Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

lunedì 30 novembre 2009

New York Times: "40 anni di nuova messa hanno portato caos e banalità"

Ci sono degli eventi in apparenza piccoli che, più di molti altri, danno una precisa indicazione dei 'segni dei tempi' e dell'evoluzione della società e delle opinioni. Uno di questi ci appare con sicurezza il fatto che l'articolo che segue, che fino a pochissimi anni fa sarebbe stato liquidato come nostalgico, reazionario, integralista, ecc., sia apparso ieri sul prestigioso (e diffusissimo) New York Times. E' la dimostrazione che quanto leggerete, e che noi sottoscriviamo convinti, sta diventando sempre più la convinzione comune della più larga parte della società. In particolare dei meno anziani. E specie negli Stati Uniti, una nazione di gente pragmatica, meno permeabile alle ideologie e quindi meglio in grado di giudicare con buon senso se qualcosa (nel caso: la riforma liturgica di 40 anni fa) ha funzionato oppure ha miseramente fallito. E, ricorrendo quest'ultimo caso, in che modo reagire. Una lettura che raccomandiamo, in particolare, ai vescovi della nostra Penisola ed a tutti i chierici dai sessant'anni in su. Anche per loro, non è mai troppo tardi...



L’Appeal della Messa in latino


Entrando in chiesa, 40 anni fa, in questa prima Domenica di Avvento, molti Cattolici si saranno chiesti dov’erano finiti. Non solo il sacerdote parlava in inglese invece che in latino, ma era rivolto verso la congregazione invece che verso il tabernacolo; persone laiche si davano da fare intorno all’altare con funzioni che prima erano esclusive ai sacerdoti e musica popolare riempiva l’aria. I grandi cambiamenti del Concilio Vaticano II avevano preso il via.

Tutto questo fu una radicale rottura dalla Messa Tradizionale in Latino, codificata nel 16° secolo dal Concilio di Trento. Per secoli quella Messa era servita come un sacrificio strutturato con precise regole, chiamate rubriche, che non erano opzionali. Si deve fare così, diceva il libro. Nel 1947 poi, Papa Pio XII emise un’enciclica sulla liturgia che rinnegava la modernizzazione – scriveva che l’idea di eventuali cambiamenti alla Messa Tradizionale in Latino gli causava grave dolore.

Paradossalmente, comunque, fu Papa Pio stesso largamente responsabile per i notevoli cambiamenti del 1969. Fu lui a nominare, nel 1948, l’architetto responsabile della nuova Messa, Annibale Bugnini, a capo della commissione liturgica.

Bugnini nacque nel 1912 e fu ordinato sacerdote Vincenziano nel 1936. Non aveva ancora compiuto dieci anni di lavoro parrocchiale che Pio XII lo nominò segretario della Commissione per la riforma della liturgia. Negli anni ‘50, Bugnini diresse la grossa revisione alle liturgie per la Settimana Santa. Di conseguenza, il Venerdi Santo del 1955, i fedeli si riunirono al sacerdote nella preghiera del Padre Nostro e il sacerdote si rivolgeva alla congregazione per alcune parti della liturgia.

Il successore, Giovanni XXIII, nominò Bugnini segretario alla commissione preparatoria per la liturgia del Concilio Vaticano II; in quella posizione collaborò con sacerdoti cattolici e, sorprendentemente, anche con dei pastori protestanti per la riforma liturgica. Nel 1962 scrisse quella che sarebbe poi divenuta la Costituzione della Sacra Liturgia, il documento che diede forma alla nuova Messa.

Molte delle riforme di Bugnini erano dirette a favorire i non-cattolici, e molti cambiamenti furono effettuati emulando i servizi protestanti, incluso sistemare l’altare in modo da rivolgersi verso il popolo invece del sacrificio verso l’oriente liturgico. Come disse: ‘Dobbiamo spogliare la nostra [..] liturgia cattolica di tutto quanto può essere l’ombra di una pietra d’inciampo per i nostri fratelli separati, cioè, per i Protestanti’ (Paradossalmente, gli Anglicani che si riuniranno alla Chiesa grazie all’accoglienza dell’attuale Papa, useranno una liturgia che spesso prevede il sacerdote che assieme al popolo è rivolto ad orientem).

Come ha potuto Bugnini effettuare tali grandi cambiamenti? In parte perché nessuno dei papi per i quali lavorava erano liturgisti. Bugnini ha cambiato così tante cose che il successore di Giovanni, Paolo VI, non riusciva a stare al passo con le ultime direttive. Una volta il papa fece un’osservazione sui paramenti liturgici che gli avevano preparato esclamando che erano del colore sbagliato, ma gli fu risposto che lui stesso aveva eliminato la celebrazione dell’ottava di Pentecoste e quindi non poteva più indossare i relativi paramenti color rosso per la Messa. E il cerimoniere del papa fu testimone che Paolo VI scoppiò in lacrime.

Bugnini cadde in disgrazia nel 1970. Furono diffuse voci dalla stampa italiana che era un massone, cosa che se fosse stata vera avrebbe meritato la scomunica. Il Vaticano non ha mai negato le affermazioni, e nel 1976 Bugnini, allora arcivescovo, fu esiliato in un posto cerimoniale in Iran. Morì, in gran parte dimenticato, nel 1982.

Ma la sua eredità continuò a vivere. Papa Giovanni Paolo II ha proseguito le liberalizzazioni della Messa, consentendo alle femmine di servire al posto di chierichetti e permettendo ad uomini e donne non ordinati di distribuire la comunione nelle mani dei destinatari in piedi. Anche organizzazioni conservatrici, come l'Opus Dei, hanno adottato le riforme liturgiche liberali.

Ma Bugnini, può avere finalmente incontrato il suo avversario in Benedetto XVI, un celebrato liturgista egli stesso, che non è fan degli ultimi 40 anni di cambiamento. Cantando in latino, con indosso paramenti antichi e distribuendo la Comunione solo sulla lingua (piuttosto che nelle mani) di cattolici in ginocchio, Benedetto XVI ha lentamente invertito le innovazioni dei suoi predecessori. E la Messa in latino è tornata, almeno entro certi limiti, in luoghi come Arlington, Virginia, dove una su cinque parrocchie offrono la vecchia liturgia.

Benedetto capisce che i suoi sacerdoti più giovani e seminaristi - la maggior parte nati dopo il Vaticano II - stanno aiutando a condurre una controrivoluzione. Essi apprezzano il valore della bellezza della Messa solenne e il canto di che l’accompagna, l'incenso e la solennità. Sacerdoti in tonaca e suore in abito sono di nuovo comuni; enti tradizionalisti come l'Istituto di Cristo Re si stanno espandendo.

All'inizio di questo decennio, Benedetto XVI (allora cardinale Joseph Ratzinger) ha scritto: "Il girarsi del sacerdote verso il popolo ha trasformato la comunità in un circolo chiuso in se stesso. Nella sua forma esteriore, non si apre più su quello che ci sovrasta e ci trascende, ma è chiuso in se stesso. " Aveva ragione: 40 anni della nuova Messa hanno portato il caos e la banalità nel segno più visibile e esteriore della Chiesa. Benedetto XVI vuole un ritorno all'ordine e al significato. Così, a quanto pare, anche la prossima generazione di cattolici.

Kenneth J. Wolfe

Fonte: New York Times 29.11.2009

30 novembre 1969: nigro notanda lapillo

Oggi è il quarantesimo anniversario di un tristissimo evento: la proibizione del Sacro rito della Messa che aveva fin'allora accompagnato la Chiesa dagli albori apostolici, e la sua sostituzione con un prodotto per ottenere il quale (usiamo le parole di Joseph Ratzinger) "si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti"(La mia vita)

Continuiamo a citare: "Negli anni trascorsi da allora è innegabile che si è fatto sempre più tristemente percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si mostra la porta al bello ateleologico nella chiesa e in suo luogo ci si assoggetta esclusivamente all'"uso". Ma i brividi che incute la liturgia postconciliare, fattasi opaca, o semplicemente la noia che essa provoca con il suo gusto per il banale e con la sua mediocrità artistica non chiariscono la questione" (La festa della Fede). "Il risultato non è stata una rianimazione ma una devastazione. Da un canto, abbiamo una liturgia degenerata in “show”, nella quale si cerca di rendere la religione interessante con l’aiuto di idiozie alla moda e di massime morali seducenti" (Prefazione a K. Gamber)

Quarant'anni fa, la Chiesa Cattolica intraprendeva una strada autolesionista, che ha condotto nel giro di pochi decenni ad una profondissima ed estesissima "apostasia silenziosa" (espressione di Giovanni Paolo II). E la causa principale di questo esito di devastazione è proprio quello sconvolgimento liturgico di 40 anni orsono: "Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia", ha scritto l'allora card. Ratzinger nella sua autobiografia. Per questa infausta ricorrenza il nostro blog è listato a lutto. Anche in memoria delle persecuzioni e dei soprusi che dovettero subire i sacerdoti e i laici che avevano saputo conservare senso critico, e buon senso, rifiutando di inchinarsi agli idola fori di quella infelice generazione.

Riportiamo di seguito la costituzione che sanzionò quella decisione foriera di danno, e di seguito un'allocuzione di Paolo VI che, sorprendentemente, mostra di comprendere appieno buona parte del nocumento che stava per compiersi. Egli sperava e credeva che la rinunzia ad un patrimonio inestimabile portasse a vantaggi futuri maggiori. L'esperienza di questi quarant'anni ha mostrato con agghiacciante sovrabbondanza che l'analisi di Papa Montini era fondata solo nella pars destruens.

COSTITUZIONE APOSTOLICA MISSALE ROMANUM

VIENE PROMULGATO IL MESSALE ROMANO RINNOVATO PER ORDINE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

PAULUS VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO
A PERPETUA MEMORIA



Il Messale Romano, promulgato nel 1570 dal Nostro Predecessore san Pio V per ordine del Concilio di Trento (Cf Const. Apost. Quo primum, 13 luglio 1570), è per comune consenso uno dei numerosi e ammirevoli frutti che quel Santo Concilio diffuse in tutta la Chiesa.

Per quattro secoli infatti, non solo ha fornito ai sacerdoti di rito Latino la norma per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, ma venne anche diffuso in quasi tutto il mondo dai predicatori del Vangelo. Inoltre, innumerevoli santi hanno abbondantemente nutrito la loro pietà verso Dio attingendo da quel messale le letture della Sacra Scrittura o le preghiere, la cui disposizione generale risaliva in gran parte a san Gregorio Magno.

Ma da quando si è sviluppato e diffuso nel popolo cristiano il movimento liturgico che, secondo l'espressione del Nostro Predecessore Pio XII, di venerata memoria, deve essere considerato come un segno della provvidenziale disposizione di Dio per gli uοmini del nostro tempo, un passaggio salutare dello Spirito Santo nella sua Chiesa (Cf PIO ΧII, Allocuzione ai partecipanti al primo Convegno nazionale di Liturgia pastorale, tenuto ad Assisi il 22 settembre 1956: AAS 48, 1956, p. 712), si è sentita l'esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l'opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa (Cf. S. CONGREGRAZIONE DEI RITI, Decr. Dominicae Resurrectionis, 9 febbraio 1951: AAS 43, 1951, pp. 128 ss.; Decr. Maxima redemptionis nostrae mysteria, 16 novembre 1955: AAS 47, 1955, pp. 838 ss.), che costituì il primo passο dell'adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea.

Il recente Concilio Ecumenico Vaticano II, promulgando la Costituzione Sacrosanctum Concilium, ha posto le basi della riforma generale del Messale Romano, stabilendo che: L'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà, da essi significate, siano espresse più chiaramente (Cf CONC. VAT. II, Const. sulla sacra liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 21; AAS 56, 1964, p. 106); che: L'Ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli (Cf ibid., n. 50, p. 114); e inoltre: Perché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia (Cf ibid., n. 51, p. 114); e infine che: Venga redatto un nuovo rito della concelebrazione da inserirsi nel Pontificale e nel Messale Romano (Cf ibid., n. 58, p. 115).

Non bisogna tuttavia pensare che tale revisione del Messale Romano sia stata improvvisata: le hanno, senza dubbio, aperta la via i progressi che la scienza liturgica ha compiuto negli ultimi quattro secoli.

Se infatti, dopo il Concilio di Trento, molto ha contribuito alla revisione del Messale Rοmano lo studio degli antichi manoscritti dello Biblioteca Vaticana e di altri, raccolti da ogni parte, come dice la costituzione apostolica Quoniam primum del Nostro Predecessore san Pio V, da allora sono state scoperte e pubblicate le più antiche fonti liturgiche, e nello stesso tempo sono state meglio conosciute le formule liturgiche della Chiesa Orientale; e così molti hanno insistito, perché tali ricchezze dottrinali e insieme spirituali non rimanessero nell'oscurità delle biblioteche, ma venissero invece messe in luce per rischiarare e nutrire la mente e l'animo dei cristiani.

Presentiamo ora, a grandi linee, la nuova composizione del Messale Romano. Anzitutto, nella Institutio Generalis, che serve come introduzione al libro, sono esposte le nuove norme per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, sia per ciò che riguarda i riti e le funzioni di ciascuno dei partecipanti, sia per ciò che concerne la suppellettile e i luoghi sacri. L'innovazione maggiore riguarda la Preghiera Eucaristica.

Mentre nel rito romano, la prima parte di tale Preghiera, il Prefazio, ha assunto lungo i secoli formulari diversi, l'altra parte invece, chiamata Canon Actionis, ha assunto, tra il IV e V secolo, una forma invariabile, al contrario delle Liturgie Orientali, che ammettevano una certa varietà nelle loro Anafore. In tale opera, oltre ad avere arricchita la Preghiera Eucaristica di un gran numero di Prefazi, presi dall'antica tradizione della Chiesa Romana, o composti ex nοvο, al fine di mettere in luce i diversi aspetti del mistero della salvezza e di offrire pii ricchi motivi di azione di grazie, abbiamo deciso di aggiungere alla medesima preghiera tre nuovi Canoni. Tuttavia, per motivi di ordine pastorale, e anche di facilitare la concelebrazione, abbiamo stabilito che le parole del Signore, siano uguali in ciascun formulario del Canone. Stabiliamo pertanto che in ciascuna delle Preghiere Eucaristiche, esse siano così espresse: sul pane: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO È IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI; e sul calice: PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO È IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI. FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME. L'espressione MISTERO DELLA FEDE, tolta dal contesto delle parole del Signore, e detta dal sacerdote, serve come da introduzione all'acclamazione dei fedeli.

Per ciò che riguarda l'Ordinario della Messa, i riti, pur conservandone fedelmente la sostanza, sono stati semplificati (Cf ibid. n. 50, p. 114). Si sοno pure tralasciati quegli elementi che con il passare dei secoli furono duplicati o meno utilmente aggiunti (Ibid.), soprattutto nei riti dell'offerta del pane e del vino e in quelli della frazione del pane e della Comunione.

Si sono pure ristabiliti, secondo le tradizioni dei Padri, alcuni elementi che con il tempo erano andati perduti (Cf ibid.); per esempio l'Omelia (Cf ibid. n. 52. p. 114), la Preghiera universale o Preghiera dei fedeli (Cf ibid. n. 53, p. 114), l'atto penitenziale, cioè l'atto di riconciliazione con Dio e con i fratelli, all'inizio della Messa, che giustamente è stato rivalutato.

Secondo la prescrizione del Concilio Vaticano II, che stabiliva: In un determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti della Sacra Scrittura (Cf ibid. n. 51, p. 114), tutto il complesso delle Letture delle domeniche è suddiviso in un ciclo di tre anni. Inoltre in tutti i giorni festivi, le letture dell'Epistola e del Vangelo sono precedute da un'altra lettura tratta dall'Antico Testamento oppure, nel Tempo Pasquale, dagli Atti degli Apostoli. In tal modo è messo più chiaramente in luce lo sviluppo del mistero della salvezza, a partire dallo stesso testo della rivelazione. Tale larghissima abbondanza di letture bibliche, che propone ai fedeli nei giorni festivi la parte più importante della Sacra Scrittura, viene completata da altre parti dei libri santi letti nei giorni feriali.

Tutto ciò è ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli quella fame d'ascoltare la parola del Signore (Cf Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova Alleanza alla perfetta unità della Chiesa. Con queste disposizioni nutriamo viva speranza che sacerdoti e fedeli prepareranno più santamente il loro animo alla Cena del Signore, e nello stesso tempo, meditando più profondamente le Sacre Scritture, si nutriranno ogni giorno di più delle parole del Signore. Secondo quanto è detto dal Concilio Vaticano II, le Sacre Scritture saranno cosi per tutti una sorgente perenne di vita spirituale, un mezzo di prim'ordine nel trasmettere la dottrina cristiana e infine l'essenza stessa di tutta la teologia.

In questo rinnovamento del Messale Romano oltre ai tre cambiamenti, di cui si è parlato sopra, e cioè la Preghiera Eucaristica, il Rito della Messa e il Lezionario della Messa, anche altre parti sono state rivedute e considerevolmente modificate: il Temporale, il Santorale, il Comune dei Santi, le Messe Rituali e le Messe votive. Un'attenzione particolare è stata dedicata alle Orazioni, che non solo sono state aumentate di numero, perché le nuove orazioni rispondessero meglio alle nuove necessità dei tempi, ma anche quelle più antiche sono state riportate alla fedeltà degli antichi testi. Per ciascuna feria dei tempi liturgici principali, Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, si è provveduto a un'Orazione propria.

Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato. Ma, per una migliore comprensione, è stato restaurato il Salmo Responsoriale, a cui spesso si riferiscono sant'Agostino e san Leone Magno, e sono state adattate le Antifone d'ingresso e di Comunione per le Messe lette.

Infine, vogliamo qui riassumere efficacemente quanto abbiamo finora esposto sul nuovo Messale Romano.

Il Nostro Predecessore san Piο V, promulgando l'edizione ufficiale del Messale Romano, lo presentò al popolo cristiano come fattore di unità liturgica e segno della purezza del culto della Chiesa. Allo stesso modo
Noi abbiamo accolto nel nuovo Messale legittime varietà e adattamenti, secondo le norme del Concilio Vaticano II (Cf CONC. VAT. II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, nn. 38-40: AAS 56 (1964), p. 110); tuttavia confidiamo che questo messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l'unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste, per mezzo del nostro sommo Sacerdote Gesù Cristo, nello Spirito Santo, più fragrante di ogni incenso, una sola e identica preghiera.

Le prescrizioni di questa Costituzione andranno in vigore il 30 novembre del corrente anno, prima Domenica di Avvento.

Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere in contrario nelle Costituzioni e negli Ordinamenti Apostolici dei Nostri Predecessori e in altre disposizioni. anche degne di particolare menzione e deroga.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 3 aprile 1969, Giovedì Santo, anno sesto del Nostro Pontificato.


PAOLO PP. VI
***

Allocuzione all'udienza generale ai fedeli del 26 novembre 1969

Diletti Figli e Figlie!

Ancora noi vogliamo invitare i Vostri animi a rivolgersi verso la novità liturgica del nuovo rito della Messa, il quale sarà instaurato nelle nostre celebrazioni del santo Sacrificio, a cominciare da domenica prossima, prima Domenica dell’Avvento, 30 novembre. Nuovo rito della Messa: è un cambiamento, che riguarda una venerabile tradizione secolare, e perciò tocca il nostro patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’un’intangibile fissità, e dover portare sulle nostre labbra la preghiera dei nostri antenati e dei nostri Santi, e dare a noi il conforto di una fedeltà al nostro passato spirituale, che noi rendevamo attuale per trasmetterlo poi alle generazioni venture. Comprendiamo meglio in questa contingenza il valore della tradizione storica e della comunione dei Santi. Tocca questo cambiamento lo svolgimento cerimoniale della Messa; e noi avvertiremo, forse con qualche molestia, che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione. Questo cambiamento tocca anche i fedeli, e vorrebbe interessare ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale.

Ci dobbiamo preparare a questo molteplice disturbo, ch’è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini. E potremo notare che le persone pie saranno quelle maggiormente disturbate, perché avendo un loro rispettabile modo di ascoltare la Messa si sentiranno distolte dai loro consueti pensieri e obbligate a seguirne degli altri. I sacerdoti stessi proveranno forse qualche molestia a tale riguardo.

Che cosa fare in questa speciale e storica occasione?

Innanzi tutto: prepararci. Non è piccola cosa questa novità; non dobbiamo lasciarci sorprendere dall’aspetto, e forse dal fastidio, delle sue forme esteriori. È da persone intelligenti, è da fedeli coscienti informarsi bene circa la novità, di cui si tratta. Per merito di tante buone iniziative ecclesiali ed editoriali questo non è difficile. Come altra volta dicevamo, sarà bene che ci rendiamo conto dei motivi, per i quali è introdotta questa grave mutazione: l’obbedienza al Concilio, la quale ora diviene obbedienza ai Vescovi che ne interpretano e ne eseguiscono le prescrizioni; e questo primo motivo non è semplicemente canonico, cioè relativo ad un precetto esteriore; esso si collega al carisma dell’azione liturgica, cioè alla potestà e all’efficacia della preghiera ecclesiale, la quale ha nel Vescovo la sua voce più autorevole, e quindi nei Sacerdoti, che ne coadiuvano il ministero, e che come lui agiscono «in persona Christi» (cfr. S. IGN., Ad Eph., IV): è la volontà di Cristo, è il soffio dello Spirito Santo, che chiama la Chiesa a questa mutazione. Dobbiamo ravvisarvi il momento profetico, che passa nel corpo mistico di Cristo, ch’è appunto la Chiesa, e che la scuote, la risveglia, e la obbliga a rinnovare l’arte misteriosa della sua preghiera, con un intento, che costituisce, com’è stato detto, l’altro motivo della riforma: associare in maniera più prossima ed efficace l’assemblea dei fedeli, essi pure rivestiti del «sacerdozio regale», cioè dell’abilitazione alla conversazione soprannaturale con Dio, al rito ufficiale sia della Parola di Dio, sia del Sacrificio eucaristico, donde risulta composta la Messa.

IL PASSAGGIO ALLA LINGUA PARLATA

Qui, è chiaro, sarà avvertita la maggiore novità: quella della lingua. Non più il latino sarà il linguaggio principale della Messa, ma la lingua parlata. Per chi sa la bellezza, la potenza, la sacralità espressiva del latino, certamente la sostituzione della lingua volgare è un grande sacrificio: perdiamo la loquela dei secoli cristiani, diventiamo quasi intrusi e profani nel recinto letterario dell’espressione sacra, e così perderemo grande parte di quello stupendo e incomparabile fatto artistico e spirituale, ch’è il canto gregoriano. Abbiamo, sì, ragione di rammaricarci, e quasi di smarrirci: che cosa sostituiremo a questa lingua angelica? È un sacrificio d’inestimabile prezzo. E per quale ragione? Che cosa vale di più di questi altissimi valori della nostra Chiesa? La risposta pare banale e prosaica; ma è valida; perché umana, perché apostolica. Vale di più l’intelligenza della preghiera, che non le vesti seriche e vetuste di cui essa s’è regalmente vestita; vale di più la partecipazione del popolo, di questo popolo moderno saturo di parola chiara, intelligibile, traducibile nella sua conversazione profana. Se il divo latino tenesse da noi segregata l’infanzia, la gioventù, il mondo del lavoro e degli affari, se fosse un diaframma opaco, invece che un cristallo trasparente, noi, pescatori di anime, faremmo buon calcolo a conservargli l’esclusivo dominio della conversazione orante e religiosa? Che cosa diceva San Paolo? Si legga il capo XIV della prima lettera ai Corinti: «Nell’assemblea preferisco dire cinque parole secondo la mia intelligenza per istruire anche gli altri, che non diecimila in virtù del dono delle lingue» (19 ecc.). E Sant’Agostino sembra commentare: «Purché tutti siano istruiti, non si abbia timore dei professori» (P.L. 38, 228, Serm. 37; cfr. anche Serm. 299, p. 1371). Ma del resto il nuovo rito della Messa stabilisce che i fedeli «sappiano cantare ‘insieme, in lingua latina, almeno le parti dell’ordinario della Messa, e specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore, il Padre nostro» (n. 19). Ma ricordiamolo bene, a nostro monito e a nostro conforto: non per questo il latino nella nostra Chiesa scomparirà; esso rimarrà la nobile lingua degli atti ufficiali della Sede Apostolica; resterà come strumento scolastico degli studi ecclesiastici e come chiave d’accesso al patrimonio della nostra cultura religiosa, storica ed umanistica; e, se possibile, in rifiorente splendore.

PARTECIPAZIONE E SEMPLICITÀ

E finalmente, a ben vedere, si vedrà che il disegno fondamentale della Messa rimane quello tradizionale, non solo nel suo significato teologico, ma altresì in quello spirituale; questo anzi, se il rito sarà eseguito come si deve [Paolo VI prevedeva che il suo Messale avrebbe aperto la via a tanti abusi?], manifesterà una sua maggiore ricchezza, resa evidente dalla maggiore semplicità delle cerimonie, dalla varietà e dall’abbondanza dei testi scritturali, dall’azione combinata dei vari ministri, dai silenzi che scandiscono il rito in momenti diversamente profondi [dove, quando?], e soprattutto dall’esigenza di due requisiti indispensabili: l’intima partecipazione d’ogni singolo assistente, e l’effusione degli animi nella carità comunitaria; requisiti che devono fare della Messa più che mai una scuola di profondità spirituale e una tranquilla ma impegnativa palestra di sociologia cristiana [!]. Il rapporto dell’anima con Cristo e con i fratelli raggiunge la sua nuova e vitale intensità. Cristo, vittima e sacerdote, rinnova ed offre, mediante il ministero della Chiesa, il suo sacrificio redentore, nel rito simbolico della sua ultima cena, che lascia a noi, sotto le apparenze del pane e del vino, il suo corpo e il suo sangue, per nostro personale e spirituale alimento, e per la nostra fusione nell’unità del suo amore redentore e della sua vita immortale.


Paolo VI

domenica 29 novembre 2009

Ultima Ansa: minareti in Svizzera?

manifesto del referendum
(Stop: sì al divieto ai minareti)

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Domenica 29 novembre, ore 13.03 - L'agenzia Ansa.it riporta le proiezioni dell'Istituto gfs.bern circa il referendum che si sta svolgendo in Svizzera.
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Uno dei due quesiti referendari riguarda l'approvazione di una legge che proibisca l'erezione di nuovi minareti in suolo elvetico. Essi son visti dai cittadini d'oltralpe non tanto come luoghi di culto o centri religiosi, ma come quartier generali di un certo potere politico-sociale diverso e altro rispetto a quello istituzionale. E per tanto indesiderati, almeno fintantochè anche quella parte di musulmani troppo integralista non si decida ad adeguarsi alle norme legislative, culturali e di pacifica coesistenza del/nel Paese che li ospita.
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L'iniziativa popolare è stata lanciata dall'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e dall'Unione democratica federale (UDF, destra ispirata alla Bibbia).
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Sulle percentuali delle proiezioni, su altri particolari del referendum e sull'e diverse opinioni dei cittadini svizzeri al riguardo si legga swissinfo.ch:

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AGGIORNAMENTO: Il referendum anti-minareti è stato approvato dal 57,5% dei votanti. Pubblichiamo un articolo di Tosatti che riferisce della stizzita reazione dei vescovi elvetici (che avevano invitato a votare contro il referendum).


MARCO TOSATTI

Grande sorpresa e delusione dei vescovi cattolici per il "sì" degli elettori svizzeri alla proposta dell'estrema destra di vietare la costruzione di minareti in Svizzera: 'il sì al referendum aumenta i problemi della coabitazione tra religioni e culture - afferma la nota firmata dalla Conferenza episcopale elvetica - e per i pastori della Chiesa cattolica rappresenta un ostacolo e una grande sfida sul cammino dell'integrazione nel dialogo e nel rispetto reciproco; evidentemente non si e' riusciti a mostrare al popolo che il divieto di costruzione di minareti non contribuisce ad una sana coabitazione delle religioni e delle culture, ma al contrario la deteriora".

Echi tridentini: Vincenzo Consolo

Nato a Sant’Agata di Militello nel 1933, Vincenzo Cònsolo è considerato uno dei più validi fra gli scrittori italiani viventi; in particolare, a me sembra interessante il romanzo del ’76 dal titolo Il sorriso dell’ignoto marinaio, e decisamente bello Nottetempo, casa per casa del 1992 (Oscar Mondadori).

Spigoloso ma dotato di originalità e di carattere, Consolo rivendica con coerenza una totale estraneità alla fede cattolica, abbandonata fin dall’adolescenza. Entra però a buon diritto, in questa nostra rassegna, il suo Requiem per le vittime della mafia, che risale al 1993 (nell’anno precedente erano stati assassinati, con gli agenti di scorta e non solo: Giovanni Falcone il 23 maggio e Paolo Borsellino il 19 luglio).

Si tratta della traduzione in italiano – in una lingua, peraltro, di registro alto, con venature arcaiche, arricchita da parole provenienti dalla tradizione dialettale siciliana – dei testi latini della Messa dei defunti e del rito delle esequie, musicata da un gruppo di giovani compositori ed eseguita per la prima volta nella cattedrale di Palermo il 27 marzo del ’93. Per l’esattezza, l’Introito e il Kyrie furono affidati a Lorenzo Ferrero, il Dies irae a Carlo Galante, l’Offertorio a Paolo Arcà, il Sanctus a Matteo D’Amico, l’Agnus Dei a Giovanni Sollima, il Communio (Lux aeterna) a Marco Betta, il Libera me Domine a Marco Tutino (ideatore dell’iniziativa e coordinatore).

Per dare un’idea della robustezza e dell’efficacia dell’impasto linguistico elaborato per l’occasione da Vincenzo Consolo, riportiamo qui di seguito il testo del Dies irae, dell’Offertorio (Domine Jesu Christe) e del Libera me Domine:


*


Il giorno dell’ira, giorno tremendo,
in bagliore finirà questo mondo,
disse David, profetò la Sibilla.

Rigore, attasso, tremore d’ossa
allor che il Giudice dall’alto seggio
fredda la mente, grave inquisirà.

Lancia la tromba orrendo suono
per ogni tomba dissolta, remota,
suscita, spinge davanti al Trono.

Stupirà Morte, stupirà Natura
quando s’alza, risorge il sepolto
per la sentenza del Giudice sommo.

Implacabile denunzia quel libro
dove errori, peccati son scritti:
istruttoria del misero mondo.

E quell’occhio del Giudice assiso
svelerà colpe oscure, rimosse:
nulla, nessuno rimane impunito.

Il giorno dell’ira, giorno tremendo,
in fragore finirà questo mondo,
disse David, profetò la Sibilla.

Me meschino, muto, impetrato
qual difensore potrà discolpare
se solo il giusto sarà perdonato?

O Maestà, o tremendo Potere,
che per tua grazia salvi chi salvi,
salva me, fiumara di grazia.

Gesù d’amore, fratello, perdona
me artefice del tuo calvario,
non dannarmi quel giorno fatale.

Giusto, Giudice, d’esatta scolenza,
concedi grazia, rimetti mia pena
prima che giunga l’estremo verdetto.

Colpevole, piango, gemo, làstino,
vampe, sudori segnano il volto,
proscioglimi, Dio, ti supplico.

È miserevole la mia istanza,
ma Tu, Magnanimo, dalle valenza:
no, non mi consumi fiamma di zolfo.

Tu separami dall’orda dannata,
Tu aggregami alla schiera beata,
ponimi in alto, Dio, in salvamento.

Scacciàti nel baratro ardente
i malvagi da Te maledetti,
voca me, o Signore, nel cielo,
dammi infine la pace, l’abènto.

Il giorno dell’ira, giorno tremendo,
in faville finirà questo mondo,
disse David, profetò la Sibilla.

Quell’altro giorno di pianto, clamore
in cui ognuno da cenere, fuoco
torna al giudizio, clemenza,
Dio, per loro, creature di pena,
soccorso, Cristo, umano fratello.
Pace e luce concedi, e riposo.



*


O Tu Signore, o Cristo, di gloria
Re glorioso, dei nostri màrtiri
libera l’anima da grave pena
d’oscuro abisso, libera loro
da atroce strazio, non li dilanii
ordigno infame: il sant’alfiere
Michele arcangelo l’anime porti
a quella luce che Dio promise
alla pia stirpe di padre Abramo.



*


Vita eterna, Dio, non la morte
per me, l’ora, il giorno tremendo
quando cielo e terra si squarciano:
Tu appari nel tribunale del mondo
a leggere sentenze di fuoco.
Verga a verga io tremo, io temo
l’ira gelida sotto il processo,
quando cielo, terra sconquassano.
Ira, sciagura, rovina quel giorno,
quel giorno immenso, d’immensa pena.
Pace, pace, o Signore, riposo,
terso cielo per loro, luminoso.


[In attesa delle novità – Dio ce la mandi buona! – annunciate dalla Conferenza Episcopale Italiana a proposito del nuovo nuovissimo rito delle esequie, risfogliavo l’altro giorno il numero monografico della “Rivista liturgica” (n. 1, 2008) dedicato al tema “Celebrare con il Messale di Pio V”. Ammiravo la tenacia con cui Maurizio Barba, nel suo contributo alle pagine 142 sgg., insiste sulla straordinaria ricchezza del rito bugninico-riformato: tutte le preghiere tradizionali per i defunti vi hanno trovato posto, nulla è stato soppresso (o quasi...). Poi ripensavo al Requiem di Consolo e mi veniva voglia di argomentare: caro Barba, che un agnostico inossidabile, volendo rendere onore e memoria a due martiri di oggi, a due combattenti della legalità contro la barbarie, scelga senza esitare il testo latino della Tradizione e non degni di uno sguardo il “ricchissimo” repertorio post-conciliare; e che attinga agli esiti più alti e commossi proprio (ma guarda un po’!) traducendo i testi che la riforma annibalica ha brutalmente cancellato (il Dies irae e il Libera me Domine); questo fatto, forse piccolo ma indiscutibile, non dovrebbe essere assunto anch’esso nell’empireo dei “segni dei tempi”?]


Giuseppe

sabato 28 novembre 2009

DAL “VAE„ ALL' “AVE„

Col primo giorno dell'Avvento, che arretra il nostro pensiero al primo giorno del mondo, s'apre, d'accordo con l'anno agreste, l'anno cattolico — il quale si chiuderà la ventiquattresima domenica dopo la Pentecoste con la rappresentazione del giorno finale. È il Tempo che glorifica, mediante la Chiesa, l'Eternità, è l'Eternità che santifica, mediante la Chiesa, il Tempo.

Ma già in questo suo capodanno, che ci riporta per modo di dire in seno a Eva, la Chiesa affaccia alla nostra mente la visione del giorno ultimo — ultimo del suo calendario e, in immagine, del mondo — facendo, in un medesimo rito, risuonar quasi insieme le implorazioni al Cristo venturo dell'umanità or ora estratta dal fango (vedi l'introito) e le trombe degli angeli che annunziano all'umanità già tutta reversa in polvere il Cristo tornante a risuscitare e eternare (vedi il vangelo). È una scorsa rapida, fulminea, da un capo all'altro del tempo (raffigurato nello spazio di un anno), è quasi una misurazione, simultanea, del tempo, che la Chiesa compie onde stabilir che Cristo è il centro del tempo (spes atque centrum temporum, come gli canterà nella festa della sua Regalità), ed è anche una visione preliminare di tutto l'itinerario liturgico, che la Chiesa si offre onde prescriversi le tappe e animarsi, considerando la meta, a lietamente percorrerle.

Regem venturum Dominum, venite, adoremus: «Il Re venturo Signore, venite, adoriamo». È l'invitatorio, il tema dell'Avvento, di questo primo tratto del cammino liturgico che dura quattro settimane e ricorda quattromila anni, quanti ne corsero dalla Creazione all'Incarnazione, dalla caduta dell'uomo alla discesa di Dio, dal Vae all'Ave.

Vae genti peccatrici, populo gravi iniquitate, semini nequam, filiis sceleratis: «Guai alla stirpe peccatrice, al popolo carico d'iniquità, alla razza malvagia, ai figli scellerati!» È il Signore che parla, per bocca d'Isaia, il gran profeta dell'Avvento, fra le tenebre di questo primo mattino — e il peccato materno e la condanna divina ci ritornano a mente già in quel Vae ch'è la deformazione di Eva.

Passiamo dalla mattina alla sera, dal mattutino al vespro, dal principio al termine di questa giornata, fatta a immagine come di tutto l'anno liturgico così e di tutto l'Avvento, ed ecco: Ne timeas, Maria, invenisti enim gratiam apud Dominum: ecce concipies et paries Filium… È l'Ave, l'invertimento, la «conversione» di Eva, l'annunzio dell'imminente perdono: «Non aver paura, Maria! hai trovato grazia presso il Signore: ecco che tu concepirai e partorirai un Figlio». Il desiderio di questo Figlio, umano e divino, terrestre e celeste, che riconcilierà l'uomo a Dio, che riunirà al cielo la terra, riempie di sospiri, d'invocazioni, di gridi lo spazio fra il Vae e l'Ave, raffigurato nell'Avvento e, in germe, nel primo giorno dell'Avvento.

«A te ho innalzato l'anima mia,» geme l'introito, «Dio mio, in te confido e non avrò da arrossire: i miei nemici non rideranno di me. No, non resteranno confusi quei che t'aspettano... Signore, mostrami le tue vie, insegnami le tue scorcitoie...» Ai nove eleison, «abbi pietà», che qui suonano o «manda!» o «vieni!» secondo che si accompagnano a Kyrie o a Christe, non segue il Gloria, né oggi né più fino alla messa di quella notte in cui fu intonato dagli angeli; e questa stessa privazione, accrescendo la sete, cresce l'ardore della preghiera. La colletta è un grido forte al Signore: «Sveglia, Signore, la tua potenza, e vieni!» E subito l'epistola a svegliar gli uomini che si preparino, che s'alzino, che si vestano a nuovo, come se l'Atteso fosse ormai a passi per arrivare: «Fratelli, e non lo sapete? è l'ora di alzarsi. La nostra salvezza è qui per giungere... La notte sta per andarsene e il giorno è imminente. Via dunque l'opera delle tenebre... e rivestitevi di Gesù Cristo ».

«Rivestitevi di Gesù Cristo», cioè: ricevete la redenzione. Il primo vestito fu di foglie, e fu la confessione del peccato; il secondo, fatto da Dio, fu di pelli, e fu il vestito della pena; ecco che Dio medesimo sta per farsi vestito, e sarà il vestito della grazia: induimini Dominum Iesum Christum.

Il graduale ripete le speranze e le suppliche dell'introito: Universi qui te exspectant non confundentur, Domine. Vias tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me; due gridi di gioia, alleluia, alleluia, e di nuovo il gemito della preghiera: «Signore, mostraci la tua misericordia; Signore, mandaci la tua salvezza...» Dal vangelo, di Luca, una voce risponde: «Guardate, alzate la testa: la vostra redenzione è vicina… Vedete il fico e gli altri alberi: allorché cominciano a spargere...» Anziché spargere, ora le piante vanno ignudandosi di quel che sospinse ai rami la linfosa stagione; ma sotto le foglie che tornan terra il grano germoglia, e questa simultaneità di vita e di morte, questa contemporaneità di principio e di fine ripete in immagine il vangelo, che parla insieme e di redenzione e di giudizio.

L'offertorio riecheggia ancora l'introito: Ad te levavi animam meam: Deus meus, in te confido, non erubescam: neque irrideant me inimici mei: etenim universi qui te exspectant non confundentur. Il communio canta le origini, celeste e terrestre, divina e umana, dell'Aspettato: «Il Signore darà la benignità, e la nostra terra darà il suo frutto»; cioè: il Signore manderà il suo Verbo, e Maria, la «nostra» Maria, lo vestirà di carne, lo farà uomo come noi. Il postcommunio implora dalla misericordia divina ciò che l'epistola chiedeva alla nostra pochezza: Suscipiamus, Domine, misericordiam tuam in medio templi tui, ut reparationis nostrae ventura solemnia congruis honoribus praecedamus, «… affinchè co' dovuti onori ci prepariamo alla festa ventura della nostra riparazione».

La messa termina col consueto vangelo di san Giovanni, che ben s'addice a questo giorno e a questo tempo; con quel vertiginoso vangelo del primo capitolo, che parte dal fiat di Dio e cala con ali d'aquila al fiat di Maria: In principio erat Verbum... et Verbum caro factum est.

Il vespro è tutto un alternarsi di veniet e di alleluia, tutto uno sfogo di gioia che ritorna al fine in preghiera terminando col primo oremus della mattina: Excita, Domine, potentiam tuam, et veni… La grande preghiera dell'Avvento, il ristretto di quattromila anni di preghiere, di sacrifizi, di lacrime: «Vieni!»

Testo tratto da: TITO CASINI, Firenze: LEF, 1935/2, pp. 22-27.

Non si può abbandonare la musica sacra all'improvvisazione

di Marcello Filotei

Certe volte le cose entrano nel mito per una dimenticanza. È il caso del convegno che si tenne nel 1985 all'abbazia di Fossanova sul tema "Musica sacra nella società attuale", uno di quegli eventi che chiunque si occupi dell'argomento si sente continuamente citare da quanti hanno avuto la fortuna di assistervi. Purtroppo non esistono gli atti, e questa è la dimenticanza, ma la lista dei partecipanti è di un livello talmente alto che non si fa fatica a credere che le mirabolanti ricostruzioni siano veritiere. Tra i promotori di quell'iniziativa c'era anche Bruno Cagli, musicologo, scrittore e attuale presidente dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, tra gli invitati il 21 novembre all'incontro del Papa con gli artisti.

- Come era 35 [sic] anni fa il rapporto tra sacro e musica?
Molto dinamico, ma in un clima di disattenzione da parte delle autorità ecclesiastiche, nel senso che si era aperti a molti esperimenti, ma la riflessione sul sacro in musica era abbastanza limitata. Ad esempio quando organizzavo in quegli anni la messa per la festa di santa Cecilia ci tenevo che fosse cantata in latino. A chi mi chiedeva di scegliere una versione in italiano rispondevo che in repertorio si trovano centinaia di capolavori in latino, mentre ben poco di quel livello è reperibile in volgare. La sproporzione deriva dal fatto che nel passato scrivere musica sacra era un obbligo sociale. Ora non è più così, e questo è un grande vantaggio perché chi oggi affronta la musica sacra lo fa con consapevolezza e per libera scelta. Questo può migliorare sensibilmente il rapporto tra il compositore e il sacro.

- In primo luogo, dunque, comprendere a pieno la tradizione.
La discussione aperta nel 1985 si basava su differenti interpretazione dei capolavori del passato. Alcuni consideravano troppo teatrali alcune opere come la Messa da Requiem di Verdi o lo Stabat Mater di Rossini, perché avrebbero utilizzato delle tecniche provenienti dalla lirica. Uno degli atteggiamenti compositivi più avversati era l'uso dei melismi, volute melodiche che secondo alcuni sarebbero state di derivazione pagana. Io ho combattuto questo equivoco perché penso che la visione vada ribaltata. Sono stati i canti alleluiatici a introdurre i melismi nella musica occidentale, solo dopo sono stati ripresi dall'opera. Quindi così come il rapporto del compositore con il sacro è oggi una scelta molto più avvertita che nei secoli scorsi, il rapporto con il repertorio sacro deve essere più consapevole e va rivisto.

- In che modo?
Con un'ampiezza di vedute che restituisca la possibilità di eseguire le composizioni del passato con le particolarità stilistiche che qualche falso purista ha cercato di obliare. Per esempio Rossini viene accusato di portare in chiesa atteggiamenti teatrali, quando invece fa esattamente il contrario. Per esempio utilizza nelle opere buffe lo stile "a cappella", proveniente dalla musica sacra.

- Insomma, chi ha influenzato chi?
L'influenza autentica è quella della tradizione sacra su quella profana, il contrario non è mai accaduto. La tradizione sacra è all'origine della musica occidentale, anche di quella teatrale che è nata molto tempo dopo e non poteva che fare riferimento a quella storia. Su questi argomenti, per migliorare la qualità delle esecuzioni di oggi, sarebbe utile una apertura da parte dei musicologi.

- Quindi un malinteso purismo piuttosto che rinverdire gli stili esecutivi del passato ha finito per appiattire il livello delle esecuzioni?
L'approccio filologico deve essere avvertito e intellettualmente aperto se non vuole rischiare di diventare controproducente. Allo stesso tempo non si può abbandonare il sacro all'approssimazione. Mi è capitato qualche anno fa di entrare il giorno di san Francesco nella basilica dei Frari a Venezia e di uscirne perplesso. In una chiesa dove ci sono capolavori figurativi immortali ascoltare musica di basso livello, inadatta al luogo e al testo intonato, era fastidioso.

- Accertato che portare il rock in chiesa non corrisponde a un atteggiamento attento alla modernità, cosa significa andare avanti in questo ambito musicale?
Affrontare un rapporto con il testo che sia dinamico, aperto dal punto di vista stilistico, ma rigoroso. Nessuno può immaginare che Verdi o Rossini affrontassero il sacro senza rigore stilistico pur utilizzando le novità del linguaggio del loro tempo.

- Quali compositori si stanno misurando oggi in questo modo con il sacro?
Ce ne sono diversi e Arvo Pärt è uno di questi. Nel 2000 sono stato io a proporre di commissionare proprio a lui un lavoro su Santa Cecilia. L'idea è stata poi accolta dal Comitato per il Giubileo e ne è nato un lavoro molto interessante che ha fatto il giro del mondo. Pärt è attentissimo al recupero della tradizione, la fa con rigore ma in maniera personale e a un livello intellettuale alto. La musica sacra deve essere necessariamente dotta, perché elevato è il testo che utilizza. Questo non significa che non può essere divulgata e divulgativa, ma che deve essere affrontata con rigore. Raffaello nel dipingere l'Estasi di santa Cecilia ha indicato tre gradi di comunicazione: in alto il canto con gli angeli, al centro l'organo nelle mani della santa, ai piedi di Cecilia la musica profana. Tutto qui.

Da: L'Osservatore Romano 21 novembre 2009, via Papa Ratzinger blog

La comunione ai politici abortisti? Che cosa insegna il Magistero




Pubblichiamo questa nota - che nasce dal caso del candidato (poi sconfitto) alla presidenza degli Stati Uniti nel 2004 John Kerry, cattolico ma abortista - perché in questi giorni sono sorte polemiche a proposito del rifiuto di vescovi americani a dare la comunione all'ultimo rampollo della famiglia Kennedy, "cattolico adulto" abortista. Ci chiediamo quanto queste disposizioni siano rispettate in Italia, e passiamo direttamente a trascrivere il documento del 2004:


Nota trasmessa dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, al cardinale Theodore E. McCarrick, arcivescovo di Washington, e all’arcivescovo Wilton Gegory, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, giugno 2004.



1. Presentarsi a ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere una decisione consapevole, fondata su un giudizio ragionato riguardante la propria dignità a farlo, secondo i criteri oggettivi della Chiesa, ponendo domande del tipo: “Sono in piena comunione con la Chiesa cattolica? Sono colpevole di peccato grave? Sono incorso in pene (ad esempio scomunica, interdetto) che mi proibiscono di ricevere la Santa Comunione? Mi sono preparato digiunando almeno da un ora?”. La pratica di presentarsi indiscriminatamente a ricevere la Santa Comunione, semplicemente come conseguenza dell’essere presente alla Messa, è un abuso che deve essere corretto (cfr. l’istruzione “Redemptionis Sacramentum”, nn. 81, 83).
2. La Chiesa insegna che l’aborto o l’eutanasia è un peccato grave. La lettera enciclica “Evangelium Vitae”, con riferimento a decisioni giudiziarie o a leggi civili che autorizzano o promuovono l’aborto o l’eutanasia, stabilisce che c’è un “grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. [...] Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, ‘né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto’” (n. 73). I cristiani “sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. [...] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede” (n. 74).


3. Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia.


4. A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la Santa Eucaristia, il ministro della Santa Comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la Santa Comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto (cfr. can. 915).


5. Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la Santa Comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’Eucaristia.


6. Qualora “queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili”, e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la Santa Eucaristia, “il ministro della Santa Comunione deve rifiutare di distribuirla” (cfr. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, “Santa comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente”, 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della Santa Comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la Santa Comunione, dovuta a un’oggettiva situazione di peccato.


[N.B. Un cattolico sarebbe colpevole di formale cooperazione al male, e quindi indegno di presentarsi per la Santa Comunione, se egli deliberatamente votasse per un candidato precisamente a motivo delle posizioni permissive del candidato sull’aborto e/o sull’eutanasia. Quando un cattolico non condivide la posizione di un candidato a favore dell’aborto e/o dell’eutanasia, ma vota per quel candidato per altre ragioni, questa è considerata una cooperazione materiale remota, che può essere permessa in presenza di ragioni proporzionate.]






Pubblichiamo infine la lettera che il vescovo mons. Tobin ha scritto al politico in questione:



Novembre 2009

Caro Deputato Kennedy
dal Vescovo THOMAS J. TOBIN

Poichè la nostra recente corrispondenza è stata sufficientemente pubblica, spero non le dispiaccia se condivido qualche riflessione sulla sua pratica di fede in questo forum pubblico. Di solito non faccio così, ovvero non parlo sulla fede di qualcuno in ambiente pubblico – ma nel nostro ben documentato scambio di lettere sulla sanità e l’aborto ciò è emerso come argomento. Condivido queste parole pubblicamente anche con il pensiero che possano essere istruttive per altri Cattolici, compresi quelli in posizioni eminenti.
[…]
“Il fatto che io non concordi con la gerarchia su alcuni argomenti non mi rende meno Cattolico.” Bene, di fatto, Signor Deputato, in un certo qual modo la rende meno Cattolico. Sebbene io non ami quel modo di esprimersi, quando qualcuno rifiuta gli insegnamenti della Chiesa, soprattutto in una materia importante, una questione di vita e di morte come l’aborto, ciò indubbiamente inficia la loro comunione e la loro unità con la Chiesa. Questo principio si fonda sulle Sacre Scritture e la tradizione della Chiesa ed è reso ancora più esplicito in documenti recenti.
Per esempio, il CJC dice che “I laici, per essere in grado di vivere la dottrina cristiana, per poterla annunciare essi stessi e, se necessario, difenderla, e per potere inoltre partecipare all'esercizio dell'apostolato, sono tenuti all'obbligo e hanno il diritto di acquisire la conoscenza di tale dottrina, in modo adeguato alla capacità e alla condizione di ciascuno.” Il catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “I fedeli, memori della Parola di Cristo ai suoi Apostoli: “Chi ascolta voi, ascolta me” , accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori.” (par. 87)
O consideri questa affermazione della Chiesa: “Sarebbe erroneo confondere la giusta autonomia esercitata dai Cattolici nella vita politica con l’affermazione di un principio che prescinda dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa” (Congregazione per la Dottrina della Fede, 2002)
[…]
Bene, in parole semplici – e qui mi riferisco solo a quegli elementi più visibili, strutturali dell’appartenenza alla Chiesa – essere Cattolico significa essere parte di una comunità di fede che possiede un’autorità e una dottrina, obbligazioni e aspettative. Significa che su crede e si accettano gli insegnamenti della Chiesa, specialmente sulle questioni essenziali di fede e morale; che si appartiene a una comunità cattolica locale, o ad una parrocchia; che si va a Messa la Domenica e si ricevono regolarmente i sacramenti; che si sostiene la Chiesa, personalmente, pubblicamente, spiritualmente e finanziariamente.
Signor Deputato, io non sono sicuro se lei risponda o meno a I requisiti di base per essere cattolico, allora mi lasci chiedere: Lei accetta gli insegnamenti della Chiesa in materie essenziali di fede e morale, compresa la nostra posizione sull’aborto? Appartiene ad una comunità cattolica locale, o ad una parrocchia? Va a Messa la Domenica e riceve regolarmente i sacramenti? Sostiene la Chiesa, personalmente, pubblicamente, spiritualmente e finanziariamente?
[…]
Il sui rifiuto dell’insegnamento della Chiesa sull’aborto ricade in un’altra categoria – è un deliberato ed ostinato atto di volontà; una decisione cosciente che lei ha ri-affermato in molte occasioni. Mi spiace, non la può declassare a”imperfezione umana”. La sua posizione è inaccettabile per la Chiesa e scandalosa per molti suoi membri. Certamente inficia la sua comunione con la Chiesa.
Deputato Kennedy, scrivo queste parole non per metterla in imbarazzo o giudicare lo stato della sua coscienza e della sua anima. Ciò riguarda Lei e Dio. Ma la sua descrizione del suo rapporto con la Chiesa è ora un fatto di pubblico dominio, e deve essere contrastato. La invito, come suo vescovo e fratello in Cristo, ad iniziare un sincero processo di discernimento, conversione e pentimento. Non è troppo tardi per sanare il suo rapporto con la Chiesa, redimere la sua immagine pubblica, ed emergere come un autentico “modello di coraggio”, soprattutto difendendo la sacralità della vita umana per tutti, compresi i bambini non ancora nati. E se posso essere di un qualche aiuto nel suo cammino di fede, sarò onorato e felice di farlo.
Suo
Thomas J. Tobin
Vescovo di Providence


Nuovo pastorale per Papa Benedetto XVI


Oggi, sabato 28 novembre 2009, nella Basilica Patriarcale di San Pietro in Vaticano, il Santo Padre celebrerà alle ore 17:00 i Primi Vespri della I Domenica di Avvento, con cui inizia il nuovo anno liturgico 2009-2010, durante il quale "la Chiesa rivive tutto il mistero di Cristo: dall'Incarnazione alla Pentecoste, nell'attesa del Ritorno del Signore" (Mons. G. Marini, 28.11.2009).

In quest'occasione il Papa utilizzerà una nuova ferula, dono del Circolo San Pietro.

Per la descrizione del nuovo bel pastorale papale (raffigurazioni simboliche decorazioni, significato, peso, ecc) e per altre peculiarità della celebrazione vespertina, si legga da L'Osservatore Romano l'articolo sottostante di Gianluca Biccini.
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. "Sabato pomeriggio, durante i primi vespri di Avvento nella basilica Vaticana, il Papa userà un nuovo pastorale". Lo annuncia monsignor Guido Marini, alla vigilia della celebrazione con cui si apre l'anno liturgico.
"Simile nelle fattezze alla ferula di Pio ix finora in uso - aggiunge il maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie - questo può essere considerato a tutti gli effetti il pastorale di Benedetto XVI". Donato dal Circolo San Pietro, è alto 184 centimetri, pesa 2 chili e 530 grammi e ha una miglior maneggevolezza rispetto a quello di Papa Mastai Ferretti, grazie alle più ridotte dimensioni del bastone e della croce. Ed è anche più leggero di 140 grammi, addirittura di 590 rispetto a quello di Giovanni Paolo II. Va infatti ricordato che Papa Ratzinger ha utilizzato inizialmente il pastorale argenteo sormontato dal crocifisso - realizzato da Lello Scorzelli - introdotto da Paolo VI e poi usato anche da Giovanni Paolo i e da Papa Wojtyla. Successivamente, dalla domenica delle Palme del 2008, ha cominciato ad adoperare la ferula dorata a forma di croce greca, appartenuta a Pio ix, anch'essa donata al Pontefice dal Circolo San Pietro nel 1877. L'antico sodalizio romano rinnova così la propria tradizione di fedeltà al Papa, testimoniata sin dalla fondazione risalente a 140 anni fa, nel lontano 1869. Nella parte anteriore del nuovo pastorale di Benedetto XVI sono raffigurati al centro l'agnello pasquale e ai lati della croce i simboli dei quattro evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Il motivo della rete riprodotto sui bracci della croce richiama quella di Pietro il pescatore di Galilea. Sul retro sono incisi: al centro, il monogramma di Cristo - formato dalle prime due lettere della parola Christòs in greco, la X e la P intrecciate insieme - e alle quattro estremità, i volti dei padri della Chiesa di Occidente e di Oriente: Agostino e Ambrogio, Atanasio e Giovanni Crisostomo. "L'agnello e il monogramma di Cristo posti al centro - commenta monsignor Marini - riflettono l'unità del mistero pasquale: croce e risurrezione".
Soffermando lo sguardo sull'anello sottostante la croce, si notano: nella parte superiore, il nome di Benedetto XVI "che lo personalizza e lo rende suo" spiega il maestro; in quella inferiore, quello dei donatori, cioè il Circolo San Pietro. Un ultimo elemento significativo, infine, si ritrova nella parte alta del bastone, dov'è impresso lo stemma di Papa Ratzinger.
Un'altra novità predisposta dall'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice per i vespri di sabato riguarda l'immagine della Madonna che sarà collocata sotto all'altare della confessione: si tratta della scultura lignea policroma, raffigurante la Vergine in trono con il Bambino benedicente, che negli anni passati veniva esposta solo nella solennità della Santissima Madre di Dio e che lo scorso anno venne introdotta a partire dalla Notte di Natale fino all'Epifania. Quello di Avvento è infatti un tempo mariano, in cui l'attesa del Signore che viene è accompagnata dall'esempio di quella di Maria, com'è sottolineato dal canto dell'antifona mariana Alma redemptoris Mater a conclusione del rito.
La consuetudine iniziata con Benedetto XVI di celebrare i primi Vespri di Avvento in San Pietro evidenzia l'apertura di un nuovo ciclo annuale, nel quale la Chiesa rivive tutto il mistero di Cristo: dall'Incarnazione alla Pentecoste e all'attesa del ritorno del Signore. Per questo l'addobbo floreale è sobrio, a significare la specificità liturgica e spirituale di questo tempo di attesa del Signore che viene, nel segno della gioia ma anche della penitenza e della vigilanza, come evoca il ritornello cantato alle intercessioni: Veni, Domine, et noli tardare. In questo
stesso senso va compreso anche l'utilizzo del colore viola nelle vesti liturgiche, che accompagna tutto il tempo di Avvento, a cominciare dai vespri di sabato 28.
Prima dell'inizio del rito, come nelle altre celebrazioni, è previsto un tempo di preparazione, affinché l'assemblea si disponga alla preghiera lasciandosi alle spalle i rumori e le distrazioni della vita quotidiana. In questa attesa verranno eseguiti alcuni brani musicali e letti passaggi dell'omelia di Benedetto XVI ai primi vespri di Avvento del 2008.
Durante la celebrazione vera e propria, che avrà inizio alle ore 17, brevi pause di silenzio al termine dei salmi e della lettura breve aiuteranno la preghiera personale e il raccoglimento. Tratta come di consueto dalla prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, la lettera breve acquista nella circostanza un particolare significato. Il primo viaggio internazionale di Benedetto XVI nel 2010 sarà, infatti, a Malta, per celebrare i 1950 anni del naufragio dell'Apostolo sull'isola del Mediterraneo.
(gianluca biccini)
(©L'Osservatore Romano - 28 novembre 2009 )
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venerdì 27 novembre 2009

Mons. Timothy Verdon: “Davanti agli artisti il teologo Benedetto XVI ha fatto di più dell’esteta Montini”


Storico dell’arte formatosi alla Yale University, voce molto valorizzata in Vaticano, lo statunitense monsignor Timothy Verdon dice al Foglio che sabato scorso, incontrando gli artisti nella Cappella Sistina, “il teologo Benedetto XVI ha fatto di più di quanto fece nel 1964 l’esteta Paolo VI”.

Ovvero, “mentre Paolo VI parlò nella Sistina senza parlare mai della Sistina, Ratzinger ha spiegato l’arte come espressione della speranza riferendosi direttamente a un’opera d’arte. Ovvero, ha fatto riferimento al ‘Giudizio finale’ di Michelangelo che campeggiava sulla parete pochi metri dietro di lui. Ha svolto una catechesi vera e propria basandosi, come spesso gli capita quando incontra persone in luoghi particolarmente suggestivi all’interno del Vaticano, sulle immagini che le opere d’arte che lo circondano gli offrono”.

Insieme, “facendo guardare verso il ‘Giudizio finale’ è come se avesse voluto mostrare a tutti gli artisti presenti – credenti e non – un esempio, appunto Michelangelo. Questi si convertì lavorando in Vaticano. La sua conversione fu incontro con Cristo: una possibilità che il Papa ha voluto offrire sabato a tutti gli artisti”.

Cosa ha detto il Papa agli artisti? “Il Papa aveva davanti persone che hanno ricevuto un grande talento. Li ha invitati a collaborare e ha detto loro di non avere paura della chiesa. Ratzinger ha parlato loro della bellezza, ciò a cui ogni artista si rifà quando crea. Ma ognuno deve riconoscere che la propria bellezza è parziale, che ogni bellezza messa in forma, interpretata in un’opera d’arte, altro non è che un riflesso di una bellezza più grande. Ogni bellezza parziale riverbera l’assoluto. Per la chiesa questa bellezza più grande ha il volto di un uomo, si chiama Gesù Cristo. Egli è la via, è la bellezza che non ruba niente e offre un’opportunità”.

Ratzinger ha però parlato di due possibili ricerche della bellezza. E, dunque, di due tipi di arte. Una non autentica. E’ quell’arte che fugge nell’irrazionale o nel mero estetismo. Una bellezza “illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento”, una bellezza “che sfocia nell’oscenità e nella trasgressione”.

Una bellezza alla quale negli ultimi anni molta arte si è rifatta. Poi c’è una bellezza autentica “che schiude il cuore dell’uomo alla nostalgia, al desiderio profondo di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Spiega Verdon: “Gli artisti hanno la libertà di scegliere tra l’una e l’altra bellezza. La scelta spetta a loro. In questo senso l’incontro di sabato è stato importante: il Papa ha aperto una strada e chi vuole può percorrerla. E’ vero: la realtà intorno è spesso negativa. Anche Ratzinger da bravo filosofo tedesco parte dal fatto che la realtà che abbiamo intorno è negativa. Perché Ratzinger è un realista e non è incline a ottimismi senza senso. Ma insieme è un uomo di fede e sa proiettarsi su orizzonti più vasti e lontani. Sa che la realtà è spesso malvagia ma sa che si può avere speranza. Questa speranza è la proposta che fa agli artisti. Sabato il modello a cui guardare era sotto gli occhi di tutti: il ‘Giudizio universale’ di Michelangelo ricordava come la storia dell’umanità sia una continua ascensione, un’inesausta tensione verso la pienezza. E questo orizzonte ultimo è una meta a cui tutti possono tendere. Questa è la speranza che gli artisti possono cercare di proporre. Una speranza che ha un legame indissolubile con la bellezza, la bellezza piena che per i credenti è Cristo”.

Pubblicato sul Foglio martedì 24 novembre 2009

La comunione al tempo del colera

La diffusione dell'influenza suina (o influenza A, o N1H1; il colera non c'entra nulla, se non a parafrasare il romanzo di Garcìa Marquez) ha creato allarmi di pandemìa un po' in tutto il mondo e la cosa ha avuto risvolti anche liturgici.

E' parso infatti che alcuni vescovi non aspettassero altro per sfruttare l'occasione come pretesto per proibire la comunione sulla lingua ed imporla sulle mani: e con tanto maggiore impegno, in quanto occorre contrastare il buon esempio che il Papa si sforza di dare, per il ritorno alla corretta postura nel ricevere l'Eucarestia.

La moda del divieto è iniziata in Messico (il paese per primo colpito dall'epidemia) e si è poi diffusa, al pari del virus, qua e là per il mondo.

Il minimo buon senso ha poi portato ad accorgersi che, ben più del rischio (tutto sommato remoto) di scambi salivari mediante la comunione sulla lingua, altri comportamenti a Messa rappresentano fonti di ben maggior pericolo di contagio: massimamente lo scambio della pace (sulle mani si concentrano virus, bacilli, germi e batteri, specie allorché ci si ripara la bocca con le mani, tossendo o starnutendo); il tenersi per mano al Padrenostro; la comunione sotto le due specie effettuata bevendo al calice. Come dire: ce n'è per i tradizionalisti, ma ce n'è ancor più per i novusordisti.

Sicché, normalmente i vescovi si preoccupano equanimemente di vietare sia la comunione sulla lingua, sia lo scambio della pace. Ma la cosa preoccupa poco i modernisti: convincere le persone ad abbandonare il tradizionale modo di comunicarsi, sanno bene, produce di norma effetti irreversibili. Le pestifere strette di mano, invece, riprenderanno senza problemi passata la pestilenza, grazie alla pressione sociale: come si fa a snobbare sdegnosamente la mano tesa del vicino?

Ora, chiariamo un punto. Noi non siamo in linea di principio contrari a norme eccezionali, temporanee e giustificate da serie ragioni sanitarie, che imponessero rivolgimenti liturgici come il divieto di comunicarsi sulla lingua. In tempo di pestilenza, è lecito perfino sciogliere dal precetto domenicale. Né è accettabile un contegno di chi voglia assumere rischi inutili dicendo di confidare nella protezione divina: quella non è Fede, è fideismo; anzi, è un tentare Dio: Gesù Cristo respinse la tentazione del demonio, che gli suggeriva di gettarsi dal pinnacolo confidando nel soccorso degli angeli inviati dal Padre. Spesso, forme di fideismo sono state le migliori alleate delle epidemie: Manzoni ci ricorda come la peste si diffuse in Milano in un lampo, per effetto della calca e della promiscuità verificatesi durante la solennissima processione che era stata indetta proprio per impetrare protezione da quella peste.

Questo, in linea di principio. Ma che nel caso attuale un divieto di comunicarsi sulla lingua abbia giustificazione, è del tutto indimostrato. Pertanto salutiamo con favore una lettera della Congregazione per il Culto Divino, che ricorda come comunicarsi nel modo tradizionale sia un diritto per ogni fedele non altrimenti impedito. Quel che più conta, la Congregazione promette di intervenire per far rispettare quel diritto.

Ecco il testo della lettera pubblicata da Rorate Caeli e da noi tradotta.

Roma, 24 luglio 2009

Egregio ****

Questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti desidera accusare ricevuta della Sua lettera datata 22 giugno 2009 concernente il diritto del fedele a ricevere la S. Comunione sulla lingua.

Questo dicastero osserva che la sua Istruzione Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004) chiaramente osserva che "ogni fedele ha diritto a ricevere la S. Comunione sulla lingua" (n. 92), né è lecito negare la S. Comunione ad alcun fedele di Cristo che non sia impedito per legge a ricevere la Sacra Eucarestia (cfr. n. 91).

Questa Congregazione La ringrazia per aver portato questa importante questione alla sua attenzione. Sia certo che saranno effettuati gli opportuni interventi.

Possa Ella perseverare nella fede e nell'amore per N. Signore e la Sua S. Chiesa e nella continua devozione al SS. Sacramento.

Con ogni augurio ed i migliori saluti

Suo in Cristo

P. Anthony Ward S.M., Sotto-Segretario

C'è anche chi, fiutando l'affare delle fobie ipocondriache, si è andato a inventare il distributore di ostie perfettamente igienizzato; eccovelo qua sotto; se vi interessa saperne di più, andate a leggere su Cantuale Antonianum e sul blog di Fr. Z.

Nella pubblicità dell'aggeggio è un piccolo capolavoro di blasfemia la frase: "per ridurre il costo, il tempo e il personale necessario a distribuire la comunione, fino al 50%". Almeno servisse a togliere di mezzo un po' di ministri straordinari dell'Eucarestia...

giovedì 26 novembre 2009

Ipsa conteret!

Cari fratelli, alla vigilia della festa della Medaglia Miracolosa, permettemi un pubblico omaggio all’Immacolata: la difesa apologetica del versetto Ipsa conteret caput tuum (Gen 3, 15). Questo versetto è la prima e principale prova scritturistica portata dal Beato Pio IX a suffragio della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima.

Oggi purtroppo l’esegesi razionalista sminusice il profondo significato mariano del versetto, riferendolo solo a Gesù Cristo – i soliti devoti scrupolosi – e/o riducendone il valore profetico soprannaturale.

Invece è ragionevole, pio e scientificamente corretto opinare che l’Autore del testo biblico, mosso dallo Spirito Santo, volesse già prefigurare la Madonna Santissima.

Cosa c’entra - mi direte – un articolo di questo genere in un blog sulla Messa? C’entra eccome, cari fratelli: l’ostilità che la S. Messa gregoriana deve affrontare ogni giorno, non è forse conseguenza dell’inimicizia tra due modi irriducibili di concepire la divina liturgia?

E gli attacchi al Santo Padre, non fanno parte forse delle insidie diaboliche al calcagno della Vergine?

Eccomi allora giustificato se pubblico l’articoletto in questo amato blog.

Dividerò l’esposizione in 4 parti:

Chi è la Donna di Gen 3,15 e chi è che schiaccia la testa al serpente?

1) Il cuore delle definizione dogmatica e la presentazione di Gen 3,15 come prova teologica.

2) Spiegazione del testo biblico.

3) Attualizzazione del testo biblico ai tempi presenti mediante alcuni pensieri di San Luigi M. Grignion de Montfort.

4) Note filologiche per chi volesse approfondire l’argomento e per parare le facili accuse di esegesi spiritualista non scientifica.


I. Il cuore delle definizione dogmatica

Pio IX

Ineffabilis Deus

8-12-1854

“…per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa, e, se avrà osato rendere pubblico, a parole o per iscritto o in qualunque altro modo, ciò che pensa, sappia di essere incorso, ipso facto, nelle pene comminate dal Diritto.

In verità, i Padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dalle parole divine – nei libri elaborati con cura per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli – non trovarono niente di più meritevole di attenzione del celebrare ed esaltare, nei modi più diversi ed ammirevoli, l'eccelsa santità, la dignità e l'immunità della Vergine da ogni macchia di peccato e la sua vittoria sul terribile nemico del genere umano. Per tale motivo, mentre commentavano le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunciando i rimedi della sua misericordia approntati per la rigenerazione degli uomini, rintuzzò l'audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: "Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua e la sua stirpe", essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordioso Redentore del genere umano, cioè il Figliuolo Unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu anche designata la sua beatissima Madre, la Vergine Maria, e, nello stesso tempo, fu nettamente espressa l'inimicizia dell'uno e dell'altra contro il demonio. Ne conseguì che, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, annientò il decreto di condanna esistente contro di noi, inchiodandolo da trionfatore sulla Croce, così la santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo ed indissolubile, poté esprimere, con Lui e per mezzo di Lui, un'eterna inimicizia contro il velenoso serpente e, riportando nei suoi confronti una nettissima vittoria, gli schiacciò la testa con il suo piede immacolato.


II. Spiegazione del testo biblico.

(Gen 3,15) “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno".

Possiamo dividere il testo in tre parti:

(3,15a) Io porrò inimicizia tra te e la donna,

(3,15b) tra la tua stirpe e la sua stirpe:

(3,15c) questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.

Chi sono i personaggi?

1) (3,15a) "te e la donna".

a) il "te" è riferito al serpente, quindi si tratta del diavolo.

b) la Donna.

Vediamo ora chi è questa Donna:

Si tratta di Eva?

No. Non può essere solo Eva, in quanto si tratta di una inimicizia perpetua. Il diavolo vive sempre, Eva sarebbe morta, anche ammessa una lunga vita. Non si tratta evidentemente di una inimicizia destinata a durare quanto la vita di Eva, ma è un'inimicizia che va oltre Eva.

Si tratta di Eva in quanto capostipite dell'umanità in generale?

No. Non può essere Eva considerata come capostipite dell'umanità in generale; infatti, in seguito, si parla di lotta tra la "discendenza-stirpe della donna" e "discendenza-stirpe del serpente". Il serpente non ha discendenza carnale; i suoi discendenti sono la famiglia di uomini che gli danno retta: ora anche i malvagi hanno Eva come madre carnale; e i figli di Eva (intesi in quanto "uomini") comprendono i figli della Donna e i figli del diavolo. (cf 1 Gv 3,8; Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio).

Chi è dunque la Donna? Non può essere altro che la "capostipite di una discendenza spirituale".

L’analogia della fede ci fa capire che si tratta di Maria, quella Donna a cui verrà detto "Donna ecco tuo Figlio" e di cui al discepolo verrà detto "ecco tua madre".

Vediamo ora la seconda parte del versetto: le due stirpi.

2) (3,15b) “tra la tua stirpe e la sua stirpe”:

Si tratta di due discendenze spirituali: quali sono? I santi, figli di Maria, e i reprobi, che hanno per padre il diavolo; non è difficile trovare nella Bibbia gli argomenti per questa interpretazione:

(Gv 8,44) “... voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro”.

(1 Gv 3,8) “Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio”.

(Ap 12,17) “Allora il drago si infuriò contro la Donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù”.

Vediamo ora l’ostilità perpetua delle due stirpi:

3) (3,15c) “questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”.

Chi è il soggetto di "schiaccerà"?

Porrò in calce a questo scritto una piccola memoria grammaticale, per i più esperti nelle lingue bibliche, la quale mostra che i testi scritturistici più antichi non sono univoci per quanto riguarda il soggetto di "schiaccerà": la plurivalenza grammaticale e testuale, il contesto prossimo, l'analogia della fede ci dicono che il soggetto di "schiaccerà" è, nel contempo e a diversi livelli, Gesù, Maria e la Chiesa:

1) Gesù in quanto "il discendente", radice e causa prima della Vittoria; discendente di Eva - partecipe quindi della natura umana per mezzo della quale ha vinto - e figlio di Maria, madre di tutte le membra di Cristo che costituiscono così una discendenza spirituale.

2) Maria, Madre di Colui dal quale ha ricevuto il potere di vincere anch'essa, e che, avendo generato il vincitore, è Causa della vittoria: quindi schiaccia la testa del serpente antico.

3) Il vero Isarele, ovvero la Chiesa, la stirpe di Maria.

Cristo ha vinto il serpente e in lui siamo "più che vincitori" (cf Rom 8,27) E tra i "più che vincitori" eccelle Maria "più che Vincitrice", perché il vincitore è Sua discendenza: Maria è la Madre della Vittoria.


III. Alcuni testi di San Luigi M. Grignion de Montfort.

(Preghiera infuocata, § 13) È vero, gran Dio! Come tu hai predetto, il demonio tenderà grandi insidie al calcagno di questa misteriosa donna, cioè alla piccola compagnia dei suoi figli, che verranno sul finire del mondo. Ci saranno grandi inimicizie fra questa stirpe benedetta di Maria e la razza maledetta di Satana; ma si tratterà di inimicizia totalmente divina, l'unica di cui tu sei l'autore. Le lotte e persecuzioni che la progenie di Belial muoverà ai discendenti di tua Madre, serviranno solo a far meglio risaltare quanto efficace sia la tua grazia, coraggiosa la loro virtù e potente tua Madre. A lei infatti hai affidato fin dall'inizio del mondo l'incarico di schiacciare con il calcagno e l'umile cuore la testa di quell'orgoglioso.

(Vera devozione, § 52) Dio ha fatto e preparato una sola ma irriconciliabile inimicizia, che durerà ed anzi crescerà sino alla fine: l'inimicizia tra Maria, sua degna Madre, e il diavolo, tra i figli e servi della Vergine santa e i figli e seguaci di Lucifero. Pertanto la nemica più terribile del diavolo che Dio abbia mai creata, è Maria, sua santa Madre. Fin dal paradiso terrestre - quantunque ella non fosse ancora che nella sua mente - il Signore le ispirò tanto odio contro quel maledetto nemico di Dio, e le diede tanta abilità per scoprire la malizia di quell'antico serpente, tanta forza per vincere, abbattere e schiacciare quell'empio orgoglioso, che il demonio la teme, non solo più di tutti gli angeli e gli uomini, ma, in certo qual senso, più di Dio stesso. Non già perché l'ira, l'odio e il potere di Dio non siano infinitamente maggiori di quelli della Vergine Maria, le cui perfezioni sono limitate, ma:

l ) perché Satana, che è superbo, soffre infinitamente più d'essere vinto e punito da una piccola ed umile serva di Dio e l'umiltà della Vergine lo umilia più che la divina onnipotenza;

2) perché Dio ha dato a Maria un potere così grande contro i demoni, che questi molte volte furono costretti a confessare, controvoglia, per bocca degli ossessi, di temere uno solo dei suoi sospiri per qualche anima, più delle preghiere di tutti i Santi, e una sola delle sue minacce contro di essi, più di tutti gli altri loro tormenti.

(Vera devozione, § 53) Ciò che Lucifero ha perduto con l'orgoglio, Maria l'ha conquistato con l'umiltà. Ciò che Eva ha dannato e perduto con la disobbedienza, Maria l'ha salvato con l'obbedienza. Eva, obbedendo al serpente, ha rovinato con se tutti i suoi figli, che abbandonò in potere del demonio. Maria, rimanendo perfettamente fedele a Dio, ha salvato con sé tutti i suoi figli e servi, che consacrò alla sua Maestà.

(Vera devozione, § 54) Ma il potere di Maria su tutti i demoni risplenderà in modo particolare negli ultimi tempi, quando Satana insidierà il suo calcagno, cioè i suoi poveri schiavi e umili figli che lei susciterà per muovergli guerra. Questi saranno piccoli e poveri secondo il mondo, infimi davanti a tutti come il calcagno, calpestati e maltrattati come il calcagno lo è in confronto alle altre membra del corpo. In cambio saranno ricchi di grazia divina, che Maria comunicherà loro in abbondanza, grandi ed elevati in santità davanti a Dio, superiori ad ogni creatura per lo zelo coraggioso, e cosi fortemente sostenuti dall'aiuto di Dio, che con l'umiltà del loro calcagno, uniti a Maria, schiacceranno il capo del diavolo e faranno trionfare Gesù Cristo.


IV. Alcune note filologiche su Gen 3,15 c:

Non si conosce la lettura ebraica esatta di Gen 3,15 c, giacché anche se la grafia potrebbe essere quella del pronome maschile o neutro "HU" (quindi non solo maschile), il testo potrebbe corrispondere anche al femminile "HI", a causa di una peculiarità del pentateuco ebraico per cui, anche se è SCRITTA la III p. maschile o neutra, si potrebbe LEGGERE al femminile: questa particolarità è dovuta alla regola del "QERE PERPETUUM" (una complicazione circa la lettura del testo ebraico, precisamente delle regole del QERE-KETIB).

Fatta questa premessa abbiamo la seguente quadruplice possibilità di lettura di Gen 3,15c.

1) Ebraico (T.M.): EGLI/ESSO ti schiaccerà il capo (il pronome-maschile neutro potrebbe comprendere l'ampio spettro di traduzione Egli -il Messia- la discendenza in generale, la donna e la discendenza insieme).

2) Greco (LXX): EGLI STESSO (autòs) ti schiaccerà il capo (il Messia, il discendente della donna), con remote possibilità di un letteralismo estremo: i traduttori della LXX avrebbero in questo caso usato il pronome maschile perché "discendenza, stirpe, seme" (zera`) in ebraico è maschile: allora anche EGLI della LXX intenderebbe un collettivo, "la discendenza".

Perché la LXX verte al maschile e non al neutro? Perché il neutro greco è diverso dal neutro ebraico (non ha la stessa comprensione): il neutro greco non sarebbe adatto ad includere anche il Messia, un Discendente in particolare: il maschile greco è però meno adatto ad includere la donna e la discendenza collettiva. Ma si sa, quando c'è da tradurre, ci sono sempre delle perdite di significato; ed è questo il motivo per cui è utile leggere la Bibbia nelle lingue originali.

3) Varie versioni latine e la Vulgata: ESSA STESSA ti schiaccerà il capo; questa traduzione è giustificata:

*dalla possibile lettura ebraica di HU (= EGLI ESSO - pronome III sing maschile-neutro) come HI (= ELLA femminile)

*dall'oggettiva unità tra la donna e la stirpe

*dall'oggettivo coinvolgimento della donna nell'inimicizia.

4) Targum Jonatan (aramaico): "egli" in senso collettivo (il popolo d'Israele).

Si vede già come tutte queste letture non sono esclusive l'una dell'altra, ma accentuano ora l'uno o l'altro aspetto del significato globale.

Chi dunque schiaccia la testa al serpente? Non si può separare Cristo da Maria!

Ave Maria!

Don Alfredo M. Morselli, Stiatico di San Giorgio di Piano (BO), 26 novembre 2009.