martedì 30 novembre 2010

Messa greco.bizantina per San Nicola a Milano



Il ciclo “Il suono e la pietra – Calendario d’Avvento”, organizzato da Comune di Milano – Assessorato alle Attività Produttive e Res Musica – Centro ricerca e promozione musicale, approfondisce i rapporti fra la tradizione liturgico-musicale milanese e l’Oriente greco proponendo un appuntamento speciale. Domenica 5 novembre alle ore 16 presso la Chiesa di San Giovanni Crisostomo in Turro Via Cambini, 10) sarà celebrata la Messa di San Nicola in rito greco-bizantino. Nel calendario liturgico la festa di san Nicola cade il 6 dicembre e fa parte di quella stupenda galleria di santi che la Chiesa di Milano esalta nel periodo di preparazione al Natale. D’altra parte, Nicola, vescovo di Mira, vissuto nel III secolo, fu uno dei santi più venerati e più popolari tanto in Oriente quanto nell’Occidente latino: nessuno meglio di lui simboleggia il rapporto stretto fra Milano e il mondo greco e siriaco, in un’epoca in cui non si era consumata ancora la drammatica divisione fra la Chiesa occidentale e quella d’Oriente. La Messa sarà cantata dal Coro Melurgico dell’Associazione Culturale Italiana per l’Oriente Cristiano, sodalizio che si occupa di approfondire la conoscenza della tradizione religiosa cristiana orientale.

Come arrivare
San Giovanni Crisostomo in Turro è in via Cambini, 10
Metro linea rossa M1: fermata Loreto, prendere autobus 56 (P.le Loreto – Crescenzago) per 4 fermate

In 400 per la Santa Messa a Mirano (Venezia)











Gli organizzatori si aspettavano poche decine di fedeli, sabato scorso, in occasione della prima Messa in rito romano antico a Mirano, piccola città in provincia di Venezia. Ma anche le più rosee previsioni sono state superate e all'inizio della funzione erano presenti circa 400 fedeli, tutti del luogo. Merito va senza dubbio all'attività promozionale dell'infaticabile Francesco Boato, parrocchiano della chiesa di San Leopoldo Mandic. Don Konrad zu Loewenstein, cappellano della chiesa di San Simon Piccolo a Venezia, ha celebrato di fronte a un'assemblea raccolta e commossa. Unica nota stonata la lugubre architettura razionalista dell'edificio, che, come tutte le chiede moderne, non invita certo al sacro. Superba, come consuetudine, l'esecuzione musicale da parte del maestro Nicola Lamon e di Antonio Furlan.

Messa e incontro su Newman a Pavia


GIOVEDI 2 DICEMBRE 2010

FUCI DI PAVIA

SERATA IN ONORE
DEL BEATO NEWMAN

Ore 18, Chiesa di San Giovanni Domnarum
via Mascheroni 36, Pavia

SANTA MESSA IN CANTO
NELLA FORMA STRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO

Celebrante: Rev.mo Don Marino Neri

***

Ore 21, Seminario diocesano
via Menocchio 26, Pavia

Cristina Siccardi

IL BEATO NEWMAN
Le ragioni della fede e la grammatica dell'assenso
(presentazione del volume "Nello specchio del Cardinale John Henry Newman")

Corso liturgico fossile in diocesi di Savona

Dal Bollettino n. 46 diramato dall'Ufficio Stampa della diocesi di Savona-Noli. Un pezzo involontariamente caricaturale, tutto da gustare. Come dire: quarant'anni, e dimostrarli tutti...


Ministri straordinari della Comunione, animatori [non è un mestiere riservato ai villaggi vacanze?], lettori, ministranti, cantori, coristi, strumentisti e direttori di coro. A loro si rivolge il breve corso di formazione liturgica di base promosso dall’Ufficio liturgico diocesano con cadenza quindicinale a partire dal 29 gennaio, dalle 14,45 alle 17 nei locali del Seminario.

“In quest’anno pastorale dedicato alla formazione – spiega il direttore dell’Ufficio liturgico padre Piergiorgio Ladone – ci è sembrato doveroso volgere la nostra attenzione alla situazione concreta delle celebrazioni liturgiche, anzitutto l’Eucaristia, delle nostre parrocchie. L’Eucaristia, come ci ha ricordato l’ultimo Convegno diocesano, è momento centrale della vita della comunità e luogo privilegiato di evangelizzazione permanente. Per questo ci sembra importante la cura costante di questo evento attraverso soprattutto la formazione di coloro che, a loro volta, con la loro animazione [bis] risultano essere i principali formatori di ogni singola comunità”.

Si comincerà il 29 gennaio, quando padre Ladone parlerà del “gruppo liturgico” [was ist das?] e don Giancarlo Frumento, parroco di Zinola, interverrà sui “gesti liturgici alle origini del culto cristiano”. Il 12 febbraio don Giuseppe Militello, parroco di san Giuseppe in Savona e docente di teologia, illustrerà il “rinnovamento liturgico del Vaticano II”, mentre don Frumento analizzerà la struttura della celebrazione eucaristica. Il 26 febbraio sarà la volta del biblista don Claudio Doglio (“La mensa della Parola”) e ancora di don Militello (“Chi legge le letture?”).

Si arriva al 12 marzo, quando don Marco Fossile [nomen omen], viceparroco in Savona Maria Ausiliatrice ed esperto di liturgia, parlerà della “mensa del corpo di Cristo”, e padre Marco Chiesa, carmelitano, illustrerà il “servizio alla celebrazione dell’Eucaristia”. Infine, il 26 marzo, padre Piergiorgio Ladone metterà a frutto la sua competenza musicale parlando del ruolo della musica nella liturgia e degli attori [??] della musica e del canto.

“Una formazione di base uguale per tutti – conclude lo stesso padre Ladone – ci sembra indispensabile per creare una forma mentis liturgica comune, da non confondersi con l’uniformità, di cui, nonostante siano trascorsi ormai più di quarant’anni dal rinnovamento conciliare, si sente ancora tanto la necessità per il nostro camminare insieme”.

lunedì 29 novembre 2010

Per la FSSPX il Papa sul profilattico avrebbe dovuto spiegar meglio, ma non ha contraddetto la dottrina tradizionale.

Le frasi del Papa sul preservativo continuano a suscitare reazioni. Si tratta - il dato è oggettivo - di affermazioni inedite da parte di un pontefice (sia pure raccolte in un testo non magisteriale); la questione controversa è se la novità traduca anche un mutamento della dottrina tradizionale, o se sia semplicemente il trarne le conseguenze, alla luce anche di altri principi come quello del male minore. In soldoni: per il Papa il preservativo è diventato in alcuni casi permesso, o continua ad essere sempre moralmente illecito, per quanto 'giustificato' in alcuni casi dall'esigenza di evitar mali maggiori?

E' interessante ed istruttiva una disamina delle reazioni nel mondo. Buona parte dei media e degli ambienti laicisti o progressisti hanno senz'altro sposato la tesi di una riconosciuta liceità dello strumento profilattico (magari lamentando l'insufficienza o la tardività dell'apertura papale). E poiché gli estremi si toccano (come nell'ermeneutica della rottura applicata al Concilio), anche i sedevacantisti - dichiarati o in pectore - hanno entusiasticamente appoggiato quell'interpretazione che comprova, ai loro occhi, l'eresia di 'don' Ratzinger. Ma anche molti fedeli ortodossi, in piena buona fede, hanno accolto con preoccupazione, se non rigetto, le parole del Papa: chi temendo (e certo a ragione) le interpretazioni distorte, e chi ritenendole con rammarico (e con ben minor ragione) fondate.

Come abbiamo già avuto modo di censire nel nostro precedente post dedicato all'argomento, il mondo tradizionale in gran maggioranza ha reagito con misurato ma sostanziale favore a quelle frasi, non rinvenendo in esse nulla di contrario alla dottrina di sempre. Gli istituti tradizionalisti in comunione con Roma non si sono, a nostra conoscenza, espressi; per contro la FSSPX, sull'onda dell'emozione, aveva emanato un comunicato di critica, nel quale citava le frasi delle encicliche papali sul tema della contraccezione. Citazioni ictu oculi inconferenti, visto che il Papa si è ben guardato dal contraddire quei principi.

Evidentemente alla Fraternità devono essersi accorti di questo passo falso, malfondato esegeticamente prima ancora che teologicamente, e si sono quindi affidati alla penna di un loro teologo, l'abbé Matthias Gaudron, già rettore del seminario di Zaitzkofen e ora consultore della Commissione teologica per i colloqui con Roma. In un articolo oggi apparso sul sito ufficiale della Fraternità, intitolato Luci ed ombre nel libro-intervista di Benedetto XVI, egli affronta il tema contraddicendo, di fatto, il precedente comunicato e sviluppando un ben differente argomento: E' sleale, osserva, affermare che il Papa abbia dichiarato la liceità del profilattico. Le frasi di Benedetto XVI tuttavia avrebbero potuto essere più chiare e nette, per evitare la confusione che ne è seguita nello spirito di molti.

E su quest'ultimo punto, giudicando post hoc, non possiamo che esser d'accordo: a noi il Papa appare essere stato molto chiaro, ma a giudicare da certe reazioni è giocoforza ammettere che avrebbe dovuto esserlo di più.

Riportiamo la parte dell'articolo dell'abbé Gaudron inerente la questione in discorso, tradotta a nostra cura.
Enrico


Ha il Papa consentito l'uso del preservativo?

In realtà, il Papa ha semplicemente detto che si può vedere nell'uso di preservativi da parte di un prostituto, con l'intento di prevenire la trasmissione dell'HIV, un primo passo verso la sua propria moralizzazione e responsabilizzazione. Si potrebbe dire, nella stessa direzione, che la decisione presa da un rapinatore omicida di limitare in futuro le proprie attività al ladrocinio, per non attentare alla vita del prossimo, potrebbe essere considerata soggettivamente come un primo passo verso la sua moralizzazione. Concludere da ciò che il latrocinio diverrebbe pertanto moralmente giustificabile, è altrettanto sleale che le affermazioni di alcuni vescovi e teologi, secondo i quali Benedetto XVI avrebbe finalmente aperto la porta ai contraccettivi.

Tuttavia, si deve osservare che il riferimento del Papa a dei "casi particolari" fornisce una certa base per queste interpretazioni. Egli avrebbe dovuto, in effetti, sfruttare la domanda di Peter Seewald che gli domandava se la Chiesa non è "per principio contro l'uso di preservativi", per rimuovere ogni dubbio. Invece risponde semplicemente, che la Chiesa non considera il preservativo come "una soluzione vera e morale" [e... non basta questo?], anche se in "un caso o nell'altro", esso potrebbe "costituire un primo passo sulla strada di una sessualità vissuta diversamente, una sessualità più umana". (p.161 [dell'edizione francese]). Per parlare educatamente, è una frase debole. Che la sessualità non possa essere vissuta in modo conforme alla volontà di Dio e degno della natura umana se non unicamente nel matrimonio, e che qui il preservativo o altri mezzi di contraccezione artificiali siano da respingere moralmente, questo naturalmente non è certo negato dal Papa, ma non è nemmeno espresso più chiaramente, come pur sarebbe ben necessario di questi tempi. Pertanto, e a causa della sua volontà di andare il più possibile incontro al mondo secolarizzato senza ferire nessuno, condivide con i media qualche responsabilità nella confusione e delusione che le informazioni di questi ultimi giorni hanno provocato tra i cattolici fedeli.

Ritiro spirituale d'avvento a Firenze


Sabato 4 dicembre 2010, ore 9,30-16,30
Convento di Ognissanti dei Padri Francescani dell'Immacolata
Borgo Ognissanti, 42 - Firenze

RITIRO SPIRITUALE D'AVVENTO
DEL COORDINAMENTO TOSCANO «BENEDETTO XVI»



Il ritiro spirituale d'Avvento organizzato dal Coordinamento Toscano "Benedetto XVI" è rivolto a tutti i fedeli che intendono approfondire la spiritualità legata all'antica tradizione liturgica romana.

Esso avrà luogo il 4 dicembre 2010 presso il Convento di Ognissanti a Firenze (Borgo Ognissanti, 42) e sarà predicato dai Padri Francescani dell'Immacolata.


PROGRAMMA

Ore 9,30 - Ritrovo dei partecipanti e conferenza spirituale.

Ore 12 - S. Messa in rito romano antico.

Ore 13 - Pranzo (al sacco). Tempo libero per approfondimento personale.

Ore 14,30 - Conferenza spirituale e riflessioni condivise.

Ore 16,00 -
Adorazione e Benedizione Eucaristica.

Ore 16,30
- Congedo dei partecipanti.


Coloro che nella mattinata hanno impegni lavorativi potranno unirsi al ritiro in un secondo momento, prima del pranzo o della conferenza spirituale del pomeriggio: di ciò si consiglia comunque di avvertire in anticipo.

Il ritiro è aperto a tutti.

Per informazioni e adesioni: coordinamentotoscano@hotmail.it

Ritorno trionfale per il card. Ranjith



Ritorno trionfale del card. Ranjith in Sri Lanka: per il neoporporato è stata predisposta una specialissima (e buffa) cardinal-mobile, con tanto di galero e nappine incorporate, sulla quale ha sfilato per le vie di Colombo, la capitale.

Un gesto di affezione che non può non farci piacere.


Fonte: White monks, via Eponymous flower

Il Papa sulla Frat. S. Pio X, sul ministero petrino e su Fatima

Grazie a Caterina, possiamo leggere questi brani dal libro-intervista a Benedetto XVI, Luce del mondo. Visto che la prima edizione è esaurita, ci consoliamo dell'attesa della seconda leggendo gli excerpta che seguono


Pag. 41/43:  la questione della revoca della scomunica alla FSSPX (Fraternità Sacerdotale San Pio X)

- La revoca della scomunica è stata un errore?
Forse è il caso di fare qualche precisazione rispetto alla revoca della scomunica in sé; perchè sono state diffuse moltissime stupidaggini, perfino da presunti dotti teologici.
Non è vero che quei quattro vescovi, come spesso si è voluto sottendere, siano stati scomunicati a causa del loro atteggiamento negativo nei confronti del Concilio Vaticano II.
In realtà erano stati scomunicati perché avevano ricevuto la consacrazione episcopale senza il mandato del Papa.
E quindi si era proceduto secondo il relativo canone vigente, un canone già presente nell'antico Diritto ecclesiastico.
Secondo di esso [sic], la scomunica viene inflitta a coloro, che, senza mandato del Papa, conferiscono ad altri la consacrazione episcopale, ed anche a coloro che si lasciano consacrare.
Furono quindi scomunicati perchè avevano agito contro il Primato.
Esiste una situazione analoga in Cina; anche lì sono stati consacrati dei vescovi senza il mandato del Papa e per questo sono stati scomunicati.
Ora, non appena uno di questi vescovi dichiara di riconoscere il Primato in generale nonchè quello del Pontefice regnante in particolare, la sua scomunica viene revocata perché non più giustificata.
Questo è quello che stiamo facendo in Cina - e speriamo in questo modo di riuscire pian piano a risolvere lo scisma - e così abbiamo agito anche nei casi in questione.
In breve: per il fatto stesso di essere stati consacrati senza il mandato del Papa sono stati scomunicati; e per il fatto stesso di aver riconosciuto il Papa - anche se non lo seguono ancora in tutto - la loro scomunica è stata revocata.
In sé, è un processo giuridico assolutamente normale.
Devo dire a questo proposito che su questo punto il nostro lavoro di comunicazione non è riuscito bene.
Non è stato spiegato abbastanza perchè questi vescovi fossero stati scomunicati e perché poi, già solo per ragioni giuridiche, quella scomunica doveva essere revocata."

- Nell'opinione pubblica nacque l'impressione che Roma trattasse con riguardo gruppi conservatori di destra, mentre riducesse subito al silenzio esponenti liberali e di sinistra.
Si è trattato semplicemente di una situazione giuridica molto chiara. Il Vaticano II non c'entrava assolutamente nulla; e nemmeno altre posizioni teologiche.
Nel momento in cui questi Vescovi riconoscevano il Primato del Papa, giuridicamente dovevano essere liberati dalla scomunica; senza che per questo mantenessero i loro incarichi nella Chiesa e senza che per ciò stesso fosse accettata la posizione da loro assunta nei riguardi del Concilio Vaticano II".


***********************************************************

pag. 21/26 Sul Primato petrino e il ruolo del Pontefice

- Lei oggi è il Papa più potente di tutti i tempi. Mai prima d'ora la Chiesa Cattolica ha avuto tanti fedeli, mai un'estensione simile, letteralmente fino ai confini della terra.
Sono statistiche che certo hanno la loro importanza. Mostrano quanto la Chiesa sia vasta, quanto ampia sia in realtà questa comunità che abbraccia razze e popoli, continenti, culture e persone di ogni genere.
Ma il potere del Papa non è in questi numeri.

- Perchè no?
La comunione con il Papa è di tipo diverso, e naturalmente anche l'appartenenza alla Chiesa.
Tra quel miliardo e 200 milioni di persone ce ne sono molte che poi in realtà nel loro intimo non ne fanno parte.
Già ai suoi tempi, sant'Agostino diceva: molti che sembrano stare dentro, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori, sono dentro.
In una questione come la fede e l'appartenenza alla Chiesa Cattolica, il dentro e il fuori sono intrecciati misteriosamente.
Stalin aveva effettivamente ragione quando diceva che il Papa non ha divisioni e non può intimare o imporre nulla.
Non possiede nemmeno una grande impresa, nella quale, per così dire, tutti i fedeli della Chiesa sarebbero suoi dipendenti o subalterni.
In questo senso, da un lato il Papa è una persona assolutamente impotente.
Dall'altro ha una grande responsabilità.
Egli è, in un certo senso, il capo, il rappresentante e allo stesso tempo il responsabile del fatto che quella fede che tiene uniti gli uomini sia creduta, che rimanga viva e che rimanga integra nella sua identità.
Ma unicamente il Signore ha il potere di conservare gli uomini nella fede.

- Per la Chiesa Cattolica il Papa è Vicarius Christi, il rappresentante di Cristo in terra. Ma lei veramente può parlare a nome di Gesù?
Nell'annuncio della fede e nell'amministrazione dei sacramenti, ogni sacerdote parla e agisce su mandato di Gesù Cristo, per Gesù Cristo.
Cristo ha affidato la sua Parola alla Chiesa.
Questa Parola vive nella Chiesa.
E se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui parlo "per Lui", anche se è chiaro che nel dettaglio possono sempre esserci delle insufficienze, delle debolezze.
Quel che conta è che io non esponga le mie idee ma cerchi di pensare e di vivere la fede della Chiesa, di agire su Suo mandato in modo obbediente.

- Il Papa è veramente "infallibile", nel senso in cui a volte lo presentano i mass media? E' cioè un sovrano assoluto il cui pensiero e la cui volontà sono legge?
Questo è sbagliato.
Il concetto dell'infallibilità è andato sviluppandosi nel corso dei secoli.
Esso è nato di fronte alla questione se esistesse da qualche parte un ultimo organo, un ultimo grado che potesse decidere.
Il Concilio Vaticano I - rifacendosi ad una lunga tradizione che risaliva alla cristianità primitiva - alla fine ha stabilito che quest'ultimo grado esiste.
Non rimane tutto sospeso!
In determinate circostanze e a determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni in ultimo vincolanti grazie alle quali diviene chiaro cosa è la fede della Chiesa, e cosa non è.
Il che non significa che il Papa possa di continuo produrre "infallibilità".
Normalmente il Vescovo di Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa.
Solo in determinate condizioni, quando la tradizione è chiara ed egli sa che in quel momento non agisce arbitrariamente, allora il Papa può dire: "Questa determinata cosa è fede della Chiesa e la negazione ad essa non è fede della Chiesa".
In questo senso il Concilio Vaticano I ha definito la facoltà della decisione ultima: affinchè la fede potesse conservare il suo carattere vincolante.

- Il ministero petrino - così Lei spiegava - garantisce la concordanza con la verità e la tradizione autentica. La comunione con il Papa è presupposto per una fede retta e per la libertà. Sant'Agostino aveva espresso questa idea così: dove c'è Pietro, c'è la Chiesa, e lì c'è anche Dio. Ma è un'espressione che viene da altri tempi, oggi non è più valida....
In realtà l'espressione non è formulata in questi termini e non è di Agostino, ma ora non è questo il punto.
In ogni caso si tratta di un assioma antico della Chiesa Cattolica: dove c'è Pietro, c'è la Chiesa.
Ovviamente il Papa può avere opinioni personali sbagliate!
Ma come detto: quando parla come Pastore Supremo della Chiesa, nella consapevolezza della sua responsabilità, allora non esprime più la sua opinione, quello che gli passa per la mente in quel momento.
Il quel momento egli è consapevole della sua grande responsabilità e, al tempo stesso, della protezione del Signore; per cui egli non condurrà, con una siffatta decisione, la Chiesa nell'errore ma al contrario, garantirà la sua unione con il passato, il presente e il futuro e soprattutto con il Signore.
Questo è il nocciolo della faccenda e questo è quello che percepiscono anche le altre comunità cristiane.

- Durante un simposio svoltosi nel 1977 in occasione dell'80esimo compleanno di Paolo VI, Lei tenne una relazione su cosa e come dovrebbe essere un Papa. Citando il cardinale inglese Reginald Pole, disse che un Papa dovrebbe "considerarsi come il più piccolo degli uomini"; che dovrebbe ammettere "di non conoscere altro se non quell'unica cosa che gli è stata insegnata da Dio Padre attraverso Cristo".
Vicarius Christi, diceva, significa rendere presente il potere di Cristo come contrafforte al potere del mondo. E questo non sotto forma di qualsivoglia dominio, ma piuttosto portando questo peso sovrumano sulle proprie spalle umane. In questo senso, il luogo autentico del Vicarius Christi è la Croce.
Si, anche oggi ritengo che questo sia vero.
Il primato si è sviluppato fin dall'inizio come primato del martirio. Nei primi tre secoli, Roma, è stata fulcro e capitale delle persecuzioni dei cristiani. Tenere testa a queste persecuzioni e rendere testimonianza a Cristo fu il compito particolare della sede episcopale di Roma.
Possiamo considerare provvidenziale il fatto che, nel momento stesso in cui il Cristianesimo si riappacificò con lo Stato, l'impero si trasferisse a Costantinopoli, sul Bosforo.
Roma, per così dire, era divenuta provincia.
Così fu più facile per il Vescovo di Roma evidenziare l'indipendenza della Chiesa, la sua distinzione dallo Stato.
Non è necessario cercare sempre lo scontro, è chiaro, quanto piuttosto mirare al consenso, all'accordo. Ma sempre la Chiesa, il cristiano, e soprattutto il Papa deve essere cosciente del fatto che la testimonianza che deve rendere possa divenire scandalo, che non venga accettata e che quindi egli si trovi costretto nella condizione del testimone, di Cristo sofferente.
Il fatto che i primi Papi siano stati tutti martiri, ha il suo significato!
Essere Papa non significa porsi come un sovrano colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che è stato crocifisso, ed essere disposto ad esercitare il proprio ministero anche in questa forma, in unione a Lui.


******************************************************

pag. 225/229 Maria, il culto a Maria e Fatima

- Al contrario del suo predecessore, Lei è considerato un teologo con un orientamento più cristologico che mariano. Eppure solo un mese dopo la Sua elezione Lei esortò i credenti radunati a Piazza san Pietro ad affidarsi alla Madonna di Fatima. Nel corso della sua visita a Fatima nel maggio 2010 usò parole spettacolari: l'avvenimento di 93 anni fa, quando il cielo si è aperto proprio sul Portogallo, è "come una finestra di speranza che Dio apre quando l'uomo Gli chiude la porta".
Proprio il Papa che il mondo conosce come il difensore della ragione ora dice: "La Vergine Maria è venuta dal Cielo per ricordarci la verità del Vangelo".
E' vero, sono cresciuto in una pietà anzitutto cristocentrica, come si era andata sviluppando tra le due guerre attraverso un rinnovato accostarsi alla Bibbia e ai Padri; in una religiosità che coscientemente ed in misura pronunciata veniva nutrita attraverso la Bibbia e dunque era orientata a Cristo.
Di questo però fa sempre parte certamente la Madre di Dio, la Madre del Signore.
Nella Bibbia, in Luca e Giovanni, compare relativamente tardi, ma in modo tanto più splendente, ed in questo senso è sempre appartenuta alla vita cristiana.
Nelle Chiese d'Oriente già molto presto Ella acquisì grande importanza, si pensi ad esempio al Concilio di Efeso del 431. E di continuo, attraverso tutta la storia, Dio se ne è servito come della luce perchè Egli possa condurci a sè.
In America Latina, ad esempio, il Messico è divenuto cristiano nel momento in cui è apparsa la Madonna di Guadalupe.
Allora gli uomini compresero: "Sì, è questa la nostra fede; con essa veramente arriviamo a Dio; in essa è trasformata e ricompresa tutta la ricchezza delle nostre religioni".
In America Latina, hanno portato le persone alla fede in ultimo due figure:
da una parte la Madre, dall'altra Dio che patisce, che patisce anche per tutto quello che di violento ciascuno di loro ha dovuto sopportare.
Così bisogna dire che la fede ha una storia. L'ha evidenziato il cardinale Newman. La fede si sviluppa. E di questo fa parte anche una manifestazione sempre più potente della Madre di Dio nel mondo, come guida, come luce di Dio, come la Madre attraverso la quale possiamo riconoscere il Padre e il Figlio.
Dio ci ha dato perciò dei segni; proprio nel XX secolo.
Nel nostro razionalismo e di fronte alle nascenti dittature, ci mostra l'umiltà della Madre che appare a dei bambini dicendo loro l'essenziale: fede, speranza, amore, penitenza.
E così capisco anche che le persone qui si trovino per così dire delle finestre. A Fatima ho visto centinaia di migliaia di persone che, attraverso quello che Maria aveva confidato a dei bambini, in questo mondo pieno di sbarramenti e chiusure, ritrovano in certo qual modo l'accesso a Dio.

- Il famoso "Terzo segreto di Fatima" venne pubblicato solo nell'anno 2000 dal cardinale Joseph Ratzinger si disposizione di Giovanni Paolo II. Il testo parla di un vescovo vestito di bianco, che cade a terra, ucciso da un gruppo di soldati che gli sparano vari colpi di arma da fuoco, scena questa che venne interpretata come prefigurazione dell'attentato subito da Giovanni Paolo II.
Ora Lei dice: "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa".
Cosa intende? Significa che il messaggio di Fatima in realtà ancora non si è compiuto?
Nel messaggio di Fatima bisogna tenere distinte due cose: vi è da un lato un preciso avvenimento, rappresentato in forma di visione, dall'altro la cosa fondamentale, della quale si tratta.
Il punto non era soddisfare una curiosità. In questo caso avremmo dovuto pubblicare il testo molto prima! No, il punto è lasciare intendere un momento critico nella storia: quello nel quale si scatena tutta la forza del male che si è cristallizzata nelle grandi dittature e che, in altra forma, agisce anche oggi.
Si trattava poi della risposta a questa sfida. Questa risposta non consiste in grandi azioni politiche, ma ultimamente può giungere solo dalla trasformazione dei cuori: attraverso la fede, la speranza, l'amore e la penitenza. In questo senso il messaggio di Fatima non è concluso, anche se le due grandi dittature sono scomparse.
Rimane la sofferenza della Chiesa, resta la minaccia agli uomini e con essa permane anche la questione della risposta; rimane perciò anche l'indicazione che ci ha dato Maria.
Anche ora vi sono tribolazioni. Anche oggi il potere minaccia di calpestare la fede in tutte le forme possibili. Anche oggi è perciò necessaria la risposta della quale la Madre di Dio ha parlato ai bambini.

- La sua predica del 13 maggio a Fatima ha toni drammatici: "L'uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore", ha detto, "ma non riesce ad interromperlo...".
Quel giorno, di fronte a mezzo milione di persone espresse una supplica che in fin dei conti è impressionante: " Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni, affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità".
Significa che il Papa, che detiene un mandato profetico, ritiene possibile che nell'arco dei prossimi sette anni la Santa Madre di Dio si manifesterà in un modo che equivarrà ad un trionfo?
Ho detto che il "trionfo" si avvicinerà.
Dal punto di vista contenutistico è la stessa cosa di quando preghiamo che venga il Regno di Dio. E' una parola che non va intesa come se io mi aspetti che adesso avvenga una grande svolta e la storia improvvisamente cambi radicalmente corso: sono forse troppo razionalista per questo; volevo dire che la potenza del male deve essere sempre di nuovo arrestata; che sempre nella forza della Madre si mostra la forza di Dio stesso, e la tiene viva.
La Chiesa è sempre chiamata a fare ciò per cui Abramo pregò Dio, e cioè avere cura che vi siano abbastanza giusti per tenere a freno il male e la distruzione.
Ho voluto dire che le forze del bene possono sempre crescere di nuovo. In questo senso i trionfi di Dio, i trionfi di Maria sono silenziosi, e tuttavia reali.

domenica 28 novembre 2010

Dom Guérager: STORIA DELL'AVVENTO

STORIA DELL'AVVENTO
di Dom Prosper Guéranger

Il nome dell'Avvento

Si dà nella Chiesa latina, il nome di Avvento [1] al tempo destinato dalla Chiesa a preparare i fedeli alla celebrazione della festa di Natale, anniversario della Nascita di Gesù Cristo. Il mistero di questo grande giorno meritava senza dubbio l'onore d'un preludio di preghiera e di penitenza: cosicché sarebbe impossibile stabilire in maniera certa la prima istituzione di questo tempo di preparazione, che ha ricevuto solo più tardi il nome di Avvento [2].
L'Avvento deve essere considerato sotto due diversi punti di vista: come un tempo di preparazione propriamente detta alla Nascita del Salvatore, mediante gli esercizi della penitenza, o come un corpo d'Uffici Ecclesiastici organizzato con lo stesso fine. Fin dal secolo V, troviamo l'uso di fare delle esortazioni al popolo per disporlo alla festa di Natale; ci sono rimasti a questo proposito due sermoni di san Massimo di Torino, senza parlare di parecchi altri attribuiti una volta a sant'Ambrogio e a sant'Agostino, e che sembrano essere invece di san Cesario d'Arles. Se tali documenti non ci indicano ancora la durata e gli esercizi di questo tempo sacro, vi riscontriamo almeno l'antichità dell'uso che distingue mediante particolari predicazioni il tempo dell'Avvento. Sant'Ivo di Chartres, san Bernardo, e parecchi altri dottori dell'XI e del XII secolo hanno lasciato speciali sermoni de Adventu Domini, completamente distinti dalle Omelie Domenicali sui Vangeli di questo tempo. Nei Capitolari di Carlo il Calvo dell'anno 864, i Vescovi fanno presente a quel principe che egli non deve richiamarli dalle loro Chiese durante la Quaresima nè durante l'Avvento sotto il pretesto degli affari di Stato o di qualche spedizione militare, perché essi hanno in quel periodo dei doveri particolari da compiere, principalmente quello della predicazione.
Un antico documento in cui si trovano, precisati, in maniera sia pure poco chiara, il tempo e gli esercizi dell'Avvento, é un passo di S. Gregorio di Tours, al decimo libro della sua Storia dei Franchi nel quale riferisce che S. Perpetuo, uno dei suoi predecessori, che occupava la sede verso il 480, aveva stabilito che i fedeli digiunassero tre volte la settimana dalla festa di san Martino fino a Natale [3]. Con quel regolamento, san Perpetuo stabiliva un'osservanza nuova, o sanzionava semplicemente una legge già esistente? È impossibile determinarlo con esattezza oggi. Rileviamo almeno questo intervallo di quaranta giorni o piuttosto di quarantatre giorni, designato espressamente, e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore [4].
Troviamo quindi il nono canone del primo Concilio di Macon, tenutosi nel 583, il quale ordina che, durante lo stesso intervallo da san Martino al Natale, si digiunerà il lunedì, il mercoledì, il venerdì, e si celebrerà il sacrificio secondo il rito Quaresimale. Qualche anno prima, il secondo Concilio di Tours, tenutosi nel 567, aveva ordinato ai monaci di digiunare all'inizio del mese di dicembre fino a Natale. Questa pratica di penitenza si estese presto a tutti i quaranta giorni per i fedeli stessi; e si chiamo volgarmente la Quaresima di san Martino. I Capitolari di Carlo Magno, al libro sesto, non ne lasciano alcun dubbio; e Rabano Mauro attesta la medesima cosa nel secondo libro della Istituzione dei Chierici. Si facevano anche particolari festeggiamenti nel giorno di san Martino, come si fa ancor oggi all'avvicinarsi della Quaresima e a Pasqua.
Variazioni nelle osservanze.
L'obbligo di questa Quaresima che, cominciando a pesare in modo quasi impercettibile, era cresciuto successivamente fino a diventare una legge sacra, diminuì grado a grado; e i quaranta giorni da san Martino a Natale si trovarono ridotti a quattro settimane. Si è visto come l'usanza di tale digiuno fosse cominciata in Francia; ma di qui si era diffusa in Inghilterra, come apprendiamo dalla Storia del Venerabile Beda; in Italia, come consta da un diploma di Astolfo, re dei Longobardi († 753); in Germania, in Spagna[5], ecc., come se ne possono vedere le prove nella grande opera di Dom Martène sugli antichi Riti della Chiesa. Il primo indizio che riscontriamo della riduzione dell'Avvento a quattro settimane si può ritenere che sia, fin dal IX secolo, la lettera del papa san Nicola I ai Bulgari La testimonianza di Raterio di Verona e di Abbondio di Fleury, autori appartenenti entrambi allo stesso secolo, serve anche a provare che fin d'allora si discuteva molto per diminuire d'un terzo la durata del digiuno dell'Avvento. É vero che san Pier Damiani, nell'XI secolo, suppone ancora che il digiuno dell'Avvento fosse di quaranta giorni e che san Luigi, due secoli dopo, continuava ad osservarlo in questa misura; ma forse questo santo re lo praticava in tal modo per un trasporto di devozione particolare.
La disciplina della Chiesa d'Occidente, dopo essersi rilassata sulla durata del digiuno dell'Avvento, si raddolcì presto al punto da trasformare tale digiuno in una semplice astinenza; si trovano inoltre dei Concili fin dal XII secolo, come quello di Selingstadt del 1122, che sembrano obbligare soltanto i chierici a tale astinenza[6]. Il Concilio di Salisbury, del 1281, pare anch'esso obbligarvi solo i monaci. D'altra parte, è tale la confusione su questa materia, senza dubbio perché le diverse Chiese d'Occidente non ne hanno fatto l'oggetto d'una disciplina uniforme, che, nella sua lettera al Vescovo di Braga, Innocenzo III attesta che l'uso di digiunare per tutto l'Avvento esisteva ancora a Roma al suo tempo, e Durando, sempre nel XIII secolo, nel suo Razionale dei divini Uffici, testimonia ugualmente che il digiuno era continuo in Francia per tutta la durata di quel tempo sacro.
Comunque sia, questa usanza venne sempre più diminuendo di, modo che tutto quello che poté fare nel 1362 il Papa Urbano V per arrestarne la caduta completa, fu di obbligare tutti i chierici della sua corte a conservare l'astinenza dell'Avvento, senza alcuna menzione del digiuno, e senza comprendere affatto gli altri chierici, e tanto meno i laici, sotto questa legge. San Carlo Borromeo cercò anch'egli di risuscitare lo spirito, se non la pratica, dei tempi antichi nelle popolazioni del Milanese. Nel suo quarto Concilio, ordinò ai parroci di esortare i fedeli a comunicarsi almeno tutte le domeniche della Quaresima e dell'Avvento, e indirizzo quindi ai suoi stessi diocesani una lettera pastorale in cui, dopo aver loro ricordato le disposizioni con le quali si deve celebrare questo sacro tempo, faceva istanza per condurli a digiunare almeno il lunedì, il mercoledì e il venerdì di ciascuna settimana. Infine Benedetto XIV ancora Arcivescovo di Bologna, calcando cosi gloriose orme, ha consacrato la sua undicesima Istituzione Ecclesiastica a ridestare nello spirito dei fedeli della sua diocesi la sublime idea che i cristiani avevano un tempo del tempo dell'Avvento, e a combattere un pregiudizio diffuso in quella regione, cioè che l'Avvento riguardava le sole persone religiose, e non i semplici fedeli. Egli dimostra che questa asserzione, salvo che la si intenda semplicemente del digiuno e dell'astinenza, è di per sé temeraria e scandalosa, poiché non si potrebbe dubitare che esiste, nelle leggi e nelle usanze della Chiesa universale, tutto un insieme di pratiche destinate a mettere i fedeli in uno stato di preparazione alla grande festa della Nascita di Gesù Cristo.
La Chiesa greca osserva ancora il digiuno dell'Avvento, ma con molto minore severità rispetto a quello della Quaresima. Esso consta di quaranta giorni, a partire dal 14 novembre, giorno in cui quella Chiesa celebra la festa dell'Apostolo san Filippo. Per tutto questo tempo, si osserva l'astinenza dalla carne, dal burro, dal latte e dalle uova; ma si fa uso di pesce, olio e vino, cose tutte vietate durante la Quaresima. Il digiuno propriamente detto è d'obbligo soltanto per sette giorni sui quaranta; e tutto l'insieme si chiama volgarmente la Quaresima di san Filippo. I Greci giustificano queste mitigazioni dicendo che la Quaresima di Natale è solo di istituzione monastica, mentre quella di Pasqua è d'istituzione apostolica.
Ma se le pratiche esteriori di penitenza che consacravano una volta il tempo dell'Avvento presso gli Occidentali, si sono a poco a poco mitigate, in maniera che oggi non ne resta alcun vestigio fuori dei monasteri, l'insieme della Liturgia dell'Avvento non è cambiato; ed è nello zelo per appropriarsene lo spirito che i fedeli daranno prova d'una vera preparazione alla festa di Natale.
Variazioni nella Liturgia.
La forma liturgica dell'Avvento, quale si ha oggi nella Chiesa Romana, ha subito alcune variazioni. San Gregorio (590-604) sembra aver istituito per primo questo Ufficio che avrebbe abbracciato dapprima cinque domeniche, come si può vedere dai più antichi Sacramentari di quel grande Papa. Si può anche dire a questo proposito, secondo Amalario di Metz e Bernone di Reichenau, seguiti da Dom Martène e da Benedetto XIV, che san Gregorio sembrerebbe essere l'autore del precetto ecclesiastico dell'Avvento, benché l'uso di consacrare un tempo più o meno lungo a prepararsi alla festa di Natale sia del resto immemorabile, e l'astinenza e il digiuno di questo tempo sacro siano iniziati dapprima in Francia. San Gregorio avrebbe determinato, per le Chiese di rito romano, la forma dell'Ufficio durante questa specie di Quaresima, e sanzionato il digiuno che l'accompagnava, lasciando tuttavia una certa libertà alle diverse Chiese circa la maniera di praticarlo.
Fin dal IX e X secolo, come si può vedere da Amalario, san Nicola I, Bernone di Reichenau, Reterio di Verona, ecc., le domeniche erano già ridotte a quattro; è lo stesso numero che porta il Saeramentario gregoriano dato da Pamelio, e che sembra sia stato trascritto a quell'epoca. Da allora, nella Chiesa Romana, la durata dell'Avvento non ha subito variazioni, ed è sempre consistito in quattro settimane, di cui la quarta è quella stessa nella quale cade la festa di Natale, a meno che tale festa non capiti di domenica. Si può dunque assegnare all'usanza attuale una durata di mille anni, almeno nella Chiesa Romana; poiché vi sono delle prove che fino al secolo XIII alcune Chiese di Francia hanno conservato l'usanza delle cinque domeniche[7].
La Chiesa ambrosiana conta ancor oggi sei settimane nella sua liturgia dell'Avvento; il Messale gotico o mozarabico mantiene la stessa usanza. Per la Chiesa gallicana, i frammenti che Dom Mabillon ci ha conservati della sua liturgia non ci attestano nulla a questo riguardo; ma è naturale pensare con questo studioso la cui autorità è rafforzata anche da quella di Dom Martène, che la Chiesa delle Gallie seguiva su questo punto, come su tanti altri, le usanze della Chiesa gotica, cioè che la liturgia del suo Avvento si componeva ugualmente di sei domeniche e di sei settimane [8].



[1] Dal latino Adventus, che significa Venuta.
[2] La proclamazione del dogma della Maternità divina, avvenuta ad Efeso nel 431, diede vivo impulso al culto mariano e una grande celebrità alla commemorazione della Natività del Signore. È infatti poco dopo il Concilio di Nicea (325) che la Chiesa romana istituì la festa di Natale e la fissò al 25 dicembre, ma è dall'Oriente che attinse i primi elementi dell'Avvento.
[3] Secondo i più recenti lavori dei Liturgisti, si possono segnalare testimonianze ancora più antiche di questa. Cosi un frammento di un testo di sant'Ilario, quindi anteriore al 366 dice che «La Chiesa si dispone al ritorno annuale della venuta del Salvatore. con un tempo misterioso di tre settimane». Il Concilio di Saragozza, da parte sua, fin dal 380 impone ai fedeli di assistere agli uffici dal 17 dicembre al 6 gennaio. In questo periodo di ventuno giorni, la parte che precede il Natale formava un quadro ben indicato per la preparazione di questa festa e costituiva una specie di Avvento. Ma siccome si era introdotto l'uso, nel IV secolo, di considerare l'Epifania e il Natale stesso come festa battesimale, potrebbe qui trattarsi solo d'una preparazione al battesimo e non d'una liturgia dell'Avvento.
In Oriente. nel V secolo. A Ravenna, nelle Gallie e nella Spagna, una festa della Vergine era celebrata la domenica prima di Natale, e talvolta anche una festa del Precursore la domenica precedente. Si avrebbe qui ancora una breve preparazione al Natale, un Avvento primitivo, a meno che non si tratti che d'un semplice ampliamento della festa di Natale. Infine, il Rotolo di Ravenna, di cui sarebbe autore san Pier Crisologo (433-450). possiede 40 orazioni che possono essere considerate come preparatorie al Natale.
[4] Bisogna notare anche che questo digiuno non era proprio del Tempo dell'Avvento; poiché, tra la Pentecoste e la metà di febbraio, i fedeli digiunavano due volte la settimana e i monaci tre volte. Il carattere penitenziale de]l'Avvento derivò a poco a poco, a causa dell'analogia che si presentava naturalmente tra questa stagione e la Quaresima.
[5] Forse il digiuno esisteva già in Spagna a quell'epoca. Una lettera del 400 circa, ci parla di tre settimane che pongono fine all'anno e ne cominciano uno nuovo, comprendenti la festa di Natale e quella dell'Epifania, durante le quali conviene darsi al ritiro e alle pratiche dell'ascetismo: la preghiera e l'astinenza (Rev. Bén. 1928 p. 289). Le Chiese d'Oriente che ricevettero dall'Occidente la celebrazione della Natività di Nostro Signore, adottarono ugualmente, nell'VIII secolo, il digiuno dell'Avvento.
[6] Il Concilio di Avranches (1172) prescrive il digiuno e l'astinenza a tutti coloro che lo potranno, in particolare ai chierici e ai soldati.
[7] Si può oggi stabilire in una maniera molto più dettagliata lo sviluppo della Liturgia dell'Avvento. Mentre il Sacramentario leoniano (fine del VI secolo) non porta aleuna messa, il che sembra indicare che a quell'epoca Roma ignorava ancora l'Avvento, il Sacramentario gelasiano antico (fine del VI e inizio del VII secolo) contiene cinque messe «De Adventu Domini». Il Sacramentario gelasiano d'Angoulême e gli altri Sacramentari dell'VIII secolo contengono essi pure cinque messe, o in più le tre messe delle Quattro Tempora di dicembre. Infine, nel Sacramentario gregoriano, troviamo delle messe per quattro domeniche e per le tre ferie delle Quattro Tempora. Porse anche la messa dell'ultima domenica dopo la Pentecoste era considerata come messa «de Adventu». Aggiungiamo infine che san Benedetto († dopo il 546) ha scritto, nella sua Regola, un capitolo sulla Quaresima, che parla del Tempo pasquale ma non menziona l'Avvento.
[8] Segnaliamo che il Sacramentario mozarabico: «Liber mozarabicus saeramentorum», (del IX secolo, ma che rappresenta la liturgia del VII), contiene cinque domeniche, e infine che i Lezionari gallicani portano sei domeniche dell'Avvento.

Quanto ai Greci, le loro Rubriche per il tempo dell'Avvento si leggono nei Nenei, dopo l'Ufficio del 14 novembre. Essi non hanno un Ufficio proprio dell'Avvento, e non celebrano durante questo tempo la Messa dei Presantificati, come fanno in Quaresima. Si trovano soltanto, nel corpo stesso degli Uffici dei Santi che occupano il periodo dal 15 novembre alla domenica più vicina a Natale, parecchie allusioni alla Natività del Salvatore, alla maternità di Maria, alla grotta di Betlemme, ecc. Nella domenica che precede il Natale, celebrano quella che chiamano la Festa dei santi Avi, cioè la Commemorazione dei Santi dell'Antico Testamento, per celebrare l'attesa del Messia. Il 20, 21, 22 e 23 dicembre sono decorati del titolo di Vigilia della Natività; e benché in quei giorni si celebri ancora l'Ufficio di parecchi Santi, il mistero della prossima Nascita del Salvatore domina tutta la Liturgia.

Novena dell'Immacolata a Trinità dei Pellegrini



Parrocchia Santissima Trinità dei Pellegrini

FESTA DELL' IMMACOLATA CONCEZIONE

Novena preparatoria

Lunedì 29 Novembre – Martedì 7 Dicembre

Ore 17.45

Esposizione del Santissimo Sacramento

Santo Rosario

Canto delle Litanie

Preghiera all'Immacolata e canto del Tota Pulchra

Benedizione Eucaristica.

Ore 18.30

 S. Messa

Martedì 8 Dicembre

Solennità Liturgica dell'Immacolata Concezione

Ore 9.00 S. Messa letta

Ore 10.30 S. Messa Pontificale celebrata da Sua Eminenza il neo Cardinale Domenico BARTOLUCCI

Ore 17.30 Canto dei Vespri

Preghiera all’Immacolata di Pio XII

Canto del Tota Pulchra

Benedizione Eucaristica

Ore 18.30 S. Messa cantata

La preghiera del Papa per la vita nascente


Il Santo Padre ha composto questa preghiera molto bella, recitata ieri sera nella veglia per la vita che coincide con l'inizio dell'Avvento, periodo di attesa per la 'vita nascente' del Redentore.


Signore Gesù,
che fedelmente visiti e colmi con la tua Presenza
la Chiesa e la storia degli uomini;
che nel mirabile Sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue
ci rendi partecipi della Vita divina
e ci fai pregustare la gioia della Vita eterna;
noi ti adoriamo e ti benediciamo.

Prostráti dinanzi a Te, sorgente e amante della vita
realmente presente e vivo in mezzo a noi, ti supplichiamo.

Ridesta in noi il rispetto per ogni vita umana nascente,
rendici capaci di scorgere nel frutto del grembo materno
la mirabile opera del Creatore,
disponi i nostri cuori alla generosa accoglienza di ogni bambino
che si affaccia alla vita.

Benedici le famiglie,
santifica l'unione degli sposi,
rendi fecondo il loro amore.

Accompagna con la luce del tuo Spirito
le scelte delle assemblee legislative,
perché i popoli e le nazioni riconoscano e rispettino
la sacralità della vita, di ogni vita umana.

Guida l'opera degli scienziati e dei medici,
perché il progresso contribuisca al bene integrale della persona
e nessuno patisca soppressione e ingiustizia.

Dona carità creativa agli amministratori e agli economisti,
perché sappiano intuire e promuovere condizioni sufficienti
affinché le giovani famiglie possano serenamente aprirsi
alla nascita di nuovi figli.

Consola le coppie di sposi che soffrono
a causa dell'impossibilità ad avere figli,
e nella tua bontà provvedi.

Educa tutti a prendersi cura dei bambini orfani o abbandonati,
perché possano sperimentare il calore della tua Carità,
la consolazione del tuo Cuore divino.

Con Maria tua Madre, la grande credente,
nel cui grembo hai assunto la nostra natura umana,
attendiamo da Te, unico nostro vero Bene e Salvatore,
la forza di amare e servire la vita,
in attesa di vivere sempre in Te,
nella Comunione della Trinità Beata.

C. Amen.


Fonte: Magistero di Benedetto XVI

sabato 27 novembre 2010

Concerto e S. Messa all'Oratorio di Napoli

La Congregazione dell'Oratorio di Napoli Domenica 28 novembre 2010.

In occasione dell'inizio dell'Avvento propone


Ore 10.30 oratorio dell'Assunta via Duomo, 144: esercizio dell'Oratorio grande, secondo la tradizione Oratoriana, dal tema Justorum animae (Le anime dei giusti): lettura di testi riflessioni letterarie e teologiche e intervento musicale.

Anime affaticate e sitibonde di Francesco Soto (1634-1619)

Laudate Dio di Animucca (1520-1571)

ore 12.00 celebrazione in via straordinaria della s. Messa solenne cantata in lingua latina secondo le disposizioni concesse da Sua santità il Papa Benedetto XVII nel Motu proprio Summorum Pontificum.

Saranno eseguiti canti in Gregoriano e polifonia.

Saranno disponibili sussidi in italiano per seguire le letture e la liturgia in lingua latina

Echi (anti)tridentini in cinematografia: "Roma" di F. Fellini


Nel film ad episodi "Roma" del 1972, Fellini volle anche inserire una parodia della nobiltà nera e dei tradizionalisti cattolici, nostalgici dell'allora deprecata "Chiesa pacelliana": del grande Pio XII sembrano infatti i tratti del pontefice-faraone che appare alla fine dell'episodio, tra le invocazioni imploranti: "Torna!". Davvero molto godibile: indimenticabile il modello tourterelle immaculée, per ambienti difettosi d'areazione; rompicapo teologico, invece, il titolo delle petites soeurs de la temptation du purgatoire. E come tralasciare le inamidate 'variazioni sacrestanesche per cerimonie di I classe'?

A un certo punto una delle cariatidi che assistono al défilé confida alla vicina: "E' il mondo che deve seguire la Chiesa, non viceversa". Quanta verità, lo si è visto dopo, in questa frase che al regista e agli spettatori dell'epoca appariva evidentemente una boutade irricevibile...

Facile sarcasmo, nei primi anni Settanta, allorché la nuova Chiesa appariva vergine, giovane e nuova. Non sapeva che dietro tante parole di "nobile semplicità" e "povertà evangelica" sarebbe arrivato, se non le pianete con lucine intermittenti come immaginate dal regista, perfino di peggio. Come questo:


O questo (che assomiglia davvero ad una creazione felliniana che si vede nel film):


E poiché quandoque et bonus Homerus dormitat (o meglio: lascia fare ad un maestro di cerimonie di gusti perversi), mettiamoci pure anche il nostro amatissimo Benedetto XVI, epoca Piero Marini


Enrico

Conferenza a Livorno

ASSOCIAZIONE «CRISTO RE» LIVORNO

Venerdì 3 dicembre - Ore 21,00
Parrocchia di S. Rosa - Via Machiavelli, 32
LIVORNO

CONFERENZA PUBBLICA SUL TEMA

L'ANTICRISTO
E LA FINE DI UN'EPOCA

Profilo dimenticato di una figura
e di un evento escatologico
alla luce della Scrittura e delle apparizioni mariane:
elementi di riflessione per il nostro tempo di

P. Serafino Tognetti
della Comunità dei Figli di Dio (Don Divo Barsotti),
curatore di una rubrica di spiritualità di Radio Maria

Per maggiori informazioni: cristore.livorno@hotmail.it



Nuove da Perugia


Sabato 4 Dicembre alle ore 17.30

Chiesa della Congregazione dell’Oratorio di S.Filippo Neri in Perugia

S. MESSA SOLENNE NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO

Celebra il M.Rev.

Padre UWE MICHAEL LANG, C.O.

Consultore delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Segue Vespro solenne e benedizione eucaristica
**********
Giovedì 2 dicembre 2010
Giornata dedicata a
John Henry Newman
Ore 18.00 - Cattedrale di San Lorenzo
Santa Messa presieduta da S.E. l’Arcivescovo
Mons. Gualtiero Bassetti
Ore 21.15 - Oratorio di S. Cecilia, via Fratti
Saluto di S.E. Mons. Gualtiero Bassetti
John Henry Newman e il nostro tempo
Prof. Onorato Grassi
(Ordinario di Storia della filosofia medievale, Università LUMSA, Roma)

venerdì 26 novembre 2010

Il futuro della Chiesa è questo. E bastano pochi minuti.

Esempio uno


Esempio due

Nuova Messa tradizionale in terra di Tettamanzi?

Il Duomo di Monza
Monza, arcidiocesi di Milano, è un enclave di rito romano in terra ambrosiana. Non si pongono dunque problemi di applicazione (più volte contestata, e non senza appigli testuali) del motu proprio Summorum Pontificum al rito ambrosiano; problemi che, come ricorderete, proprio recentemente mandarono in fibrillazione l'arciprete del duomo di Milano, mons. Manganini. Da Il Padano leggiamo questa promettente notizia:


Monza – Finalmente anche a Monza è successo quello che è già successo da tempo ormai in altre sedi di rito romano in tutto il mondo. Infatti oltre 60 fedeli monzesi hanno firmato la richiesta per l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum voluto da Papa Benedetto XVI nel 2007, che reintroduce la celebrazione della Santa Messa in latino secondo il Vetus Ordo o Messa di S. Pio V, come celebrazione straordinaria. Le firme sono state presentate all’arciprete del Duomo di Monza mons. Silvano Provasi, che ha attentamente considerato la proposta ed incontrando alcuni promotiri della petizione ha individuato come fase iniziale del percorso la celebrazione di tale Messa presso la chiesa delle Suore Sacramentine.

Mons. Provasi ha confermato così la sua apprezzabile volontà di valorizzare le tradizioni liturgiche più care al popolo cristiano, motivo che lo aveva già condotto a volere la celebrazione della Messa secondo il Novus Ordo in latino accompagnata da canti gregoriani una volta al mese nel Duomo di Monza. L’applicazione del Motu Proprio con la celebrazione dell’antica Messa in latino si inserisce in questo solco di riscoperta e valorizzazione di quanto più prezioso la tradizione cattolica ha prodotto in passato.

Questo Papa da sempre ha un’attenzione particolare per la Liturgia ed ha fortemente voluto questo Motu Proprio per la crescita di tutti i cattolici e non per assecondare i gusti particolari di alcuni. Siamo tutti chiamati quindi a prenderlo in seria considerazione. A Monza vige da sempre il rito romano e quindi non dovrebbero qui valere certe obiezioni presentate dalla Curia Milanese nel 2007 sull’applicazione del Motu Proprio in Diocesi ambrosiana. Le firme sono state presentate anche alla commissione Ecclesia Dei in Vaticano ed al Vicario Episcopale mons. Armando Cattaneo. La raccolta di firme a Monza continua e chiunque volesse saperne di più può contattare l’indirizzo mail lamessadisempre@gmail.com.

Il mistero della chiesa di P. Pio, oggi a Firenze.


Firenze
Venerdì 26 Novembre
Ore 18.00
Sala Giotto - Chiostro di Ognissanti - Ingresso da Via Borgognissanti, 42

Presentazione del volume
"Il Mistero della chiesa di San Pio"
Coincidenze e strategie esoteriche all'ombra del grande Santo di Pietrelcina

di Francesco Colafemmina
Edizioni Settecolori

Interverranno:

Stefano Borselli (direttore de "Il Covile")
Arch. Pietro Pagliardini (curatore del blog "De Architectura")
l'autore Francesco Colafemmina

giovedì 25 novembre 2010

Fervore tridentino nel piacentino

Associazione “SAN GREGORIO MAGNO”

COMUNICATO STAMPA

Ad un anno dall’inizio delle celebrazioni della Santa Messa Tridentina a Castel San Giovanni (Pc) , il Gruppo Stabile di fedeli si è costituito formalmente in Associazione, intitolata a San Gregorio Magno, Pontefice e Dottore della Chiesa. Scopo precipuo dell’Associazione è quello di promuovere e diffondere le celebrazioni secondo il Missale Romanum del 1962, edito dal Beato Giovanni XXIII, in ossequio a quanto stabilito da S.S. Benedetto XVI nel Motu Proprio Summorum Pontificum. L’Associazione “San Gregorio Magno”, parimenti, intende dare impulso allo studio della liturgia cattolica, in particolare la Forma Straordinaria del Rito Romano, in piena adesione alla realtà parrocchiale di cui fa parte. A questo scopo organizzerà seminari, eventi e conferenze.

Proprio in occasione della nascita dell’Associazione,

venerdì 26 novembre, alle ore 21,00, a Castel San Giovanni, presso la Chiesa di Santa Maria in Torricella (detta “dei Sacchi”), in via Garibaldi, 100, si terrà la conferenza “SALIRO’ ALL’ALTARE DI DIO. Bellezza e verità nella Tradizione liturgica”; interverrà il giornalista e scrittore Alessandro Gnocchi. Alla serata parteciperà anche il Coro parrocchiale di Sarmato (Pc), diretto dal maestro Mariano Scotto di Vetta, che eseguirà canti gregioriani e medioevali.
Nella giornata di sabato 27, dopo la consueta S. Messa Tridentina delle ore 17, celebrata dal Parroco mons. Giuseppe Illica, seguirà una meditazione guidata dal coro ”Nitida Stella”, che eseguirà canti della tradizione mariana dal Medioevo ad oggi.
Le offerte raccolte in entrambe le occasioni saranno devolute al restauro degli affreschi della Chiesa dei Sacchi, di cui l’associazione si è fatta promotrice.

Per tutti coloro che volessero partecipare alla vita dell’Associazione o volessero informazioni, possono contattare gli aderenti all’indirizzo messalatina.csg@libero.it

Papa, il Vaticano II e la Parola di Dio. L’esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Benedetto XVI


Vi alleghiamo di seguito alcuni stralci della nota di Massimo Introvigne sulla esortazione postsinodale di Benedetto XVI Verbum Domini (la nota integrale la potete trovare qui sul sito del Cesnur, e il testo dell’Esortazione Apostolica qui sul sito della S. Sede).
Il documento del S. Padre è importante, non solo per il tema trattato, ma soprattutto perché è anche una risposta ad alcuni quesiti che certuni chiedono per una interpretazione autentica dei testi del Concilio Vaticano II e una risoluzione degli eventuali punti dubbi: una rilevante parte della Verbum Domini è infatti una rilettura sistematica della Costituzione Dei Verbum del concilio stesso.


Nelle duecento pagine dell’esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, datata 30 settembre 2010 ma resa pubblica il successivo 11 novembre, Benedetto XVI non si rivolge solo agli specialisti di esegesi biblica. Dal momento che la Parola di Dio è al centro di tutta la vita cristiana, anzi al centro del cosmo e della storia, l’esortazione apostolica è occasione per un’ampia ricognizione che parte dalla Bibbia ma si estende al rapporto tra fede e ragione, alla cultura, alla missione, all’instaurazione dell’ordine temporale e perfino all’arte e a Internet. Una particolare attenzione è dedicata all’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

In un discorso ormai famoso tenuto il 22 dicembre 2005 ai membri della Curia Romana, Benedetto XVI ha criticato le interpretazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II che ne leggono i documenti secondo una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» (Benedetto XVI 2005) rispetto al Magistero precedente della Chiesa, purtroppo assai diffusa e anzi in molti ambienti prevalente, raccomandando invece una «giusta ermeneutica» (ibid.), insieme «del rinnovamento nella continuità» (ibid.) e «della riforma» (ibid.). Alcuni dei numerosi commentatori di questo storico discorso hanno rilevato che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Si tratta in effetti ora di riprendere in mano i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, uno per uno, interpretandoli secondo la «giusta ermeneutica» e tenendo conto sia del Magistero precedente, sia di quello successivo.
Nella Verbum Domini Benedetto XVI fa appunto questo, e ci mostra la giusta ermeneutica – per così dire – in azione. Dopo la XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è celebrata in Vaticano dal 5 al 26 ottobre 2008 e ha avuto per tema La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, il Papa rilegge metodicamente la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum del Concilio Ecumenico Vaticano II, che definisce «pietra miliare nel cammino ecclesiale» (Benedetto XVI 2010, n. 3), servendosi sia del Magistero precedente – in particolare di Leone XIII (1810-1903) e del venerabile Pio XII (1876-1958) –, sia di documenti successivi al Concilio del servo di Dio Paolo VI (1897-1978), del venerabile Giovanni Paolo II (1920-2005) e dello stesso Benedetto XVI.
[…]

2. L’ermeneutica della sacra Scrittura nella ChiesaUna parte cospicua – circa un quarto – dell’esortazione apostolica Verbum Domini è consacrata all’interpretazione del numero 12 della Dei Verbum. […]
La chiave di lettura proposta da Benedetto XVI è subito enunciata: «il legame intrinseco fra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel sì di Maria il suo paradigma» (Benedetto XVI 2010, n. 29). Questo è il «criterio fondamentale dell’ermeneutica biblica: il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (ibid.). L’esegesi biblica cattolica dev’essere condotta nella Chiesa e sotto la guida del Magistero. Diversamente, anziché interpretare la Bibbia la falsifica. «L’ecclesialità dell’interpretazione biblica non è un’esigenza imposta dall’esterno» (ibid., n. 30). Non si tratta di «un criterio estrinseco cui gli esegeti devono piegarsi, ma è richiesta dalla realtà stessa delle Scritture e da come esse si sono formate nel tempo» (ibid., n. 29). Dopo tutto, quali testi fossero da considerare sacra Scrittura è stato indicato dalla Chiesa. E «come dice mirabilmente sant’Agostino [354-430], “non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica”» (ibid.), mentre «san Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo nell’errore» (ibid., n. 30).
Ne consegue che «un’autentica interpretazione della Bibbia deve essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica» (ibid.), […]
Dobbiamo però interpretare i riferimenti della Dei Verbum ai «nuovi metodi di analisi storica» (ibid., n. 33) alla luce del Magistero, servendoci in particolare delle «encicliche Providentissimus Deus [1893] di Papa Leone XIII e Divino afflante Spiritu [1943] di Papa Pio XII» (ibid.), di cui – ricorda Benedetto XVI, sempre attento agli anniversari – il venerabile Giovanni Paolo II ebbe occasione di celebrare insieme, nel 1993, rispettivamente il centenario e il cinquantenario. Questi due testi fondamentali ci aiutano a sfuggire a due errori contrapposti: interpretare la Bibbia con la sola ragione – che diventa razionalismo – prescindendo dalla fede; e leggerla con la sola fede – secondo un falso misticismo – prescindendo dalla ragione. L’enciclica di Leone XIII Providentissimus Deus «ebbe il merito di proteggere l’interpretazione cattolica della Bibbia dagli attacchi del razionalismo, senza però rifugiarsi in un senso spirituale staccato dalla storia» (ibid.). Nell’enciclica Divino afflante Spiritu il venerabile Pio XII invece «si trovava di fronte agli attacchi dei sostenitori di un’esegesi cosiddetta mistica che rifiutava qualsiasi approccio scientifico» (ibid.). Il venerabile Pio XII, «con grande sensibilità, ha evitato d’ingenerare l’idea di una dicotomia fra l’“esegesi scientifica” per l’uso apologetico e l’“interpretazione spirituale riservata all’uso interno”» (ibid.). A ben vedere, «entrambi i documenti rifiutano “la rottura tra l’umano e il divino […]”» (ibid.), dunque fra fede e ragione.
Alla loro luce dobbiamo leggere «l’ermeneutica biblica conciliare» (ibid., n. 34) del Vaticano II che si è espressa nella Dei Verbum. Correttamente interpretato, il fondamentale n. 12 della costituzione conciliare da una parte «sottolinea come elementi fondamentali per cogliere il significato inteso dall’agiografo lo studio dei generi letterari e la contestualizzazione» (ibid.). Ma «dall’altra» (ibid.) «indica tre criteri di base per tenere conto della dimensione divina della Bibbia: 1) interpretare il testo considerando l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica; 2) tenere presente la Tradizione viva di tutta la Chiesa; e, infine, 3) osservare l’analogia della fede» (ibid.).
Se non si tiene conto di questi criteri si separano – come in altri campi – ragione e fede, il che nell’esegesi biblica purtroppo oggi «avviene anche ai livelli accademici più alti» (ibid., n. 35), producendo una «ermeneutica secolarizzata» (ibid.) che è uno dei frutti avvelenati dell’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II secondo l’ermeneutica della discontinuità e della rottura. Benedetto XVI indica tre caratteristiche dell’«ermeneutica secolarizzata»: legge la Bibbia come «un testo solo del passato» (ibid.); è convinta che «il Divino non appare nella storia umana» (ibid.) e «nega la possibilità dell’ingresso e della presenza del Divino nella storia» (ibid.), così che «quando sembra che vi sia un elemento divino, lo si deve spiegare in altro modo» (ibid.); e getta «un dubbio sui misteri fondamentali del cristianesimo e sul loro valore storico, come ad esempio l’istituzione dell’Eucarestia e la risurrezione di Cristo» (ibid.). E tutto questo avvelena anche la vita spirituale, la pastorale, «la preparazione delle omelie» (ibid.); «produce a volte incertezza e poca solidità nel cammino formativo intellettuale anche di alcuni candidati ai ministeri ecclesiali» (ibid.).
[…]
Tutto rimanda al tema centrale della Dei Verbum, ribadito nel numero 10 della costituzione conciliare: «La sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre» (Concilio Ecumenico Vaticano II 1965, n. 10, cit. in Benedetto XVI 2010, n. 47). Questo è il vero «insegnamento del Concilio Vaticano II» (ibid.): «lo studio della Sacra Scrittura» (ibid.) deve avvenire «nella comunione della Chiesa universale» (ibid.) e – come afferma ancora la Dei Verbum al numero 23 – «sotto la vigilanza del Sacro Magistero» (Concilio Ecumenico Vaticano II 1965, n. 23, cit. in Benedetto XVI 2010, n. 45).

II. Verbum in Ecclesia
1. La liturgia
La Dei Verbum afferma al numero 1 che la Chiesa sta «in religioso ascolto della parola di Dio» (Concilio Ecumenico Vaticano II 1965, n. 1, cit. in Benedetto XVI 2010, n. 51). […]
«L’ambito privilegiato in cui Dio parla a noi nel presente» (ibid., n. 52) è la liturgia: «ogni azione liturgica è per natura sua intrisa di sacra Scrittura» (ibid.). Anzi, in un certo senso «l’ermeneutica della fede riguardo alla sacra Scrittura deve sempre avere come punto di riferimento la liturgia» (ibid.). […]
Naturalmente, perché tutto questo possa essere ben compreso dai fedeli – e le difficoltà non mancano – è necessaria una cura particolare alla liturgia. L’attuale struttura del Lezionario, nota Benedetto XVI, ha arricchito «l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza» (ibid., n. 57): ma ci sono «difficoltà che permangono» (ibid.) e che «devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia» (ibid.). È necessario anzitutto che coloro che proclamano le letture nella Messa «siano veramente idonei e preparati con impegno» (ibid., n. 58), cioè siano sia dotati di cultura «biblica e liturgica» (ibid.) sia conoscano «l’arte di leggere in pubblico» (ibid.), che non s’improvvisa.
Del tutto fondamentale per proporre ai fedeli il coordinamento tra le diverse letture e l’unità intrinseca della Bibbia è poi l’omelia. Il Papa lo raccomanda con insistenza: è indispensabile «migliorare la qualità dell’omelia» (ibid., n. 59). «Si devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della Parola di Dio, come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico» (ibid.). L’omelia «è veramente un’arte che deve essere coltivata» (ibid., n. 60) non solo attraverso lo studio, ma anche con la preghiera e la vita spirituale, se necessario con futuri «sussidi adeguati» (ibid.) tra i quali il Papa pensa a un «Direttorio sull’omelia» (ibid.).
Quello che vale per la Messa, vale anche per altri ambiti – confessione, unzione degli infermi, liturgia delle ore, benedizioni, celebrazioni della Parola – dove il Papa esorta allo studio e al rigoroso rispetto delle prescrizioni della Chiesa e fornisce pure prescrizioni e suggerimenti pratici. Tra questi, il consiglio di «educare il Popolo di Dio al valore del silenzio» (ibid., n. 66), evitando lungaggini e verbosità inutili; l’invito a «valorizzare quei canti che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato […]. Penso in particolare all’importanza del canto gregoriano» (ibid., n.. 70); […] e la reiterata prescrizione che nella Messa «le letture tratte dalla Sacra Scrittura non siano mai sostituite con altri testi» (ibid., n. 69), dal momento che al Sinodo diversi padri sinodali hanno riferito al riguardo seri «abusi» (ibid.) in questo senso.
2. La vita ecclesiale
[…] Il Papa invita anche a non trascurare la dottrina delle indulgenze, cui la Chiesa non rinuncia, e ricorda che la lectio divina protratta per almeno mezz’ora assicura, alle consuete condizioni, l’indulgenza plenaria. […]

III. Verbum mundo
[…]
2. L’instaurazione cristiana dell’ordine temporale
«Tutta la storia dell’umanità sta sotto il giudizio di Dio» (ibid., n. 99): «nel nostro tempo ci fermiamo spesso superficialmente sul valore dell’istante che passa, come se fosse irrilevante per il futuro» (ibid.), mentre la Parola di Dio «ci ricorda che ogni momento della nostra esistenza è importante e deve essere vissuto intensamente, sapendo che ognuno di noi dovrà rendere conto della propria vita» (ibid.). Passare dalla lectio all’actio significa trasformare con la forza del Vangelo tutti i campi dell’agire umano, compresa la «vita politica e sociale» (ibid., n. 100). Il Papa ricorda che «non è compito diretto» (ibid.) della gerarchia ecclesiastica occuparsi della vita politica, «anche se a lei spetta il diritto ed il dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli» (ibid.). È «compito dei fedeli laici, educati alla scuola del Vangelo, intervenire direttamente nell’azione sociale e politica» (ibid.), ed è loro dovere dotarsi di «un’adeguata formazione secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa» (ibid.) e della «legge naturale» (ibid., n. 101).
[…]
Si parla molto d’inculturazione. Ma «l’inculturazione non va scambiata con processi di adattamento superficiale e nemmeno con la confusione sincretista che diluisce l’originalità del Vangelo per renderlo più facilmente accettabile» (ibid., n. 114). Questo va tenuto presente nel dialogo interreligioso, che va condotto «evitando forme di sincretismo e di relativismo e seguendo le linee indicate dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate sviluppate dal Magistero successivo dei Sommi Pontefici» (ibid., n. 117).

Ancora su Palombella

Un cortese lettore ci segnala l'articolo di Giannicola d'Amico, apparso sul sito del Coordinamento pugliese per l'applicazione del motu proprio, che tratta dell'ormai ben noto don Massimo Palombella, direttore della Cappella Sistina. Ne riportiamo l'incipit:


Recentemente è venuto in luce su “Armonia di Voci” un editoriale del suo direttore don Massimo Palombella che ha attirato alcune critiche qua e là, poiché don Palombella, da circa un mese, è anche il Direttore della Cappella Sistina.

Leggendo con attenzione l’articolo si può ritenere che le critiche non sono del tutto ingiustificate, se consideriamo che l’Autore non è più soltanto il direttore di una rivista musicale di ispirazione salesiana, ma anche il maestro della Cappella musicale del Papa.

E di questo Papa, poi!

L’editoriale nasconde in effetti una aporia di fondo, forse ancora latente, con riguardo al pensiero chiaro e forte del S. Padre in materia di liturgia, arte e musica sacra.

Ma esaminiamo con calma lo scritto di don Palombella.

Perché il Papa ha ragione sul profilattico


Anche se importantissime, normalmente non ci occupiamo di questioni di morale (e meno male, dirà qualcuno... suvvia, une fois n'est pas coutume). Oggi però torniamo sul tema dei profilattici trattato dal Papa nel suo libro-intervista Luce del mondo, per esporre perché, a nostro avviso, quelle affermazioni sono sia giuste, sia opportune. Chiariamo subito che non si tratta di una difesa d'ufficio 'papista', per due motivi: perché quanto affermato in quel libro nulla ha di definizione magisteriale ed è quindi pienamente e liberamente criticabile (avverte lo stesso Benedetto XVI che il Papa non può sempre "produrre infallibilità") e perché, in un post precedente, abbiamo appunto dimostrato di voler fruire quand'è il caso di quella libertà di critica, esprimendo forti perplessità in merito ad una frase del Papa contraddittoria, e per ciò stesso infelice, sulla preghiera per la conversione degli Ebrei.

Il famoso passaggio sul profilattico ha creato qualche comprensibile emozione in parte del mondo tradizionalista, ma più che altro per riflesso condizionato analogo allo sconcerto che a suo tempo deve aver suscitato nei buoni discepoli la frase del Maestro: "il Sabato è per l'uomo, e non l'uomo per il Sabato" (Mc. 2, 28). Comunque la maggior parte dei commenti letti nella blogosfera vicina alla Tradizione sono stati positivi, al pari del nostro: citiamo ex plurimis P. Joseph Fessio, Fr. Zuhlsdorf, Damian Thompson, il prof. Perrin, il card. Burke, l'arcivescovo Chaput. Ovvio che la bontà di un'idea non dipende dal numero di adesioni ad essa, ma è confortante riscontrare autorevoli conferme.

Bisogna riconoscere che l'interpretazione della frase del Papa è stata in parte falsata dal fatto che sia stata inopinatamente pubblicata dall'Osservatore romano in modo tronco (senza la domanda e senza la parte di risposta che ricorda l'illiceità del preservativo e i rischi nel considerarlo come strumento principale di lotta all'aids); senza alcun commento esplicativo; e con tanto di traduzione sbagliata. Ma letto l'intero passaggio, che cosa ha detto il Papa? Nulla, assolutamente nulla che contraddica il Magistero anteriore. Anzi, lo completa, esplicita e ribadisce. Questo, sotto l'aspetto dottrinale. Sotto l'aspetto comunicativo, catechetico, la novità c'è invece, eccome: ha detto in modo chiaro e semplice (e fors'anche un tantino troppo crudo) quanto prima era implicito e si ometteva di esprimere chiaramente, per malintesi  timori.

L'errore di molti commentatori è stato di leggere le parole del Papa attraverso la dicotomia lecito/illecito. Laddove il Papa dice che "quando un prostituto [o prostituta] utilizza un profilattico, [..] questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità", molti hanno pensato: per il Papa in tal caso quel comportamento diventa dunque lecito. Fino ad arrivare a quel giornalista dell'Associated Press, citato da Introvigne, che ha titolato il suo pezzo "Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile se si usa il preservativo". Ma anche senza arrivare a questi estremi di malcomprensione, quelli che hanno espresso o entusiasmo per un asserito revirement del Papa, o sconcerto per una ipotizzata contraddizione rispetto al Magistero anteriore, non hanno colto appieno che per il Papa non solo l'atto impuro, ma anche l'uso del preservativo resta comunque illecito (quanto meno, aggiungiamo noi, in un rapporto eterosessuale, in cui esso può avere effetti anticoncezionali). Illecito, dunque, è e resta, ma il Santo Padre aggiunge: tuttavia meno illecito dell'atto omicida di contagiare, o rischiar di contagiare, il partner.

In altri termini, e lo ripetiamo ancora: l'alternativa indicata dal Papa non è tra liceità ed illiceità del profilattico, bensì tra diversi gradi di illiceità: il preservativo è illecito, il contagiare (cagionato dall'assenza di profilattico) è ancora più illecito. Se, quindi, non viene prescelta l'unica strada lecita (astenersi del tutto) almeno si commetta il peccato meno grave, ancorché comunque mortale.

Il discorso, in fin dei conti, è semplice e, soprattutto, radicato nella più tradizionale teologia morale. Per questo, dicevamo, non ci stupisce nella bocca di un Papa i cui termini dottrinali non si limitano al post 1962. Già Sant'Agostino, dopo aver ovviamente ribadito la peccaminosità della fornicazione, riteneva realisticamente che fossero inevitabili i lupanari, altrimenti gli uomini si sarebbero dati a vizi ancora più turpi ("Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus", De ordine, Lib. II, 4, 12). Ovvio che pure in quel caso l'alternativa non fosse tra una situazione morale ed una immorale, ma tra due casi entrambi immorali di cui il primo (il meretricio) un po' meno immorale dell'altro.

Sant’Alfonso Maria de' Liguori (Theologia moralis, Lib. II, tr. III), ricorda innanzi tutto che "inter duobus malis nullum est eligendum", tra due mali, non si deve sceglier, ovviamente, né l'uno né l'altro. Tuttavia “licitum esse minus malum suadere, si alter iam determinatus fuerit ad maius exequendum. Ratio, quia tunc suadens non quaerit malum, sed bonum, scilicet electionem minoris mali”: è lecito persuadere per il minor male se l’altra persona è già determinata a commetterne uno maggiore; la ragione è che chi persuade non cerca il male, bensì il bene, ossia la scelta del male minore.

E a proposito di male minore, citato da S. Alfonso, chiariamo un punto essenziale e fonte di confusione. L'espressione si può intendere in due sensi: in senso oggettivo, ossia quando si è costretti, senza possibile alternativa, a scegliere tra due comportamenti in astratto condannabili, ma uno dei quali (il male minore, appunto) diventa lecito proprio per via dello stato di necessità che impedisce un'alternativa buona. Caso di scuola: chi è costretto a rubare per nutrire i figli: meglio il furto, che lasciar morire d'inedia la prole (i vecchi confessori dicevan nel caso che "roba mangiatoria non è peccatoria"). In questo senso oggettivo, ossia in cui l'agente non vorrebbe compiere l'atto in astratto malvagio (gli manca la prava volontà, e quindi l'elemento soggettivo), ma non ha alternative se non un male maggiore, il comportamento di chi sceglie il male minore non è per nulla illecito né immorale.

Ma la stessa espressione di male minore può essere usata anche in senso soggettivo, come fa precisamente S. Alfonso: ossia quando l'alternativa buona sarebbe sì percorribile, ma l'agente iam determinatus fuerit alla scelta malvagia. Egli ha scelto di peccare, e non intende in alcun modo recedere. Che almeno nel peccato scelga quelle modalità meno gravi possibili. In questo caso, come si vede, l'agente che sceglie di compiere il minor male non compie cosa lecita: essa resta illecita, immorale e peccaminosa. Ma con un livello di gravità inferiore al male maggiore che avrebbe potuto commettere. Nell'esempio che abbiamo già fatto altrove: se vai a rapinare una banca, almeno evita di sparare al cassiere.

Posta questa necessaria precisazione, comprendiamo perché tutte le varie citazioni critiche che si leggon qua e là, tratte dalle encicliche Casti connubii e Humanae vitae, sbaglian completamente bersaglio (le citazioni critiche, non le encicliche in sé). Quei brani, nell'escludere la liceità del ricorso al male minore, appunto escludono che nel caso degli anticoncezionali ci si possa trovare di fronte ad una scelta coatta, che quindi renda lecita la scelta del male minore. E questo insegnamento tradizionale si concilia perfettamente con l'esempio del Papa, in cui l'uso del preservativo da parte del prostituto/a a rischio contagio non rende gli atti moralmente leciti, come ha pensato invece quel furbone dell'Associated Press. E' solo 'un primo passo' verso la moralità (che comunque resta ancor lungi da raggiungere): ossia, dall'abisso di una vita dissipata e peccaminosa, è il compiere qualcosa di meno grave rispetto ad un gesto, come il contagio omicida, che rappresenterebbe il fondo dell'abiezione. "Un primo passo verso la moralizzazione" all'evidenza significa che a quella moralizzazione, ossia alla liceità del comportamento, manca ancora parecchia strada.

A ben vedere Benedetto XVI applica in questo caso quella 'legge di gradualità' che già Giovanni Paolo II ipotizzava nella Familiaris consortio (n. 34). I vizi, si sa, son difficili da estirpare, ma anche se non ci si riesce a liberare subito e del tutto da essi, si inizi almeno la strada verso un progressivo miglioramento dei propri comportamenti: dal male (o peccato) maggiore al male (o peccato) minore.

E con questo, ci appare indubbia la perfetta coerenza delle affermazioni del Papa col Magistero anteriore.

Passiamo al secondo elemento che ci preme esporre. Il Papa ha detto qualcosa di nuovo? Non nel senso di aver contraddetto o negato l'insegnamento anteriore; tanto vero che quei ragionamenti erano e sono pane quotidiano dei confessori più ortodossi. Ma è vero che ha detto, in modo chiaro e colloquiale, quanto in precedenza era pubblicamente sottaciuto. Perché? Per il timore di incomprensioni, di falle, di aperture che venissero poi indebitamente allargate; era il timore del 'piano inclinato': se concedo qualcosa, poi poco alla volta si arriverà a concedere tutto.

Quella preoccupazione non è peregrina: lo vediamo da certe reazioni di questi giorni. Ma c'è un altro principio che opera nella società, che chiameremo della 'pentola a pressione'. Se una regola viene posta come un imperativo categorico kantiano, e ribadita ciecamente anche di fronte ad obiezioni sensate ed argomentate su casi molto particolari, l'effetto pratico è di rendere il precetto incomprensibile ed inaccettabile ad ogni persona ragionevole e, per conseguenza, la pentola scoppia, la regola è rigettata in toto e si inficia anche la recezione del messaggio per quel 99% di casi in cui esso sarebbe perfettamente comprensibile e condivisibile da molti. Si dice che l'eccezione conferma la regola: è così, perché le regole, in quanto espresse con parole umane, non possono coprire la totalità dei casi concreti, sicché se non operassero altri principi derogatori, alla fine la regola salterebbe del tutto, anche nei casi cui essa potrebbe applicarsi senza problemi. Si faccia l'esempio del comandamento "Non uccidere": esso pure soffre 'eccezioni', ad esempio in caso di legittima difesa, di pena di morte (nei pochi casi in cui è giustificata), di guerra 'giusta'.

Analogo ingiustificato timore ecclesiale per la chiarezza, si riscontra nel divieto ai divorziati-risposati di comunicarsi. Venti persone su... venti pensano che la sanzione colpisca i divorziati per il solo fatto del divorzio. E invece riguarda coloro che avendo un matrimonio alle spalle, convivono con un nuovo partner con cui hanno rapporti sessuali. Ossia: è la semplice applicazione del principio per cui chi vive in una situazione peccaminosa, senza l'intento di mutar vita, non può aver l'assoluzione né quindi comunicarsi. Perché dunque lasciar credere che si è banditi dal Sacramento solo per effetto del fallimento matrimoniale (magari incolpevole)? E non spiegare chiaramente che chi divorzia e vive castamente, o anche chi si è risposato civilmente ma decide di vivere il nuovo matrimonio tamquam frater et soror, non è moralmente riprovevole?

Per concludere, pensiamo che le parole del Papa siano state benvenute e liberatorie e abbiano tolto formidabili armi a coloro che, ipotizzando i più assurdi casi concreti in cui nessuna persona sensata negherebbe l'uso del profilattico, miravano in realtà a screditare tutto l'insegnamento della Chiesa in questa materia. Ora nessuno, per attaccare l'Humanae vitae, potrà più dire che la Chiesa è criminale perché facilita la diffusione dell'aids: ora finalmente si potrà tornare a parlare della nobiltà dell'insegnamento perenne della Chiesa sulla finalità unitiva e procreativa della sessualità umana.

Enrico