giovedì 31 dicembre 2009

Riflessioni sul Natale in Olanda.

Leggiamo dal sito di Sandro Magister.
Alcune notizie sono già tristemente arcinite, ma ogni volta che si leggono provocano sempre un disarmante sconforto e acuto dolore.
Ciò valga non a guastare il clima natalizio ma a riflettere e a rafforzare i buoni propositi liturgico-religiosi per l’anno nuovo. E a non farli restare solo tali.
Per la lettura integrale si veda il sito (link)
Le sottolineature son nostre.

“[…]Pochi giorni fa, alla vigilia di Natale, è morto a Nimega all'età di 95 il teologo domenicano Edward Schillebeeckx, fiammingo di nascita, olandese d'elezione.

Egli fu simbolo non della fioritura ma dell'impressionante decadenza che la Chiesa delle Fiandre e dell'Olanda ha vissuto nell'ultimo mezzo secolo.[…]
L'inchiesta riprodotta qui sotto fotografa l'attuale profilo della Chiesa cattolica in Olanda.
Un paese nel quale oggi il 41 per cento della popolazione dichiara di non avere alcun credo religioso e il 58 per cento non sa più che cosa sia il Natale.
Una Chiesa nella quale vi sono domenicani e gesuiti che teorizzano e mettono in pratica messe senza più sacerdozio né sacramento cristiano, in cui sono i presenti a "consacrare" collettivamente, attorno a "una tavola aperta anche a gente di differenti tradizioni religiose".
Tutto questo mentre contemporaneamente una città come Rotterdam è stata ampiamente islamizzata, come www.chiesa ha mostrato in un servizio choc di pochi mesi fa.


L'inchiesta che segue è di Marina Corradi ed è stata pubblicata il 23 dicembre su "Avvenire", il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana. Ha per epicentro Amsterdam.


Accompagna il reportage un'intervista a S. E. il cardinal Adrianus Simonis, arcivescovo emerito di Utrecht."
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di Marina Corradi


"Amsterdam­ è festosa, in questi giorni natalizi. Sfarzose luminarie illuminano la Damrak e piazza Dam.
Piste di pattinaggio affollate di ragazzi ridenti, Babbi Natale, e le note di “Jingle bells” che escono dai grandi magazzini affollati.
Ma cosa resta del Natale in un paese fra i più secolarizzati d’Europa, dove il 58 per cento della popolazione, secondo un’indagine, non sa cosa esattamente­ è accaduto, quel giorno? […]
La Oude Kerk, la più antica chiesa della città, costruita nel 1309, si erge con la sua mole nel cuore del centro. Attorno,­ il Red Light District, il quartiere a luci rosse.
Dalle vetrine in cui stanno esposte, le prostitute sudamericane e dell’Est bussano ai vetri per attirare l’attenzione dei passanti. Qualcuna indossa un berretto da Babbo Natale. […]
L’unica­ "chiesa" affollata in città­ è di Scientology, […][…]
La paura dell’­Eurabia­ sembra in verità solo un fatto conseguente a un fenomeno ancora più radicale: la secolarizzazione quasi totale di un paese che, fino all’ultima guerra, era cattolico o protestante, comunque cristiano.
Un crollo: solo il 7 per cento dei cattolici oggi va a messa la domenica. Viene battezzato il 16 per cento dei bambini. Su nozze gay ed eutanasia l’Olanda­ è stata pioniera.
­"Dopo il Concilio Vaticano II – dice il professor Wim Peeters, insegnante al seminario della diocesi di Haarlem-Amsterdam – la Chiesa olandese­ è entrata in una crisi profonda. La generazione degli anni Cinquanta se ne­ andata, e ha dimenticato di educare i suoi figli. Nel 1964 anche l’insegnamento religioso nelle scuole­ è stato abolito. Due generazioni di olandesi hanno dimenticato l’alfabeto cristiano.".
Nel registro del seminario di Haarlem, il numero dei preti ordinati precipita alla fine degli anni Sessanta.
Nel 1968, nemmeno uno. "­Io credo – dice Peeters – che non avremmo niente da temere dall’islam, se fossimo cristiani. E spesso sembra che gli olandesi oggi abbiano paura di tutto: di avere figli, come degli immigrati. Ma la paura è l’esatto contrario della fede".[…]
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intervista di S. E. il Cardinal Simonis, arcivescovo emerito di Utrecht.­


"Due generazioni sono state perdute"


L’arcivescovo emerito di Utrecht, cardinale Adrianus Simonis, 78 anni,­ è il "grande vecchio"­ della Chiesa olandese. Amato dagli arabi immigrati per aver assicurato che chi tra loro sarà stato un buon musulmano sarà certamente accolto da Dio nei più alti cieli del Paradiso.


Se con tanta sicurezza il porporato garantisce la salvezza ai miscredenti (complimenti, eminenza!) sui suoi cattolici olandesi il cardinale, che oggi vive in un paesino del Brabante, Nieuwkuijk, sembra molto meno ottimista (strano che non li abbia invitati alla conversione all'islam, e a essere buoni musulmani, per assicurar anche a loro il Regno dei cieli).


"Sì, forse ci sono dei segni di una nuova tendenza, ma parliamo di numeri piccolissimi­", dice.­ "Rimane quella cifra, quel 58 per cento di olandesi che non sanno più cosa sia esattamente il Natale. C’è chi, guardando l’Olanda,­ è turbato dal numero delle moschee. Lo posso capire, ma il problema autentico qui è anteriore alla immigrazione: ­è che noi ci siamo perduti, abbiamo perso la nostra identità cristiana. Se questa identità fosse forte, non avremmo paura degli islamici. Si, esiste in Olanda il problema di un fondamentalismo islamico, ma la maggior parte degli immigrati non lo segue. Più che l’integralismo, nelle giovani generazioni islamiche mi preoccupa l’avanzare della secolarizzazione. Temo che finiranno col convertirsi alla vera religione che domina l’Occidente: il relativismo".

Domanda. – Eminenza, e il razzismo, la xenofobia, non sono problemi qui?


Risposta. – Io non credo. Gli olandesi sono un popolo tollerante. Non vedo all’orizzonte un’onda razzista­.


D. – A Haarlem il vescovo dice che si comincia ad avvertire nei giovani un senso di vuoto, la mancanza di ciò che­ è stato dimenticato…


R. – È vero, in molti avvertono il vuoto. Ma non sanno andare oltre, non sanno cosa domandare, e a chi. Non sono stati educati a riconoscere e a percepire il desiderio del loro cuore. In questo senso sono convinto, come il vescovo Punt, che la Chiesa olandese è ­veramente chiamata a essere missionaria. Due generazioni sono state perdute. Si tratta di ricominciare da capo, e dentro a una cultura indifferente al cristianesimo, in mezzo a media non amichevoli­.


D. – Lei ha 78 anni. Era un bambino ai tempi della guerra. L’Olanda non era, allora, un paese fortemente cristiano? E poi, cosa­ è successo?


R. – Probabilmente era un cristianesimo troppo segnato da un rigido moralismo. Ne­ è seguita una ribellione radicale, come radicale­ è il carattere degli olandesi. Non sono capaci di credere solo “un po’” in qualcosa. Aut, aut. Sono diventati l’opposto di ciò che erano”.


D. – Tuttavia, nel seminario di Haarlem ci sono oggi 45 studenti, e alcune centinaia di adulti ogni anno chiedono il battesimo. Ad Amsterdam ho trovato le suore di Madre Teresa in adorazione davanti al Crocifisso. Pochi, ma forti, i cattolici qui…


R. – È vero. Certo in una situazione come questa il sale­ è costretto, come dire, a diventare più salato…
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D. – Cosa intende dire, nelle messe di Natale, ai fedeli?
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R. – Che forse hanno scordato il fatto cristiano, quello che ne è ­l’essenza: Dio si è fatto uomo,­ è venuto al mondo nella povertà, umile e fragile come un bambino neonato, per amore nostro.


D. – Sa, eminenza, che poco fa nel piccolo paese qui vicino, Drunen, ho visto un centinaio di bambini uscire dalla chiesa cattolica dove c’era stata una funzione di Natale?


R. – Dev’essere quel giovane prete appena arrivato, che si dà da fare…­"La storia che ricomincia, ancora. Per ricominciare, basta la faccia di un cristiano.
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mercoledì 30 dicembre 2009

Echi tridentini in un poeta maledetto: Arthur Rimbaud

Difficile dire cose nuove su uno degli scrittori più noti e studiati al mondo: ma forse, se il complesso rapporto di Arthur Rimbaud [nell'immagine, in un dagherrotipo giovanile] con la religione cristiana è stato certamente oggetto di indagini approfondite, non altrettanta cura è stata posta nel considerare un fatto ovvio, ossia che il cristianesimo quale Rimbaud l’aveva conosciuto era quello tridentino, e che sono proprio gli influssi di quest’ultimo a essere evidenti nella sua opera.

Il confronto del più celebre “poeta maledetto” con la religione era stato precocemente conflittuale. Se può essere una leggenda che fin da ragazzino si dilettasse a incidere bestemmie sulle panchine della natia Charleville, è certo che prima dei vent’anni annoverava nella sua produzione un buon numero di versi e prose veementemente anticlericali, fino alla raffinata volgarità. Ecco ad esempio come descrive una lezione di catechismo in Les Prèmieres Communions:


Vraiment, c’est bête, ces églises des villages
Où quinze laids marmots encrassant les piliers
Écoutent, grasseyant les divins babillages,
Un noir grotesque dont fermentent les souliers…


(Davvero, è stupido, queste chiese dei villaggi
Dove quindici mocciosastri sporcando le colonne
Ascoltano arrotare il chiacchiericcio divino
Da un nero grottesco le cui scarpe fermentano…)

A poco più tardi risale quella che è considerata, insieme a Les Illuminations, l’opera principale di Rimbaud, Une Saison en Enfer, animata sotto una luce ben diversa da un continuo incontro-scontro con il cristianesimo. Una sua sezione, Alchimie du verbe, costituisce una sorta di manifesto programmatico della poesia moderna, nel contempo testo creativo e riflessione teorica, anche se non di tipo logico-filosofico. Impossibile in questa sede approfondire tutte le implicazioni di un simile scritto: mi accontento di seguire una pista che ci riguarda più da vicino.

Va intanto notato che già il titolo, Alchimia del verbo, da un lato rinvia al mondo magico-esoterico ma dall’altro ha profonde risonanze religiose, anzi cristiane, sia pure metaforiche. Rimbaud qui, proprio all’esordio, esprime il rifiuto dell’arte “ufficiale” del suo tempo e la ricerca di rinnovati mezzi espressivi, anche attraverso il recupero di potenzialità fino a quel momento ignorate o marginalizzate:


Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo ridicole le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Amavo le pitture idiote, sovrapporte, festoni, tele di saltimbanchi, insegne, illustrazioni popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per l’infanzia, vecchie opere liriche, ritornelli sciocchi, ritmi ingenui.

Molto correttamente, Rimbaud inserisce il “latino di chiesa” all’interno del patrimonio di quella che si potrebbe chiamare una cultura popolare: oggi qualcuno vorrebbe far credere che questo latino fosse qualcosa di troppo elevato, di incomprensibile e lontano dalla povera gente, ma è appunto un travisamento della realtà. Ai tempi di Rimbaud si sapeva bene che il “latino di chiesa”, cosa assai diversa dal latino delle scuole, era vicinissimo al popolo, ed entrava perciò anche lui a pieno diritto nell’alchimia del verbo, l’antidoto alla lingua e alla cultura “dotta” ormai isterilita e da rinnovare.

Rimbaud ci dona diversi esempi di quest’uso del “latino di chiesa” in Une Saison en Enfer:


– Ah! sono talmente abbandonato che offro a qualunque divina immagine slanci verso la perfezione.
Oh mia abnegazione, o mia carità meravigliosa! quaggiù, tuttavia.
De profundis Domine, quanto sono stupido!

Curiosamente, rivolge a se stesso il termine (“bête”, a onor del vero quasi un intercalare nella lingua francese) che poco tempo prima aveva riservato alle chiese di villaggio. Traggo un altro esempio proprio dal finale di Alchimie du verbe:


Dovetti viaggiare, distrarre gli incantamenti riuniti sul mio cervello. Sul mare, che amavo come se avesse dovuto lavarmi da una sporcizia, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio verme: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere votata alla forza e alla bellezza.
La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo – ad matutinum, al Christus venit –, nelle città più oscure.

C’è un’allusione all’inno di Prudenzio che si canta appunto al mattutino nella liturgia delle ore: “Nox et tenebræ et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus: / Christus venit; discedite”. Echi dell’innografia cristiana si trovano anche nei versi riportati all’interno di Alchimie du verbe:


Elle est retrouvée!
Quoi? L’éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.
[…]
– Jamais l’espérance.
Pas d’
orietur.
Science et patience,
Le supplice est sûr.

(È ritrovata!
Che? L’eternità.
È il mare mischiato
Al sole.
[…]
Mai la speranza.
Non un orietur.
Scienza e pazienza,
il supplizio è sicuro.)

Orietur si riferisce di certo all’inno di Natale Orietur stella ex Jacob, ed è dunque un rimando a Cristo, così come nella prosa precedente la Felicità è anch’essa chiaramente il cristianesimo sempre ambiguamente inseguito e fuggito. Fuggito anche nella scelta successiva, da parte di Rimbaud, di una vita da avventuriero e commerciante di armi in Africa. Così però la sorella Isabelle descrisse gli ultimi giorni di vita di Arthur, tornato in Francia malato e spentosi in ospedale a soli 37 anni:

Nel corso dell’ultima settimana, i cappellani erano venuti due volte; li aveva ricevuti bene, ma con una tale spossatezza, con un tale abbattimento che non avevano osato parlargli della morte. Sabato sera, tutte le suore insieme innalzarono una preghiera affinché facesse una buona morte. Domenica mattina, dopo la messa solenne, pareva più calmo e pienamente in sé: uno dei cappellani è tornato e gli ha proposto di confessarsi; ed ha accettato! Uscendo, il prete mi ha detto, guardandomi con aria turbata, con aria strana: “Vostro fratello ha la fede, figliola, che mai ci avevate detto? Ha la fede, e anzi non ho mai visto una fede di qualità simile!”.


Jacopo

Cattolicesimo belga in via d'estinzione (8)

Proseguiamo, traendola dal sito francese Osservatore Vaticano, la pubblicazione del reportage sulla situazione della Chiesa in Belgio. Links alle altre parti:
prima parte
seconda parte
terza parte


La successione di Cardinale Danneels. I candidati moderati

Parlando dei candidati "moderati" alla sede primaziale di Malines-Bruxelles, la seconda possibilità sarebbe la promozione del vescovo di Namur, mons. André-Mutien Léonard, il meno scialbo dei vescovi del Belgio.

Si pensava l'anno scorso che egli non avesse più possibilità di accedere alla cattedra di Malines, specie in ragione del disagio che ciò avrebbe causato al Governo belga, che non gli perdona certi suoi interventi in favore della famiglia naturale. Ma questa è invece diventata la sua fortuna dopo l’inaudito voto di protesta del Parlamento, il 2 aprile 2009, contro le affermazioni del Papa sui preservativi nell'aereo che lo portava in Africa. In breve, si dice che la S. Sede non sarebbe davvero dispiaciuta di contrariare le élite del Regno. Il che non basta, certamente, per fare di Léonard un Arcivescovo di Malines-Bruxelles. È vero però che parla il fiammingo particolarmente bene, il che è indispensabile per accedere alla sede primaziale del Belgio.

Nato nel 1940 a Namur, André-Mutien Léonard è stato ordinato sacerdote nel 1964. Laureato in filosofia (tesi: Commento letterale della Logica di Hegel), ha insegnato a Lovanio-la-Neuve, divenne rettore del seminario di Saint Paul e membro della Commissione teologica internazionale. E nel febbraio 1991, questo amico del cardinale di Parigi Marie Lustiger fu nominato vescovo di Namur.

Le sue prese di posizione sull’omosessualità sono queste: in un libro-intervista che gli ha consacrato Louis Mathoux nel 2006, ha detto: "Capisco che, in certi ambienti, ci si mostri prudenti circa il ricorso a persone omosessuali per missioni educative concernenti la gioventù"; e in aprile 2007, in un'intervista rilasciata per il settimanale Télémoustique, evocava la "anomalia" dell'omosessualità. Messo alla berlina e vedendo le sue parole alterate dalla stampa, precisò che "che questo giudizio negativo concerneva il comportamento (omosessuale) e non le persone".

Le sue pubblicazioni sono tutt'altro che trascurabili: Les raisons de croire (Communio Fayard, 1987); Je suis le Chemin, la Vérité et la Vie (L'Emmanuel, 1997); La mort et son au-delà (Presse de la Renaissance, 2004); Métaphysique de l’être. Essai de philosophie fondamentale (CERF, 2006). In realtà, la sua cristologia è nettamente più cattolica rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi. Si tratta, in sostanza, di quella di P. Jean Galot sj, ex professore presso l'Università Gregoriana (De la croix au triomphe de la vie, Parole et Silence, 2000). Mons. Léonard, predicando ad esempio su Gesù Cristo all'età di 12 anni nel tempio a Gerusalemme, spiegava che nella sua testa di adolescente, grazie ad un "sillogismo" adatto alla sua età, Gesù aveva capito che Dio era Suo padre. Il che è già un serio progresso rispetto ai teologi che non concedono al Cristo la conoscenza della Sua divinità prima della teofania del Suo battesimo.

Di conseguenza, i seminari della sua diocesi sono i soli in Belgio che accolgono nuove vocazioni. Come ho detto, all’inizio dell’anno accademico 2009 i due seminari di Namur contano 32 seminaristi (37 l'anno trascorso), mentre erano appena 6 i seminaristi a Malines-Bruxelles lo scorso anno e 9 a Liegi. Mons. Léonard avrà 75 anni tra 5 anni e mezzo. In breve, anche come età, non è né carne né pesce: un possibile primate "di transizione"? Si può osar dire che la morale di questa storia è che nel paese degli episcopi ciechi (e muti), i moderati son re?

martedì 29 dicembre 2009

La secolare controversia dei riti cinesi. Inculturazione ante literam

L'8 dicembre 1939, una solenne Istruzione della Congregazione de Propaganda Fide, approvata espressamente da Papa Pio XII, ha definitivamente chiuso la secolare questione dei riti cinesi. Nel XVII secolo, com'è noto, si era aperta una lunga discussione sulla liceità, per i fedeli cattolici, di partecipare ai riti confuciani in onore di Confucio e in memoria degli antenati. Approvata dal Sant'Uffizio nel 1656, grazie alle spiegazioni dettagliate e persuasive del gesuita Martino Martini, tale partecipazione fu successivamente proibita, a seguito di una complicata vicenda su cui influirono anche interferenze provocate dalla politica delle potenze europee in Cina. Nel corso della lunga discussione che si sviluppò, una delle più appassionanti di tutta la storia moderna, vennero affrontate alcune delle più importanti questioni riguardanti il rapporto tra culture diverse, che sono ancora oggi al centro del dibattito internazionale. Vi presero parte gesuiti e domenicani, sovrani europei e imperatori cinesi, nonché noti filosofi come Gottfried Leibniz. Ancora oggi, di essa continuano a parlare studiosi come Olivier Roy, ma ormai, grazie all'Istruzione dell'8 dicembre 1939, tale discussione ha perso il suo carattere conflittuale e controversistico e appare soprattutto una straordinaria anticipazione di tanti tentativi odierni di mettere a fuoco il complesso rapporto tra la fede cristiana e le diverse culture mondiali.
Questa Istruzione di settant'anni fa ha, dunque, rappresentato un momento felice, dietro cui si nasconde un'altrettanto felice convergenza - di uomini, di culture e di fedi - maturata nei decenni precedenti. Non appare infatti casuale che questo documento sia stato approvato con grande convinzione da Pio XII, un Papa che ha pronunciato alcune delle parole più acute e più profonde sull'apprezzamento della Chiesa cattolica per tutte le diverse culture e civiltà. Ma altrettanto significativa appare l'opera dei suoi predecessori, che prepararono il terreno a questa Istruzione, in particolare Benedetto XV e Pio XI, il quale attribuì alla "maledetta questione dei riti" una grave responsabilità nel ritardo dell'evangelizzazione in Cina. E grande rilievo ha avuto l'opera di importanti collaboratori di questi Papi, come Celso Costantini, che fu prima delegato apostolico in Cina e poi segretario di Propaganda Fide, per diventare infine cardinale.
I fili del rapporto tra Santa Sede e Cina avevano iniziato a riannodarsi verso la fine dell'Ottocento, quando, nel declino dell'Impero di Mezzo, illuminati funzionari cinesi si misero alla ricerca di nuove prospettive per il loro Paese e sollecitarono Leone XIII ad aprire relazioni diplomatiche con la Cina. Il Papa fu molto favorevole a questa iniziativa, consapevole che in questo modo - come egli scrisse - l'annuncio del Vangelo avrebbe potuto svincolarsi dalla protezione interessata dei "cannoni" europei. Ma le pressioni francesi furono fortissime e l'allacciamento delle relazioni diplomatiche, sebbene già deciso, fu rinviato sine die. Nel 1904, l'allora monsignor Gasparri riaprì la questione sottolineando che agli occhi della Santa Sede le "nazioni cristiane" - e cioè, in pratica, le potenze coloniali europee - non potevano vantare alcun diritto specifico sui fedeli cattolici in terre extraeuropee e che la Santa Sede aveva la piena libertà di stabilire rapporti diretti con qualunque popolo. Con Benedetto XV, si decise nuovamente di stabilire relazioni diplomatiche dirette, ma per la seconda volta le pressioni francesi sulla Repubblica cinese, nata nel 1912, costrinsero a rinviarne l'attuazione.
In questo contesto, maturò a Roma la decisione di procedere ugualmente, per altre vie, ad avvicinare Chiesa cattolica e popolo cinese, anche sulla spinta delle sollecitazioni che venivano da grandi figure di missionari, come padre Lebbe e padre Cotta. Ne fu espressione anzitutto la lettera apostolica Maximum illud, cui lavorò intensamente il Prefetto di Propaganda, il cardinale Willem van Rossum, pensata specificamente per la Cina. Seguì, subito dopo, la nomina di un delegato apostolico, Celso Costantini, cui si deve una sorta di "rivoluzione" nei rapporti tra Chiesa cattolica e Cina contemporanea. Il delegato si fece subito notare perché scelse di abitare lontano dal quartiere delle ambasciate europee e rifiutò la "protezione" francese. Appena due anni dopo il suo arrivo, convocò il Concilio di Shanghai per affrontare i principali problemi della Chiesa in Cina e nel 1926 accompagnò a Roma sei sacerdoti che Pio XI in persona ordinò vescovi. Costantini, infatti, operò subito con decisione per favorire la formazione di clero e di episcopato locali, perché sostituissero i missionari europei il più rapidamente possibile.
La sua opera si estese anche nella direzione di un impegnativo sforzo di "cinesizzazione" della Chiesa, imperniato sul rispetto e l'apprezzamento della cultura cinese. Non a caso, il Concilio di Shanghai toccò indirettamente la questione, distinguendo tra l'insegnamento di Confucio e pratiche superstiziose legate al confucianesimo. Negli anni precedenti, infatti, era maturata una novità importante all'interno della società cinese: grazie ad un intenso dibattito culturale che aveva riguardato anche i temi religiosi, molti intellettuali affermarono chiaramente che il confucianesimo non aveva carattere religioso. Subito dopo il Concilio di Shanghai, che non aveva voluto affrontare esplicitamente la questione perché di competenza della Santa Sede, monsignor Costantini interpellò riservatamente i padri conciliari sui riti confuciani. Egli infatti avvertiva l'esigenza di risolvere al più presto la questione e i risultati di quell'indagine gli permisero di riproporla a Roma. Nel 1929, poi, compì un gesto clamoroso: trattato come un diplomatico, benché non ne avesse lo status formale, fu invitato ai funerali del fondatore della Repubblica, Sun Yat-sen, cui andò, partecipando così pubblicamente a un rito funebre confuciano, in teoria ancora proibito ai fedeli cattolici.
Tornato a Roma, già prima di diventare Segretario di Propaganda Fide, il 17 dicembre 1935, come consultore della Congregazione egli formulò un parere favorevole alla chiusura della controversia e, divenuto Segretario, ricordò spesso che occorreva risolverla ispirandosi alla nota Istruzione del 1659 rimasta troppo a lungo "lettera morta". È la famosa Istruzione del 1659, ai Vicari Apostolici in Cina e Indocina, definita anche la Magna Charta di Propaganda Fide, in cui si legge tra l'altro: "Che cosa c'è infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l'Italia o qualche altro paese d'Europa? Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede che non respinge e non lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli".
La questione dei riti venne ufficialmente sollevata, una prima volta, nel 1934 da monsignor Augustin Gaspais, vicario apostolico di Kirin, nella Cina Nord Orientale, allora occupata dai giapponesi (il Manzhouguo). Il Prefetto di Propaganda, cardinale Pietro Fumasoni Biondi, rispose con una lettera che incoraggiava a riesaminare la questione, nonostante il divieto del Sant'Uffizio, ormai vecchio di oltre due secoli ma mai ufficialmente abolito. Ottenuta in risposta una documentazione che motivava l'opportunità di permettere ai fedeli cattolici la partecipazione ai riti confuciani, Costantini sottopose a Pio XI la richiesta di concedere tale partecipazione: il Papa approvò in modo convinto, seppure con alcune cautele e restrizioni, e Fumasoni Biondi comunicò ufficialmente il permesso a coloro che lo avevano richiesto. Lo stesso Pio XI si augurò, inoltre, che "questa lettera del secolo" avesse la massima diffusione e il Prefetto di Propaganda diede ordine di pubblicarla sul bollettino ecclesiastico della Chiesa cattolica in Cina. In brevissimo tempo, Costantini fu raggiunto da moltissime richieste delle diocesi cinesi che sollecitavano l'estensione del permesso, ottenendo naturalmente una risposta positiva da parte del Segretario di Propaganda. In questo modo la questione dei riti fu de facto archiviata in tutta la Cina.
Ma a Roma si pensò che era bene anche sancirne in modo esplicito e solenne la definitiva chiusura. Fu così preparato il testo dell'Istruzione che sancisce esplicitamente: "è lecito ai cattolici intervenire agli atti di onore compiuti innanzi all'immagine o tabella di Confucio". Infatti, "nelle regioni dell'Oriente alcune cerimonie, sebbene nei tempi antichi possano essere state legate a riti pagani, hanno - con i cambiamenti dei costumi e della cultura nel corso dei secoli - conservato solamente un significato civile di pietà verso gli antenati o di amore verso la patria o di cortesia verso i vicini". In quel contesto, venne risolto positivamente anche il caso dei riti shintoisti in Giappone. Dopo la Cina, i riti in onore di Confucio e degli antenati vennero permessi anche ai fedeli cattolici in Vietnam, Thailandia, Laos e Cambogia. Una decisione analoga venne presa, contemporaneamente, per i riti malabarici in India. È però evidente che questa svolta complessiva ebbe il suo impatto maggiore in Cina: qui, infatti, è sorta la controversia dei riti e qui, per secoli, tale controversia ha ostacolato i tentativi di inculturazione del cattolicesimo.
A distanza di settant'anni, l'Istruzione del 1939 presenta ancora tratti di forte attualità. Com'è noto, infatti, in Cina si è tornati da tempo a studiare Confucio e le sue opere, nella convinzione che ogni società abbia bisogno di attingere a profonde risorse etiche e spirituali, non solo economiche e materiali, per la propria crescita. Negli ultimi anni, inoltre, il Governo cinese ha scelto il nome di Confucio per i centri culturali che sta aprendo in molti Paesi del mondo, dall'Europa all'Africa, dalle Americhe all'Asia, per diffondere la conoscenza della lingua e della cultura cinesi. Già da settant'anni, come si è visto, la Chiesa cattolica ha pienamente accettato la valenza civile del richiamo a Confucio e negli ultimi anni ha manifestato un apprezzamento crescente per la cultura cinese, come ha mostrato l'accoglienza riservata all'Orchestra sinfonica di Shanghai che, nel maggio 2008, ha suonato in Aula Nervi alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI.

Da L'Osservatore Romano - 9-10 dicembre 2009)

Gli Stimmatini rimuovono la Madonna nuda, masticando amaro


Ha creato notevole e giustificata emozione la diffusione della notizia (grazie, internet: ormai le porcherie si nascondono con più difficoltà) della sistemazione di una statua della Madonna, incinta e completamente nuda, nella 'aula liturgica' (?) del Convento. Che si è autonominato Monastero del Bene Comune, perché là si svolgono incontri catto-ecolo-ecumeno-comunisti per risistemare il mondo... ma non di questo vogliam parlare. Piuttosto, di quella statua (nella foto). Avevamo già rilevato in un commento che la statua, in sé, non è né pornografica né lubrica (arriveremo anche a quello, anzi ci siam già arrivati: basti pensare all'Ultima Cena raffigurata come orgia omosessuale, che il card. Schoenborn ha lasciato esporre nel museo della Cattedrale di Vienna: vedi qui). Tuttavia attribuire a quell'opera la funzione di rappresentare la Sempre Vergine, la Virgo intemerata, la Regina sine labe originali concepta, è un'idea semplicemente assurda. Introdurre poi quella statua in una cappella (pardon: aula liturgica) è, peggio che blasfemo, idiota. Se qualcuno di noi, per onorare o ricordare i genitori, mettesse sul comodino una fotografia della propria mamma nuda e col pancione (e il padre allora? non ne parliamo!), sarebbe degno dello psichiatra per evidente insania e morbosità. Fare qualcosa di analogo con la Madre di Dio, e Madre nostra nella Fede, la cui verecondia e verginità ancor più rifuggono da una rappresentazione impudica, è semplicemente... ineffabile. Quale grottesca parodia di religione si pratica dunque nel Monastero del Bene Comune? Comunque, ci informa Socci, in un articolo apparso su Libero disponibile on line solo in parte, che le proteste dei fedeli di Verona e del circondario e, osiamo sperarlo, qualche intervento dall'alto un po' meglio illuminato della zucca dei fraticelli, hanno costretto i riluttanti monaci a rimuovere la controversa statua. Fino alla prossima ch'escogiteranno. Ecco l'articolo:


Il cosiddetto “politically correct” imperversa a Natale. La notizia, che arriva da una “Mostra di presepi” del centro Italia, di una grotta di Betlemme con un “san Giuseppe islamico”, potrebbe sembrare la più ridicola (ma probabilmente volevano dire “palestinese” cosicché gli errori sono di altro genere). Tuttavia la più sconcertante, anche per le reazioni che sta scatenando fra i cattolici, è la trovata della “Comunità Stimmatini di Sezano”. Gli stimmatini sono una congregazione di sacerdoti fondata da san Gaspare Bertoni nell’Ottocento. Oggi, almeno quelli di Sezano, sembrano molto politicizzati. Chissà cosa penserebbe san Gaspare di questi stimmatini che si sono denominati “Monastero del Bene comune” e che hanno piazzato “nella nostra aula liturgica” (credo intendano dire la chiesa, ma usano una definizione protestante) una scultura di un certo Danielon che rappresenta una donna completamente nuda e incinta che corre e che – a loro dire - rappresenta “la Madre di Dio”: l’hanno collocata lì “come segno dell’Avvento” per il “messaggio di annuncio e di compimento che la persona di Maria La Madre di Dio porta con sé”. San Gaspare inorridirebbe. Così ritengono tantissimi fedeli che si sono indignati per quella rappresentazione da loro ritenuta “pornografica”. Al sito del “Monastero del bene comune” è arrivata una montagna di mail di protesta che criticano l’opera esposta come blasfema, come un’offesa alla Madonna. Il popolo cristiano da sempre è legato in modo speciale alla Madre di Cristo. A lei, nei suoi santuari, davanti alle sue immagini, da secoli affida i suoi drammi, le sue lacrime. A lei raccomanda i propri figli, in lei trova rifugio, amore, protezione, luce, tenerezza materna. Per secoli le nostre città e tante nazioni (compresa quella italiana) hanno affidato le loro sorti alla Madonna. Storicamente le icone della Vergine, che in tanti casi ricordano alcune sue apparizioni o i moltissimi miracoli ottenuti, le grazie concesse, hanno un legame speciale con la vita del popolo che venerando quelle sacre immagini prega la Madre di Dio. In effetti l’iconografia cristiana – che riflette la teologia e il sentimento della Chiesa – ha sempre tributato il più grande onore alla Madre di Dio e mai ha osato rappresentarla nuda, oltretutto in una chiesa. Anzitutto per onorare e rispettare la Madre di Dio, Regina del cielo e della terra, inoltre perché lei è la “tutta santa”, la purezza più alta, l’Immacolata. Peraltro il simbolismo teologico della nudità rimanda al peccato originale di Adamo ed Eva. l’insegnamento Maria – insegna la Chiesa - è stata concepita senza peccato originale, è la “nuova Eva”, è la “piena di grazia”, perciò non è solo offensivo, ma anche iconograficamente assurdo rappresentarla così. Infatti non era mai stato fatto.

lunedì 28 dicembre 2009

Messa tridentina a San Remo


Ecco un video fotografico della S. Messa di Ognissanti realizzata dai maghi informatici di Maranathà



Prossimo appuntamento:
Domenica 3 gennaio 2010 ore 17.00
Santuario Madonna della Costa - San Remo
Ss.mo Nome di Gesù.
Messa Te Deum laudamus di L. Perosi

eseguita dal Coro "Amici della Musica - Città di Taggia"
diretti dal Mo. Federico Brezzo

Cattolicesimo belga in via d'estinzione (7)

Proseguiamo, traendola dal sito francese Osservatore Vaticano, la pubblicazione del reportage sulla situazione della Chiesa in Belgio. Links alle altre parti:



La successione di Cardinale Danneels. Candidati moderati

Supponendo che siano rispettate le consuetudini, il successore del Cardinale Danneels dovrebbe già essere vescovo (con tuttavia il precedente significativo contrario del 1906: don Désiré-Joseph Mercier divenne il 16° arcivescovo di Malines) e, venendo dopo un arcivescovo fiammingo, dovrebbe essere francofono (con il precedente contrario del 1980: al card. Suenens, di Bruxelles, era seguito mons. Danneels, fiammingo di Kanegem, Diocesi di Bruges). Alcuni assicurano che Suenens era francofono, altri fiammingo. A dire il vero, il rispetto dell’alternanza linguistica non è motivo di emicranie per la Congregazione dei Vescovi e per la seconda sezione della Segreteria di Stato.

Supponendo che sia così, ci sarebbero due possibilità. Nessuno, neanche del suo "fan club", crede alla possibilità di una promozione del deplorevole vescovo di Liegi, Monsignor Jousten, 72 anni, senza caratura, che gestisce la fine della religione di Cristo in uno dei luoghi che fu tra i più alti del cattolicesimo europeo. Applicando la logica, la sua diocesi dovrebbe diventare qualcosa come un'Amministrazione Apostolica (egli ha annunciato la sconsacrazione di circa 90 chiese!), nel qual caso Liegi sarebbe più un territorio di dismissione che un territorio di missione.

La prima possibilità sarebbe la promozione del vescovo di Tournai, mons. Guy Harpigny. Nato nel 1948 a Luttre, ordinato sacerdote a Tournai nel 1973, dottore in teologia a Lovanio, insegnante, sacerdote, decano di Mons, divenne vescovo di Tournai nel 2003. Questo ecclesiastico intelligente, uomo di preghiera, è, si può dire, inesistente in seno alla Conferenza Episcopale belga, dove ama farsi passare per l’ombra del Cardinale Danneels (tranne per il fatto che è il mentore della Conferenza su tutto ciò che rigurda l’islam). Lo è stato specialmente nella politica mortifera di fusione di tutti i seminari del Belgio francofono (tranne che la Diocesi di Namur, che ha rifiutato l'operazione suicida).

È deplorevole che, nella sua diocesi, si sia così mal circondato nella materia, bruciante in Belgio, della bioetica: l’abbé Lobet, il suo rappresentante in questo settore, è come minimo della più gran debolezza. Ci si può anche lamentare che mons. Harpigny (la cui tesi di dottorato era: Islam e cristianesimo secondo Louis Massignon) si sia segnalato come favorevole all'insegnamento della religione di Maometto nelle scuole cristiane. Ma si può portare a suo credito il fatto di aver allontanato dalla cerchia dei suoi stretti collaboratori le personalità "progressiste", ostili alla dottrina romana (dando loro, peraltro, nuove e confortevole assegnazioni).

segue

domenica 27 dicembre 2009

Gli Svizzeri non vogliono i minareti, i loro parroci li piazzano nel presepe

La quintessenza dell'imbecillità:



Fonte: Cathcon

Cattolicesimo belga in dissoluzione (6)

Proseguiamo, traendola dal sito francese Osservatore Vaticano, la pubblicazione del reportage sulla situazione della Chiesa in Belgio. Links alle altre parti:
prima parte
seconda parte
terza parte
quinta parte



La successione del Cardinale Danneels.

Il delfino, Josef De Kesel, Arcivescovo dei Belgi?



Il più grande quotidiano fiammingo del Regno, lo Standaard, ha scritto due anni fa (27 dicembre 2007, "La successione impossibile"): "E’ un segreto di Pulcinella: Danneels vede in lui il suo successore migliore […].Resta da vedere se ciò rappresenta un vantaggio". Infatti, se ne può dubitare: è molto improbabile che la Santa Sede, a meno di voler coltivare intenti ecclesiologici autodistruttivi, possa anche solo immaginare di voler continuare il danneelismo attraverso il dekeselismo.

Josef De Kesel è nato a Gand nel 1947. È quindi di origine fiamminga (vicario episcopale nel 1992, responsabile della formazione teologica e pastorale dei seminaristi, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, nella Diocesi di Gand). Ma è diventato vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles per il Vicariato di Bruxelles nel 2002, dove ha sostituito sia l’ausiliare francofono (mons. Lanneau) che l'ausiliare fiammingo (mons. Hovre).

Ho già parlato (cfr. qui) dell'omaggio che aveva reso al sulfureo canonico Pierre Locht (difensore della pianificazione familiare, fino a giustificare il ricorso all'aborto in alcuni casi; membro dell'Associazione per il Diritto a morire con dignità; grande sostenitore della teologia della liberazione più estrema, insieme al famoso canonico François Houtart di Lovanio), al momento del suo funerale, il 17 marzo 2007, nel Duomo di Bruxelles: "So che la Chiesa l’ha fatto soffrire. Egli è rimasto fedele. Fedele a se stesso, libero e aperto alle domande dell’uomo d’oggi. Fedele al Vangelo e, lo posso dire, e penso di doverlo dire, fedele a questa stessa Chiesa, popolo di Dio".

Altrettanto "fedele alla Chiesa" è uno degli uomini di fiducia di mons. De Kesel, il canonico Herman Cosijns, specie di quintessenza del progressismo belga: innovativo in morale, Cosijns ritiene che "per un cristiano, un secondo matrimonio dovrebbe essere considerato come un'opportunità per crescere nell'amore di Dio […] Il secondo matrimonio quindi acquisisce una dimensione religiosa e può essere vissuto come un cammino di santificazione, un itinerario proposto da Dio"; esperto di diritto naturale, Cosijns crede che le persone omosessuali possono trovare la strada di Dio vivendo il loro rapporto; creatore in materia di liturgia, Cosijns pasticcia, nella sua parrocchia di N. D. de Laeken, preghiere eucaristiche senza menzione del Papa, della Vergine Maria, eccetera.

Bisogna aggiungere che Josef De Kesel è Presidente sia del Centre de Formation Liturgique (CFL), organismo "a servizio" di tutte le diocesi francofone, sia della Interdiocesane Commissie voor Liturgische Zielzorg (ICLZ), che è la Commissione Interdiocesana per la pastorale liturgica delle diocesi fiamminghe. Il che significa che segrega la liturgia di tutto il Paese in un senso che non è esattamente quello della "riforma della riforma", e che gli amici del padre Cosijns si sentono campo libero.

Chiaramente la speranza di Josef De Kesel di diventare arcivescovo dei Belgi è molto bassa. Altrettanto bassa, del resto, è la sua Speranza tout court: "Non sappiamo nemmeno se il cristianesimo ha un futuro in Occidente, ma lo spero" (giornale Dimanche, 3 agosto 2003)...

sabato 26 dicembre 2009

Morto uno dei più influenti teologi del concilio e postconcilio


Si è spento il 23 dicembre scorso alla bell'età di 95 anni il teologo domenicano olandese Edward Schillebeeckx. Dopo essere stato allievo dei corifei della nouvelle théologie Congar e Chenu, suoi confratelli (all'epoca ancora tenuti a bada e sanzionati dal Sant'Uffizio), aderì con convinzione al verbo progressista e antidogmatico e divenne uno dei teologi che con i loro scritti più influenzarono il Concilio, pur non rivestendo l'incarico ufficiale di perito: era il ghost-writer del nefasto card. Alfrink.

Partito da una ricostruzione storica dei dogmi, naturalmente soggetti a 'evoluzione' e storicamente condizionati, quindi mai immutabilmente veri, arrivò alla negazione di una buona fetta della fede cattolica: fu richiamato ai primi anni '80 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per aver negato la verità oggettiva della risurrezione di Gesù, ma molte sono le sue affermazioni incompatibili con la fede cattolica (se non cristiana tout court): fautore di una collegialità che esclude ogni ruolo effettivo del papa; assertore di una sostanziale equivalenza delle religioni come segni o sacramenti di salvezza; negatore della pena eterna, e così via. Da ultimo, è stato l'ispiratore del famigerato libello dei domenicani olandesi Kerk & Ambt (Chiesa e Ministero) per cui dev'essere la comunità ecclesiale a scegliere "dal basso" chi presieda l'eucarestia (e “non fa differenza che sia uomo o donna, omo o eterosessuale, sposato o celibe"), e tutta la comunità deve poter pronunziare le parole, espresse in forma libera, di consacrazione: in pratica la negazione del sacerdozio ministeriale.

Insieme a Chenu, Congar, Rahner e Küng, fondò la rivista di teologia ultraprogressista Concilium.

Che dire? De mortuis nisi bonum. Quindi meglio tacere.

Echi tridentini


Eco tridentino. Un calembour, perché stiamo parlando di Umberto Eco, cui dedichiamo l'odierna versione della nostra rubrica letteraria degli echi tridentini. E' un brano tratto, come prevedibile, da Il nome della rosa, romanzo che si svolge in un monastero benedettino del XIV secolo. Il che ci porta in epoca anteriore al Concilio di Trento, ma nondimeno l'aggettivo 'tridentino' si giustifica, sia perché l'Autore, gli piaccia o no, è incontestabilmente segnato da una paideia post-tridentina, sia soprattutto perché sappiamo che il riferimento al Concilio di Trento in materia liturgica è puramente convenzionale, dato che la liturgia romana è rimasta essenzialmente la stessa dal primo millennio fino al 1969.

Nel brano che segue l'azione si svolge a matutino del sesto giorno (siamo, come informa il noto
incipit del romanzo, a 'fine novembre'). I monaci, terminato l'ufficio, intonano il graduale Sederunt principes della Messa di S. Stefano protomartire: non un inno prescritto per quell'occasione, quindi, ma l'artifizio è che l'abate inviti ad effettuare prove in vista della stagione natalizia che appropinqua.

Apprezzeremo l'inconfondibile prosa di Eco, in particolare l'uso disinvolto della figura retorica dell'accumulazione che qui, attraverso l'alluvionale richiamo ai nomi delle note tipiche del canto gregoriano ("neumi liquescenti e subpuntati" ... "vibrare di un
climacus o di un porrectus, di un torculus o di un salicus"), attinge risultati singolarmente evocativi. Non staremo quindi a pedanteggiare indugiando sulla singolare circostanza che i monaci cantino il gregoriano a più voci...

***

L'Abate invitò a intonare il "Sederunt":

Sederunt principes
et adversus me
loquebantur, iniqui.
Persecuti sunt me.
Adjuva me, Domine,
Deus meus salvum me
fac propter magnam misericordiam tuam.
Mi chiesi se l'Abate non avesse scelto di far cantare quel graduale proprio quella notte, quando ancora erano presenti alla funzione gli inviati dei principi, per ricordare come da secoli il nostro ordine fosse pronto a resistere alla persecuzione dei potenti, grazie al suo privilegiato rapporto col Signore, Dio degli eserciti. E invero l'inizio del canto diede una grande impressione di potenza.

Sulla prima sillaba "se" iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s'interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso - tellurico - continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l'"Ave Maria". E quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell'ostinata sillaba, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi liquescenti e subpuntati. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza al vibrare di un climacus o di un porrectus, di un torculus o di un salicus, quelle voci parevano dirmi che l'anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l'amore, con slancio di sonorità soavi. Intanto, l'ostinato accanirsi delle voci ctonie non demordeva, come se la presenza minacciosa dei nemici, dei potenti che perseguitavano il popolo del Signore, permanesse irrisolta. Sino a che quel nettunico tumultuare di una sola nota parve vinto, o almeno convinto e avvinto dal giubilo allelujatico di chi vi si opponeva, e si sciolse su di un maestoso e perfettissimo accordo e su un neuma resupino.

Pronunciato con fatica quasi ottusa il "sederunt", s'innalzò nell'aria il "principes", in una grande e serafica calma. Non mi domandai più chi fossero i potenti che parlavano contro di me (di noi), era scomparsa, dissolta l'ombra di quel fantasma sedente e incombente.

E altri fantasmi, credetti allora, si dissolsero a quel punto perché riguardando lo stallo di Malachia, dopo che la mia attenzione era stata assorbita dal canto, vidi la figura del bibliotecario tra quella degli altri oranti, come se mai fosse mancato. Guardai Guglielmo e vidi una sfumatura di sollievo nei suoi occhi, la stessa che scorsi da lontano negli occhi dell'Abate. Quanto a Jorge, aveva di nuovo teso le mani e, incontrando il corpo del suo vicino, le aveva prontamente ritratte. Ma di lui non saprei dire quali sentimenti lo agitassero.

Ora il coro stava intonando festosamente lo "adjuva me", di cui la "a" chiara lietamente si espandeva per la chiesa, e la stessa "u" non appariva cupa come quella di "sederunt", ma piena di santa energia. I monaci e i novizi cantavano, come vuole la regola del canto, col corpo diritto, la gola libera, la testa che guarda in alto, il libro quasi all'altezza delle spalle in modo che vi si possa leggere senza che, abbassando il capo, l'aria esca con minore energia dal petto. Ma l'ora era ancora notturna e, malgrado squillassero le trombe della giubilazione, la caligine del sonno insidiava molti dei cantori i quali, persi magari nell'emissione di una lunga nota, fiduciosi nell'onda stessa del cantico, a volte reclinavano il capo, tentati dalla sonnolenza. Allora i veglianti, anche in quel frangente, ne esploravano i volti col lume, a uno a uno, per ricondurli appunto alla veglia, del corpo e dell'anima.

***

Enrico

"Per scegliere i vescovi conta più internet che le mie terne", lamenta un Nunzio



Qual è il peggior nemico delle oligarchie e dei gruppi di potere? Ma naturalmente l'informazione libera e facilmente disponibile. Internet, per la sua struttura essenzialmente democratica e priva di costi (cosa che consente la pluralità massima di fonti di informazione) e ancor più grazie alla facilità di indicizzazione e ricerca delle notizie, è uno strumento portentoso a tale effetto. Non stupisce allora di apprendere che per la scelta dei vescovi le informazioni tratte direttamente da internet stanno diventando più importanti (anche se, per carità, mai potranno sostituirli) dei canali confidenziali istituzionali.



Considerato l'andazzo degli ultimi decenni, ogni modifica nei criteri di selezione episcopale non può che essere un progresso e una correzione di evidenti storture.



Ecco dunque la notizia che riferisce il blog di Father Ray, parroco a Brighton, Inghilterra:




L'arcivescovo Faustino Sainz Muñoz, Nunzio apostolico in Gran Bretagna, ha concesso un'intervista a The Tablet, a quanto appare. Per quale motivo un fedele servitore della Chiesa non scelga una rivista o giornale cattolico normale, ma preferisca prestare ossequio ad una rivistaccia che si prefigge il compito di contrastare ogni pensiero, parola e atto del Santo Padre, portando avanti la propria agenda liberal-relativistica, è un’altra storia. Apparentemente nell'intervista il Nunzio lamenta che ora Roma, per scegliere i vescovi, sembra prendere più interesse per internet che per le terne presentate da lui.



Ovviamente, Roma ha imparato dal disastro Williamson, ma ha anche imparato che le notizie e le opinioni degli episcopabili sono in linea, e prontamente disponibili per i vari dicasteri romani, ma anche per i media e perfino per singoli fedeli: uno schizzo di scandalo una volta on-line c'è per sempre. Le ultime nomine episcopali negli Stati Uniti indicano che Roma tende a nominare sacerdoti che hanno alle spalle su carta e su internet un curriculum positivo e forte; per la maggior parte hanno lavorato a Roma o sono stati cappellani militari, dove la loro carriera è fortemente documentata.



Non credo che Roma prenda molto interesse nei sacerdoti blogger (tranne Father Z. naturalmente), anche se abbiamo tutti i nostri visitatori Vaticano regolari [già: a Messainlatino una media di una ventina pro die], visto che tendiamo a non partecipare a critiche sulle persone. Sono certo che Roma è interessatissima da ciò che dicono sui giornali on-line e sono certo che qualcuno indaga attraverso le lettere pastorali pubblicate su siti web diocesani. Un blog che dispone di influenza è Damian Thompson, anche se provo compassione per chi viene gettato nella fossa dei leoni dei suoi lettori. Corre voce che la ridicolizzazione inesorabile da parte di Damian della inettitudine pastorale di un vescovo è costata a quest'ultimo una mancata promozione in una posizione ecclesiastica elevata.

venerdì 25 dicembre 2009

L'omelia del Papa (scampato ad un'aggressione) esalta la Liturgia

Un estratto dall'omelia del Papa alla Messa di mezzanotte:


[..]
Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri!

Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “'Andiamo fino a Betlemme' … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato.

E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio.

Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.
[..]

Fonte: Magistero di Benedetto XVI

Ed ecco il filmato dell'aggressione subita dal Papa all'inizio della liturgia (senza conseguenze per il Pontefice; il povero card. Etchegaray ci ha invece rimesso il femore):





Hallelujah (silent monks)

Una possibile soluzione canora per monaci trappisti che fossero votati al silenzio... O per goliardi burloni. Haendel, che era un bon vivant, apprezzerebbe. Enjoy

Visite importanti all'Istituto Buon Pastore


Mons. Marc Aillet [nella foto], già vicario generale nella diocesi di Tolone (la più trad-friendly di Francia, e conseguentemente la più ricca di vocazioni - più di Parigi!), nominato di recente vescovo a Bayonne, conferirà il diaconato ad alcuni seminaristi dell’Istituto del Buon Pastore (IBP) nel mese di gennaio. In forma straordinaria, è ovvio. Ma ha fatto di più, non solo sul piano delle ordinazioni, ma su quello della vera “carità cattolica”, facendo una visita alla casa del Buon Pastore di Roma. Sotto il titolo di “Visita straordinaria di un vescovo poco ordinario”, titolo facile a darsi ma che rende conto del carattere di questa visita, l’abbé René Sebastien Fournié racconta in questi termini la visita del Vescovo di Bayonne: “per la prima volta dalla nostra istallazione a Roma un Vescovo è venuto a celebrare nella nostra cappella: Mons. Marc Aillet vescovo di Bayonne. Se la messa bassa del Vescovo non gioisce dei fasti delle solenni cerimonie essa è tuttavia particolarmente toccante per la sua intimità e per il raccoglimento silenzioso. Dopodiché il nostro ospite ha voluto incontrare personalmente i futuri diaconi, che ordinerà a Bordeaux il 23 gennaio prossimo. Nulla di formale, al contrario, una vera discussione, un rapporto personale".

A Roma l’IBP ha anche avuto la fortuna di avere il 10 dicembre scorso Mons. Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, venuto per una conferenza e per la celebrazione dei Vespri. Ecco quanto ne riferiscono le fonti del Buon Pastore. E notate attentamente le parole di mons. Pozzo: “dopo aver officiato i Vespri, nel corso di una conferenza sul senso dell’Avvento, ci ricorda che la storia non è né bianca né nera, ma fatta di debolezze umane e sempre illuminata da Dio. Pregate per me - ha detto - pregate perché il Papa trovi nei suoi collaboratori degli uomini di qualità e di fiducia, che lo sostengano e trasmettano il suo messaggio e i suoi progetti. La preghiera è un tratto folgorante, è la lingua della speranza, l’espressione umile della nostra fede, lontana dall’orgoglio e dalla fiducia nella propria genialità. Mons. Pozzo ci ha rallegrati in questa serata, attorno ad una cena molto francese, per mezzo della lezione semplice e pratica che ci ha dato di spirito cattolico e attraverso la constatazione e le analisi delle peripezie della Chiesa in questi ultimi anni. Dei principi chiaramente affermati e sui quali nessuna negoziazione è possibile, delle constatazioni lucide e soppesate sugli ultimi decenni. A volte il dispiacere dell’assenza di chiarezza e di orientamenti da parte della gerarchia nel passato. Un rifiuto chiaro e netto di una risposta basata sull’ideologia e sull’attivismo rivoluzionario, l’arma dei detrattori della Chiesa. Ma sempre l’idea di una vittoria calma e pacifica del bene, del bello e del vero, attraverso la catechesi, la pazienza e soprattutto l’attenzione alle persone, anche le più in contrapposizione. In fondo una lezione all’impronta del realismo, un’attitudine che nulla riesce a sorprendere, nulla a scoraggiare perché essa conosce…e dunque ama"

Bob Dylan canta "Adeste fideles " (in latino, ovviamente)




Ebbene sì. Non è un’imitazione, né un falso. E’ proprio Bob Dylan. Lo scorso 13 Ottobre infatti, è uscito, l’ultimo disco del grande cantante americano. Un disco insolito per una delle star pop degli ultimi 50 anni: un disco di canzoni di Natale: Christmas in the heart (per la Columbia).

Dice G. Bezzing, che Bob Dylan, nel rispetto della tradizione canora natalizia americana, si è affiancato a Bing Crosby, Frank Sinatra, a Johnny Cash e a Gene Autry.

E così, in un ensemble di canzoni di vario repertorio (The Christmas Blues, Do You Hear What I Hear?, Hark The Herald Angels Sing The First Noel, Winter Wonderland, Have Yourself A Merry Little Christmas, Christmas Island) ecco che Mister Zimmerman si cimenta anche nel sacro canto di Adeste Fideles.

Con l'uscita di questo bel disco, Bob Dylan ci fa porre una sardonica domanda. Cosa diranno ora i fan di Bob Dylan, che pur non conoscendo o non comprendendo appieno i testi anglofoni del grande cantante, amano le sue canzoni? E ora che ha cantato in latino, diranno anche a lui che non si capisce quello che dice, come lo dicono per le messe in latino?

giovedì 24 dicembre 2009

Cattolicesimo belga in stato di fallimento (5)

Proseguiamo, traendola dal sito francese Osservatore Vaticano, la pubblicazione del reportage sulla situazione della Chiesa in Belgio. Links alle altre parti:
prima parte
seconda parte
terza parte


Ho fatto notare, alla fine del mio ultimo articolo sulla situazione fallimentare della Chiesa belga, che sembra essersi cristallizzata nella scomparsa annunciata del sacerdozio, questa dichiarazione del Cardinal Danneels: "Ciò che la Chiesa ha perso in termini di quantità, lo ha guadagnato in qualità". Egli nel suo modo un po’ naif, ha precisato la sua sorprendente "analisi", rilasciando al giornale "Dimanche" (12/10/ 2006), un settimanale che affronta l’attualità religiosa: "E 'terribile e tragico. Non so cosa abbia causato tutto questo….. In Belgio siamo ai livelli più bassi in Europa. Mi torturo le meningi per capire. E non sono per nulla convinto che si debba cambiare il modello". Concludendo, poveretto, con un: "Non dobbiamo guardare i numeri!"

Tuttavia, Godfried Danneels, primate del Belgio, che si sta preparando a lasciare la cattedra di arcivescovo di Malines-Bruxelles, non è quell’incapace che certe osservazioni potrebbero far credere. E’ solamente una persona del tutto inadeguata alla situazione schiacciante nella quale si è trovato a dover operare. Nato a Kanegem nelle Fiandre, il 4 giugno 1933, sacerdote dal 1957, laureato in filosofia, dottore in teologia presso l'Università Gregoriana, ha insegnato presso il Seminario di Bruges, divenne vescovo di Anversa nel 1977 e arcivescovo di Malines -Bruxelles nel 1979 (nello stesso momento in cui Jean-Marie Lustiger venne nominato vescovo di Orleans, per essere promosso poi, nel 1981, arcivescovo di Parigi). Godfried Danneels prese il posto di Leon-Joseph Suenens (seguendo l’uso – che non è legge – di un primate francofono dopo uno fiammingo). E nel 1983 divenne cardinale della Chiesa romana. Naturalmente presidente della conferenza episcopale belga. In realtà è stato originariamente segnalato come un prelato wojtyliano e destinato a influenzare la linea disastrosa del suo predecessore montiniano, il cardinale Suenens. I suoi rapporti con il Cardinale Ratzinger sono stati inizialmente cordiali: il cardinale di Malines, teologo ritenuto affidabile, era stato nominato membro della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma questa fiducia, che occupava un posto importante nelle relazioni con Ratzinger, si è rapidamente deteriorata, anche perché Godfried Danneels, molto attento a non ferire nessuno, pronto a modificare la propria linea in funzione dei suoi interlocutori, pur senza essere un uomo falso, è potuto apparire ambiguo davanti al Prefetto del Sant'Uffizio.

Comunque, dal "centrista", che era originariamente considerato e messo lì per riparare i danni causati dal carismatico Suenens (carismatico in senso "conciliare" e che ha finito per pendere, come un certo numero di progressisti, per un carismatismo di compensazione), Godfried Danneels è stato, sempre di più, classificato come "progressista". Si è infatti legato alla linea Martini, arcivescovo di Milano, che è stato considerato per molto tempo il cardinale papabile contro Joseph Ratzinger. Ma il cardinale Danneels resta un progressista prudente, in confronto all'identitario timido Mons. Léonard, Vescovo di Namur. Perché, dopo tutto, la sue prese di posizione in favore del "male minore" (cioè, l'uso del preservativo ad esempio per "non mettere in pericolo la vita degli altri"), sulla morale sessuale risultano eterodossi, ma non più di quelle del cardinale Lustiger, del cardinale Schönborn o o di mons. Bruguès. Liturgicamente, se gli è capitato di sostenere posizioni quasi ratzingeriane sulle forme che sono "recepite" e non devono essere "inventate", è stato perlopiù di una debolezza notevole. Si cita ad esempio contro di lui il funerale, celebrato nel marzo 2007 dal suo assistente e delfino, il vescovo Josef De Kesel, nella Cattedrale di Bruxelles, del canonico De Locht, difensore della pianificazione familiare (fino a giustificare l'uso dell'aborto in alcuni casi) e notoriamente in consonanza con la Libera Università (massonica) di Bruxelles (ULB). Il vescovo De Kesel ha presentato il “sulfureo” defunto come una persona "coraggiosa", che ha fatto "scelte responsabili". Un altro esempio è anche la messa di cui ho già parlato, celebrata, con la sua autorizzazione, nella parrocchia di Nostra Signora du Bon Secours dalla "Comunità di Cristo liberatore" in occasione del Gay Pride. Senza dimenticare i commenti, rifacendosi ad Assisi nel quadro delle manifestazioni Bruxelles-Toussaint 2006 ("Concerto interreligioso" islamo-carismatico a N-D. Immaculée e la "veglia interreligiosa" corano-evangelica di S. Roch).

E’ del tutto comprensibile come nel 2005 si pose deliberatamente, durante la preparazione del conclave, dalla parte dell’alleanza anti-Ratzinger. Ma quale spiegazione dare al fatto della sua reazione indispettita dopo l'elezione di Benedetto XVI, quando rifiutò l'invito, com’è nella tradizione, del nuovo Papa a condividere il suo tavolo il giorno dopo il conclave? Godfried Danneels aveva forse accarezzato il sogno di applicare alla Chiesa Universale il modello belga? Davanti a una bambina di undici anni che, dopo il suo ritorno da Roma, gli chiedeva, per un giornale dell’infanzia dell’emittente pubblica fiamminga VRT, a proposito del nome che avrebbe scelto se fosse stato eletto Papa, si lasciò sfuggire questa risposta ingenua "Mi sarebbe piaciuto essere Giovanni XXIV!"

segue

Hanno sloggiato Gesù


Una meditazione natalizia di Chiara Lubich che ci manda Carmelo:


S’avvicina Natale e le vie della città s’ammantano di luci.
Una fila interminabile di negozi, una ricchezza senza fine, ma esorbitante. A sinistra della nostra macchina ecco una serie di vetrine che si fanno notare. Al di là del vetro nevica graziosamente: illusione ottica. Poi bambini e bambine su slitte trainate da renne e animaletti waltdisneyani. E ancora slitte e babbo-Natale e cerbiatti, porcellini, lepri, rane burattine e nani rossi. Tutto si muove con garbo.
Ah! Ecco gli angioletti… Macché! Sono fatine, inventate di recente, quali addobbi al paesaggio bianco.
Un bambino coi genitori si leva sulle punte dei piedini e osserva, ammaliato.
Ma nel mio cuore l’incredulità e poi quasi la ribellione: questo mondo ricco si è "accalappiato" il Natale e tutto il suo contorno, e ha sloggiato Gesù!
Ama del Natale la poesia, l’ambiente, l’amicizia che suscita, i regali che suggerisce, le luci, le stelle, i canti.
Punta sul Natale per il guadagno migliore dell’anno.
Ma a Gesù non pensa.
"Venne fra i suoi e non lo ricevettero…"
"Non c’era posto per lui nell’albergo"… nemmeno a Natale.
Stanotte non ho dormito. Questo pensiero mi ha tenuta sveglia.
Se rinascessi farei tante cose. Se non avessi fondato l’Opera di Maria, ne fonderei una che serve i Natali degli uomini sulla terra. Stamperei le più belle cartoline del mondo. Sfornerei statue e statuette coll’arte più pregiata. Inciderei poesie, canzoni passate e presenti, illustrerei libri per piccoli e adulti su questo "mistero d’amore", stenderei canovacci per rappresentazioni e film.
Non so quel che farei…
Oggi ringrazio la Chiesa che ha salvato le immagini.
Quando sono stata, venticinque anni fa, in una terra in cui dominava l’ateismo, un sacerdote scolpiva statue d’angeli per ricordare il Cielo alla gente. Oggi lo capisco di più. Lo esige l’ateismo pratico che ora invade il mondo dappertutto.
Certo che questo tenersi il Natale e bandire invece il Neonato è qualche cosa che addolora.
Che almeno in tutte le nostre case si gridi Chi è nato, facendoGli festa come non mai.

Lo spillo. L'aiuto "silenzioso" agli ebrei di Papa Pacelli, Venerabile e "Giusto tra le Nazioni".

Prendendo spunto dal buon articolo di Arrigo Levi, apparso sul quotidiano La Stampa di ieri, scriviamo con pacatezza una lettera aperta ai nostri 'Fratelli Maggiori', con indicazioni di eventi e toccanti testimonianze di ebrei contemporanei di Pio XII, che la stampa, i mass media e gli organi culturali dell'ultimo trentennio hanno però colpevolmente taciuto, contribuendo così ad alimentare quella infondata polemica che crebbe per poi diventare la spettrale condanna destinata a pesare su Pio XII: il suo silenzio. Da qualche tempo però si nota una positiva controtendenza, per cui rinasce un'obiettiva e documentata attenzione ai fatti storici che rendono giustizia al Pastor Angelicus e alla sua opera di aiuto per gli Ebrei durante lo sterminio.
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Se tanto si è dovuto attendere per la dichiarazione di "Venerabile" di un grande Pontefice, bisogna dire "grazie", tra gli altri, agli Ebrei. Ma anche a
i Vescovi e Cardinali dissidenti potrebbero essere mosse critiche, dato che hanno voce in capitolo. Ma perchè gli Ebrei dei nostri giorni tanto ce l'hanno col povero Pio XII? Perchè sembrano voler dimenticare o confutare le testimonianze dei loro padri, che quel terribile tempo di persecuzione (e quindi, anche dell'attività del Papa) hanno conosciuto e vissuto in prima persona?
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Regnante Pio XII, infatti, molte ed eminenti furono le manifestazioni di riconoscenza e di gratitudine rivoltegli per il suo aiuto in difesa degli Ebrei. Dal 1944 e ben oltre la fine del conflitto mondiale, copiosi e spontanei furono gli attestati ufficiali di riconoscimento dell'opera della Chiesa e del Papa per salvare quanti più Ebrei possibile. Ne diamo un parzialissimo resoconto.

I RICONOSCIMENTI PUBBLICI DEL MERITO DI PIO XII

(durante e terminata la II Guerra Mondiale)

a. "Risulta sempre più chiaro che gli Ebrei son stati salvati dentro le mura del Vaticano durante l'occupazione di Roma." (Jewish News di Detroit, 7.07.1944).

b. "La Santa Sede aveva fornito ai rifugiati ebrei anche cibo kosher." (Congress Weekly, 14.07.1944).

c. "Il Vaticano ha sempre aiutato gli Ebrei e gli Ebrei son grati alla carità del Vaticano, fatta e distribuita senza distinzione di razza." (American Hebrew di New York, 14.07.1944).

d. "Salvati dalla Chiesa, atti eroici di cattolici italiani. - In migliaia salvati dai cardinali ai curati di campagna. Sebbene messi pericolo per il fatto di soccorrere Ebrei, cattolici italiani aiutarono migliaia di nostri fratelli. Lo stesso Papa Pio XII ha dato asilo, entro le mura vaticane a centinaia di Ebrei senza tetto." (R. R. Resnik, sul Palestine Post del 22.01.1946).

e. I rabbini dell'esercito statunitense mandarono dettagliai rapporti sull'azione della Chiesa in favore degli ebrei italiani (Bollettino Jewish Brigade Group, giugno 1944 - Commitee on Army and Navy Religious Activity of the National Jewish Welfare Board, 21 luglio 1944).

f. Giuseppe Nathan, commissario dell'Unione delle Comunità israelitiche rese grazie, il 7.09.1945, "al Sovrano Pontefice e ai religiosi che non hanno visto nei perseguitati nient'altro che fratelli da salvare, secondo le indicazioni del Santo Padre" (L’ Osservatore Romano, 8-9-1945).

g. Il 21 settembre 1945 il dott. Leo Kubowitski, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale, fu ricevuto dal Papa Pio XII per presentargli i suoi ringraziamenti per l'opera effettuata dalla Chiesa Cattolica in tutta Europa in difesa del popolo ebraico (L’ Osservatore Romano, 23-9-1945).

h. Il mese dopo, l'11 ottobre 1945, lo stesso Congresso Ebraico Mondiale offrì 20.000 dollari alla Santa Sede come segno di riconoscenza degli sforzi profusi dalla Santa Chiesa Cattolica Romana nel salvataggio degli Ebrei perseguitati dal nazismo (New York Times, 11 octobre 1945).

i. Il 29 novembre 1945 80 ebrei delegati dai rifugiati nei campi di concentramento tedeschi, vennero ricevuti dal Papa Pio XII per potergli riferire : "siamo onoratissimi di poter ringraziare personalmente il Santo Padre per la generosità che Egli ci ha mostrato durante il terribile periodo nazista."

l. Il 9 marzo 1946, 82 sopravvissuti di Auschwitz e Dachau ringraziarono personalmente il Papa per averli aiutati a scappare, salvandoli.

m. Dieci anni dopo, in occasione delle commemorazioni della fine del conflitto mondiale, il 26 maggio 1955, l'orchestra Filarmonica d'Israele (composta da 94 professori ebrei, diretti dal Maestro Paul Kletzki), suonarono sotto le finestre del Palazzo Apostolico come segno "di riconoscenza della grandiosa opera umanitaria compiuta dal Papa per salvare un gran numero di ebrei, durante la II Guerra Mondiale" .

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Come si vede, i contemporanei del Papa, che avevano conosciuto o sperimentato la sua salvifica attività verso migliaia di ebrei, gli avevano espresso la loro sincera e spontanea riconoscenza al termine del conflitto.


IL CORDOGLIO DEGLI EBREI PER LA MORTE DI PIO XII


Nell'immediatezza della sua morte, inoltre, furono molti i sensi di cordoglio che giunsero dalle comunità ebraiche di allora, alcune delle quali espresse addirittura da autorevoli colonne di importanti quotidiani (nazionali e non). Se ne riportano alcuni a scopo di esempio.

1. L'allora Ministro degli Esteri di Israele, Golda Meir, ad esempio, appresa che ebbe la morte di Pio XII, inviò alla S. Sede un accorato telegramma: "Partecipiamo al dolore dell'umanità per la morte di S. Santità Pio XII. In periodo turbato da guerre e da discordie, egli ha mantenuto alti gli ideali più belli di pace e di carità. Quanto il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni di terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime."

2. Il Gran Rabbino di Gerusalemme di quel tempo (la più alta autorità religiosa ebraica) Isaac Herzog inviò telegramma, la mattina del 9 ottobre 1958 col seguente messaggio: "La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero. I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso".

3. Dagli Stati Uniti, il Rabbino Jacob Philip Rudin, presidente della Central Conference of American Rabbies così commentò la morte del Papa: "La Conferenza centrale dei Rabbini americani si unisce con profonda commozione ai milioni di membri della Chiesa Cattolica romana, per la morte di Pio XII. [...]. Possa il suo ricordo essere una benedizione per la vita della Chiesa cattolica Romana e per il Mondo." (L'Osservatore Romano, 10.10.1058).

4. Il Rabbino capo di Londra, Brodie, in un messaggio inviato all'Arcivescovo di Westminster, così si doleva: "Noi della Comunità ebraica abbiamo ragioni perticolari per dolerci della morte di una personalità la quale, in ogni circostanza, ha dimostrato coraggiosa e concreta preoccupazione per le vittime della sofferenza e della persecuzione." (L'Osservatore Romano, 11.10.1958).

5. Il Presidente d'Israele, Itzhak Ben-Zvi per tramite dell'Ambasciatore israeliano a Roma, trasmise il seguente messaggio di sincero cordoglio al Cardinal Tisserant (decano del S. Collegio): "... facendomi portavoce dei numerosi rifugiati ebrei, salvati dalla morte e dalle torture, per l'intercessione di Pio XII." (Christian News from Israel, vol IX, nn. 3-4-, dicembre 1958).

6. William Zunkermann, direttore di "Jewish Newsletter" (rivista ebraica americana) il 10 ottobre 1958 invitò tutti gli Ebrei d'America "a rendere omaggio e a esprimere il loro compianto perché probabilmente nessuno statista di quella generazione aveva dato agli Ebrei più poderoso aiuto nell'ora della più grande tragedia. [...] Quello che il Vaticano ha fatto è stata una delle più grandi manifestazione di 'umanitarismo' del secolo XX e ha costituito un nuovo ed efficace metodo di combattere l'antisemitismo. [...] Qualunque ebreo toccasse il Vaticano, era salvo." (The Commonweal, 7.11.1958).

7. Messaggi di cordoglio e tributi di stima furono rivolti al Papa da poco defunto anche da Leonard Bernistein (che impose un minuto di silenzio prima di iniziare un concerto dell'Orchestra Filarmonica di New York), dal Rabbino Israel Goldstein e dai membri del Comitato esecutivo sionista.

E ancora.

8. Il Rabbino Capo di Roma il 10 ottobre 1958 rendeva così omaggio a Pio XII: "Più di chiunque altri noi abbiamo abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpanto Pontefice, durante gli anni della persecuzione e del terrore, quanto ogni speranza sembrava per noi essere morta" (parole riportate dai quotidiani italiani e internazionali dell'11 ottobre 1958). Egli solennemente affermò ciò che i suoi successori sembrano aver oggi dimenticato: "Gli Ebrei si ricorderanno sempre di quello che la Chiesa Cattolica ha fatto per loro su ordine del Papa al momento della persecuzione razziale. (Le Monde 10.10.1958). (peccato che la Storia gli abbia dato torto, almeno finora, e molti ambienti della Comunità Ebraica se ne siano scordati)

9. Il Console israeliano a Milano, M. Pinchas Lapide, ebbe ad ammetere, riferendosi a Pio XII: "Non c'è Papa nella storia degli ebrei che sia mai stato ringraziato tanto calorosamente per l'aiuto e la salvezza ai loro fratelli nei momenti di grave pericolo." Anni dopo, dalle colonne dell'autorevole Le Monde il console consegnò alla Storia la conferma dell'impegno silenzioso della Chiesa. Chiaro ed inequivocabile il suo pensiero di "testimone" referenziato e attendibile (in quanto diplomatico attivo con la S. Sede): "Io posso affermare che il Papa, La Santa Sede i Nunzi e tutta la Chiesa Cattolica hanno salvato dai 150.000 ai 400.000 ebrei da una morte certa. La Chiesa Cattolica ha salvato più vite ebree da sola, che tutte le altre chiese, istituzioni religiose e organizzazioni messe insieme." (Le Monde 13.12.1963).

10. Gli ufficiali statunitensi ebrei della brigata entrata a Roma per la liberazione riferirono: "... i superstiti ebrei ci dissero con voce piena di gratitudine e di rispetto: 'Se siamo vivi bisogna ringraziare Pio XII. E' nel Vaticano, nelle chiese, nei monasteri, nelle case private che ebrei son stati tenuti nascosti per suo ordine personale. Persino sulla sinagoga vicino al Tevere aveva fatto imprimere il suo sigillo pontificio e anche i nazisti l'hanno rispettato" (Davar, 10 ottobre 1959).

L'AIUTO CONCRETO E PERSONALE DI PIO XII

Come si nota, appena morto il Papa, egli non fu criticato per quello che non aveva detto (e che avrebbe dovuto dire), ma venne ringraziato dagli stessi Ebrei per tutto ciò che aveva fatto, salvando migliaia di vite di ebrei. All'epoca nessuna polemica era sorta sui meriti indiscussi di Pio XII, e molti furono, come si è visto, i messaggi di riconoscenza delle comunità ebraiche verso di lui. Solo a Roma il Papa aveva nascosto migliaia di ebrei nei conventi, nelle chiese (ad es. S. Callisto, S. Maria in Trastevere); nei seminari (ad es. 400 presso il Seminario Romano Maggiore), li aveva protetti con lo scudo dell'extraterritorialità dello Stato della Città del Vaticano (ad es. nella Canonica di San Pietro, nel Palazzo di San Giovanni al Laterano, in S. Paolo, a Castel Gandolfo), tra le file della neutrale Guardia Palatina (con un incremento di arruolati ebrei del 1000%); o dietro i sigilli della S. Sede e dietro ai passaporti diplomatici. E altrettanto aveva fatto, dando disposizioni al clero cattolico in Italia ed in Europa. Ebbe anche a contribuire, con 15 chili d'oro, al pagamento del riscatto imposto da Kappler per impedire una deportazione che poi, proditoriamente, i nazisti effettuarono comunque.

Roma è ricca delle lapidi o targhe che furono poste ad imperitura (?) memoria della sua opera e della riconoscenza degli ebrei (lapide nel museo della Liberazione di via Tasso a Roma: "A S. S. Pio XII, gli Ebrei."; lapide sul palazzo della Curia generalizia degli Agostiniani, di fronte al colonnato di S. Pietro, ove furono salvati alcuni ebrei, "sotto l'egida caritatevole di Sua Santità Pio XII", come recita la lapide; lapide sulla facciata dell'Abbazia delle Tre Fontane, in via Laurentina, sotto arco di Carlo Magno, ecc.).

TUTTO SCORDATO?

Basterebbero queste testimonianze e i documenti citati (e i numerosi non citati) per constatare l'opera di Pio XII e il suo ordine per salvare quanti più Ebrei in Italia e in Europa, attraverso i Nunzi e gli ordini religiosi. Sarebbe bastato ricordare tutto ciò, per impedire che la memoria di un grande Papa, e della sua fatica, potessero essere così ingiuriosamente trascinate nel fango da fittizie polemiche ideologiche e meschine, note a tutti, e così difficili da sconfessare.

Tutta l'opera di Pio XII e la gratitudine dei superstiti o dei rifugiati di allora, ad un certo punto della Storia, sembrano essere state dimenticate. Cancellate. O più codardemente, ignorate, messe da un lato, derise.

E non c'è assolutamente alcuno motivo di dubitare della veridicità delle coeve testimonianze di riconoscenza per Papa Pacelli, data la loro genuinità, e spontaneità, fresca com'era la memoria della sua attività e stante la gratituine delle persone che erano vive grazie a lui.

Ulteriore conferma ne sia la mirabile conversione del Gran Rabbino di Roma, Israele Zolli (1881-1956) che il 13 febbraio 1945 fu battezzato a S. Maria degli Angeli con tutta la famiglia, scegliendo come nome di battesimo proprio Eugenio Pio, in omaggio a Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. La domenica successiva egli ricevette la Prima Comunione e la S. Cresima.
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Le testimonianze del tempo, devono essere considerate più attendibili delle successive critiche e delle infondate accuse infamanti, sul tanto disprezzato "silenzio" di Pio XII. Accuse, si sa, ingiuriose, pilotate ed ideologiche.

Il cambiamento di giudizio sul Papa e sul suo operato a difesa degli ebrei, avvenuto nella seconda metà del secolo scorso, è tristemente noto a tutti. Se ne conoscono anche i motivi, e i provocatori che dietro ad opere teatrali, culturali e sociali spingevano per una ignobile, improvvisa e inspiegabile condanna di Papa Pacelli, e con lui, di tutta la Chiesa (forse vero obiettivo delle polemiche).

FORSE LA SVOLTA?

Ma da qualche anno, finalmente, le cose stanno cambiando. I documenti e le testimonianze del tempo stanno prevalendo sulle infamie e sugli attacchi ideologici e religiosi. Ecco alcuni fatti che fanno ben sperare in una piena e meritata rivalutazione del Venerabile Pio XII.

I. Di recente, il 16 febbraio 2001, il Gran Rabbino di New York David Dalin, ha dichiarato che Pio XII è stato ingiustamente attaccato dal momento che egli può essere considerato un "Giusto" agli occhi degli Ebrei. "Egli fu un grande amico degli Ebrei, e merita di essere proclamato "Giusto tra le Nazioni", giacchè egli salvò moltisismi dei miei correligionari, molti più di Schindler. Stando a certi conti, almeno 800.000." Omaggiando Antonio Gaspari (per l'opera Gli ebrei salvati da Pio XII) il Gran Rabbino ha ricordato che "nei mesi in cui Roma era stata occupata dai Nazisti, Pio XII aveva dato istruzioni al clero di salvare gli ebrei in tutti i modi". Nel momento in cui veniva consegnata la medaglia dei "Giusti" al Cardinal Palazzini per aver salvato molti Ebrei, egli affermò. "Il merito va interamente a Pio XII". Il Gran Rabbino Dalin così concludeva il suo commento: "Mai un Papa è stato così omaggiato e ringraziato dagli Ebrei". Anche il Dott. Dalin, ha riconosciuto che subito dopo la II Guerra Mondiale e durante gli anni successivi ci furono molte manifestazione di stima verso Pio XII che gli vennero rivolte dalle più alte autorità d'Israele, dal Ministro Golda Meir, al Gran Rabbino di Gerusalemme fino al Gran Rabbino di Roma, Elio Toaff . (Intervista al Weekly Standard).

II. In tempi ancor più recenti si ha avuto finalmente un'altra conferma di correzione di rotta, rispetto alla infondata critica e monotona polemica sul preteso "silenzio" di Pio XII. Il 13 ottobre 2008, infatti, molti ebrei hanno testimoniato davanti alle telecamere di essere stati salvati dal clero cattolico, con il sostegno di Pio XII durante le persecuzioni nazziste. Tra coloro, Emanuele Pacifici, figlio di Riccardo Pacifici, Rabbino di Genova ai tempi della guerra.

III. In un bell'articolo di Arrigo Levi su Pio XII del 27.10.2008 egli ha sintetizzato quanto fin ora detto: "la Santa Sede compì ripetuti passi diplomatici, fidandosi, a torto, dell’ambasciatore tedesco, minacciando una protesta pubblica del Papa se la deportazione fosse continuata. [..] non solo a Roma ma in tutta Italia l’apertura dei conventi e l'organizzazione del salvataggio degli Ebrei e di altri perseguitati da parte del clero ebbe dimensioni tali da rendere certo, anche per molte testimonianze, che il Papa avesse dato il proprio assenso (anche se non per iscritto: sarebbe stato follia) a questa azione corale. Posso aggiungere che nei primi tempi dopo la fine della guerra le espressioni di gratitudine di Ebrei alla Chiesa e al Papa furono numerosissime. (E perchè oggi di quelle espressioni ci si è quasi dimenticati o non si dà più il giusto peso?) [...] al Laterano: dove si rifugiarono, protetti dalla extraterritorialità della sede del vescovo di Roma, non solo ebrei ma l’intero CLN centrale, con Nenni, Saragat, Ivanoe Bonomi, De Gasperi, Meuccio Ruini e altri ancora: gli ospiti del Laterano furono in totale più di 40 mila). Certo che il Papa sapeva! Tacque sulla Shoah, per prudenza, nel timore del peggio. [...] Come ebreo, mi associo a Toaff nella lode della 'grande compassionevole bontà del Papa durante gli infelici anni della persecuzione', e giustifico il suo silenzio, senza il quale molte altre migliaia di ebrei sarebbero finiti nei forni crematori"(quale fonte autorevole e obiettiva!)

III: Su Sat2000, il 23 maggio 2009 è andata in onda una obiettiva inchiesta che finalmente rende giustizia a Pio XII. "In essa sono contenute anche altre nuove testimonianze e documenti inediti che chiariscono ancora di più come la rete di salvataggio per i perseguitati, costituita da conventi, istituti religiosi e nunziature - non solo a Roma, ma anche in Italia e nel mondo - facesse capo a precise disposizioni di Pio XII" (Arrigo Levi, La Stampa del 22.05.2009)

IV Quest'anno addirittura, il 3 luglio 2009, la Fondazione Pave the way (PTWF) ha annunciato la sua intenzione di proporre al Museo della Memoria Yad Vashem, a Gerusalemme il riconoscimento del titolo di "Giusto tra le Nazioni" a Eugenio Pacelli, Papa XII (http://www.zenit.it/)

V. Padre Lombardi, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, in una nota di ieri indirizzata alla Comunita Ebraica per rassicurarli (ma si è mai visto la Chiesa che deve render conto o giustificarsi circa i propri Santi?) ha ricordato che: "L’attenzione e la preoccupazione di Pio XII per la sorte degli ebrei, cosa che certamente è rilevante per la valutazione delle sue virtù, sono largamente testimoniate e riconosciute da molti ebrei" [...] le sue scelte sono stata compiute con la pura intenzione di svolgere al meglio il servizio di altissima e drammatica responsabilità di pontefice"

La Verità Storica sta trionfando e i giusti riconoscimenti per i meriti di Pio XII stanno schiacciando la Calunnia.

PERCHE'?

Tutto ciò premesso, non si riescono a ben comprendere alcuni aspetti delle recenti vicende. Quali son le ragioni di tanta ostilità contro la beatificazione di Papa Pio XII? Perchè strumentalizzare alcuni episodi storici, distorcerli, alterarli, interpretarli a proprio comodo, per utilizzarli a scopo politico-religioso? Perchè sconfessare o ignorare le originarie posizioni ebraiche e i positivi sentimenti verso Pio XII provenienti dalla Comnunità Ebraiche di allora? Perchè tanta polemica, da dover costringere la Santa Sede a rassicurare benignamente gli Ebrei per un atto interno alla fede cattolica e che, quindi, non può e non deve riguardarli? Perchè tanta ostinazione a voler trovare a tutti i costi una colpa da addossare a quel Papa che, come si sta riscoprendo in questi ultimi anni, tanto si adoperò per salvare migliaia di vite ebree, come pochi altri fecero?

Un confronto con gli altri grandi Statisti del Mondo sarebbe meschino e squallido. Non ci può essere competizioni di tal sorta. Ma l'accanimento contro Pio XII potrebbe far ricorrere anche a questo strumento estremo in sua difesa: perchè gli Ebrei non polemizzano anche coi Capi di Stato o Capi Spirituali di altre confessioni religiose che ben si guardarono di dire quel poco che Pio XII disse? Non dimentichiamo, infatti, che comunque il Papa, se pur in manire generica, condannò le deportazioni per motivi di razza (Radiomessaggio del 24 dicembre 1942 "Questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento"). Le conseguenze di una sua più epliscita condanna non si possono sapere, ma facilmente immaginare. E non sarebbe stato opportuno correre il rischio. La condanna gli avrebbe legato le mani, e gli avrebbe impedito di agire nel silenzio. E non avrebbe risparmiato altre vite (sia di ebrei sia di cattolici).


Quali sono allora le preoccupazioni degli Ebrei circa la Canonizzazione di Pio XII? Perchè si dimenticano quelle limpide e toccanti testimonianze dei loro padri, a tal punto da sentirsi in diritto di ingerirsi sempre e indebitamente negli affarei interni della Chiesa?

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UN INVITO

Per concludere. Un cordiale e benevolo, ma pressante, invito rivolto agli Ebrei contemporanei. Rileggete le cronache dei giornali del tempo, i discorsi dei Vostri grati confratelli di allora, le loro accorate testimonianze, e le commosse parole dei Vostri onesti Rabbini di quegli anni terribili. Essi dissero che Papa Pio XII volle salvare e salvò quasi 800.000 ebrei (e il 90% di quelli a Roma). Essi gli tributarono la loro riconoscenza. Perchè non creder loro?

Dalle testimonianze poc'anzi riportate, è di tutta evidenza che essi gli assicurarono la loro gratitudine e la loro stima. Un fondamento di verità ci dev'essere pur essere, quindi, nel dire che Pio XII salvò degli ebrei. O no? Siate onesti anche Voi col defunto Pio XII così come essi lo furono con lui, da vivo. Orsù smettete di lamentare il "silenzio" del Papa, e riconoscetegli in maniera esplicita e incondizionata il merito di aver agito, salvando molte vite ebree. Ammettete che il suo aiuto concreto riscatte (e giustifica) un silenzio che, come ha dichiarato anche Arrigo Levi, si rese necessario per non provocare l'ira dello scellerato Führer e impedire l'aiuto concreto. Forse, se il Papa avesse parlato, molti di Voi, ora, non sareste qui a criticarlo. Molto probabilmente la reazione di Hitler per una condanna esplicita del nazismo e delle deportazioni da parte del Papa, avrebbe provocato una terribile rappresaglia, con effetti ancor più terrificanti dei tragici noti eventi: è tristemente documentato che in Olanda, dove vi furono esplicite condanne della chiesa locale, si salvarono solo il 20 degli ebrei e furono rastrellati perfino i conventi, deportandone i rifugiati e pure le suore di origine ebraica come Santa Edith Stein. A Roma il Papa, con la sua attività silenziosa e il suo silenzio operoso, riuscì invece a salvare ben il 90% degli Ebrei.
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Ciò che è ad oggi certo e riconosciuto è l'opera pur silenziosa del Papa. Sulla bilancia del Vostro (pre?)giudizio verso Pio XII pesa forse di più l'omissione di un'accusa esplicita ma rischiosa, anzi rovinosa, o la concreta opera umanitaria condotta dal Papa in silenzio, con immani sforzi e tra grandissimi rischi?

Il Papa non scappò da Roma, nè quando seppe del piano di Hitler di farlo rapire (insieme coi Cardinali) nè durante l'occupazione tedesca. Il Papa non smise di nascondere ebrei nei Sacri Palazzi quando gli riferirono che Hitler lo aveva saputo. Il Papa continuò a salvare ebrei pur mettendo in pericolo la propria vita e quella di altri preti, vescovi e fedeli.

E' un fatto storico che Papa Pio XII esercitò eroicamente le virtù dell'amore per i fratelli. Della generosità verso i bisognosi. Dell'accoglienza del perseguitato. Il Papa PIO XII è Venerabile! E, preghiamo, sarà, presto Beato e Santo.
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Preferite perseverate nei Vostri convincimenti e nella Vostra miopia storica? Nessun fatto storico, nessuna testimonianza dei Vostri padri, nessun argomentazione può farVi cambiare idea (o meglio, dissuaderVi dal perseverare in questa che è ormai diventata una questione politico-religiosa, nascosta dietro questioni storiche?). Ma almeno non ingeriteVi negli affari interni di casa nostra (dai nostri Santi alle nostre preghiere, come quella del Venerdì Santo). Così come noi, d'altronde, non lo facciamo con i Vostri: tollerereste un'ingerenza della S. Sede sulla nomina dei Vostri Gran Rabbini di Gerusalemme? Tollerereste giudizi di merito sulle Vostre preghiere del Sabato o sulla foggia dei peòt? O su altre questioni della Vostra Religione?

E ricordate: le altrui scelte religiose (se lecite, legittime ed inoffensive, beninteso!) non possono sempre essere prese avendo quale unico criterio di opportunità, unicamente la Vostra facile suscettibilità e il Vostro continuo risentimento che, in questo caso, è del tutto fuori luogo.

Con cordialità