Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

domenica 31 ottobre 2010

Spiriti e fantasmi di Halloween

- Mi spiace dovertelo dire, amico, ma nessuno più ha paura dello Spirito del Vaticano II...




Da: Catholic cartoon

Lettera al vescovo di Livorno

Un lettore ci chiede di pubblicare le seguente lettera aperta a Mons. Simone Giusti, Vescovo di Livorno


Eccellenza,

leggo con sconcerto l’articolo comparso sul Tirreno di pochi giorni, a firma di Luciano De Majo, nel quale si rende noto che "il registro delle unioni civili non dispiace affatto a monsignor Paolo Razzauti, vicario della diocesi per la città e parroco della Cattedrale" e che, anzi, questi "lo apprezza come segno di rispetto per ogni persona". Come tutti sappiamo, Eccellenza, si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio. L’istituto delle unioni civili pare dunque ingiustificato sotto molteplici profili. Sotto un primo profilo, logico-giuridico, le unioni civili appaiono ingiustificate perché si vuole da un lato evitare il matrimonio quale fonte di regolamentazione giuridica e dall’altro si chiede comunque una regolamentazione giuridica dell’unione civile. Si chiede all’ordinamento, in altre parole, di provvedere ad una regolamentazione giuridica (com’è nel matrimonio), ma con uno strumento diverso dal matrimonio. Inoltre, sempre in un’ottica laica, la Costituzione non riconosce forse "i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" (art. 29 cost)?! Sicuri allora che queste unioni civili siano conformi al dettato costituzionale?! In ogni caso, è bene ripeterlo, chiedere all’ordinamento di provvedere ad una regolamentazione giuridica (com’è nel matrimonio), ma con uno strumento diverso dal matrimonio, pare francamente un capriccio. A meno che… E qui vengo al dunque. E a ciò che ci interessa maggiormente perché chiama in causa la dottrina cattolica. Pare un capriccio perché è come se io chiedessi allo Stato di riconoscere una situazione giuridica analoga alla proprietà, di riconoscermi, in altre parole, le stesse facoltà derivanti dal diritto di proprietà, ma attraverso un altro diritto che non sia più la "proprietà", bensì, ad esempio, il "diritto di cosa mia". E’ evidentemente un capriccio, come dicevo, a meno che non si voglia giungere oltre. E questo è il punto. Non si vuol forse, in questo modo, legittimare le unioni omosessuali, aggirando l’art. 29 della Costituzione che fa riferimento alla famiglia eterosessuale con il termine "naturale"?! Se, come pare ovvio, quel "società naturale" è un riferimento giusnaturalistico alla famiglia eterosessuale, il matrimonio in Italia, proprio per dettato costituzionale, non può che essere fra uomo e donna. Di qui la necessità di pro vvedere ad un altro istituto giuridico (quello delle unioni civili) per legittimare e dare regolamentazione giuridica a forme di convivenza omosessuale che non potrebbero, per quanto fin ora detto, trovare formalizzazione giudica nel matrimonio. Ecco allora che, forse, non è un capriccio, ma una strategia ben precisa di qualcuno a cui mons. Razzauti ha dato credito e sostegno, infangando l’intera Chiesa diocesana livornese e il Vescovo stesso, di cui è vicario diocesano. Forse, dal momento che mons. Razzauti dice che "il matrimonio è un atto fra un uomo e una donna", egli stesso non ha capito a quale drammatico gioco si è prestato con questa sua dichiarazione, visto che, come detto, lo sbocco naturale delle unioni civili è nelle unioni omosessuali. O forse lo ha capito perché dicendo che "il matrimonio è un atto fra un uomo e una donna" non dice che di egual natura debba essere anche l’unione civile, cui si è dichiarato favorevole. Insomma, Eccellenza, un bel pasticcio. Anzi: un vero e proprio dramma dato che, come ha detto anche un parroco, "queste dichiarazioni gravissime ed erronee creano grande confusione nel popolo cristiano". Questo è il dramma, Eccellenza, Lei lo sa benissimo. In conclusione, Eccellenza reverendissima, due cose. La prima: chiarisca al suo vicario (che non ha fatto altro che ripetere in continuazione che "prima di tutto viene il rispetto, ogni persona va rispettata: è la base della nostra convivenza") che, per la dottrina cattolica, c’è sempre rispetto per la persona, ma mai il rispetto per l’errore (che pure lui tenta di legittimare). In secondo luogo, Eccellenza, per il bene della nostra fede, la prego di fare chiarezza e di smentire pubblicamente le affermazioni erronee del suo vicario diocesano. Diversamente, i fedeli si troveranno nella più totale confusione e saranno portati a credere che questa Dioc esi non è più in comunione con la Santa Sede.

Certo che, da successore degli Apostoli quale Sua Eccellenza è, Ella vorrà rendere questo servizio alla verità, per il bene e la salvezza delle anime di tanti fedeli così tanto confusi.

Cordiali saluti.

Francesco Bernardini

Adesioni all'Ordinariato anglocattolico anche tra gli episcopaliani americani

La parrocchia di Mount Calvary, di Baltimora, appartenente alla 'Chiesa' Episcopaliana (branca americana dell'anglicanesimo in comunione con Canterbury) ha votato massicciamente per abbandonare la confessione protestante ed accogliere l'offerta del Papa per la costituzione di ordinariati di convertiti dall'anglicanesimo.

La decisione è avvenuta poiché i fedeli erano disgustati di vedere preti episcopaliani che non credono in elementi essenziali della Fede; non si tratta solo dell'ordinazione di donne e gay praticanti, ma più ancora di pastori che questionano la Trinità o la divinità di Gesù. Così ha spiegato la situazione Warren Tanghe, prete episcopaliano, già frequentatore di quella parrocchia, ed ora studente in un seminario cattolico per essere ordinato sacerdote di S. Romana Chiesa.

Rettore e vicerettore della parrocchia hanno, essi pure, approvato la decisione.

Il 'vescovo' episcopaliano di Baltimora, in un comunicato, ha espresso il suo dispiacere per la perdita di una parrocchia esistente dal 1842 (ossia da tempi biblici, secondo gli standard cronologici americani), pur augurando ogni bene ai fedeli 'in partenza'. Ora insorgeranno delicati problemi giuridici circa la proprietà dell'edificio ecclesiastico.

L'anno scorso, furono dieci suore episcopaliane (ne esistono...), sempre nella contea di Baltimora, a decidere di diventare cattoliche.

sabato 30 ottobre 2010

Ricordate: Messa cantata su Radio Maria



Ricordiamo che domenica 31 ottobre 2010 alle ore 10.30 Radio Maria, trasmette in diretta la Santa Messa celebrata da padre Konrad Zu Loewenstein nella chiesa dei ss. Simone e Giuda a Venezia, in occasione della Solennità di Cristo Re.

Al termine della celebrazione, verrà compiuta l'Esposizione Eucaristica con la recita della consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù e il canto delle litanie.

Programma musicale

- Proprio gregoriano della festività di Cristo Re - "Dignus est agnus"

- Kyriale della messa Orbis factor

- Brani polifonici di Francesco Usper e Giovanni Paolo Cima

Cappella musicale S. Simon

Organo e concertazione: Nicola Lamon

La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia



di Daniele Di Sorco


1. Uno spostamento apparentemente irrilevante.

Col motu proprio Summorum Pontificum il Papa Benedetto XVI ha definitivamente chiarito che il Messale romano tradizionale, detto di S. Pio V, non è mai stato abolito e che pertanto qualunque sacerdote può utilizzarlo nella sua integralità. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei, in una risposta del 20 ottobre 2008, ha ribadito che "l'uso legittimo dei libri liturgici in vigore nel 1962 comprende il diritto di usare il calendario proprio dei medesimi libri liturgici". Com'è noto, nel calendario universale del rito romano antico la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico.

Non mancano coloro che, in nome di una maggiore uniformità tra le "due forme dell'unico rito romano", insistono per una revisione del calendario che garantisca per lo meno la coincidenza delle feste maggiori (revisione che de facto è stata già compiuta per il rito ambrosiano antico, non però de iure, visto che le norme del diritto richiedono per qualunque modifica liturgica, anche relativa a riti diversi dal romano, l'espressa approvazione della Santa Sede). I più, tuttavia, considerano questo spostamento della festa di Cristo Re come irrilevante: dopo tutto, la ricorrenza è rimasta, anche se leggermente modificata nel titolo (non più "Cristo Re" simpliciter, ma "Cristo Re dell'universo"), e il fatto che sia assegnata ad una data piuttosto che ad un'altra non ne altera la sostanza. Alcuni, sebbene legati al rito antico, giungono a preferire la scelta del nuovo calendario: la festa della regalità di Cristo, infatti, costituisce il perfetto coronamento dell'anno liturgico, mentre non si vede il motivo di collocarla in una posizione apparentemente priva di significato come la fine del mese di ottobre.

Di fronte a tanta variabilità di opinioni, cercheremo, in questo articolo, di ricostruire la genesi storica della festa di Cristo Re, di delinearne - per quanto ci è possibile, in qualità di non specialisti - la portata teologica, e infine di dimostrare perché, a nostro avviso, lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.

2. Istituzione della festa.

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Si trattava di una festa del tutto nuova, priva - al contrario di altre feste, per esempio quella del Sacro Cuore - di precedenti nei calendari locali o religiosi. D'altronde, se nuova era la festa, non nuova era l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. Perché il Papa abbia avvertito il bisogno di istituire una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero, risulta chiaro dal testo della stessa enciclica: "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società".

Quale peste? Quella - risponde il Papa nel paragrafo successivo - del laicismo: "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso".

Quindi, se il fine generico della festa - nelle intenzioni del Pontefice - era quello di divulgare nel popolo cristiano "la cognizione della regale dignità di nostro Signore" (regalità in senso lato), il fine specifico era quello di porre l'accento proprio su quella specificazione della regalità che il laicismo nega, vale a dire la regalità sociale. Che sia questo l'autentica ratio della festa, emerge non soltanto dal contenuto dell'enciclica, ma anche da una semplice constatazione di carattere liturgico: tutte le feste, infatti, celebrano - direttamente o indirettamente - la regalità, genericamente intesa, di nostro Signore; ma non esisteva, fino al 1925, alcuna ricorrenza espressamente dedicata al suo regno sulle società di questo mondo.

Tale conclusione è confermata dall'indole dei testi liturgici della festa, promulgati dalla S. Congregazione dei Riti il 12 dicembre dello stesso anno.

Nel Breviario, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium" (traduzione nostra: "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").

Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora: "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").

Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").

Così pure l'orazione, dove Cristo viene definito "universorum Rege" (non Re di un generico e imprecisato universo, come afferma la nuova liturgia nelle traduzioni volgari, ma Re di tutti, ossia di tutti gli uomini), si dice che il Padre ha voluto in lui instaurare ogni cosa (ivi compreso l'ordinamento sociale), e si auspica che "cunctae familiae gentium" (diremmo, in linguaggio moderno, "ogni società umana") si sottomettano al suo soavissimo impero.

Dei testi della Messa, ci limiteremo a ricordare le letture scritturistiche. Nell'epistola, S. Paolo insegna l'assoluta e completa dipendenza di ogni cosa, nessuna esclusa, da Cristo "in omnibus primatum tenens" (Col. 1, 18). Dal vangelo, poi, apprendiamo che il regno del Signore dev'essere inteso non solo in senso trascendente (regalità spirituale) ma anche immanente (regalità temporale o sociale). Quando infatti Pilato pone a Gesù la fondamentale domanda: "Ergo rex es tu?" si riferisce senza dubbio al concetto di regalità che egli, come romano e come pagano, possedeva, vale a dire al regno su questo mondo.

3. Regalità spirituale e regalità temporale.

Né deve trarre in inganno il fatto che Gesù risponda che il suo regno non è di questo mondo. Si noti, anzitutto, la scelta dei termini: il regno non è "di questo mondo", ossia non è secondo le modalità dei regni terreni, come Gesù stesso precisa nello stesso passo: "Se il mio regno fosse di questo mondo, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei: ma il mio regno non è di questo mondo", e come la Chiesa ha sempre interpretato. Ma ciò non significa che che non sia un regno su questo mondo. È ancora Gesù che, poco dopo, lo specifica: "Tu lo dici: io sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce" (Gv. 18, 33-37). La differenza, quindi, sta nel modo, non nell'oggetto. Gesù dichiara di essere venuto nel mondo per regnare su di esso, non però al modo dei monarchi terreni, che regnano per autorità delegata, direttamente e valendosi (in modo legittimo) della forza, ma al modo del Monarca eterno ed universale, che regna per autorità propria, indirettamente e pacificamente ("Rex pacificus vocabitur", come ricorda la prima antifona dei Vespri, tratta da Isaia). "L'origine di questa regalità è celeste e spirituale, anche se i poteri regali sono esercitati nel mondo" (S. Garofalo, Commento al Vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia tradotta dai testi originali e commentata, Torino, Marietti, 1960, vol. III, p. 273).

Lo scopo della festa, vale a dire la celebrazione della regalità sociale di Cristo, ne illumina anche la collocazione nel calendario. Esistono diversi motivi per cui essa fu assegnata all'ultima domenica di ottobre. Il primo e più importante è quello delineato dal Papa nell'enciclica: "Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti". In altre parole, la festa di tutti i Santi, che regnano per partecipazione, viene fatta precedere dalla festa di Cristo, che regna per diritto proprio. La ricorrenza della regalità di Cristo, inoltre, costituisce il coronamento di tutto l'anno liturgico, e pertanto viene posta verso la sua fine. È lecito domandarsi: perché non proprio alla fine? Probabilmente - è l'unica spiegazione veramente plausibile - per non confondere la regalità escatologica (di ordine spirituale), che la liturgia tradizionale ricorda nell'ultima domenica dell'anno liturgico mediante la pericope evangelica sulla fine del mondo, con la regalità sociale, che costituiva l'oggetto specifico della nuova festa. Vi è poi un altra ragione, non esplicitata nell'enciclica, ma ragionevolmente presumibile. Il mese ottobre era il mese dedicato alle missioni e nella sua penultima domenica si pregava specialmente per la propagazione della Fede tra i pagani. Quale modo migliore, per concluderlo, che ricordare il fine ultimo delle missioni, vale a dire il regno sociale di Cristo su tutti i popoli?

L'intenzione del Pontefice espressa nell'enciclica, l'indole dei testi liturgici, la collocazione originaria della festa: tutti questi elementi consentono di concludere in modo sicuro che la ricorrenza di Cristo Re fu istituita al preciso scopo di ricordare la regalità sociale di nostro Signore e di costituire così un efficace antidoto al laicismo dilagante. Occorre, a questo punto, vedere che cosa si intenda per "regalita sociale di Cristo". Cercheremo di farlo senza esorbitare dai limiti di una trattazione che non è e non intende essere specialistica.

Il fondamento dogmatico della regalità di Cristo genericamente intesa è l'unione ipostatica, "per mezzo della quale la natura assunta dagli uomini è unita alla seconda Persona della SS. Trinità: per tale ragione, dunque, Egli non solo è stato costituito Mediatore dal primo momento della sua Incarnazione, ma è anche divenuto, per questo ammirabile avvenimento, Re di tutta la creazione, in ragione della propria divinità" (P. Radó, Enchiridion liturgicum, Romae-Friburgi-Barcinone, 1961, vol. II, p. 1309). Lo afferma chiaramente il Papa nella citata enciclica: "In questo medesimo anno, con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli". L'origine della regalità di Cristo in quanto uomo - prosegue Pio XI - è duplice: egli infatti è re non solo per diritto (nativo) di natura, poiché la sua umanità appartiene alla Persona del Verbo divino, ma anche per diritto (acquisito) di conquista, "in forza della Redenzione", cioè per aver riscattato col suo Sangue il genere umano dal peccato. "Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature".

L'estensione del Regno del Verbo incarnato è universale, come universali sono la creazione e la redenzione donde esso promana. Perciò si estende indiscriminatamente a tutte le cose.

Quanto alla sua natura, poiché il mondo consta di realtà trascendenti e di realtà immanenti, è invalso l'uso di distinguere tra regalità spirituale e regalità temporale. Delle due, è la prima ad avere la preminenza, poiché il temporale è per sua natura ordinato allo spirituale. Si legge infatti nell'enciclica: "Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire". Tuttavia - prosegue il Sommo Pontefice - "sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio". Ora, se la regalità temporale di Cristo, al pari di quella spirituale, si esercita su tutte le cose, essa riguarda non soltanto l'individuo (regalità individuale), ma anche l'insieme degli individui, vale a dire la società (regalità sociale). Ne consegue che le istituzioni sociali hanno nei confronti di Cristo gli stessi doveri dell'individuo singolarmente considerato: devono riconoscerlo, adorarlo e sottomettersi alla sua santa Legge. "Né v'è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli", precisa l'enciclica. Sarebbe dunque in errore chi pensasse che l'obbligo morale di aderire alla divina Rivelazione riguardi soltanto il singolo, mentre la società, nelle sue istituzioni, potrebbe e dovrebbe limitarsi al solo diritto naturale (o addirittura ai soli cosiddetti "diritti umani"). Di qui l'esortazione, rivolta dal Papa ai capi delle nazioni, "di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli".


4. La "nuova" festa di Cristo Re dell'universo.

Uno dei capisaldi del pensiero moderno è la riduzione della religione alla sola dimensione privata, senza alcuna influenza diretta sulla vita pubblica. Si tratta del "laicismo" (che oggi molti preferiscono chiamare "laicità") di cui parla l'enciclica, già individuato e condannato dai Pontefici precedenti. La festa di Cristo Re - nelle intenzioni di Pio XI - doveva fungere da rimedio a questa pericolosa tendenza e ricordare al popolo cristiano che la regalità di Cristo si estende anche alle realtà temporali. Ci domandiamo: tali concetti emergono con la stessa chiarezza anche nella versione attuale, riformata nel 1969, della festa?

Procederemo, anche in questo caso, con l'analisi dei testi liturgici e della collocazione del calendario.

Nella Liturgia delle Ore, l'inno dei Vespri è lo stesso (Te saeculorum Principem), ma da esso sono state soppresse proprio quelle strofe, citate sopra in questo articolo, che parlano esplicitamente della regalità sociale ("Te nationum praesides..." e "Submissa regum fulgeant..."). Nella seconda strofa, inoltre, il riferimento al laicismo ("Scelesta turba clamitat: / Regnare Christum nolumus" = "La folla empia grida: Non vogliamo che Cristo regni") è stato rimpiazzato a una frase generica e indefinita ("Quem prona adorant agmina / hymnisque laudant cælitum" = "Ti adorano prone le schiere celesti e ti lodano con inni").

Completamente diverso l'inno dell'Ufficio delle Letture (il vecchio Mattutino), privo anch'esso di qualunque riferimento alla dimensione sociale e temporale del Regno di Cristo. Le letture tratte dall'enciclica Quas primas, che il Breviario antico assegnava al secondo Notturno, sono state rimpiazzate da un brano di Origene, di carattere marcatamente spirituale.

Così pure si cercherebbe invano un'allusione o un accenno alla necessità che Cristo regni sulla società civile nel nuovo inno delle Lodi mattutine.

La nuova orazione ricalca lo schema della vecchia, modificandone però completamente il senso. Non si domanda più che la società umana, disgregata dalla ferita del peccato, si sottometta al soavissimo impero di Cristo, ma che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, serva e lodi Dio senza fine. La regalità sociale e temporale dell'antica formula, resa necessaria dalla disgregazione del peccato, lascia il posto alla regalità individuale e spirituale della nuova, nella quale peraltro non vi è alcun accenno esplicito all'impero di Cristo. Inoltre, sebbene l'originale latino parli ancora di Cristo "universorum Rex", le versioni moderne hanno tradotto questa espressione con "Re dell'Universo" (cfr. inglese "King of the Universe", francese "Roi de l'Universe", spagnolo "Rey del Universo"), indebolendo ulteriormente la dimensione immanente, concreta, storica del suo Regno. Le stesse considerazioni valgono a proposito del nuovo titolo della festa ("Cristo Re dell'Universo") nei libri liturgici in lingua moderna.

La Messa si articola, come di consueto nel nuovo rito, in tre cicli scritturistici. Il primo (anno A) ha carattere eminentemente escatologico, è incentrata cioè sulla pienezza del regno spirituale di Cristo alla fine dei tempi e non contiene alcun cenno alla regalità sociale. Il secondo (anno B) prevede il vangelo del formulario tradizionale, ma nella seconda lettura l'epistola di S. Paolo è stata sostituita da un brano dell'Apocalisse che ribadisce la natura spirituale del Regno di Cristo. Il terzo (anno C) denota una situazione simile ma inversa: l'epistola è quella del formulario antico, mentre il vangelo parla del regno ultraterreno e spirituale che Gesù assicura al buon ladrone. Nel secondo e terzo ciclo scritturistico, quindi, la regalità sociale è presente, ma in misura meno esplicita, e diremmo quasi irriconoscibile, che nel formulario tradizionale.

Del tutto scomparso il testo dell'antico graduale, tratto dal salmo 71, che, alludendo al Messia, affermava: "Dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum" (espressioni ebraiche che denotano l'interezza del mondo immanente). E ancora: "Et adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei" (altro chiaro riferimento all'ossequio dei governanti e della società).

Lo spostamento della festa di Cristo Re verso una dimensione essenzialmente spirituale e trascendente è confermato dalla sua nuova posizione nel calendario. Essa non è più posta in riferimento ai Santi che regnano con Cristo e alle missioni che diffondono il suo regno temporale, ma si trova alla fine dell'anno liturgico, nella posizione che la liturgia romana assegna tradizionalmente al ricordo della fine del mondo e del giudizio universale. Il che, se da un lato spiega l'indole del ciclo scritturistico A, dall'altro rafforza l'idea che nella nuova liturgia il Regno di Cristo a cui si allude con la corrispondente festa non è primariamente, come intendeva Pio XI, quello sociale, storico, temporale, che del resto avrà fine con la sua venuta escatologica, ma piuttosto quello trascendente, spirituale, eterno, che troverà il suo perfetto compimento nella Parusia.


5. Conclusione.

Sulla base di tutti questi elementi, è possibile affermare che, nel nuovo rito, la festa di Cristo Re ha subito un sorprendente allontanamento dal significato voluto al momento della sua istituzione. E non ci sembra azzardato ravvisare, in questo, un certo influsso del pensiero moderno, penetrato negli ultimi decenni anche in ambiente ecclesiastico, che se da un lato accetta - come espressione del pluralismo - la regalità di Cristo sui singoli, dall'altro la rifiuta sulle istituzioni sociali.

C'è da auspicare, pertanto, che almeno nel rito antico alla festa di Cristo Re siano mantenuti, non soltanto il suo formulario, ma anche la sua collocazione originaria. Spostarla al termine dell'anno liturgico, infatti, ne accentuerebbe la dimensione escatologica a discapito di quella sociale, e finirebbe in qualche modo per alimentare la credenza, oggi assai diffusa anche nel mondo cattolico, secondo cui la società civile - intesa nel suo complesso e nelle sue istituzioni - avrebbe il diritto e persino il dovere di prescindere dal soavissimo giogo del Regno di Cristo. "Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza" (Pio XI, enciclica Quas primas).

Te Saeculorum Principem

Te Saeculorum Principem

Inno per i Vespri della festa di Cristo Re,
composto dal P. Vittorio Genovesi S.J.

"Come nel passato parecchie feste 1iturgiche hanno avuto origine dall'esplosione della fede della Chiesa per ribattere alcuni particolari errori allora massimamente in voga, cosi anche adesso la Sede Apostolica non ha ritenuto di popolarizzare più efficacemente la condanna del laicismo, che istituendo una solenne festa del regno Messianico di Cristo, quasi protesta,ammenda onorevole, e riparazione contro le usurpazioni della statolatria che ha riunito in vasta congiura: reges terrae et principes... in unum, adversus Dominum et adversus Christum eius... Fu assegnata alla nuova solennità la domenica che precede la festa di tutti i Santi; per metterla in relazione così coll'Ufficio del primo dì di Novembre, che col concetto stesso che informa quellà celebrità collettiva di tutti i Santi, nella quale noi veneriamo la Gerusalemme celeste e l'inclita corte del Re della gloria». Questa festa fu istituita da Pio XI con l'Enciclica «Quas primas» dell'11 dicembre 1925".

(Beato Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, vol. IX. p. 66)

"A Cristo, re dei secoli e dei popoli, solo arbitro delle menti e dei cuori devono dunque confermare oggi la loro completa soggezione gl'individui ed i popoli cristiani; e, mentre la turba. degli scellerati schiamazza stoltamente di non voler Cristocome re, affermare che Egli è il Dominatore supremo di tutti gli uomini. Quest'affermazione sia accompagnata da un'effusione di carità verso questi poveri traviati: Gesù, principe della pace, li richiami alla sua sudditanza in modo che forminoun solo ovile: Egli patì e morì in croce per tutti, a tutti mostra il cuore trafitto dalla lancia, per tutti si sacrifica continuamente sugli altari. Lo riconoscano ed onorino cosi, pubblicamente, i Capi delle nazioni; Lo adorino i maestri ed i giudici; si ispirino alla sua legge il diritto e le arti; le bandiere delle nazioni sottomesse e benedette da Lui risplendano di vera luce: le case e gli stati Gli obbediscano"

(Mons. A. Mirra).

Parafrasi letterale

Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando,
Ti dichiariamo Re supremo.

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega.

Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.
Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.

Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.

Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato
Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant.


Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano [si ispirino all'insegnamento di Gesù]
Submíssa regum fúlgeant
Tibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.

Le sottomesse insegne dei re rifulgano
a Te dedicate:
e con tuo mite scettro la Patria
e le case dei cittadini tieni sudditi

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.

Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen


P. VITTORIO GENOVESI S. J.

(1887-1967)

Nacque a Roccabascerana (AV) il 23 aprile 1887. Alla età di 15 anni, precisamente il 3 dicembre 1901, entrò nella Compagnia di Gesù, nella provincia Veneta, dove percorse il normale curriculum di studi umanistici e teologici. Nel 1919 fu destinato a far parte della Direzione Nazionale dell'Apostolato della Preghiera, con sede a Roma, in via degli Astalli, che da allora fu la sua residenza abituale. In questa attività profuse le sue migliori energie promuovendo con la parola e in maniera incisiva con gli scritti la diffusione della devozione al S. Cuore. L'impegno principale fu di gettare le basi dottrinali di tale devozione. Frutto in gran parte di questa sua fatica fu il largo diffondersi di questa devozione in Italia negli anni '20. Tutto questo lavoro ebbe poi il punto culminante nella enciclica «Miserentissimus Redemptor» di Pio XI dell'8 marzo 1928, alla cui redazione si sa per certo che il P. Genovesi non fu estraneo.

In seguito il raggio della sua azione si allargò notevolmente con l'impegno preminente nella predicazione, nel solco della Oratoria Sacra dei secoli precedenti. Predicò Quaresimali in molte città d'Italia. Tenne corsi di esercizi spirituali a sacerdoti e religiosi. Nel 1948 predicò gli esercizi alla corte Pontificia alla presenza di Pio XII e l'anno seguente fu invitato a fare gli esercizi ai Prelati della Congregazione del Santo Ufficio.

Dopo il 1940 iniziò per il P. Genovesi un nuovo genere di lavoro che lo portò a prestare la sua opera nelle congregazioni romane alla diretta dipendenza della Santa Sede. Da principio gli venne la nomina di Innografo della Sacra Congregazione dei Riti; in seguito fu nominato primo consultore della stessa Congregazione (20-6-1951), assegnato alla Sezione delle cause di Beatificazione e Canonizzazione dei Servi di Dio, quindi, l'anno seguente (12/2/1952), Consultore della Sacra Congregazione del Concilio per la sezione catechistica. Questa attività, specialmente il lavoro per la Congregazione dei Riti, lo teneva intensamente occupato nello studio severo e diligente della vita e delle opere dei Servi di Dio che si proponevano per la elevazione all'onore degli altari. In seguito, il 12 agosto 1959, il P. Genovesi veniva annoverato tra i membri della VIII Commissione di Studi preparatori per il prossimo Concilio.

Ma il nome del P. Genovesi resterà a lungo legato specialmente alla sua fama di poeta latino. In merito alla padronanza della lingua e della poesia latina, lo stesso P. Giovanni affermò di non avere mai insegnato latino, di non aver mai coltivato di proposito studi letterari, di non aver mai frequentato pubbliche università. Di tutto si professava debitore alla Compagnia di Gesù, nei cui ordinamenti di studi la lingua e la poesia latina hanno una grande incidenza. Fu sotto la guida di valenti maestri gesuiti che egli apprese e si impadronì in maniera perfetta della lingua e della metrica latina, seguendo con impegno la «Ratio studiorum» della Compagnia. A proposito egli citava come suoi maestri ed ispiratori il P. Giuliano e il P. Alfonso Cagnacci, quest'ultimo già premiato nel 1908 con medaglia d'oro al concorso di poesia latina della R. Accademia Olandese di Amsterdam. Questa vena poetica giovanile del P. Genovesi ebbe un arresto quasi completo per la durata di parecchi anni, causa l'intenso e indefesso lavoro che lo teneva costantemente occupato in altre attività. Ma nell'ottobre del 1928, causa il distacco della retina di un occhio, fu costretto a limitare notevolmente la sua molteplice attività. Ricomparve così e si approfondì la sua vena poetica. Cominciò a mandare i suoi componimenti ai concorsi di poesia latina alla R. Accademia Olandese di Amsterdam. Nacque così Hirpinus, come egli stesso volle in seguito chiamarsi in omaggio alla sua Hirpinia. La prima volta che P. Genovesi partecipò al «Certamen Hoeufftianum» di poesia latina nella capitale olandese fu nel 1935, e questo fu il fortunato inizio di una serie di successi che gli acquistarono una reputazione e una fama internazionale ognora crescente. Concorse ai certami internazionali di poesia latina di Amsterdam nove volte, presentando in tutto undici composizioni e conseguendo tre volte il premio della medaglia d'oro ed otto volte la «Magna Laus». Ottennero la medaglia aurea i componimenti Hyle (1936), Taedium vitae (1943), Patrius amor (1948); furono invece decorati con «Magna Laus» i carmi Roma caput mundi (1935), Satanas (1937), Comnzunia vitae (1938), Vere novo (1938), Animi certamen (1939), Verbum (1947), Nuntiorum Publicorum glutinator (1948), Talitha (1955). Queste autentiche perle poetiche sono state inserite nella edizione ufficiale pubblicata dall'Accademia di Amsterdam, un bel volume rilegato dal titolo Carmina Hoeufftiana. Fu questo, il ventennio 1935-55, il periodo che potremo definire solare della produzione poetica del P. Genovesi. Nel 1940 e nel 1942 prese parte al concorso di poesia latina «Teodorico Ruspantini», indetto dalla Università di Roma ed entrambe le volte conseguì il premio.

La sua produzione poetica è quanto mai vasta ed è venuta fuori in varie pubblicazioni: Carmina (1942), Carmina fidei (1942), Carmina patriae (1942), Poemata (1946), Musa latina (1948), Lyra sacra (1952), alle quali vanno aggiunti numerosissimi altri carmi composti per determinate occasioni. Tutta la sua opera in versi latini è stata definitivamente raccolta nei due volumi Carmina (1959, vol. I) e Carmina vol. alterum (1964).

Dopo la stampa di questi due volumi, la voce poetica del P. Genovesi si andò affievolendo sempre più. Compose ancora qualche pregevole ode, poi il silenzio solenne della morte, che lo colse il 20 novembre 1967.

La vasta opera letteraria del P. Genovesi, oltre quelli già ricordati (ai quali va anche aggiunto il premio «Città di Roma», nel IX concorso nazionale di prosa latina indetto nel XXVII centenario della fondazione di Roma, conseguito nel 1947), ebbe anche altri alti riconoscimenti.

Innanzi a tutti gli altri dobbiamo ricordare quello del Sommo Pontefice Pio XII che, ancora cardinale, non mancò di attestare al Padre la sua alta stima. Da Pontefice poi gli fece giungere la nomina di Innografo della Congregazione dei Riti. Numerosi furono i contributi che in questa qualità furono da lui dati alla Innografia ufficiale. Basti ricordare gli inni per il nuovo Ufficio della festa dell'Assunzione dopo la definizione dogmatica del novembre 1950, oltre i numerosi inni per la festa del S. Cuore e molti altri per le varie ricorrenze liturgiche. Pio XII poi espresse solennemente il suo plauso e la sua stima con una lettera a lui indirizzata il 20/1/1952, dopo aver ricevuto in omaggio il volume Musa Latina. Un altro autorevole attestato di stima gli venne da parte del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, al quale il Padre aveva inviato in omaggio il volume Poemata. Scrive il Presidente: «Ho già dato un po’ a tutto una prima scorsa e sono rimasto ammirato non solo della freschezza, spontaneità ed eleganza di espressione che attestano assai più di un perfetto dominio della lingua dei nostri padri, ma anche un'ispirazione sempre viva e originale cui la sua opera attinge temi ed immagini, così da assumere, in un clima di elevazione umanistica, ad autentica poesia. Attendo con impazienza il momento in cui mi sarà dato di raccogliermi in una più meditata lettura dei suoi suggestivi versi». Tralasciando, per brevità, altri giudizi di insigni letterati apparsi su varie riviste, ricordo solo che nel 1945 al P. Genovesi giungeva la nomina a socio dell'Arcadia: la nomina recava la firma di Luigi Pietrobono, Custode Generale: solo questo nome aveva significato di lode e di riconoscimento.

Nel 1952 ebbe la nomina a membro onorario perpetuo dell'Istituto di Studi Romani, facendo subito parte della Commissione dei quimqueviri incaricati di esaminare e di giudicare i lavori presentati al Certamen Capitolinum. Di questa Commissione P. Genovesi alcune volte fu anche Presidente.

Nel 1957 fu eletto membro ordinario del Centro di Studi Ciceroniani. Nel 1960 dall'Ente Provinciale per il Turismo di Roma gli fu assegnata la medaglia d'oro per l'ode composta per le Olimpiadi di Roma e fu la quarta a lui assegnata in riconoscimento del suo valore. Una quinta medaglia d'oro gli fu concessa nel 1962 dal Presidente della Repubblica Italiana: è la medaglia dei benemeriti della cultura.

Oltre gli scritti già menzionati, di P. Genovesi vanno ricordate almeno alcune opere di carattere dogmatico-ascetico, come La vita soprannaturale nei suoi principi e nelle sue manifestazioni, Il mistero del Verbo incarnato; e altri lavori di carattere apologetico, come Tra maestro e discepolo, La verità della fede nella Bibbia, Il primato del Papa e la venuta di S. Pietro a Roma, Alla Chiesa credo e ai protestanti no (in versi mnemonici)

(testo tratto dal sito Quascirana Club)

d. A.M.

La Messa nel varesotto.



L'associazione "Ildefonso Cardinal Schuster" comunica con immensa gioia che sua Eminenza Reverendissima, l'Arcivescovo Dionigi Cardinal Tettamanzi ha concesso per la zona pastorale di Varese la celebrazione della Santa Messa in rito Ambrosiano Antico, secondo il Messale promulgato nel 1954 dal Beato Cardinal Schuster.  

La celebrazione ha luogo tutte le domeniche e feste di precetto alle ore 17,00 presso la chiesa di San Giuseppe in via Gritti (dietro la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in piazza Giovanni XXIII) a Induno Olona.


Peter 3466623644
Carlo 3389256994
Alberto 3389256994

venerdì 29 ottobre 2010

Il martirio della Tradizione

Nella recente biografia “Mons. Marcel Lefebvre Nel Nome della Verità” scritta da Cristina Siccardi, a pag. 281 si citano tre benefattrici sarde, le sorelle Monzitta.

Ma chi erano costoro? La loro storia è simile a tante altre, nelle umiliazioni come nelle sofferenze causate dalla selvaggia e feroce applicazione delle riforme liturgiche. Il repentino passaggio da un rito immemorabile, e anche per questo amato, ad un rito nuovo fin da subito sentito come freddo, estraneo, e rivoluzionario e presentato ed imposto in contrapposizione all’altro scandalizzò e sconvolse l’esistenza anche di queste tre pie donne. Le quali si ritrovarono anch’esse, nella nuova liturgia, come un pesce fuor d’acqua. E se fino al giorno prima levarsi presto per andare a messa era una gioia, divenne subito una tragedia. Esse provavano nella messa nuova una sofferenza mai provata prima, neppure per la morte dei genitori. Riuscirono a “sopravvivere” in queste condizioni per qualche tempo, ma alla fine una scelta si imponeva: andare a messa e tornarne ogni volta sempre più depresse e distrutte, spiritualmente spossate, oppure restarsene a casa. Non avendo la vocazione al martirio queste tre sorelle decisero, con profondo dolore, di non metter più piede in quella chiesa dove erano state battezzate. Continuarono a levarsi presto lo stesso, e a “supplire” la partecipazione alla messa, con il desiderio di esservi e altre pratiche di pietà. Pensavano che una tale pazzia dei preti non poteva durare a lungo. Passarono così mesi ed anni.

Un giorno sentirono al telegiornale che il Papa aveva concesso un indulto per celebrare la messa antica (si tratta della Lettera Quattuor abhinc annos del 1984). Non capirono molto del servizio trasmesso al telegiornale e per cercare di comprendere qualcosa in più acquistarono qualche quotidiano. E capirono che la messa tanto amata poteva essere celebrata nuovamente. Si rivolsero subito al parroco , il quale rispose di non saperne nulla (e quando mai un parroco deve occuparsi di simili notizie!) consigliandole di rivolgersi alla curia diocesana. Queste tre arzille signorine non se lo lasciarono dire due volte e il giorno dopo chiusero la loro piccola bottega, presero l’autobus e si diressero ad Ozieri; andarono in curia e parlarono con un sacerdote che, sulle prime, le ricevette con gentilezza; quando però le sorelle comunicarono il motivo della loro presenza l’atteggiamento di quel sacerdote mutò repentinamente fino a sconfinare nella maleducazione e nell’offesa e tramutandosi in sprezzante arroganza. Non concesse loro neppure di finire di parlare; le rimproverò aspramente per la loro richiesta, dicendo loro che dovevano vergognarsi di aver chiesto una cosa simile!! E dopo averle invitate a confessarsi e a pentirsi, le mandò via in malo modo.

Queste tre sorelle, umiliate e ammutolite, uscirono dagli uffici della curia ed avendo ancora del tempo prima di prendere l’autobus si concessero una mesta passeggiata fermandosi di tanto in tanto davanti a qualche vetrina casa. Fu proprio davanti ad una di queste vetrine che vide il sacerdote che poco prima le aveva letteralmente cacciate dagli uffici della curia, ed evidentemente poco contento di ritrovarsi tra i piedi quelle povere donne le fece oggetto di scherno dicendo loro “ma tornatevene a casa vostra, ché fate meglio”! Le tre sorelle questa volta gli risposero per le rime ricordandogli che erano sulla pubblica via dalla quale lui non aveva né diritto né potere di cacciarle via come invece aveva fatto pocanzi dai locali della curia.

Il viaggio di ritorno a casa fu triste e silenzioso, scandito solo dai Paternostri e dalle Avemarie del rosario sussurrato su un’autobus semivuoto .

Con una tristezza maggiore, dovuta all’improvviso entusiasmo suscitato dalla notizia dell’indulto e all’altrettanto improvvisa negazione di esso da parte della curia diocesana, le tre sorelle continuarono la vita quasi claustrale che conducevano dal 1970, pregando in casa. Passò ancora qualche anno e nel 1988 un’altra notizia appresa al telegiornale le fece sussultare: in quell’anno infatti molto si parlò di Mons. Lefebvre, soprattutto a motivo delle illecite ancorchè valide consacrazioni episcopali. Si attivarono immediatamente per cercare di contattare tale vescovo e dopo un po di tempo riuscirono a comunicare con il priorato italiano della FSSPX , ad Albano, diventando subito benefattrici dell’opera di mons. Lefebvre, felici di aver scoperto un vescovo, fino ad allora sconosciuto, che lottava per la messa di sempre: la loro stessa messa e la loro stessa lotta!

Fu in quella occasione che Mons. Lefebvre decise di andare in Sardegna per ringraziare di persona e più ancora per consolare, quelle tre coraggiose e intrepide sorelle. Ecco quindi che una mattina le tre sorelle sentirono bussare alla porta: era mons.Lefebvre. Lo ospitarono per qualche giorno nella loro casa e allestirono una cappella in una delle stanze dove il vescovo francese celebrò il divin sacrificio in una atmosfera catacombale. La gioia delle tre sorelle per aver nuovamente partecipato alla messa antica fu tale che piansero molto: Dio aveva ascoltato le loro suppliche di non morire senza aver nuovamente partecipato alla Messa di Sempre.

Se l’ostilità diocesana verso queste tre sorelle era notevole prima, si può immaginare quanto aumentò dopo che si diffuse la notizia della visita di mons. Lefebvre.

Per oltre dieci anni, ogni tanto, un sacerdote della FSSPX andava a visitarle, si tratteneva da esse qualche giorno, celebrando il rito antico nella cappellina allestita per mons. Lefebvre e mai disfatta. Poi, con l’età che avanzava si acuirono i problemi di salute che in poco tempo portarono due sorelle a lasciare questa terra. I sacerdoti della FSSPX non furono avvertiti in tempo e i funerali vennero quindi officiati da sacerdoti diocesani ma col rito nuovo, perché la curia, impietosa anche verso i defunti, non volle concedere il rito antico.

Famiglia cristiana: alla Messa tradizionale si "assiste" senza capire, manca la "gioiosa fraternità" della Messa nuova


No comment!

Solo un consiglio: se una chiesa vende Famiglia Cristiana nel banchetto della 'buona stampa', cambiate parrocchia.

Parla il primo vescovo anglicano che entrerà nell'Ordinariato cattolico

Grazie al Papa Ratzinger blog scopriamo una toccante intervista, andata in onda alla radio su BBC4, al vescovo anglicano John Broadhurst di Fulham (quartiere londinese), presidente dell'organizzazione anglocattolica Forward in Faith, il quale ha deciso di rompere gli indugi e entrare nel costituendo ordinariato cattolico per gli anglicani. Ne traduciamo la parte finale, che dà la misura del coraggio necessario per lasciare alle spalle le "cipolle d'Egitto".

[..]
- Che cosa Le accadrà ora in pratica? Si dimette dalla posizione di vescovo di Fulham. E poi, che cosa? Sarà ordinato sacerdote nella Chiesa cattolica? E’ quello il progetto?
Quello dipende da loro; non spetta a me. Tutto ciò che posso dire è che è mio intento rassegnare le dimissioni alla fine dell'anno, e spero (e le mie parole sono molto attente: intendo e spero...) … spero di entrare nell'Ordinariato.

- Tanto per essere chiaro su ciò che potrebbe significare: lei presumibilmente non potrebbe essere un vescovo negli ordini cattolici romani perché è sposato?
No, no.

- … ma spera di essere un sacerdote?
Sì, mi auguro di essere un sacerdote; ma alla fine, se anche dovessi essere un laico, non è la fine. Una delle cose sul dibattito sulle donne vescovo: il ministero non è una carriera: è in realtà una vocazione. Così devi fare ciò che la Chiesa richiede da te, non quello che tu richiedi alla Chiesa.

- E quante persone — siamo all'inizio del processo — quanti si aspetta a lungo termine, mentre il processo si svolge, che seguiranno le sue orme?
Non stanno seguendo le mie orme, ma l’offerta del Papa. Per essere onesto con lei, penso che inizialmente saranno piuttosto pochi. Conosco altri sacerdoti e vescovi che hanno intenzione di accogliere questa offerta. Saranno pochi inizialmente perché per molti sacerdoti, se si ha una moglie e la famiglia e si vive in una canonica, è molto difficile abbandonare tutto per una situazione piuttosto insicura, ma ho ricevuto molte email da laici, che dicevano: "come facciamo per entrare?" Non è possibile entrare in qualcosa che non esiste. Così fino a quando l'Ordinariato è istituito e funzionante, nessuno può dire quanti vi aderiranno.

- E tanto per essere chiari, lei è assolutamente sicuro nella sua mente che sta facendo il passo giusto; ha preso molto tempo per raggiungere la decisione, ma non ha dubbi su di essa?
Sono assolutamente sicuro. E credo che non si possa tornare indietro se si è detto pubblicamente dove ci si colloca; questo è quel che va fatto, e lo farò con speranza

giovedì 28 ottobre 2010

La rovina della casa di Ushaw

Ushaw College
Scusate il titolo alla Edgar Allan Poe, ma non abbiamo resistito... Comunque, la storia è presto detta: Ushaw College, importante seminario cattolico del nord dell'Inghilterra, dove generazioni di figli della working class del Lancashire si sono formati al sacerdozio, chiuderà nella primavera del 2011. Il motivo? Un'istituzione che qualche decennio fa aveva centinaia di seminaristi (oltre 400 negli anni '50), quest'anno ne conta solo 26. Non che la cosa ci stupisca troppo, dopo aver fatto un giro sul sito del college e visto che non si fanno mancare nulla di tutte le baggianate postconciliari: gruppi di 'condivisione della fede', dove si legge e medita la Parola e ciascuno annoia il vicino esprimendo la propria opinione/impressione/riflessione; corsi in comune con anglicani e metodisti; l'organizzazione, alcuni anni fa, di conferenza su quello che il cattolicesimo ha da imparare da altre tradizioni religiose...

Padre Michael Brown, dal suo blog Forest Murmurs, ha lanciato la proposta di trasformare Ushaw in un seminario tradizionale. In genere i seminari tradizionali, ovunque si trovino, sono strapieni. La Latin Mass Society, che tra l'altro organizza ogni anno proprio a Ushaw un corso per sacerdoti che vogliono imparare a celebrare nella forma straordinaria, ha manifestato il suo interesse per la proposta.

C'é bisogno di tutto l'aiuto, e di molta preghiera, affinché questo si avveri. Come primo passo, ci si può iscrivere al gruppo Facebook "Save Ushaw" (http://www.facebook.com/group.php?gid=120698171320659), per dimostrare ai responsabili del college, prima di tutto ai vescovi, che il seminario di Ushaw è vicino al cuore di tutti i cattolici, non solo di quelli Inglesi, e che per sostenere qualunque iniziativa affinché torni ad essere quello che era un tempo: una fucina di sacerdoti di Cristo.

Nasce un gruppo stabile a Pescara

Associazione

BEATO MARCO D’AVIANO

Pro Missa Tridentina

Pescara


Gruppo stabile per l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI


B. Marco d'Aviano
Kapuzinerkirche, Vienna
Abbiamo costituito questo gruppo con l’unico intento di riportare la celebrazione nella nostra Diocesi di Pescara della Santa Messa secondo l’antico rito gregoriano, o Messa Tridentina.

La Santa Messa dei Santi e dei Beati della Chiesa, da S.Francesco a S.Pio da Pietrelcina.

Impegniamoci insieme perché questo grande tesoro della Chiesa sia presente nella vita della nostra Diocesi per tutti i fedeli.


Messa tradizionale a Radio Maria - diretta da Venezia

Domenica 31 ottobre 2010
Ore 10.30


Radio Maria, trasmetterà in diretta la Santa Messa celebrata da padre Konrad Zu Loewenstein nella chiesa dei ss. Simone e Giuda a Venezia, in occasione della Solennità di Cristo Re.

Al termine della celebrazione, verrà compiuta l'Esposizione Eucaristica con la recita della consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù e il canto delle litanie.

Programma musicale

- Proprio gregoriano della festività di Cristo Re - "Dignus est agnus"
- Kyriale della messa Orbis factor
- Brani polifonici di Francesco Usper e Giovanni Paolo Cima

Cappella musicale S. Simon
Organo e concertazione: Nicola Lamon

La curia di Basilea sulla distribuzione ecclesiastica di profilattici


Da un dispaccio Apic apprendiamo che il portavoce della curia di Basilea, da cui dipende Lucerna dove lunedì scorso è stata organizzata la distribuzione parrocchiale di condom, ha dichiarato di "temere che la distribuzione di preservativi possa essere strumentalizzata". Ha aggiunto che il problema che solleva la campagna organizzata dalla Chiesa cattolica a Lucerna è duplice: da un lato, il rischio di strumentalizzazione della Chiesa da parte di un'industria che vale miliardi, dall'altra parte il rischio di dare l'illusione che il preservativo protegga davvero al 100%.

La curia di Basilea afferma comunque di volersi informare di più sui dettagli della campagna.

Quanto alla conferenza episcopale elvetica, essa continua a non voler prendere posizione.

Ed ecco, grazie alle ricerche di Guy Fawkes nel sito della Chiesa di Lucerna, qualche immagine di celebrazioni praticate correntemente nelle parrocchie della città, e pubblicate su quel sito. E' quasi inevitabile che un ambiente liturgicamente così degradato partorisca idee perverse come quella di distribuire profilattici marcati "Chiesa cattolica" e comprati col "soldo del povero e della vedova". E' davvero il caso di concludere che il sonno della ragione provoca mostri:


 

mercoledì 27 ottobre 2010

Messe tridentine a Poggibonsi e Siena

A Poggibonsi e a Siena
le Messe tridentine per la festa di Cristo Re,
di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Defunti


Domenica 31 Ottobre, solennità di Cristo Re, S.E. Mons. Juan Rodolfo Laise, Vescovo emerito di San Luis (Argentina), alle ore 9,30 celebrerà una solenne S. Messa nella Chiesa della Magione di Poggibonsi.
Dopo la Santa Messa una processione si dirigerà dalla Chiesa della Magione fino al ponte sullo Staggia: da lì Mons. Laise traccerà quattro benedizioni ai quattro punti cardinali con la Reliquia della Santa Croce recitando gli “incipit” dei quattro Vangeli: è la benedizione contro le inondazioni impartita per la prima volta dal Cardinale Silvio Oddi per la festa di Cristo Re del 1994, dopo le terribili alluvioni del 1992 (1 metro e 80 di acqua e fango) e del 1993 (tre metri), con disastrose conseguenze per il patrimonio storico-artistico, rappresentato dal Castello della Magione, e per la perdita di preziose testimonianze d’arte e di arredo anche religioso e di importanti documenti.
Nel pomeriggio alle ore 17,00 S.E. Mons. Laise celebrerà la S. Messa della festa di Cristo Re nella Chiesa di San Donato a Siena.
Lunedì 1° Novembre, solennità di Tutti i Santi, Mons. Laise celebrerà la S. Messa solenne nella Chiesa della Magione alle ore 9,30 e alle ore 17,00 nella Chiesa di S. Donato a Siena.
La sera del 1° Novembre, alle ore 21,15, i Maestri Alessio Cervelli e Mario Spinelli terranno un concerto d’organo nella Chiesa della Magione di Poggibonsi in onore di S.E. Mons. Laise, ospite della Milizia del Tempio nel Castello della Magione.
Martedì 2 Novembre, Commemorazione dei Fedeli Defunti, il Vescovo Mons. Laise celebrerà una solenne Messa di Requiem alle ore 17,00 nella Chiesa di S. Donato a Siena e alle ore 19,00 nella Chiesa della Magione a Poggibonsi.
Tutte le S. Messe nella Chiesa della Magione di Poggibonsi e di San Donato a Siena saranno celebrate nella forma straordinaria del rito romano (tridentino) da Mons. Laise il quale celebrerà nella Chiesa della Magione anche le Messe feriali di Mercoledì 27, Giovedì 28 e Venerdì 29 Ottobre alle ore 19,00 e di Sabato 30 Ottobre alle ore 18,00.
Dal 1° all’8 Novembre Il Sommo Pontefice concede l’Indulgenza Plenaria, applicabile solo per i Defunti, ai Fedeli Cattolici che visiteranno un Cimitero pregando, anche solo mentalmente, per i Defunti (Enchiridion Indulgentiarum).

Ubi charitas...

-Desidero sottoporre all’attenzione degli amici lettori di Messainlatino, oserei dire ai miei confratelli, tre gesti di carità.


- Il padre di uno dei nostri ministranti ha perso il lavoro nella fabbrica dove lavorava da diversi anni.

Ha tre figli, moglie a carico e la casa in affitto.

La direzione dell’azienda gli aveva promesso di continuare il lavoro ma poi alla fine di settembre la tremenda lettera di licenziamento, non è l’unico purtroppo, senza cassa integrazione o liquidazione poiché era assunto tramite agenzia di lavoro interinale.

Il nostro gruppo liturgico lo sta aiutando ma, giustamente, il papà vuole lavorare !

Ha fatto il governante-giardiniere, muratore, addobbatore di chiese ecc ecc

Essendo giovane, 38 anni, può accettare lavoro in qualsiasi parte d’Italia pur di mantenere la famiglia.

Nella mia Città, nella situazione attuale, è quasi impossibile trovare un lavoro.


- Una giovane mamma, ottima ricamatrice, con figlio, marito e madre a carico, ha bisogno di fare alcuni lavori di ricamo a casa per “sbarcare il lunario” …

Essendo ormai la mia regione affermato territorio kikiano la ragazza, che prima rammendava e restaurava parati, camici e suppellettili nel territorio della sua diocesi, ora non riesce più a far nulla nell’ambito ecclesiale fatta eccezione del nostro gruppo liturgico …. oltretutto squattrinato…


- Infine alcuni organisti.

Ne conosco alcuni della mia regione, ottimamente diplomati che stanno perdendo entusiasmo perché non riescono neppure a suonare più una Messa …. Non parliamo poi dei soldi …

Ormai abbiamo diversi Organi antichi , stupendamente restaurati, che rimangono muti perché le scellerate chitarre “animano” la liturgia…

Lancio l’idea di invitare alcuni organisti marchigiani fuori Regione per suonare ad una Messa nell’antico rito oppure ad un concerto per rinverdire in loro quell’entusiasmo che avevano nel cuore quando si sono iscritti al Conservatorio.

Io mi vanto che il gruppo, spontaneo, della liturgia antica di cui ho l’onore di far parte, è povero !

La gente, anche i fedeli che non condividono con noi la bellezza della liturgia antica, vede e capisce!

Forse anche per questo ci vogliono sempre più bene !

Grazie per la cortese attenzione.

Andrea Carradori

La Messa ad Arona


Ecco un’immagine della prima Messa celebrata ad Arona (provincia e diocesi di Novara, sponda piemontese del lago Maggiore) secondo il rito tradizionale il 23 ottobre 2010. Sacerdote celebrante don Marco Pizzocchi. La chiesa è quella della Beata Vergine di Loreto, nota localmente come Santa Marta perché un tempo vi aveva sede l’omonima confraternita: situata nella centralissima piazza del Popolo, è affacciata direttamente sul lago. La chiesa fu fondata nel 1592 grazie alla munificenza di Federico Borromeo, allora non ancora arcivescovo di Milano e cardinale: l’altare in marmi policromi è finemente studiato per esaltare la statua marmorea dell’Assunta opera di Marco Antonio Prestinari (1613), scultore attivo nella fabbrica del Duomo di Milano. Dietro di esso si sviluppa una riproduzione a grandezza naturale della Santa Casa del santuario di Loreto.

Numerosi i fedeli presenti alla celebrazione del 23 ottobre, che ha visto la chiesa piena. Santa Marta, inutilizzata per il culto da decenni, ospiterà ora il rito tradizionale ogni sabato alle 18.30 (per la foto si ringrazia Emanuele Sandon).
Il gruppo stabile di Arona

Messa a Paruzzaro (NO)


Ci viene comunicato che il giorno giovedì 4 novembre
presso la chiesa di San Marcello (chiesa romanica del cimitero)
Comune di Paruzzaro (Novara)
alle ore 16.00 verrà celebrata una S.Messa da requiem nella forma antica

I gondoni di Santa Romana Chiesa.


Nel sito della Chiesa cattolica di Lucerna (cattolica, sissignori: nel senso che tale figura nell'annuario pontificio), campeggia l'allegro e disinvolto manifesto multicolore qui sopra rappresentato, dove oggetti volanti ben identificati, i cui colori richiamano l'arcobaleno dell'orgoglio gay, sorvolano leggiadri sui campanili delle parrocchie del Cantone.

Si tratta del logo della campagna: PROTEGGI IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO, dove la parafrasi del comandamento evangelico serve, l'avrete capito, a far propaganda all'uso del profilattico. Se la cosa vi appare blasfema beh... siamo in compagnia.

L'iniziativa è stata presentata dal portavoce e responsabile della comunicazione della Chiesa di Lucerna, Florian Flohr, secondo il quale chi in tema di Aids non parla di preservativi si comporta in modo non etico, come diceva il vescovo emerito Kamphaus di Limburgo.

E poiché alle parole devon seguire i fatti, le unità pastorali di Lucerna hanno iniziato la distribuzione gratuita di 3.000 preservativi alla stazione ferroviaria della città, finemente impachettati come si può vedere nella foto qui sotto. Mica male, l'astuccio col marchio "Chiesa Cattolica": un oggetto da collezione (almeno finché l'esempio di Lucerna non si diffonderà su larga scala), con in più il fascino morboso e sottilmente perverso della trasgressione.

Altri profilattici saranno distribuiti da un camion espositivo itinerante dell'ente missionario cattolico Missio, con cui verranno fornite ai giovani informazioni sull'Aids in Africa e in Svizzera. A Lucerna, 14 classi delle superiori hanno già prenotato la visita. 

Dalla curia di Basilea, da cui dipende Lucerna, nessun intervento o commento. Al momento la sede episcopale è comunque vacante, dopo il richiamo del vescovo (e quasi cardinale) Kurt Koch a Roma a dirigere il Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani. Anche se c'è da chiedersi come occupino il loro tempo i due vescovi ausiliari rimasti a Basilea...

In ogni caso, la Conferenza episcopale elvetica non è invece vacante. Tuttavia il portavoce della Conferenza Walter Müller ha commentato semplicemente che «Questa questione pastorale[?] concerne la diocesi di Basilea». Il problema non tocca dunque i signori vescovi.
Enrico

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