venerdì 31 dicembre 2010

Messori: i cattolici invisibili

Interessante, quanto semplice, "Aperitivo" di Vittorio Messori uscito sulla Bussola, quotidiano on line di informazione cattolica.

Quei segni perduti dell'identità cattolica
di Vittorio Messori

Riflettendo ieri sul tema del prosciutto spagnolo e dell’astinenza quaresimale dalle carni il venerdì, mi sono tornate in mente le parole pronunciate più volte da Benedetto XVI circa le minoranze creative. Sì, perché l’astenersi dalle carni il venerdì e specialmente i venerdì di Quaresima era un segno d’identità cattolica, uno dei tanti segni che abbiamo perso nel giro di pochi decenni. Il Papa ci dice che il futuro per il cristianesimo sarà quello di essere una minoranza attiva e creativa, dato che nelle società secolarizzate non è più tempo del cristianesimo di massa. Alcuni segni di identità, il raccogliersi attorno a dei simboli, è fondamentale per una minoranza creativa. Peccato che noi abbiamo finito per perderli praticamente tutti: avevamo una lingua liturgica comune, il latino, che non c’è più. Abbiamo perso i segni distintivi dell’abito sacerdotale e ora per strada in molti casi non siamo più in grado di distinguere un prete o un religioso. Abbiamo perso il digiuno e l’astinenza, mentre un tempo era norma anche nelle mense scolastiche e aziendali l’attenzione a non servire carne di venerdì o comunqe ad avere menu alternativi. Abbiamo perso quel segno della fede nella resurrezione dei corpi che era la sepoltura sotto terra, ora sostituita in sempre maggiori casi dalla sciagurata cremazione. Abbiamo perso l’usanza del velo per le donne in chiesa, precetto paolino presente nelle Sacre Scritture, abolito proprio da coloro che si rifanno alla Scrittura a ogni pie’ sospinto. Abbiamo perso le processioni come pure le feste patronali, che sopravvivono solo grazie all’illusorio boom folkloristico e sono ormai organizzate dalle pro loco. Il cattolico non è più distinguibile, e questo sarebbe il meno. Il problema è che lui stesso, in qualche caso, non riesce più a capire chi è, a raccogliersi attorno a dei simboli e a delle usanze. Lungi da me ogni anacronismo e ogni falsa nostalgia. Credo però che così come c’è necessità di una «riforma della riforma» liturgica, allo stesso modo servirebbe un recupero di segni di identità per le minoranze creative che sono il futuro del cristianesimo.

Comunicazione di servizio

A partire da... adesso e fino al 10 gennaio, il sottoscritto non ci sarà né avrà accesso ad internet. Il blog resta comunque in ottime mani. La posta inviata alla redazione, tuttavia, rimarrà inevasa fino a dopo quella data. Scusate il disagio e soprattutto, buon anno nuovo (voglio sperare che tutti abbiano ripassato il canto del tradizionale Te Deum di fine anno...)

Enrico

giovedì 30 dicembre 2010

Il negazionismo degli euroburocrati

Nel giro di poche ore l'Ue si dimentica delle festività critiane e si rifiuta di equiparare le vittime del comunismo a quelle del nazismo. E se ne frega se attaccano le chiese in Nigeria e nelle Filippine

di Marcello Veneziani


Tratto da Il Giornale del 27 dicembre 2010

Per l’Unione europea il Natale non esi­ste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, co­me è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cri­stiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le ba­nane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa uffi­cialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onoma­stico di Babbo Natale... Non sto vaneg­giando per overdose di spumanti e pa­nettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici, l’agenda ufficia­le dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere, c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni, ma non c’è alcun riferimen­to alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea. Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è ac­cennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il re­sto, nulla che segni in rosso una san­­ta festività. Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidente­mente si ispira l’Unione Europea. L’ha fatto notare, protestando, il mi­nistro degli Esteri Frattini, ma in que­sti giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di que­sta vuota Europa. A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di nega­zionismo. L’Unione europea è un’as­sociazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazioni­smo. Nel giro di poche ore, l’Unione eu­ropea ha infatti negato le festività cri­stiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui provie­ne e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. Ed ha pure ne­gato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di conside­rare i loro milioni di vittime sullo stes­so piano delle vittime del nazismo. Come sapete, la Commissione eu­ropea ha nega­to che si possano equi­parare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare an­che per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orren­di», i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche». E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccide­re chi non la pensa come te è un cri­mine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Ka­tyn, le foibe e le camere a gas di Da­chau, qual è la differenza etica, giuri­dica ed umana? Tra chi nega gli ster­mini di popolazioni civili di Paesi in­vasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ide­ologica. Come ideologica è la nega­zione delle tradizioni cristiane più popolari. Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teo­logici, qui parliamo di Natale e Pa­squa, avete presente? Alla base del­l’Europa c’è un negazionismo vi­gliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orro­ri per riconoscere e perseguirne de­gli altri; ma negare l’Europa stessa, la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua veri­tà, la sua tradizione e la sua storia. Il negazionismo dell’Unione euro­p­ea è ancora più grave del negazioni­smo elevato a reato: perché non ne­ga solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto, difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comuni­smo e di altre tirannidi. Che schifo. Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politi­co che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal con­senso del popolo europeo, la sua stes­sa unione non fu voluta o almeno rati­ficata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un sogget­to cul­turale e civile perché non fa nul­la per affermare, difendere o valoriz­zare l’identità europea, anzi fa di tut­to per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue ge­neralità storiche, le sue affinità idea­li, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua poli­tica es­tera unitaria o una strategia in­ternazionale, e non si occupa di stra­gi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a mor­te per aver ucciso il marito in Iran. Insomma, l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esi­ste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di ban­che e di finanziamenti. È un ente eco­nomico, un istituto per il commer­cio. Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, tornia­mo al Mec, Mercato europeo comu­ne. L’Europa è un morto che cammi­na.


Nostro commento: e pensare che i padri fondatori dell'Europa, come Monnet e Adenauer, erano ferventi cattolici, per non parlare dei Servi di Dio Schuman e De Gasperi. E che la bandiera stessa dell'Europa è formata da 12 stelle sopra un manto azzurro: vi ricorda nulla? Ma il rifiuto di inserire nel preambolo della costituzione europea il riferimento alle radici giudaico-cristiane, ha rappresentato l'inizio della fine di questa già nobile istituzione, ormai rimasta senz'anima, senza fondamento, senza futuro.

Fellay: "La FSSPX è più vicina al Papa di quanto sembri"

Intervista rilasciata il 27 dicembre dal Superiore generale della Fraternità S. Pio X in Nuova Caledonia, al giornale Nouvelles Caledoniennes.


[..]
- La fraternità S. Pio X si qualifica tradizionalista quando la si accusa di fondamentalismo. Voi vi opponete tuttavia a tutti gli avanzamenti progressisti della Chiesa dal 1962...
La nostra situazione è controversa, ma è anche legata a ciò che accade nella Chiesa Cattolica. La vita della Chiesa è cambiata con il concilio [Vaticano II]. E il bilancio è devastante. È diminuita la quantità di sacerdoti e suore. C'è una perdita di vitalità religiosa diffusa. Si deve fare qualcosa per ripristinare la situazione. La totale libertà demolisce la società. Gli uomini hanno bisogno di un aiuto speciale per conoscere il cammino di Dio e la salvezza delle anime. Del resto, il Papa è tornato a idee tradizionali. Egli vede molto bene che c'è una deviazione che si deve correggere. Siamo forse molto più vicini al Papa di quanto sembri.

- Siete stati sorpresi da Benedetto XVI che ha detto di tollerare l’uso del preservativo, in casi eccezionali, per combattere l'AIDS?
Sono stato un po' deluso dal libro. Ma io sono molto soddisfatto del cambiamento intervenuto dopo: è chiaro che Roma vuole chiarire la questione del preservativo che ha creato confusione. Il preservativo non è il modo per risolvere questo problema di salute. Va contro la natura dell'atto di matrimonio, perché impedisce il normale risultato di tale atto. La famiglia è molto importante. L'atto deve essere fatto nel matrimonio. C'è una disciplina da rispettare che aveva molto valore in passato, e che oggi è disprezzata.
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- Vi accorgete di essere controcorrente rispetto all'evoluzione della società?
Sì, me ne rendo ben conto. Ma non mi imbarazza. A volte dico persino che ci prendono per dei Marziani. Ma non siamo marziani.

- Lo scopo della vostra comunità è sempre di far parte della Chiesa cattolica?
Sì, abbiamo sempre sostenuto che non vogliamo fare banda a parte. Manteniamo che siamo cattolici e lo restiamo. Ci auguriamo che Roma ci riconosca come veri vescovi. D’altronde, non si usa più la parola ‘scismatici’ contro di noi. Quindi se non siamo scismatici né eretici, significa che siamo chiaramente cattolici. Il Papa ha detto che c'è solo un problema di ordine canonico. Basta un atto di Roma per dire che è finito e che noi rientriamo nella Chiesa. Ci si arriverà. Sono molto ottimista. [molto interessante. Dunque si prefigura un atto unilaterale del Papa per risolvere la situazione canonica, indipendentemente dallo svolgimento dei complessi colloqui dottrinali in corso?]

- Accettereste allora le decisioni del Vaticano II?
No, non in questo modo. Chiediamo che vengano dissipate le grandi ambiguità del Vaticano II.

- Che cos’è che chiamate le grandi ambiguità?
In primo luogo, la libertà religiosa: che cosa significa che ogni uomo ha il diritto di scegliere la sua religione? No, il buon Dio ne ha fondata una sola. Poi, l'ecumenismo: è possibile che un uomo si possa salvare in altre religioni diverse dalla cattolica? No, c'è solo la Chiesa che Salva.

- Tuttavia diverse religioni esistono nel mondo. Quale legittimità avete per negarle?
Vedo che esistono, ma non arrivano a produrre gli effetti della religione cattolica. Per affermarlo, ci si appoggia su quanto dice la Chiesa antica. L'approccio della Chiesa è bene spiegato nel Vaticano I. Ci sono un sacco di segni esteriori che permettono di riconoscere che la religione cattolica è la vera. È una scienza che si impara. L’ideale sarebbe naturalmente di dimostrare l'esistenza di Dio. Ci si avvicina.

mercoledì 29 dicembre 2010

Ancora sul convegno dei FFI sul Vaticano II

Il Prof. de Mattei presenta il suo libro al telegiornale


“Il Concilio Vaticano II e la sua giusta ermeneutica alla luce della Tradizione della Chiesa” ha costituito l’oggetto di un importante Convegno di studi, organizzato dal 16 al 18 dicembre dall’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata. Riportiamo un resoconto del convegno del prof. Fabrizio Cannone, che ne ha seguito i lavori.

Il Convegno sul Concilio Vaticano II dei Francescani dell’Immacolata, svoltosi a Roma dal 16 al 18 dicembre, ha costituito una delle prime risposte all’invito al dibattito e all’analisi critica sul Vaticano II, rivolto da Benedetto XVI nel suo ormai celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. Il dibattito si è recentemente acceso, anche sulla stampa, dopo la pubblicazione, avvenuta all’inizio di dicembre 2010, dello studio storico-sistematico sul Concilio del professor Roberto de Mattei (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010). In questo contesto, il convegno dei Francescani dell’Immacolata ha rappresentato una eccellente sintesi delle ricerche storico-teologiche sul Concilio, sulle ermeneutiche cui ha dato luogo, sul valore dei suoi documenti ed anche sui suoi punti meno chiari e più problematici.

I lavori sono stati aperti il 16 dicembre da S. E. mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro e noto teologo e apologeta, che ha aperto i lavori spiegando brillantemente le cause della perdita dell’identità cristiana nel contesto della modernità occidentale. «L’uomo che il Concilio incontra – ha detto mons. Negri – porta sulle sue spalle il fallimento della modernità». Il prelato ha fatto notare che la cultura cristiana nell’epoca moderna si è dapprima scontrata con la cultura secolare, ma a poco a poco ha finito per essere assorbita da quest’ultima, scolorendo i suoi connotati e uniformandosi alle linee di pensiero del razionalismo e dell’illuminismo. Il Concilio poteva rappresentare un’occasione propizia per ricentrare la cultura cattolica sulla Tradizione ma, in quanto minato da contrapposizioni, lotte intestine, letture secolarizzate e peregrine applicazioni, esso non ha potuto svolgere il suo ruolo, e nel post-Concilio ciò che ha prevalso è stata non la fede e l’identità, ma l’aggiornamento e l’adattamento alla sterile mentalità del mondo. Solo un ritorno all’identità potrà arginare la crisi epocale di fede che si registra da alcuni decenni.

Nella stessa mattinata ha preso la parola S. E. mons. Brunero Gherardini, grande esponente della scuola teologica romana, recente autore di due libri di capitale importanza, dedicati il primo al Concilio stesso (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice 2009) e il secondo al concetto di Tradizione, dal punto di vista della teologia cattolica (Quod et tradidi vobis La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice 2010). «Il Concilio Vaticano II – ha affermato mons. Gherardini – non fu un Concilio dogmatico e neppure disciplinare, ma soltanto un concilio pastorale, e il genuino significato della sua pastoralità è ancora tra la nebbia». Nell’approccio al Concilio occorre distinguere quattro diversi livelli che esprimono tutti, ma con qualità teologica diversa, il suo supremo Magistero. Accennare in questa sede alla gradazione suggerita da Gherardini significherebbe tradirne la precipua acribia teologica, così ci limitiamo a segnalare il fatto che, secondo questa esegesi, solo uno di questi livelli, corrispondente al terzo, comporta una incontestabile validità dogmatica, anche se solo di riflesso, dedotta da precedenti definizioni: questo livello coincide con le notevoli citazioni che il Concilio fa di dottrine già solennemente definite che trattano di temi di fede e di morale. Gli altri ambiti del magistero conciliare, per la loro natura pastorale, per la loro intrinseca novità o per la loro contestualizzazione storica contingente, non comportano né l’infallibilità, né la definitività, e dunque richiedono un certo ossequio della mente, ma non «l’obbedienza della fede». L’errore di molti teologi del post-Concilio è stato proprio quello di dogmatizzare un Concilio che si volle pastorale, facendone altro rispetto a ciò che si prefisse chi lo convocò.

Nella seconda parte della mattinata, padre Rosario Sammarco FI, ha parlato della Formazione permanente del Clero alla luce della Presbyterorum ordinis. Con un linguaggio diretto e coinvolgente l’oratore ha mostrato come questa giusta indicazione conciliare si sia smarrita nei meandri del post-Concilio segnato da quella evidente rottura con la Tradizione causata, come direbbe Benedetto XVI, dalla “teologia moderna”. Significativo il fatto, segnalato dal teologo, della scomparsa a partire dagli anni ’70 della discussione dei “casi di morale”: questa prassi importante consigliata da santi come Carlo Borromeo e che si generalizzò durante l’’800, costituendo un punto di riferimento per confessori e pastori d’anime, scomparve improvvisamente negli anni ’70 e fu perfino cancellata dal nuovo Codice del 1983. Segno che, in misura diversa, una certa discontinuità non fu solo tra pre-Concilio e Concilio, ma anche tra Concilio e post-Concilio. Il post-Concilio però nel contraddire il Concilio, per esempio nell’uso del latino liturgico raccomandato dall’assise e disatteso nei fatti, non fu una “germinazione spontanea”, ma fu voluto e attuato malamente dalle autorità competenti, proprio per l’influenza della svolta antropologica della teologia e della religione stessa. Dopo padre Sammarco, ha tenuto una lezione magistrale il rev. prof. Ignacio Andereggen, docente alla Gregoriana e filosofo cattolico di primo livello.

Il professore ha mostrato con maestria l’essenza filosofica della modernità a partire dall’analisi di 4 autori fondamentali: Cartesio, Kant, Hegel e Freud. In tutti costoro, pur con differenze che li rendono assolutamente non omogenei, vi è la presenza di quel relativismo epistemologico che fu tipico tratto del cosiddetto “Rinascimento” e in parallelo il rifiuto della tradizione filosofica come tale. Con questi autori, ogni volta ci si trova davanti ad un nuovo inizio, segno che la filosofia moderna e contemporanea, nel rigetto del patrimonio di pensiero più comune dell’umanità, non si fonda che su se stessa. Il rifiuto poi del pensiero scolastico e della metafisica ne è uno degli assi portanti. Quanto ha influito questa pseudo-filosofia sul Concilio? Andereggen non l’ha precisato ma è evidente che molti vescovi e soprattutto molti periti, specie di aria francese (Chenu, Congar, etc.) e tedesca (Rahner, Küng, etc.) ne erano notevolmente pervasi. Da qui quell’insorgere, come Maritain segnalerà già nel 1966, a solo un anno dalla chiusura dei lavori conciliari, del “neo-modernismo” effettivamente più subdolo e più pericoloso dell’antico, anche perché meno esplicitamente assunto e dichiarato. Senza una retta filosofia, ha spiegato sapientemente Andereggen, è impossibile fare teologia: senza una teologia corretta poi, si corrompe anche la dottrina della fede.

Nel pomeriggio dello stesso giorno il prof. Roberto de Mattei ha mostrato nella sua relazione che il Concilio Vaticano II non può essere presentato come un evento che nasce e muore nello spazio di tre anni senza considerarne le profonde radici e le altrettanto profonde conseguenze che esso ebbe nella Chiesa. Il nesso tra Concilio e post-Concilio, ha affermato il prof. de Mattei, non è il nesso dottrinale tra i documenti del Concilio e altri documenti del post-Concilio. È il rapporto storico, stretto e inscindibile, tra il Concilio, in quanto evento che si svolge tra il 1962 e il 1965, e il post-Concilio, in quanto evento che si svolge tra il 1965 e il 1978 e si protrae fino ai nostri giorni. Questo periodo, globalmente considerato, dal 1962 al 1978, anno della morte di Paolo VI, forma un unicum, un’epoca, che può essere definita come l’epoca della Rivoluzione conciliare, così come gli anni tra il 1789 e il 1796, e forse fino al 1815, costituirono l’epoca della Rivoluzione francese. La pretesa di separare il Concilio dal post-Concilio, secondo de Mattei, è altrettanto insostenibile di quella di separare i testi conciliari dal contesto pastorale in cui furono prodotti. Nessuno storico serio, ma neanche nessuna persona di buon senso, potrebbe accettare questa artificiale separazione, che nasce da partito preso, più che da serena e oggettiva valutazione dei fatti. «Ancora oggi – ha concluso lo storico romano – viviamo le conseguenze della “Rivoluzione conciliare” che anticipò e accompagnò quella del Sessantotto. Perché nasconderlo? La Chiesa, come affermò Leone XIII, aprendo agli studiosi l’Archivio Segreto Vaticano, “non deve temere la verità”».

Lo storico francese Yves Chiron, la cui documentata relazione è stata letta da frà Juan Diego FI, ha poi parlato della volontà di certi vescovi e cardinali sotto Pio XI e Pio XII di convocare un nuovo Concilio o piuttosto di completare il Vaticano I, arrestato brutalmente dall’invasione di Roma del settembre 1870. I pontefici, pur assai interessati a queste proposte, le hanno infine respinte per evitare pericoli di frazionamento e “democratizzazione” dell’Assemblea deliberante. Interessanti i documenti portati alla luce dallo Chiron circa i temi che si intendevano trattare nell’eventuale Sinodo: essi erano simili a quelli poi proposti dalla Curia Romana sotto Giovanni XXIII, negli schemi preparatori, i quali furono respinti in blocco (eccetto lo schema sulla Liturgia) dal dibattito in aula per l’opposizione manifestata da certi influenti padri progressisti. Il 17 dicembre la giornata è stata aperta da un’interessante relazione storica su Alcuni personaggi, fatti e influssi al Concilio Vaticano II del padre Paolo Siano FI, il quale ha mostrato come l’ottimismo pastorale verso l’uomo e verso il mondo suggerito dai testi conciliari è stato usato da varie lobbies come grimaldello per condizionare lo svolgimento e la ricezione del Vaticano II. L’autore ha documentato come i fenomeni di crisi dottrinale, spirituale, liturgica e missionaria del post-Concilio hanno i loro prodromi in alcune idee e azioni di vari Padri e periti dell’assise conciliare. Padre Siano ha proposto come “medicinale” alla crisi almeno due “farmaci”: una Mariologia “forte” (in linea con la Tradizione e il Magistero della Chiesa) e una liturgia più orientata (anche visibilmente) a Cristo Crocifisso.

Di seguito ha tenuto una relazione, concisa ma densa, il rev. prof. Giuseppe Fontanella FI dal titolo Il Perfectae caritatis e la vita religiosa. Dove hanno condotto gli esperimenti pastorali?. Secondo il relatore, il documento conciliare si situa in linea con lo sviluppo teologico raggiunto circa il tema della vita religiosa, ma tante realizzazioni successive sembrano aver ceduto allo spirito della secolarizzazione e dell’orizzontalismo. I religiosi in quest’ottica dovrebbero diminuire le pratiche propriamente religiose, e aumentare l’inserimento nel mondo, allontanandosi però in tal modo dallo spirito dei fondatori. Ancora una volta i numeri parlano più che le analisi cervellotiche. Malgrado la tanto ripetuta “vocazione universale alla santità” gli istituti di perfezione hanno perso larga parte dei loro membri, soprattutto quelli che più hanno innovato rispetto ai loro tradizionali usi e costumi. Successivamente, S. E. mons. Atanasius Schneider, vescovo ausiliare in Kazakhstan, ha tenuto una profonda relazione sul senso pastorale del Concilio, mostrando, attraverso numerose citazioni, che nel Concilio esiste uno spirito teocentrico, apostolico, penitenziale e missionario, anzi la missionarietà ne sarebbe quasi la nota caratteristica.

È innegabile che il Vaticano II, letto in quest’ottica, abbia una gran quantità di bei testi di spiritualità e di religiosità, di dottrina omogenea alla grande Tradizione della Chiesa. Il problema secondo il Prelato sta nella cattiva interpretazione di certi suoi passaggi meno chiari: è evidente altresì che quando si parla di interpretazione, specie se universale e autorevole, non si può far riferimento ad una scuola particolare, come per es. quella di Bologna, ma ci si deve riferire alle commissioni post-conciliari e agli stessi episcopati. E dunque su costoro ricade la responsabilità di certe letture minimaliste e arbitrarie. In ogni caso, mons. Schneider ha coraggiosamente chiesto un nuovo Sillabo degli errori avvenuti nella interpretazione del Concilio e se questo Sillabo un giorno sarà pubblicato dalla Massima Autorità di certo esso gioverà a tutti i cattolici.

Una conferenza di grande valore teologico è stata poi quella di padre Serafino Lanzetta, giovane teologo dei Francescani dell’Immacolata. Padre Lanzetta ha fatto uno status quaestionis sull’approccio teologico al Vaticano II attraverso l’analisi della ricezione del Concilio in varie e diverse scuole teologiche post-conciliari. Quello che è emerso in sede di conclusioni è che il Concilio, sulle cui rette intenzioni non è dato di dubitare a nessuno, ha però favorito le opposte ermeneutiche post-conciliari con l’aver abbandonato, o almeno tralasciato, un approccio metafisico alle realtà della fede e della morale. Ciò che il Concilio insegna, lo insegna usando un modo descrittivo e spesse volte solo allusivo, e questo ha permesso ai novatori di estrapolare conclusioni teologiche aberranti di cui il Vaticano II non è responsabile, se non a causa della poca chiarezza e della poca precisione terminologica.

Le numerose ermeneutiche in atto e le variegate griglie interpretative, per esempio, erano impossibili da applicare ai testi del Vaticano I, e se sono state applicate con relativa facilità al Vaticano II, ciò è avvenuto per un certo rigetto del linguaggio scolastico tipico della tradizione teologica precedente detta sprezzantemente “manualistica”. Ad essa si volle sostituire il “resourcement” (De Lubac) cioè il ritorno ai Padri: ma i Padri in molti punti di teologia e di filosofia ne sapevano meno di noi, stante il progresso teologico nella comprensione della immutabile Rivelazione Divina e l’apporto decisivo del Tridentino e del Vaticano I in fatto di dogmatica. Il ritorno ai Padri e alle loro formule, alla liturgia dei primordi e alla Scrittura sa tanto di biblicismo, di fideismo e di archeologismo: tutto ciò che respingeva profeticamente Papa Pio XII nell’Humani generis (1950).

Ha tenuto quindi un’importante relazione il rev. don Florian Kolfhaus, della Segreteria di Stato. Il teologo tedesco ha, svolto una critica “dall’interno” ai documenti conciliari mostrando che il loro vario e differenziato valore magisteriale corrisponde alla loro maggiore o minore autorevolezza, la quale a volte si riduce al mero precetto disciplinare. Il Concilio Vaticano II voleva essere un concilio pastorale, cioè orientato alle necessità del suo tempo, rivolto all’ordine della prassi. Esso non affermò nessun nuovo dogma, nessun solenne anatema, e promulgò differenti categorie di documenti rispetto ai concili precedenti; e ciononostante il Vaticano II deve essere compreso nella continuità ininterrotta del Magistero, poiché esso fu un concilio della Chiesa legittimo, ecumenico e dotato della relativa autorità. Alcuni suoi documenti, vale a dire decreti e dichiarazioni, come Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo, Nostra Aetate sulle religioni non cristiane e Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, ha sottolineato don Kolfhaus, non sono né documenti dottrinali in cui si definiscono verità infallibili, né testi disciplinari che presentano norme concrete. In questo sta la grande novità del Vaticano II: contrariamente a tutti gli altri concili, che esponevano dottrina o disciplina, esso supera queste categorie. Si tratta di una esposizione dottrinale che non vuole tuttavia dare definizioni o delimitazioni in funzione contraria a degli errori, ma è rivolta all’agire pratico condizionato dal tempo. Il Concilio non ha proclamato alcun “nuovo” dogma e non ha revocato alcuna “vecchia” dottrina, ma piuttosto ha fondato e promosso una nuova prassi nella Chiesa.

La proposta di don Kolfhaus è stata quella di denominare la sfuggente espressione di magistero pastorale “munus predicandi”, ben delimitata rispetto al “munus determinandi”. Questo significa: annuncio della dottrina, non definizione dottrinale; legato al tempo e conforme al tempo, non immutabile e non sempre uguale; vincolante, ma non infallibile. Il 18 dicembre, ultimo giorno dei lavori, S. E. mons. Agostino Marchetto, parlando su Rinnovamento all’interno della Tradizione, ha ribadito la contraddittorietà delle analisi della scuola progressista di Bologna dei vari Dossetti, Alberigo, Melloni, etc., negando che per quanto riguarda il rapporto Concilio – post-Concilio, si possa parlare di un post hoc propter hoc. Resta da capire come è stato possibile ad una scuola teologica ultra-minoritaria di imporsi quasi ovunque nell’insegnamento universitario cattolico, nelle facoltà di teologia e di storia ecclesiastica, nelle riviste più lette dai teologi, dai pastori e perfino da fedeli.

Il rev. mons. prof. Nicola Bux, da parte sua, ha egregiamente parlato della scomparsa dello ius divinum nella liturgia: anche questa scomparsa, data dal Vaticano II e dall’immediato post-Concilio. Il liturgista pugliese ha notato che la Sacrosanctum Concilium permetteva una interpretazione in conformità colla tradizione liturgica cattolica, espressa ancora nel 1963 dalla Veterum Sapientia di Giovanni XXIII, ma nei fatti prevalse la logica della desacralizzazione e dell’innovazione. Infatti, tra il 1965 e il nuovo messale del 1970 vi sono state, da parte di organi diversi, come la Congregazione della fede e quella del Culto, delle circolari e delle autorizzazioni non solo diverse ma perfino contraddittorie e questo ha prodotto un caos liturgico da cui l’intera Chiesa non si è mai più ripresa. Don Bux ha incoraggiato i presenti alla duplice fedeltà alla tradizione liturgica, riabilitata dal recente motu proprio Summorum Pontificum, e all’esempio del Sommo Liturgo che a poco a poco sta riportando ordine e decoro nella celebrazione del Culto Divino.

Il neo-cardinale Velasio De Paolis, illustre canonista, ha concluso con vibranti parole in difesa del diritto ecclesiastico, giudicato negli anni del post-Concilio addirittura anti-evangelico. La legge invece è fonte di libertà e di sicurezza, e l’anomia (assenza di legge o di legge certa) crea malintesi, ingiustizie, discordie e rotture. Quando il diritto divino e canonico tornerà a regnare tra gli ecclesiastici l’attuale confusione generalizzata si attenuerà e si aprirà una nuova fase per la Chiesa.
I lavori, sapientemente moderati, nel corso dei tre giorni, dal padre Alessandro Apollonio FI, sono stati chiusi da mons. Gherardini, che ha ribadito come il Concilio Vaticano II non fu un unicum, un “blocco dogmatico”. Fu un Concilio pastorale e sul piano pastorale va collocato e giudicato, senza forzature ermeneutiche, che ne impongono la dogmatizzazione.

È questo il messaggio conclusivo del convegno romano destinato certamente a fare data, per il numero e la qualità dei relatori e degli ascoltatori, tra i quali si distinguevano S. Emin. il cardinale Walter Brandmüller e il segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, S. E. mons. Guido Pozzo. Fu del resto proprio il cardinale Ratzinger a dichiarare già nel 1988 davanti ai vescovi del Cile che «il Concilio stesso non ha definito alcun dogma e volle coscientemente esprimersi a un livello inferiore, come concilio puramente pastorale». Tuttavia, proprio questo “concilio pastorale” – proseguiva il cardinal Ratzinger – viene interpretato «come se fosse quasi un superdogma, che priva di significato tutti gli altri concili».



Un ricco resoconto del convegno romano sul Concilio è stato pubblicato anche da Chiesa e postconcilio.

I tradizionalisti, accusati di protestantesimo, protestano.

Il post di Andrea Tornielli sul 'protestantesimo tradizionalista' continua, com'era prevedibile, a suscitare repliche anche molto vigorose. Come quella che ci invia il dott. Carlo Manetti, che di seguito riportiamo. Non prima di aver segnalato anche le osservazioni in merito di Chiesa e postconcilio, di Fides et forma, di Una Fides e di Libertà e persona (sperando di di non dimenticarne altre).


Debbo dire che l’articolo "Liturgia e il "protestantesimo" tradizionalista" apparso sul blog del dottor Tornielli ed a firma del medesimo, inanella errori in sequenza.

Si parte con l'ironia sulla definizione di "Messa di sempre", riferita alla forma straordinaria del Rito Romano, volgarmente nota come "Messa di San Pio V" o "Messa tridentina". Leggendo un qualunque buon manuale di storia della Liturgia, si può verificare come quel rito risalga, sia pure con progressivi aggiustamenti, che, però, non ne alterano la struttura, al IV secolo. Ecco che parlare di "Messa di sempre", in riferimento alla ripetizione incruenta del Sacrificio del Calvario, è semplice rispetto della storia.

Scrivere, inoltre, che "Rispetto a qualche anno o decennio fa, gli abusi sono notevolmente diminuiti" pare essere figlio di un’ingenua "fede" nel progresso naturale dell’uomo; a mo’ di esempio di ciò, indichiamo la blasfema e sacrilega Messa dei giovani, celebrata dal Primate d’Austria, Cardinale Christoph Schönborn, il 17 novembre 2008, di cui si può trovare, se si resiste ad assistere a tanta profanazione, video-testimonianza a questo link. Che il Primate della "cattolicissima" Austria giunga a tanto mi pare una novità non proprio nel segno del contenimento degli abusi liturgici.

"Chi permette a molti tradizionalisti - sulla base del fatto che il Vaticano II non ha pronunciato nuovi dogmi – di declassare il Concilio come "pastorale" […]?" ci si domanda nell’articolo. "Ma chi bene osserva questo prevalente interesse del Concilio per i valori umani e temporali non può negare che tale interesse è dovuto al carattere pastorale, che il Concilio ha scelto quasi programma" risponde Paolo VI nell’Allocutio di chiusura del Concilio (7 dicembre 1965). Il fatto che il Vaticano II sia stato l’unico Concilio Ecumenico pastorale (senza virgolette) non lo dicono i "tradizionalisti" (qui le virgolette ci vogliono, perché seguace della Tradizione e tradizionalista sono due cose diverse), ma il Discorso conclusivo del Concilio stesso, sua sintesi autentica, fatta dal Papa che lo ha chiuso. Qui il papismo del Nostro (e non solo suo) appare simile all’amore paterno delle due figlie maggiori di Re Lear di shakespeariana memoria.

Una perla è confondere sequela della Tradizione ed ostilità ad ogni riforma. Dando per dogmaticamente assodato questo errore, si arriva a sostenere che, con il medesimo criterio con cui si criticano alcune affermazioni del Concilio Vaticano II, si potrebbe definire san Pio X come modernista, visto che è stato uno dei più grandi riformatori della storia della Chiesa. Prescindendo dal suo vero significato, si usa il termine modernista per assonanza, come colui che compie una qualunque riforma. Modernista è chi asserve il Cattolicesimo alle scienze umane moderne (la Fede alla scienza, il potere petrino a quello politico, l’antropologia cattolica a quella kantiano-illuminista e via discorrendo); non chi elimina le incrostazioni mondane e le influenze ereticali dalla Chiesa, come il Concilio di Trento prima e san Pio X poi, è modernista, ma chi le vuole conservare. Esiste anche un modernismo conservatore.
"[…] il dogma dell’infallibilità papale […] rappresenta un incontestabile sviluppo della Tradizione". Definire un dogma (esempio quello dell’infallibilità papale) come uno sviluppo della Tradizione è tanto come dire che il Papa che lo dichiara (Pio IX) ha "sviluppato", quindi modificato per ampliamento, la Tradizione. I dogmi non sono creati, fatti dai Papi, ma da loro dichiarati, ufficializzati; i dogmi, tutti, sono già parte del Depositum Fidei, prima della loro formalizzazione papale: la Fede è "ciò che è ammesso da tutti, ovunque e sempre", secondo la bella definizione di san Vincenzo di Lérins.

Non c’è nulla di protestante nell’anteporre il principio di verità a quello di autorità, perché tutta la Chiesa (e, quindi, anche il primato petrino) ha come fine la salvezza delle anime (salus animarum suprema lex), intesa come la salvezza di ogni singola anima, e tale fine è raggiungibile solo nella verità. Quello che nell’articolo in parola si definisce cattolico è la caricatura del cattolico fatta, a fini di scherno, dai protestanti: per dirla in termini moderni è uno yes man religioso. L’obbedienza non è rinuncia al pensiero, ma Fede vissuta e, quindi, è dovuta a Dio e, per obbedienza a Lui, agli uomini.

Carlo Manetti

E' Natale. L'arcivescovo di Agrigento se la prende coi tradizionalisti

Un cortese lettore ci segnala questa perla dall'ultimo sproloquio pastorale - la lettera di auguri natalizi - dell'arcivescovo girgentino, monsignor, anzi: don (come snobisticamente si firma) Franco Montenegro, noto trad-hater (nella foto). Ecco la parte interessante dello strambotto archiepiscopale, tratta dal sito della sua arcidiocesi; in mezzo a quantità ragguardevoli di aria fritta di nullo contenuto semantico ("essere audaci nell'usare la fantasia dell'amore...", "scoprire l'entusiasmo del nuovo, del più, dell'oltre"), riesce ad infilare qualche stoccata a chi sa lui.


Un tempo da riempire di vita e di speranza
[e magari anche da un po' di contenuti intelligenti]

[..] Come operatori pastorali, ministri e laici, conquistiamo il tempo e riempiamolo di senso; diamo la ‘tinta’ giusta alla nostra fede e troviamo il nostro posto nel Suo presepio, senza accontentarci di costruirlo; prendiamoci sul serio e prendiamo sul serio il nostro territorio, il mondo tutto, così come dice Etty Hillesum. Non accontentiamoci di fare qualcosa di buono e di utile. Il Bambino di Betlemme ci chiede molto di più: non per niente si è incarnato. Ci chiede di volare alto, spinti dal vento della speranza; di volere il cambiamento delle cose vincendo quella stanca rassegnazione che uccide il Vangelo; di essere costruttori gioiosi di futuro e non trascinatori sottomessi di nostalgie e di tempi passati; di essere audaci nell’usare la fantasia dell’amore che è capace di rivitalizzare le comunità e il territorio e di non essere i soliti ripetitori di parole e di riti che non convincono e non convertono; di saper parlare di legalità, di giustizia, di cittadinanza perché di esse parla il Vangelo e perché sono risposta alle gravi situazioni attuali e di non accontentarci di un vago e indecifrabile amore che non riesce a cambiare nè il cuore nostro né quello di chi avviciniamo; di sentire e far scoprire l’entusiasmo del nuovo, del più, dell’oltre e di non sentirsi appagati dalla rigida e sbiadita sufficienza che rassicura ma insieme degrada.
Accogliamo il nuovo anno, perciò. La sua buona riuscita non dipende dagli auguri che ci si scambia, ma sarà il risultato di un impegno voluto e condiviso. Sarà un anno interessante perché ritmato col tempo e le stagioni di Dio. La sua riuscita dipende da noi.
Stringiamoci attorno al Bambino Gesù, non come chi già conosce ciò che sta avvenendo, ma con la stessa meraviglia e curiosità dei pastori e, come loro, ritorniamo indietro a raccontare ciò che abbiamo visto. Gli altri, vedendoci e sentendoci, avranno la voglia di unirsi a noi. È l’avventura che ci viene chiesta in questo nuovo anno!
Buon anno! Buon Natale! E tanto gioioso impegno!
+ don Franco, Vescovo

martedì 28 dicembre 2010

Nuove (e vecchie) mazzate televisive di don Mazzi



Un bell'articolo di Gianpaolo Barra direttore de Il Timone tratto da La Bussola (vedi qui)
28-12-2010



Sabato 25 dicembre, Natale: di buon'ora, sul primo canale della Rai, va in onda la trasmissione Mattina in famiglia. Quando accendo il televisore, cinque ospiti stanno rispondendo alle domande di due conduttori. Che, a un certo punto, richiamandosi a una recente inchiesta dell’Economist sulla felicità, chiedono ai presenti: «A che cosa associate la felicità?».Una delle intervistate, Cristina, risponde: «Alla gioia, che per me è la fede. Cioè la consapevolezza di essere sempre accompagnata e di non essere mai sola: questo mi rende felice». Sobbalzo, rallegrandomi, perché pensieri di tal fatta non si sentono spesso in tivù. Davvero un bel modo di cominciare la giornata, mi sono detto, accingendomi a sentire che cosa avrebbe detto un altro dei presenti, un sacerdote noto, onnipresente in televisione, don Antonio Mazzi.«E tu, don Mazzi, quand’è l’ultima volta che ti sei sentito felice?», gli ha chiesto il conduttore. «Una settimana fa, quando è venuto da me un bambino di sette anni, che non aveva ancora fatto la prima comunione e mi ha detto: mi dai la comunione?, io glielo l’ho data, fregando così la Chiesa, i preti e tutti quanti (letterale)». M’ha preso un senso di sconforto. Risposta davvero “degna” di un ministro di Dio, mi son detto, mentre osservavo il sorrisetto pacioso, compiaciuto, del don Mazzi, appagato d’aver mostrato a tutti che lui della Chiesa e delle sue regole se ne fa un baffo. Anzi, “la frega”. E di aver fatto vedere, ma solo a quelli che di fede ne san qualcosa, che se n’è fregato anche dell’anima di quel bambino.Non è la prima volta che ascolto stramberie di don Mazzi. Tempo fa, sarà passato più di un anno, una domenica pomeriggio mi capita di vederlo intervistato da Pippo Baudo. Non ricordo di che cosa stessero parlando, ma una sua affermazione mi è rimasta impressa: «La Chiesa dovrebbe fare “più” carità e celebrare “meno” messe». Che è come dire: la Chiesa prega “troppo” e agisce “poco”. Questa volta, il compiacimento era anche del presentatore, che assentiva e avvalorava il concetto.Concetto che, detto da un prete, altro non mostra se non quanto poco abbia compreso del Dio cristiano e del suo ruolo di sacerdote. Ogni prete sa, o dovrebbe sapere, che non esiste niente, ma proprio niente, nell’universo intero, di più “caritatevole” della santa Messa. Che non esiste niente di più importante del sacrificio eucaristico, attraverso il quale ci viene elargita la più alta delle opere caritatevoli: quella della redenzione, della salvezza delle anime. È una verità, questa, che si può accogliere solo con gli occhi della fede. Per questo, non si può pretendere che sia condivisa da tutti, ma da un prete sì. Anche se il prete è don Mazzi, la cui “missione televisiva” sembra, talvolta, quella di dare mazzate a quella Chiesa che l’ha fatto sacerdote.

La musica sacra a servizio della verità


Di padre Paul Gunter, O.S.B.*

ROMA, mercoledì, 1° dicembre 2010 (ZENIT.org).- Al tempo in cui sant’Agostino scrisse «Qui cantat, bis orat – chi canta prega due volte», si poteva riconoscere facilmente quanto il carattere proprio della musica sacra la rendesse essenzialmente diversa da un semplice canto di gruppo, o da un’elegante performance da parte di un musicista esperto, ma di ambito secolare. La convinzione del fatto che la preghiera raddoppia se cantata invece che recitata, non era basata tanto sui meriti dello sforzo umano, quanto piuttosto sulla necessità di descrivere la dimensione numinosa all’interno della musica sacra, i suoi aspetti emotivi ed artistici, in quanto interfaccia dello scambio tra Dio, Datore di ogni dono, e la risposta d’amore dell’essere umano all’amore onnipotente del Signore.

Un amore più grande cercherà una qualità più alta e non soltanto una quantità più abbondante, e ciò avviene quando la perseveranza di un singolo o di un gruppo ha ottenuto un progresso in ambito musicale e ha sperimentato per ciò stesso la bellezza delle sue consolazioni spirituali. Sacrosanctum Concilium (SC) afferma che «la sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa» (n. 9) e aggiunge molto acutamente che «prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione»; inoltre al n. 10 chiarisce che «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa». La liturgia, pertanto, è precisamente la fonte della forza necessaria ad ogni opera apostolica. Lì dove la vita liturgica della Chiesa è lasciata al caso, la mancanza di coerenza nei suoi frutti diviene evidente. I musicisti liturgici devono essere valorizzati e supportati in tutti i modi possibili, se essi devono raggiungere un livello tecnico tale che permetta loro di comunicare, attraverso la musica sacra, la relazione con il mistero tremendo che è Dio. È questa percezione della santità di Dio, specificamente tratta dalla musica sacra, che forma un ponte che permette alle persone di far incontrare il loro desiderio di Dio col desiderio di conformare la loro vita alla Sua.

La musica sacra è preghiera ordinata a far elevare i cuori e le menti verso Dio. Al di là delle sfide rappresentate dalle preferenze personali o culturali, lo scopo della musica sacra è sempre la lode di Dio. La partecipazione attiva dell’assemblea dovrebbe essere ordinata a questo fine, in modo che non venga né compromessa la dignità della liturgia, né vengano oscurate le possibilità per un’effettiva partecipazione al culto divino. La actuosa participatio non esclude diversi livelli di partecipazione che, di per se stessi, indicano che la “partecipazione nell’atto” non è diminuita dal fatto che uno potrebbe non stare cantando ogni cosa in ogni momento. La musica sacra deve conformarsi ai testi liturgici e la musica devozionale deve ispirarsi a testi biblici o liturgici, curando in ogni caso di non nascondere le realtà ecclesiologiche della Chiesa. Papa Giovanni Paolo II lo ha spiegato ad alcuni vescovi degli USA, in occasione della loro visita ad limina nel 1998: «La partecipazione piena non significa che ognuno fa ogni cosa, poiché questo porterebbe a clericalizzare il laicato e a laicalizzare il sacerdozio; e questo non è ciò che il Concilio aveva in mente. La liturgia, come la Chiesa, deve essere gerarchica e polifonica, rispettando i diversi ruoli assegnati da Cristo e permettendo a tutte le diverse voci di convergere in un unico grande inno di lode». La musica sacra, perciò, nelle sue espressioni di fede religiosa, fedeltà testuale e misurata dignità, deve diventare un simbolo di comunione ecclesiale.

Il carattere di musica sacra non è diminuito quando essa è semplice, nella misura in cui la sua semplicità è nobile piuttosto che banale. L’uso diffuso, benché proibito, di musica secolare registrata e di canzoni “pop” ai funerali giustifica la presa di distanza di molti fedeli, che si mostrano estranei alla vita musicale della Chiesa. Canti “cultuali” dottrinalmente insipidi, che spesso prendono il posto di tesori liturgici con valore catechetico, con l’effetto che la cultura di musica ecclesiale in molte parrocchie è stata «condotta in un vicolo cieco nel quale si può dire sempre di meno circa il suo quo vadis» – questo è il modo in cui J. Ratzinger descrive la separazione della cultura moderna dalla sua matrice religiosa (A New Song for the Lord. Faith in Christ and liturgy today, Crossroad, New York 1996, p. 120).

Sacrosanctum Concilium ha detto che al canto gregoriano dovrebbe essere riservato «il posto principale» (n. 116) e che l’organo a canne «è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti» (n. 120). Mentre gli effetti delle interpretazioni antropologiche post-moderne sono intolleranti nei confronti di ogni tendenza a rifarsi al passato, le verità senza tempo e universali sono di beneficio alle persone di tutti i tempi e luoghi.

È necessaria un’efficace catechesi liturgica al centro della Nuova Evangelizzazione per favorire l’immersione dei fedeli nei misteri celebrati per ritus et preces – attraverso i riti e le preghiere (cf. SC 48). Il Motu Proprio del 2007, Summorum Pontificum, ha offerto un’opportunità determinante per il revival del canto gregoriano, in quei luoghi in cui esso era stato precedentemente praticato, nonché per il suo inserimento in contesti nei quali ancora non fosse conosciuto. Sarebbe triste, però, se per brama di comprendere tutto, l’uso del canto gregoriano nelle parrocchie fosse limitato alla celebrazione in «forma straordinaria», relegando così l’antico idioma di questo canto alla storia della Chiesa e a simbolo di polarizzazione. Tra le opportunità pastorali, non è chiedere troppo che le persone possano fare esperienza dell’universalità della Chiesa a livello locale, essendo capaci di cantare le parti che loro competono in latino (cf. SC 54). Questa è stata l’intenzione dei padri del Concilio. Con la dovuta moderazione e sensibilità pastorale, questa pratica si unirebbe armonicamente alle ricche espressioni della fede cattolica in vernacolo.

Infine, l’armonia ed ortodossia della musica sacra per un’efficace predicazione del deposito rivelato dipende dalla fedeltà del cristiano alla vita di grazia, in una più grande dedizione al vivere coerente, come la Regola di san Benedetto afferma tanto chiaramente: «Consideriamo, perciò, come dovremmo comportarci alla presenza di Dio e dei suoi angeli e manteniamoci […] in forma tale che le nostre menti siano in accordo con le nostre voci» (19,6-7).

[Traduzione dall’inglese di don Mauro Gagliardi;]
*Padre Paul Gunter, O.S.B., è professore al Pontificio Istituto Liturgico di Roma e consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Una 'straordinaria' prima Messa

Domenica 19 dicembre, il giorno successivo all'ordinazione di cinque novelli sacerdoti nella cattedrale di Albenga - per inciso, più di qualsiasi altra diocesi ligure - uno di questi, don Tomasz Jochemczyk, ha voluto celebrare la sua prima Messa nella forma straordinaria del rito romano nella parrocchia di Dolcedo, in cui ha svolto il ministero diaconale e di cui sarà ora viceparroco. Ecco qualche foto.


L'altare - e il Sindaco - in attesa del rito

L'arrivo dei chierici
 

Gli Araldi del Vangelo posizionano la Madonna di Fatima da loro portata
 

L'inizio della Messa
 

Suddiacono, Diacono, il novello Sacerdote e il prete assistente (da sin. a destra)
 

Ecce Agnus Dei




Le suore francescane dell'Immacolata baciano i palmi del neosacerdote
 
Foto per Messainlatino. Insieme a don Tomaso, Jose e Francesco (a sin.), Gabriele (a destra, davanti) ed Enrico (dietro)


Don Tomasz ci ha raccontato la storia della sua conversione. Polacco, lavorava da tempo come barman in un night club; quando, avendo saputo dell'arrivo un 13 maggio, per la prima volta in Polonia, della Madonna di Fatima pellegrina, è entrato nella Chiesa dove la statua si trovava per la venerazione dei fedeli. Vi è rimasto tutta la notte, per uscirne con la convinzione di volersi dedicare al sacerdozio. E ora il proposito si è realizzato.

Ispiranti le parole che il Parroco, don Giancarlo Cuneo, ha scelto per il saluto al novello prete, tratte dalle lettere pastorali del cardinal Siri. Eccone un assaggio:

Il nostro ufficio, quello che ci è intrinsecamente proprio, è di attendere alle Cose Sante. Noi siamo «in his quae sunt ad Deum» (Ebrei, V. 1). Le Cose Sante sono: il Divin Sacrificio, i Santi Sacramenti (tra i quali il più difficile ad amministrarsi, il più impegnativo è quello della Penitenza), i Sacramentali, l'Ufficiatura Divina, la preghiera dei singoli fedeli e di tutto il popolo, che noi dobbiamo incessantemente promuovere, guidare, elevare.
Questa è la nostra parte. Con essa si dà il necessario alla redenzione, al perdono dei peccati, alla salvezza eterna. In tale parte nessuno che non abbia il sacerdozio ci può sostanzialmente sostituire. In tale parte nessuno può mettersi alla pari con noi.
Però tale parte lega a Dio, al Suo servizio, alla Sua gloria quanto è in noi e qualunque possibilità della nostra vita.
Il sacerdozio non ha consacrato qualcosa di noi al servizio di Dio, bensì tutto, ed anzitutto l'intelligenza; infatti la prima obbedienza è intellettuale ed è obbedienza della mente alla parola di Dio od a quanto viene garantito direttamente o indirettamente dalla parola di Dio.
Le «Cose Sante» delle quali siamo i ministri alzano un limite invalicabile tra noi e quello che è profano. Qualunque atteggiamento esterno richiesto da ragioni contingenti non potrebbe mai legittimare un qualsivoglia distacco spirituale da questa nostra totale dedizione al servizio di Dio.

 Agiamo come se l'Ufficiatura Divina - quella che a noi si conviene per prima - durasse tutta la vita e come se ogni nostra azione, anche la più apparentemente neutra, ne facesse parte e fosse - come dovrebbe - assorbita dalla stessa Divina Liturgia. Non accettiamo ragionamenti o costumi che si addicono solo all'umana cecità ed all'umana debolezza. Non riteniamo mai che il miglior bene delle anime possa essere il frutto di un patteggiamento col diavolo. Rimaniamo sulla predella dell'Altare e se dovesse accadere a noi di trattare di cose umane che all'Altare direttamente non appartengono, facciamolo sempre senza abbandonare, quanto a intenzione, a dirittura ed a stile, la predella dell'Altare.


lunedì 27 dicembre 2010

Quella volta che Bartolucci scappò in lacrime.


Estratto di un'intervista di Rodari al card. Bartolucci. Il testo completo è a questo link.



[..]
Un cardinalato alla musica sacra, dunque. Così Bartolucci ha percepito la decisione papale. Perché? “Perché ho dedicato tutta la mia vita alla musica sacra ed è evidente che è lei che il Papa ha voluto in qualche modo riabilitare lo scorso 20 novembre. Una musica sacra troppo spesso vilipesa nella chiesa cattolica, abbandonata, scalzata da innovazioni inopportune e contrarie all’autentico spirito della liturgia, quello spirito che Benedetto XVI sta cercando di recuperare attraverso i suoi scritti e le sue celebrazioni. Si è voluti andare incontro al mondo senza accorgersi di cedere a esso e alle sue sirene”.

La vicenda artistica di Bartolucci inizia a Firenze nella sua prima giovinezza, quando affianca il suo maestro Francesco Bagnoli come organista nelle celebrazioni in Duomo. In seguito le sue precoci composizioni vennero mostrate a monsignor Raffaele Casimiri, illustre studioso palestriniano, che si recava di tanto in tanto a Firenze per svolgere delle ricerche. Maturò così l’idea di trasferire il giovane a Roma, dove le cappelle musicali erano in piena attività. Bartolucci divenne quasi subito vice maestro a San Giovanni in Laterano poi, nel 1947, direttore della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore. Infine nel ’56, dopo quattro anni trascorsi affianco a Lorenzo Perosi, Pio XII lo nomina direttore perpetuo della Cappella sistina. Come i predecessori, anche lui viene nominato “ad vitam”. Racconta ancora con dispiacere: “Cogli 80 anni mi misero di colpo a riposo… Dopo tanto lavoro non ebbi neppure modo di salutare il Santo Padre…”.

Sono ormai decenni che Bartolucci abita a Roma. In via Monte della Farina, vicino a piazza Argentina, dove la Cappella sistina ha sede. Il suo appartamento è colmo di ricordi. Foto, quadri, libri, musiche, tante carte e un vecchio grammofono Grundig che, dice, “lo aveva uguale Papa Giovanni e ha ancora un’acustica invidiabile. Ormai però non lo ascolto più; la sera preferisco guardare i concerti trasmessi sul satellite soprattutto dall’estero. Ogni tanto mi capita di vedere qualche messa in latino. C’è un canale che ne trasmette di bellissime dalla Francia. Ma sono bravi anche gli anglicani nel Regno Unito. Sono rimasto impressionato dalla liturgia cantata alla Westminster Abbey. Anche a Benedetto XVI credo sia piaciuta quando l’ha ascoltata lo scorso settembre. Alla fine è andato a porgere il suo saluto”.

La casa di Bartolucci trasuda storia e molte foto ingiallite dagli anni riportano il pensiero alla sua giovinezza: “Mio padre era un operaio di una fabbrica di laterizi a Borgo San Lorenzo, vicino a Firenze. Cantava sempre in chiesa, gli piaceva. Cantava anche le romanze di Verdi e di Donizetti. Sono cresciuto contornato dalla musica. Tutto il paese cantava. Ricordo gli stornelli dei contadini a casa e al lavoro. Il teatro del paese aveva due stagioni d’opera all’anno! Era un’altra vita”.

Dalle parole del cardinale si capisce che avverte un forte contrasto tra quegli anni e oggi. E il suo disappunto diviene esplicito e spontaneo soprattutto riguardo alla musica, senza necessità di incalzarlo con ulteriori domande. Dice: “Ricordo le funzioni in Sistina ai tempi di Papa Pacelli. Allora la musica costituiva parte integrante ed essenziale della liturgia: era la sua anima. Si sa quanto Pacelli amasse la musica e come spesso si riposava suonando il violino. Erano bei tempi”. Il Pontificato di Pio XII fu accompagnato quasi interamente dalla Cappella sistina diretta da Lorenzo Perosi. Bartolucci, infatti, venne nominato direttore perpetuo nel 1956: “Prima di diventare direttore sono stato quattro anni insieme a Perosi, come vice maestro. Lui abitava nel palazzo del Sant’Uffizio e lì spesso lo andavo a prendere. Passeggiavamo assieme sul lungotevere fino alla chiesa del Sacro Cuore del Suffragio dove facevamo visita al santissimo. Poi lo riaccompagnavo a casa”.

La musica sacra della chiesa cattolica subisce una grande rivoluzione dopo il Concilio Vaticano II. Racconta Bartolucci: “Il Concilio l’avrebbe voluto convocare anche Pio XII. Lo disse il cardinale Achille Silvestrini nel decennale della morte del cardinale Domenico Tardini. Si rese conto però che i numerosi focolai di rivolta presenti nella chiesa avrebbero potuto provocare un incendio proprio a Roma. Fu così Papa Giovanni XXIII dopo il Sinodo Romano convocò il Concilio. Sotto il suo pontificato la Cappella sistina poté finalmente essere ricostituita. Io stesso presentai un progetto di riforma generale e il Papa lo approvò pienamente. Ottenemmo la sede, l’archivio, un organico di cantori adulti fissi e stipendiati e soprattutto la schola puerorum dedicata esclusivamente alla formazione dei nostri ragazzi. Papa Giovanni apprezzava molto la Cappella. A Natale cantavamo nel suo appartamento con i bambini, davanti al presepe. Riguardo alla liturgia credo che non avrebbe cambiato nulla, ma poi morì. La riforma vera e propria con tutti i cambiamenti si fece sotto Paolo VI”.

Sotto il pontificato di Papa Montini e con il nuovo indirizzo liturgico si verificò di fatto la crisi della musica sacra. Bartolucci ricorda ancora una Pasqua in cui tornò a casa in lacrime. Dice: “Ci mandarono via dicendo che non doveva cantare la Sistina, ma il popolo. Fu una rivoluzione copernicana. L’abbandono del latino che il Concilio stesso non auspicava, fu di fatto promosso da molti liturgisti e così tutto il repertorio tradizionale di canto gregoriano e polifonia e di conseguenza le scholae cantorum furono additati come la cause di ogni male. Il motto era diventato quello di andare al popolo, senza capire le gravi conseguenze di questa banalizzazione dei riti e della liturgia. Io a questo mi sono sempre opposto e ho sempre sostenuto la necessità della grande arte in chiesa a nutrimento e beneficio proprio del popolo. Si è pensato che partecipare volesse dire cantare o leggere qualche cosa e così si è disattesa la sapiente pedagogia del passato. Paradossalmente anche tutto il repertorio di canti devozionali che il popolo sapeva e cantava è scomparso. Anni fa, ad esempio, quando il popolo assisteva a una messa da morto, sapeva cantare con devozione il Dies Irae e ricordo che tutti si univano per cantare il Te Deum o le antifone alla Madonna. Oggi a stento si trova qualcuno in grado di farlo. Molti, oggi, per fortuna, seppure un po’ in ritardo, iniziano a rendersi conto di quello che è successo. Bisognava pensarci allora, prima di procedere con tanta presunta sapienza in favore di una moda. Ma sa, allora tutti rinnovavano, tutti pontificavano. Per fortuna il Santo Padre sta dando indicazioni molto precise riguardo alla liturgia e speriamo che il tempo aiuti le nuove generazioni”.

La Cappella sistina dopo il Concilio ha comunque continuato ad avere un’importante attività poiché Bartolucci ha voluto promuoverne le esecuzioni anche in sede concertistica. “Con la Sistina ho girato il mondo e proprio nei concerti ho potuto sentirmi libero di programmare i capolavori che non era più possibile eseguire all’interno della liturgia, in primis le opere di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Giuseppe Verdi lo definisce il “padre eterno” della musica d’occidente. L’ho detto già una volta in un’intervista: ‘Palestrina è il primo patriarca che ha capito che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni della scrittura fiamminga’. Non a caso il Concilio di Trento ha fissato i canoni della musica liturgica proprio guardando a lui. Non c’è autore che tratta e rispetta il testo sacro come Palestrina. Io per quel che ho potuto ho cercato di rifarmi a questo stesso spirito, alla solidità del canto gregoriano e della polifonia palestriniana. Per questo ho potuto continuare a scrivere musica nel solco della tradizione della Scuola romana”.
[..]

Una risposta ad Andrea Tornielli

Andrea Tornielli ha scritto sul suo blog un post assai polemico contro il ‘protestantesimo tradizionalista’, ossia contro i tradizionalisti rei di essere critici verso Roma e il Papa, questo Papa che ha moltiplicato i gesti di apprezzamento e di apertura verso la Tradizione. Sinceramente ci è spiaciuto questo intervento di Tornielli, giornalista che stimiamo. Ma cercheremo comunque di accogliere alcuni suoi appunti come una correzione fraterna, senza rispedirli altezzosamente al mittente, ma non senza chiarire le nostre ragioni.

Due, apparentemente, le cause prossime della sua intemerata: la prima, una valutazione critica (e a nostro avviso parzialmente errata nei presupposti di fatto) del volume di de Mattei sul Concilio; la seconda, una reazione al commento (nostro e dei lettori) all'intervista fatta da Tornielli al cardinal Canizares, il quale ci è parso arrendevole in merito alla tanto attesa riforma della riforma; della quale lo stesso Tornielli riferiva nelle domande (molto ben poste, per inciso) che è diventata argomento ‘impronunciabile’ in Vaticano

Quel che più spiace nell’articolo in questione è che, nell’impeto critico, si sia fatto di tutt’un’erba un fascio. Chi legge è portato impercettibilmente a pensare che siti dichiaratamente e passionalmente ratzingheriani come questo (o perfino il papa Ratzinger blog: figuratevi!) siano covi di ingrati sedevacantisti sempre insoddisfatti e critici. O che altrettale possa essere un de Mattei. Intendiamoci: non che Tornielli lo pensi; ma quella è l’impressione che lascia la lettura del suo articolo.

E allora, chiariamolo una volta per tutte. Nonostante i lettori estremisti che trovano spazio in ogni blog che abbia una policy liberale in fatto di commenti (e quello di Tornielli è tra questi, quindi egli può capirci molto bene), la gran parte dei tradizionalisti, e quelli italiani in particolare, sono legati visceralmente alla Chiesa ed al Papa; e a questo Papa specialmente, al quale noi pure abbiamo cercato di mostrare tutto l’affetto e la stima – non disgiunti dalla riconoscenza, accresciuta dalle tempeste che per amor della Tradizione egli ha dovuto affrontare – fino ad arrivare a scrivere di non dubitare che egli sarà a buon diritto nominato Dottore della Chiesa. Si veda, tra l'altro, la ricerca di PierLuigi Zoccatelli sui tradizionalisti: oltre il 90% ha detto di avere fiducia nella Chiesa. Siamo o non siamo, dunque, fedeli al S. Padre, almeno secondo questa rilevazione?

Forse ci vorrebbe un po’ più di comprensione verso quel mondo che chiamiamo tradizionalista (termine che rivendichiamo, anche perché d’uso universale fuori d’Italia per chi è legato alla liturgia di sempre, e soprattutto utilizzato da S. Pio X nella Notre charge apostolique). In fondo, le battaglie e i problemi segnalati da decenni da questo settore del cattolicesimo, pur con tutti i suoi limiti e alcuni eccessi, si sono rivelati sempre più fondati, come dimostra l'azione di questo Papa e, prima ancora, le sue parole da cardinale (una selezione delle quali, talora nettissime, trovate a questa pagina). Colpisce invece nelle parole di Tornielli una visione troppo semplicistica: da una parte il Papa, i suoi collaboratori e i pii vescovi che fanno di tutto efficacemente per eliminare abusi liturgici ecc.; dall'altra parte un gruppo sbracato di tradizionalisti perennemente insoddisfatti e acidamente critici. Ci sono anche questi ultimi, per carità: accettiamo l’appunto, e doverosamente lo riferiamo anche a noi stessi: tutti possiamo debordare. Tuttavia, la realtà sul campo appare piuttosto quest'altra: il Papa e la Curia (anzi, solo una parte di questa), pur con le migliori intenzioni, non riescono a far passare il ‘messaggio’, e i fedeli e i giovani preti che su quel messaggio contano restano dispersi e bastonati, perché la stragrande maggioranza del clero, specie quello in posizioni di responsabilità, appartiene alla generazione conciliare ed è ancora immersa nella mentalità degli anni Sessanta, Settanta e se va bene Ottanta. Si continuano a divellere altar maggiori e balaustre (sembra quasi ci sia un’accelerazione, ora che c’è il rischio che tornino ad essere usati); a ciurlar nel manico coi dogmi della fede; a costruire chiese-garage; e se anche fosse vero che di abusi ce ne son meno (magari!), il problema non sono tanto quelli, ma la sciatteria liturgica elevata a regola: minimalismo, liturgia eucaristica schiacciata dalla verbosità, preghiere dei fedeli lunghe, inutili e burocratiche, ecc. Pochi abusi eclatanti, forse, ma graduale perdita di senso e d’importanza per quello che dovrebbe essere il centro e l’alimento della vita cristiana, e che è invece divenuto sciapo sostentamento che fatica a trasmettere la fede: perché val più a ‘somatizzare’ la fede l’inginocchiarsi alla comunione, che cento omelie.

Per quel che riguarda Canizares, ci permettiamo di rivendicare libertà di giudizio anche nei confronti di chi più stimiamo, e proprio perché lo stimiamo. Sarà un limite nostro, ma non abbiamo ancora capito quali sono le linee di questo atteso movimento liturgico di cui il cardinale spagnolo ha parlato (e per ora solo parlato…). Il movimento liturgico all’inizio del ‘900 aveva proposto linee di riforma precise (concelebrazione, lingue nazionali ecc), ma da Canizares non abbiamo afferrato quali possano essere le modifiche attuabili dell’attuale liturgia (curioso il fatto che essa sia posta in discussione dopo 40 anni dalla promulgazione, ma non divaghiamo…). Facciamo così: entriamo nel merito e poniamo qualche domanda semplice semplice: è meglio il nuovo o l'antico offertorio? E’ proficuo celebrare rivolti al popolo? le preghiere dei fedeli sono momenti di elevazione spirituale? è bene aver eliminato le preghiere ai piedi dell'altare? è giusto aver soppresso l'ultimo Vangelo, considerato la guglia più alta della Scrittura? E' utile aver introdotto il segno della pace? E’ stato opportuno togliere di fatto la possibilità di una Messa cantata, o sostituir la chitarra all’organo? Perché il confiteor, pur previsto come opzione dal messale, è praticamente sparito? ecc. ecc. E se le risposte son quelle che pensiamo, passiamo alla fase due: e allora, che si deve fare?

La chiamiamo Messa di sempre. Qualche motivo c'è: da un lato un venerabile rito antico di 1500 anni, costruito sulla santità di Padri della Chiesa e Dottori della Chiesa; dall’altro una liturgia che così com’è non viene difesa più da nessuno, Papa in testa.

Sul libro di de Mattei. Si ha l’impressione che questo libro venga letto (o dato per letto: ma questo inciso non vale certo per Tornielli) con il pregiudizio che deriva dalla interpretazione assai parziale di Introvigne, che lo ha dipinto come contrario all’ermeneutica della continuità. Ora, questa esegesi ‘di rottura’ del libro di de Mattei è già in insanabile contraddizione con la chiusa del libro che invoca un chiarimento magisteriale: se davvero si ritenesse il Concilio incompatibile con la dottrina della Chiesa, che senso avrebbe chiedere al Papa (non di ‘condannare’ tout court il Concilio ma) di sciogliere i problemi interpretativi? E soprattutto, leggiamo il libro: non si troverà alcuna espressione di attacco a questo o a quel pontefice o al loro magistero, bensì la semplice narrazione di fatti, come è compito dello storico; se poi dai fatti traspaiono errori di valutazione dei papi, dovranno forse esser nascosti sotto il tappeto? O il mero fatto di inserirli in un libro storico è delitto di tentato protestantesimo? Tanto più che le osservazioni di de Mattei rientrano indubbiamente nel campo delle 'libere interpretazioni' lecite; disputabili fin che si vuole, ma lecite. Nessun delitto, quindi, di lesa maestà o di ....leso Magistero.

La questione da porsi è dunque: le cose scritte da de Mattei sono vere oppure no? Il problema del Concilio Vaticano II è molto complesso e non lo si può liquidare semplicisticamente accusando di protestantesimo chi quel problema si pone. Vedere tutta la storia della Chiesa con gli occhiali rosa ci sembra segno di un deleterio clericalismo, per cui ogni scelta di ogni papa o concilio, anche la più umana e contingente, è sempre la migliore possibile. Ecco: questo clericalismo è davvero un aspetto preconciliare da rigettare, come peraltro abbiamo fatto noi tradizionalisti post-conciliari.

E concludiamo con una considerazione di maggior respiro. Gli ottomani sono alle porte di Costantinopoli, e noi discutiamo di sesso degli angeli (continuità o no; Lefebvre ribelle oppure vero obbediente, come fu l'Athanasius contra mundum condannato da tutta la Chiesa arianeggiante). Il vero problema è il neomodernismo che segna nuovi punti (certo non nel Magistero, che pochi però seguono o leggono: sul terreno); è la fede che si spegne come un lumicino (parole di Benedetto XVI); è l’apostasia dell’Europa (dixit Giovanni Paolo II), e non solo di quella. La Tradizione è l’arma più forte contro questi problemi, è il bastione e il baluardo dell’ortodossia. Questo non vuol dire gettare semplicemente a mare il Concilio e quel che ne è seguito; significa invece riappropriarsi di uno strumento il cui oblio temporaneo ci ha gettato nel caos in cui ci troviamo. Visto che sia noi tradizionalisti, sia i ‘conservatori’ (passateci il termine) come Tornielli ed Introvigne, condividiamo l’obbiettivo di sostenere e fortificare la Chiesa, non sarebbe più proficuo rispettarsi, intendersi, e combattere insieme?

domenica 26 dicembre 2010

Nella Santa Messa Gesù rinnova la sua nascita




NELLA SANTA MESSA GESÙ RINNOVA LA SUA NASCITA






La Chiesa cattolica canta per tutta la terra il dolce mistero della nascita di Cristo. "In quel giorno la soavità scenderà dalle montagne e le colline stilleranno latte e miele". Nel giorno di Natale, Colui che è la sorgente di ogni dolcezza, ha addolcito tutto portando dal Cielo la vera gioia, ha annunciato la pace agli uomini di buona volontà, ha consolato gli afflitti; in breve, col suo felice avvento ha riempito l'universo di benedizione.

Quale immensa gioia provò l'eterno Padre quella notte in cui vide nascere, dalla Vergine Maria, il Figlio amatissimo che Egli aveva generato prima di tutti i secoli! Che delizia fu per il Figlio avere una Madre in terra e un Padre nel Cielo!

Che felicità per lo Spirito Santo quando Colui per il quale era unito a Dio Padre da tutta l'eternità, con il legame di un indissolubile amore, si incarnò con la sua cooperazione e riunì in una stessa persona la natura divina e l'umana. Di quale soavità non foste inondata voi, o Maria, quando, nel contemplare Gesù, pensaste che Egli non era soltanto Figlio vostro, ma ancora Figlio di Dio! Quanto furono privilegiati gli uomini di allora che poterono vedere coi loro occhi quel Bambino di benedizione! quanto dovettero essere lieti e commossi quei pastori ai quali gli angeli annunciarono la sua nascita! E come si affrettarono ad andare a Betlemme per adorarlo! Chi potrà descrivere la felicità dei pii israeliti al giungere di questo giorno affrettato dai loro desideri, all'annuncio che fu dato loro da Simeone e da Anna che la promessa così lungamente attesa era finalmente compiuta? La loro felicità e incommensurabile e degna di considerazione, ma la nostra sorpassa la loro, poiché ogni giorno possiamo contemplare con gli occhi della fede il dolce Bambino Gesù e partecipare continuamente alla gioia della sua nascita! "Le parole del Vangelo e delle profezie ci infiammano talmente - dice un santo papa - che ci sembra di onorare la nascita del Salvatore, non come un avvenimento ormai passato, ma come se fosse attuale, perché noi pure riceviamo l'annuncio degli angeli ai pastori: "Ecco che vi annuncio una grande gioia: oggi è nato il Salvatore". Tutti i giorni, volendo, possiamo assistere a questa beata nascita nella santa Messa, nella quale è rinnovata e continuata. Questa è pure la dottrina di santa Ildegarda: "Quando il pane e il vino sono cambiati nel Corpo e nel Sangue di nostro Signore - dice nelle sue Rivelazioni - la nascita del Salvatore appare come in uno specchio". Questa testimonianza conferma le mie parole e prova sufficientemente che il Cielo prende viva parte a questo grande atto, compiuto ormai da duemila anni. Desiderate sapere da chi e come nasce Gesù Cristo? Ascoltate san Girolamo: "I sacerdoti chiamano Gesù Cristo alla vita per mezzo delle loro labbra consacrate ". E come se il santo Dottore dicesse che Gesù Cristo nasce dalle labbra del sacerdote quando pronuncia le parole della consacrazione. Il papa Gregorio XIII afferma la stessa cosa, quando raccomanda ai sacerdoti prima di salire all'altare di dire: "Voglio celebrare la santa Messa e formare il Corpo e il Sangue di nostro Signor Gesù Cristo". La Chiesa fa ancora di più quando ci ordina di cantare il cantico che gli angeli fecero echeggiare nella notte di Natale: "Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini di buona volontà". Non sembra anche a voi di ricevere, come i pastori, il messaggio dei celesti spiriti? "Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato il Salvatore. Troverete il Bambino avvolto nelle fasce e coricato in una mangiatoia". Immaginate che il vostro angelo custode vi dica: "Rallegrati, figlio mio, il Salvatore sta per nascere nuovamente per la tua salute e lo vedrai sotto la forma della santa Ostia". Ma anche se il vostro angelo non vi parlasse così, la fede vi insegna che il fatto è questo. Che fortuna per voi se ci credete fermamente! E quale immensa gioia vi è riservata se vi comporterete con il divino Fanciullo come coloro che furono degni di contemplarlo con gli occhi del corpo! Nelle antiche leggende si racconta di un santo personaggio che di tanto in tanto, quando il SS. Sacramento era sull'altare o innalzato fra le mani del sacerdote, lo vedeva prendere la forma di un piccolo fanciullo. Nella Vita dei Padri leggiamo la relazione di un fatto simile che avvenne durante la Messa di un sacerdote chiamato Plego. Ma ciò che allora appariva agli occhi carnali, può essere percepito ogni giorno dal nostro occhio spirituale e dappertutto, dove si dice la santa Messa. San Luigi informato di un prodigio di questo genere che si ammirava in quei giorni nei dintorni di Parigi, rispose alle persone che lo esortavano ad andarlo a vedere: "Possono andarci quelli che non credono, io vedo Gesù vivente tutti i giorni alla Messa". Cito questa risposta, ispirata a una fede profonda, per mostrarvi che noi possediamo Gesù presente sull'altare, presente dico, non in una maniera immaginaria o puramente spirituale, ma realmente e corporalmente. Insomma lo stesso Gesù che è nato dalla santa Vergine a Betlemme e che i Re Magi hanno adorato. Gli accidenti soltanto ci impediscono di vederlo fisicamente, ma il nostro occhio interiore, rischiarato dalla fede, squarcia il velo e ci convince della reale presenza. Le ragioni per le quali Gesù si nasconde sono molte; la principale è quella di farci esercitare molto la fede e procurarci così un' occasione di merito. E per confermarci in questa stessa fede, in molte circostanze si è mostrato ai cristiani ed anche ai giudei ed agli idolatri.


Prodigi che rivelano la presenza reale di Gesù nel sacramento dell'altare


Alberto Kranz racconta che Carlo Magno aveva combattuto molti anni contro i Sassoni, per il desiderio di strapparli all'idolatria. Questi barbari vinti ed anche battezzati erano pur sempre eccitati all'apostasia dal loro capitano Wittikindo. Per la dodicesima volta, l'imperatore compariva in Sassonia con numerose truppe: era in tempo di quaresima e quando giunse la Pasqua comandò a tutta la sua armata di prepararsi devotamente per ricevere la Comunione. La festa fu celebrata al campo imperiale con molta pietà. Wittikindo aveva un gran desiderio di vedere la magnificenza del culto cristiano e per raggiungere il suo scopo lasciò i suoi abiti preziosi, si copri di cenci e andò da solo al campo chiedendo l'elemosina come un mendicante qualunque. In tal modo il Venerdì santo poté osservare che l'imperatore e i suoi soldati visibilmente contriti digiunavano rigorosamente e pregavano con fervore. Li vede poi confessarsi e prepararsi alla Comunione. Il giorno di Pasqua assistette alla Messa e quando il sacerdote fu arrivato alla Consacrazione, Wittikindo vide fra le sue mani un bambino incomparabilmente bello e si sentì preso da un'ineffabile dolcezza. Per tutta la funzione non cessò di guardare il celebrante e quando i soldati andarono alla santa Comunione vide con grande meraviglia che ognuno di loro riceveva un bambino che, però, da qualcuno andava con grande gioia, mentre non voleva andare da altri dibattendosi con le mani e con i piedi, benché fosse costretto a sottomettersi.

Il capitano Wittikindo non poteva riaversi dalla meraviglia che questo inaudito mistero gli suscitava. Dopo la funzione usci dalla chiesa, si confuse coi poveri e tese la mano a quelli che uscivano dal luogo santo. L'imperatore dava ad ognuno qualche cosa, ma quando fu davanti a Wittikindo, uno dei suoi servi, che l'aveva riconosciuto dal dito storpio, l'avverti: "Perché il capo dei Sassoni si nasconde sotto l'apparenza di un mendicante?", esclamò Carlo. Wittikindo si spaventò al pensiero di essere accusato di spionaggio e rispose subito: "Sire, non interpretate male la mia condotta; se ho agito così è stato all'unico fine di assistere liberamente alle funzioni dei cristiani". "Che hai visto?", soggiunse l'imperatore. "Un prodigio tale di cui non ho mai sentito parlare e che non so neanche spiegare". Raccontò allora quello di cui era stato testimone il Venerdì santo, quello che aveva visto alla Messa di Pasqua e domandò il significato di un fatto così straordinario. L'imperatore, meravigliato che Dio avesse accordato, ad un pagano indurito, una grazia così insigne, negata a tanti santi, quella cioè di vedere il Bambino Gesù nell'Ostia, gli spiegò il motivo della tristezza del Venerdì santo e del digiuno, della confessione e della Comunione. Questa spiegazione toccò talmente il cuore di Wittikindo che abiurò il paganesimo e dopo essersi fatto istruire, ricevette il Battesimo. Non contento di tutto questo condusse con sé dei sacerdoti che a poco a poco convertirono al cristianesimo il Ducato di Sassonia.

questa storia è bene indicata per ravvivare la nostra fede nella presenza reale di Gesù nell'Ostia. Gesù Cristo rende invisibile ai nostri occhi prevaricatori la sua bellezza ma non già agli occhi di Dio e dell'esercito celeste. Ad ogni Messa Egli appare in un tale splendore che la SS. Trinità ne riceve una gloria infinita e la beata Vergine Maria, gli angeli e i santi ne provano gioia ineffabile, come ha rivelato Gesù Cristo al beato Alano de La Roche.




Adorazione degli angeli


Quando gli angeli vedono Gesù nell'Ostia, si inginocchiano umilmente davanti a Lui e lo adorano con lo stesso rispetto che ebbero davanti alla mangiatoia, compiendo per la seconda volta la profezia applicata da san Paolo al mistero di Natale: "quando Dio introdusse sulla terra il suo Figliolo, disse: "Lo adorino tutti gli angeli". Questi celesti spiriti, presi da un santo timore, come canta la Chiesa nel Prefazio, si uniscono in una comune allegrezza per lodare e celebrare la maestà divina. Uniamoci a loro ed esaltiamo il dolce Gesù che ad ogni Messa rinnova lo stesso mistero per farcene più largamente partecipi. Nessun essere umano potrebbe degnamente spiegare una così sublime verità e solo la scienza degli angeli sarebbe sufficiente, perché essi soli vedono le delizie che la celebrazione della Messa procura a tutto il Cielo. Per noi è impossibile concepire la gioia che ne prova la divinità.

La SS. Trinità, senza acquistare, né perdere niente di se stessa, attinge tutta la sua bellezza dall'unione delle sue tre Persone distinte in una comune essenza. Lo Spirito Santo dice della Sapienza increata, cioè del Figliolo di Dio: "Essa è lo splendore della luce eterna, lo specchio senza macchia della maestà divina, l'immagine della sua bontà". Questo specchio da tutta l'eternità è davanti agli occhi del Padre, che si contempla gustando una felicità infinita. Egli si vede quale è attualmente e quale rimarrà eternamente, cioè il Signore grande, glorioso, sapiente, onnipotente, bello e ricco e tutto ciò in un grado infinito. La contemplazione incessante della sua fedele immagine è per Lui un godimento così soave, così perfetto che costituisce da solo la sua completa beatitudine. Questo stesso specchio immacolato fu posto nuovamente sotto i suoi occhi alla nascita di Gesù, perché Egli è ricoperto dalla più nobile natura umana, adorno di ogni virtù e sfavillante di tutte le perfezioni. A questa vista, il Padre celeste provò, a nostro modo di dire, nuove delizie alle quali fece partecipare tutta la corte celeste. Ed è perciò che i celesti spiriti, nella notte di Natale, cantarono un inno così melodioso che la terra ne fu rapita ed i pastori trasalirono di allegrezza. E ripetendo Gloria in excelsis i cori celesti si affrettarono verso Betlemme, si prostrarono davanti al neonato ed adorarono la sua divinità. Quello che è successo visibilmente una volta sola si rinnova ogni giorno sull'altare dove il Figlio unico di Dio nasce dalle parole del sacerdote e si fa di nuovo uomo. Non si crea certamente un nuovo Gesù, ma si moltiplica la presenza reale di Gesù Cristo. La sua umanità, riprodotta in virtù della transustanziazione si trova lì dove non era prima e resta realmente sotto le specie della santa Ostia, finché le specie si conservano incorrotte. Dico finché si conservano incorrotte, perché quando cominciano a corrompersi Gesù Cristo si ritira. Ciò è tanto vero che se Gesù Cristo non esistesse che sotto queste specie e queste fossero distrutte, Egli sparirebbe con esse e non ci sarebbe più Gesù né in Cielo né in terra.





L'Eucaristia glorifica il Padre


Quando il Verbo fatto carne nasce di nuovo per mezzo delle parole del sacerdote, quando questo specchio di giustizia è innalzato dalle mani del sacerdote e presentato a Dio dal celebrante e dal popolo, quali saranno le gioie e le delizie che risentirà il Padre celeste? Lingua umana non può descriverle, perché la nostra intelligenza non è in grado di comprenderle, ma certamente non sono inferiori a quelle che Egli gustò nella notte di Natale, perché tanto nell'uno che nell'altro caso ha sotto gli occhi Colui del quale ha detto: "Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho posto tutte le mie compiacenze" Ma ecco la differenza: Gesù di Betlemme era ricoperto di una carne mortale, mentre nella santa Ostia il suo glorioso corpo, adorno delle sue sacre piaghe, come da cinque pietre preziose, è immortale. A Betlemme nacque corporalmente, mentre sull'altare nasce in maniera mistica e reale insieme.

Queste delizie sorpassano tutte quelle che l'Altissimo gusta nelle lodi degli angeli, nelle adorazioni dei santi, nelle buone opere degli uomini, essendo la santissima umanità di Cristo, unita ipostaticamente alla divinità, la sola capace di onorare ed amare la SS. Trinità, secondo la sua infinita amabilità. Possono darcene un'idea le parole che nostro Signore disse a santa Matilde: "Io solo so e comprendo perfettamente come mi immolo ogni giorno sull'altare, per la salute dei fedeli, cosa che non possono comprendere interamente né i Cherubini, né alcun'altra potenza celeste". Sì, soltanto Gesù Cristo conosce quanto il suo amore e la sua oblazione quotidiana siano graditi a Dio nella Messa. Egli compie questo doppio ministero di amante e di vittima con una suprema soavità ed una compiacenza che sorpassa ogni intendimento. L'intero cielo ammira con occhi pieni di sorpresa e con cuore estasiato, senza poter misurare l'estensione della gioia divina. E poiché questo si riproduce ogni giorno, ad ogni ora, chi potrà calcolare l'incommensurabile effetto di tante migliaia di Messe? O mio Dio, la tua felicità mi rapisce e i miei desideri si riducono ad uno: che tanta felicità non sia mai turbata dall'indifferenza di coloro che assistono a questo augusto Sacrificio! O Gesù, ti prego di volere, ad ogni Messa, amare e letificare, per me, la SS. Trinità e di supplire sovrabbondantemente all'amore che ho trascurato di testimoniarle e alla gioia che avrei dovuto procurarle.


L'Eucaristia, fonte di frutti salutari


Vediamo ora quali salutari frutti riceve il mondo peccatore dalla nuova nascita di nostro Signore. Isaia profetizzava così la venuta del Messia: "Ci è nato un Bambino, ci è stato dato un figlio". Possiamo dire lo stesso, dopo ogni consacrazione: "Ci è stato dato un Bambino!". Che ricco dono! Che dono prezioso! Questo Bambino è veramente il Figlio del Padre onnipotente, viene da un lontano paese di gioia, dal celeste paradiso, fertile in delizie. Egli ci porta immense ricchezze: la grazia e la misericordia divina, la purezza, il perdono e la remissione delle pene, il miglioramento della vita, il favore di una buona morte, l'accrescimento della gloria celeste, il beneficio del nutrimento temporale, una protezione sicura contro il peccato e lo scandalo e tutte le divine benedizioni. Egli è pronto a prodigare questi tesori a tutti quelli che ascoltano la Messa con pietà.

Consideriamo attentamente il testo di Isaia e vi troveremo un altro insegnamento. Il profeta dice chiaramente: "Ci è nato un Bambino, ci è dato un figlio". Che cosa significano queste parole applicate alla nascita sacramentale di Gesù, se non che Egli diviene nostra proprietà con tutto quello che è, con tutto ciò che possiede e con tutto quello che opera sull'altare? Così sono nostri l'onore, le azioni di grazie, le soddisfazioni, gli omaggi che Egli offre alla Santissima Trinità. Che immensa consolazione, dunque, è per colui che ascolta la Messa, il sapere che non solamente gli appartiene il santo Sacrificio, ma lo stesso Gesù! Se nella notte di Natale foste stati nella grotta di Betlemme, certamente avreste preso il Bambino Gesù nelle braccia, lo avreste offerto al suo eterno Padre e innalzandolo verso di Lui, lo avreste pregato di abbassare sopra di voi, per amore di questo diletto Figlio, i suoi sguardi di misericordia. Dubitate forse che non vi avrebbe ricolmato delle sue grazie? No, ebbene fate altrettanto alla Messa, specialmente nell'Avvento e nelle feste di Natale; recatevi in spirito all'altare, prendete Gesù fra le braccia e offritelo al Padre suo.





Annientamento di Gesù nella S. Eucaristia


Resta ancora da trattare un punto importantissimo e cioè che il Salvatore nasce sull'altare in una maniera mistica e prende una forma tanto umiliante da meravigliare il Cielo e la terra.

La sua prima Incarnazione e la sua prima nascita sono descritte da san Paolo in termini chiari: "Fratelli miei - dice il grande apostolo - dovete avere i medesimi sentimenti che ebbe Gesù Cristo. Egli, essendo in forma di Dio, non ha ritenuto come un'usurpazione questa sua uguaglianza, eppure si è annientato prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini e giudicato all'esterno come uomo. Si è abbassato e si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di Croce"

Chiunque rifletta sulla nascita mistica del Salvatore vi troverà un'umiliazione ancora più grande. Perché se a Betlemme era simile agli altri bambini, o meglio se aveva la forma del più bello dei bambini, sull'altare si annienta sotto le apparenze del pane. Chi mai sentì parlare di un tale abbassamento? Gesù Cristo può dire veramente col profeta re: "Sono un verme della terra e non uomo, oggetto di scherno per gli uomini, di disprezzo per il popolo". Chi bada a questa minima particella? Chi l'adora? Chi gli rende gli onori divini? Ohimè! quasi nessuno! quanto e come nostro Signore si abbassa, come si sottrae agli onori che sono dovuti alla sua presenza! Dov'è la sua gloria, la sua onnipotenza? Dove l'imponente maestà che fa tremare la corte celeste? Vi ha rinunciato per abbandonarsi al disprezzo. Egli è il Verbo di Dio e non può articolare una parola; ha creato il firmamento e non può muovere né il piede, né la mano; l'universo stesso non può contenerlo e si è rinchiuso come prigioniero in una piccola Ostia! Nel Cielo è assiso su di un trono abbagliante, sui nostri altari è giacente, legato come l'agnello del sacrificio. Quale annientamento! Incomparabile amore che ha ridotto in questo stato l'amante dell'anima umana. Ma questo non è tutto: si assoggetta alla volontà di ogni sacerdote e non soltanto di quelli pii, ma anche degli indifferenti e dei tiepidi e si abbandona fra le loro mani fino al punto che essi possono disporre di Lui a loro piacere. Grande meraviglia! Non rifiuta di essere benedetto da loro, benché, come dice san Paolo: "L'inferiore riceve la benedizione del superiore". Come mai Gesù Cristo, infinitamente superiore al sacerdote, consente di essere benedetto da lui? E un fatto che il sacerdote benedice la santa Ostia fino a quindici volte dopo la Consacrazione, proprio quando è divenuta il vero Corpo e il vero Sangue del Salvatore,! quando Giovanni incontrò Gesù sulle rive del Giordano esclamò: "Io devo essere battezzato da te, e tu vieni a me?". Grande e tremenda lezione per i sacerdoti! Essi dovrebbero dire al Salvatore: "Signore Gesù, sono io che ho bisogno di essere benedetto da te e tu vuoi ricevere la benedizione di un peccatore!". Non certo come uomo il sacerdote traccia il segno della croce sulla santa Ostia, ma egli pronuncia la benedizione di Dio Padre. Non è sorprendente che Dio si serva di un uomo per benedire il più santo degli olocausti! Perché il Salvatore si umilia così? Ascoltate ed ammirate. Una delle ragioni principali è quella di disarmare la collera di Dio e di allontanare il castigo che minaccia il peccatore. Non vi è miglior mezzo per placare il proprio nemico che umiliarsi davanti a lui, implorando il suo perdono. Ne abbiamo un notevole esempio a proposito dell'empio Acab. Elia annunciò a questo principe che il Signore, giusto vendicatore dei delitti suoi e della sua famiglia, lo avrebbe punito con morte violenta insieme alla moglie e ai suoi bambini, che nessuno di loro sarebbe stato sepolto e che i loro corpi sarebbero stati divorati dai cani. A questa notizia Acab si stracciò gli abiti reali, si rivestì di cilicio, si copri con un sacco grossolano e si allontanò a testa bassa. Allora Dio disse ad Elia: "Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me?". "Sì", rispose il profeta. Il Signore riprese: "Giacché si è umiliato per me, non gli farò male durante la vita e soltanto alla sua morte mi vendicherò sulla sua famiglia".

Se questo empio re di cui, secondo la testimonianza dei Libri santi non e mai esistito uno simile" è riuscito, con la sua umiltà, a far sì che l'onnipotente Iddio revocasse la terribile. sentenza pronunciata contro di lui, che cosa Gesù, così umiliato sugli altari, non otterrà mai dal Padre celeste? Lo stato in cui si riduce per i peccatori che, per la malizia e l'orgoglio, hanno meritato un giusto castigo, non è mille volte più commovente di quello di Acab? Si spoglia delle vesti di gloria, per nascondersi sotto le apparenze della santa Ostia, come sotto un duro cilicio: non si allontana con la testa china, ma sull'altare sta in atteggiamento di un verme della terra e, dal fondo del cuore, scongiura il Padre suo, con grida supplichevoli, di perdonarci e risparmiarci. Davanti a un tale spettacolo Dio non dirà dunque ai suoi angeli: `Avete visto come il Figlio mio si è umiliato al mio cospetto?". E gli angeli risponderanno: "Sì, o Signore e noi siamo confusi per tanto abbassamento!". "Poiché mio Figlio si è così annientato per amore dei peccatori, - aggiungerà il Padre celeste - io riterrò la mia collera e per quanto grandi siano le iniquità degli uomini non procederò con rigore verso di loro". Non c'è dubbio, se Dio giusto risparmia la vita del colpevole o non lo punisce per i suoi delitti, questo avviene perché il reo ha assistito alla santa Messa e partecipato così all'ammenda del Salvatore, umiliato per lui. Cristiani, siate riconoscenti a quest'adorabile vittima e ditele dal fondo del cuore: "O dolcissimo Gesù, ti siano rese lodi e onore, per l'amore che a ciascuna Messa ti fa scendere dal Cielo, per quell'amore che cambiando il pane e il vino, nella tua Carne e nel tuo Sangue, ti tiene schiavo sotto queste umili apparenze, disarma la collera del Padre tuo e ci ottiene la remissione delle pene dovute ai nostri peccati! Ti ringraziamo dal fondo del cuore, per questo inestimabile Sacrificio; ti lodiamo, ti esaltiamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo con tutte le nostre forze e preghiamo il celeste esercito di unirsi a noi, per supplire all'insufficienza delle nostre azioni di grazie. Ti supplichiamo ancora di aprire gli occhi del nostro spirito, affinché, conoscendo sempre meglio questo dolce mistero, possiamo più degnamente onorarlo ed applicarlo alla nostra salute".
Testo tratto da: P. Martino de Cochem O.M.C., La Santa Messa, Milano 1937/3, pp. 71-82.