giovedì 30 settembre 2010

Latino per tutti


Corso gratuito di latino per tutti

Ogni martedì a partire dal 26 ottobre

Con scelta fra due orari:

15.00 - 15.45 / 20.15 - 21

Informazioni e iscrizioni:

don Pierangelo Rigon (3391417101)

Qualcuno potrà pensare che la proposta di un corso popolare di latino sia, già in partenza, una iniziativa destinata a ben scarso riscontro d’interesse da parte della nostra gente. O che sia una inutile "provocazione" da parte di chi si sente legato ad un passato ormai definitivamente rimosso.
Le motivazioni riportate in questo pieghevole possono aiutare a "smontare" certi pregiudizi, duri a morire, contro il latino e l’opportunità di una sua minima conoscenza.
Perché ho intitolato il corso "FILI DI EVE"?
L’espressione è una simpatica storpiatura (si dovrebbe dire "filii Evae") che si sente comunemente nelle nostre chiese quando viene cantato il "Salve Regina".
Un corso semplice e popolare si propone di far evitare ai fedeli questi piccoli errori e a capire meglio alcune espressioni che usiamo nella nostra vita comune.
Dio capisce certo il latino, l’italiano, il dialetto, anche i nostri "stramboti".
E’ però titolo di merito, per noi, comprendere e pronunciare bene le parole che ci servono per comunicare con Lui e fra di noi.
 

don Pierangelo


IL LATINO E’ LINGUA VIVA!
 
Se con ciò intendiamo dire che non è una lingua parlata comunemente in qualche parte del mondo, questo è vero.
Ed è altrettanto vero che non è una lingua che può aiutare traffici, commerci e guadagni …
A ciò provvedono altri idiomi oggi sempre più diffusi e "impostici" dalle necessità di sopravvivenza in un mondo complesso e variopinto come il nostro.
Ma il latino vive ancora in tante nostre espressioni di uso comune, è alla base della lingua italiana e di alcune altre, viene evidenziato da lapidi e iscrizioni che costellano piazze, vie, edifici delle nostre città.
E’ richiamo alla nostra storia, alla civiltà e alla cultura che il mondo intero c’invidia e che noi spesso dimentichiamo e trascuriamo.
Aggiungiamo, per convincere i più riottosi, che lo studio del latino è un ottimo esercizio mentale, un allenamento alla logica che può allontanare persino certe patologie del nostro cervello.
Questi, e molti altri, sono i vantaggi che possono derivare da un approccio alla lingua che fu di Roma ed è ancora della Civiltà Cristiana.
Più vivo ed utile di così, il latino non potrebbe davvero essere.

IL LATINO E’ LA LINGUA DELLA CHIESA
 
Anche dopo che le lingue nazionali sono progressivamente entrate nella Liturgia, gli ultimi Papi si sono più volte espressi affinché la lingua sacra della Chiesa non scompaia del tutto dalla vita di preghiera dei fedeli praticanti.
Ecco, ad es., che cosa scrive Benedetto XVI:
"Chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia."
Purtroppo questi desideri del Papa sono disattesi per vari motivi: timore di un ritorno al passato, preconcetti ideologici, immotivata paura di una lingua che si pensa astrusa e irraggiungibile ai semplici del popolo di Dio. Chi si accosta al latino troverà invece grandi soddisfazioni nell’apprezzare testi stupendi di preghiera, inni composti da Santi di straordinario ingegno. Testi che hanno nutrito la spiritualità di innumerevoli generazioni cristiane. E con il latino si potrà arrivare a gustare il canto gregoriano che è proprio del culto cattolico.
 
PERCHE’ NON PROVARCI?
- Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?
- Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa - disse Renzo, cominciando ad alterarsi, - poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva da fare?
- Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora … basta, so quel che dico. Noi poveri curati tra l’incudine e il martello: voi impaziente; vi comparisco, povero giovane; e i superiori … basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.
- Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà fatta subito fatta.
- Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti?
- Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
- Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis, … - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita
- Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine, - che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
 

(da: "I Promessi Sposi", capitolo II)

INFORMAZIONI SUL CORSO DI LATINO

 Quando si svolge?
 
Abbiamo pensato di tenere il corso ogni martedì, con una doppia possibilità: dalle 15.00 alle 15.45, oppure dalle 20.15 alle 21.00. Ognuno puà scegliere l’orario più comodo.
Si comincia il martedì 26 ottobre. Eventuali cambiamenti sono sempre possibili parlandone insieme.

Dove?

Nei locali della Parrocchia di Ancignano
 
Chi insegna?
 
D. Pierangelo, anche se non è "latinista" di professione. Eventualmente chiederà aiuto a qualche consulente più preparato di lui.
 
Chi può parteciparvi?

 Chiunque, a partire dai 12 anni circa e fino a 100. Viri et mulieres (uomini e donne). Con o senza titoli di studio. Basta un pizzico d’interesse e di curiosità.
 
Quanto costa?
 

Proprio niente! Anche il materiale di studio (libri, fotocopie ecc…) sarà fornito gratuitamente.
 
MEGLIO DI COSI’ …

Chiama d. Pierangelo:

Parte la S. Messa domenicale anche nel Principato di Monaco

La Rocca di Monaco, sovrastante Montecarlo

Dopo alcune Messe in forma straordinaria una tantum, con la partecipazione del vescovo monegasco (di cui avevamo riferito: vedi qui), ora finalmente prende il via una Santa Messa ogni domenica e giorno di precetto alle ore 17, nella cappella della Misericordia (a Monaco, sulla Rocca, di fronte al municipio). La Messa tradizionale sarà celebrata da sacerdoti della (minuscola) arcidiocesi.

Soltanto la prima di queste Messe, domenica prossima 3 ottobre, sarà celebrata, anziché nella cappella della Misericordia ove sono in corso lavori di sistemazione, nella cappella della Visitazione che si trova sempre sulla Rocca, di fronte al Palazzo del Governo.

Per informazioni, si può scrivere a don Guillaume Paris : gparis@monaco.mc  

Fonte: Forum catholique

"Io non vedo Cristo, vedo pane"... e gli danno lo stesso la Comunione



Berna, Svizzera, Chiesa della Trinità. Il parroco Gregor Tolusso ha inscenato una (parodia di) messa con il pastore protestante Manfred Stuber.

E non l'ha fatto alla chetichella: la sacrilega celebrazione è stata ripresa in direta dalla TV di Stato e potete gustarne una parte nel video qui sopra.

Il protestante ha completato il canone, dopo la consacrazione (che ci auguriamo invalida), "con parole sue", ossia con un sermoncino.

Tanto, anche la preghiera eucaristica era stata una libera creazione del parroco Tolusso. Arriva perfino a spezzare l'ostia prima della consacrazione...

Alla comunione, tutti invitati, pure i non cattolici: il parroco proclama: "Chiunque ha udito e condivide l'invito di Gesù di partecipare alla sua mensa, come abbiamo appena pregato, può ricevere la Comunione".

Detto questo, il parroco dà la comunione al pastore protestante. La televisione svizzera, forse perché quelle immagini sono davvero di una pornografia eccessiva, ha tagliato il pezzo in cui il protestante ingolla l'Eucarestia, naturalmente nelle due specie (solo la particola, fa troppo tradizionale).

Poi il pastore prende il calice e lo somministra agli altri presenti in presbiterio; finito ciò, aggrampa un ciborio e distribuisce la comunione al pubblico presente. Insomma: un pastore protestante che fa il ministro straordinario della comunione ad una messa cattolica (insomma... 'cattolica' qui è una parolona...) è una bella novità.

Il video mostra anche l'intervista che i due "concelebranti" hanno rilasciato alla televisione. L'intervistatore, a giudicare dalle domande, appare molto più ortodosso dei due sodali (e ci vuol poco...). Così, alla richiesta se possa predicare chi non sia sacerdote cattolico, il parroco risponde che "non è una cosa nuova", bensì "una lunga tradizione" (in realtà è un abuso, tuttora e anche per il novus ordo).

Il parroco Tolusso ammette che ci sono differenze con i riformati, come il Papato, la gerarchia e la comprensione dei sacramenti. Ma poi aggiunge: "Se un cristiano riformato può dire di sì ad una comprensione cristiana, allora può partecipare alla comunione cattolica".

Il pastore, a quel punto, ha però tenuto a precisare di non concordare con l'idea cattolica di Eucarestia. Per lui la Cena del Signore è solo un simbolo: "Io non vedo Cristo, io vedo pane". Ma queste considerazioni, in fondo ovvie provenendo da un protestante, non sono tali da far deflettere il parroco Tolusso, che sostiene di avere scoperto una "Teologia del consenso", e afferma che il vero scandalo è la separazione, non la "ospitalità eucaristica".

Significativamente, don Tolusso si lascia andare a entusiastici apprezzamenti per la nuova messa postconciliare, che considera un "simbolo di comunità". La Messa non può essere usata per dividere, ha detto. E la ricezione della Comunione senza essere di fede cattolica è qualcosa che egli vede come un "sostentamento lungo la via verso l'unità".


Fonte: kreuz.net

mercoledì 29 settembre 2010

29 settembre: San Michele Arcangelo



Sancte Míchaël Archángele, defénde nos in proélio: contra nequítias et insídias diáboli esto praesídium. Imperet illi Deus, súpplices deprecámur: tuque, Prínceps milítiae coeléstis, Sátanam aliósque spíritus malígnos, qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo, divina virtúte, in inférnum detrúde.


San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii nostro presidio contro la malizia e le insidie del diavolo. Che Dio lo soggioghi: supplici lo domandiamo; e tu, principe della milizia celeste, caccia all’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che a perdizione delle anime vagano per il mondo.

A spacciar Ostie come le caramelle, aspettiamoci le ovvie conseguenze


Nella sua autobiografia, Joseph Ratzinger ricorda che quand'era ragazzo, in Baviera, per accostarsi alla Comunione pasquale coloro che non erano assidui in chiesa dovevano presentare un bigliettino di 'avvenuta confessione'. Molto burocratica e molto tedesca, questa usanza, e non necessariamente riproponibile. Ma quando l'Eucaristia diventa un diritto acquisito (possibile che il 90% di chi va a Messa faccia la comunione?) e, soprattutto, quando la distribuzione avviene con modalità che da un lato sviliscono l'importanza dell'atto, dall'altro facilitano la desecrazione, come stupirsi di notizie come quella che segue?


La notizia, battuta martedì 28 settembre dalle agenzie, riferiva di un episodio sconcertante. Secondo quanto riportato, infatti, alcuni cittadini di presunta fede islamica avrebbero partecipato alla comunione nella chiesa parrocchiale di Sondrio e, una volta davanti al sacerdote avrebbero preso l'ostia consacrata infilandosela nelle tasche. Quando alla fine della funzione, l'arciprete don Marco Zubiani si è avvicinato per chiedere spiegazioni i due protagonisti del gesto oltraggioso avrebbero risposto: "Tu chi sei per dirci cosa fare? Non ci comandi. Noi siamo di fede islamica e tu chi sei? Sei Dio tu?". Il fatto risalirebbe a lunedì 27 settembre.

A chiarire i termini della vicenda è intervenuto nella tarda serata di martedì il vescovo della Diocesi di Como, che ha smentito ogni cosa [A chi credere? Ai fedeli oltraggiati, o al vescovo che non vuol grane?].

Il vescovo Diego Coletti"In merito alla notizia diffusa in queste ore, su un episodio accaduto nella Collegiata di Sondrio nel pomeriggio di lunedì, al termine della Santa Messa Vespertina - ha spiegato il vescovo -, si vuole sottolineare come il fatto sia stato accresciuto e stravolto rispetto a quanto è effettivamente avvenuto. Secondo informazioni di agenzia due giovani, al momento della comunione, avrebbero preso l’ostia consacrata per poi riporla nelle proprie tasche. Il comportamento, nei comunicati diffusi, è stato messo in relazione all’appartenenza alla religione islamica. I fatti si sono svolti in modo differente rispetto a quanto riportato. A prendere la comunione, come riferisce l’arciprete della Collegiata di Sondrio don Marco Zubiani, si è recato soltanto uno dei due giovani, il quale ha in seguito detto di essere di nazionalità spagnola. Alcuni dei fedeli presenti in chiesa hanno avuto l’impressione che il ragazzo avesse riposto in tasca l’ostia consacrata. Informato di questo, l’arciprete si è recato a parlare con il giovane, il quale ha indicato come islamico l’amico seduto al suo fianco. Quest’ultimo, per tutto il tempo, è rimasto al suo posto e non ha nemmeno parlato con don Zubiani. Per quanto riguarda il ragazzo spagnolo, nelle sue tasche non è stata rinvenuta l’ostia poiché l’ha mangiata, in quanto desideroso, ha confidato all’arciprete, di perdono e di riconciliazione con Dio, atteggiamenti che ne rivelerebbero l’appartenenza alla religione cattolica [????].
 
Fonte: Vaol.it

Sul domani della Fraternità S. Pio X

Mons. Brunero Gherardini ci ha fatto avere queste sue riflessioni sulle prospettive future della FSSPX.


Durante un amichevole incontro, alcuni amici m’han chiesto quale potrebb’esser il domani della Fraternità S. Pio X, a conclusione dei colloqui in atto fra la medesima e la Santa Sede. Ne abbiam parlato a lungo ed i pareri eran discordi. Per questo esprimo il mio anche per iscritto, nella speranza – se non è presunzione e Dio me ne guardi! - che possa giovare non solo agli amici, ma anche alle parti dialoganti.

Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto. Bisogna inoltre dare atto alle due parti, finalmente all’opera per una soluzione dell’ormai annoso problema dei “lefebvriani”, che fin ad oggi han lodevolmente ed esemplarmente mantenuto il dovuto silenzio sui loro colloqui. Tale silenzio, però, non aiuta a preveder i possibili sviluppi.

Di “voci”, peraltro, se ne sentono; e non poche. Quale sia il loro fondamento è un indovinello. Prenderò dunque in esame qualcuno dei pareri espressi nell’occasione predetta e dirò poi articolatamente il mio.

1 – Ci fu chi giudicava positivo un recente invito ad “uscire dal bunker nel quale s’è asserragliata durante il postconcilio per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”. Fu facile rilevare la difficoltà d’un giudizio a tale riguardo. Che la Fraternità sia stata per alcuni decenni nel bunker è evidente; purtroppo c’è ancora. Non è invece evidente se vi sia entrata da sé, o se vi sia stata da qualcuno, o dagli avvenimenti sospinta. A me pare che, se proprio vogliamo parlare di bunker, sia stato Mons. Lefebvre ad imprigionarvi la sua Fraternità quel 30 giugno 1998, quando, dopo due richiami ufficiali ed una formale ammonizione perché recedesse dal progettato atto “scismatico”, ordinò vescovi quattro dei suoi sacerdoti. Fu, quello, il bunker non dello scisma formalmente inteso, perché pur essendo “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CJC 751/2), mancò il dolo e l’intenzione di crear un’anti-chiesa, fu anzi determinato dall’amore alla Chiesa e da una sorta di “necessità” incombente per la continuità della genuina Tradizione cattolica, seriamente compromessa dal neomodernismo postconciliare. Ma bunker fu: quello d’una disobbedienza ai limiti della sfida, del vicolo chiuso e senza prospettive d’un possibile sbocco. Non quello della salvaguardia di valori compromessi.

E’ difficile capire in che senso, “per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”, fosse proprio necessario “asserragliarsi in un bunker”. Vale a dire: lasciar libero il passo all’irrompere dell’eresia modernista. E di fatto il passo fu ininterrottamente contrastato. Se pur in una posizione di condanna canonica, e quindi fuori dai ranghi dell’ufficialità ma con la consapevolezza di lavorare per Cristo e per la sua Chiesa, una santa cattolica apostolica e romana, la Fraternità attese anzitutto alla formazione del clero, questo essendo il suo compito specifico, fondò e diresse seminari, promosse e sostenne dibattiti teologici talvolta d’alto profilo, pubblicò libri di rilevante valore ecclesiologico, dette conto di sé mediante fogli d’informazione interna ed esterna: il tutto allo scoperto, dimostrando di quale forza – lasciata purtroppo ai margini - la Chiesa potrebbe avvalersi per la sua finalità d’universale evangelizzazione. Che gli effetti dell’attiva presenza lefebvriana possan esser giudicati modesti o che di fatto non sian molto appariscenti, può dipender da due ragioni:

dalla condizione canonicamente abnorme in cui opera,

e dalle sue dimensioni; si sa che la mosca tira il calcio che può.

Ma io son profondamente convinto che proprio per questo si dovrebbe ringraziare la Fraternità la quale, in un contesto di secolarizzazione ormai ai margini d’un’era post-cristiana, ed anche di non dissimulata antipatia verso di essa, ha tenuto e tiene ben alta la fiaccola della Fede e della Tradizione.

2 – Nell’occasione richiamata all’inizio, qualcuno riferì d’una conferenza durante la quale la Fraternità fu invitata ad aver maggior fiducia nel mondo ecclesiale contemporaneo, ricorrendo se necessario a qualche compromesso, perché la “salus animarum” esige – l’avrebbe detto un lefebvriano – che si corra anche questo rischio. Sì, ma non certamente il rischio di “compromettere” la propria e l’altrui eterna salvezza.

E’ probabile che le parole tradiscan le intenzioni. O che non si conosca il valore delle parole. Se c’è una cosa che, in materia di Fede, è doveroso evitare, è il compromesso. E il richiamarsi della Fraternità – così come d’ogni autentico seguace di Cristo - al “Sì sì, no no” di Mt 5,37 (Giac 5,12) è l’unica risposta alla prospettiva del compromesso. Il testo citato continua dicendo: “tutto il resto vien dal maligno”: dunque anche e segnatamente il compromesso. Almeno nella sua accezione di rinunzia ai propri principi morali ed alle proprie ragioni di vita.

A dir il vero, anche a me, da quando i colloqui tra Santa Sede e Fraternità ebbero inizio, era arrivata la voce d’un possibile compromesso. Cioè d’un comportamento indegno, dal quale la stessa Santa Sede immagino che rifugga per prima. Un compromesso su quanto non impegna la confessione dell’autentica Fede, è possibile e talvolta plausibile; non lo è mai ai danni dei valori non negoziabili. Sarebbe oltretutto una contraddizione in termini, perché anche il compromesso è un “negotium”. Ed un negozio a rischio: il naufragio della Fede. Mi ripugna, pertanto, il solo pensare che la Santa Sede lo proponga o l’accetti: otterrebbe molto meno d’un piatto di lenticchie e s’addosserebbe la responsabilità d’un illecito gravissimo. Mi ripugna del pari il pensiero d’una Fraternità che, dop’aver fatto della Fede senza sconti la bandiera della sua stessa esistenza, scivoli sulla buccia di banana del rifiuto della sua stessa ragion d’essere.

Aggiungo che, a giudicare da qualche indizio forse non del tutto infondato, la metodologia messa bilateralmente in atto non sembra aprire grandi prospettive. E’ la metodologia del punto contro punto: Vaticano II sì, Vaticano II no, o sì se. Cioè a condizione che dall’una o dall’altra parte, o da ambedue, s’abbassi la guardia. Una resa a discrezione? Per la Fraternità il mettersi nelle mani della Chiesa sarebbe l’unico comportamento veramente cristiano, se non ci fosse la ragione per cui nacque e per cui dette vita al suo Aventino. Cioè quel Vaticano II che, specie con alcuni dei suoi documenti sta letteralmente all’opposto di ciò in cui essa crede e per cui opera. Con tale metodologia, non s’intravede una via di mezzo: o la capitolazione, o il compromesso.

Un esito così esiziale potrebb’esser evitato seguendo una metodologia diversa. Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso si chiama Tradizione. Ad essa è costante il richiamo dell’una e dell’altra parte, che peraltro hanno, della Tradizione, un concetto nettamente alternativo. Papa Wojtyla dichiarò ufficialmente “incompleta e contraddittoria” la Tradizione difesa dalla Fraternità. Si dovrebbe pertanto dimostrar il perché dell’incompletezza e della contraddittorietà, ma ancor più impellente è la necessità che le parti addivengano ad un concetto comune, ossia bilateralmente condiviso. Un tale concetto diventa allora il famoso pettine al quale arrivan tutt’i problemi. Non c’è problema teologico e di vita ecclesiale che non abbia nel detto concetto la sua soluzione. Se, dunque, si continua a dialogare mantenendo, l’una e l’altra parte, il proprio punto di partenza, o si darà vita ad un dialogo fra sordi, o, per dimostrare che non si è dialogato invano, si darà libero accesso al compromesso. Soprattutto se accettasse la tesi dei “contrasti apparenti” perché determinati non da dissensi di carattere dogmatico, ma dalle sempre nuove interpretazioni dei fatti storici, la Fraternità dichiarerebbe la sua fine, miseramente sostituendo la sua Tradizione, ch’è quella apostolica, con la vaporosa ed inconsistente e disomogenea Tradizione vivente dei neomodernisti.

3 – Un’ultima questione trattammo nel nostro amichevole incontro, esprimendo più speranze che previsioni concretamente fondate: il futuro della Fraternità. In argomento è sceso pure, recentemente, il sito “cordialiter” con un’idilliaca anticipazione del roseo domani che già arriderebbe alla Fraternità: un nuovo – nuovo? per ora, non ne ha mai avuto uno – “status” canonico, inizio della fine del modernismo, priorati presi d’assalto dai fedeli, Fraternità trasformata in “superdiocesi autonoma”. Anch’io mi riprometto molto dalla sperata composizione per la quale si sta lavorando, ma con i piedi un po’ più per terra.

Tento d’acuire lo sguardo e di vedere che cosa potrebbe domani accadere. Lo specifico della Fraternità, l’ho già ricordato, è la preparazione al sacerdozio e la cura delle vocazioni sacerdotali. Non dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia: propri e non propri, nei Seminari assai più che altrove o più che altrimenti potrebbero esprimersi la natura e le finalità della Fraternità.

Sotto quale profilo canonico? Non è facile prevederlo. Mi pare, comunque, che l’esser una Fraternità sacerdotale dovrebbe suggerirne l’assetto canonico in una forma di “Società Sacerdotale”, sotto il supremo governo della Congregazione “per gl’Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Inoltre, l’aver essa già quattro Vescovi potrebbe suggerire, come soluzione, una “Praelatura” di cui la Santa Sede, al momento opportuno, potrà precisare l’esatta configurazione giuridica. Non mi sembra questo, tuttavia, il problema principale. Più importante è, senza dubbio, sia la composizione all’interno della Chiesa d’un contenzioso poco comprensibile nel tempo del dialogo con tutti, sia la liberalizzazione d’una forza compatta attorno all’idea e all’ideale della Tradizione, perché possa operare non dal bunker ma alla luce del sole e com’espressione viva ed autentica della Chiesa.

27 sett. 2010
Brunero Gherardini

martedì 28 settembre 2010

La Messa di Sempre rinasce perfino a Cuba

In uno degli ultimi paesi di comunismo ortodosso, sotto il pugno di ferro del regime castrista, rinasce la Tradizione imperitura della Chiesa e si è costituita la prima associazione cubana pro missa tridentina.

Potete visitare il sito a questo link.

L'associazione è federata ad Una Voce Internationalis e cura la celebrazione della Santa Messa domenicale.

Ci ha colpito la pagina nella quale si chiede l'aiuto dei visitatori stranieri, in particolare per l'acquisto di materiale liturgico e mediante l'invio di libri della 'buona stampa' ovviamente introvabili nell'isola: tra di loro i testi liturgici di Benedetto XVI, Iota unum di Romano Amerio, l'Imitazione di Cristo, ecc. Ma con l'avvertimento, che ci dà la misura delle difficoltà, per noi impensabili, che devono incontrare i tradizionalisti cubani, di non inviare pacchi di più di cinque chili: tale è il peso massimo ammesso per l'importazione di materiale religioso.

Che l'esempio degli intrepidi cubani sia di sprone per tutti noi che, in fondo, non dobbiamo vedercela con la Polizia, ma solo con certi vescovi. Forse la Polizia ha più buon senso, ma almeno i vescovi non possiedono prigioni.

Enrico

Musica sacra e progetto culturale CEI

Le splendide esecuzioni musicali nell’Abbazia Anglicana di Westminster e nella Cattedrale Cattolica di Londra in occasione della recente visita di Papa Benedetto XVI mi hanno molto colpito.

Non avevo dubbi, avendo ascoltato più volte quei due celebri cori, sull’effetto “maraviglia” che avrebbero prodotto negli ascoltatori.

L’ottimo vaticanista Sandro Magister ha dedicato al coro dell’Abbazia Anglicana di Westminster un interessante articolo. L’incarico conferito al Maestro James O’Donnell, cattolico, alla direzione del celebre coro della Westminster Abbey fa scattare l’ammirazione nei confronti del Capitolo dell’Abbazia per una scelta così oculata basata esclusivamente sulla professionalità del Direttore.

Anche l’altro celeberrimo coro londinese “Westminster Cathedral Choir” nella messa Papale nella Cattedrale Cattolica ha impartito una lezione a tutti noi, compresi a tanti saccenti liturgisti, di come dovrebbe essere lo “stile” musicale in una celebrazione liturgica.

Fra l’evidente contentezza del Papa, perfettamente a suo agio, il Westiminster Cathedral Choir ha eseguito magistralmente tutte le parti del Proprium della Messa in canto gregoriano.

Quali sono i cori, nelle tante Cattedrali italiane e straniere, che eseguono il “proprium” come anche il Messale paolino prevede?

Non è mancato nulla nella celebrazione nella Cattedrale Londinese: dal canto gregoriano, il Cantus Ecclesiae, alla polifonia al nobile canto dell’assemblea dei fedeli !

Il mio pensiero, sconsolato, sé andato alla nostra amata Patria dove sono stati cacciati, anche recentemente, illustri Maestri, come nel caso della Cattedrale di Cremona, tanto per non fare nomi, perché ritenuti colpevoli di non favorire il canto dell’assemblea dei fedeli !

Non posso, altresì, pensare con una molta preoccupazione al progetto culturale della CEI di cui si sta molto discutendo sia su internet che nelle Diocesi all’inizio del nuovo anno pastorale.

Il Santo Padre Benedetto XVI ha più volte levato il suo grido di allarme, rivolto per lo più ai giovani, macinati dalla società sempre più materialista, che non riescono ad impostare la propria vita sui valori cristiani.

Dopo il Convegno ecclesiale di Verona la CEI ha elaborato un progetto che è pubblicato sul sito :


Come insegnante e come responsabile di gruppi musicali ecclesiali dovrei essere contento e tranquillo.

Invece non lo sono !

Leggendo le linee programmatiche del progetto culturale della CEI i miei timori si infittiscono.

Per generazioni le sfide educative della Chiesa, anche in tempi perigliosi per i cattolici, sono state sempre improntate all’esaltazione della cultura cattolica evidenziata dalle forme artistiche che hanno avuto molta presa soprattutto nella popolazione.

I risultati di queste feconde scelte pastorali-culturali ancora sono tangibili in tutta la Penisola.

Intere generazioni di musicisti, compositori, organisti, direttori di coro e cantanti, si sono formati soprattutto dopo la pubblicazione nel Motu Proprio di San Pio X sulla musica sacra sia pur in un momento difficile per la nostra Nazione, a causa dell’estesa povertà, e della situazione di conflitto Stato-Chiesa.

Buona parte dei cori liturgici ancora esistenti sono nati a seguito di quello straordinario documento del Magistero che aveva finalmente ripulito la musica sacra da ogni contaminazione teatrale e mondana.

Nei nostri già opulenti giorni la musica sacra e la musica “classica” vengono sistematicamente annientate nelle Agorà e nei raduni diocesani o nazionali in cui i Vescovi, al fine di aggraziarsi i giovani, organizzano sistematicamente esecuzioni di musica rock e altre manifestazioni “alla moda”.

Non mi fido dei progetti culturali proposti dagli organismi culturali della CEI che impongono festival, lasciati gestire dai soliti potentati artistici, che sono completamente avulsi dalla realtà del territorio.

Dov’è l’attenzione e la valorizzazione dei tanto disprezzati cori liturgici che , con spirito di puro volontariato, servono puntualmente l’altare ?

I cori polifonici non stanno, in maniera solitaria e spesso disperata, operando la vera “sfida educativa” ignorata dai burocrati della CEI ?

A causa della prosperità delle Diocesi, che non conoscono la crisi economica, si è verificato un veloce “migrare” di artisti, teatrali e musicali, verso la sponda ecclesiale dalla quale, con le dovute ed immancabili raccomandazioni, ricevono le dovute attenzioni e i sospirati incarichi.

Peccato che questi “migranti” siano unilateralmente schierati solo nelle categorie “che fanno moda”.

Non mi fido, dunque, degli organismi burocratici della CEI che non hanno messo nel loro progetto educativo le Scholae Cantorum , gli organisti e neppure le Confraternite.

Gli organismi culturali della CEI si sono buttati nel folle inseguimento dei modelli mondani dello spettacolo di massa.

Queste forme di spettacolo vengono, come per magìa, spacciati come “modelli educativi” : questo sarà l’annientamento di quel che rimane della spiritualità di un popolo!

Nella Chiesa , soprattutto in Italia, ci sono due categorie di fedeli : quelli che, per devozione e vero spirito ecclesiale, donano con gioia provvedendo con spirito responsabile alle necessità della comunità e quelli che, aimè, dalla Chiesa ricevono altrettanto gioiosamente …

Per questo ringrazio il Westminster Abbey Choir e il Westminster Cathedral Choir per avermi fatto godere grazie alla loro stupenda arte.

I nostri vecchi dicevano “ con il tempo maturano anche le nespole” …

Speriamo che con il tempo il conservatorismo sessantottino delle commissioni CEI possa maturare e vedere che il mondo è andato avanti …

L’Inghilterra, l’America e l’Australia hanno dato esempio di una rigogliosa rinascita religiosa anche per la musica sacra.

Noi, per il momento, grazie anche alle “sfide culturali” della CEI stiamo lontani anni luce …
Andrea Carradori

Dopo il vescovo pedofilo, il vescovo latitante

Il vescovo emerito (mai aggettivo fu così inappropriato) di Bruges, Roger Vanghelhuwe (nella foto, quando era ancora in carica - anche se non si direbbe), grande amico del cardinale Danneels e pluriennale stupratore di ragazzini, si è dato alla macchia.

Dopo le dimissioni, per un certo tempo è rimasto nella sua ex diocesi, passando di convento in monastero. Ora, ha lasciato la sua ultima residenza, l'abbazia di Westmalle, e si è volatilizzato.

Un ulteriore colpo alla reputazione, già sottozero, dell'episcopato belga, che in tutta risposta pensa... all'ordinazione femminile e magari ai "grandi temi dell'ecologia", come abbiamo riportato qui.

A questo link potete ascoltare l'inverosimile notizia riportata dalla televisione belga.

lunedì 27 settembre 2010

Aggiornamenti marchigiani

Mercoledì 29 settembre, festa del glorioso San Michele Arcangelo, alle ore 19,00 nell’artistica chiesa di San Pietro Apostolo di Jesi, piazza Franciolini, nel centro storico di Jesi sarà cantata la Santa Messa (probabilmente in terzo) da Rev.do don Francesco Ramella. L’omelia sarà tenuta dal Rev.do Parroco.

L’iniziativa è stata promossa dal nostro ministrante Edoardo Belvederesi per festeggiare il suo 18° compleanno.

Pregheremo anche per la Chiesa e per le vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa.

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Ci è giunta anche notizia che in occasione della prossima Festa del Patrono di una città marchigiana sarà celebrata una Santa Messa, letta, nel rito antico della Chiesa Cattolica.

Preghiamo affinchè questa lodevole iniziativa possa essere preludio di celebrazioni “stabili” in quella stupenda Città e Diocesi.

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Gli amici del gruppo “stabile” di Potenza Picena, che da mesi invocano la celebrazione della Santa Messa gregoriana, ringraziano Dio per la comunicazione che è loro pervenuta, il 10 settembre scorso, dalla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” dalla quale si evince che : “ ….dopo aver sentito l’Arcivescovo di Fermo, questi ha manifestato la sua disponibilità a tale richiesta. Si suggerisce pertanto di rivolgersi all’Ordinario per gli adempimenti del caso. …”

Il testo della lettera sarà pubblicato su http://www.missaleromanum.it/

Anche noi ci uniamo agli amici di Potenza Picena e insieme ringraziamo con gioia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo per questo ulteriore dono di unità e di preghiera attorno l’Altare di Cristo.

Papa Benedetto XVI aveva detto “ nella Chiesa c’è posto per tutti” !

Un particolare ringraziamento al dinamico e giovane Parroco di Potenza Picena don Andrea Bezzini a cui la comunità santese deve molto anche per il recupero e la valorizzazione del grande patrimonio artistico di quella bella e devota città.


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Nell’ambito della
9ª Rassegna Organistica della Marca Fermana

Il Fermano in Musica

MONTOTTONE, Collegiata di San Pietro

sabato 23 ottobre, ore 21, organo Vincenzo Paci 1877

Concerto dell’Organista

ANDREA MONCADA DI PATERNO’

Si ringrazia fin d’ora il Rev.do Parroco di Montottone per la cortese ospitalità. Gli ospiti prima del Concerto potranno visitare il centro storico di Montottone.

"A Palermo e in Spagna: continua l'evangelizzazione dell'Europa del nuovo San Benedetto (XVI)"

di Matteo Orlando

Il 3 ottobre prossimo Sua Santità Benedetto XVI visiterà Palermo in occasione del raduno ecclesiale regionale delle famiglie e dei giovani. Il Papa partirà alle 8.15 in aereo dall'aeroporto di Roma Ciampino, e atterrerà circa un'ora dopo allo scalo palermitano "Falcone e Borsellino". Alle 10 è previsto il saluto alla città al Foro Italico di Palermo, dove alle 10.30 il Pontefice presiederà la Messa conclusa dalla recita dell'Angelus. Dopo il pranzo con i vescovi della Sicilia, Benedetto XVI si intratterrà alle 17 con i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i seminaristi nella Cattedrale cittadina, quindi - alle 18 - sarà la volta dell'incontro con i giovani in Piazza Politeama. Conclusi gli appuntamenti, alle 19.15 l'aereo papale ripartirà per Roma-Ciampino, dove l'arrivo è previsto per le 20.45. Il Papa probabilmente [mah!] richiamerà all'ordine i vescovi siciliani, a cominciare dall'Arcivescovo di Palermo Mons. Paolo Romeo, che con il collega Francesco Montenegro di Agrigento ed altri prelati siciliani, si sono spesso dimostrati in collisione con quanto auspicato dal Santo Padre nella Summorum Pontificum e la liberalizzazione della Messa in latino secondo il rito tradizionale.
Dopo Palermo il Papa, nei giorni 6 e 7 novembre prossimi, compirà un Viaggio apostolico in Spagna recandosi a Santiago de Compostela, in occasione dell'Anno Giubilare Compostelano, e a Barcellona per la dedicazione del Tempio della Sagrada Familia. Il Papa arriverà a Santiago alle 11.30 di sabato 6 novembre, dove incontrerà la famiglia reale. Quindi, alle 13 visiterà la Cattedrale dove rivolgerà un saluto ai pellegrini. Nel pomeriggio, il Papa celebrerà la Santa Messa dell'Anno Compostelano nella Plaza del Obradoiro a Santiago de Compostela. In serata, poi, si trasferirà a Barcellona, dove domenica, alle 10, presiederà una Messa nella Chiesa della Sagrada Familia. Dopo il pranzo con i cardinali e vescovi spagnoli, il Papa visiterà una struttura cattolica per l'infanzia bisognosa per poi rientrare in Vaticano

Anche la Calabria si muove

Se non ci sbagliamo, questo è il primo segnale 'tridentino' che ci giunge dalla Calabria, che finora, unica tra le grandi regioni, appariva essere un deserto desolato e senza oasi, in materia di celebrazioni more antiquo. La notizia, quindi, ha un interesse particolare. Et ce n'est qu'un début.


Sabato 18/09/2010 presso la chiesa del Santo Cristo in via dei Bianchi a Reggio Calabria, il Rev. Don Mark Withoos, Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha tenuto un incontro di catechesi dal titolo “Le preghiere ai piedi dell’altare: preparazione al Sacrificio”. Questa catechesi segue quella tenuta dal Rev. P. Vincenzo M. Nuara OP, Officiale della Pontificia Commissione Ecclesia Dei il 26 giugno u.s., intitolata “La Liturgia Tradizionale: storia, riti, teologia” e si inquadra in un programma di incontri spirituali che, ogni terzo sabato del mese, permetterà ai fedeli di conoscere e approfondire la conoscenza del grandissimo tesoro spirituale rappresentato dalla Liturgia latino-gregoriana.

Domenica 19 settembre alle ore 10,30 presso la chiesa del Santo Cristo è iniziata la recita del S. Rosario in latino, seguita alle ore 11,00 dalla S. Messa Cantata, nella XVII Domenica dopo Pentecoste secondo il calendario della Tradizione, celebrata dal Rev. Don Mark Withoos. I canti (gregoriani e polifonici) sono stati eseguiti dal coro S. Paolo della Cattedrale di Reggio Calabria guidato dal maestro C. Cantarella ed il servizio all’altare è stato assicurato dal responsabile di Unavox Reggio Calabria, F. Sergi.

La chiesa era gremita e si è trattato di un ulteriore momento di Grazia per la nostra città e per la nostra Diocesi, dopo quello del 27 giugno u.s.

La prossima celebrazione della S. Messa Tradizionale a Reggio Calabria è prevista per domenica 17 ottobre p.v. (terza domenica di ottobre).

Il comitato Unavox di Reggio Calabria sente il bisogno di ringraziare Nostro Signore Gesù Cristo e la SS Vergine perché dopo tanti anni a Reggio Calabria la S. Messa Tradizionale può essere celebrata con cadenza stabile. Un sentito grazie è rivolto a Don M. Withoos ed ai sacerdoti che si alterneranno per le prossime celebrazioni.

La sessuomania della Chiesa tedesca


Si è svolta in questi giorni a Fulda l'assemblea generale della Conferenza episcopale tedesca. Il suo presidente, l'arcivescovo Robert Zollitsch di Friburgo, che molti ricorderanno per l'allucinante intervista in cui negava che Gesù fosse morto per la redenzione dei peccati (vedi qui) ha emanato un comunicato stampa.

Con profonda tristezza, ma non con sorpresa, dobbiamo constatare che i vescovi tedeschi sembrano non aver altro interesse che il sesso... Ossia: ingenuamente (vogliamo sperare) lasciano che a dettare l'ordine del giorno dei loro incontri sia la stampa laicista, la quale ha capito che per mettere in crisi una Chiesa sempre meno sicura di sé, basta agitare quei quattro frusti argomenti: sesso (dei preti etero: abolizione del celibato), sesso (degli omosessuali: matrimoni e benedizioni alle coppie gay), sesso (dei preti pedofili) e sesso (dei concubini e divorziati risposati, da ammettere alla comunione).

E infatti, i vescovi hanno deciso di accordare speciale attenzione a questi "temi rilevanti", curando speciali iniziative di dialogo su di essi, a livello diocesano e parrocchiale. Questi presuli non hanno ancora compreso due semplici concetti. Il primo: che questi 'temi di rilievo' sono tali solo per il mondo mediatico. Per il fedele medio, lo sono molto meno. Interesserebbe, piuttosto, parlare della Fede, delle ragioni per credere, dei grandi temi esistenziali (perché il dolore, o la morte, che cosa è il peccato, che cosa la redenzione, e così via). Guardiamo Benedetto XVI, che tocca il cuore di folle intere ragionando pacatamente su questi argomenti che vanno al profondo dell'anima. A furia invece di parlare di celibato o di ordinazione femminile, si finisce come quei partiti politici che nel programma sembrano avere solo l'ammissione del matrimonio omosessuale: agli elettori, come ai fedeli, interessa ben altro.

Il secondo motivo dell'inopportunità di tanta sessuomania verbale, è che si finisce per dare l'impressione che la Fede cristiana si riduca a questioni di preservativi, rapporti contro natura, e simili. Davvero indecoroso, non c'è che dire...

Il comunicato dei vescovi, comunque, tocca anche un altro tema: la nuova traduzione in tedesco del Messale Romano, voluta da Vaticano. Anche in Germania, come già negli USA, la nuova traduzione incontra detrattori, perché essa è più aulica e più corrispondente al testo latino.

La traduzione ora è completa ed attende l'approvazione del Vaticano. Tuttavia il comunicato episcopale ha pensato bene di spezzare una lancia in favore della traduzione vecchia (più colloquiale): il comunicato arriva a parlare di "strani usi" linguistici e mutamenti "senza necessità".


Fonte: Kreuz.net

domenica 26 settembre 2010

L'insensata resa all'Islam

Articolo da meditare, e far meditare (specie, ad esempio, nella curia milanese):

di Raffaele La Capria

Tutti i rapporti tra gli individui, i popoli e le nazioni sono basati su questo principio: Tu non puoi fare a me quello che io non posso fare a te. Quando fai a me quello che io non posso fare a te si rompe l' equilibrio necessario perché vi sia la pace. Questo equilibrio si rompe (e infinite volte nella storia si è rotto) con la guerra. È il vincitore che impone la sua legge al vinto e gli dice: Io posso fare a te quello che tu non puoi fare a me. Così il vincitore infrange il principio di reciprocità con la violenza e con la forza. Ma adesso cosa accade, cosa sta accadendo?

Che questa imposizione del vincitore è diventata una prerogativa (un presupposto) del mondo islamico, anche se non c' è nessuna guerra vinta. L' Islam parla come parla il vincitore e dice: io posso fare a te quello che tu non puoi fare a me, posso venire a Roma e dire quel che mi pare (Gheddafi), anche se offensivo per i tuoi sentimenti religiosi, ma tu non puoi nemmeno immaginare di venire alla Mecca e comportarti allo stesso modo. Io posso costruire una moschea in terra cristiana, ma tu non puoi costruire una chiesa in terra islamica.

Sono tante le cose in cui emerge e stride la mancanza di reciprocità, sono tante quelle assolutamente inconcepibili per noi nei loro confronti e lecite per loro nei nostri confronti. Da qui, da questo grado zero, parte il mio senso comune, che per sua natura semplifica senza voler tenere conto della complessità del problema e di tutte le ragioni storiche, religiose e perfino legali che rendono possibile la mancanza di reciprocità. Non ne vuol tener conto perché vuole la pace e non la guerra con quell'Islam moderato che pensa che proprio la reciprocità non rispettata renda difficile la pace. Pensa che qui, in questa mancanza di reciprocità sia il vero scontro di civiltà, perché in questa mancanza c' è la negazione dei diritti dell' altro e perfino della sua esistenza. C'è la negazione della «sacralità della vita, della dignità della persona e della libertà di scelta», diceva la Fallaci su questo giornale, che sono i cardini della civiltà occidentale. Come si fa ad esercitare la diplomazia, qualsiasi tentativo di risolvere le divergenze, in una situazione del genere? Come si può favorire ogni tentativo di portare la pace nel cruciale conflitto tra israeliani e palestinesi se non si accetta questo principio di reciprocità? Sì, vi sono anche altre ragioni di contrasto, ma possono essere discusse solo dopo aver superato l' impossibilità di accettare il principio di reciprocità. Impossibilità che tra noi e l'Islam è sempre esistita, perché storicamente politica e religione nell'Islam sono una cosa sola, e la religione perdonava soltanto chi si convertiva, gli altri erano gli infedeli, i diversi, da tenere a bada e nel migliore dei casi da tollerare. È anche vero però, come accadde in Sicilia e in Spagna, che la tolleranza potè trasformarsi in una forma di civiltà superiore e più raffinata della precedente, perché «la corrente della vita nella sua imprevedibilità è infinitamente più potente» scrive Cacciari sull' «Espresso», di ciò che appare (oggi) insuperabile.

Ma ritornando al discorso iniziale, è sempre nella mancanza di reciprocità la differenza più profonda e direi costitutiva delle nostre storie. Perché è qui che il logos, rimproverato ingiustamente a Benedetto XVI quando fece il suo famoso discorso, cioè il principio di ragione, vien meno. Quella ragione che abbiamo ereditato dai greci e che fa parte della nostra profonda identità. Tra fede cristiana e fede nell' Islam la differenza dunque è il principio di ragione, e questo appunto presuppone la reciprocità. Sono considerazioni elementari che resterebbero tali, se non fosse in atto da molti anni una silenziosa avanzata demografica degli islamici in Europa che fa pensare «prima o poi l'Islam conquisterà la maggioranza in Europa» (così ha dichiarato il padre missionario Piero Gheddo). Gli immigrati di fede islamica sono infatti sempre più in crescita, si calcola che entro il 2050 saranno circa il 25 per cento della popolazione, mentre la tendenza demografica degli europei è sempre in diminuzione. Questo significa, dice il senso comune, che nel 2050 avremo i vincitori in casa senza aver fatto con loro nessuna guerra. E allora per forza di cose e forza numerica essi potranno dire tranquillamente: Io posso fare a te quello che tu non puoi fare a me. Che fare? Si può mutare l' identità altrui o la propria con l' esercizio della ragione? Evidentemente no. Non ci resta che sperare in un futuro in cui la forza delle cose e l'istinto di conservazione, «la corrente della vita» appunto, ci porterà ad assumere un'identità diversa e a inventarci una mentalità «universale».

Fonte: Corriere della sera, 25 settembre 2010, via Amici Papa Ratzinger blog

Il card. Vingt-Trois fa cambiare idea alla Chiesa sull'espulsione di zingari



Passano i giorni, passano le settimane, e sui rimpatri dei rom illegittimamente presenti in Francia e in altri paesi d’Europa le autorità della Chiesa continuano mantenersi sul vago, senza affondare le critiche contro il “misfatto”.

“L’Osservatore Romano” non ne parla se non con rari cenni telegrafici e asettici. Tace, dopo il suo ritiro in pensione a fine agosto, persino il loquace e pugnace monsignor Agostino Marchetto, che poco prima di dimettersi aveva accusato le autorità di colpire “persone deboli e povere che sono state perseguitate, che furono anch’esse vittime di un ‘olocausto’ e che vivono sempre fuggendo da chi dà loro la caccia”.

La verità è che le autorità della Chiesa si sono convinte, in Francia e altrove, che i rimpatri dei rom fuori regola, così come di ogni altra persona illegalmente presente nell’uno o nell’altro paese, non sono affatto di per sé irrazionali o, peggio, criminosi.

Un esempio di questa linea moderata l’ha dato l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, proprio il giorno in cui la comunità rom sfilava per protesta nelle vie della capitale francese.

Il 6 settembre, in una messa nella cattedrale di Notre-Dame gremita, il cardinale ha dedicato l’omelia alla questione posta in Francia da nomadi e immigrati.

“La questione è complessa – ha affermato – e vi sono molti aspetti da considerare. Per coloro che commettono reati è giusto che il governo disponga che siano ricondotti alla frontiera. Le municipalità chiedono leggi per poter espellere i nomadi, ma la mia preoccupazione è dove andranno queste persone. Quindi piuttosto che suscitare una sorta di nomadizzazione permanente, ovvero che questa gente continui a spostarsi da una parte all’altra senza mai fermarsi, il governo francese ha disposto una politica di rientro nei paesi di origine”.

“Altri elementi da considerare – ha continuato – sono l’assistenza sanitaria e sociale. La legge, infatti, prevede per tutti i residenti nel territorio francese il diritto all’assistenza, ma anche il pagamento dei contributi. Si tratta di un costo considerevole. Per tutte queste ragioni il governo francese intende ridurre il numero dei rom. Dunque la questione è legittima. Non si tratta di espulsioni gratuite, perché ricondurre i rom alla frontiera è costoso. Il governo francese si è impegnato con un aiuto economico di 300 euro a persona, pari a tre mesi di salario in Romania, a cui si aggiungono 100 euro per figlio e le spese di viaggio”

“Detto questo – ha proseguito – c’è una questione relativa al modo di mettere in pratica questi respingimenti, che vanno effettuati nel rispetto delle persone, tutelando i principi di umanità e soprattutto evitando misure collettive. Bisogna dire no al trattamento globale e massiccio, ma serve un trattamento individuale. Questo chiediamo al governo francese, e ci auguriamo che lo faccia”.

Dell’omelia dell’arcivescovo di Parigi, che aveva in precedenza incontrato il presidente Nicolas Sarkozy, ha riferito il quotidiano della conferenza episcopale italiana “Avvenire”, in una corrispondenza da Parigi.

Da allora, tra le alte autorità della Chiesa. nessun’altra voce si è discostata da questa.

Mentre tra gli esperti ed operatori sul campo ha fatto colpo ciò che ha detto il presidente dell’Opera Nomadi in Italia, Massimo Converso, al settimanale “Tempi” del 7 settembre:

“Francamente non vedo lo scandalo: i cosiddetti rimpatri hanno coinvolto in realtà poche centinaia di persone, mentre la maggioranza dei rom francesi, e parliamo di decine di migliaia di famiglie, si è sistemata da tempo. Come del resto accade in Spagna, in Germania e nei Paesi Bassi. Vivono in casa, pagano un affitto, e ritrovano l’habitat che hanno lasciato in Romania, dove certo non ci sono campi nomadi. I campi non possono essere una soluzione: sono scuole di devianza e soprattutto di emarginazione. Finché ci saranno campi nomadi come luoghi di passaggio continuerà questo peregrinare, da parte dei rom romeni e bulgari, verso la Spagna, la Francia e l’Italia, se non si trovano soluzioni serie e durature. Basta con le idee romantiche che vorrebbero i rom ‘figli del vento’ in eterno. Facciamo un appello anche ai rom che sono nei campi: seguite l’esempio dei vostri parenti e fratelli che in decine di migliaia hanno deciso di vivere in una casa in affitto”.

Aggiornamenti lauretani

L’attuale Arcivescovo-Prelato di Loreto SER Mons. Giovanni Tonucci ha ordinato che le celebrazioni delle Sante Messe secondo il rito straordinario della Chiesa abbiano luogo solo nella Cappella detta “polacca”dal lunedì mattina alle ore 14 del sabato.

I gruppi interessati debbono portare il Sacerdote per la celebrazione.

Sulla “comodità” delle celebrazioni nella Pontificia Basilica della Santa Casa rimando, senza alcuno spirito polemico, alle esperienze passate, di cui sono stato testimone oculare, commentate anche su blog.messainlatino.it/2009/03/messa-tridentina-loreto.html.

La “cappella polacca” è parzialmente “attrezzata” per le celebrazioni nel rito antico: i fedeli non troveranno i banchi con gli inginocchiatoi.

C’è invece la possibilità di suonare l’organo, la consolle movibile a due manuali del grande organo Mascioni.

Da alcune settimane il nuovo Rettore della Pontificia Basilica della Santa Casa è il Maestro Padre Giuliano Viabile. Il Maestro Viabile, stimato e instancabile Maestro della prestigiosa Cappella Musicale Lauretana, ha cantato, con il gruppo dei suoi cantori gregoriani, il Proprium nel Pontificale officiato, nella chiesa inferiore, dall’E.mo Cardinale Castrillòn Hoyos, all’epoca Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il 14 settembre 2007 in occasione dell’entrata in vigore del Motu Proprio “Summorum Pontificum”.

Faccio gli auguri al Maestro Viabile per questo importante incarico, che si aggiunge a quello, non meno gravoso di Maestro di Cappella della Basilica.

Sicuramente il nuovo Rettore, abituato a trattare autorevolmente con musicisti e con cantori (i musicisti sono tra le categorie ritenute più ingovernabili) saprà tradurre per la realtà lauretana quanto Papa Benedetto XVI disse ai Vescovi francesi “Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire 'a casa sua', e mai rifiutato"( 14 settembre 2008). [E speriamo riporti la custodia eucaristica nella Santa Casa]


Andrea Carradori

sabato 25 settembre 2010

La pastorale della carta della Chiesa di Milano

Gentile Redazione,

vi scrivo queste poche righe di riflessione caratterizzate da un senso di delusione, misto ad una forte sensazione di smarrimento.

Vado al dunque. Ieri sera ho partecipato al consiglio pastorale della mia parrocchia (paesino alle porte di Milano: Arcidiocesi retta dal card. Dionigi Tettamanzi).

Il parroco, da bravo portavoce (sic) del cardinale, ci ha illustrato il nuovo libretto, fresco di stampa, contenente le linee guida per l’anno pastorale 2010-2011. Titolo del libretto: “In cammino con San Carlo”. Lodevole, da parte dell’Arcidiocesi, l’iniziativa di additare come modello per i fedeli e in particolare per i sacerdoti e i religiosi la figura di San Carlo Borromeo, di cui ricorrono i 400 anni dalla canonizzazione.

Queste linee guida prevedono, in sintesi, la “Carta di comunione per la missione”, la formazione di base dei laici, la visita alle famiglie (che vuole andare a sostituire la benedizione natalizia delle case; leggete qui: http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=2580082) e la ripresa di progetti caritativi in occasione del 25esimo anniversario del convegno “Farsi prossimo”, voluto dal card. Carlo Maria Martini (sono probabilmente uno dei pochi a non ricordarselo, ma senza dubbio è perché all’epoca avevo 3 anni!).

Ultimo, ma non per importanza (anzi, purtroppo ne ha molta), all’interno del libretto sopra-citato e illustratoci del nostro Rev. Parroco, un intero documento dal titolo: “Verso la pienezza eucaristica della vita cristiana. Il rinnovamento dell’Iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi nelle comunità pastorali e parrocchiali della Diocesi[titolo invero sinistro, degno di un film della Wertmuller]

La sperimentazione di questo nuovo itinerario è iniziata già da qualche anno in 150 parrocchie dell’Arcidiocesi e si prevede, a partire dai nati nel 2007, di uniformare questo cammino (grazie alle cosiddette équipes di pastorale battesimale [ossignùr!]) facendolo diventare prassi a partire dal 2018.

Detto in soldoni: Prima S. Comunione a 11 anni (forse anche a 12, quindi in 1° media), e pedalare!!

Credo abbiate già parlato sul vostro blog dell’eta per ricevere la Prima S. Comunione. Ci tengo comunque a linkare quanto pubblicato in data 8 agosto 2010 sull’Osservatore Romano: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2010/181q01b1.html in occasione del centenario del decreto "Quam singulari Christus amore" (8 agosto 1910) di San Pio X. L’articolo è stato scritto dal card. Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Insomma, non il primo che passa.

Siamo di fronte a parole diametralmente opposte rispetto a quelle del documento sull’iniziazione cristiana della “Chiesa di Milano” (così si fanno chiamare sul loro sito) e, da quanto ho capito, l’Arcidiocesi di Milano sta facendo sue alcune disposizioni emerse nelle assemblee generali della CEI in materia di iniziazione cristiana, datate 2003 e 2004: http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/2396100/TestoDecaniConsigli_gennaio2010_2def_DISTRIBUITO.pdf
La pastorale della carta (non mi ricordo chi l’ha chiamata così recentemente….) sembra avere il sopravvento. Sembra quasi uno scisma silenzioso. Ma non praevalebunt. Che ne pensate?

Cordiali saluti e un forte incoraggiamento per proseguire, sorretti dalla Grazia, la vostra importante opera di apostolato.

Marco

Partono gli ordinariati anglicani!


Il viaggio del Papa in Gran Bretagna ha dato luogo ad un'improvvisa accelerazione nel cammino dell'unità con i tradizionalisti anglicani. Da un lato il successo della visita e il carisma del Papa, mostrati su tutti i media britannici, hanno una forza trascinante per quegli anglicani attratti dal cattolicesimo; dall'altro, quegli stessi elementi (ossia la dimostrazione in concreto di quanto questo Papa sia amato, rispettato e - è la cosa più notevole - ascoltato) costringono i nemici interni a mordere il freno: dal viaggio in Inghilterra il Papa è tornato indiscutibilmente rafforzato perché ha dato al mondo la prova che le tempeste mediatiche con cui si cerca in ogni modo di ostacolarlo sono solo voci rabbiose senza grande seguito nell'opinione pubblica.

Così, a nemmeno una settimana dal ritorno a Roma del Papa, abbiamo avuto questi importanti sviluppi:

- E' stata nominata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede la commissione episcopale che si occuperà dell'accoglienza di gruppi anglicani degli Stati Uniti e della costituzione di un ordinariato. La presidenza è stata assegnata all'arcivescovo di Washington Wuerl ed è composta, oltre che da altri due vescovi, da Father Scott Hurd, che la 'traversata del Tevere' l'ha già compiuta: prete episcopaliano (così si chiamano gli anglicani americani), si è convertito ed è stato ordinato prete cattolico (vedi qui).

- Quasi in contemporanea, la diocesi degli Stati Uniti orientali della Traditional Anglican Communion ha deliberato di chiedere l'applicazione dell'Anglicanorum coetibus (vedi qui)

- In Inghilterra, due parroci hanno annunziato ai parrocchiani di aver deciso di 'prendere il cammino verso Roma': Giles Pinnock, vicario di St Mary-the-Virgin in Kenton, a nord di Londra, e Robin Farrow vicario di St Peter’s in West Blatchington, East Sussex. Non una scelta facile: ad esempio quest'ultimo dovrà abbandonare il vicariato (gli immobili, ovviamente, restano di proprietà della 'chiesa' anglicana), con due figli ed un terzo in arrivo (link).

- Sempre in Inghilterra, anche i flying bishops, ossia quei vescovi della chiesa anglicana nominati per le parrocchie che rifiutavano le donne-prete, stanno rompendo gli ormeggi e sollecitano i fedeli a seguirlo nel cammino, anche se sanno che, all'inizio, solo pochi avranno abbastanza coraggio per lanciarsi nell'avventura. Secondo alcune voci, il primo ordinariato verrebbe annunciato già il prossimo 9 ottobre, festa liturgica del neo-beato John Henry Newman; ma se così non fosse, sembra comunque assodato che ciò avverrà prima della fine dell'anno (fonte: Catholic Herald). Anche se la conferenza episcopale di Inghilterra e Galles non sembra manifestare soverchio interesse e disponibilità verso i 'ceti anglicani'. Forse la ragione è nel notoriamente scarso entusiamo dei vescovi inglesi, progressisti in gran parte, nell'accogliere una trasfusione di tradizionalisti, sia pure anglicani; tanto che il Papa, al termine del suo viaggio nel Regno Unito, ha ritenuto necessario richiamarli al dovere di "essere generosi nel porre in atto la Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus" (vedi qui). Prova provata che questa generosità è tutt'altro che scontata.

venerdì 24 settembre 2010

Il prete progressista è un istrione narcisista

Pubblichiamo ampi stralci di un articolo di Paul e Daniel C. Vitz, originariamente intitolato Messing with the Mass: The problem of priestly narcissism today” (letteralmente “Aggeggiando con la Messa: il problema del narcisismo dei preti oggi”) e pubblicato nel 2007 su “Homiletic and Pastoral Review”, nel quale viene affrontato, da un punto di vista psicologico, il grave problema del fai-da-te liturgico, ovvero la tendenza, comune a molti preti (ma anche, bisogna dire, ad una certa parte di laici, specie quelli impegnati nella c.d. “animazione liturgica”, musicale e non) a concepire la liturgia come cosa propria, e a sentirsi quindi autorizzati ad introdurvi tutta una serie di varianti, aggiustamenti, trovate più o meno grandi, tanto nelle parole quanto nei gesti, col risultato di commettere dei veri e propri abusi, in barba a quanto prescritto dalle norme. Gli autori descrivono in particolare lo scenario statunitense, ma ognuno sa da sé come il problema sia molto più diffuso, anche dalle nostre parti: credo che ciascuno di noi abbia avuto a che fare almeno una volta con uno di questi preti “improvvisatori” o “primattori” e con le loro stravaganze. Gli esempi si sprecano: da classici come “Il Signore è con voi” o “Pregate sorelle e fratelli perché il nostro sacrificio...” al prete che modifica perfino il testo del Vangelo, fino al caso limite di quei sacerdoti che apparentemente non possono leggere una riga di messale senza sentire il bisogno di infiorettarla o variarla sottilmente, sì da dare l'impressione d'inventarsi la messa lì per lì (chi scrive ha avuto esperienza diretta di tutto ciò). Non possiamo che essere d'accordo con la conclusione dell'articolo: la partita della buona liturgia si gioca nei seminari, al livello della formazione dei futuri sacerdoti (che deve includere la conoscenza e il rispetto della Tradizione); ma è anche affidata, più in generale, alla consapevolezza ed alla buona volontà dei laici, che hanno il dovere di attenersi alle leggi stabilite da Santa Madre Chiesa, come il diritto di avere una liturgia ad esse conforme.


A partire dal Concilio Vaticano II la messa è caduta vittima d'irregolarità di vario tipo. Questo argomento è stato molto discusso da vari punti di vista, ma in questo articolo prenderemo in esame un aspetto fino ad ora trascurato della questione - i motivi psicologici che possono aver spinto i sacerdoti ad introdurre questi cambiamenti.

[...]

Noi proponiamo che la motivazione primaria alla base di molti di questi cambiamenti derivi da sotterranei impulsi narcisistici - ovvero, un amore di sé spinto all'estremo - comuni a molti uomini e donne nella cultura odierna.

[...]

Lasciando da parte gl'importanti aspetti teologici soggiacenti alla questione, possiamo vedere motivazioni psicologiche profondamente radicate alla base del comportamento di quei preti che "individualizzano" le loro messe, dando la loro "impronta personale" alla liturgia. Questi preti trattano con grande disinvoltura le rubriche della messa, trasformano la "brevissima" introduzione dopo il saluto al popolo, autorizzata dall'Ordinamento Generale del Messale Romano, in un'altra omelia. Alcuni perfino individualizzano la preghiera di consacrazione, ed in molti altri modi cercano di rendere conforme la Divina Liturgia ai loro propri gusti ed opinioni.

Buona parte di questo cambiamento è stata a lungo attribuita allo "Spirito del Concilio", ma in realtà è nostra opinione che vi sia lo sprito secolare e narcisistico dei nostri tempi alla base di queste irregolarità liturgiche. [...] L'atteggiamento di chi “personalizza” la liturgia è chiaramente quello di chi rigetta la storia e la tradizione della Chiesa – proprio come la società in generale ha rigettato il suo passato. Ciò si osserva facilmente nel frequente disinteresse, e talora perfino esplicito disprezzo, per le tradizioni liturgiche da parte di coloro che più strettamente dovrebbero essere legati alla Chiesa – i sacerdoti.

Questi abusi riflettono altresì un'effettivo scollamento dal futuro cristianamente inteso. […] Al suo fondo, la Divina Liturgia è un'espressione di speranza per il futuro, ed è una manifestazione terrena della nostra destinazione suprema – il Paradiso. La messa dovrebbe trarci fuori dal tempo presente – dovrebbe muoversi in una dimensione atemporale e trascendente – e dovrebbe anche farci avvertire tutto il passato della Chiesa che ci precede, con le sue tradizioni. Purtroppo, i fedeli se ne vanno da molte delle nostre messe con poca consapevolezza del significato che la liturgia riveste per il passato della Chiesa e per il loro proprio futuro nell'eternità: la messa è stata un'esperienza puramente emotiva e passeggera, presto dimenticata.

[...]

Il narcisismo miete oggi le sue vittime anche fra i laici. La messa viene presentata come una celebrazione dell'assemblea dei fedeli anziché della Presenza Reale di Cristo nell'Eucaristia.

[...]

In fin dei conti, anche il laicato ha il proprio bisogno di narcisismo, che può facilmente manifestarsi durante la messa, creando disordine in vari modi. Un po' di questo narcisismo dei laici si mostra ad esempio nella frequente pretesa di esercitare un controllo sulla messa e sulle relative preghiere a matrimoni e funerali. Sempre più queste funzioni sono “tagliate su misura” per accontentare l'insistenza dei laici.

[...]

Data la tendenza allo "spontaneismo", all'autostima ed all'autoesaltazione, sacerdoti e seminaristi dovrebbero essere messi in guardia dal pericolo d'infilare la propria personalità nella liturgia. Questa tendenza al narcisismo dev'essere fatta oggetto d'attenzione specialmente nel contesto della messa celebrata versus populum. A prescindere dalle personali opinioni circa i rispettivi pregi della messa celebrata ad orientem o versus populum, non v'è dubbio che la tentazione di atteggiarsi a “primadonna" sia molto maggiore quando il celebrante è rivolto verso l'assemblea.

[...]

Dato che le voglie futili e narcisistiche di molti preti stanno dietro alle loro peculiari ed idiosincratiche modifiche della liturgia, è l'ora che questi aspetti sgradevoli e non teologici siano più diffusamente identificati nei seminari cattolici e nella comunità cattolica in generale. Lasciamo al Cardinale Arinze l'ultima parola sull'argomento: la liturgia, egli dice, “non è proprietà privata di nessuno, e quindi nessuno ci deve giocare”.


Quante volte abbiamo sentito il liturgista di turno lamentare il soffocante “rubricismo esasperato” della liturgia tradizionale. Ma alla luce di quanto abbiamo letto, non dobbiamo pittosto vedere in esso quasi un argine eretto dalla Chiesa, nella sua materna prudenza, contro il dilagare della tentazione a mettere noi stessi al centro, a ritenerci più importanti di tutto il resto, tentazione sempre operante in ogni uomo a causa della corruzione della sua natura, ma soprattutto in chi riveste un ruolo di guida, di autorità, come un ministro ordinato? Non dobbiamo piuttosto apprezzare quelle minute prescrizioni che non lasciano al sacerdote spazio di manovra, portandolo quasi ad annullarsi nel rito, sì da lasciare campo libero all'azione dell'unico vero Sacerdote e Mediatore fra Dio e gli uomini, Gesù Cristo (avverando in questo modo le parole del Battista in Gv 3,30)?

E non dobbiamo rimpiangere, tra le altre cose, anche l'abbandono di un simile atteggiamento di umiltà verso il rito, tanto più in quest'epoca di divismo, gossip, social network, che moltiplica la smania e le occasioni di farsi notare, di porsi al centro dell'attenzione?

Certo, abusi erano possibili, e sono sicuramente avvenuti, anche prima dell'ultima riforma liturgica. Ma (è un discorso già fatto altre volte) il Novus Ordo, con la sua minore attenzione alle rubriche, le possibili varianti ad libitum, la scomparsa della sezione "De Defectibus", le traduzioni in volgare continuamente riviste al ribasso, non rischia d'incoraggiare una malintesa idea di "creatività"? Non costituisce perlomeno un "calo della guardia" dinanzi a quella cultura dell'"apparire", un abbattimento del summenzionato "argine" contro ogni tendenza narcisistica?

In fondo, cos'è lo “Spirito del Concilio” se non un cedimento alla mentalità del secolo? Presunto “spirito” che vince sulla “lettera”? Mal concepito “amore” che vince sulla “legge”? Impulso interiore, soggettivo, che vince sulla norma esteriore, oggettiva? “Caritas” senza “Veritas”?

Non è questo un ulteriore esempio di rifiuto da parte del dipendente della sua dipendenza, di uomo che mira a farsi Dio per prenderNe il posto?

Francesco


Contro le tentazioni narcisiste, la ricetta è sempre quella:
Apri il Messale, dì precisamente le cose scritte in nero, fai esattamente quelle scritte in rosso (=le rubriche, da ruber, rosso)

S. Messa solenne a Diano Borganzo (Imperia)

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Diano Borganzo/Roncagli
(Comune di Diano San Pietro -IM- )
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VENERDI' 24 SETTEMBRE 2010
ore 21:00
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Parrocchia della Natività di Maria Vergine e Santa Lucia
(Santuario dei Santi Cosma e Damiano, Martiri)
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SANTA MESSA SOLENNE
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Celebrata dal Mons. Giorgio Brancaleoni
Vicario Generale della diocesi di Imperia-Albenga
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Proprium: Santi Cosma e Damiano Martiri
Parroco: Don Silvano Dematteis

Arcivescovo di Torino cercasi. Inviare curriculum.

Il capace Rodari ha pubblicato su Il Foglio, e quindi sul suo blog, questo interessantissimo articolo, appassionante come un breve giallo. Più che l'assassino, si tratta di scoprire chi sarà il brillante detective, quello che arriva alla fine, ripristina la giustizia violata e sistema la situazione. Sì, perché la situazione a Torino, e in tutto il Piemonte, è grave: l'impressione è che la regione subalpina, già gloriosa di religiosità sentita e popolare, sia quella dove maggiormente ha fatto presa un progressismo neoprotestante di tipo nordeuropeo, e segnatamente francese: vicinanza geografica oblige. Si troverà il deus ex machina restauratore?


Chi sarà il nuovo arcivescovo di Torino? Nei Sacri Palazzi l’interrogativo tiene banco. Soprattutto da quando, sabato scorso, l’arcivescovo uscente della diocesi, il cardinale Severino Poletto (il suo regno sotto la Mole Antonelliana dura dal 1999) a un raduno di seminaristi ha annunciato: “Domani trasloco. Dal prossimo weekend la mia abitazione resterà vuota”.

Vuota, ma in attesa di chi? La risposta non è facile. Anzitutto non è scontato che il trasloco di Poletto significhi l’annuncio del suo successore già il prossimo sabato, come alcuni oltre il Tevere provano a ipotizzare. Inoltre, la grande attenzione che l’episcopato italiano riversa su Torino, come su Milano – le due nomine in assoluto più attese – rende ogni decisione difficile. Qui, più che altrove, scegliere è un gioco per equilibristi. Ma se per Milano farà sentire maggiormente il proprio peso il neo prefetto dei vescovi, ovvero il cardinale franco-canadese Marc Ouellet, per la scelta di Torino pesa ancora parecchio l’influenza del prefetto da poco sostituito, il cardinale Giovanni Battista Re, capofila della gloriosa “scuola bresciana” di derivazione montiniana. Non a caso, nei giorni scorsi, insieme a Ouellet è stato chiamato in segreteria di stato proprio Re per un mini summit tutto dedicato al futuro di Torino. Oltre a Ouellet e Re c’erano anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone e i suoi due principali collaboratori, ovvero il sostituto Fernando Filoni e il segretario dei Rapporti con gli stati Dominique Mamberti, e infine il nunzio in Italia monsignor Giuseppe Bertello.

Secondo indiscrezioni provenienti da Torino, la fumata post summit sarebbe stata nera. Tanto che i sei porporati avrebbero deciso di aggiornarsi a breve. Tuttavia, se prima del summit l’ago della bilancia pendeva maggiormente a favore del piemontese Aldo Giordano, 56enne originario di Cuneo, dal 2008 osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo e precedentemente segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, a riunione conclusa l’impressione era quella dell’avanzamento delle quotazioni dell’unico non piemontese nella rosa, ovvero il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi. Ciociaro, agli occhi dell’episcopato italiano ha dalla sua il fatto di aver occupato, con la benedizione del cardinale Camillo Ruini quando era presidente dei vescovi italiani, un incarico prestigioso: assistente dell’Azione cattolica. La terna dei candidati comprendeva anche il vescovo di Alessandria Giuseppe Versaldi, stimato dal cardinale Bertone che lo ebbe come vicario nella diocesi di Vercelli. Ma già da giorni la sua candidatura sembra decaduta per alcune resistenze interne alla diocesi. Oltre a questi nomi, era stato fatto anche quello di un altro ruiniano doc: il ligure Cesare Nosiglia, oggi arcivescovo di Vicenza. Ma pare che tutti abbiano concordato su un fatto: se il nuovo arcivescovo di Torino deve essere un non piemontese, allora meglio puntare su Lambiasi.

Sono mesi che le voci su Torino si rincorrono. Da Torino arrivano a Roma, e dalla curia romana salgono fino all’appartamento papale. Beninteso: il Papa è intenzionato ad accettare il nome che Bertone gli porterà, ma è evidente che più crescono le difficoltà e più aumenta la possibilità di un suo intervento diretto, e non è escluso che sia per proporre un nome di un outsider. Benedetto XVI sa bene quanto conti Torino nello scacchiere italiano. Torino è sede cardinalizia. Chi diviene arcivescovo raggiunge in tempi brevi la berretta rossa. E, anche se il successore di Poletto non entrerà nel concistoro previsto per fine novembre, senz’altro vi entrerà in quello successivo.

Torino viene da anni difficili. La gestione di Poletto ha visto i seminari svuotarsi, i preti diminuire, la pratica religiosa in calo. Colpa del vescovo? Difficile rispondere. Anche perché in tutta Italia, tranne rare eccezioni, si verificano situazioni di segno uguale. Il clero torinese si aspetta un segnale importante da Roma: un pastore che sappia far tornare la chiesa ai fastosi anni di Maurilio Fossati (vescovo di Torino fino al 1965). Quale il suo portato? Seppe più di altri mediare l’incontro e i conflitti tra le forze vive del territorio e la curia-istituzione. Non a caso, a Torino, i grandi “santi sociali” – don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Faà di Bruno – fioriscono quando la dialettica con la curia non è esasperata.

Il card. Newman e il primato della coscienza

Abbiamo già pubblicato un post concernente la scandalosa operazione di appropriazione e travisamento da parte progressista della figura di John Henry Newman, l'ex anglicano convertito recentemente beatificato dal Papa. Ora Massimo Introvigne, in un denso e ricco articolo, da leggere per intero a questo link, ha tra l'altro approfondito il senso della  famosa affermazione del beato sul primato della coscienza. Che non è affatto, come pretendono molti, un manifesto del relativismo e del dissenso.


[..] Il beato Newman è ricordato per le sue profonde riflessioni sulla nozione di coscienza. Il suo insegnamento, pienamente conforme alla dottrina della Chiesa, è stato però talora presentato in modo equivoco. Alcuni interpretano la stessa nozione di coscienza in modo relativista, come se si trattasse di seguire la propria «preferenza personale» (Newman 2009) a prescindere da ogni autorità esterna. Mentre la coscienza cui fa riferimento Newman è la «coscienza retta» (Benedetto XVI 2010c).
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Commentando le famose – e per qualche aspetto controverse – parole del beato nella Lettera al Duca di Norfolk secondo cui «se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa» (Newman 1999, 237), il cardinale Ratzinger commenta che la frase va inquadrata nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla «tradizione medioevale [che] giustamente aveva individuato due livelli del concetto di coscienza, che si devono distinguere accuratamente, ma anche mettere sempre in rapporto l’uno con l’altro. Molte tesi inaccettabili sul problema della coscienza mi sembrano dipendere dal fatto che si è trascurata o la distinzione o la correlazione tra i due elementi» (Ratzinger 1991, 89).

Se invece si ritiene che l’appello alla coscienza sia solo una giustificazione per seguire il proprio arbitrio – «Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge» (Crowley 1938, cap. I, v. 40), secondo la celebre formula dell’esoterista inglese Aleister Crowley (1875-1947), il quale non solo dava a questa proposizione un fondamento specificamente magico, ma in essa catturava l’essenza stessa della magia come primato del potere – il passaggio successivo non può che essere l’abolizione della coscienza. Per fare quel che si vuole non c’è bisogno della legge, né della coscienza. Il relativismo liberale evolve così naturalmente verso il relativismo aggressivo delle ideologie del secolo XX fino all’affermazione del gerarca nazional-socialista Hermann Göring (1893-1946), citata dal cardinale Ratzinger: «Io non ho nessuna coscienza! La mia coscienza è Adolf Hitler [1889-1945]» (Ratzinger 1990, 432). La nozione relativista della coscienza porta ultimamente all’eliminazione della coscienza.

Il cattolico, nota il cardinale Ratzinger, non adotta certamente la formula di Göring mettendo il Papa al posto di Hitler. Questa sarebbe una versione caricaturale del cattolicesimo: «una simile concezione moderna e volontaristica dell’autorità può soltanto deformare l’autentico significato teologico del papato» (Ratzinger 1991, 89). Il cattolico dirà al contrario di avere una coscienza, e di trovare in essa una memoria del bene originario e l’apertura alla «possibilità» (ibid.) di una rivelazione di Dio, che di quel bene è fondamento. Nel momento in cui accetta per fede che Dio si è rivelato in Gesù Cristo, è pronto ad accogliere la tesi che il Papa è «garante della memoria» (ibid.) della rivelazione cristiana. Il Magistero del Papa entra così nella coscienza, per così dire, dall’interno: «tutto il potere che egli [il Papa] ha è potere della coscienza» (ibid.).

Il cardinale Ratzinger cita come prova del carattere tutt’altro che soggettivo e arbitrario dell’idea di coscienza nel beato Newman precisamente la sua conversione dalla Comunione Anglicana alla Chiesa Cattolica del 1845. «Proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame alla coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi che si trattava proprio del contrario. Da Newman abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza – così ci insegnava Newman – non si identifica affatto col diritto di “dispensarsi dalla coscienza, di ignorare il Legislatore e il Giudice, e di essere indipendenti da doveri invisibili”. In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla Rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e “la sua [del Papa] raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza” (J. H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk, Coscienza è libertà, a cura di V. Gambi, Paoline, Milano 1999, p. 226)» (Ratzinger 1990, 433-434).

«Questa dottrina sulla coscienza – continuava nel 1990 il cardinale Ratzinger – è diventata per me sempre più importante nello sviluppo successivo della Chiesa e del mondo. Mi accorgo sempre di più che essa si dischiude in modo completo solo in riferimento alla biografia del Cardinale, la quale suppone tutto il dramma spirituale del suo secolo. Newman, in quanto uomo della coscienza, era divenuto un convertito; fu la sua coscienza che lo condusse dagli antichi legami e dalle antiche certezze dentro il mondo per lui difficile e inconsueto del cattolicesimo. Tuttavia, proprio questa via della coscienza è tutt’altro che una via della soggettività che afferma se stessa: è invece una via dell’obbedienza alla verità oggettiva. Il secondo passo del cammino di conversione che dura tutta la vita di Newman fu infatti il superamento della posizione del soggettivismo evangelico, in favore d’una concezione del Cristianesimo fondata sull’oggettività del dogma […]. E solo così, attraverso il legame alla verità, a Dio, la coscienza riceve valore, dignità e forza» (ibid., 434).

 Quando a proposito della conversione al cattolicesimo ricordiamo che il beato Newman fu «mosso dal seguire la propria coscienza, anche con un pesante costo personale» (Benedetto XVI 2010g), o che san Tommaso Moro (1478-1535), giustiziato per ordine del re Enrico VIII (1491-1547), di cui era stato Lord Cancelliere ma che non aveva voluto seguire nella sua rivolta contro il Papa, «fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al proprio sovrano, di cui era “buon servitore”» (Benedetto XVI 2010h), non ci riferiamo a opzioni o semplici preferenze soggettive ma a un rapporto con la verità oggettiva – «quella verità [che ultimamente] è nient’altro che Gesù Cristo» (Benedetto XVI 2010g) – così forte da rendere disposti a sacrificare affetti, amicizie e perfino la proprio stessa vita. E la questione della coscienza ha un diretto collegamento con il rapporto fra fede e ragione. Il beato Newman, insegna Benedetto XVI, fu insieme «intellettuale e credente, il cui messaggio spirituale si può sintetizzare nella testimonianza che la via della coscienza non è chiusura nel proprio “io”, ma è apertura, conversione e obbedienza a Colui che è Via, Verità e Vita» (Benedetto XVI 2010v). [..]