venerdì 11 febbraio 2011

La lingua della celebrazione liturgica

di Uwe Michael Lang, C.O.*

ROMA, mercoledì, 9 febbraio 2011 (ZENIT.org).- La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi.

La lingua adoperata nel culto divino, ovvero la “lingua sacra” non si spinge fino alla glossolalia (cf 1Cor 14) o al mistico silenzio, escludendo completamente la comunicazione umana, o almeno tentando di farlo. Tuttavia, si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo. Christine Mohrmann, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, la Mohrmann sostiene che ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. In tal senso, il Cardinale Albert Malcolm Ranjith ha ricordato in un’intervista: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (La Repubblica, 31 luglio 2008, p. 42).

L’uso di una lingua sacra nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae chiama la solemnitas. Il Dottore Angelico insegna: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4).

La lingua sacra, essendo il mezzo di espressione non solo degli individui, ma di una comunità che segue le sue tradizioni, è conservatrice: mantiene le forme linguistiche arcaiche con tenacia. Inoltre, vengono introdotti in essa elementi esterni, in quanto associazioni ad un’antica tradizione religiosa. Un caso paradigmatico è il vocabolario biblico ebraico nel latino usato dai cristiani (amen, alleluia, osanna ecc.), come ha osservato già sant’Agostino (cf. De doctrina christiana II, 34-35 [11,16]).

Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.

La distanza fra il latino liturgico e la lingua del popolo divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. Questa situazione non favoriva la partecipazione dei fedeli nella liturgia e perciò il Concilio Vaticano II volle estendere l’uso del vernacolo, già introdotto in una certa misura nei decenni precedenti, nella celebrazione dei sacramenti (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, il Concilio ha sottolineato che «l’uso della lingua latina […] sia conservato nei riti latini» (ibid., art. 36, n. 1; cf. anche art. 54). Comunque, i Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata totalmente sostituita dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico si è spinta così oltre, che molti fedeli oggi possono a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma e altrove. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Senz’altro il latino contribuisce al carattere sacro e stabile «che attrae molti all’antico uso», come scrive il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi, in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007). Con l’uso più ampio della lingua latina, scelta del tutto legittima, ma poco usata, «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità» (ibid.).

Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacolare, come fa notare con esemplare chiarezza l’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla traduzione dei libri liturgici Liturgiam authenticam del 2001. Un frutto notevole di questa istruzione è la nuova traduzione inglese del Missale Romanum che verrà introdotta in molti paesi anglofoni nel corso di quest’anno.


*Padre Uwe Michael Lang è Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

17 commenti:

  1. E' tutto inutile... questi interessanti articoli non serviranno a nulla, né sarà mai attuata una "riforma della riforma" liturgica... Il Papa non ha nessuna voce in capitolo, sono i nemici di Cristo e della Chiesa che comandano in Vaticano e nelle Conferenze episcopali. La messa in latino è stata abolita per sempre, il gregoriano è stato abolito per sempre, e tra le indicazioni dei documenti ufficiali e la vita liturgica delle nostre parrocchie sussiste la stessa differenza che si può riscontrare fra una religione e un'altra... Potete sollevare tutti gli scudi che volete, e insultarmi quanto volete, ma la realtà è questa. Se la S. Sede non si decide a fare un "atto di forza", modificando profondamente rubriche e prenotanda, non cambierà mai nulla...

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  2. Sono daccordo con Anonymus...... intanto ognuno nel nostro piccolo può ricominciare ad usare il latino per esempio nella recita del rosdario, nella recita del breviario..... inserendolo nella Messa il più possibile.....
    Comunque ci vuole anche qualche atto legislativo e pubblico.
    Per es. Il Santo Padre potrebbe celebrare pubblicamente la S. Messa in rito antico.
    Per. es. incoraggiare una celebrazione in lingua latina nelle cattedrali o nei centri più grandi....
    ecc. ecc.

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  3. pepito sbazzeguti11 febbraio 2011 17:13

    E' vero,tutti questi articoli potrebbero essere gli ultimi bagliori di un crepuscolo.E se fossero le prime luci dell'alba?
    Solo sei anni fa tutto ciò era semplicemente inimmaginabile !

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  4. Oui… Mais pourquoi ne le fait-il pas? Il n'a pas eu le temps, depuis cinq ans?

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  5. tutto bello. Una semplice nota: a Milano si parlava celtico, non latino.

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  6. micapizza&fichi11 febbraio 2011 19:04

    Cari fratelli, non sia mai che prevalga la disperazione!
    Benedetto XVI sa quel che vuole e, tanto intelligente almeno quanto è buono, sa anche chi gli rema contro.
    Nella sua posizione di successore di Pietro ha a cuore di "confermare nella fede" i fratelli e di tenere unito il gregge.
    Beati noi, se potremo ritenerci suficientemente saldi nelle nostre convinzioni: offriamo dunque questo talento, immeritato, che ci arde in cuore, facendoci soffrire per quello che vediamo praticato da fratelli meno attenti e delicati. Offriamolo a Dio, per intercessione della Vergine immacolata, per ottenerne un minimo di sollievo per il SAnto Padre, che sta portando più di noi la santa croce.
    Davvero diabolico dividerci dal Santo Padre, e questo più che mai. Non va proprio bene crticare con la sufficienza e la superficialità che talora traspare. No: nessuna disperazione, ma speranza. Nessun trionfo, ma perseveranza crocifissa. Fino a quando Dio vorrà, senza giudicare più di quanto non si preghi, nella comunione dei santi, vivi e defunti, santi e peccatori, per la conversione e la salvezza delle anime.   Preghiamo noi in latino. Partecipiamo noi con vera devozione alla Santa Messa. Confessiamo i nostri peccati. Operiamo misericordia nei confronti dei fratelli, con opere di misericordia spirituale cui non faccia difetto la carità, anche nei giudizi.
    Essere santi è la sola strada per recuperare un linguaggio ed una liturgia degni del primato di Dio. E da santi si può accalorarsi, litigare, sentirsi stanchi, ma disperati mai, è un peccato contro lo Spirito santo, imperdonabile. E' il peccato delle liturgie secolarizzate, alla ricerca di un marketing pastoral-sociologico e di consolazioni comunitarie, aggregative e pseudo culturali, sempre meno cultuali. Per distinguersi non basta dissentire dallo sciattume... bisogna portare convenientemente la croce, da Cirenei, se la porta il papa.     

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  7. Concordo. Si può sapere cos'è tutto questo catastrofismo? So bene che la situazione è pessima, ma assumere atteggiamenti cosi apocalittici può portare allo sconforto e alla fine all'arrendevolezza.
    Guardiamo in faccia alle difficoltà e affrontiamole con le armi cristiane, in particolare la preghiera, invece di fare le cassandre.
    Scusate lo sfogo.

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  8.  Non sarei cosi' pessimista; anche se lentamente e con difficolta' non e' cambiato qualcosa rispetto alla situazione esistente fino al 1984? Basta vedere l'aumento delle messe antiche in tutto il mondo. Inoltre, anche se mi ripeto ancora, nella mia citta' da niente si e' passati a una messa antica mensile, ora a due oltre ad alcune altre ogni tanto ( a gennaio 4 su 7 festive ) , compresa una celebrata dall'arcivescovo. Inoltre nelle altre domeniche partecipo alla messa NO in cui , a parte le preghiere dei fedeli , direi che una parte notevole e' in latino , spesso anche il credo, e cantata in gregoriano e non solo; in aggiunta vi sono canti in latino fuori dell'ordinario (Veni Creator Spiritus, salve Regina, adoro te devote, ave maris stella, ecc ). E ripeto ancora della messa a S. Trinita' dei Monti, a Roma, di lingua francese , ma con altrettanti parti in latino e , con l'altare non modificato e la parte della cosacrazione con il sacerdote versus orientem. Percio' sursum corda!

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  9. micapizza&fichi11 febbraio 2011 19:46

    Per quei buontemponi che dovessero pensare che stiamo parlando di aria fritta, vorrei far presente che in tutto il mondo la questione è: FIDARSI DI DIO / FARE A MENO DI DIO.
    Gesù ha preso sembianze umane per permettere all'uomo di scegliere a ragion veduta.
    Il diavolo vorrebbe che la creatura scegliesse lui.
    Il diavolo ha tentato Gesù stesso: con il bisogno, la magia ed il potere.
    Anche oggi funziona così: sui fronti dell'economia, della menzogna e delle crisi pilotate per creare bisogni.
    E il diavolo la sa lunga anche in fatto di teologia.
    Questo nostro, minuscolo, innestato sui fronti più popolari e popolosi che ci riguardano comunque, è uno dei fronti più sanguinosi.
    E' una delle battaglie decisive, per sconfiggere il Maligno.
    Molti altri credenti non lo sanno. E si fanno infinocchiare, prima qui e di conseguenza su tutto il resto.
    Uno crede che oggi bisogna occuparsi di Mubarak e non di liturgia. Non è vero: è tutto collegato.   

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  10. recentemente ho partecipato a un convegno di pastorale biblica. A parte il plauso e gli onori riservati all"ospite" valdese (plauso per cosa? perché la sua chiesa approva l'omossessualità, l'aborto e l'eutanasia?), vi lascio solo immaginare con quale livore un relatore (Andrea Grillo) ha parlato dello spazio riservato alle letture bibliche nel VO, fra le risate e gli ammiccamenti dei partecipanti (preti, monsignori, catechisti, religiosi, ecc.). Cari amici, siamo lontani, molto lontani dall'aver trovato un compromesso fra teoria e prassi. Qualche celebrazione, più o meno clandestina, di messe VO qua e là anche se rappresenterà un rifugio per qualcuno non modifica sostanzialmente il quadro desolante della liturgia attualmente celebrata nella Chiesa cattolica... Io ho smesso di sperare.

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  11. Caro Anonymus, le cose che tu dici sono effettivamente vere, tuttavia ti invito a mantenere la speranza. Penso che se tu stesso hai percepito il livore e la cattiveria nel giudicare la Messa Antica, forse anche altre persone lo hanno percepito sebbene non hanno manifestato esternamente il loro disagio......
    Ad ogni modo le bugie di questi poveri signori (per i quali preghiamo, perchè sono evidentemente nell'errore) non possono continuare all'infinito..... Affidiamoci alla Madonna Immacolata oggi che è la festa della sua Apparizione a Lourdes. Ho celebrato con i miei parrocchiani la Messa nel rito tridentino e le letture erano davvero belle e adatte: L'Epistola era tratta dall'Apocalisse e descriveva l'apparizione della Donna Vestita di Sole coronata di dodici stelle (contro la quale combatte il drago invano), il Vangelo era l'annunciazione e ho pensato a Maria che con il suo sì ha cambiato la storia e a Bernardetta che ha avuto la vita trasformata da Maria......
    pregherò per te, e metterò le tue sofferenze nel calice della Santa Messa.....

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  12. Post. Scriptum. ma sei proprio obbligato a partecipare a certi convegni????
    Se puoi scegliere convegno partecipa a quelli degli ottimi Francescani dell'Immacolata, o a quelli della Fraternità S. Pio X, o a tanti altri....

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  13. micapizza&fichi12 febbraio 2011 08:08

    A proposito delle convinzioni di relatori come quello raccontato da Anonymus, comincio a far fatica a distinguere tra ignoranza e malafede. In effetti per anni mi è stato spiegato che la Sacra scrittura prima del concilio era messa in sordina, "impedita al popolo", inutilizzata ed inutile nelle intenzioni pastorali. Per anni ho pensato che se approfondivo un passo biblico, dovevo essere riconoscente a questo o quell'esegeta che lo "spirito del concilio" aveva messo sul mio cammino di pastorale ordinaria. E' vero che più di una volta ho arricciato il naso, udendo certe posizioni "estreme" e poco ortodosse, ma comunque plaudendo alla possibilità, deprecando le antiche chiusure etc etc. Nel tempo ho cominciato a capire che tra il Concilio Vaticano II e il post concilio si è introfulata la confusione, se non proprio la volontà di confondere. Ed i meno avveduti hanno incamerato ignoranza pari alla libertà; ed i meno accorti sono scivolati nella malafede, non riconoscendo più l'ignoranza. Pochi giorni fa una riprova sperimentale: pulendo un vecchio garage ho trovato un vangelo del 1937: nelle premesse c'era scritto che quella pubblicazione era volta a favorire la diffusione della lettura nelle famiglie. Ai parroci era raccomandata la diffusione. Erano riportate le parole degli ultimi tre papi (allora) a supporto di questa volontà ed indirizzo. Insomma: pari pari tutto quello che credevo "nato" dopo il Concilio c'era già, raccomandato. Con una differenza: quel testo raccomandava di pregare prima e dopo aver preso nelle mani il vangelo. Adesso invece, quelli che ridono ed ammiccano di quel modo di essere Chiesa il vangelo lo "usano", ma evidentemente senza aver pregato prima e dopo. E si vede, accidenti se si vede...    

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  14. <span>E se fossero le prime luci dell'alba?  </span>

    è crepuscolo e alba nello stesso tempo. Vede, Pepito, il castigo meritato deve svolgersi, secondo tempi e modalità permesse/volute da Dio stesso.
    Non si potrà evitare, ma solo attenuarlo con la preghiera.
    Siamo come quando di fronte a don Rodrigo agonizzante disse p. Cristoforo a Renzo:
    "Tu vedi, Renzo: può esser castigo, può esser misericordia...."
    La Chiesa sta ricevendo dalla volontà dell'Onnipotente entrambi: castigo e misericordia, <span>crepuscolo ci ciò che è carnale, </span>e che marcirà e morirà; <span>ALBA di ciò che viene donato dall'alto,</span> (rifioritura della Messa Antica, Divina e perenne): la Vita nuova rinata per opera dello Spirito Santo, che rifiorirà vincendo la morte delle opere carnali e di tutte le costruzioni babeliche di  menzogna, provocate dal concilioV.2°.

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  15. Un articolo tanto bello quanto perfettamente inutile.

    Il Latino è definitivamente morto. Anche nei Sacri Palazzi. Figuriamoci nella liturgia!

    Ho visto io stesso un decreto di un Congragazione (non dico quale per discrezione!) scrivere "Datum in Roma"...al ginnasio un errore del genere non è tollerabile.

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  16. Agli amanti della lingua latina (che pure io amo ed ho studiato all'università) va ricordato che il culto cristiano ha come originario non l'esperienza religiosa in generale (quella cioè che si ritrova in tutte le culture), ma l'evento cristiano: l'incarnazione del Figlio di Dio, la sua morte e risurrezione. Dio, in Cristo, ha assunto forma umana e si è autocomunicato agli uomini in un linguaggio a loro comprensibile.
    Il cristianesimo in quanto tale non ha la necessità di avere una lingua sacra...
    Certo celebrare in lingua latina è un segno che dice l'universalità della fede e che sottolinea la trascendenza (nella celebrazione cristiana è Dio che "tende la mano" all'uomo); di fatto la Chiesa ha avuto per secoli una lingua cultuale propria. In certe occasioni poi è opportuno celebrare in latino (penso alle grandi messe internazionali in San Pietro).
    Tuttavia non si tratta di un'esigenza intrinseca al culto cristiano, che si fonda proprio su un evento che non dice ineffabilità, ma vicinanza: Dio si è implicato nella storia per salvare l'uomo e ha parlato all'uomo in modo comprensibile.

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  17. pepito sbazzeguti12 febbraio 2011 17:21

    Cara Valeria,con i nostri due interventi, il principio dal quale partiamo o al quale arriviamo è sempre il sano ottimismo cattolico!

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