venerdì 18 giugno 2010

I Pacs e i Dico nel Canone Romano (trad. italiana)!!!


I DICO e i PACS patrimonio della sinistra e dei cattolici adulti? No! Ci sono anche nella traduzione italiana del canone romano: avete mai fatto caso a San Giuseppe suo sposo? Il grande Tito Casini, oltre che mettere in evidenza quanto sia stato improvvido tradurre il canone in italiano, mostra anche gli orrori dei traduttori:


"Così si è tolto d'accanto al nome di san Giuseppe l'«eiusdem Virginis sponsi», separandoli con una sistemazione sintattica che fa inorridire: «...nostro Dio e Signore Gesù Cristo, San Giuseppe, suo sposo...» - nell'attesa di separarli canonicamente per sempre coi «nuovi canoni», in preparazione, da cui sembra che san Giuseppe sia espulso, insieme a tutti gli Apostoli, i Martiri, i Santi e le Sante di prima e dopo l'Elevazione, insieme a ogni memoria particolare, non comunitaria, non collettivistica, di vivi e di morti".

Ecco il testo completo della critica alla traduzione, tratto da
Super Flumina Babylonis. L

ettere dall'esilio,

Firenze, 1969, pp. 33-49.


«Consummatum est»

di Tito Casini


Anche il Vesuvio ha voluto onorarmi di una sua eruzioncella, ed essendosi svegliato tardi, rispetto agli altri vulcani, s'è avvalso, per allinearsi, dell'occasione del Canone rivoltato, riegurgitato in italiano.


Parlo del Mattino, di Napoli, che dopo avere, il 20 marzo, preannunziato la data storica («A cominciare da domenica prossima durante la celebrazione della Messa anche il "Canone" - dal greco canòn, regola - cioè la parte centrale ed essenziale del rito, verrà recitato dal celebrante in lingua italiana... Il 24 marzo di quest'anno segna perciò una data storica; infatti da circa 1500 anni la grande preghiera eucaristica della Chiesa occidentale è stata pronunziata in latino e da più di un millennio in silenzio»); dopo avere, anch'esso, notato il prezzo dell'ormai certa vittoria (ottenuta «non senza polemiche, recriminazioni, critiche che talvolta hanno assunto un tono assai aspro e aggressivo»), così anch'esso specifica e individua: «In Italia il più vivace oppositore è lo scrittore Tito Casini, autore di due scritti (La Tunica stracciata e Dicebamus heri) nei quali attacca duramente l'organo preposto alla riforma liturgica», e giù cenere e lapilli sulla mia testa, che, avvezza a ben più duri proiettili, s'è appena accorta di questi, quando non ci s'è divertita, come, per esempio, a vedere la malintesa che regna nel campo dell'intesa antilatinista. «La polemica», eccone uno, «nasce sia dall'equivoco che la Chiesa voglia abbandonare del tutto il latino nella liturgia; sia dalla scarsa conoscenza dei precedenti storici...» E come non divertirsi a confrontare queste del Mattino con quest'altre parole di quell'Antonelli (che mi dicono sia un monsignore e abbia bene le mani in pasta, o pasticcio come meglio vi parrà detto; da non confondersi, ovviamente, con l'omonimo della Congregazione dei Riti, sostenitore del latino liturgico et quidem del Canone), su un giornale come L'Osservatore Romano: «Con la recita del canone in lingua italiana è l'ultimo baluardo della Messa in latino che viene a crollare», sia pure di questo stesso Osservatore Romano che per la penna del suo direttore aveva poc'anzi detto a Giuseppe Prezzolini che neanche ci pensasse: «La riduzione (non l'abolizione!) del latino nella Messa...» - col magro conforto, per Manzini, di trovarsi, lui, d'accordo col Papa, che in difesa del «baluardo» aveva dettato la Sacrificium laudis... seppure col risultato che s'è visto e si vede.


Quanto ai «precedenti storici», di cui il Mattino ci fa notare la nostra «scarsa conoscenza», l'unica osservazione ch'io posso fare è che dir «scarsa» è dir troppo poco, tanto la mia asinità è riconosciuta, da me, e confessa. Mi si conceda, nondimeno, che «1500 anni in latino» e «più di un millennio in silenzio» sono un bel precedente storico, almeno per chi, come me, conservi ancora nella memoria e nel cuore quel Catechismo di san Pio X dove, al capitolo «Delle virtù principali», leggo che «la Tradizione dev'essere tenuta nello stesso conto della parola di Dio rivelata, contenuta nella Sacra Scrittura», e che della Tradizione fan parte principalissima «le parole e le usanze della Sacra Liturgia». Parimente mi si conceda di credere che un bel precedente storico (oltre a tutti gli Atti di tutti i papi in esaltazione e conservazione della tradizionale lingua liturgica) è il Concilio di Trento, che ha tra gli altri quel canone IX, abrogato, dove il latino nella Messa e il silenzio Canone sono prescritti e difesi con la scomunica «anathema sit» - contro chi affermasse il contrario.

E non parlo dei precedenti sentimentali, che mi riportano alla mia infanzia, quando mia madre, facendomi congiunger le mani, mi sussurrava che in quel silenzio Gesù scendeva sopra l'altare, e un sacerdote che nel suo timore - o «scrupolo», come ci spiegavano - di dire imperfettamente quelle parole le ripeteva più volte come uno che balbetti, ci edificava, ci rendeva partecipi del mistero, più che non certo l'istruzione dei neo-liturgi di pronunziarle, quelle parole, forte e spedite «come una lettura qualunque», dividendo l'attenzione e la voce fra l'ostia o il calice e il microfono ben accosto.

*

* *


C'è tuttavia un capoverso in questo articolo di questo Al-Ca del Mattino, c'è il rilievo di una stortura, su cui siamo d'accordo e lo dissi già in uno di quei miei due incriminati libelli. «Con la recita del Canone in italiano», dice enumerandone i vantaggi il giornale partenopeo, «viene a cessare quasi totalmente l'ibridismo di una Messa per metà in italiano e per metà in latino». Non dissimilmente da ciò che scrisse su quell'Osservatore Romano il padre Bugnini, quando il Canone in italiano era ancora un sogno da indigestione e i termini stessi in cui lo dice par ne risentano: «Non è mancato chi ha creduto che la Chiesa intendesse rinunciare alla lingua latina nella liturgia. Neppur per sogno. Anzitutto sembra evidente che si voglia evitare l'ibridismo, che sa sempre di compromesso molto discutibile e di ripiego...»


Quanto a me - si licet... - trovavo buffo che nella medesima messa «comunitaria», ossia «senza caste», tutta ad usum ignorantorum, il prete (o vescovo) dicesse, ora (come si sente nelle cantate) Dominus vobiscum, facendo gongolar gl'istruiti, sarebbe a dire i signori, i bramini, ora Il Signore sia con voi, mortificando gl'illetterati, i poveri, i paria, a meno che non si supponga in tutti un'intelligenza a semaforo, ora aperta ora chiusa per tutti, automobilisti e pedoni. Col Canone in italiano ecco dunque che l'inconveniente, l'«ibridismo», è scomparso, ma, ahimè! a favore del peggio: non più messe pipistrello (mezze topo e mezze uccello), ma tutte topo (volgare) e niente uccello (niente penne, niente latino), con la facoltà di ricorrere, per i topi, a tutte le fogne. In termini evangelici, si trattava di non cucire insieme il buono e il cattivo, di non incastonar nel piombo il diamante, com'era nella messa vernacola il Canone latino, questa vera gemma della Messa inserita e fulgida nell'oro puro di quella lingua che «l'Apostolica Sede con gelosa vigile cura custodi sempre quale magnifica veste della dottrina celeste e dei sacri riti»... e i vernacolisti, che l'han spuntata sostituendo all'oro il piombo e al diamante il cul di bicchiere, sappiano, prima dì darmi addosso, che ho citato papa Giovanni, dell'invano sepolta Veterum sapientia.

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Di questa gemma, incastonata come s'è detto nel'oro della Messa da quell'orafo mica male che fu san Gregorio Magno («Non vi è», scrive in France catholique il teologo padre Bouyer, in «Oriente come in Occidente, nessuna preghiera eucaristica che possa vantare una tale antichità. Agli occhi non solo degli ortodossi ma degli anglicani e persino dei protestanti che hanno ancora in qualche misura il senso della tradizione, gettarlo a mare equivarrebbe, da parte della Chiesa Romana, a rinnegare ogni,pretesa di rappresentare mai più la vera Chiesa Cattolica»), di questa gemma delle gemme è superfluo o inutile dir la bellezza: superfluo per chi ha avuto da Dio il senso del bello; inutile per i pipistrelli a cui la luce dà noia e il vetro ha senza dubbio riflessi meno pungenti per le loro pupille crepuscolari... Riferirò solamente ciò che ci diceva un latinista che ha servito come tale la Chiesa in così eminente e nota maniera da risparmiarci di nominarlo: «Datemi Cicerone, datemi Virgilio, datemi Tacito, a tradurre, ma non il Canone. Questo, no, non sarei capace: il Canone è intraducibile». Tanto meno capaci quanto più sicuri di esserlo, gli slatinizzatori al servizio della Riforma hanno detto, invece: - E che ci vuole? Date qua! - E c'è voluto, difatti, solo la loro sfrontatezza per rovinare, per tradir traducendolo, un capolavoro, di pietà, di dottrina, di poesia, a cui, come leggo nel bollettino Una Voce, «santi Pontefici, Dottori della Chiesa, come Leone e Gregorio Magno, osarono appena, dopo preghiere e digiuni, aggiunger qualche parola» (e sappiamo quanto abbia esitato, pregando e digiunando, lui che in queste cose credeva, papa Giovanni per aggiungere quelle cinque parole, rivelatrici del suo amore per l'Amatissima: Beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi).


Sorvoliamo, come fa il medesimo bollettino, «sulla selva di approssimazioni, omissioni, mutilazioni, parafrasi che costellano questa squallida, miseranda versione anonima di una preghiera che non ha l'eguale in Occidente per altezza, splendore, antichità», per non considerar che un aspetto di quest'altra grossa vittoria del logicamente, a spezzare, a lacerare, a dividere... Ne abbiamo scritto per un giornale della sera, e ci consentano gli amici di ripeterci per questo Mattino, anche se l'ombrello dovesse parer loro troppo più largo che l'eruzioncella vesuviana non richiedesse.

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Di tutti i danni che gli eversori di Roma - barbari e barberini - han fatto alla Chiesa in odio al latino, il più esiziale è di sicuro quello che un forte vescovo domenicano, il cardinal Browne, definiva e denunziava mesi fa, al Sinodo, come lacerazione della sua unità: «dilaceratio communitatis ecclesialis»: la quale è ormai arrivata a tanto da meravigliare e allarmare i medesimi protestanti - i sinceri, che nella fermezza di Roma, nella stabilità della casa da cui uscirono hanno interesse a contare per il giorno delle «ghiande», il giorno del rimpianto - e riempire il cuore del Papa «di amarezza, di sconforto, di delusioni, di dolori», provenienti «dal di dentro della Chiesa: dai figli, da coloro da cui potremmo aspettarci la fedeltà» e per cui si corica, a sera, come ha detto, col capo cinto da «una corona di spine». È l'amarezza, sono le spine del padre che vede di giorno in giorno nuovi vuoti alla mensa, nuovi abbandoni, anzi che ritorni, alla casa; del pastore che vede, a ogni conta, assottigliato il gregge e geme: «Le mie pecore nonascoltano la mia voce, non seguon più me...» È, nel suo Capo, in Pietro, la Chiesa che soffre ciò ch'egli aveva previsto, opponendosi invano a richieste che avrebbero portato a infrangere, nell'unità della voce orante, l'unità della famiglia credente, all'estinzione di un «cero» che aveva fin qui attratto gli occhi e unito le menti: «Nolumus id permittere quod certe toti Ecclesiae Dei aegritudinem et maestitiam afferat... similis cereo extincto, qui non amplius illuminat, non amplius hominum oculos ac mentes ad se convertit...»

Invano: sul Nolumus del Papa è prevalso il Volumus degli eversori, che se gli hanno perdonato l'Atto, questo solennissimo documento, non gli consentono di richiamarvisi, di considerarlo vigente, e la loro audacia non ha esitato a celebrare il trionfo, l'estinzione del «cero», l'abbattimento, nel Canone, dell'«ultimo baluardo» dove la «lingua cattolica» opponeva l'ultima resistenza alla nazionalizzazione, l'ultima difesa della cattolicità della Messa, definendo «data storica» questo 24 marzo che finiva di rovesciare, con la violazione più cinica della Costituzione Liturgica, quindici secoli di magistero e di ministero ecumenico.


Dilaceratio communitatis ecclesialis: dilacerazione dell'inconsutile Tunica... È l'opposto dell'«unum sint» invocato da Gesù nella Messa - la Prima - celebrata da Lui pridie quam pateretur, e la gelosia della Chiesa, sua divina Sposa ed erede, per questa unità nell'universalità dei suoi figli (laSacrificium laudis ne fa un argomento per dichiarare irrinunciabile il latino, «sermo ille Nationum fines exsuperans...») si rivela particolarmente nel Canone, nella concatenazione, intima ed esterna, del Canone, che sta nel cuore della Messa giusto come il cuore nel corpo, unito e tramite di unione con ogni sua parte. Logico, quindi, della «logica» che ha fatto il resto, che ha stracciato la Tunica frazionando l'universale, «loico» era, diciamo riferendoci a quel tal verso di Dante, che il Canone accusasse in modo particolare, nella division delle vesti, lo strazio, l'opera dei lottizzatori, e alludiamo precisamente a quella mirabile coesione delle sue, parti, a quel richiamo dall'una all'altra, dove sembra palpitare un'ansia, quasi una voce su su che dica: perdendo me rimarreste smarriti; l'ansia, la voce che prega, per la Chiesa: Quam pacificare, custodire, adunare et regere digneris toto orbe terrarum.


Igitur... quae... quam... et... quibus... sed et... quorum... eumdem... unde... Sono congiunzioni, pronomi, avverbi... che allacciano periodo a periodo, frase a frase, parola a parola, facendone un «unum» inscindibile, quasi un organismo vivente, e la prova è che la traduzione - spezzettata come s'è detto, con l'abolizione di tutti questi passaggi, in tanti discorsetti staccati - sembra, al confronto, uno scheletro da museo tenuto insieme artificialmente... Te igitur, clementissime Pater, supplices rogamus ac petimus... È il primo, è il ponte che lega il Prefazio al Canone, l'Offertorio alla Consacrazione, e, grammaticalmente una semplice congiunzione, teologicamente vale un trattato, letterariamente un volo pindarico... Un'inezia per chi ha, in duplice senso, distrutto altari e balaustre in nome del «funzionale», e cosi il ponte, il «dunque», nella traduzione è caduto, il Canone è isolato dal resto, e questo è l'avvio: «O Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo...» Chi non avverte la differenza è degno che gli sia perdonato.


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Le parole «servi» e «serve» della Commemoratio pro vivis suonano male per le orecchie democratiche dei nostri riformatori, che le hanno sostituite con un generico «fedeli», dividendo pur con un «anche» («Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli... Ricordati anche di tutti i presenti...») quelli che il testo unisce, senza spezzare il periodo, con un «et» e un termine di ben più avvincente significato: Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum... et omnium circumstantium... «Presenti», là, e sa giusto di «assemblea», per non dir di caserma; «circostanti», qui, e par di avvertire il battito, la vicinanza dei cuori tra chi impetra, all'altare, e quelli per i quali impetra, a lui intorno... Piccole cose? Quisquilie...? No: cose grandi, sfumature di un quadro così perfetto, delicato e sublime (quasi una Cena di Leonardo in parole), che solo il pensiero di toccarlo sarebbe dovuto sembrar sacrilego, e si è toccato e si è maneggiato, si è trasposto e ridotto senza un scrupolo, seppur non senza un'intenzione che farebbe pensare al paese dei tulipani, vogliamo dire a quel catechismo.


Così si è tolto d'accanto al nome di san Giuseppe l'«eiusdem Virginis sponsi», separandoli con una sistemazione sintattica che fa inorridire: «...nostro Dio e Signore Gesù Cristo, San Giuseppe, suo sposo...» - nell'attesa di separarli canonicamente per sempre coi «nuovi canoni», in preparazione, da cui sembra che san Giuseppe sia espulso, insieme a tutti gli Apostoli, i Martiri, i Santi e le Sante di prima e dopo l'Elevazione, insieme a ogni memoria particolare, non comunitaria, non collettivistica, di vivi e di morti.


Perdendo me rimarreste smarriti, ed ecco, dopo l'eumdem Christum, detto «congiungendo le mani», di nuovo l'Igitur, di nuovo il «ponte», verso l'oblazione, e quale oblazione? Hanc, «questa» (proprio «questa», e le mani si tendono, quasi a toccarli, sul pane e il vino). Hanc igitur oblationem servitutis nostrae... L'igitur e l'hanc son del pari saltati, per mano dei nostri riformatori, che hanno similmente trovato indegno, conforme or ora s'è visto, dei nostri democratici tempi la parola «servitù» e l'hanno del tutto fatta fuori con questa traduzione degna del resto: «Accetta con benevolenza» (in luogo di placatus, «placato», dall'oblazion della Vittima) «l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e questa tua famiglia». Dopo di che, spezzato nuovamente il periodo con la cancellazione del quam che congiunge le due parti della stessa preghiera - quam oblationem tu, Deus... - questa prosegue, nella traduzione, eliminando insieme a cinque segni di croce le solenni cinque parole, «benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque», che legittimano, quasi un rogito, l'oblazione; prosegue mescendo dello stesso acquerello, insipido, incolore acquerello, in cambio del pretto vino del testo che ci consente di seguitar senza stacco, senza posa - nell'ansia di non perder contatto - verso il culmine della Consacrazione, con uno di quei potenti pronomi da scriversi con la maiuscola, Qui, ed è il sublime Qui pridie quam pateretur di cui lo stesso Bugnini, e pur nel gaudio, o forse generosità, della sua più grande vittoria, ha dovuto o voluto riconoscere l'incomparabile, l'intraducibile bellezza, scrivendo della sua: «Poteva essere migliore? Forse si troverà che una espressione è povera, l'altra è scialba, che una terza non rende bene il pensiero. Così la frase: "La vigilia della sua Passione" non riveste certo la robustezza del Qui pridie quam pateretur... La sovrabbondanza della misericordia divina invocata all'inizio del Nobis quoque con una stupenda antitesi: de "multitudine" miserationum tuarum sperantibus, partem "aliquam" ... non si ritrova con uguale ricchezza nel testo italiano...»

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* *

Non si trattasse che di «robustezza», ossia di bellezza, perduta, il danno sarebbe enorme, ma qui, per ammissione dello stesso Bugnini, si tratta dell'essenziale, della sostanza si tratta, si tratta di una traduzione, di un nuovo testo che, qua e là, «non rende bene il pensiero», di un acquerello, di un vino che non è solo scolorito ma che può non esser più vino e proprio qui, nelle parole della Consacrazione, il dubbio è legittimo. Dubbio? «Ciò che più allarma», ha scritto il bollettino or ora citato, «perchè mette in gioco la stessa validità della Messa, è la traduzione delle parole della Consacrazione. Tutto è stato alterato in queste formule divine...» e tralascio la lunga analisi per dar luogo a un'altra testimonianza, quella di un coltissimo sacerdote, Roberto Iacoangeli, uno specialista in materia, che ha così espresso il suo doloroso stupore in un opuscolo interamente. dedicato all'esame di questa «Consacrazione»: «Trattandosi del Canone Romano, della Prece più alta, con la quale si compie il Divino Sacrificio di Cristo Redentore, ancor più grande è la sorpresa e più vivo lo sconcerto, nel constatare l'arbitrario distacco dal testo latino in punti anche essenziali, quali sono le due formule dellaConsacrazione, che esigono assoluta precisione e somma fedèltà». È perciò che molti sacerdoti, rifiutando il «licet» di cui altri - più integrali nel versar tutto, gusto, intelligenza, buonsenso, all'ammasso della Riforma - si sono fatti un «placet» e un «debet», continuano, a dire il Canone come lo ha sempre detto è comandato la Chiesa, e ne conosciamo personalmente più d'uno che avendolo lasciato quel 24 marzo c'è ritornato il 25: per il disgusto del nuovo non meno che per il dubbio, se la loro Messa, con quella «consacrazione», oltre a tutto il resto, fosse stata valida.


Vero è che, per assicurare e rassodare la fede, i prepositi han preso i loro provvedimenti, disponendo che le ostie sian più massicce e colorite, meno «bianco velo» e più galletta: «Perchè la Comunione Eucaristica avvenga nei modi che maggiormente esprimono la partecipazione della comunità al banchetto sacrificale è bene che le "ostie", nello spessore, nella porosità e nel colore, appaiano veramente come particole di pane»; in esecuzione di che i nostri liturgi hanno ordinato: «Le monache e le suore incaricate della preparazione delle "ostie" propongano alla commissione liturgica esemplari che poi potranno essere indicati alla diocesi» (s'intende che sarà poi cura dei preti modificare la canzoncina dell'Offertorio, senza sciuparla, così: «Quel pane scuro che t'offre la Chiesa...») e vogliam credere che dette monache e suore non chiedano, per farsi onore, il segreto a certi fornai, che nell'arte di fare apparire sono anche troppo maestri. Quando fallissero allo scopo, quando non giovassero al nutrimento dell'anime, avranno almeno, queste schiacciatelle, il vantaggio di giovare a quello del corpo e rispondere maggiormente alla nuova idea della messa-pranzo.


*

* *

È a questo punto della sua «catechesi» ufficiale delle varie parti del Canone vernacolizzato, fatta per conto della mia diocesi sul giornale diocesano, è qui, alla Consacrazione, che il nostro liturgo ripete la sua raccomandazione, già fatta avanti ai nostri docili preti, di tirar via, con la recita, «anche delle parole della consacrazione» (badando al microfono, chè tutti sentano, più che all'ostia e al calice): «La preghiera eucaristica diventa "storia". Non lo si dimentichi... Non giova certo il ripetere le parole di Cristo con intonazione artificiosamente drammatica, rallentando esageratamente il ritmo della pronunzia e introducendo pause innaturali tra una parola e l'altra». In parole povere, molto povere, miserabili, non è bene prender troppo sul serio la cosa, trattandosi di « storia», non di realtà, di rievocazione, non di rinnovazione; per cui, non si dice ma è logico, quei nostri docili preti potrebbero pur risparmiarsi ciò che è rimasto, a questo punto, ciò che non si è ancora proibito, di genuflessioni.


Le quali, giova ripetere, sono oltre a tutto un segno di servitù, disdicevoli, quindi, in un Canone democratizzato, populizzato, come si vede subito seguitando con l'Unde et memores, Domine - quest'altro sublime ponte, fra la Consacrazione e la Comunione, distrutto e sostituito con la goffa passerella «Perciò» - dove il nos servi tui s'è tradotto «noi tuoi ministri»(un titolo e una carica ambiti, in democrazia, non fosse che delle poste); e quindi al memento dei defunti, dove il famulorum famularumque tuarum diventa un promiscuo comunitario «dei tuoi fedeli». Prevedendo il busillis, un filologo anche lui mica male quale Giovan Battista Pighi scriveva: «Famulorum famularumque tuarum... Qui forse l'ugualitarismo progressista di certi traduttori alzerà il niffo con qualche disgusto per l'odore di rigovernatura. "Passi", dirà, "il maschile"; anch'io sono servo (e direi meglio: servitore) dell'Idea; ma quale compagna accetterà mai di farsi chiamare serva? Come si leverà d'imbarazzo, non so. Può darsi che decida di cambiar tutto; e può darsi che, se sarà costretto a ingoiare le serve, si consoli col pensiero che, in fondo, avrà reso un indiretto omaggio al Dienst protestante, che insomma è un "servizio" ». Per il che io non ammirerò poi tanto il suo fiuto, tanto è il puzzo di luteranesimo che si respira ormai in casa, e pare lo avvertisse già quel buon papa cui una leggenda faceva dire, infreddato com'era per quel ventaccio del Nord prevalente in San Pietro fra le correnti del Concilio: «Bea culpa, Bea culpa, Bea maxima culpa...»

*

* *

L'identica preoccupazione di licenziare dal Canone la brutta parola, traducendo similmente «a noi tuoi ministri» il Nobis quoque peccatoribus famulis tuis, lascia, ahimè! fuori della magnifica supplica, quanto dire della speranza nella moltitudine delle misericordie divine, proprio noi «popolo», oggetto di tanti riguardi comunitari, dato che per «ministri», poc'anzi, s'intendevano i sacerdoti; ed è un di loro che dice questo, monsignor Andreini, un teologo di quelli co' fiocchi mio condiocesano: «traducendo il famulis tuis per tuoi ministri vuol dire che si domanda al Signore che nella comunità dei Santi siano accolti i ministri, e non anche gli altri. Come? Io chiedo a Te, Signore, che tu accolga noi preti, e non ti chiedo che tu accolga anche loro, i fedeli? Perciò quando dico il canone in italiano, dico: "...anche a noi peccatori ma fiduciosi..." e salto le parole "tuoi ministri" cosicchè quel " noi " significhi tutta la famiglia, ministri e fedeli...» Dal che si deduce che lo spirito della Riforma è di fare - alla maniera dei riformati, di quelli autentici - come ognun crede, purchè non si faccia in latino, che se una volta fu detto dai papi «lingua della Chiesa» e «gloria dei sacerdoti», ora deve considerarsene il turpiloquio e la vergogna, almeno fino a che non l'abbiano riadottato i discepoli di Lutero (il quale, non sarà mal ricordare, volle che le parole della Consacrazione rimanessero in latino). Infatti al monsignor Andreini, che cosi rimedia per conto suo a una delle tante incongruenze e cafonerie del testaccio, non è passato neanche per il capo che il rimedio, vero e canonico, doveva - e poteva, grazie non foss'altro a quel "licet" - esser lì nella fedeltà al Canone dei «1500 anni», della Chiesa universale; e aveva pur letto le parole dell'impresario: «Forse si troverà...» eccetera eccetera: lacrime, è vero, di coccodrillo che già conosciamo e che non gli hanno impedito di fare e annunziare, sul corpo della liturgia, altri lauti pranzi.


Voraci fino alle briciole e avversi al bello come le talpe alla luce, i traslatori hanno trovato anche qui da spelluzzicare, e così la solenne, trina, amorosa iterazione Hostiam puram, Hostiam sanctam, Hostiam immaculatam è diventata «la vittima pura, santa, immacolata», sdutta sdutta e priva pur di quel palpito di poesia che nel testo è data dal ritmo e come qui in tutto il Canone, in tutta la Messa, opera tutta di autori che digiunavano e pregavano prima di scrivere... Ossa arida, uno scheletro, abbiam detto, e se ne avverte la scompagine specie qui nell'ultimo tratto, dove l'unico periodo latino, fluente maestoso e armonioso dal Nobis quoque all'Amen finale, si scompartisce, nella traduzione, in tre periodetti, in tre stagni, isolando ancora la foce dalla sorgente, da quel Te igitur da cui il mistico fiume scendeva continuo e vario, scendeva di ripresa in ripresa - di eiusdem in eumdem, di quoque in sed et, in etiam, di igitur in unde, di quae in quorum, di qui in cuius - fino a quel per Ipsum et cum Ipso et in Ipso, nel Quale ogni riferimento si assomma e... «che era impossibile tradurre», come ci s'è giustificati di aver tradito.

«Consummatum est...» Son le parole con cui un giornalista, Gianni Franceschi, ha commentato il misfatto, e mi pare che nessun'altra potesse esser più appropriata.


(Maggio 1968)

34 commenti:

  1.                                                        MAGGIO   1968 
    una data, una "garanzia"; una verifica di
    un programma completo e realizzato:  
                                                               Consummatum est  !
    :'(  ... :'( .

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  2. analisi di un cattolico di grande Fede e Dottrina,
    che,  scavando tra le rovine e le macerie, con gesto lucidissimo e profondamente consapevole 
    fa emergere dappertutto le ferite dell'Edificio Divino sconvolto, macellato,
    irriconoscibile,
    e getta su tutto lo sfacelo una Luce tagliente, impietosa, come è la VERITA' stessa
    <span>dei fatti,</span>
    che all'occhio ignaro della gran massa ingannata e narcotizzata, son passati inosservati,
    ma non sfuggono all'occhio di un esperto diagnostico

    ...quasi come una micro-sonda usata dal chirurgo, che nelle viscere aperte e sanguinanti, si muove con massima precisione, TUTTO osservando senza pietà, senza timore di far danni nella ferita, già atroce, solo a percorrere con la sua luce fredda e tagliente, OGGETTIVA, tutta la piaga nella sua enormità....e ce ne restituisce il RITRATTO FEDELISSIMO,
    IN TEMPO REALE, a monito del prossimo estendersi e incancrenirsi della PIAGA così appena procurata
    dai macellai di quel Sacro Corpo!...e alla fine, nelle sue risultanze non è altro che
    un preciso e incontestabile
                                         REFERTO    DIAGNOSTICO   !

    :'(

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  3. Che la sintassi non sia tutto è accettato, però almeno nel Canone della Messa potevano fare una revisione ( anche solo un quarto d'ora). *DONT_KNOW*

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  4. (ri)animazione18 giugno 2010 08:52

    <span>
    <p><span>.... quei nostri docili preti potrebbero pur risparmiarsi ciò che è rimasto, a questo punto, ciò che non si è ancora proibito, di genuflessioni.</span>
    </p><p> 
    </p><p>ironia taglientissima:
    </p><p>come quando pensiamo  alle affannose -e penose- cosiddette animazioni liturgiche, della più varia specie, che dovrebbero dar vita a un corpo dis-animato, perchè ricostruito in laboratorio, al quale il superbo ricostruttore   cerchi di restituire in modi sciocchi e inefficaci, con proprie invenzioni e artifici maldestri  quella vita
    </p><p>nativa
    </p><p>che ha poco prima distrutto nel Corpo Vero,  
    </p><p>aumentando così solamente la goffaggine delle forme e movenze risultanti e svelando senza scampo <span>l'innaturalità della sua "creatura" !</span>
    </p><p> 
    </p>
    </span>

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  5. (ri)animazione18 giugno 2010 08:52

    <span>
    <p><span>.... quei nostri docili preti potrebbero pur risparmiarsi ciò che è rimasto, a questo punto, ciò che non si è ancora proibito, di genuflessioni.</span>
    </p><p> 
    </p><p>ironia taglientissima:
    </p><p>come quando pensiamo  alle affannose -e penose- cosiddette animazioni liturgiche, della più varia specie, che dovrebbero dar vita a un corpo dis-animato, perchè ricostruito in laboratorio, al quale il superbo ricostruttore   cerchi di restituire in modi sciocchi e inefficaci, con proprie invenzioni e artifici maldestri  quella vita
    </p><p>nativa
    </p><p>che ha poco prima distrutto nel Corpo Vero,  
    </p><p>aumentando così solamente la goffaggine delle forme e movenze risultanti e svelando senza scampo <span>l'innaturalità della sua "creatura" !</span>
    </p><p> 
    </p>
    </span>

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  6. Luis Moscardò18 giugno 2010 09:05

    :'( :'( :'(  nervo scoperto: a ulteriore dimostrazione che in quegli anni gli "intellettuali" (e la gente comune) non dormivano e non se ne stettero zitti come accade oggi di fronte all'abuso più sfacciato. Evidentemente ci si scontrò contro forze subdolamente travolgenti....

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  7. E che dire dell'Agnus Dei qui tolli peccata mundi? ... "Tolli" in latino è stato banalmente travisato in "togli", ma prima di togliere il significato è di portare... Agnus Dei qui tolli peccata mundi... cioè l'accento è posto sul fatto che Gesù Agnello di Dio porta , meglio sopporta i peccati del mondo prima di poterli cancellare con il sacrificio della croce.

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  8. Oh certo, è sottointeso che ogni fedele è Tempio dello Spirito Santo ( e come tale ha, ovviamente, un tetto); Chi custodisce in sè il Signore è un piccolo Tabernacolo ( con buona pace di chi dice che alcune persone sono inferiori ad altre, il Magistero della Chiesa ci dice da secoli che nessun uomo è assimilabile a oggetto o macchina ( non lamentatevi ultraprogressisti, noi lo sapevamo già che nessuno deve essere sfruttato :-P )).

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  9. <span>Frequentando la Messa Tridentina ne ho 'scoperto' un altro di grosso tradimento, che voglio condividere con voi    
       
    ricordate il novus "Signore non son degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltano una parola e io sarò salvato"?    
    ebbene, nella Vetus latina si dice: "Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum (non siamo dei commensali ma persone che attendono di fare un incontro profondo REALE vitale con la Persona del Signore CHE e' VENUTO REALMENTE sull'altare del Suo Sacrifico e del Suo dono fino alla fine dei tempi)    
    sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea": non dice dic verbum, cioè una parola qualunque; ma dic verbo: parla! con la parola e sarà sanata l'anima mia e la Parola è Lui!   
        
    Mi viene in mente Genesi, dove tutto ciò che è stato creato è preceduto da: "e Dio disse..." Qui è il Verbum Dei che deve pronunciare la Sua Parola ed è quella, l'unica che salva!    
    Ma comprendete che tesoro di ricchezza e di spiritualità è stato divelto per sostituirlo con la più piatta banalità???? E purtroppo leggendo l'articolo proposto si coglie come lo scempio sia inenarrabile... ma basta un rapido esame sinottico dei due testi, Vetus et novus per accorgersene, ora che è stato dissepolto per grazia divina il Vetus. Anche se so che molti non lo hanno mai abbandonato. Io purtroppo non sono tra questi e neppure lo sapevo. L'ho scoperto dopo il Motu proprio, dando un nome ai miei disagi e alla mia concreta sofferenza durante certe celebrazioni, e non finirò mai di ringraziarne il Signore</span>

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  10. A dire il vero, mic, la formula "<span><span>non son degno di partecipare alla tua mensa" esiste solo nella traduzione italiana. Il messale di Paolo VI nella versione in latino si era limitato a ridurre ad una sola volta quello che nel messale anteriore era ripetuto 3 volte.</span></span>
    <span><span>E, paradosso dei paradossi, le parole in latino scartate dai traduttori italiani sono quelle che usa il centurione in Matteo 8,8 quando chiede la guarigione del servo. Per la serie: portare al centro la Parola.</span></span>
    ---
    5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava:

    6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente».

    7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».

    8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.
    ---
    Con la traduzione italiana i ruoli si sono invertiti, non è più il Signore che vuole entrare nella casa del centurione, ma il centurione si sente indegno di andare a pranzo dal Signore. Chi l'avesse invitato rimane un mistero.

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  11.  
    <span><span><span>Ma non lo avete ancora capito che i progetti dei novatori erano quelli di "aggiustare" tutto con le traduzioni?    
    Cioè far dire alle traduzioni ciò che i testi latini non dicono.    
    Inutile affannarsi, come fanno i liturgisti novatori, a dire che anche il messale di Paolo VI è in latino; lo sappiamo anche noi cari liturgisti. Ma il messale latino di Paolo VI dove lo si usa?    
        
    il messale nuovo in latino si usa (per essere di manica larga) nello 0,001% delle messe. Ergo quel messale non è rappresentativo di nulla. La rappresentatività del messale nuovo ce l'hanno le versioni in lingua volgare, con i loro errori, i loro orrori e anche, non di rado, le loro deviazioni dottrinali.    
       
    Inutile dire che bisogna guardare i Praenotanda del messale nuovo le sue rubriche che son più o meno le stesse anche nei messali tradotti. I Praenotanda non li legge nessuno e le rubriche ognuno se le cucina come più gli pare o più gli riesce. Pertanto neppure i Praenotanda e le rubriche del messale nuovo sono rappresentative. La rappresentatività, anche in questo caso, ce l'hanno propio quegli abusi, spesso orribili, e quelle volgarità e banalità con i quali il nuovo rito  viene celebrato e presentato nella quasi totalità dei casi.</span></span>  
    <span><span></span></span> 
    <span><span>Fino a quando una percentuale considerevole di messe verrà celebrata in modi distorti e in maniera differente dalle leggi liturgiche la rappresentatività ce l'avranno sempre quegli abusi che i liturgisti novatori non mi pare si affannino ad estirpare.</span></span></span>

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  12. <span>Bhe, caro Antonello, a capirlo l'abbiamo capito da un pezzo. Basta vedere che reazione inconsulta c'è stata quando il sito maranatha.it ha "imprudentemente" pubblicato il messale originale di Paolo VI in latino. Non era stato così dileggiato nemmeno quando pubblicò il messale di S. Pio V. E' evidente che le traduzioni hanno agito laddove non era possibile agire con la controfirma papale.  
    Le traduzioni, infatti, sono redatte dalle Conferenze Episcopali e approvate (in genere in toto) da un ufficio curiale. Far trapelare l'eresia è molto più facile così.  
    Ma guarda anche al decreto voluto dal Papa che ha imposto la correzione del "pro multis". Quante Conferenze Episcopali hanno adeguato la traduzione? Una sola, quella Ungherese. Le altre nicchiano. Forse in attesa di un altro Papa, chissà.</span>

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  13. Sono andato a guardarmi  la traduzione del Canone Romano, sinceramente non mi pare proprio che non si capisca che il nome di San Giuseppe sia riferito allo sposalizio con la S. S. Vergine Maria.
    A proposito del Canone pronunciato "submissa voce" mi si permetta una considerazione forse banale; ma Gesù avrà detto quelle parole ben ad alta voce, di modo che capissero tutti! Se avesse fatto tutto in silenzio, nessuno avrebbe capito il vero significato del Suo gesto.

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  14. Omnia vincit amor18 giugno 2010 11:51

    <font>«<span>ricordate il novus "Signore non son degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltano una parola e io sarò salvato"?      </span>
    <span>ebbene, nella Vetus latina si dice: "Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum<span><span>»</span></span> <span><span>[...] </span></span></span><span>sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea": non dice dic verbum, cioè una parola qualunque; ma dic verbo: parla! con la parola e sarà sanata l'anima mia e la Parola è Lui!»</span></font>

    Incredibile traduzione, non c'è che dire... Ma in tutti questi anni perché non è stato mai perfezionato? La Bibbia CEI ha avuto già 2 editio princeps ed una editio minor... il Messale assolutamente nulla??

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  15. <span>infatti, tollit= porta su di sé</span>
    Agnus Dei qui tollis =prendi su di te

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  16. Ecco il tredicesimo Apostolo, quello "sconosciuto" :).
    Quindi per lei le messe dovrebbero esser simili a cenoni pasquali? Golosone!

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  17. Cristo ha offerto il suo corpo e il suo sangue principalmente sulla croce. E mi sembra verosimile che l'offerta di se stesso per noi sia stata consumata in silenzio.

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  18. Gesù sì, ma adesso a che serve che lo sentano tutti? Basta che lo senta Dio. A me basta già che il Celebrante mi elevi il calice e la patena guardandomi e dicendomi " A te o Padre... che vivi e regni...", anche quando ero bambino ( non molti anni fa) mi lasciava sempre perplesso.

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  19. Non a caso amo segnalare spesso Tito Casini da 6 anni, da quando l'ho scoperto "per caso"......

    Chiedo agli esperti....questo Canone Romano di cui parla Tito Casini, è lo stesso di oggi senza correzioni?

    grazie per la risposta che spero giunga... :) ....

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  20. La mia era una domanda retorica :)

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  21. Caro sign. "Lore", la Santa Messa, che ci piaccia o no (forse ci sembra troppo neocatecumenale e io non lo sono), è stata istituita all'interno di una vera e propria CENA, tanto che la Messa del Giovedì Santo si chiama "Missa in COENA DOMINI", si una CENA, proprio una cena, dove si mangiava e si beveva. Comunque è vero che sono abbastanza goloso.

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  22. Caro sig. Sconosciuto, Lei correttamente cita la Missa in Coena Domini ma non ragiona sull'eccezione. In che senso? Come fa notare giustamente Lei, la Messa del Giovedì Santo ha tale denominazione, e su questo non la contraddico.
    Le faccio però notare che è anche l'UNICA Messa ad avere tale denominazione. Perchè? Perchè le altre sono preminentemente, come la Chiesa insegna, la riproposizione incruenta del Sacrificio consumato sulla Croce.
    Ecco, allora, che paragonare la Santa Messa domenicale alla Messa in Coena Domini non è del tutto corretto. Si dovrebbe guardare alla Messa come alla crocifissione. Ed in tale momento è piu' corretto il silenzio dello strepitìo.

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  23. DANTE PASTORELLI18 giugno 2010 13:29

    Nulla è necessario aggiungere all'analisi del grande amico Tito, che ho conosciuto già timido e pur deciso patriarca, nella sua semplicità campagnola che nascondeva una cultura formidabile, nel suo linguaggio  piano e dotto insieme ch'è una meraviglia.
    Solo due precisazioni a chi ne sia interessato.
    1) Il grande latinista di cui non fa il nome è il cardinal Antonio Bacci.
    2) Di G.B. Pighi, latinista insigne pure lui e cattedratico venerato si può leggere con gran profitto impareggiabile Osservazioni sul testo italiano della Messa  apparso nella collana di Studi di Filologia Classica dell'Università di Bologna, ed. Compositori Bologna 1967. Non ho più l'originale che regalai a chi poteva farn'uso più proficuo, ma ne conservo una copia

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  24. Signor sconosciuto non solo lei è sconosciuto ma la banalità delle sue parole dicono molto del fatto che lei è anche "sconoscente" delle basi stesse della nostra fede cristiana. Il problema non è tanto se S. Giuseppe sia lo sposo del Signore o della Vergine, anche se permane una ambiguità voluta nei fatti, perché altrimenti togliere delle parole? come neanche fare della consacrazione la rappresentazione teatrale dell'Ultima Cena, ma il vero problema è la fedeltà stessa ad una Tradizione (espressione perfetta della nostra fede) di una traduzione che spesso non è tale ma produttrice di nuovi testi spacciati per tradizioni degli antichi, basti guardare il Quam Oblationem trasformato in una quasi-epiclesi, testo di un'antichità spaventosa citate nel De Sacramentis di S.Ambrogio (pur con qualche variante) e definite dallo stesso "parole celesti" cioè non accozzaglia di parole umane, ma dono di Dio alla sua Chiesa trasmesso dal Signore Gesù Cristo per mezzo degli Apostoli e conservato di generazione in generazione, almeno fino a qualche decennio fa!!!

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  25. in estrema sintesi: il punto - mi pare - è che il canone non viene pronunciato per trasmettere informazioni, ma per compiere un'azione, che è l'azione sacrificale: quindi lo si pronuncia sull'Ostia e sul Calice, non sul microfono... non solo: pronunciarlo sottovoce dà un'idea più esatta di ciò che esso è. Per cui, con apparente paradosso, si trasmette un'informazione più esauriente quando l'informazione sembra assente...
    Cordialità,
    ms

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  26. Benissimo... allora porta lei l'agnello e il pane azzimo? Non si dimentichi il vinello buono, e il dizionario d'ebraico antico per i canti :P.

    Non se la prenda, sto solo portando alle estreme conseguenze quel certo archeologismo che vorrebbe ricondurre tutto a una fantomatica cristianità primitiva, addirittura all'Ultima Cena! Per il resto condivido i commenti di sopra.

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  27. infatti "canon actionis"

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  28. "tollere" più che altro ha l'idea sì di portare, ma portare "tirando su", non tirando, trascinando... (il latino è molto preciso in queste cose)
    cioè Agnello di Dio che "togli dal mondo i peccati sollevandoli sulle tue spalle"... sembra una finezza, ma è l'idea centrale del Sacrificio e della Vittima Sacrificale

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  29. Non so, mi pare che il messale del '65 (l'ibrido, per intenderci) conservi ancora il canone uguale al messale vecchio. Nel messale del 70 è stato modificato abbastanza pesantemente, ad esempio nelle stesse parole della consacrazione (col qui pro vobis tradetur che non c'era) e poi con l'inserimento delle invocazioni come "mistero della fede", oppure "tuo è il regno..." del tutto inesistenti nel rito romano.

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  30. ...sembra infatti che Benedetto XVI lo dica spesso in latino abbassando la voce anche quando la Messa è in altra lingua... seguendo nelle dirette televisive, nel rispondere, abbassa la voce ma si sente dire "Domine non sum...."

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  31. <span><span><span>Ricorrendo ai ricordi di terza media, oserei osservare come il tollis in questione, in realtà, corrisponda alla terza persona singolare dell'indicativo perfetto del verbo aufero che, essendo difettivo come molti dei composti di fero, nei modi e nei tempi mancanti (come, appunto, nell'indicativo perfetto) si trova a dover essere sostituito dalla relativa forma del verbo principale fero . Pertanto, è corretta la traduzione di Mic - portare su di sé - ed assolutamente scorretta, invece, la versione usata nella Messa vernacola riformata (togliere); infatti, se l'Agnello di Dio avesse davvero tolto i peccati del mondo (anziché portarli su di sé quale vittima sacrificale) avrebbe eliso, fra l'altro, anche il peccato originale, con ciò rendendo puramente simbolico il sacramento del Battesimo.</span></span></span>

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  32. Non sono un latinista, per carità! Ho studiato il latino scolastico, quello del liceo classico e quello ecclesistico, tanto da riuscire ancora a dire il Breviario  e la Messa in latino. E qui viene il bello. Quando ero in seminario, studiavo musica (pianoforte prima e organo poi). Non ho mai conseguito alcun diploma al conservatorio perché i miei superiori me lo vietarono. Ma l'orecchio musicale presumo di averlo acquisito. Il latino liturgico è bello, musicale, metrico, scivola via senza alcuna difficoltà linguistica. La trraduzione è proprio brutta! Non so come suoni nelle altre lingue, ma in italiano è un vero disastro! E mentre ringrazio Dio che la presentazione dei doni - in particolar modo del calice - sia stata corretta da "potus spiritalis" a "bevanda di salvezza", che non significa niente, ma almeno evita la palese eresia, dico che ci sono dei veri e propri errori che sono orrori di traduzione! Tradetur ed effundetur, se non sbaglio, sono verbi futuri! E non semplici participi passati! "Sanabitur anima mea" è proprio della fede cattolica che crede nell'immortalità dell'anima dopo la morte (e non un sinolo eterno di fede ebraica animacorpo).
    P.S. Avete visto che il Papa, nella solennità del Corpus Domini al Laterano, ha celebrato la Messa in italiano ma l'intero canone in latino (anche se, purtroppo, ha usato l'insignificante secondo canone)?

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  33. DANTE PASTORELLI19 giugno 2010 20:34

    Sarà stato stanco?

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  34. In francese la formula è:
    " Seigneur , je ne suis pas digne de te recevoir, mais dis seulement une parole et je serai guéri"

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