cristiano. Esso, infatti, per esprimere in modo completo ed equilibrato l’intero mistero del Sacrificio conviviale dell’eucaristia, dovrà avere la monumentalità dell’Ara, la dignità della Mensa e la gloria del vessillo della santa Croce.

L’altare sta in alto

L’altare sta in alto e se non eleva perde la sua natura più vera. Si può in tal modo affermare una semplice regola: all’altare si ascende come al battistero si discende. Se l’etimologia alta-ara potrebbe essere ancora discussa e non da tutti è accettata, la storia dell’ altare cristiano e ancor prima di quello ebraico e pagano, afferma la sua posizione elevata. In particolare, non potendo accedere all’altare mediante i gradini per questioni di purità cultuale, nel tempio di Gerusalemme si saliva mediante una rampa (Es 20, 24-26). Ma è soprattutto nell’approfondire l’atto liturgico che si celebra sull’altare, il sacrificio, che emerge in tutta chiarezza la necessità della posizione alquanto elevata dell’altare. Nell’offerta del sacrificio si cerca il rapporto con Dio, ci si eleva a lui e tutta la ritualità porta a proiettarsi verso il cielo, lì dove l’intuito religioso universale contempla il trono di Dio: il corpo sale i gradini dell’altare, le mani si elevano verso l’alto, lo sguardo fissa le profondità sideree dei cieli. Ecco le movenze più spontanee che il sacerdote assume nell’azione sacrificale, ed è logico che tale spinta interiore sia tradotta visibilmente nei gesti del corpo e fissata materialmente nella posizione alta e maestosa dell’altare. Possiamo allora individuare nella struttura interiore (metafisica) dell’altare due movimenti profondamente correlati e concordi nell’esprimere la direzione ascendente. L’altare sale verso la Maestà divina e segue le volute dell’incenso che ascendono in sacrificio di soave odore. Esso guarda certamente il popolo, ma non per muoversi verso di esso, quanto per attrarlo nella sua ascesa cultuale. Per questo l’altare assumerà una posizione otticamente centrale, ben visibile da tutta l’assemblea liturgica, per poter trainare dolcemente il popolo di Dio nel movimento ascendente dell’oblazione sacrificale, che sulla sua mensa si compie nel mistero sacramentale. E’ quindi consono alla natura più intima dell’altare salire e far salire tutti coloro che all’altare volgono lo sguardo adorante verso la contemplazione della Gloria divina. Il moto esattamente inverso, invece, si produce per la mensa. Essa deve discendere e rivolgersi fisicamente il più possibile verso i fedeli. Essa, infatti, porge la vittima immolata quale cibo e bevanda di salvezza. Questo moto del discendere e del rendersi prossima all’assemblea liturgica le è quindi necessario e connaturale ed è pienamente conforme al suo stesso essere mensa che nutre. Questo duplice ruolo di altare che ascende e attrae e di mensa che discende e si avvicina ai fedeli si esplica nella liturgia eucaristica che distingue la prece consacratoria in cui si compie il sacrificio, dai riti di comunione in cui la vittima immolata è data in cibo ai commensali. Possiamo allora rilevare che gli altari storici esprimevano la loro natura ascendente-sacrificale e, senza mai rinunciare alla mensa in essi incorporata, la integravano ulteriormente con la balaustra, che nella sua posizione bassa e prossima ai fedeli consentiva la distribuzione del Corpo del Signore. Gli altari postconciliari, invece sembrano aver abbandonato il loro moto saliente in favore di una totale riduzione al loro ruolo di mensa. In tal modo essi non sono più in alto, ma in piano e fisicamente il più possibile prossimi all’assemblea. Il moto discendente e rivolto al popolo proprio della mensa è diventato esclusivo e totalizzante. Tale realtà si nota anche negli altari resi definitivi e anche dedicati, certamente solidi nella loro struttura marmorea, ma sempre e solo mensa. In altri termini si potrebbe dire che l’intera celebrazione del Sacrificio eucaristico è ridotta prevalentemente al rito di comunione. Certamente il Sacrificio si compie, ma la nuova configurazione dell’altare non lo esprime più come prima avendo rinunciato a modellare in se stesso le caratteristiche classiche che sono proprie dell’ara sacrificale. Per questo fu facile anche la rimozione così vasta della balaustra, avendo l’altare stesso assunta la sua funzione. Ebbene, oggi si ode l’allarme del Magistero sulla crisi della dimensione sacrificale dell’Eucaristia. Non potrebbe essere opportuna allora una nuova e più profonda riflessione sulle modalità liturgiche dell’altare? E’ da ritenere ormai acquisita ed insuperabile la conformazione dell’altare alla forma della sola mensa, senza più ricuperare anche quella dell’ara elevata e maestosa? Non potrebbe nel tempo questa riduzione dell’altare condizionare l’equilibrio del dogma eucaristico, che si trasmette nel cuore dei fedeli primriamente nella correttezza del rito e dei luoghi liturgici che ad esso sono connessi? Gli altari storici sono da congedare definitivamente e il loro ruolo è ormai del tutto museale? La storia della Chiesa e della sua liturgia non è forse ancora aperta ad uno sviluppo coerente ed organico, che potrebbe trovare per l’altare nuove sintesi in perfetto accordo con la tradizione dei secoli? Credo che il Santo Padre Benedetto XVI stia richiamando alla Chiesa proprio queste problematiche e in tal senso il suo Magistero ha la forza della profezia.

Santa Messa tridentina in Spagna: celebrata dall'Arcivescovo di Saragozza


Questa volta, la bella notizia riguarda una S. Messa già celebrata, ma ne diamo comunque notizia a beneficio e sollievo dei nostri lettori e per congratularci con l'Arcivescovo di Saragozza, Mons. Manuel Urena Pastor, che il 15 gennaio 2011 ha celebrato una S. Messa da Requiem tridentina.
Leggiamo sul Sito di
Una Voce Malaga (anche qui) che si tratta della prima S. Messa tridentina celebrata da un Vescovo spagnolo in Spagna, in applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. E non possiamo che rallegrarcene e apprezzare!!
La Messa è stata celebrata nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore in Epila, Saragozza.
Gutta cavat lapidem, non vi sed saepe cadendo!

Conversioni Anglicani, p. Newton: non c'è competizione

Leggiamo da Zenit.it del 25 gennaio 2011 una pacata ma determinata relazione di padre Keith Newton, ex "Vescovo" anglicano e ora sacerdote cattolico, nonché primo Ordinario (sulla biografia, link) dell'Ordinariato di Walsingham (nella foto lo stemma)
Egli ha parlato con la BBC domenica di alcune delle questioni che i membri dell'Ordinariato stanno affrontando.
Se pur marginalmente, il padre risponde alle critiche mosse al Papa e alla Chiesa Cattolica da parte di alcuni pastori anglicani e apparse di recente sulle colonne del The Telegraph e assicura: "non c'è competizione", quindi nessuna razzie da predatori!



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Ordinario di Walsingham: cattolici e anglicani non sono in competizione
Padre Newton considera le questioni iniziali per gli ex anglicani ,
ad appena 10 giorni di vita dell'Ordinariato.


LONDRA, martedì, 25 gennaio 2011 (ZENIT.org).-
L'Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham è la prima risposta alla Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus del 2009 di Benedetto XVI, che permette agli anglicani di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica pur mantenendo elementi del proprio patrimonio anglicano. Essendo il primo, questo Ordinariato servirà da modello per le realtà che si creeranno in futuro negli altri Paesi.

Esodo?
La domanda che si pongono molti è: quante persone abbandoneranno la Chiesa d'Inghilterra e passeranno all'Ordinariato?
Per padre Newton (nella foto durante la sua ordinazione diaconale cattolica), non si possono fare pronostici.
Ogni persona deve compiere una professione di fede individuale”, ha detto alla BBC. Per questo, è impossibile proporre dei numeri.
Il sacerdote ha suggerito che circa due dozzine di gruppi effettuerebbero il cambiamento, e le dimensioni di ogni gruppo potrebbero spaziare dai 10 ai 70 membri.
Ma non avremo numeri certi finché la gente non prenderà davvero questo impegno”, ha dichiarato.

Tentativi
L'impegno non implica un passo significativo, e alcuni membri della Chiesa d'Inghilterra sperano ancora che gli anglicani delusi dai cambiamenti nella Comunione trovino una via per rimanere nel gregge piuttosto che diventare cattolici all'interno dell'Ordinariato.
Una dozzina di Vescovi della Chiesa d'Inghilterra ha diffuso questo lunedì una lettera pastorale spiegando le proprie speranze al riguardo e sostenendo di essere “alla ricerca di un modo che ci permetta con integrità di restare membri della Chiesa d'Inghilterra”.
Pur ammettendo di “non voler dare false speranze” e che tentativi precedenti di “persuadere la Chiesa d'Inghilterra a prendere quei provvedimenti che ci permetterebbero in buona coscienza di rimanere al suo interno sono stati contrastati”, i Vescovi hanno detto di avere “il dovere” di continuare a cercare “una via d'uscita dall'impasse”.
Riconosciamo il grande cambiamento di cuore che dovrebbe avvenire per riuscire in questo”, hanno scritto.

In cammino
Nel frattempo, “The Telegraph” ha riferito questo lunedì che altri sette sacerdoti anglicani e 300 parrocchiani hanno annunciato la propria intenzione di unirsi all'Ordinariato. Il gruppo fa riferimento a tre parrocchie dell'Essex e tre nella zona orientale di Londra.
Per queste persone e altre come loro, in Quaresima inizierà un periodo di catechesi. Subito prima di Pasqua verranno accolte nella Chiesa cattolica, potendo partecipare alle liturgie del Triduo da cattoliche. Le catechesi continueranno poi nel periodo pasquale.
Quanto al clero, l'ordinazione al sacerdozio cattolico – per quanti verranno accettati – è attesa per la Pentecoste, seguita da altri due anni di formazione.

Incertezza
Una volta inseriti nell'Ordinariato, clero e fedeli affrontano le questioni che ci si potrebbero aspettare da una comunità alle prime armi, tra cui il luogo in cui praticare il culto e come si pagheranno i conti.
Circa la possibilità di una collaborazione continuata con la Chiesa d'Inghilterra, padre Newton ha chiarito alla BBC: “Non stiamo chiedendo un tetto sulla testa. Penso che la gente descriva la questione come se fossimo imprese in concorrenza; in realtà siamo tutti nella missione della Chiesa, in una varietà di modi, e penso che sarebbe una cosa piuttosto ecumenica per noi cercare di lavorare insieme”.
Ciò non vuol dire che non si tratti di un grande cambiamento, che richiede denaro.
Padre Newton ha affermato che la Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles ha fatto una donazione di 250.000 sterline e altre hanno promesso contributi.
Nel lungo periodo l'Ordinariato dovrà autofinanziarsi, ma ci vorrà un po' di tempo per arrivare a questo”, ha dichiarato.
I suoi sacerdoti affrontano poi una realtà per cui “i presbiteri cattolici sono pagati in modo molto diverso da quelli anglicani, quindi c'è tutto un nuovo sistema in cui dobbiamo entrare”.
Padre Newton ha anche espresso la speranza che “possiamo trovare qualche forma di lavoro part-time, soprattutto cappellanie nelle scuole, negli ospedali o nelle prigioni – qualcosa che sia legato alla vita sacerdotale e che i sacerdoti possano fare”.
Dobbiamo capire come ogni singolo sacerdote possa avere risorse sufficienti per vivere in modo dignitoso”, ha dichiarato l'ordinario, “e ciò vale soprattutto se è un uomo sposato con una famiglia”.

Quei segni del nostro essere cristiani


Da La Bussola (vedi qui)


Vittorio Messori

26-01-2011

Ha suscitato notevole interesse “l’aperitivo” che avevo dedicato alla progressiva perdita, avvenuta negli ultimi decenni, dei segni distintivi della nostra identità di cristiani. Un fenomeno che bisognerebbe cercare di arrestare, anche perché, essendo consapevoli che stiamo diventando una comunità di minoranza, abbiamo sempre più bisogno di riappropiarci di alcuni segni. Non c’è da inventare nulla di nuovo, basterebbe riscoprire qualche aspetto della nostra tradizione.
Ci colpisce oggi vedere come i credenti musulmani, ovunque si trovino, per cinque volte al giorno si fermano e s’iginocchiano a pregare. Proprio prendendo spunto da questo esempio segnalo che c’è un movimento cattolico spagnolo che propone di tornare alla scansione cristiana della giornata. Si tratta di un’iniziativa che ha già raccolto moltissime adesioni e che accomuna chi decide di recitare la preghiera dell’Angelus al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Si utilizzano i cellulari e (nella versione " minima ", quella che di solito ci coglie in mezzo alla gente) si imposta la sveglia alle 12 in punto. Queste persone, quando avvertono il bip, si fermano e si ritirano in preghiera per qualche minuto (se non hanno in quel momento il tempo per recitare l’Angelus si accontentano di un’Ave Maria). Certo, dobbiamo evitare qualsiasi forma di esibizionismo, di spirito di rivalsa. Non dobbiamo sbattere in faccia agli altri i nostri segni identitari. Ma con atteggiamento umile, possiamo rinnovare la memoria dell’incarnazione di Dio e dunque della nostra salvezza, attraverso quella semplice preghiera nel mezzo della nostra giornata lavorativa.
Un altro segno bello ci potrebbe venire dall’applicazione del Concilio Vaticano II. Nella Costituzione conciliare dedicata alla liturgia (Sacrosanctum Concilium) si legge che la lingua latina va mantenuta nei riti latini. Sarebbe bello poter tornare a insegnare a cantare alcune parti della messa in latino e soprattutto – prendendo sul serio proprio il Concilio – imparare nella sua forma originale latina almeno il Credo.
Oggi molti cattolici tendono a sacralizzare la Costituzione italiana, frutto del lavoro di compromesso tra le tradizioni comunista, liberale e cattolica. Ma noi, come cattolici, abbiamo già una grande «costituzione» sacra e fondamentale, ed è il Credo. Sarebbe buona cosa tornare a insegnarlo in latino, il che permetterebbe in certe occasioni, nei grandi santuari ad esempio, di manifestare nella preghiera e nel canto un’unità anche linguistica. Sono soltanto due esempi, ce ne sono molti altri possibili. Alcuni ve li proporrò con “l’aperitivo” di domani.

giovedì 27 gennaio 2011

Pontificale a Treviso del Card. Burke 29 gennaio.


sabato 29 gennaio
ore 11:00
chiesa del Monastero della Visitazione
(via G.B. Mandruzzato, 22, Treviso)


SANTA MESSA PONTIFICALE
nella Forma Extraordinaria del Rito Romano

Celebrata da Sua Em.za Cardinale Raymond Leo Burke

Ordinario: Missa Papae Marcelli

Proprio una perfida Albione: alla faccia dell'ecumenismo!

Si è conclusa la settimana di preghiera per l'unità dei Cristiana.
In Italia son terminate le sdolcinate tavolerotonde e i vaniloqui, poco programmatici e ancor meno missionari.
Tutti i fautori del tanto osannato ecumenismo son tornati alle proprie sedi, in attesa di riuscire per Assisi III, e non si è fatta parola, se non in rarissimi casi e forse per errore, di un evento che concretizza e rappresenta il vero e solo ecumenismo possibile da parte della Chiesa Cattolica: la (lunga) missione che ha avuto come fausto effetto la conversione e l'accoglienza di buon numero di anglicani alla dottrina cattolica (si veda l'ordinazione sacerdotale di qualche giorno fa di tre ex pastori anglicani) (link e link2).
Da noi non se ne è parlato abbastanza. In Inghilterra se ne parla ancora.
Leggete come gli anglicani parlano del Papa, dell' Anglicanorum coetibus, e delle converisioni degli anglicani al cattolicesimo.
Essi criticano l'attività concreta del Papa mirata affinché tutti siano (di nuovo) un corpo solo: sì, ma non piace che il corpo solo sia quello della Chiesa Cattolica.
Finchè se ne parlava solamente, andava bene, ma quando alle parole son (finalmente) seguiti i fatti... ecco che allora storcono il naso. E ci (s)parlano dietro, definendo il Papa un predatore, un imprenditore che fa razzia e specula sulle povere e indifese anime inglesi.
Una considerazione: le parole di R. Williams "arcivescovo" di Cantembury riferite personalmente al Papa, all'indomani delle conversioni e dei primi ingressi nell'Ordinariato degli anglicani cattolici, se pur non esaltanti, erano di tutt'altro tenore (link).

Che in realtà l'articolo riveli i veri sentimenti striscianti tra le gerarchie anglicane? Forse.
Abbiamo motivo di credere che in realtà si tratti di un grossolano tentativo di ostacolare e dileggiare un'operazione tanto delicata quanto vincente. Speriamo di non sbagliarci.
Comunque, l'importante è che gli inglesi, piano piano, ri-tornino cattolici, con buona pace di chi si offende! Oh! Ma pensate un po'!
Traduzione nostra. in rosso i nostri commenti

*

.Articolo tratto dal The Telegraph del 25.01.2011.


fonte: The Telegraph Link

"Alcuni eminenti della Comunione anglicana d’Inghilterra hanno attaccato l’offerta di Papa Benedetto XVI per gli anglicani illusi di convertirsi al cattolicesimo, descrivendola come gesto da "predatore"e "insensibile".
Un vescovo ha affermato che l'invito del Vaticano ha "imbarazzato" il dottor Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, mentre un chierico lo ha paragonato ad una "offerta pubblica di acquisto aziendale".
Un altro vescovo ha ammesso che i rapporti tra le due Chiese [o meglio tra la Chiesa cattolica e l’unione anglicana, n.d.r.] siano stati danneggiati dalle conversioni degli anglicani.
E' la prima volta che anglicani di spicco hanno criticato l’offerta del Papa da quando è stata proposta nel 2009 e rivela tutta la rabbia che era stata fin ora latente.
Le loro osservazioni seguono l'ordinazione di tre pastori ex anglicani come sacerdoti cattolici sabato scorso e che sta rappresentando il rischio di esacerbare le tensioni tra la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica.
Il clero cattolico è rimasto costernato da un sermone tenuto dal Canonico Giles Fraser, cancelliere della cattedrale di St Paul, nel corso di un servizio liturgico la scorsa settimana al termine della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
Parlando alla Cattedrale di Westminster (cattedrale per i cattolici in Inghilterra e nel Galles), dove sono stati ordinati gli ex-"vescovi", [Giles Fraser] ha detto che l’offerta del Papa per i pastori anglicani di poter tornare sotto Roma è stato sentito come un gesto “leggermente predatorio”.
"In termini aziendali, [è] un po 'come un'offerta pubblica di acquisto in qualche gioco di potere della politica della Chiesa", ha proseguito Fraser. "E se gli anglicani percepiscono così, mi chiedo se le cose sono davvero così rosee nel giardino ecumenico”. [hembè? Anche fosse, chi se ne importa?]
Ai suoi commenti hanno fatto eco quelli di Christopher Hill, "vescovo" di Guildford, che è Presidente del Consiglio per l’Unità dei Cristiani della Comunione Anglicana.
"Credo che sia stato un atto insensibile [l’offerta del papa ] per il fatto che sia arrivata in un momento in cui la “Chiesa” d'Inghilterra era ancora in fase decisionale relativa l'ordinazione delle donne ed è avvenuto con una minima consultazione".
"E 'stato difficile e imbarazzante non solo per l' "arcivescovo" Rowan, ma anche per i vescovi cattolici inglesi". [meglio: nel caso, non hanno così avuto modo di opporvisi (troppo), in nome del solito perbenismo ecumenico]
"Io non credo che fossero entusiasti e ci rendiamo conto che li ha messi in una posizione difficile."
Papa Benedetto ha emesso un decreto storico nel 2009, promettendo che i pastori e i fedeli anglicani avrebbero potuto convertirsi al cattolicesimo in una "struttura" chiamata Ordinariato che permetterebbe loro di conservare alcuni elementi della loro eredità.
Solo 50 preti hanno finora indicato che vorrebbero con piacere seguire i tre ex pastori nel passaggio a Roma, ma questo numero potrebbe crescere se i tradizionalisti si sentissero non più disposti di rimanere nella "chiesa" d'Inghilterra con l'introduzione delle donne vescovo [e saranno anch'essi i benvenuti!]
John Saxbee, “Vescovo” di Lincoln, ha detto […] "Non posso giudicare i motivi [dell'offerta], ma il modo in cui è stata fatta non si sposa facilmente con tutti i discorsi tesi a migliorare le relazioni". […] [o poverini! si sono offesi? Il sig. Saxbee forse voleva che il Papa chiedesse loro il permesso di convertire un po' di anglicani? allora sì che sarebbe stato un gesto cortese?]
Potrebbero filtrare le relazioni del mese prossimo, quando il Sinodo generale e la “chiesa” del Parlamento inglese, dibatteranno su un rapporto redatto dalle due "chiese" sull'importanza di Maria, che i cattolici credono fosse libera da "ogni macchia di peccato originale". [non è che semplicemente "crediamo", "riteniamo", ma l'Immacolata Concezione della B.V.M. è un dogma, una verità di fede!]
"Questo rapporto potrebbe essere motivo di ulteriore divisione perché non rappresenta ciò che gli anglicani credono sui dogmi su Maria," ha detto un membro del Sinodo. [affari loro, noi certo non vogliamo né possiamo cambiare anche al teologia mariana per farli contenti! Ma che pretendono?]
Il "vescvovo" Hill ammette che probabilmente il tono del dibattito sarà più "belligerante" di quanto sarebbe stato prima della creazione dell'Ordinariato [suona come una minaccia?]aggiungendo: "[... ]nella "chiesa" d'Inghilterra si può avere una varietà di opinioni verso Maria [ah sì? strano], ma la Chiesa cattolica romana ha solo una convinzione sola" [sì, e guai a chi ce la tocca!].
Il cardinale Walter Kasper, un collaboratore del Papa ed ex presidente del Ponticio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, ha tentato di allentare le tensioni della scorsa settimana.
Parlando ad una cena con il dottor R. Williams, ha detto che l'ordinazione di tre ex pastori anglicani non ha rappresentanto un "giorno della vittoria", ma "un giorno di penitenza". [penitenza per che cosa, eminenza? Per aver convertito alcuni anglicani? O il suo era il solito buonismo? O un mieloso tentativo diplomatico di edulcorare la pillola? Comunque sia, l’importante è che le conversioni e le ordinazioni siano iniziate! E, lo faccia dire a noi: vittoria! (e non la Regina, ben inteso!)].
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fonte: Amici di Papa Ratzinger 4

ps. ove possibile nella traduzione abbiamo sostituito la parola "chiesa" (quando il termine originale church era usato in riferimento a quella non Cattolica) con la perifrasi più appropriata "Comunione anglicana"; lo stesso con la parola "vescovo".