sabato 30 ottobre 2010

La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia



di Daniele Di Sorco


1. Uno spostamento apparentemente irrilevante.

Col motu proprio Summorum Pontificum il Papa Benedetto XVI ha definitivamente chiarito che il Messale romano tradizionale, detto di S. Pio V, non è mai stato abolito e che pertanto qualunque sacerdote può utilizzarlo nella sua integralità. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei, in una risposta del 20 ottobre 2008, ha ribadito che "l'uso legittimo dei libri liturgici in vigore nel 1962 comprende il diritto di usare il calendario proprio dei medesimi libri liturgici". Com'è noto, nel calendario universale del rito romano antico la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico.

Non mancano coloro che, in nome di una maggiore uniformità tra le "due forme dell'unico rito romano", insistono per una revisione del calendario che garantisca per lo meno la coincidenza delle feste maggiori (revisione che de facto è stata già compiuta per il rito ambrosiano antico, non però de iure, visto che le norme del diritto richiedono per qualunque modifica liturgica, anche relativa a riti diversi dal romano, l'espressa approvazione della Santa Sede). I più, tuttavia, considerano questo spostamento della festa di Cristo Re come irrilevante: dopo tutto, la ricorrenza è rimasta, anche se leggermente modificata nel titolo (non più "Cristo Re" simpliciter, ma "Cristo Re dell'universo"), e il fatto che sia assegnata ad una data piuttosto che ad un'altra non ne altera la sostanza. Alcuni, sebbene legati al rito antico, giungono a preferire la scelta del nuovo calendario: la festa della regalità di Cristo, infatti, costituisce il perfetto coronamento dell'anno liturgico, mentre non si vede il motivo di collocarla in una posizione apparentemente priva di significato come la fine del mese di ottobre.

Di fronte a tanta variabilità di opinioni, cercheremo, in questo articolo, di ricostruire la genesi storica della festa di Cristo Re, di delinearne - per quanto ci è possibile, in qualità di non specialisti - la portata teologica, e infine di dimostrare perché, a nostro avviso, lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.

2. Istituzione della festa.

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Si trattava di una festa del tutto nuova, priva - al contrario di altre feste, per esempio quella del Sacro Cuore - di precedenti nei calendari locali o religiosi. D'altronde, se nuova era la festa, non nuova era l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. Perché il Papa abbia avvertito il bisogno di istituire una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero, risulta chiaro dal testo della stessa enciclica: "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società".

Quale peste? Quella - risponde il Papa nel paragrafo successivo - del laicismo: "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso".

Quindi, se il fine generico della festa - nelle intenzioni del Pontefice - era quello di divulgare nel popolo cristiano "la cognizione della regale dignità di nostro Signore" (regalità in senso lato), il fine specifico era quello di porre l'accento proprio su quella specificazione della regalità che il laicismo nega, vale a dire la regalità sociale. Che sia questo l'autentica ratio della festa, emerge non soltanto dal contenuto dell'enciclica, ma anche da una semplice constatazione di carattere liturgico: tutte le feste, infatti, celebrano - direttamente o indirettamente - la regalità, genericamente intesa, di nostro Signore; ma non esisteva, fino al 1925, alcuna ricorrenza espressamente dedicata al suo regno sulle società di questo mondo.

Tale conclusione è confermata dall'indole dei testi liturgici della festa, promulgati dalla S. Congregazione dei Riti il 12 dicembre dello stesso anno.

Nel Breviario, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium" (traduzione nostra: "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").

Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora: "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").

Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").

Così pure l'orazione, dove Cristo viene definito "universorum Rege" (non Re di un generico e imprecisato universo, come afferma la nuova liturgia nelle traduzioni volgari, ma Re di tutti, ossia di tutti gli uomini), si dice che il Padre ha voluto in lui instaurare ogni cosa (ivi compreso l'ordinamento sociale), e si auspica che "cunctae familiae gentium" (diremmo, in linguaggio moderno, "ogni società umana") si sottomettano al suo soavissimo impero.

Dei testi della Messa, ci limiteremo a ricordare le letture scritturistiche. Nell'epistola, S. Paolo insegna l'assoluta e completa dipendenza di ogni cosa, nessuna esclusa, da Cristo "in omnibus primatum tenens" (Col. 1, 18). Dal vangelo, poi, apprendiamo che il regno del Signore dev'essere inteso non solo in senso trascendente (regalità spirituale) ma anche immanente (regalità temporale o sociale). Quando infatti Pilato pone a Gesù la fondamentale domanda: "Ergo rex es tu?" si riferisce senza dubbio al concetto di regalità che egli, come romano e come pagano, possedeva, vale a dire al regno su questo mondo.

3. Regalità spirituale e regalità temporale.

Né deve trarre in inganno il fatto che Gesù risponda che il suo regno non è di questo mondo. Si noti, anzitutto, la scelta dei termini: il regno non è "di questo mondo", ossia non è secondo le modalità dei regni terreni, come Gesù stesso precisa nello stesso passo: "Se il mio regno fosse di questo mondo, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei: ma il mio regno non è di questo mondo", e come la Chiesa ha sempre interpretato. Ma ciò non significa che che non sia un regno su questo mondo. È ancora Gesù che, poco dopo, lo specifica: "Tu lo dici: io sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce" (Gv. 18, 33-37). La differenza, quindi, sta nel modo, non nell'oggetto. Gesù dichiara di essere venuto nel mondo per regnare su di esso, non però al modo dei monarchi terreni, che regnano per autorità delegata, direttamente e valendosi (in modo legittimo) della forza, ma al modo del Monarca eterno ed universale, che regna per autorità propria, indirettamente e pacificamente ("Rex pacificus vocabitur", come ricorda la prima antifona dei Vespri, tratta da Isaia). "L'origine di questa regalità è celeste e spirituale, anche se i poteri regali sono esercitati nel mondo" (S. Garofalo, Commento al Vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia tradotta dai testi originali e commentata, Torino, Marietti, 1960, vol. III, p. 273).

Lo scopo della festa, vale a dire la celebrazione della regalità sociale di Cristo, ne illumina anche la collocazione nel calendario. Esistono diversi motivi per cui essa fu assegnata all'ultima domenica di ottobre. Il primo e più importante è quello delineato dal Papa nell'enciclica: "Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti". In altre parole, la festa di tutti i Santi, che regnano per partecipazione, viene fatta precedere dalla festa di Cristo, che regna per diritto proprio. La ricorrenza della regalità di Cristo, inoltre, costituisce il coronamento di tutto l'anno liturgico, e pertanto viene posta verso la sua fine. È lecito domandarsi: perché non proprio alla fine? Probabilmente - è l'unica spiegazione veramente plausibile - per non confondere la regalità escatologica (di ordine spirituale), che la liturgia tradizionale ricorda nell'ultima domenica dell'anno liturgico mediante la pericope evangelica sulla fine del mondo, con la regalità sociale, che costituiva l'oggetto specifico della nuova festa. Vi è poi un altra ragione, non esplicitata nell'enciclica, ma ragionevolmente presumibile. Il mese ottobre era il mese dedicato alle missioni e nella sua penultima domenica si pregava specialmente per la propagazione della Fede tra i pagani. Quale modo migliore, per concluderlo, che ricordare il fine ultimo delle missioni, vale a dire il regno sociale di Cristo su tutti i popoli?

L'intenzione del Pontefice espressa nell'enciclica, l'indole dei testi liturgici, la collocazione originaria della festa: tutti questi elementi consentono di concludere in modo sicuro che la ricorrenza di Cristo Re fu istituita al preciso scopo di ricordare la regalità sociale di nostro Signore e di costituire così un efficace antidoto al laicismo dilagante. Occorre, a questo punto, vedere che cosa si intenda per "regalita sociale di Cristo". Cercheremo di farlo senza esorbitare dai limiti di una trattazione che non è e non intende essere specialistica.

Il fondamento dogmatico della regalità di Cristo genericamente intesa è l'unione ipostatica, "per mezzo della quale la natura assunta dagli uomini è unita alla seconda Persona della SS. Trinità: per tale ragione, dunque, Egli non solo è stato costituito Mediatore dal primo momento della sua Incarnazione, ma è anche divenuto, per questo ammirabile avvenimento, Re di tutta la creazione, in ragione della propria divinità" (P. Radó, Enchiridion liturgicum, Romae-Friburgi-Barcinone, 1961, vol. II, p. 1309). Lo afferma chiaramente il Papa nella citata enciclica: "In questo medesimo anno, con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli". L'origine della regalità di Cristo in quanto uomo - prosegue Pio XI - è duplice: egli infatti è re non solo per diritto (nativo) di natura, poiché la sua umanità appartiene alla Persona del Verbo divino, ma anche per diritto (acquisito) di conquista, "in forza della Redenzione", cioè per aver riscattato col suo Sangue il genere umano dal peccato. "Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature".

L'estensione del Regno del Verbo incarnato è universale, come universali sono la creazione e la redenzione donde esso promana. Perciò si estende indiscriminatamente a tutte le cose.

Quanto alla sua natura, poiché il mondo consta di realtà trascendenti e di realtà immanenti, è invalso l'uso di distinguere tra regalità spirituale e regalità temporale. Delle due, è la prima ad avere la preminenza, poiché il temporale è per sua natura ordinato allo spirituale. Si legge infatti nell'enciclica: "Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire". Tuttavia - prosegue il Sommo Pontefice - "sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio". Ora, se la regalità temporale di Cristo, al pari di quella spirituale, si esercita su tutte le cose, essa riguarda non soltanto l'individuo (regalità individuale), ma anche l'insieme degli individui, vale a dire la società (regalità sociale). Ne consegue che le istituzioni sociali hanno nei confronti di Cristo gli stessi doveri dell'individuo singolarmente considerato: devono riconoscerlo, adorarlo e sottomettersi alla sua santa Legge. "Né v'è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli", precisa l'enciclica. Sarebbe dunque in errore chi pensasse che l'obbligo morale di aderire alla divina Rivelazione riguardi soltanto il singolo, mentre la società, nelle sue istituzioni, potrebbe e dovrebbe limitarsi al solo diritto naturale (o addirittura ai soli cosiddetti "diritti umani"). Di qui l'esortazione, rivolta dal Papa ai capi delle nazioni, "di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli".


4. La "nuova" festa di Cristo Re dell'universo.

Uno dei capisaldi del pensiero moderno è la riduzione della religione alla sola dimensione privata, senza alcuna influenza diretta sulla vita pubblica. Si tratta del "laicismo" (che oggi molti preferiscono chiamare "laicità") di cui parla l'enciclica, già individuato e condannato dai Pontefici precedenti. La festa di Cristo Re - nelle intenzioni di Pio XI - doveva fungere da rimedio a questa pericolosa tendenza e ricordare al popolo cristiano che la regalità di Cristo si estende anche alle realtà temporali. Ci domandiamo: tali concetti emergono con la stessa chiarezza anche nella versione attuale, riformata nel 1969, della festa?

Procederemo, anche in questo caso, con l'analisi dei testi liturgici e della collocazione del calendario.

Nella Liturgia delle Ore, l'inno dei Vespri è lo stesso (Te saeculorum Principem), ma da esso sono state soppresse proprio quelle strofe, citate sopra in questo articolo, che parlano esplicitamente della regalità sociale ("Te nationum praesides..." e "Submissa regum fulgeant..."). Nella seconda strofa, inoltre, il riferimento al laicismo ("Scelesta turba clamitat: / Regnare Christum nolumus" = "La folla empia grida: Non vogliamo che Cristo regni") è stato rimpiazzato a una frase generica e indefinita ("Quem prona adorant agmina / hymnisque laudant cælitum" = "Ti adorano prone le schiere celesti e ti lodano con inni").

Completamente diverso l'inno dell'Ufficio delle Letture (il vecchio Mattutino), privo anch'esso di qualunque riferimento alla dimensione sociale e temporale del Regno di Cristo. Le letture tratte dall'enciclica Quas primas, che il Breviario antico assegnava al secondo Notturno, sono state rimpiazzate da un brano di Origene, di carattere marcatamente spirituale.

Così pure si cercherebbe invano un'allusione o un accenno alla necessità che Cristo regni sulla società civile nel nuovo inno delle Lodi mattutine.

La nuova orazione ricalca lo schema della vecchia, modificandone però completamente il senso. Non si domanda più che la società umana, disgregata dalla ferita del peccato, si sottometta al soavissimo impero di Cristo, ma che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, serva e lodi Dio senza fine. La regalità sociale e temporale dell'antica formula, resa necessaria dalla disgregazione del peccato, lascia il posto alla regalità individuale e spirituale della nuova, nella quale peraltro non vi è alcun accenno esplicito all'impero di Cristo. Inoltre, sebbene l'originale latino parli ancora di Cristo "universorum Rex", le versioni moderne hanno tradotto questa espressione con "Re dell'Universo" (cfr. inglese "King of the Universe", francese "Roi de l'Universe", spagnolo "Rey del Universo"), indebolendo ulteriormente la dimensione immanente, concreta, storica del suo Regno. Le stesse considerazioni valgono a proposito del nuovo titolo della festa ("Cristo Re dell'Universo") nei libri liturgici in lingua moderna.

La Messa si articola, come di consueto nel nuovo rito, in tre cicli scritturistici. Il primo (anno A) ha carattere eminentemente escatologico, è incentrata cioè sulla pienezza del regno spirituale di Cristo alla fine dei tempi e non contiene alcun cenno alla regalità sociale. Il secondo (anno B) prevede il vangelo del formulario tradizionale, ma nella seconda lettura l'epistola di S. Paolo è stata sostituita da un brano dell'Apocalisse che ribadisce la natura spirituale del Regno di Cristo. Il terzo (anno C) denota una situazione simile ma inversa: l'epistola è quella del formulario antico, mentre il vangelo parla del regno ultraterreno e spirituale che Gesù assicura al buon ladrone. Nel secondo e terzo ciclo scritturistico, quindi, la regalità sociale è presente, ma in misura meno esplicita, e diremmo quasi irriconoscibile, che nel formulario tradizionale.

Del tutto scomparso il testo dell'antico graduale, tratto dal salmo 71, che, alludendo al Messia, affermava: "Dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum" (espressioni ebraiche che denotano l'interezza del mondo immanente). E ancora: "Et adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei" (altro chiaro riferimento all'ossequio dei governanti e della società).

Lo spostamento della festa di Cristo Re verso una dimensione essenzialmente spirituale e trascendente è confermato dalla sua nuova posizione nel calendario. Essa non è più posta in riferimento ai Santi che regnano con Cristo e alle missioni che diffondono il suo regno temporale, ma si trova alla fine dell'anno liturgico, nella posizione che la liturgia romana assegna tradizionalmente al ricordo della fine del mondo e del giudizio universale. Il che, se da un lato spiega l'indole del ciclo scritturistico A, dall'altro rafforza l'idea che nella nuova liturgia il Regno di Cristo a cui si allude con la corrispondente festa non è primariamente, come intendeva Pio XI, quello sociale, storico, temporale, che del resto avrà fine con la sua venuta escatologica, ma piuttosto quello trascendente, spirituale, eterno, che troverà il suo perfetto compimento nella Parusia.


5. Conclusione.

Sulla base di tutti questi elementi, è possibile affermare che, nel nuovo rito, la festa di Cristo Re ha subito un sorprendente allontanamento dal significato voluto al momento della sua istituzione. E non ci sembra azzardato ravvisare, in questo, un certo influsso del pensiero moderno, penetrato negli ultimi decenni anche in ambiente ecclesiastico, che se da un lato accetta - come espressione del pluralismo - la regalità di Cristo sui singoli, dall'altro la rifiuta sulle istituzioni sociali.

C'è da auspicare, pertanto, che almeno nel rito antico alla festa di Cristo Re siano mantenuti, non soltanto il suo formulario, ma anche la sua collocazione originaria. Spostarla al termine dell'anno liturgico, infatti, ne accentuerebbe la dimensione escatologica a discapito di quella sociale, e finirebbe in qualche modo per alimentare la credenza, oggi assai diffusa anche nel mondo cattolico, secondo cui la società civile - intesa nel suo complesso e nelle sue istituzioni - avrebbe il diritto e persino il dovere di prescindere dal soavissimo giogo del Regno di Cristo. "Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza" (Pio XI, enciclica Quas primas).

28 commenti:

  1. <span>Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat</span>
    <span></span>
    <span>Suo è il regno, sua la potenza e la gloria nei secoli</span>

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  2. Grazie di cuore a Daniele per il suo lavoro così preciso e denso di significati veritativi :)

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  3.    Sia lodato Gesù Cristo per questa esauriente spiegazione. Grazie Don Daniele. Tutto mi grida che il Vetus Ordo ritornerà, e ritornerà presto. Aidios!

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  4.  Nessun  "ay", ma solo ADIOS! AVE MARIA!

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  5. <span>

    L'Enciclica Quas primas di Pio XI, che non fa altro che riassumere la dottrina cattolica sull'argomento in questione, è la condanna anticipata, netta ed irrevocabile, del Concilio Vaticano II nei suoi documenti Dignitatis humanae e Lumen gentium.
    Visto però che i novatori liberali - Papi, vescovi e preti conciliari - da questo orecchio non ci sentono, voglio dedicar loro, prima ancora che agli odierni uomini politici liberali e massoni, il seguente passo della suddetta Quas primas:    "La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche di ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del Giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà duramente le tante ingiurie ricevute, poichè la sua regale dignità richiede che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai princìpi cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell'amministrare la giustizia, sia infine nell'informare l'animo dei giovani alla sana dottrina e alla santità dei costumi."
    Meditate, modernisti, meditate...
    </span>

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  6. <p><span><span>La Solennità di Cristo Re sottolinea la dimensione finale della Storia della Salvezza.</span></span>
    </p><p><span><span>Il Regno di Dio da secoli promesso per mezzo dei Profeti, è stato inaugurato da Cristo con la sua morte e risurrezione.</span></span>
    </p><p><span><span>Ora va lentamente crescendo nel tempo della Chiesa è orientato verso il raggiungimento della meta definitiva quando Cristo ritornerà nella gloria e il suo Regno non avrà più fine.</span></span>
    </p><p><span><span>E’ questo il messaggio, con cui si conclude l’Anno Liturgico.</span></span>
    </p><p><span><span>Per disporci alla celebrazione, riconosciamo i nostri peccati. </span></span>
    </p><p><span><span>La Chiesa ponendo al termine dell’Anno Liturgico la Solennità di Cristo Re dell’Universo vuol sottolineare che tutto il corso della Storia Universale e della Redenzione, di cui l'anno Liturgico è celebrazione, ha il suo coronamento nel trionfo pieno e definitivo di Dio e del suo Regno nella persona di Cristo, dopo la totale liberazione dell’uomo e del mondo intero. </span></span>
    </p><p><span><span>Quindi il senso della Storia del mondo e della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide nel rapporto con i Fratelli.</span></span>
    </p><p><span><span>Questi due sono i messaggi essenziali del grande affresco del giudizio, che conclude il discorso del Vangelo di S. Matteo sulla fine dei tempi.</span></span>
    </p><p><span><span>La figura del Cristo domina e determina tutto il cammino cosmico e umano dall’inizio fino al momento finale.</span></span>
    </p><p><span><span>A Lui vanno riferite le parole della Scrittura :”Io sono l’inizio e la fine; Colui che è, era e che viene”.</span></span></p>

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  7. <p><span><span>"E' per la <span>t</span>ua morte dolorosa, Re di eterna gloria,
    che hai ottenuto per i popoli la vita eterna,
    perciò il mondo intero ti chiama Re degli uomini.
    Regna su di noi, Cristo Signore!".</span></span>
    <span>Amen.</span></p>

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  8. Nobis quoque peccatoribus31 ottobre 2010 06:01

    Grazie alla Redazione e a Daniele Di Sorco per l'eccellente contributo.

    La collocazione voluta da Pio XI di f.m. si trova quasi alla fine dell'anno liturgico per significarne la tensione verso una dimensione finale escatologica, ma il cui senso e' eminentemnete sociale. La collocazione alla domenica precedente la Festa di Ognssanti allude anche alla vicinanza tra il Regno di Dio e la Chiesa trionfante in cui vengono a coronamento e perfezione le Virtu' cristiane.

    Conseguenza chiara di cio' e' che le autorita' pubbliche devono riconoscere la religione Cattolica, Apostolica Romana quale Unica e Vera.
    La pretesa "laicita'" o indiffernza, volontario silenzio "nescio" e' gia' la prefigurazione del dominio lasciato al principe di questo mondo, cui si contrappone il Regno di Dio in Cristo Signore.
    Vediamo quindi nel mondo da un lato il dominio apparente ma caduco di un secolarismo teso al trionfo del proprio principe e dall'altro lato regni di false religioni in cui qello stesso regna per interposta persona.

    Non praevalebunt!

    FdS

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  9. Grazie Dott.Di Sorco, sempre chiarissimo. Vorremmo altri suoi interventi e studi anche su questo meritevole blog di Messainlatino. Chiedo al Dott. Di Sorco se uscirà entro dicembre l'ulitilissimo e indispensabile <span>Ordo Missae celebrandae et divini officii persolvendi, sec. ant. vel extr. ritus rom. formam pro 2011, da lei curato ed edito dalla Cantagalli. Si spera che non vi siano ritardi, come è avvenuto quest'anno che abbiamo trovato L'Ordo  in libreria a metà febbraio. Ci faccia sapere Dott. Di Solco.</span>
    Buona e santa domenica
    Roberto

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  10. L'Ordo è già nelle mani dell'editore. Cercherò di insistere perché esca, al più tardi, tra un mese. Purtroppo è noto che nell'editoria il ritardo è la norma, la puntualità l'eccezione.

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  11. <p><span>Questa riflessione, bella e<span>  </span>chiarissima, declina ancora una volta la distanza che c’è tra le due Forme del Rito, che, a mio avviso, è anche inevitabilmente distanza tra i fedeli che vivono la Messa nell’una o nell’altra Forma. Una distanza drammatica, temo. Perché infatti, se lex orandi lex credendi come spesso vi leggo ripetere, quale comunione può esservi tra noi? Tra chi, immerso nella Comunione dei Santi, in ginocchio ai piedi dell’altare, può cantare la sua attesa ‘ad Deum qui laetificat iuventutem meam ’ <span> </span>e chi invece deve accontentarsi di una ricetta facile cotta a fuoco vivo che Dio lo dà per scontato? Forse è lo stesso Dio che si attende e<span>  </span>si celebra, ma non è la stessa fede. </span></p>

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  12. DANTE PASTORELLI31 ottobre 2010 12:23

    <span>Daniele non è un prete, ma un giovanissimo livornese laico, laureando - se non s'è laureato in questi ultimi mesi -, già autore di alcuni libri di liturgia.  
    Questo saggio, denso ed esauriente, di lettura agile, riempie un vuoto nella valutazione delle riforme.  
    Ciao, Daniele, e grazie. Di questo tuo lucido scritto mi servirò.</span>

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  13. Studio molto interessante, accurato e...opportuno. Non vi è dubbio che la "smottamento" del ricordo di Cristo Re sia dovuto al solito "spirito del Concilio", per cui non si deve imporre niente a nessuno, siamo tutti bravi ragazzi, la Chiesa è una "agenzia educativa" (come va di moda dire adesso) che deve promuovere i "diritti umani", poi per quanto riguarda Dio, se c'è, sono affari personali.
    Indubbiamente è tutta questa mentalità la principale responsabile del crollo del Cattolicesimo in Occidente e il principale ostacolo alla nuova evangelizzazione, se la si vuole veramente intraprendere. Se non si risolve questo grosso scoglio, è inutile parlare di nuova evangelizzazione, anche se in Vaticano non lo dicono.
    Teniamo presente che, per esempio, quando l'anno scorso ci fu l'anniversario della consacrazione dell'Italia a Maria, la celebrazione non venne affatto pubblicizzata, presumo per evitare le solite accuse di "ingerenza" ecc. ecc., mentre il culto a Cristo Re negli anni Dieci-Venti si inseriva in quella tendenza a consacrarGli intere nazioni, che culminava nell'erezione di monumenti con la partecipazione delle autorità politiche. Un esempio famoso fu la Spagna del 1919, con il Re che pronunciò la formula di consacrazione della Sapgna ai piedi del monumento a Cristo Re, che venne poi... fucilato (!!!) dai soliti eroi nel 1936.
    Anche nell'italia degli anni Quaranta-Cinquanta vi furono molte consacrazioni di città a Gesù e a Maria promosse dalle autorità municipali.
    Oggi cerimonie simili di consacrazione sono impensabili, e non solo a causa dei soliti laicisti ma anche a causa della mentalità prevalente dentro la Chiesa, ovvero lo "spirito del Concilio" (=lo spirito del Mondo).
    Quanto alla data della festa per la fine di ottobre, avanzo un'osservazione: e se fosse stata una risposta al 28 ottobre di fascistica origine, che nel 1925 era in pieno vigore? Non prenderei l'ipotesi sottogamba: nell'enciclica Pio XI parla di Gesù come "vero figlio del fabbro", espressione che la pubblicistica coeva usava per Mussolini. Del resto esistono testimonianze (p. es. Andreotti) sul fatto che negli ambienti cattolici la nuova festa venisse recepita in tal senso.

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  14. Scusate, sono su un altro computer e ho dimenticato di firmarmi. Il commento precedente l'ho scritto io.

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  15. il problema è come, oggi, ripristinare concretamente la regalità sociale di Cristo in un <span>ordine politico e culturale che già dopo la Rivoluzione francese non si presentava più come un ordine cristiano.</span>
    <span> 
    </span>

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  16. il fedele del VO at-tende con pazienza e umiltà (consapevole della propria indegnità) la misteriosa venuta di Gesù nell'intera Presenza, che si immola in Divino Sacrificio per lui come per tutti; attende di riceverne Grazia su Grazia, e la Vita Eterna;
    il fedele del NO pre-tende con impazienza, curiosità vorace e fugace (e anche tanta noia, dando tutto per scontato e...."superato", come evento da ricordare soltanto) di comprendere, con attenzione superficiale e tutta ESTERIORE, afferrare avidamente il contenuito del Mistero che non è alla portata della ragione uamana: vuole<span> capire</span> e CARPIRE Dio, ben prima che Egli si riveli; sono dunque verbi "attivi" della superbia umana che -in fondo in fondo- NON HA BISOGNO di Dio....ma ritiene di poter dare essa qualcosa di sè a Dio, che Egli non abbia....
    o perlomeno, così crede l'uomo di oggi, piuttosto....interattivo ed efficientista !

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  17. Cristo è stato detronizzato da due papi:Roncalli e Montini...è inutile girarci intorno.
    Paolo Vi ha spostato la festa del Corpus Domini e dell'Ascensione, ha abolito quella di San Giuseppe e dei Santi Pietro e Paolo e voleva abolire pure... l'Epifania.
    La società civile avrà le sue colpe ma...le responsabilità son ben altre.

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  18. Calma, non distinguiamo le feste religiose con le feste civili... :-D  Quegli spostamenti sono dovuti al fatto che lo Stato non riconosceva più quei giorni come giorni festivi, e allora c'era il rischio che la gente non andasse più a messa quei giorni.
    Non è con le sparate confusionarie che si combatte la buona battaglia: tutt'al più si forniscono solo ulteriori pretesti agli avversari per ridere.

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  19. Scusate, per la fretta ho avuto un lapsus. Volevo dire: "Non confondiamo le feste religiose con le festività civili".

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  20. DANTE PASTORELLI31 ottobre 2010 23:58

    Ma il rapporto dell'uomo con Cristo ed il rapporto con i fratelli avviene nella società. Se nella società non si obbedisce ai comandamenti divini non ci sarà mai la vera fratellanza e le leggi permetterano ogni male. Come avvenne con la Semiramìs lussuriosa che libito fe' licito in sua legge.
    Una visione tutta intimistica del Cristianesimo contrasta con la dottrina tradizionale e con la Quas primas in particolare.

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  21. DANTE PASTORELLI1 novembre 2010 00:01

    La difficoltà gravissima delle prospettive non deve farci rinunciare al principio che la vera società gradita a Dio è quella in cui i Suoi Comandamenti son leggi dello stato. Intanto si dia testimonianza.

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  22. Nobis quoque peccatoribus1 novembre 2010 02:26

    Una dei provvedimenti piu' caratteristici dei rivoluzionari francesi fu il cambiamento del calendario (in senso ovviamente anticritstiano) e che cominciava se non erro all'equinozio di autunno....


    FdS

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  23. è così Dante. Grazie

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  24. Beh, no, calma: peccato e reato non possno mai coincidere, nemmeno in regime di Cristianità. La società gradita a Dio è la Chiesa, società perfetta, se non erro. Lo Stato può aiutarla o ostacolarla, ma non sarà mai identico ad essa, così come non lo sarà la societa "civile".

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  25. un po di teocrazia e viaaaaaaaaaa

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  26. Preciso ed accurato come sempre.

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