mercoledì 19 gennaio 2011

Una liturgia continua in presenza di Dio


Da Romualdica (vedi qui)


Volgiamoci a sottolineare un altro tratto derivante dall’antichità cristiana: il gusto della bellezza, inseparabile, a nostro avviso, dallo zelo per la verità dottrinale. La bellezza determina il vero. Si tradisce più spesso la verità dei dogmi per l’affievolirsi del gusto, piuttosto che per puri errori dello spirito. È una delle conseguenze della nostra condizione umana, dotata di una sensibilità con radici nel mondo visibile. Platone ha detto che il bello è lo splendore del vero; per un suo recupero la bellezza si fa guardiana dell’ordine da cui essa proviene. È per questo che i nostri padri l’hanno amata [1]. D’altronde come meravigliarsi che gli scrittori sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento abbiano riversato nel loro pensiero espressioni dense di così grande bellezza, a cominciare dal Signore stesso. Si pensi anche ai Padri della Chiesa e agli scrittori mistici; tutti i testi liturgici obbediscono a questa grande legge, perché è la legge della Creazione, il linguaggio stesso di Dio, il libro dove Egli si lascia decifrare, il suo abito di luce: «Deus amictus lumine sicut vestimento» [2].Posando il suo sguardo su ciò che è bello, l’uomo è in grado di leggerne la provenienza divina. Così osservava il filosofo Henri Bergson in Pensiero e movimento: «Per chi contempla l’universo con occhi d’artista, è la Grazia che si lega attraverso la Bellezza, ed è la Bontà che traspare sotto la grazia. Ogni cosa manifesta, nell’evoluzione che registra la sua forma, la generosità infinita di un principio che si dona. E non a torto si chiama con lo stesso termine il fascino che si vede proveniente dal movimento e l’atto di liberalità che è la caratteristica della bontà divina».Nel libro dell’Ecclesiaste si trova un elogio di coloro che hanno presieduto ai destini del popolo eletto. Ecco cosa vi si legge: «Facciamo ora l’elogio degli uomini illustri, dei padri nostri nelle loro generazioni. […] Inventori di melodie musicali e compositori di canti poetici […] che vivevano in pace nelle loro dimore» (Sir 44,1-6), «pulchritudinis studium habentes, pacificantes in domibus suis».


In questo testo, letto per il primo notturno delle vigilie dell’Ufficio benedettino del 13 novembre, festa di tutti i santi dell’Ordine, i discepoli di san Benedetto hanno riconosciuto i loro padri; hanno percepito che la bellezza delle preghiere della Chiesa li obbligava a vivere a un certo livello.Un giorno abbiamo sentito un giovane professo confessare al suo Padre Priore che senza lo splendore dell’Ufficio divino, che gli si faceva scoprire nel corso del suo noviziato, non avrebbe perseverato. L’influenza dolce e regolare della liturgia sullo svolgersi delle giornate, crea un’atmosfera nella quale una certa compostezza dell’anima e del corpo, una sorridente gravità, un senso armonioso del minimo gesto, un certo modo di vestire, di parlare, d’inchinarsi, finiscono per fare di ogni esistenza una liturgia continua in presenza di Dio. Paul Claudel, fedele alla sua oblazione benedettina, ha saputo tradurre questo sentimento in una pagina mirabile: «Come sarebbe bello se tutti gli uomini avessero coscienza di ciò che fanno insieme, sotto lo sguardo di qualcuno che li scruta attentamente, dell’aiuto che si danno vicendevolmente, della cerimonia alla quale cooperano, dell’immensa offerta che costituisce la sola elevazione dei loro sguardi verso il cielo, della comunicazione amorevole che hanno tra loro! C’è qualcosa di tutto questo nella vita benedettina. La vita del monaco non è solo la salmodia in coro, il dedicare ogni porzione di tempo alla lode al Creatore; è la vita stessa, banale e quotidiana, lo svegliarsi, il giardino, il lavoro, il pasto in comune quasi altrettanto solenne quanto la Messa; la pulizia degli abiti, l’accendere una lampada, sono grandi simboli; il malato che si cura, il visitatore che suona alla porta. Se gli uomini avessero un po’ più di coscienza di ciò che fanno tutti, ciascuno e insieme, sentirebbero di essere come in chiesa, di non potere mancare al coro. Come si amano tutti senza saperlo e come sarebbe bello se lo sapessero! Ciò che fanno senza sapere, vorrei che lo facessero sapendolo. Così non esisterebbe più niente di profano, tutto sarebbe santo, tutto sarebbe consacrato a Dio» [3].


[1] «Non bisogna illudersi che la verità possa comunicarsi con frutto, senza lo splendore che le è connaturale e che chiamiamo il bello; senza che siano affermate, almeno nell’arte dello scrivere e dell’esporre il pensiero, questa libertà e questa novità delle anime alle quali Dio confida, per mezzo della sua grazia, il seguito della sua azione in questo mondo temporale. Di conseguenza il bello è inseparabile dal vero. Ne è lo splendore, il fiore sensibile e intellettuale del bene. È la chiarezza dell’essere. Per un cristiano non può essere un gioco, un divertimento. Se si distingue dal vero e dal bene, è come un raggio che si distingue dal faro che lo invia» (Henri Charlier, L’art et la pensée, p. 38 e p. 89).[2] «Il Signore» è «avvolto di luce come di un manto» (Sal 103,2).[3] Paul Claudel, Conversations dans le Loir et Cher, p. 102.


[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Le goût de la beauté, in Benedictus. Ecrits Spirituels. Tome I, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2009, pp. 247-250, trad. it. delle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo]

13 commenti:

  1. Ottimo!
    p.s. Non sembri irriverente. Chi mi può dire quali siano le varianti adottate da Le Barroux rispetto al tipico messale tridentino?

    RispondiElimina
  2. Oh finalmente qualcosa di propositivo e costruttivo: è così che possiamo e dobbiamo aiutare il Papa, diffondendo la Verità sulla liturgia

    RispondiElimina
  3. Andrea Carradori19 gennaio 2011 20:58

    Visto che dicono che noi parliamo sempre di pizzi e di merletti vorrei dare questa opportunità ai nostri amici.
    I paramenti che vedo nelle foto mi piacciono tantissimo per forma e, presumo, anche per la qualità del tessuto e delle decorazioni.
    La casula, di questa forma, è semplicemente stupenda.
    Ricordo di avere visto la foto del Beato Ildefonso Schuster assiso sul trono episcopale di Milano rivestire una casula simile a quella dell'articolo in questione.
    Qualcuno dice che la casula sarebbe stata probita nel rito romano da qualche polveroso decreto dell'allora Congregazione dei Riti ...
    Certamente se dovessi trovare una casula come quella della foto la proporrò per una Messa Tridentina.

    RispondiElimina
  4. La bellezza non deve diventare estetismo. L'idea conciliare dell'architettura è in breve questa: non uno spazio prefabbricato e definitivo (magari tutto uno splendore di ori, gemme e colori: esempio la abbazia di Cluny), ma uno spazio polivalente e flessibile.
    Prima del Concilio le chiese erano pensate secondo l'idea del tempio di Gerusalemme (incongruamente riproposta oggi da Ravasi, che tira fuori l'inutile ritornello che le chiese di oggi sono brutte).
    Oggi invece - secondo l'intuizione conciliare - secondo il modello della tenda dell'Esodo. come dice l'inno eucaristico "il tuo popolo in cammino, cerca in te la guida, sulla strada verso il Regno".
    La bellezza è tutta interiore nella carità e comunione verso i fratelli: più che nel tempio separato dal mondo, nel mondo incontro all'uomo (l'esempio di madre Teresa).

    RispondiElimina
  5. La cultura è stata cacciata a furor di clero dalla Chiesa...i servi e gli stallieri si sono impadroniti del palazzo... la bruttezza ha regnato sovrana in tutti i settori dal Vaticano II in poi.
    Purtroppo son pessimista e non vedo,tra i papi, i Sisto, i Giulio ,i Leone ,gli Urbano , gli Alessandro ,i Clemente, i  Pio ...solo squallore e miseria!

    RispondiElimina
  6. "Spazio polivalente e flessibile": non per sembrare irriverente ma sono le parole che usano le amministrazioni pubbliche quando presentano - che so - il progetto di un auditorium o di un centro culturale.
    A onore del vero il passato non fu solo Cluny (peraltro fabbrica di santi della dirittura di Gregorio VII nei suoi giorni migliori) o lo scialo delle basiliche romane; fu anche S. Bernardo, S. Francesco e i nobili veneziani del consilium ad Leonem X che invocavano chiese povere di ornamenti prezioni. Fu anche Giovanni Crisostomo che sferzava i ricchi chiedendo loro di soccorrere il povero, anziché donare calici d'oro alle chiese. Fu il card. Federigo Borromeo che rinunciò a dotare il duomo di un paiolotto d'oro per destinarne i fondi a soccorso della popolazione colpita dalla carestia.
    Ma nessuno, DICO NESSUNO, di essi considerò la chiesa "spazio polivamente". Era il luogo della Presenza e dell'adorazione.E proprio da Bernardo, nemico giurato del lusso e delle immagini, nacque un particolare modello di chiesa ben riconoscibile e diffuso ovunque si sparsero i suoi monaci.
    Il passato bisogna conoscerlo prima di citarlo...

    RispondiElimina
  7. Solo l'Ortodossia conserva ancora il senso del bello e della lode dovuta a Dio...noi siam tutti, chi più chi meno, infettati dal protestantesimo e dal giansenismo.
    Chi doveva parlare ha taciuto per troppo tempo...

    RispondiElimina
  8. Per la redazione: non c'è più un mio commento all'articolo sul libro di Bux, quello nel quale contro-replicavo a B.T.; per favore, lo potete ripristinare?

    RispondiElimina
  9. Sono splendide... dite che le vendono o fanno solo produzione "per uso interno"? A parte che costerebbero uno sproposito :)

    RispondiElimina
  10. Questa volta concordo pienamente con lei,ottimo post..."<span>La bellezza è tutta interiore nella carità e comunione verso i fratelli: più che nel tempio separato dal mondo, nel mondo incontro all'uomo (l'esempio di madre Teresa)"...Comunque credo che quando si è belli dentro quella bellezza non possa essere contenuta forzatamente piu' di tanto...prima o poi la si vedrà anche all'esterno.</span>
    Secondo me la bellezza liturgica intesa nel vero senso delle parole è questa.

    RispondiElimina
  11. Christe eleison20 gennaio 2011 00:25

    ma uno spazio polivalente e flessibile. 
    E' un linguaggio troppo superficiale e banalizzante qualcosa di sublime... Lo spazio sacro è uno spazio riservato. Il tempo sacro è sottratto all'uso profano, cosi' come il tempio dedicato al culto, come luogo privilegiato dell'incontro con Dio, anche se il Signore stesso parlava del proprio Corpo come Tempio..  Nella Liturgia, che ha bisogno del Tempio prima di prolungarsi nella vita, attraverso il Sacrificio redentore di Cristo avviene il ritorno del mondo creato al suo stato anteriore alla consegna del mondo all'uomo.   
    Polivalenza e flessibilita' sono termini 'profani' che mal si conciliano con i significati della Fede  

    RispondiElimina
  12. La bellezza e` Cristo, che e` vero Dio e vero uomo, la seconda Persona della SS. Trinita` incarnata. Come Cristo non e` un vago simbolo ma una persona ben definita, cosi` anche la chiesa, come edificio, deve rispecchiare questa realta`. Come l'uomo anche la chiesa  e` ben riconoscibile, anche se vive al contatto con gli altri. Inoltre, come la nostra vita personale e` spirituale non e` sbandierata al mondo, cosi` anche nella chiesa ci sono gradazioni di sacralita`, dal nartice, per la navata, al presbiterio a cui non a tutti e` concesso accedere e non ad ogni momento.  

    RispondiElimina
  13. E' sicuro che l'oriente corrisponda alla sua mente fissista e non cerchi l'evoluzione? http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-le-liturgie-orientali-e-il-vaticano-ii-64153504.html

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.