domenica 31 gennaio 2010

don Gagliardi: la liturgia della Parola nelle due forme del rito romano

Segnaliamo un recente intervento di don Mauro Gagliardi - Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice - sul tema: Il sacerdote nella liturgia della Parola della Santa Messa. Riportiamo qui il paragrafo conclusivo dell'articolo in cui, dopo aver descritto le differenze tra le due forme del rito romano, l'autore ne esamina aspetti positivi e negativi:



[...] Da quanto detto, si nota una continuità sostanziale tra il modo di celebrare la Liturgia della Parola nei due Messali, unita a dei cambiamenti, alcuni arricchenti, altri più problematici. La continuità si basa su diversi motivi. Il primo e principale è che la Liturgia della Parola della Messa accoglie in sé solo ed esclusivamente testi biblici (Antico e Nuovo Testamento). Rappresenta, pertanto, uno snaturamento di questa parte della celebrazione l’inserzione di testi extra-biblici, fossero anche presi dai Padri, dai grandi Dottori e Maestri di spiritualità cristiana. A maggior ragione, non possono essere letti testi profani o scritti sacri di altre religioni[xix]. Altro motivo di continuità è la struttura della Liturgia della Parola, che è simile nelle due forme del Rito Romano.
Vi sono anche diversi aspetti che indicano un cambiamento. Nel rito di Paolo VI la selezione di pericopi è molto più ricca che nel precedente Messale. Questo fatto è senza dubbio positivo e risponde alle indicazioni della Sacrosanctum Concilium[xx]. Sarebbe tuttavia il caso di abbreviare numerose pericopi troppo lunghe[xxi]. Positiva è anche la norma per la quale le letture sono proclamate dall’ambone e, quindi, con i lettori rivolti verso il popolo. Questa postura è infatti più indicata per la Liturgia della Parola[xxii]. Positiva è ancora la norma che prescrive l’obbligatorietà dell’omelia alla domenica e nei giorni di precetto. Qui il sacerdote ha un ruolo importante e delicato. Recentemente, S. E. Mons. Mariano Crociata ha ricordato che «è decisivo che l’omileta abbia coscienza di essere egli stesso un ascoltatore, anzi di essere il primo ascoltatore delle parole che pronuncia. Egli deve sapere innanzitutto, se non solamente, rivolta a sé quella parola che sta pronunciando per altri»[xxiii]. La preparazione accurata dell’omelia è parte integrante del ruolo del sacerdote nella Liturgia della Parola. Benedetto XVI ci ricorda che l’omelia ha sempre scopo sia catechetico che esortativo[xxiv]: non può essere dunque una lezione di esegesi biblica, sia perché deve esprimere anche il dogma, sia perché deve essere un discorso catechetico e non accademico; né può essere una semplice parenesi che richiama certi valori vaghi, magari presi dalla mentalità corrente senza alcun filtro evangelico (il che significherebbe separare la parte esortativa, che riguarda il bene da operare, da quella veritativa o catechetica).
Circa il ministero dei lettori, la forma ordinaria permette che non solo leggano ministri appositamente istituiti dalla Chiesa per questo compito, ma anche altri fedeli laici. Il ruolo del sacerdote, in questo caso, non è più quello di leggere sempre in prima persona le letture bibliche, ma quello – più remoto – di assicurare che questi lettori siano davvero idonei. Nessuno può semplicemente salire all’ambone e proclamare la parola di Dio nella liturgia. Se non vi sono persone adeguatamente preparate, il sacerdote deve continuare ad assumersi in prima persona il ruolo di lettore, finché non si potrà assicurare la presenza di lettori veramente idonei. Per ragioni di spazio, non possiamo qui soffermarci sul tema della Preghiera dei Fedeli.
Infine, un elemento di cambiamento che rappresenta un impoverimento è la mancanza di indicazioni precise sugli atteggiamenti corporei che il sacerdote deve assumere all’atto di leggere (in particolare il Vangelo). Tuttavia, questa rappresenta una scelta di fondo del nuovo Messale, che è molto meno preciso del precedente su questi aspetti, lasciando il campo aperto a diversi atteggiamenti celebrativi. Si può ovviare a simile carenza, applicando al nuovo rito le usanze di quello antico, lì dove questo è possibile, per quelle indicazioni che non sono escluse esplicitamente dalle attuali rubriche, come il tenere le mani giunte all’altezza del petto durante la proclamazione del Vangelo. Ciò contribuisce alla dignità della celebrazione della Liturgia della Parola e può rappresentare un esempio di quel reciproco influsso tra i due Messali auspicato da Benedetto XVI, quando ha scritto che «le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda». Anche in questo modo «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»[xxv].

Note:
[...]
xx) «Nelle sacre celebrazioni si restaurerà una lettura della sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta» (Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 35).
xxi) Altri difetti del lezionario post-conciliare sono segnalati da A. Nocent in Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo (ed.), Scientia liturgica. Manuale di liturgia, III: L’Eucaristia, Piemme, Casale Monferrato 2003 (III edizione), pp. 195-200.
xxii) Cf. J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, p. 77.
xxiii) M. Crociata, Omelia nella Messa al Convegno Liturgico per Seminaristi, Roma 29 dicembre 2009: http://www.chiesacattolica.it/cci2009/segretario/chiesa_cattolica_italiana/cei/00009347_Roma__S.E._Mons.Crociata_al_Convegno_liturgico.html
xxiv) Cf. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 46.
xxv) Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi in occasione del Motu Proprio «Summorum Pontificum».

Fonte: Zenit.org

Echi (pre)tridentini: Bracciolini (e Poliziano)

«Oppidum est in montibus nostris, in quo multi ex variis locis ad diem festum convenerant. Erat enim celebritas S. Stephani. Religiosus quidam habiturus erat de more sermonem ad populum. Cum hora esset diei tarda, sacerdotes autem esurirent, vererenturque longitudinem sermonis, ascendenti suggestum Religioso unus et item alter, ut paucis loqueretur, in aurem hortati sunt. Ille se exorari facile passus, ac praelocutus quaedam prout consueverat: 'Fratres mei,' inquit, 'anno praeterito, cum hoc in loco vobis astantibus, verba facerem de sanctitate vitae et miraculis hujus Sancti nostri, nihil praetermisi eorum quae de illo vel audivi, vel in Sacris Libris scripta reperiuntur, quae omnia vos credo memoria tenere. Postmodum vero eum nihil novi fecisse intellexi, signo ergo crucis facto, dicite Confiteor et reliqua quae sequuntur.' Et ita abiit.»

Si tratta del numero 38 delle Facetiae di Poggio Bracciolini (1380-1459), che porta il titolo “De Religioso qui sermonem succinctissimum habuit”, cioè – per adoperare la traduzione anonima apparsa in un volume (Roma, 1884) dell’editore Angelo Sommaruga – “Di un frate che fece assai breve sermone”:
[In un borgo delle nostre campagne, molti erano e da molte parti convenuti alla festa, ed era quella di Santo Stefano. Un frate doveva, com'era di costumanza, fare il sermone al pubblico; l'ora era tarda, i preti avean fame, e quando il frate salì sul pergamo, un prete, quindi un altro, lo pregarono all'orecchio, di parlare assai brevemente. Ed egli si lasciò facilmente persuadere. Dopo il breve esordio d'uso: «Fratelli miei», disse, «l'anno passato da questo stesso luogo, allo stesso uditorio, parlai della santità della vita e dei miracoli di questo Santo nostro, e nulla omisi di quelle cose che io udii narrare di lui, o che si trovano scritte ne' sacri libri; e credo che voi ne conserverete memoria. Ma dopo, poiché non ho udito dire che egli abbia fatto nulla di nuovo, fatto il segno della croce, recitate il Confiteor e le preci che seguono». E, ciò detto, discese.]

Bracciolini è fra gli esponenti più conosciuti dell’umanesimo italiano ed europeo. Uomo di fiducia di diversi papi (e antipapi), ebbe un ruolo non secondario all’epoca del grande scisma d’occidente (concilio di Costanza, 1414). Scrisse (in latino: visse più di un secolo dopo Dante, ma non volle mai “abbassarsi” all’uso del volgare) decine di opere quasi tutte giustamente dimenticate, saccheggiò a man salva le biblioteche dei monasteri di mezza Europa alla ricerca di manoscritti del mondo classico; trovò e sottrasse codici preziosissimi e si guardò bene dal diffonderli per amor di cultura: se ne assicurò invece il monopolio e curò decine di copie (piuttosto raffazzonate, fra l’altro) divenendo rapidamente assai ricco. Un furbacchione senza scrupoli, insomma; ma le storie letterarie ufficiali continuano ad esaltare il suo ruolo di umanista intento a liberare la rinata cultura pagana dalle “incrostazioni” medievali (cioè, cristiane). L’unica operina sua che non faccia morir di noia è appunto una raccolta di 272 brevi racconti detti “facetiae”. Lo stile è – chiaramente – frettoloso e buttato un po’ via. Ma è interessante avere un’idea del tipo di barzellette che andavano per la maggiore negli strati “colti” degli intellettuali di sei secoli fa. Ne abbiamo riportato un esempio solo per un motivo: dall’ultima riga veniamo a sapere: primo, che dopo il sermone veniva celebrata la Messa; secondo, che fra le preghiere d’apertura c’era, fin da allora, il Confiteor.


*


Anche il Poliziano (Angelo Ambrogini, di Montepulciano – “Mons Politianus”, di qui lo pseudonimo – 1454-1494) raccolse le sue facezie, pubblicate postume a metà Cinquecento col titolo Detti piacevoli: si tratta di 413 brevissimi componimenti in lingua italiana, ancora più sciatti di quelli del Bracciolini. Alcuni sembrano addirittura niente più che un rapido appunto con funzione di promemoria e risultano, dunque, di difficile interpretazione. Ecco qui di seguito il numero 55 della raccolta:

«Ser Piero Lotti s'havea recato a noia uno che, quando egli diceva messa, sempre innanzi a lui soleva dire: Per omnia secula seculorum (sic). Hora havendo Ser Piero un tratto a dire: Per omnia secula seculorum, e sentendo colui che, per essere innanzi a lui, lo diceva forte, mutato proposito disse: Dominus vobiscum, e a quel tale: Ve’, che non ti apponesti.»

[Don Piero Lotti era stufo e irritato per un certo individuo che aveva l’abitudine, ogni volta che lui diceva Messa, di anticiparlo dicendo forte, un attimo prima di lui: “Per omnia saecula saeculorum”. Una volta, dovendo don Piero dire per l’appunto “Per omnia saecula saeculorum”, sentì quel tale che – prevenendolo, come sempre – pronunciò ad alta voce quelle parole; allora decise sul momento di cambiare, declamò: “Dominum vobiscum” e subito dopo, rivolto a quel rompiscatole: “Hai visto? Stavolta non l’hai indovinata”.]

Poliziano è normalmente considerato il più grande poeta italiano del Quattrocento; a me sembra un giudizio errato (preferisco di gran lunga, fra gli altri, almeno Matteo Maria Boiardo). Certo, non si può negare l’eleganza e la musicalità della sua produzione in versi; ma il servilismo e l’adulazione con cui si rapporta al suo committente Lorenzo de’ Medici bastano a renderne la figura decisamente sgradevole, anche a non voler considerare certe porcherie da omosessuale accentuatamente e dichiaratamente pedofilo.

Le due facezie sono, come si vede, assai scipite: sciocche e per di più povere di stile. Ma le ripropongo con soddisfazione, rinvenendo in esse, un secolo circa prima del Concilio Tridentino, elementi sia pur minuscoli del rito sacrificale che – con buona ragione e alla faccia dei nostri fratelli filoBuAn – continuiamo a chiamare “la Messa di sempre”.

[L’edizione integrale delle Facetiae di Poggio Bracciolini è liberamente scaricabile dal sito liberliber. Per i Detti piacevoli del Poliziano, ci si può rivolgere al sito http://www.mori.bz.it/humorpage/poliziano.htm]



Giuseppe

Il card. Pell al posto del card. Re?


E' quello che ipotizza, ma con molta prudenza, il solitamente ben informato Tornielli. Che però questa volta afferma solo, al condizionale, che il presule australiano potrebbe essere in pole position per la nomina.

Insomma: un po' poco per rallegrarsi per il momento; molto per pregare affinché una nomina tanto fausta, in un posto chiave, anzi centrale per il futuro della Chiesa, possa realizzarsi.

Aggiungiamo inoltre che, secondo quanto ci risulta, il card. Pell è pure in predicato, in alternativa, per la Congregazione de Propaganda Fide, considerato che l'attuale Prefetto card. Dias compirà 75 anni l'anno prossimo. La Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli (il nome moderno e ufficiale di Propaganda) svolge sostanzialmente il compito della Congregazione per i Vescovi (selezionando i candidati all'episcopato) nelle terre di missione, principalmente Africa e Asia: continenti centrali per lo sviluppo del cattolicesimo.

Per chi non conoscesse il card. Pell (nella foto), diremo che è Arcivescovo di Sidney e come tale molto coinvolto nell'organizzazione della riuscita Giornata Mondiale della Gioventù (in quell'occasione celebrò una Messa in forma straordinaria per il gruppo di Juventutem). Fu anche uno dei primi a pontificare col rito tradizionale, poco dopo l'emanazione del motu proprio.

sabato 30 gennaio 2010

Gran Bretagna: la Chiesa fuorilegge per 'discriminazione'?


Si chiama Equality Bill: è discussa dalla Camera dei Lords e, secondo un portavoce di Downing Street, potrebbe essere convertita in legge entro i primi mesi dell’anno: è una proposta legislativa finalizzata a eliminare le discriminazioni sui luoghi di lavoro in Inghilterra ma che, paradossalmente, potrebbe mettere fuori regola i vescovi britannici. I vescovi, infatti, sono considerati datori di lavoro dei sacerdoti e, se la legge passasse senza modifiche, come rileva Richard Kornicki, coordinatore dei rapporti tra i vescovi della Chiesa cattolica d’Inghilterra e del Galles con il Parlamento di Londra, potrebbero incorrere in sanzioni legali per aver attribuito nella scelta dei lavoratori, i sacerdoti diocesani appunto, discriminazioni nei confronti di uomini sposati, donne, omosessuali conviventi e transessuali.

L’Osservatore Romano riporta la notizia sottolineando che i vescovi cattolici britannici hanno fatto notare che la proposta non prende in considerazione parte della missione dei religiosi, cioè il lavoro pastorale, e lamentano di non essere stati consultati dal Governo prima che il testo fosse presentato alle Camere. Dall’altra parte, un portavoce del Primo ministro precisa che l’Equality bill contiene già norme che consentono ai religiosi, e quindi anche ai sacerdoti cattolici diocesani, di continuare la loro missione.

Fonte: Radio Vaticana

Santa Messa a Ceccano

DOMENICA 31 GENNAIO 2010, alle ore 17,30, nella Chiesa di San Nicola in Ceccano (Fr), Padre Maurizio Mallozzi OFM, celebrerà una Santa Messa Cantata con il Venerabile Rito di San Pio V.

Questa Santa Messa nel cosiddetto "rito tridentino", cioè nel Rito che esprime splendidamente la fede della Chiesa Cattolica Apostolica e Romana, è per la prima volta celebrata nella insigne chiesa gotico-cistercense, edificata dai Conti di Ceccano, dopo ben ventuno anni da quella officiata da Padre Franz Prosinger della Fraternità Sacerdotale San Pietro.

La Santa Messa, secondo i desideri del Senatore Romano Misserville, che ha fortemente voluto questa celebrazione, sarà offerta in suffragio dell'anima della sua amatissima figlia Fiammetta, scomparsa poco più di un anno fa. Saranno presenti i familiari ed il Coro Josquin des Prez, diretto dal Maestro Mauro Gizzi, che ha assicurato la sua presenza.
Sarà un'occasione spiritualmente preziosa per ascoltare il canto gregoriano "doppiamente a casa sua", perché eseguito in un luogo sacro di eccezionale bellezza, edificato nel Medioevo, ma anche perché, nella sua funzione propria, accompagnerà la celebrazione della Santa Messa nella lingua dei nostri padri, risuonata per ben venti secoli nelle sacre cerimonie.

Il tabernacolo non è un ingombro: va rimesso al centro


Un articolo apparso sull'Osservatore romano del 17 gennaio 2010 (link). Se lo dice perfino l'Osservatore...


di Michele Dolz
Pontificia Università della Santa Croce

C'è da augurarsi che il sasso lanciato nello stagno dall'architetto Paolo Portoghesi produca un'onda lunga di riflessione tra gli addetti ai lavori. Il punto messo in evidenza è chiaro: la rivalutazione conciliare della dimensione comunitaria, essenziale alla fede cristiana, ha portato in fase applicativa a una desacralizzazione che nulla ha a che vedere con gli insegnamenti del Vaticano II.

Non mancano le ragioni teologiche e scritturistiche; anzi, una visione della ecclesia come depositaria della sacralità, o meglio della santità. Gesù chiarì alla Samaritana: "Viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre (...) Viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano" (Giovanni, 4, 21-23).

Non ci sono propriamente luoghi sacri nel cristianesimo. Dio è dappertutto ed è specialmente nell'uomo in grazia, quello che Origene proponeva con fierezza come l'immagine più esatta di Dio: "Non c'è paragone tra lo Zeus Olimpico scolpito da Fidia e l'uomo scolpito a immagine di Dio creatore" (Contra Celsum, 8, 18). Santo è l'uomo (o può esserlo) e santa è la ecclesia. E "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Matteo, 18,20).

Su questa base, vera fede antica della Chiesa, si è data un'enfatizzazione, un'ipertrofia che giunge a volte a negare la validità dell'azione religiosa individuale. Così l'edificio chiesa è visto come la sede per la riunione dell'assemblea o comunità. Lì si svolge un'azione sacra quando questa c'è mentre rimane un guscio vuoto in sua assenza, non essendo previsto un uso personale, individuale, "privato" del luogo. Ora, la chiesa trasformata in sala riunioni non ha bisogno d'immagini, queste anzi sono d'impiccio. Si pensi a un'aula di conferenze o convegni: più sono essenziali e meglio svolgono il loro compito, aiutando a concentrare l'attenzione sui relatori. Le chiese per l'assemblea non vogliono le immagini, perché non servono, perché disturbano. E la cosa in fondo si sposa bene col gusto minimalista e purista di molti architetti, creativi o replicanti che siano.

Le chiese sobrie e alquanto spoglie, beninteso, non sono una novità del Novecento e hanno anche ben aiutato all'incontro con Dio in Gesù Cristo. Ma non ci si può appellare al Vaticano ii per giustificare l'assenza d'immagini, né tanto meno all'invalidità della preghiera personale all'interno della chiesa. Nella Sacrosanctum Concilium leggiamo che il fine delle opere d'arte sacra è "contribuire il più efficacemente possibile a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio"; che "la Chiesa si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all'uso sacro" (122). E in seguito: "Si mantenga l'uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli" (125), raccomandando al tempo stesso moderazione per prevenire le esagerazioni sempre possibili in questa materia.

Conseguenza estrema e più chiara della posizione assemblearista è la perdita d'importanza dell'Eucaristia intesa come presenza reale di Cristo nell'ostia dopo la messa. Se non si pensa all'adorazione personale, e non essendo di fatto praticata l'adorazione comunitaria, il tabernacolo diventa ingombrante e difficile da collocare oltre ai due poli liturgici maggiormente considerati, l'altare e l'ambone. In tante chiese è andato così soggetto a una progressiva emarginazione fino ad arrivare al totale nascondimento. Non sfugge la mancanza di fede, in taluni settori, nella presenza reale.

Eppure, la storia del tabernacolo rispecchia il progressivo sviluppo del culto eucaristico, secondo quel "progresso della fede" già inquadrato da Vincenzo di Lerins nel Commonitorium (434) e che in questo caso ha visto due momenti forti: il XIII secolo e le iniziative di riforma cattolica intorno al concilio di Trento. Intorno perché, per esempio, fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+1543) a collocare il tabernacolo sulla mensa dell'altare, azione ben presto imitata da molti. Come scriveva Giovanni Paolo ii nel 2003, "le forme degli altari e dei tabernacoli si sono sviluppate dentro gli spazi delle aule liturgiche seguendo di volta in volta non solo i motivi dell'estro, ma anche i dettami di una precisa comprensione del Mistero" (Ecclesia de Eucharistia, 49). L'assemblearismo invece vede la custodia eucaristica in forma sussidiaria e non sorgiva dell'unione del fedele con Cristo oltre alla Comunione.

L'esortazione di Benedetto XVI Sacramentum caritatis del 2007 raccoglie le riflessioni e le proposte del Sinodo dei vescovi sull'Eucaristia, perciò non va vista come espressione di una o un'altra corrente teologica. Vi leggiamo: "Mentre la riforma (liturgica) muoveva i primi passi, a volte l'intrinseco rapporto tra la santa Messa e l'adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un'obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell'esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando - Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo (...) L'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa (...) L'atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto s'è fatto nella celebrazione liturgica stessa" (41).

La conseguenza in termini di progettazione delle chiese, evidenziata nello stesso documento postsinodale, è semplice: "Nelle nuove chiese è bene predisporre la cappella del Santissimo in prossimità del presbiterio; ove ciò non sia possibile, è preferibile situare il tabernacolo nel presbiterio, in luogo sufficientemente elevato, al centro della zona absidale, oppure in altro punto ove sia ugualmente ben visibile. Tali accorgimenti concorrono a conferire dignità al tabernacolo, che deve sempre essere curato anche sotto il profilo artistico" (69).

In ultima analisi l'evidenziazione del tabernacolo e l'esposizione d'immagini sacre stanno nella stessa linea della preghiera personale che, come visto, nulla toglie alla celebrazione comunitaria. Ne deriva che anche le immagini non sono solo ornato: "L'arte sacra - scriveva Giovanni Paolo ii - deve contraddistinguersi per la sua capacità di esprimere adeguatamente il Mistero colto nella pienezza di fede della Chiesa" (Ecclesia de Eucharistia, 50). E gli fa eco il sinodo nelle parole di Benedetto XVI quando ricorda che "l'iconografia religiosa deve essere orientata alla mistagogia sacramentale. Un'approfondita conoscenza delle forme che l'arte sacra ha saputo produrre lungo i secoli può essere di grande aiuto per coloro che, di fronte ad architetti e artisti, hanno la responsabilità della committenza di opere artistiche legate all'azione liturgica" (41).

C'è da riflettere dunque, non per invocare una qualche restaurazione, ma per ammettere con nobiltà d'animo gli errori commessi e per prospettare nuove linee di sviluppo dell'arte sacra. La prossima domanda sarà necessariamente come fare affinché la poliedrica arte contemporanea esprima adeguatamente il Mistero nella fede della Chiesa. Perché è dall'arte contemporanea che verrà la soluzione, non da nostalgici quanto impossibili revival. Ma in ogni caso siamo di fronte a una questione teologica e spirituale prima ancora che estetica.

venerdì 29 gennaio 2010

L'Arcivescovo del Principato di Monaco alla Messa straordinaria


Domenica prossima alle ore 16.00, Mons. Bernard Barsi, Arcivescovo di Monaco (il Principato, non in Baviera), assisterà ad una Messa cantata di Settuagesima che sarà celebrata nella Chiesa di Saint-Charles a Montecarlo (vicino a bd. des Moulins: v. cartina).

A nostra conoscenza diretta, è la prima celebrazione tridentina nell'Arcidiocesi, il cui territorio coincide con quello, invero assai ristretto, del Principato.

Per curiosità: Monaco è uno dei pochi Stati europei dove la religione cattolica, apostolica e romana, sia ancore religione di Stato. Il suo Arcivescovo partecipa come mero invitato, e non membro di diritto, alla conferenza episcopale francese.

Vespri dei Defunti a Trieste domenica 31 gennaio


Domenica 31 gennaio
ore 18:30
.Cappella Civica della B.V. M. del Rosario
Trieste
Canto dei solenni
VESPERI DEI DEFUNTI
con assoluzione al tumulo
e Benedizione Eucaristica
in occasione del trigesimo della morte di
MONS. SILVANO PIANI
arciprete di s. Giorgio Martire in Lucinico (Gorizia) dal 1957 al 2006

Jean- Luc Marion all' Académie Française

Riportiamo di seguito, nella traduzione apparsa sull’Osservatore Romano del 23 gennaio 2010, uno stralcio del discorso pronunciato il 21 gennaio dal filosofo francese Jean-Luc Marion durante la cerimonia di ingresso all’Accadémie Française, dedicato alla figura del Cardinale Jean-Marie Lustiger (Arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005) che lo aveva preceduto all’Accademia. Marion propone una sintesi personale delle categorie con le quali il Porporato leggeva la «crisi della Chiesa cattolica, prima di tutto in Francia». La sintesi ci pare interessante perché intessuta di alcuni luoghi comuni molto cavalcati dagli intellettuali francesi di stampo progressista: la «vocazione minoritaria» dei cattolici di Francia, la teologia del «piccolo gregge» (con la stessa funzione del «Resto d’Israele»), la rinuncia ad un’azione evangelizzatrice forte (la volontà di riaffermare i valori cristiani con vigore nell’attuale contesto nichilista è addirittura accostata alla «volontà di potenza» di nicciana memoria) e la scelta di un cristianesimo colto ed elitario a scapito della religione di popolo.

"È stato così spesso criticato (Lustiger, n.d.r.) per la sua critica dell’Illuminismo che mi sento tenuto a difenderla e a spiegarla. In una parola , quello che è stato denigrato come una banale critica ai Lumi è in realtà un modo consapevole di affrontare quello che in questi tempi di angoscia dobbiamo chiamare nichilismo.
È in effetti nella prova universale del nichilismo che ha saputo inscrivere ciò che ha deciso di chiamare la crisi della fede, in particolare la crisi della Chiesa cattolica, prima di tutto in Francia. Jean-Marie Lustiger ha saputo esprimere meglio che in qualsiasi altro contesto il suo «paradosso diagnostico» nel dialogo affascinante che condusse nel 1989 nelle pagine di «Le Débat» con il vostro compianto fratello, François Furet: «Partirò da una constatazione: a differenza di altre nazioni europee, la Francia non ha trovato nel cattolicesimo la matrice della sua identità nazionale. In molti paesi la Chiesa ha preceduto lo Stato e ha dato una certa consistenza alla nazione attraverso la lingua e la cultura…In Francia, invece, l’idea di nazione non coincide con l’idea cattolica in quanto tale, né d’altronde con un dato linguistico» (Dieu merci, les droits de l’homme, Paris 1990, pp. 118-119). Contrariamente alla leggenda dorata della «Figlia primogenita della Chiesa», la Francia non ha mai smesso di scristianizzarsi (le guerre di religione, la Rivoluzione, la separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’esodo rurale e così via) e dunque anche di ri-evangelizzarsi attraverso altrettanti movimenti di conversione (il XVII secolo dei mistici, le missioni del XIX secolo, l’Azione Cattolica e il rinnovamento culturale del XX secolo, e così via). Poiché la «Francia è il solo Paese dell’Europa Occidentale, o meglio dell’Europa cristiana, in cui non c’è stata identificazione completa fra il cristianesimo, la cultura e la nazione» (Osez croire, pp. 167 e 243). [Queste affermazioni lasciano un po’ stupefatti: davvero la Francia non ha nel Cattolicesimo la matrice della propria identità nazionale? La constatazione che spesso nei secoli essa ha rifiutato il Cattolicesimo prova, a nostro avviso, l’esatto contrario, giacché proprio quei momenti storici sono tra i più tristi e dolorosi della storia del Paese. Quando la Francia ha rifiutato il Cattolicesimo allora si è “alienata da se sessa”, diremmo con categorie care al pensiero dialettico, e ha sfigurato il proprio volto. Non occorre essere il Cardinale Pie per sostenere quanto affermiamo: è il pensiero, tra gli altri, di Giovanni Paolo II: « La crisi dei valori e la mancanza di speranza che si osservano in Francia, e più in generale in Occidente, fanno parte della crisi di identità che le società moderne attuali attraversano[…] La Chiesa si interroga su tale situazione e auspica che i valori religiosi, morali e spirituali, che fanno parte del patrimonio della Francia, che hanno plasmato la sua identità e forgiato generazioni di persone fin dai primi secoli del cristianesimo, non cadano nell'oblio», Lettera al Presidente della C.E.F e atutti i Vescovi di francia, 15 febbraio 2005]
Che i cattolici si trovino oggi in posizione minoritaria non appare come un disastro, né come una novità, poiché non hanno vocazione alla maggioranza, e ancora meno a un’egemonia politica sulla nazione, dalla parte dello Stato o contro di lui. [in altre parole l’estinguersi della fede è connaturale ai Francesi!] La loro scelta battesimale li destina solo a rendere testimonianza della salvezza che Dio introduce nell’umanità attraverso la presenza di Cristo in essa. Inoltre , perché la Chiesa dovrebbe non intraprendere il cammino che Cristo stesso ha aperto, che la rivelazione di Dio implica sia il suo rifiuto sia la sua accettazione da parte degli uomini? Se il servo non è più grande del padrone, perché la comunità dei credenti dovrebbe sottrarsi alla prova dell’abbandono e della morte, se vuole accedere alla Resurrezione? Al contrario, una Chiesa che trionfa non dovrebbe preoccuparsi di aver già tutto compromesso con la sua scelta di fare compromessi col mondo?[Se è vero che la fede può essere solo proposta e mai imposta, è vero altresì che il “trionfo” della fede non dovrebbe essere un dato di per sé preoccupante!]
In effetti, in questi tempi di disperazione, di nichilismo, bisogna sforzarsi di «non» ricorrere al volere di potere, in quanto è paradossalmente la loro affermazione a svalutare i valori più alti: perché a forza di lasciarsi valutare, i valori tradiscono la loro dipendenza da questa valutazione.
Non supereremo il nichilismo affermando ancora più fortemente nuovi valori [Precisamente! Non si tratta di affermare “nuovi valori” ma, al limite, di riproporli in modo nuovo: dire “nove, non nova”], ma smettendo di valutare, ossia di affidarci alla salita al potere della volontà di volere. Ma come potremo liberarci dalla volontà di potere? Qui si enuncia la risposta cristiana: non facendo la nostra volontà, ma la volontà di un altro, non volendo più affermare la nostra volontà, ma per ricevere una volontà santa e dunque, proprio per questo, altra.[Dunque una proposta “forte” di evangelizzazione sarebbe un mero calcolo umano, un retaggio della Chiesa trionfalistica del passato e non corrisponderebbe alla Divina Volontà]
«Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). Nella crisi della Chiesa, Jean-Marie Lustiger vedeva il centro della crisi universale della razionalità [ben detto!], una crisi talmente profonda che il nichilismo rendeva ineluttabile. Vi rispondeva con una sola rivendicazione, per i cristiani naturalmente, ma anche per tutti gli uomini, «il diritto di ricercare la verità e di obbedirle» (Devenez dignes de la condition humaine, p.66)".

Un Vescovo pro motu proprio (della serie: quando le nomine episcopali son fatte bene...)


Mons. Aillet, l'intrepido neovescovo di Bayonne (che poverino ha ereditato una diocesi sinistrata da decenni di 'pastorale' modernista - al punto che quando il seminario aveva chiuso anni fa per mancanza di allievi, il suo rettore aveva definito quell'evento una chance in vista di una futura chiesa senza preti ordinati), si è recato domenica scorso a Bordeaux per celebrare solenni ordinazioni diaconali e suddiaconali di chierici dell'Istituto Buon Pastore (nella foto). Ovviamente, con il consenso dell'ordinario del luogo, il card. arcivescovo Ricard.

Si tratta della prima volta che un vescovo celebra nella chiesa di Saint-Eloi, dacché essa è nelle mani dell'Istituto tradizionale del Buon Pastore. Prima della riconciliazione con Roma di questo istituto, l'arcivescovo di Bordeaux aveva combattuto un'aspra battaglia per riavere quella chiesa, invero semiabbandonata prima che la occupassero e restaurassero i tradizionalisti, ai quali tra l'altro il consiglio comunale - in Francia le chiese appartengono ai Comuni - l'aveva assegnata. Parroco di Saint-Eloi è l'abbé Laguerie che, prima della sua espulsione dalla Fraternità S. Pio X perché favorevole ad accordi con Roma, era stato a lungo parroco della celeberrima Saint-Nicolas-de-Chardonnet a Parigi.

Il vescovo Aillet, prima della nomina vicario generale della diocesi di Tolone (la diocesi filotradizionale di Francia, che ha da sola più seminaristi di Parigi), desidera incoraggiare lo sviluppo di centri di Messa tradizionale, a partire dalla sua diocesi dove ha già istituito a novembre una Messa tradizionale e conta, a quanto pare, di far impiantare comunità tradizionaliste.


Richiesta di preghiere


La moglie di uno dei più cari partecipanti a questo blog è molto gravemente malata. Il conforto della Fede sostiene la splendida coppia in questa prova atroce, ma tutti possiamo fare molto affinché la Provvidenza voglia alleviare il duro momento. Per questo chiediamo la grazia di una preghiera, all'intenzione di questa famiglia. Recitiamo per loro, con devozione, le più sentite preghiere.

Memorare, piissima Virgo Maria,
non esse auditum a saeculo quemquam
ad tua recurrentem praesidia,
tua implorantem auxilia,
tua petentem suffragia
esse derelictum.
Ego, tali animatus confidentia,
ad te, Virgo virginum Mater, curro;
ad te venio, coram te gemens, peccator, adsisto.
Noli, Mater Verbi, verba mea despicere,
sed audi propitia et exaudi.
Amen.

Ricordati, o piissima Vergine Maria,
non essersi mai udito al mondo
che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio,
implorato il tuo aiuto,
chiesto la tua protezione
e sia stato abbandonato.
Animato da tale confidenza,
a te ricorro, o Madre, Vergine delle Vergini,
a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro.
Non volere, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere,
ma ascoltami propizia ed esaudiscimi.
Amen.

Pater, Ave, Gloria

Salus infirmorum
Ora pro nobis
Consolatrix adflictorum
Ora pro nobis
Ianua coeli
Ora pro nobis

giovedì 28 gennaio 2010

Avatar (il film): la religione di Pandora


di Lorenzo Fazzini

La pellicola di James Cameron ha fatto discutere, e molto, anche per il suo rapporto con la religione. La domanda potrebbe suonare così: di quale religione è Avatar? A dar fuoco alle polveri è stato il commentatore di religious affairs del "New York Times", Ross Douthat, che dalle colonne del quotidiano liberal l'estate scorsa aveva promosso a pieni voti la Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Secondo Douthat, Avatar presenta "un'apologia del panteismo, una fede che rende Dio uguale alla Natura, e chiama l'umanità a una comunione religiosa con il mondo naturale". Il commentatore ricorda come questa visione religiosa sia una sorta di cavallo di battaglia dell'Hollywood più recente. Per Douthat la scelta panteista di Cameron, e dell'industria cinematografica Usa in generale, continua su questa strada perché "milioni di americani vi hanno risposto in maniera positiva". E come riconosceva già nell'Ottocento il filosofo francese Alexis de Tocqueville, "il credo americano nell'essenziale unità del genere umano ci porta ad annullare ogni distinzione nella creazione. Il panteismo apre la strada a un'esperienza del divino per la gente che non si sente a proprio agio con la prospettiva scritturistica delle religioni monoteistiche".

All'editorialista hanno replicato diversi osservatori. Sul cliccatissimo giornale online "Huffington Post" Jay Michaelson ha corretto l'interpretazione di panteismo per Avatar, parlando invece di "visione unitaria dell'Essere". "I panteisti non pregano, i panessenzialisti sì, come avviene in Avatar", suona la precisazione di Michaelson. Un'altra interpretazione viene dal blog "politicsdaily.com", a firma di Jeffrey Weiss, che invece ha deteologicizzato l'opera di Cameron, affibiandole la qualifica di "allegoria di carattere neurologico, non teologico": "Il film tende a fare in modo che lo spettatore pensi al modo in cui vuole trattare le persone con cui vive, i valori e le abitudini diverse dalle proprie".

Dall'Oriente arrivano interpretazioni ancora più "teologiche". Il quotidiano "Hindustan Times" ha ospitato una recensione in cui riconosce che i personaggi alieni che abitano Pandora "sono di colore blu, non molto diversi dalle immagini popolari di Shiva", una delle principali divinità induiste.

A dar man forte all'interpretazione indù del kolossal - che in pratica si sposa bene con la visione panteista del "New York Times" - è anche il sito di "Hinduism Today", in un articolo dal titolo che più chiaro non si può: "Il nuovo film Avatar getta luce su una parola indù". Scrive l'articolista: "La teologia indù elenca dieci tipi di avatar. Le origini di questa parola vengono dal sanscrito dei sacri testi indù ed è un termine per gli esseri divini mandati a ristabilire la divinità sulla Terra". Il sito dà voce a un fedele induista, Anil Dandona: "Il modo in cui la parola avatar viene usata nel film non è una distorsione della mia fede. È appropriato. Noi crediamo nell'Essere Supremo mandato presso gli uomini per creare la giustizia. Questi messaggeri di Dio prendono forme umani, ma hanno qualità divine".

E il cristianesimo, è assente da Avatar? Mark Silk, sul blog "SpiritualPolitics", rintraccia il nome "cristiano" di un personaggio del film: Grace Augustine, che per Silk fa riferimento al santo di Ippona e al concetto cristiano di "grazia". Sarà Grace a spiegare al protagonista, l'ex marine Jake Sully, i significati nascosti del mondo di Avatar, come quello di "rinascere due volte", che Silk rilegge cristianamente secondo il dettato evangelico dei born again. "Per questo - conclude il blogger di "SpiritualPolitics" - è possibile affermare che Cameron ha unito la vecchia teologia cristiana della grazia e della redenzione alla sua parabola anti-imperialista". Il dibattito, come si vede, è più aperto che mai.


(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)

Lo Spillo. Notizie che ... gelano lo spirito!


Apprendiamo dal quotidiano on line sanremonews.it (Link) una notizia che ci raggela, è proprio il caso di dirlo.
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Domenica prossima, 31 dicembre, memoria di S. Giovanni Bosco, sulle nevi di Limone Piemonte (Cn) inizierà una gara sportiva di sci, i cui partecipanti sono dei sacerdoti, religiosi e religiose sportivi .
Non sappiamo se dietro a questa manifestazione ci siano intenti caritativi o di beneficenza.
Ignoriamo se essa sia finalizzata a qualche nobile intento, altro rispetto a quello meramente sportivo. E non sarebbe sufficiente che essa si svolga in ricordo di un sacerdote defunto, o in nome di una giornata dell'amore!
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(Se qualche nostro lettore conoscesse i motivi per cui questi sacerdoti si cimentano in un agone sportivo proprio durante la giornata di domenica, può tranquillamente scriverlo in un commento).
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Ciò nonostante, non avendo avuto modo di scoprirne di più, ci siano permesse alcune personali e innocue riflessioni sull'evento che, pur lecito, ci pare, se non altro un po' lontano da quelle che dovrebbero essere i principali impegni domenicali di zelanti sacerdoti e attive suore (ma potremmo sempre sbagliarci).
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Procediamo con ordine.
1. L'avvenimento è giunto ormai alla XIII edizione: si desume, quindi, che abbia riscosso notevole successo e suscitato discreto interesse negli anni passati.
Eh, si sa: ormai i preti pensano di accattivarsi ed attirare il "popolo di Dio" non più con una condotta sacerdotale santa, fedele al proprio mandato ministeriale, con "impegni" canonici, celebrazioni oranti, sull'esempio del Santo Curato d'Ars. Ma mostrandosi smart, sportivi, cool, rendendosi "protagonisti" non più in processioni per le vie del paese, ma bensì in slalom giganti e discese libere. E ciò anche nell'anno giubilare di santificazione sacerdotale.
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2. Noi sappiamo sin troppo bene, sia per esperienza vissuta, sia per dichiarazioni di molti lettori, che la prima scusa opposta dai sacerdoti, a cui era stata domandanta la celebrazione domenicale della S. Messa tridentina (in ossequio al Motu Proprio!), era stata, ed è, la solita tiritera: "Non abbiamo tempo", "diciamo già troppe Messe", "Non possiamo binare, ternare", "Siamo oberati di altri impegni pastorali in parrocchia" etc., etc., ...
Però il tempo di andare a sciare, di domenica, si trova senza problema.
Tra l'altro nella giornata in cui la Chiesa ricorda S. Giovanni Bosco, il prete dei giovani, degli oratori.
Ripetiamo, non conosciamo il dietrolequinte, ma la notizia, così come riportata fa storcere il naso. A a noi, ancor di più.
Non sarebbe stato meglio, in quella domenica, portare i ragazzi della parrocchia a fare un "week end bianco"?
E non ci rispondano che a questo ci pensano altri preti, vista la penuria attuale di sacerdoti!
..
3. Infine, un'ironica valutazione, per far sorridere, per suscitare un sorriso, amaro. Amarissimo.
E' nota a tutti la forte avversione della maggioranza dei preti a ciò che essi considerano quasi il peggior nemico della fede: il latino, sia parlato sia cantato.
L'incomprensione (soprattutto la loro!) di tale lingua è stata uno dei più inflazionati motivi della loro opposizione alla S. Messa tridentina. Giusto? Oh sì sì, giusto. Lo dicono anche i Dehoniani.
Avete notato, però, come hanno pensato bene di definire la discesa? Descensio flectuosa (aggettivo che per assonanza con actuosa ci sta particolarmente antipatico).
E avete fatto caso, inoltre, a come hanno deciso di intitolare la loro gara sciistica? "Sursum corda".
Ma ad innalzarsi, son solo i loro, di cuori. Forse.
I nostri no di certo.
E ancora.
Nella locandina son presenti: il rosario (ma lo useranno anche per pregare?) e ... una berretta con tanto di fiocco!
Ma proprio essi, i moderni preti, non son così avversi all'uso di questo copricapo che, a detta loro, è diventato (assieme al manipolo) l'emblema di quella Tradizione al cui ritorno tanto si oppongono? Be', certamente, considerandolo solo un accessorio inutile, decorativo, è utilizzato alla stregua di un elemento scenografico. Ma, allora, ahinoi, anche il rosario è destinato a tale utilizzo?

4. Per i più puri di cuore: googolando si trovano diversi link dedicati alla gara sciistica. (link1; Link 2)
..
Per concludere.
Non siamo contrari a priori alla dimensione sportiva, o comunque "secolare" dei sacerdoti.
A patto che essa non sia l'unica apprezzata dalle persone. A patto che non sia troppo secolare, come condanna lo stesso Benedetto XVI, e contro la quale si è scagliato più volte, indicendo, giustappunto il giubileo sacerdotale. A patto, cioè, che, oltre a qualche innocente sciata, a qualche gradito tiro al pallone, a qualche escursione montana, (così come facevano santamente don Bosco e tanti altri sacerdoti nell'oratorio parrocchiale), ci sia anche e soprattutto la cura d'anime.
Altrimenti ogni attività "secolare", restando fine a se stessa, è dannosa e estranea alla missione sacerdotale, che, ricordiamolo, è quella di salvare le anime dei fedeli, non dilettarne lo spirito.
.
E quindi, "Sursum Corda", ma anche "Orate fratres"


DISSENTING OPINION: il nostro Robertus, autore degli Spilli, è un tantino severo; anche se ammanta di arguta ironia le sue osservazioni, appunto, pungenti. Poiché invece il sottoscritto ha un debole per lo sci e, se può, non perde un week end, non può che condividere la passione di questi preti sciatori. Sperando di incrociarli, domenica, sulle nevi di Limone.
Enrico

Un attacco a testa bassa al motu proprio. Bullismo e disinformazjia dei Dehoniani

I Dehoniani hanno inviato in questi giorni a tutti i sacerdoti italiani, per invitarli all'abbonamento, il primo numero dell'anno della rivista Settimana, poco raccomandabile periodico che cerca di spargere, con ritardata insistenza su parole d'ordine sempre più fruste e surreali, il verbo del progressismo cattolico. Non è certamente un caso che proprio in questo numero destinato gratuitamente alla massima diffusione possibile, sia apparso un attacco frontale e dichiarato al Motu proprio di Papa Benedetto e ad un sito, Maranatha, che dà ai progressisti un estremo fastidio. Sì: perché mentre fornisce un servizio liturgico impareggiabile, ed è quindi usatissimo dai preti, trasmette anche informazioni sulla Tradizione immemoriale della Chiesa: quella che molti vorrebbero veder seppellita e dimenticata per sempre. Alcuni di questi preti si adontano di trovare su quel sito i capisaldi dell'ortodossia (la dichiarazione Dominus Iesus, il Messale tridentino, alcune encicliche preconciliari, il Catechismo di S. Pio X e quello tridentino, tanto per citarne alcuni). Il fastidio è accresciuto dal sospetto (fondatissimo!) che molti loro confratelli si lascino sedurre da quel pericoloso materiale reazionario... Ed ecco allora che cosa è apparso sul numero citato della rivista dehoniana (nostri le sottolineature e i commenti interpolati in rosso):


CHI VUOLE TORNARE AI "RITI TRIDENTINI"?

Gentile redazione,
sono stato ordinato presbitero [diffidate di questa parola: è un marchio di fabbrica del modernista medio: per loro i semplici vocaboli 'prete', o 'sacerdote', sanno troppo di curato d'Ars] lo scorso 9 maggio e sono un vostro abbonato. Sono qui a sottoporvi una questione che mi sta a cuore: il fatto di uno strano movimento liturgico, secondo me contrario alla riforma e al concilio Vaticano II, perché stanno sempre più puntando sul fatto che la santa messa cosiddetta "tridentina" è il rito romano "giusto".
Vorrei che si facesse chiarezza sulla possibilità di utilizzo del rito straordinario reintrodotto dal motu proprio di Benedetto XVI e, soprattutto, che venga messa a tacere ogni forma di confronto tra i due riti [frase ingenuamente confessoria dell'effettivo liberalismo di questi sedicenti 'aperti']. Per darvene un esempio, vi invito a visitare il sito http://www.maranatha.it/.
Vorrei che si facesse capire "a certa gente" quale grande valore ha la partecipazione dell'intero popolo di Dio alla liturgia [frase fatta insignificante se ce n'è una].

lettera firmata


Come il nostro lettore, anch'io che per anni ho usato il sito http://www.maranatha.it/, in questi ultimi mesi sono stato sconcertato dal fatto che esso misceli tranquillamente i testi dei due messali (Pio V e Paolo VI), come fossero equivalenti [FALSO: i testi dei due messali sono nel sito chiaramente distinti. Ma questa gente è talmente latinofoba da scambiare il messale di Paolo VI nella versione originale latina dell'Editio typica con quello di S. Pio V... E' vero che molto spesso il messale paolino in latino è così lontano dalle infedeli traduzioni da sembrare 'tridentino' (e per questo motivo, Maranatha fa benissimo a mettere a fronte i testi latino e italiano del novus ordo: così risalta la malizia dei traduttori). Ma nulla giustifica una così grossolana cappella dell'articolista, che perdipiù ha la patente, come vedremo, di liturgista]. Il tutto accompagnato da presentazioni ed elogi vari, compreso il "libello" dei cardinali Ottaviani e Bacci, uscito nel 1969 e denigratorio della riforma, perché viene letta con la lente di un sola stagione teologica della chiesa. Stranamente in questi giorni è sparito dal sito... [non è vero: l’illuminante scritto dei due cardinali – Ottaviani poi era Prefetto del S. Uffizio - è sempre presente su Maranatha; quanto all'accusa di usare la lente di una sola stagione teologica, sembra fatta apposta proprio per descrivere chi formula l'accusa, che dimostra d'essere mentalmente rinchiuso nel recinto della nouvelle théologie, già moribonda dopo poco più di mezzo secolo di vita].

Cosa dire di questo "movimento liturgico" che vuole tornare ai cosiddetti "riti tridentini"? In pratica, però, Trento non fa che codificare il Missale della corte di Innocenzo III [che però a sua volta corrispondeva nell'essenziale al rito romano di molti secoli prima: è molto più simile alla Messa che celebrava Gregorio Magno il Messale tridentino, che non l'artificiale assemblaggio creato da Bugnini].

Come rispondere alle domande del lettore? Ripercorrendo brevemente il documento Avvio di una riflessione sul motu proprio "Summorum pontificum" di Benedetto XVI, redatto nel settembre 2007 dall'Istituto di liturgia pastorale di Padova, dall'Associazione professori e cultori di liturgia e dal Monastero di Camaldoli [E' COME SE LA BANDA BASSOTTI, GAMBADILEGNO E DIABOLIK SI METTESSERO A SCRIVERE UN COMMENTARIO AL CODICE PENALE!]. Il documento vuole riflettere sulla situazione che verrà a crearsi nelle comunità di rito romano e vuole «offrire un contributo alle delicate mediazioni che saranno necessarie per evitare che l'impatto della nuova disciplina possa generare nella realtà ecclesiale divisioni e contrapposizioni e non comunione e riconciliazione, come è nelle sue intenzioni». Il punto centrale del problema sta nell'interpretazione del Vaticano II e dei documenti della riforma liturgica promulgati negli anni seguenti. Sono in continuità o in rottura con la tradizione liturgica precedente?

Lo storico non può non osservare che è dalla metà del 1800 che nascono istanze di revisione dei riti. Lo stesso Benedetto XVI ha più volte criticato un'interpretazione del concilio in termini di pura discontinuità e rottura. Infatti, assicurare continuità e vitalità ad una tradizione, significa rinnovarla nella continuità e, nello stesso tempo, con un certo grado di discontinuità. Ogni tradizione rituale vive delle sue radici e sopravvive, non nonostante, ma attraverso le riforme.
Si deve fare un'osservazione importante: non si è ritornati al Missale Romanum del 1570 (detto di Pio V), ma al Missale Romanum del 1962 riveduto da Giovanni XXIII. È quindi improprio dimenticare l'opera di riforma che la stessa Santa Sede ha operato lungo gli ultimi secoli.

Ma quali sono i valori irrinunciabili che devono essere valorizzati anche da chi vuole usufruire dell'indulto? Essenzialmente tre:

a) la riforma liturgica non va messa in dubbio teologicamente, permanendo il ritorno ai libri tridentini come forma rituale extraordinaria e non ordinaria e universale;

b) non si deve creare una divisione [che si crea precisamente per effetto di atteggiamenti di sufficienza e di esclusione, come quelli mostrati e propagandati da questo testo], né il motu proprio liberalizza l'uso dei libri tridentini [ah no? tutti i commentatori si sono sbagliati?]. Difatti, per la forma ordinaria non sono esigite [il participio passato di 'esigere' è 'esatto'... ma non esigiamo troppo] delle condizioni precise, mentre lo sono quelle per l'uso della forma extraordinaria;

e) una di queste condizioni è che la partecipazione attiva dev'essere salvaguardata (ad esempio, non solo mediante un ascolto silenzioso, ma anche attraverso una certa comprensione del latino) [FALSO: benché alcuni vescovi ostili si siano inventati di far l'esame di latino ai fedeli, nulla li autorizza a ciò, come chiarito dall'Ecclesia Dei: né nel motu proprio, né nella lettera di accompagnamento; in quest'ultima di dice che 'l’uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina'; ma solo per prevedere sociologicamente che le richieste saranno limitate, non per imporre requisiti che, per esser tali, dovrebbero essere normativamente sanciti dal testo del motu proprio].

Il lettore auspica che si faccia chiarezza «sulla possibilità di utilizzo del rito straordinario». Sulla scorta del già citato documento e della Lettera ai vescovi inviata dopo il motu proprio, mi sembra di poter sintetizzare nei punti seguenti le condizioni richieste per la celebrazione liturgica in forma extraordinaria [altro marchio di fabbrica lessicale: questa gente si sente costretta a ricorrere ad un termine inesistente in italiano, solo per non dover scrivere che la Messa antica è 'straordinaria', perché può lasciar intendere ch'essa è - come è - magnifica e sublime]:

1. Circa i soggetti che richiedono il rito straordinario, il documento precisa le condizioni oggettive e soggettive. Quelle oggettive prevedono parrocchie nelle quali ci sia un gruppo stabile di fedeli che lo chiedono. Risulta pertanto esclusa la richiesta di fedeli singoli e di non appartenenti alla stessa parrocchia o di gruppi eterogenei che lo chiedono per particolari circostanze [per fare un gruppo stabile bastano tre persone (vedi qui). Se fosse vero quanto dice - e non lo è - allora basterebbe che un gruppo si scindesse in sottogruppi su base parrocchiale per ottenere, a norma del motu proprio, non un'unica Messa per città o diocesi, ma tante Messe quanti sono i sottogruppi così formati]. Le condizioni soggettive - si legge nella Lettera ai vescovi - insistono nel richiedere [niente affatto: vedi sopra] ai fedeli che celebrano in forma straordinaria «una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l'una che l'altra non si trovano certo di frequente». Come si vede, queste condizioni devono essere contemporaneamente presenti.

2. Circa i ministri che presiedono [non presiedono: celebrano. Presiedetevele voi, le vostre assemblee!] il rito preconciliare, si stabilisce che debbano avere una certa familiarità con il rito stesso [FALSO: non c'è scritto proprio da nessuna parte. Ovvio che il sacerdote deve comprendere quello che dice: ma per quello, messalini bilingue son più che sufficienti]. Potranno bastare i video on-line per sopperirvi? [YES!]

Inoltre, dovrebbero avere con quel rito una sintonia spirituale. Va osservato che l'attuale cammino formativo dischiude ai presbiteri un'esperienza ecclesiale e spirituale che non può facilmente essere tradotta nelle categorie del rito preconciliare [ed è per questo che ne han tanto bisogno: per disintossicarsi]. Infine – terza condizione posta ai presbiteri che usano dell'indulto [NON-E'-UN-INDULTO. Ma sa leggere questa gente? E se sì, riesce a comprendere quel che legge? O è forse in mala fede?] - non devono escludere di celebrare con i libri del Vaticano II: «Non sarebbe, infatti, coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l'esclusione totale di esso».

3. Il motu proprio riprende la distinzione tra messa "senza popolo" e messa "con il popolo". Stando ai principi ispiratori del documento, non sembra di poter dedurre che un singolo presbitero possa scegliere di celebrare con i fedeli con i libri del Vaticano II e, quando celebra da solo, con il rito preconciliare [FALSO: l'art. 2 del motu proprio dice esattamente, precisamente, palesemente il contrario: "Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l'uno o l'altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario"]. Anche per la forma straordinaria vale il principio che forma tipica della celebrazione è quella con il popolo, visto che, per porla in atto, ci vuole un gruppo stabile di parrocchiani.

In chiusura, la lettera domanda soprattutto che «venga messo a tacere ogni forma di confronto tra i due riti». E da chi può venir fatto tacere? Impossibile. Si può però auspicare che scompaia presto l'astio che si legge nei siti tradizionalisti verso la riforma liturgica e le persone che vi hanno lavorato con scienza e prudenza e per teologi e pastori che se ne nutrono per la loro spiritualità e nell'azione pastorale [questo astio forse sparirà quando verrà meno l'inesorabile odio che voi liturgisti bugninisti riservate alla Tradizione della S. Chiesa ed ai tradizionalisti: e ne avete di strada da fare rispetto a noi, visto che non ci risulta che sia conculcato in alcun luogo il diritto dei fedeli ad avere la liturgia ordinaria, mentre gli ostacoli contro la liturgia straordinaria sono quotidiani].

Come concludere questa breve riflessione sulle condizioni richieste per celebrare con i libri liturgici precedenti il concilio? Rubo la conclusione al documento richiamato all'inizio: «Una forma rituale, anche se a precise condizioni viene dichiarata "non proibita", va considerata extra-ordinem, in quanto non viene necessariamente ritenuta per principio né consigliabile né raccomandabile [e allora che s'è fumato il Papa, se ci ha dato qualcosa di sconsigliabile e poco raccomandabile?] [...]. Dunque, la forma ordinaria del rito romano rimane la via principe della pastorale, della cura d'anime, della spiritualità e della formazione [con i bei frutti in tema di pratica religiosa, vocazioni, 'formazione' del popolo di Dio, che tutti conoscono e che nemmeno i modernisti osano più contraddire].

La presenza di una forma extraordinaria può essere compresa senza conflitto e in una logica di autentica riconciliazione soltanto nella misura in cui essa rimane strettamente limitata a condizioni oggettive e soggettive "non ordinarie": condizioni che - come dice lo stesso Benedetto XVI - "non si trovano tanto di frequente". Solo un accurato discernimento di queste condizioni potrà permettere al cammino liturgico delle comunità ecclesiali di trarre profitto pastorale e spirituale da questo passaggio disciplinare, recuperando l'uso della partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio al mistero celebrato, e così purificando grazie a questo nuovo uso - le proprie celebrazioni da ogni possibile abuso».

Daniele Piazzi


Questo Daniele Piazzi è un 'presbitero' che, manco a dirlo, si picca di liturgia ed è responsabile dell'Ufficio Culto Divino della diocesi di Cremona: quella cioè del vescovo Lanfranconi, che ha appena cacciato il coro dalla cattedrale perché preferisce le canzonette. Riparleremo di tutte queste questioni tra una quindicina d'anni, cari signori, quando gli anni Settanta saranno definitivamente superati anche nella Chiesa, come già (e da tempo) nella società.

mercoledì 27 gennaio 2010

Echi tridentini in letteratura: Carlo Goldoni


La critica letteraria “ufficiale” – tutta compatta e a ranghi serrati dietro i capifila De Sanctis e Croce – ha costantemente confinato Carlo Goldoni (1707-1793) nel limbo dei “minori”, simpatici e volenterosi scrittori che riescono magari a strappare un sorriso ma restano ben lontani dagli ubertosi e lussureggianti giardini della Poesia. Un semplice lettore di oggi senza alcuna veste ufficiale, constatando peraltro che a distanza di due secoli e mezzo moltissime commedie di Goldoni continuano ad essere costantemente rappresentate con grande successo, e non solo in Italia, potrebbe esser tentato di liquidare la querelle con un paio di battutacce. Ma è meglio, forse, limitarsi a ricordare:
- che il teatro goldoniano risulta ancor oggi molto divertente;
- che l’ispirazione realistica e l’attenzione alle trasformazioni sociali e linguistiche fanno delle sue pièces uno strumento indispensabile di conoscenza non superficiale delle culture italiane del Settecento;
- che alcune situazioni e non pochi personaggi raggiungono una complessità poetica di tutto rispetto.
- E infine, che in un secolo inflazionato da lumi veri e presunti Carlo Goldoni riesce, con tranquilla umiltà, a utilizzare e apprezzare i lumìni ma senza dimenticare la luce grande, quella che non tramonta.

Non che abbondino, nelle commedie, predicozzi e catechismi; il nostro sembra anzi far tesoro di un motto prudenziale di origine popolare, che afferma, più o meno: se devi far divertire la gente, parla “poco del principe, niente di Dio”.

[Traduciamo: “poco di politica, niente di religione”... Ossignore, è roba da far prendere un colpo d’accidenti a certi nostri guitti viziatissimi e pluripremiati, notissimi per supponenza lunga e cognome corto.]

Ma là dove il rapporto col teatro sia solo mediato, ad esempio nelle lettere dedicatorie delle edizioni a stampa di varie commedie, Goldoni si mostra capace di parlar chiaro e senza rispetto umano. Pubblicando, per esempio, nel 1750, il testo delle Femmine puntigliose, lo dedica a Francesco de’ Medici scrivendo, fra l’altro:

« Dopo la felicità dell'Essere, qual altra maggiore può immaginarsi oltre quella del nascere in grembo di Santa Chiesa, succhiando col latte la vera Fede, e cancellando coll'acque del Sacro Fonte la colpa de' primi nostri Parenti? Gli occulti, impenetrabili arcani della Provvidenza han noi arricchiti di un tanto bene. Miseri quelli, che nati fra gli errori ed allevati colle superstizioni, chiudono le orecchie alla grazia, e induriscono il cuore sotto il peso della ingannevole educazione; ma più miseri quelli ancora, che prevaricatori si chiamano del Vangelo, ribelli della Cattolica Religione, i quali vendendo, a similitudine di Esaù, per poche lenti la Primogenitura Celeste, calpestano il più bel dono della imperscrutabile predilezione Divina. (...) Pare a' dì nostri che Uomo non sia di lettere colui che di certi oltramontani libri non sa far pompa; colui che non sa porre in ridicolo il Dogma, le Tradizioni, e fino le sacre Carte medesime, spargendo massime false, anche contro il proprio suo cuore; detestate internamente nell'animo, ma lanciate con imprudenza, o per acquistare la grazia di un personaggio, o per far ridere la brigata. Si può rinunziare per meno ad una sì grande felicità?».

*

Nel 1759 Carlo Goldoni – due anni prima del definitivo trasferimento a Parigi – si fermò per diversi mesi a Roma, dove ebbe la possibilità di intrattenersi con molti famosi personaggi e col Pontefice stesso, Clemente XIII. Ce lo racconta lui stesso nei capitoli 37-39 delle sue godibilissime Memorie (apparse in prima edizione in lingua francese nel 1787, poi per sua propria cura tradotte in italiano). Anche lui – come, più tardi, Mozart e Goethe – fu edificato e impressionato dai riti della Settimana Santa nella basilica di San Pietro, e particolarmente dal Miserere di Gregorio Allegri:

« Tutti i piaceri da me goduti fino a quel tempo a Roma erano nulla in confronto a quelli che provai nella settimana santa; in tali giorni consacrati del tutto alla divozione, si conosce la maestà del pontefice e la grandezza della religione. Nulla di più magnifico e imponente che la celebrazione di una messa pontificale nella basilica del Vaticano: il papa vi figura da sovrano, con tal pompa e apparato che conciliano la devozione e la meraviglia. Tutti i cardinali, principi della Chiesa e presuntivi eredi del trono, vi assistono; il tempio è immenso, immenso il corteggio. Anche la cerimonia della Lavanda non mi sembrò meno grandiosa, poiché si vede dovunque lavar piedi ai poveri, i quali rappresentano gli apostoli; ma quella tiara a tre corone, quei berretti rossi, e quella gran gerarchia di vescovi e patriarchi riempie di stupore e colpisce l’immaginazione. Un altro spettacolo religioso da me parimente ammirato in quella chiesa, mi sembrò piacevole non meno che degno di ammirazione: il Miserere del venerdì santo. Entrate in San Pietro, e tale è la distanza che corre dalla porta all’altar maggiore, che non vi lascia scorgere se vi sia gente o no; e quando siete a portata di vedere e sentire, vedete soltanto una numerosissima assemblea di musici in tonaca e collare, e vi par di sentire tutti gli strumenti possibili, mentre non ve n’è neppur uno. Io non sono della professione, né posso spiegare per conseguenza questa varietà, questa gradazione di voci in uno stesso accordo che produce tale illusione. Tutti i compositori bensì debbono conoscere questo capolavoro della loro arte.»

[Il testo di tutte le commedie di Goldoni, e anche quello delle Memorie (in italiano), è disponibile in rete, gratuitamente, nel sito liberliber.]

Giuseppe

United colors of religions


Quando i preti cattolici arrivano a non capire nemmeno più che cosa sono e che ci stanno a fare, se non per intortare ogni domenica gl'intorpiditi fedeli malcapitati.




Il presepe con moschea e sure coraniche di
don 'Abdullah' Scaccaglia, Parma (fonte)


Messa di solidarietà interreligiosa, Liller, diocesi di Arras (fonte)

Ancora sull'Opus Dei e la Messa tradizionale

Abbiamo riferito alcuni giorni orsono (link) della positiva evoluzione liturgica dell'Opus Dei verso forme di celebrazione eucaristica più vicine alla bimillenaria Tradizione della Chiesa; questo in adesione alla solida ortodossia dottrinale dell'Opus e, soprattutto, alle nette idee in materia di liturgia del fondatore, S. Escrivà de Balaguer il quale dopo la riforma di Paolo VI aveva chiesto, e ottenuto, di poter continuare a celebrare la Messa di Sempre (v. qui).

Rorate Caeli informa che nella basilica di S. Apollinare a Roma, presso l'Università pontificia di Santa Croce gestita dall'Opus Dei, viene celebrata una missa sine populo (ma a cui, come precisa il motu proprio, chi vi capita può partecipare) il lunedì, martedì e mercoledì mattina, ad un altare laterale.

Conclude Rorate che, dopo la soppressione l'anno scorso della Messa presso l'Antonianum, questa è l'unica Messa antica che sia celebrata in un ateneo romano.

martedì 26 gennaio 2010

Novità a Radio Maria

La settimana scorsa è andata in onda su Radio Maria l'ultima trasmissione della rubrica mensile affidata a p. Vincenzo Nuara O.P. Il religioso, al termine della conferenza dedicata alla musica sacra, ha annunciato che prossimamente inizierà una collaborazione ufficiale con la commissione "Ecclesia Dei" che opera all'interno della S. C. per la Dottrina della Fede (come vi avevamo anticipato in questo post).

Dovendo ricoprire, in tale ambito, un ruolo istituzionale molto delicato, egli ha dichiarato di non ritenere più opportuna la continuazione della rubrica radiofonica. Francamente, non vediamo alcuna incompatibilità, visto che a Radio Maria parlano regolarmente anche molti Vescovi, il cui ruolo è ancor più istituzionale. Ma può darsi che la riservatezza gli sia stata esplicitamente richiesta.

La trasmissione mensile di p. Nuara è durata ben dieci anni. All'inizio egli si occupava soprattutto di sette e nuove religioni. Successivamente, man mano che il clima culturale glielo consentiva, iniziò gradualmente a trattare argomenti assai più delicati come il problema del "subsistit in", l'autorità del Concilio e infine l'Antica Liturgia.

P. Nuara rimane, a tutt'oggi, l'unico sacerdote cattolico ad aver celebrato una S. Messa antica a Radio Maria.

Al posto della trasmissione, dal mese prossimo, inizierà un incontro mensile con il prof. De Mattei, vicepresidente del CNR e direttore della rivista "Radici Cristiane": un'altra voce amica della Tradizione.

Segnaliamo infine che questo pomeriggio, alle ore 18, il palinsesto di Radio Maria prevede un programma di don Nicola Bux.

Nuovi gruppi stabili in Toscana

PISTOIA


Siamo lieti di annunciare che ieri è stato formalmente costituito un nutrito gruppo per l'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum nella diocesi di Pistoia, che ha eletto un proprio presidente ed un segretario. Agli amici, che hanno aderito al Coordinamento toscano, facciamo i nostri auguri di un operato ricco di frutti spirituali. Quanti intendano contattare direttamente il gruppo di Pistoia possono da ora scrivere al segretario: lacorri@alice.it




PESCIA


Si sta creando un gruppo di persone per l'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum cura nella diocesi di Pescia. Si pregano tutti gli interessati di scrivere all'indirizzo teofilo89@hotmail.it


Non impareranno mai: il vescovo di Cremona impone chitarre e tamburelli

Magister nel suo blog si è occupato del paradigmatico caso di Cremona, dove il vecchio ideologismo postconciliare del ‘livellamento verso il basso’, di cui sembra intriso il vescovo Lanfranconi, tanto ha fatto da costringere alle dimissioni il maestro del superbo coro della cattedrale. Ecco una sintesi di quanto riferisce Magister:


Rassegnando le dimissioni nelle mani del vescovo di Cremona, Dante Lafranconi, Rampi le ha motivate con una lettera aperta, riportata quasi integralmente qui sotto. Le sue ragioni sono le stesse che sono all’origine del generale malessere del canto liturgico cattolico a Roma, in Italia e nel mondo.

[..] Credo che il percorso artistico-culturale della cappella musicale di una cattedrale debba accompagnarsi a un percorso liturgico-musicale di pari dignità. La cattedrale può essere luogo di eventi artistici e di entusiasmanti “avventure” nel segno della grande musica sacra, ma solo a patto che tale percorso diventi finalmente riflesso e segno di una equivalente attenzione verso la qualità musicale della liturgia che vi si celebra.
La cappella musicale di una cattedrale è chiamata, a mio avviso, a dare testimonianza concreta di tale inscindibile connubio, che nelle celebrazioni si sostanzia attraverso la fedeltà alla Tradizione, a partire dalla pietra miliare del canto gregoriano per attraversare la polifonia classica e giungere fino alle nuove forme musicali. Questo respiro a pieni polmoni dovrebbe essere, penso, l’ambizioso ma normale distintivo di una grande cattedrale. Così è in larga parte d’Europa, dove l’arte musicale è parte costitutiva del culto (e nessuno si sogna di metterlo in discussione) e dove la programmazione musicale di una chiesa importante parte dalla liturgia per poi coinvolgere a tutto tondo i concerti, la vita ordinaria e gli eventi straordinari.
Investire sulla musica “alta” per la liturgia, oltre ad essere segno di maturità culturale, è soprattutto una sfida ecclesiale impegnativa: la sfida di saper coniugare culto e bellezza, mettendo in gioco le migliori energie e tutte le competenze professionali necessarie. Il canto assembleare (canti popolari tradizionali o di nuova composizione) non è affatto escluso, ma si radica in una visione globale e alta, fatta soprattutto di educazione al bello.
Ebbene, tutte queste ricchezze nella nostra cattedrale ci sono, pronte a dare testimonianza concreta del grande e multiforme “respiro musicale” della Tradizione ecclesiale. Ma se la promozione del canto assembleare viene estrapolata dal suddetto contesto e diviene l’unico vero obiettivo da perseguire, tutto cambia. Anzi, tutto crolla. Non si capisce cosa ci stiano a fare un maestro di cappella e una cappella musicale in una cattedrale; a meno che per cappella musicale non si intenda un semplice coro-guida che “tiri la volata” all’assemblea, nella speranza che prima o poi questa si metta finalmente a cantare.
Chi si occupa di queste cose sa bene che si tratta di una questione di dimensioni non solo locali. Io ritengo che ad una cappella musicale di una cattedrale vada fatto obbligo – sottolineo, obbligo – di fondare il proprio servizio liturgico innanzitutto sul canto gregoriano e sulla polifonia classica. Ma non è un mio parere personale: mi sembra che il magistero della Chiesa sia chiaro a tale proposito. Poi si potrà fare, si dovrà fare, tutto il resto. Ma questo punto fermo, certamente assai impegnativo e da costruire pazientemente con anni di studio, non dovrebbe ammettere discussioni. La ricerca poi di un equilibrio fra la schola e il canto assembleare, in sé auspicabile, finisce per celare un grosso equivoco se lascia sempre irrisolta la questione di fondo, ovvero il primato – o, come afferma l’ultimo Concilio, il “posto principale” – da assegnare al “canto proprio della liturgia romana” (così è definito il gregoriano dallo stesso Concilio). [..]

In adesione alla protesta del Maestro, 45 dei 47 coristi si sono dimessi (così il vescovo potrà dirigere indisturbato il suo repertorio ‘conciliare’ per bongo e grattacorde). Il Maestro Rampi ha ulteriormente motivato il suo abbandono in una lettera a Magister, in cui tocca il tema essenziale del ruolo della musica sacra nella cornice - appunto - sacra, ossia liturgica e non meramente concertistica:
La vicenda è triste e per molti versi paradossale. In undici anni con la cappella musicale della cattedrale di Cremona abbiamo vissuto un’avventura esaltante nel segno della musica sacra, e abbiamo portato felicemente ad esecuzione alcuni fra i più importanti capolavori del repertorio corale sacro: dalle Messe di Mozart alla Missa solemnis di Beethoven, dai mottetti di Palestrina ai salmi di Vivaldi, dalla Messa di Bruckner al Magnificat di Bach e alla sua Messa in Si minore, dalle Messe di Haydn alle Messe di Bartolucci, Perosi e molti altri. Il tutto, però, senza che in cattedrale vi fosse un vero progetto liturgico nel segno della tradizione della Chiesa.
L’assemblearismo dilagante ha condizionato anche la nostra cattedrale, nella quale, ad esempio, al canto gregoriano nessuno si è mai sognato di “riservare il posto principale” (Sacrosanctum Concilium 116). Con l’impegno e il sacrificio di tutti si è dimostrato nei fatti che un’istituzione musicale ecclesiale può e deve tendere al bello mettendo in gioco tutte le professionalità necessarie. Ma si è anche dolorosamente dimostrato che senza un progetto liturgico-musicale ben radicato non si può andare da nessuna parte. La mediocrità non può essere un obiettivo: dunque ce ne siamo andati.
Credo che l’equivoco e il nocciolo della questione stiano, in buona sostanza, nella sciagurata separazione e nella voluta opposizione, oggi di moda, tra l’esemplarità musicale e l’esemplarità celebrativa: l’una vista come potenziale pericolo per l’altra. Come dire: più si pensa alla musica, soprattutto a “quella” musica, e meno si pensa alla liturgia.
Non è così: il canto gregoriano resta il paradigma della musica pensata nella sua essenza come forma di comunicazione e di esegesi della Parola che si fa puro atto liturgico. Per questo la Chiesa lo riconosce come “suo” e vuole che da lì si parta, oggi come sempre; non da altro. E partire da lì significa tendere all’esemplarità celebrativa anche attraverso l’esemplarità musicale, ossia attraverso ciò che l’uomo, in ogni tempo, sa produrre e realizzare di meglio nell’arte musicale. Il canto gregoriano e la grande tradizione della polifonia classica ci consegnano la forma e la sostanza del canto liturgico, fatto di arte sublime, bellezza e pertinenza liturgica assoluta.
La Chiesa, per la “sua” musica, pone da sempre e per sempre questi obiettivi. Non dice che bisogna eseguire sempre e solo il gregoriano e la polifonia classica, ma dice che bisogna fare “innanzitutto” questo e che bisogna partire da lì per il discernimento sulla forma e la sostanza di ogni nuovo repertorio per la liturgia.
Obiettivo molto alto, certo: dunque si fa quel che si può. Ma perché non fare quando si può? Io ho posto precisamente questo problema. Ma da lì non si vuol più partire, perché per decenni si è voluto di fatto contrapporre il patrimonio liturgico-musicale della Chiesa, se non alla “lettera”, almeno allo “spirito” dei documenti conciliari. Il concetto di partecipazione attiva è stato oggetto di una banalizzazione sconcertante, è stato retrocesso a puro attivismo liturgico e ha finito precisamente per dissociare le due “esemplarità”, liberandole da ogni vincolo reciproco. Le conseguenze, manco a dirlo, sono state devastanti. L’assemblea, ad esempio, è considerata tanto più “celebrante” quanto maggiormente si libera di tutto ciò di cui non sa immediatamente disporre, che non è a sua misura, che non comprende subito, che non la coinvolge perché non parla più il linguaggio del suo tempo. All’educazione si è preferita la distruzione, alla riflessione la rimozione, alla nuova sfida la resa.
Ancora a proposito del canto gregoriano, è quanto mai importante studiarlo in profondità per poi eseguirlo correttamente e bene. La sua difesa come “canto proprio della liturgia romana” passa anche attraverso la credibilità della proposta esecutiva, che faccia toccare con mano la sua vera e perenne bellezza per la liturgia di oggi. Purtroppo chi lo difende, anche a spada tratta, non sempre è credibile. Gli argomenti a favore di questo immenso patrimonio della Chiesa non possono limitarsi ad una sua difesa d’ufficio. Negli ultimi cinquant’anni sono stati compiuti passi enormi nella ricerca sulle fonti: al canto gregoriano è stato restituito il suo “valore ecclesiale”, anche se pochi se ne sono accorti perché già lo davano per defunto.
Per vedere a che coro il vescovo ha dato un calcio, eccone una registrazione (in forma concertistica, naturalmente: volete mica che quella musica sia usata nel contesto liturgico per cui è nata? Dove andrebbe allora a finire l'actuosa-participatio-imposta-dal-concilio delle catechiste che vogliono far cantare ai marmocchi "Osanna eh, osanna boh"?):


lunedì 25 gennaio 2010

Santa Messa tridentina a Venezia con il Cardinal Scola



Una notizia importante: si tratta della prima volta a nostra conoscenza che un cardinal arcivescovo residenziale italiano partecipa a una Santa Messa in rito romano antico.
Il Patriarca di Venezia, Mons. Angelo Scola, da sempre ha dimostrato un atteggiamento benevolo e paterno verso i fedeli legati all'antica liturgia, affidandoli a un capellano della Fraternità Sacerdotale San Pietro, padre Konrad zu Loewenstein.


Sabato 6 marzo ORE 17.30

Chiesa di San Simon Piccolo


S. Em.za Rev.ma il Cardinale Patriarca Mons. Angelo Scola

assisterà pontificalmente

alla Santa Messa in rito romano antico

celebrata da padre Konrad zu Loewenstein (F.S.S.P.)


Info:
http://venezia.fssp.it/pages/intro.php

Ulteriori informazioni (musicali e liturgiche) verranno rese note successivamente.

Messa a Potenza Picena





Sabato 23 gennaio 2010 alle ore 15,45 nella Chiesa Monumentale di San Francesco a Potenza Picena (Alta) il Parroco Don Andrea Bezzini, con il benevolo permesso dell'Arcivescovo Metropolita di Fermo, SER Mons. Luigi Conti, Presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, ha ospitato la celebrazione della Santa Messa nei rito straordinario accogliendo la proposta del neonato gruppo di fedeli che ha richiesto una celebrazione "stabile" .
E' stata celebrata la Messa del giorno, in onore di S. RAIMONDO DI PENAFORT, CONFESSORE una delle glorie ell'Ordine di San Domenico e della Chiesa nel XIII secolo.
San Raimondo di Penafort ha l'onore di aver usato la penna per la redazione del Codice Canonico. Fu lui che nel 1234 compilò, per ordine di Gregorio IX, i Cinque Libri delle Decretali.
Il Parroco aveva molto opportunamente informato da oltre un mese i parrocchiani dell'iniziativa che era stata inclusa nel "foglio parrocchiale". Questo zelo pastorale, che intende radunare attorno allo stesso altare, diverse espressioni ecclesiali, che è il modo più equilibrato, in questo specifico momento di attuare le sagge indicazioni contenute nel Motu Proprio "Summorum Pontificum".
La celebrazione della Santa Messa nel rito antico, affidata ad un giovane"sacerdote novello", straniero, di 27 anni, che sta completando gli studi a Roma, è stata molto solenne.
Hanno partecipato anche due seminaristi, stranieri, che pure studiano a Roma : testimonianza di come i giovani, che provengono da cosiddette "chiese novelle" abbiano a cuore l'antica liturgia latina.
Una quarantina di giovani , che fanno parte del "Cenacolo della Santissima Trinità" di Rimini, un'associazione religiosa nata negli anni '70 e fa parte della Consulta Diocesana per le aggregazioni laicali della Diocesi, hanno cantato stupendamente e servito l'altare . Ovviamente assieme ai giovani sono arrivati anche i loro familiari che hanno fatto praticamente da "guide liturgiche" ai tanti fedeli che non avevano dimestichezza con il sacro rito. Hanno anche partecipato alcuni ministranti e cantori del Santuario di Campocavallo, dove si svolge regolarmente la Messa in latino. Il Parroco don Andrea ha assistito tutta la Santa Messa quasi sempre nel confessionale: sono state tantissime le confessioni. I fedeli "forestieri" si sono congratulati con quelli locali per il loro giovane parroco, così attento alla Liturgia e alla valorizzazione delle tradizioni (è merito di don Andrea se tante opere d'arte di Potenza Picena, fra cui l'Organo Bazzani della Collegiata, sono state restaurate e ridonate al culto divino). Ieri anche i fedeli più "lontani" dal nostro modo di pregare hanno potuto constatare che il nostro solo unico scopo è voler lodare Dio con le espressioni liturgiche che risalgono a San Gregorio Magno.
Per questo, sia i componenti del neonato gruppo stabile di Potenza Picena, che gli altri che provengono dalla costa sottostante, si augurano che la celebrazione di ieri sia stata solo il preludio per altre che si potranno fare secondo le indicazioni pastorali locali.

Virgo Lauretana, ora pro nobis !
Andrea Carradori

Il totonomine di Tosatti

Papa Benedetto XVI ha confermato il Cardinale Tarcisio Bertone come Segretario di Stato. Lo si legge in una lettera riportata da "L'Osservatore Romano" in cui il Papa ripercorre il "lungo cammino" di collaborazione con il porporato, che in occasione del compimento dei 75 anni ha rimesso nelle mani del Pontefice il suo mandato seguendo le norme stabilite dal Diritto Canonico. Nel testo, il Papa ricorda "con viva riconoscenza" il "lungo cammino" della collaborazione con il porporato, iniziata con il suo lavoro di Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.

A questo proposito, sottolinea in particolare il "delicato lavoro" svolto da Bertone "per costruire il dialogo con Monsignor Marcel Lefebvre" [è curioso che, della più che ventennale collaborazione con Bertone e degl'importanti incarichi affidatigli da che è Segretario di Stato, il Papa ricordi in ispecie quella ormai remota collaborazione nelle trattative con Lefebvre: quasi una confessione dell'importanza che la risoluzione di quel problema riveste, da sempre, per Joseph Ratzinger]. Chiamato da Giovanni Paolo II a prestare servizio nella Curia Romana, il Cardinale "ha svolto con competenza e generosa dedizione l'ufficio di Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede" in "anni intensi ed impegnativi, durante i quali sono nati documenti di grande importanza dottrinale e disciplinare". "Ho sempre ammirato il suo 'sensus fidei', la sua preparazione dottrinale e canonistica e la sua 'humanitas', che ci ha molto aiutato a vivere nella Congregazione per la Dottrina della Fede un clima di autentica familiarità, unita ad una decisa e determinata disciplina di lavoro", confessa il Vescovo di Roma.

"Tutte queste qualità sono state il motivo che mi ha portato alla decisione, nell'estate del 2006, di nominarLa mio Segretario di Stato e sono oggi la ragione per la quale, anche in futuro, non vorrei rinunciare a questa sua preziosa collaborazione", dichiara.

Il Cardinal Bertone, salesiano, è nato a Romano Canavese (Torino) il 2 dicembre 1934 ed è stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1960. Ha conseguito la Licenza in S. Teologia alla Facoltà Teologica Salesiana di Torino, continuando poi gli studi a Roma presso il Pontificio Ateneo Salesiano, dove ha ottenuto la Licenza e il Dottorato in Diritto Canonico. Accanto a un'intensa attività di insegnamento, ha collaborato all'ultima fase della revisione del Codice di Diritto Canonico e ha diretto il gruppo di lavoro che ha tradotto il Codice in italiano. Il 1° giugno 1989 è stato eletto Rettore Magnifico dell'Università Salesiana. Il 1° agosto 1991 Papa Giovanni Paolo II lo ha chiamato alla guida della più antica Diocesi del Piemonte, come Arcivescovo di Vercelli. Il 28 gennaio 1993 è stato nominato dalla CEI Presidente della Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace e il 13 giugno 1995 il Papa lo ha nominato Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Giovanni Paolo II lo ha nominato il 10 dicembre 2002 Arcivescovo di Genova. È stato creato Cardinale nel Concistoro del 21 ottobre 2003. E' membro delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Clero.

Imminente invece la sostituzione del cardinale Walter Kasper, responsabile del dialogo con gli altri cristianie con gli ebrei; si parla del responsabile della diocesi di Ratisbona, Mueller, come suo successore [Rodari fa il nome, in alternativa, del prolisso e fumoso Arcivescovo di Chieti, il 'conciliare' tipico Bruno Forte. Quem Deus avertat!]. Secondo indiscrezioni di fonte attendibile intorno a Pasqua dovrebbe lasciare anche il cardinale Giovanni Battista Re, titolare dell'importante Congregazione per i vescovi; si parla del nunzio in Italia, Bertello, o dell'arcivescovo di Sidney, il cardinale George Pell [magari!] (che è in questi giorni a Roma per vedere il Papa) come candidati probabili. Pell è anche un possibile successore (se per i vescovi la scelta del Papa dovesse orientarsi diversamente) per prendere il posto di Ivan Dias, titolare di Propaganda Fide, che potrebbe lasciare prima del compimento del 75simo anno (scade nel 2011) per serie ragioni di salute. Dopo l'estate infine dovrebbero essere sostituiti il brasiliano Hummes (Congregazione per il Clero) e il cardinale Rodé, titolare della Congregazione per i religiosi.