mercoledì 30 settembre 2009

Echi tridentini in letteratura: Elena Bono


“Quando venne il suo giorno, dopo novecentotrenta anni di vita, Adamo ritornò alla terra. (…) Dentro la tenda, accanto a Adamo, c’era Eva. E dentro Adamo, Dio.

Dio gridava: «Dove sei?». E Adamo cercava di nascondersi perché era nudo e insanguinato. Ma ovunque egli muovesse nella profonda oscurità, urtava contro un corpo che versava sangue, ed egli sapeva che quello era il corpo di Abele: la testa ancora infantile e tepida, i lunghi capelli che ora gli si avvinghiavano alle mani tremanti e non lo lasciavano andare.

(…)Dio guardò Adamo. «Vedo le tue lacrime», disse, «miste al sangue di tuo figlio. Non una lacrima è perduta per me, non una goccia di sangue. Fino a quando, Adamo, lotterai contro di me perché non renda giustizia?».Adamo taceva ma il suo cuore era un mare di angoscia che urlava dalle sue profondità fino a Dio. Allora lo Spirito di Dio si turbò.«Tu sei l’opera delle mie mani, ed ecco mi stai davanti come polvere, sangue e pianto. Sento il tuo cuore che grida fino a me».«Perché mi hai creato?» chiese Adamo in mezzo al suo pianto.Lo Spirito di Dio riguardò in se stesso e disse: «Io volevo contemplarmi nell’opera delle mie mani. Ho creato il cielo e la terra, il fuoco e le acque, ma in te ho posto il soffio della mia bocca, ho esultato nella vastità del tuo cuore. Io venivo a parlare con te solo in tutto l’universo. Tu solo, Adamo, eri la mia somiglianza».«Tu mi hai tentato», disse Adamo, «Tu, prima che la donna e il serpente. Perché mi hai tentato?».«Adamo», gridò Dio, «io volevo il tuo spirito in ogni momento dei tempi. Non l’ho preso io, tuo Dio, volevo che tu me lo dessi, in ogni momento dei tempi».Allora Dio e Adamo tacquero, e il loro cuore era pieno di dolore:(…)

Così la bocca di Adamo si aprì alla verità e gridò: «Con la mano di Caino il mio peccato ha ucciso Abele, mio figlio. Io ho detto: Voglio essere Dio; e Tu m’hai calpestato col tuo piede, hai affondato il mio capo nella terra che ha sapore di morte. Ecco, mi hai dato due figli, nati dal dolore della donna: l’uno ha il volto del mio peccato e della mia umiliazione; nell’altro Tu ti sei compiaciuto, hai raggiato dal suo volto, sì che in lui ho rivisto la tua somiglianza. Ed ecco il mio cuore si è riempito di tumulto: hanno urlato il mio peccato e la mia umiliazione, gioia e furioso amore, desiderio di morte e volontà di distruggere la tua traccia. Lo grido innanzi a Te: non volevo uccidere Abele, ma Dio. Ah perché sei tornato nel figlio dell’uomo?».

Lo Spirito di Dio taceva sopra Adamo. E Adamo disse: «Ho due figli e nel tuo segno sta la mia vita. Sino alla fine dei giorni sarò Caino e Abele, perseguiterò la tua somiglianza e gioirò dei tuoi ritorni in me, ucciderò e sarò ucciso nel tuo nome. Sino alla fine. E non ho nessuna speranza». Ansimava e il suo cuore si rompeva nell’affanno.

«Adamo», chiamò Dio, «ascolta ciò che dice il Signore. Dio dice: darò nelle tue mani mio figlio, l’agnello di Dio senza peccato: in Lui la mia somiglianza con te sarà rinnovata per sempre. Dio e Adamo in Lui saranno uno solo. Tu l’ucciderai, nuovo Abele, servendoti dell’albero, me l’offrirai in sacrificio e mangerai la sua carne e berrai il sangue suo. Egli prenderà su di sé i tuoi peccati e in Lui farò giustizia del pianto e del sangue. Starà come segno di pace tra noi, speranza per te ed i tuoi figli fino all’estrema generazione».

«Mai ucciderò Dio», gridò Adamo. Ma lo Spirito di Dio si allontanava come una grande tempesta. (…)”




Elena Bono [nella foto], nata a Sonnino nel Lazio nel 1921, vive da molti anni a Chiavari in Liguria. “La morte di Adamo” è un libro di racconti pubblicato da Garzanti nel 1956. Accolto con entusiasmo da Emilio Cecchi, non ebbe tuttavia riscontro di pubblico significativo (la seconda edizione, Microart’s, è del 1988; chi vuol farsi uno splendido regalo, lo cerchi nel catalogo dell’editrice Le Mani, nella collana che raccoglie tutte le opere poetiche, narrative e teatrali di Elena Bono). Per quanto mi riguarda è un capolavoro della narrativa italiana del secondo Novecento (ma forse andrebbe bene anche l’articolo determinativo). Un grande libro, da leggere e rileggere; a volte lo uso addirittura come occasione di preghiera, a casuale apertura di pagina, a mo’ di versione moderna dell’Imitazione di Cristo. Certo, da quando l’ho letto la prima volta, la recita dei misteri dolorosi del Rosario è costantemente accompagnata da squarci e immagini che mi vengono dalle sofferte illuminazioni di Elena Bono.

Trascrivendo questa pagina mirabile mi si accalcano nella memoria alcune strofe dell’inno “Pange lingua gloriosi lauream certaminis” (Venanzio Fortunato, VI secolo) dal rito tradizionale del Venerdì Santo:

(…) De parentis protoplasti fraude Factor còndolens,
quando pomi noxialis in necem morsu ruit,
ipse lignum tunc notavit, damna ligni ut sòlveret. (…)

Quando venit ergo sacri plenitudo tèmporis,
missus est ab arce Patris Natus orbis Cònditor
atque ventre virginali carne amictus pròdiit. (…)

Lustra sex qui iam peregit tempus implens còrporis,
sponte libera Redemptor passioni dèditus,
Agnus in Crucis levatur immolandus stìpite.
(…)

[Mosso a pietà per l’inganno in cui cadde Adamo quando precipitò verso la perdizione per aver morso il frutto funesto, il Creatore scelse l’albero che avrebbe riparato i danni dell’albero.

Quando giunse la pienezza del tempo sacro, il Figlio, Creatore del mondo, fu mandato dalla reggia del Padre e, fattosi carne, nacque dal grembo di una Vergine.

Già trascorsi trent’anni, giunto alla piena maturità del corpo, Egli, che volontariamente si era votato alla Passione, viene innalzato sull’albero della Croce come Agnello da immolare].


Giuseppe

"Portami il Messale di Pio V: lo voglio baciare"

Francia, 1987: su richiesta del sacrilego vescovo di Versailles, la Polizia interrompe la
celebrazione di una Santa Messa tradizionale, trascinando il Sacerdote via dall'altare.


" Portami il Messale di Pio V: lo voglio baciare"

Chi mi ha fatto questa richiesta alcuni anni fa ?

Un lefebvriano? NO

Un irriducibile ed ottuso tradizionalista ? NO

Questa tenera e commovente richiesta mi fu fatta, incredibilmente. da un Sacerdote che era stato un irriducibile e fiero persecutore dell’antica liturgia.

Brillante, intelligente e colto, in piena persecuzione bugniniana quel Sacerdote era riuscito, vantandosene, a far trasferire il Rettore di un Santuario austriaco, che non aveva accettato di mettere nella sua Basilica il solito tavolinetto davanti all’Altare, mantenendo persino l’uso dell’antico Messale.

Al ritorno in Italia dalla gita austriaca il Sacerdote denunciò quel Rettore che fu trasferito dopo pochi giorni.

Pur sapendo che era uno dei più terribili avversari della Tradizione io avevo mantenuto un senso di sincera stima generata anche dal fatto che, a differenza di altri, lui era trasparente nelle sue scelte e nei suoi gesti.

Il Signore volle saggiare la fedeltà di quel Sacerdote infliggendogli una terribile malattia che lo portò prematuramente alla morte.

Poco tempo prima di morire chiamò al telefono: “ Portami il Messale di Pio V : lo voglio baciare”!

“ Vedi cosa succede a chi non tiene più uno in casa il Messale Tridentino ! – scherzai io- Tu prete devi chiedere in prestito un Messale a me …”

Per quel Sacerdote, onestissimo intellettualmente e coerente sino alla fine, quella richiesta aveva il sapore della piena riconciliazione con tutto quello che aveva dovuto avversare per anni ed anni.

Ritornerò su questa figura sacerdotale della mia regione, onestamente coerente nella persecuzione contro la Tradizione, se la Redazione di Messainlatino me lo permetterà in futuro [eccome no! siamo interessatissimi]. Vorrei trascrivere infatti alcuni scritti che quel Sacerdote, in polemica con me, quando avevo appena 19 anni, scagliò contro l’antica liturgia quando io feci celebrare la Messa “proibita” nella sua Cattedrale.

Io avevo favorito infatti, giocandomi ogni inserimento nei seminari locali, la celebrazione della Messa antica in una Cattedrale approfittando della presenza del Coro Gregoriano di Una Voce-Roma.

Il Capitolo di quella Cattedrale aveva dato parere favorevole, con entusiasmo… ed i Canonici vollero assistere in rocchetto…

Il Potere fu poi spietato.

L’Arcidiacono del Capitolo venne trasferito nel giro di due settimane in un istituto assistenziale nel Sud Italia, dove poi, in preda ad un esaurimento, procurato dalla spietata reazione del Potere, continuava a dire, alzando inutilmente le mani: “Non ho fatto celebrare una funzione protestante … è la nostra Messa… “.

Quando lo chiamai , alcune volte, al telefono notai con commozione che la sua voce tremava .

“Sorella morte“ lo liberò dopo pochi anni da tante sofferenze spirituali.

Io considero quell’Arcidiacono uno dei tanti martiri della persecuzione post conciliare.

Il quindicinale diocesano commentò, con inaudita ferocia, la scelta liturgica del Capitolo mettendo i Canonici e i Parroci in uno stato di paura permanente…

Al sottoscritto - ero all’inizio della carriera scolastica - non fu rinnovato l’incarico di docente, che pur mi spettava per punteggio, nella locale scuola media… mi fu invece assegnata una sede montana dove mi beccai una bella bronchite… ma anche in quel paese montano riuscii ad organizzare la celebrazione della Messa antica.

Non fu difficile, per la verità, proporre nel territorio montano la messa tradizionale. Nelle feste patronali i bravi “montagnoli” esigevano la Messa in terzo, con diacono e suddiacono.

Nelle feste estive dell’AVIS, all’aperto, i Canonici locali, messo il manipolo, celebravano “Introibo ad altare Dei” …

La Messa tradizionale sopravvisse nelle montagne dell’Appennino marchigiano fino agli anni ’90. Persino i Monsignori di Curia quando tornavano d’estate nei loro paesi d’origine celebravano la Messa antica … ("Qua comando io – gridò un Monsignore in paonazza – e celebro come i miei vecchi Parroci, che nessun mi rompa …" – espressione romanesca che censuro anche nel ricordo).

Ho voluto scrivere questi aneddoti marchigiani nel momento in cui la nuova persecuzione contro coloro che hanno una diversa sensibilità liturgica si sta facendo pesante.

Vorrei sottolineare ai lettori che noi poveracci non trascuriamo mai di assistere, convinti, alla Santa Messa, nella forma ordinaria, aiutando, come doveroso, le nostre Parrocchie di appartenenza.

La frequentazione della Messa domenicale vespertina nell’antico rito è un ulteriore segno di fedeltà, di devozione e di amore nei confronti di Santa Madre Chiesa. Noi siamo veramente i “migranti” liturgici e stiamo dando, con fierezza, una parte del nostro tempo e dei nostri soldi per la “buona causa”.

Questo non viene incredibilmente preso in considerazione da alcuni nostri Pastori le cui primarie preoccupazioni sembrano orientarsi verso l’osservazione critica di tutto quanto facciamo.

Neppure per l’ultima messa servita domenica da Nicolas e da Matteo si è avuta una particolare dimostrazione di affetto e di carità da parte di chi avrebbe dovuto. Nicolas oggi è partito per il Seminario dell’Istituto Buon Pastore in Francia, Matteo per il Nord Italia…

Un amico Sacerdote mi ha chiamato: “ Andrea, sai che il mio vescovo è fortemente contrario alla messa in latino, io debbo pur vivere… non posso venire…”

Il “solito” professore di religione, che aveva annunciato la sua presenza, se n’è scappato in Umbria per non farsi vedere a Campocavallo …

Mi vengono seri dubbi circa altre assenze: ma non vorrei confessarmi nuovamente a causa dei miei cattivi pensieri…

Su una cosa sono convinto che i nostri attuali persecutori prima o poi dovranno presentarsi, come tutti, al Giudizio di Dio. Il Sacerdote di cui ho parlato sopra ha avuto l’onestà intellettuale e la forza spirituale di riconciliarsi con la sana Tradizione prima di morire: “ Portami il Messale di Pio V : lo voglio baciare” !

Noi assicuriamo a tutti, soprattutto ai nostri persecutori. le nostre sincere preghiere e la nostra collaborazione: se siamo meritevoli di essere ripresi e/o censurati aspettiamo in ginocchio che i nostri amati Pastori lo facciano con i mezzi che la Chiesa riserva loro.

Le frasi ad effetto, con riferimenti culinari, non si addicono ai Pastori d’anime !


Andrea Carradori

martedì 29 settembre 2009

L'ultimo feuilleton dell'autore del Codice da Vinci


Lost Symbol: “Dan Brown ai piedi della massoneria"

di Massimo Introvigne

Robert Langdon, il professore di simbologia che novanta milioni di lettori del Codice da Vinci conoscono, arriva al Campidoglio di Washington invitato dal suo vecchio amico Peter Solomon, un massone d’alto bordo, a tenere un discorso. Ma quando – all’inizio del nuovo romanzo di Dan Brown The Lost Symbol (Il simbolo perduto) – entra nell’edificio, Langdon scopre che in realtà l’invito è falso, e fa una macabra scoperta: trova una mano tagliata, quella di Solomon, su cui sono incisi tatuaggi massonici. La mano punta verso un dipinto del 1865, che raffigura il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington (1732-1799), nelle vesti di un dio pagano. Il cattivo che ha teso la trappola a Langdon (la cui vera identità scopriremo soltanto a fine romanzo) si fa chiamare Mal’akh, “Angelo”, ha il corpo coperto di tatuaggi come un’opera d’arte ed è alla ricerca di una piramide massonica nascosta da qualche parte sotto Washington con mirabolanti poteri. Con l’aiuto (e presto, al solito, l’amore) della bella sorella di Solomon, Katherine, che studia la miracolosa scienza della noetica, Langdon completa un percorso a ostacoli tra i misteri del rito scozzese della massoneria, alchimisti, rabbini e agenti della CIA, sconfigge i cattivi e salva gli Stati Uniti da trame pericolosissime.

Un colpo al cerchio e uno alla botte: dopo essersela preso con la Chiesa nel Codice da Vinci stavolta Brown se la prende con la massoneria? Non è proprio così. Certo, Brown è sempre Brown, uno scrittore che nessuno ha mai accusato di fare serie ricerche storiche prima di scrivere i suoi libri. Pertanto in tema di rito scozzese, piramidi, cerimonie massoniche, architetture e urbanistica di Washington che sarebbero una mappa predisposta dalla massoneria, per non parlare delle strabilianti pretese New Age della noetica, lo specialista trova senza difficoltà le consuete sciocchezze. Pierre Charles L’Enfant (1754-1852), che disegna il Plan of the City of Washington nel 1791-1792 non è massone, e si conforma a indicazioni del governo che riceve non dal massone George Washington, ma dal non massone Thomas Jefferson (1743-1826). La leggenda è nata negli Stati Uniti ma è diventata patrimonio comune di chi legge certi libri con un testo del 1989 di Michael Baigent e Richard Leigh, due degli autori inglesi de Il Santo Graal cui Dan Brown aveva già abbondantemente attinto per le teorie sui Merovingi e sulla Maddalena del Codice da Vinci. E molte storie a fosche tinte sul rito scozzese della massoneria e sul suo dirigente ottocentesco Albert Pike (1809-1891) sono state inventate nel corso di polemiche del XIX secolo, o peggio provengono dalla fucina francese di Léo Taxil (1854-1907), un massone impostore che si finse convertito al cattolicesimo e propose incredibili rivelazioni su riti macabri e apparizioni del Diavolo in loggia, prima di confessare pubblicamente l’inganno nel 1897.

E tuttavia mentre Il Codice da Vinci era un libro anticattolico e anticristiano, The Lost Symbol non è un libro antimassonico. Certamente i massoni lamenteranno qualche imprecisione e esagerazione. Ma qui la massoneria – a differenza dell’Opus Dei nel Codice da Vinci o della Chiesa nemica della scienza nel romanzo Angeli e Demoni (molto più virulento del film, che ha notevolmente attenuato i toni) – non è “il cattivo”. Mentre sparare sulla Chiesa è considerato, negli ambienti che frequenta Dan Brown, politicamente corretto, si ha la sensazione che quando deve trattare della massoneria lo scrittore proceda con cautela e scriva dopo avere infilato la mano in un bel guanto di velluto. Brown, così, scherza coi santi e lascia stare i fanti.

Eppure a ben guardare una tesi ideologica nel nuovo libro c’è. Avrebbe fatto più rumore se Brown ce l’avesse fatta, come voleva, a finire il libro durante il regno di Bush. La figura del presidente convertito al protestantesimo born again e conservatore, infatti conferiva vivacità a un dibattito storiografico che dura da almeno cento anni e che contrappone due narrative a proposito delle origini degli Stati Uniti. Per la prima i padri fondatori degli Stati Uniti – anche se non erano tutti né esempi di comportamento morale né cristiani di buona dottrina – misero al centro dell’esperimento americano valori condivisi il cui fondamento era almeno genericamente cristiano. Per la seconda, il sottofondo comune che univa i padri fondatori non era invece il cristianesimo ma il deismo tipico della massoneria, utilizzato come lieve vernice filosofica per coprire temi gnostici, esoterici e ultimamente naturalistici e neo-pagani.

Il dibattito appassiona perché ha una portata culturale e politica. Se i padri fondatori, senza troppo dirlo, volevano fondare l’esperimento americano su una sorta di naturalismo neo-pagano, gnostico, “massonico” nel senso di questo termine corrente oggi (ma si dimentica che la massoneria americana del Settecento non era quella europea del XIX secolo o di oggi), allora le pretese – care a Bush – di presentare gli Stati Uniti come una Christian nation con una missione religiosa da compiere crollano come un castello di carte. E – aggiungono i seguaci della seconda narrativa – chi propone il relativismo morale, l’aborto, il matrimonio omosessuale è più vicino allo spirito pagano e gnostico dei padri fondatori di Bush o dei vescovi cattolici.
Per questa seconda narrativa scende in campo Brown. Per lo scrittore il fondo gnostico-massonico dell’ethos americano è un fatto positivo: naturalmente, per tanti anti-americani lo stesso fondo esiste ma è un dato negativo che conferma come degli Stati Uniti i cristiani facciano bene a non fidarsi.

Il dibattito, naturalmente, non si risolve con i romanzi, ed è diventato meno vivace con Obama, per cui la retorica della Christian nation non è così importante come per Bush. Ma la rozza presentazione di Brown è storicamente infondata. Benedetto XVI, visitando nel 2008 gli Stati Uniti, ha definito l’esperimento dei padri fondatori americani “un modello fondamentale e positivo”. Sul prato della Casa Bianca il Papa ha affermato che “sin dagli albori della Repubblica la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore. Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione”. I diritti della Costituzione americana sono insieme “fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura”: il Dio, ha precisato Benedetto XVI, della “fede biblica”. È giusto che gli storici continuino a dibattere. Ma il Papa in America ha svelato il gioco di chi presenta maliziosamente le origini degli Stati Uniti come soltanto massoniche per legittimare un’emarginazione del cristianesimo dalla vita politica di oggi. A questo gioco possono contribuire anche i romanzi. E Dan Brown, quando passa il treno di una cattiva causa, non manca mai di salire a bordo.

da Avvenire, 17 settembre 2009, visionabile anche qui

Strana bonaccia sul caso Williamson

L'altro giorno in un post abbiamo criticato con durezza la sfuggente reazione della Sala Stampa del Vaticano rispetto agli attacchi provenienti, tramite la TV svedese, dal vescovo di Stoccolma Arborelius, dal Nunzio in Scandinavia Tscherrig e dal cardinale Kasper, ritenendo insufficiente e fuori luogo la generica risposta di P. Lombardi alla Radio Vaticana e l'e-mail quasi intimistica inviata proprio alla televisione svedese.

Ora, a distanza di alcuni giorni, esponiamo anche una dissenting opinion, che ritiene invece che P. Lombardi abbia fatto, con molta callidità gesuitica, la cosa giusta: ossia ha limitato al mimimo la reazione e in pratica non ha nemmeno parlato del fatto, del quale, a ben vedere, non ha detto proprio nulla: non ha detto se il Nunzio ha davvero inviato l'informativa, o dove questa è finita, o chi sapeva e chi no: si è limitato a rispondere di “essere certo” che il Papa dica la verità e poi ha parlato solo di se stesso, nella mail, o della generale attitudine del Papa verso gli Ebrei, nelle parole alla radio. In questo modo, ha evitato di fornire ulteriore materiale alla polemica: in effetti ogni risposta più articolata, e specie una ricostruzione dei fatti, non fa che alimentare curiosità ed esporre al rischio di smentite o controipotesi.

Perché in effetti la “bomba svedese” sembra essere stata un colpo piuttosto inefficace. E' vero che è presto per dirlo e che questi attacchi mediatici possono essere ordigni di profondità ad innesco ritardato; però colpisce, favorevolmente, il relativo disinteresse dei media per questa nuova vicenda rispetto alla spasmodica e procellosa attitudine con cui era stata accolta a gennaio l'intervista a Williamson. Allora il Vaticano era stato oggetto di una campagna di odio e di attacco che non trova precedenti più recenti di quella contro Paolo VI per l'Humanae vitae. E ciò, tra l'altro, per colpa di affermazioni provenienti da un soggetto non inserito nella Chiesa-istituzione, del quale pertanto il Vaticano non sarebbe tenuto a rispondere. Ora invece in cui le accuse, per di più provenienti da alti prelati, coinvolgono il più stretto entourage del Papa, se non quest'ultimo direttamente, l'emozione dei media è mitigata e non si va molto oltre i trafiletti.

Meglio così. Ma saremmo curiosi di capire che cosa ha provocato questo mutamento di attitudine. Proviamo ad avanzare qualche ipotesi; ma se qualcuno ha idee migliori, ce le dica.

Questa volta le truppe di sfondamento, ossia le organizzazioni ebraiche anti-diffamazione, sono rimaste quasi tutte quiete. Perché? In primo luogo, perché ormai perfino le pietre hanno capito che il Papa è tutt'altro che un criptonazista antisemita e negazionista, che considera perfidi i giudei. La tempesta Williamson (quella di gennaio) ha costretto il Papa a far professione di amicizia col popolo ebraico un giorno sì e l'altro pure. A qualcosa sarà ben servito! Anzi, la cosa aveva iniziato a funzionare già a inizio anno, tanto che il Papa nella lettera ai vescovi di marzo ringraziava “tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia”, mentre osservava per contro come i “cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”. Non diciamo che le organizzazioni ebraiche si siano convinte, ma quanto meno han capito che nuocerebbe alla loro stessa credibilità insistere con diffamazioni contro il Papa palesemente infondate.

Questo, per quanto concerne l'ebraismo internazionale. Per quello di casa nostra, due avvenimenti recenti hanno ulteriormente ammorbidito gl'Israeliti: la promessa del Papa di recarsi nella sinagoga di Roma e le recenti parole del card. Bagnasco per cui “non e' intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”. [Per inciso, quest'ultima frase è gravissima e deplorevole. Tutto sta a vedere che cosa si intende in curialese per “attivamente”: ma se diamo alla proposizione l'unico senso che ammette il dizionario della lingua italiana, essa cozza con almeno una ventina di chiarissimi detti evangelici (e poi veniteci ancora a raccontare, cari vescovi, di “primato della Parola”: si vede quanto quella Parola sia rispettata!); contraddice il pensiero del Papa espresso nella nuova oratio pro iudaeis per la forma straordinaria; e infine fa a pugni con la tradizionale teologia della sostituzione: la quale non implica odio antisemita o accuse di deicidio, ma semplicemente che Cristo è l'unico salvatore dell'umanità intera].

Insomma: l'ebraismo italiano pare abbastanza calmo, grazie a quella bella uscita del card. Bagnasco e soprattutto alla prossima visita del Papa in Sinagoga, alla quale l'arrogante rabbino Di Segni tiene enormemente per fare la sua bella passerella televisiva con tutti gli accoutrements, nell'intento di emulare e far dimenticare l'odiato predecessore Toaff (caduto in disgrazia da quando suo figlio ha scritto quel saggio sulle Pasque di sangue, in cui afferma la veridicità di alcune accuse medievali di infanticidio rituale).

Ma se l'Ebraismo era stato in prima linea contro il Papa, a inizio anno, chi l'aveva sobillato erano stati gli ambienti progressisti (anche e soprattutto ecclesiali!) e laicisti. Ora, questi si trovano senza l'alleato di sfondamento: senza il sostegno attivo degli Ebrei, è difficile attaccare il Papa con accuse di antisemitismo...

Ma non solo: un'altra componente che era stata particolarmente ostile a questo Papa, ossia la sinistra politica, ha in questo momento un'attitudine meno virulenta. E' un fatto: da un mese a questa parte, ad es., La Repubblica ha interrotto la costante diffamazione della Chiesa e sembra diventata un giornale diocesano. Come mai? Il caso Boffo, parbleau!: Avvenire partecipa alle manifestazioni per la libertà di stampa indette da Repubblica, vuoi che i repubblichini non tentino l'alleanza (strumentale quanto si vuole) con il popolo delle parrocchie per arrivare ad archiviare l'era berlusca? Ma per quel fine, non si può bistrattare troppo, almeno in apparenza, il Vaticano.

E questo spiega la calma della sinistra italiana; ma all'estero? Be', premesso che in materia ecclesiastica ci si regola spesso secondo quel che succede in Italia, occorre ricordare che l'enciclica Caritas in veritate piaciucchia alle sinistre, che vi vedono una sconfessione del liberismo economico (non che l'abbiano letta - omissione forse giustificata, perché l'enciclica è troppo lunga – ma si son fidati del fatto che il neocon Novak ne ha detto peste, corna e vituperio). Non solo: ha probabilmente calmato i bollori antipapisti un equivoco che si è diffuso all'estero: quello che Berlusconi, tramite Il Giornale, stesse sfruttando l'intervista svedese per un nuovo attacco alla Chiesa cattolica, come nel caso Boffo. E se il Papa è attaccato da Berlusconi, allora per la stampa estera il Papa va, se non difeso, almeno rispettato.

Di che stiamo parlando? Guardate questo articolo nel blog di Damian Thompson, ripreso poi dalla stampa inglese: “Silvio Berlusconi gira i suoi cannoni contro il Papa”. In realtà si tratta di un malinteso: l'attacco al Papa sarebbe nel fatto che il titolo di un articolo de Il Giornale recita: In Svezia manovre contro il Papa: “Ha mentito”. Come è evidente a noi di madrelingua italiana, da quel titolo si capisce benissimo che Il Giornale non accusa affatto il Papa di aver mentito (come invece hanno equivocato gli stranieri) ma riferisce solo che altri, in Svezia, formulano quell'accusa. E già il fatto che l'accusa sia considerata frutto di “manovre”, termine spregiativo, fa capire quanto poco credito Il Giornale dia all'affermazione che il Papa ha mentito. La lettura dell'articolo, poi, toglie ogni residuo dubbio.

Insomma, per concludere: grazie ad una serie di mutate circostanze, alcune anche fortuite, può ben dirsi che questa volta l'attacco al Papa, per cui alti prelati progressisti si sono tra l'altro esposti in prima persona, è stato un buco nell'acqua. Speriamo che un simile flop sia solo l'inizio di tanti altri insuccessi...

lunedì 28 settembre 2009

Frittate marchigiane

Fermo

Non capita tutti i giorni di essere rimproverati da un Arcivescovo Metropolita per.aver seguito fedelissimamente le rubriche del Novus Ordo Missae.
Il fatto.
Alcuni membri del gruppo liturgico che è impegnato abitualmente nelle Sante
Messe con il Messale del '62 hanno servito la Santa Messa invitati da una Comunità monastica.
La Messa era concelebrata dall'Arcivescovo con alcuni religiosi e parroci locali.
Noi abbiamo svolto il servizio liturgico secondo le nostre competenze: io sedevo all'Organo, il cantore ha intonato i canti, tutti in gregoriano, e due ragazzi hanno servito all'altare.
Su desiderio delle claustrali è stata eseguita la Missa IX gregoriana Cum Jubilo e il proprium della festa.
Per l'Ecc.mo Prelato erano stati preparati tutti i paramenti preziosi contemplati dalle rubriche compresa ovviamente la dalmatica. Inutile dire che l'Arcivescovo ha negato di indossarla con un "no" quasi disgustato. Il presbiterio era addobbato solennemente con tappeti, fiori, reliquie e
candelabri. In cornu evangelii era preparato il trono prezioso del secolo XVIII.
Per rendere la celebrazione meno pesante si è poi pensato di sostituire al salmo responsoriale l'alleluia intonato dai cantori in gregoriano, così come prevede il graduale riformato.
Su indicazione dello stesso Arcivescovo sono state tralasciate le preghiere dei fedeli (grazie a Dio).
Il rito è poi continuato normalmente con il canto, al termine della Messa, dell'Oremus pro Pontifice e dell'Oremus pro Antistite, come segno di fedeltà alla Chiesa.
Al termine della S. Messa in cuore pensavamo di aver organizzato, insieme alle monache, una celebrazione il più degna possibile e più fedele all'ermeneutica della continuità auspicata dal Papa ed elogiata (paradossalmente!) dallo stesso Arcivescovo nella Sua nota pastorale sulla liturgia. Purtroppo pensavamo male.
Mentre un Monsignore, felice di quanto aveva appreso, faceva notare al Prelato che il ragazzo cerimoniere sarebbe entrato in un seminario di Diritto Pontificio in Francia, l'Arcivescovo si scaglia con quanto odio contro quest'ultimo dicendo: "Eh si, questo qui ha combinato una bella frittata . insieme a quest'altro (indicando me)!" - continuando, nel mentre che se ne andava - "Ci vuole obbedienza! Ne riparleremo nell'aldilà, nel giorno del Giudizio!".
Sbalorditi per tali parole dette con sì tanto odio, ce ne siamo andati con rammarico e sinceramente anche sorpresi. Seguire con fedeltà le rubriche del Messale di Paolo VI significa disubbidire? Significa fare una bella frittata? Addirittura per tale "disobbedienza" di scomoda persino il Giudizio Divino!
E' forse questo il comportamento del Buon Pastore? Se si sente il bisogno di fare dei richiami per qualcosa che non andava, lo si faccia con la correzione fraterna e non lanciando frasette ad effetto senza nessuna argomentazione!
Senz'altro abbiamo notato l'odio profondo di certa gente verso di noi qualunque cosa facciamo.

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Numana
Altra situazione, anche questa volta che ricorda la vocazione culinaria delle Marche.
Una cena estiva offerta da una famiglia locale.
A tavola sedeva, ovviamente nel posto d'onore che gli spettava, l'Eccellentissimo Arcivescovo.
Ad un certo punto della cordiale conversazione andando completamente fuori tema ma a voce più elevata, in modo che io potessi ascoltare bene, il Prelato ha detto : " Sono stato oggi in San Pietro per le .... . E' aberrante vedere come sia tornati indietro : sette candele sull'altare, la Croce al centro, la comunione data in ginocchio e a noi Vescovi ci è stata data solo sulla bocca ! Ovvio che il prossimo Papa, che si sceglierà un nuovo cerimoniere, riporterò tutto secondo lo spirito del Concilio Vaticano II" .
L'impietosa critica contro Mons. Guido Marini ricorda quella dell'ottobre 2008 lanciata da un altro Ecc.mo Arcivescovo, al termine di una riunione presbiterale in un' Arcidiocesi, confinante con la mia Regione. Alcuni Sacerdoti hanno timidamente chiesto al loro Arcivescovo se sarebbe stato opportuno seguire le indicazioni liturgiche del Papa poste in atto nella Basilica di San Pietro ed in tutti i viaggi papali nel mondo.
La risposta dell'Arcivescovo, che si autoproclama "amico e conoscitore del Papa" è stata "Sono tutte invenzioni di Mons. Guido Marini. ."


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Caldarola
Altra situazione sempre di carattere conviviale : una cena, nello spirito di cordialità, di alcuni politici con il loro Arcivescovo finalmente proveniente , come prezioso dono, dalla Curia Romana.
Durante il cordiale banchetto uno amministratori presenti, pensando di fare cosa buona e giusta, ha lodato la Santa Messa, nel rito antico, a cui aveva recentemente assistito.
L'Arcivescovo, mimando le forbici , ha gelato tutti dicendo " basta con questo latino : taglia il latino sennò io ti taglio la lingua" !

Ed ora mangiamoci queste frittate . Buon appetito!

A.C.

Testo integrale dell'intervista al card. Castrillòn Hoyos. Con interessanti sorprese.























Testo integrale dell'intervista al card. Castrillòn Hoyos apparsa venerdì scorso nel Sueddeutsche Zeitung (cliccate le foto per il testo originale):

- In Germania Lei è stato severamente criticato…
In Germania? Chi mi ha criticato in Germania?

- La si presenta come il principale responsabile dello scandalo legato a Richard Williamson, membro della Fraternità S. Pio X, a inizio anno.
Quel che è stato detto non mi interessa minimamente. Per me, è un segno che un paese, che una stampa e che un pubblico, che io considero in fondo come onesti, sono male informati.

- Che intende dire?
Intendo dire che sembra che non si sappia di che cosa si tratta e in che cosa consista il diritto della Chiesa. Questo vuol dire che ci si lascia prendere da un turbine mediatico, oppure da una ipersensibilità locale, che comprendiamo e rispettiamo.

- E insomma, di che si tratta?
Mons. Marcel Lefebvre ha commesso un atto di ribellione quando, nel 1988, ha ordinato quattro vescovi senza mandato pontificio. Era un atto scismatico, e in conseguenza i quattro membri della Fraternità S. Pio X sono stati scomunicati insieme a mons. Lefebvre. Tutto qui. Tanto Giovanni Paolo II che Benedetto XVI si sono impegnati per risolvere questo conflitto. Per il resto, quel che è stato detto riposa su una ignoranza fondamentale delle intenzioni e delle azioni del Papa.

- Persino in Vaticano il processo di riavvicinamento della Fraternità S. Pio X è criticato.
Il solo scopo del Papa era di ridurre lo scisma. Mons. Lefebvre era morto e quelli ordinati da lui domandavano la revoca della scomunica. Il Papa ha accettato, dopo lunghe consultazioni. E noi, vescovi, dobbiamo sostenere il Papa, specie quando si tratta di un tema così fondamentale come l’unità.

- Qual è stato il Suo ruolo nel riavvicinamento con la FSSPX?
Nell’anno 2000 è cominciato un dialogo tra Roma e la Fraternità sacerdotale, dialogo seguito molto da vicino dal card. Ratzinger. Dopo una riunione condotta nel 2001 da Giovanni Paolo II, tutti i cardinali presenti si sono pronunziati in favore di questo processo. Hanno spiegato che i fratelli scomunicati non erano essi stessi eretici o scismatici, benché avessero commesso un atto scismatico. Circa le loro relazioni col Concilio, sono state sottolineate alcune difficoltà di certe interpretazioni della libertà religiosa e dell’ecumenismo. La Commissione Ecclesia Dei, che ho presieduto dal 2000 fino a luglio scorso, doveva analizzare questa problematica, null’altro.

- Lei condivide le posizioni della FSSPX?
La FSSPX pensa di difendere la verità della sacra tradizione e ritiene che non possono essere scomunicati per quello. Questo è comprensibile, anche se io non condivido questa opinione. Poiché è indiscutibile che hanno infranto una legge fondamentale della Chiesa.

- Si è mai chiesto se le Sue decisioni potevano avere conseguenze politiche?
La revoca della scomunica di quattro vescovi non è un atto politico. E' un atto di grazia. E' perciò un problema pastoral-teologico, non un'interferenza della Chiesa nella sfera politica. Per cui la cosa non mi concerne. Il mio lavoro non è giudicare un fratello vescovo. Quello è il compito della Congregazione per i Vescovi e della Congregazione per la Dottrina della Fede.

- Ma la Chiesa cattolica ha un'opinione su antisemitismo e Olocausto.
Il rigetto della Chiesa di questa violenza molto ingiusta cui fu sottoposto il popolo ebraico è assai chiara. Tale genocidio razziale è un crimine immorale contro l'umanità.

- Allora perché non ha impedito la revoda della scomunica a un negatore dell'Olocausto?
Williamson fu scomunicato per via della sua ordinazione episcopale illegittima, non per le sue teorie, giudizi o affermazioni sull'Olocausto. Vedere la cosa in quell'altro modo è un errore tedesco.

- E’ solo una sensibilità tedesca? Esistono opinioni ben diverse, nella Chiesa.
In effetti, nella Chiesa ci sono state anche reazioni critiche. E’ quel che il Papa ha indicato in una lettera indirizzata a tutti i vescovi del mondo. Ma il Papa naturalmente non è solo: è per così dire circondato dall’insieme dell’episcopato. Non ha agito per ignoranza. Il fatto che altre variabili si siano venute ad aggiungere, è un altro discorso.
 
- Lei ha detto che l'intervista di Williamson non era conosciuta. Che cosa avrebbe fatto il Papa se l'avesse saputo?
Non azzardo ipotesi su quel che il Papa avrebbe fatto. Mi riferisco solo a quel che sapeva, quando la revoca della scomunica è stata resa pubblica. A quel momento nessuno di noi sapeva alcunché delle affermazioni di Williamson. Nessuno di noi! E nessuno era tenuto a conoscerle.

- Fin dal 1989 Mons. Williamson negava, in un sermone, le camere a gas per gli ebrei. Non avreste potuto saperlo?
Non dica "fino dal". All’epoca, mons. Williamson era un giovane vescovo che agiva all’esterno della Chiesa e senza legittimità giuridica. Nel 1989, il giovane vescovo dava la sua opinione su un libro che proponeva una analisi storica dell’Olocausto che molti di noi non condividono. Ma devon forse tutti conoscere quel libro? Nessuno è obbligato ad aver letto tutte le opere che escono, e ancor meno quando si tratta di temi così specifici.

- Le parole di Williamson erano chiare: "Nessun ebreo è stato ucciso nella camere a gas! Quelle erano menzogne, menzogne, menzogne! Gli Ebrei hanno inventato l’Olocausto". Dal 1987 al 1991, Lei era presidente del Consiglio episcopale latino americano: a quell’epoca, già, la posizione di Williamson era conosciuta in Argentina. E ciò malgrado, Lei non ne sapeva nulla?
All’epoca ne sapevo su di lui tanto quanto su Maradona. Io ho appreso dell’esistenza di Maradona solo quando ero a Roma. Ho saputo qualcosa su Williamson solo nel 2000. Quel che posso dire comunque è che né la Curia, né la Congregazione per i vescovi, né la Segreteria di Stato, né le Nunziature, né gli episcopati canadese, tedesco, svizzero, austriaco, francese o olandese, han detto alcunché dell’opinione di mons. Williamson alla Commissione Ecclesia Dei.

- Nemmeno nel gennaio 2009?
Io so solo che la televisione svedese lo aveva intervistato in occasione dell'ordinazione di un diacono. Ed ho appreso solo il 5 febbraio ciò che egli aveva allora sostenuto. Il Nunzio ne ha informato la Segreteria di Stato e mi ha trasmesso delle informazioni in una busta sigillata che ho conservato.

- Dal 21 gennaio, un fax è arrivato in Vaticano col resoconto dell’intervista a Williamson.
Noi l’abbiamo saputo solo il 5 febbraio. Io mi sono posto questa domanda già molte volte: se l’intervista è stata fatta a fine 2008, perché è stata diffusa solo il 21 gennaio? Apparentemente, si è atteso che il decreto sulla revoca della scomunica, il cui processo era stato tenuto segreto, fosse firmato il 14 gennaio. Perché questo?

- Che ne pensa?
Non amo le speculazioni.

- Oggi il Vescovo di Stoccolma Anders Arborelius, sostiene che aveva già informato la Nunziatura di Stoccolma sin dal Novembre 2008.
Mi spiace di questa affermazione inattendibile, poiché è falsa. Diffondere questa informazione è una calunnia. Noi conserviamo tutti i documenti che riceviamo in formato digitale. Mons. Arborelius dovrebbe dire come, a chi e quando egli ha fornito l'informazione e se l'ha fatto in forma scritta o orale.

- Fin dal 2008 la rivista Der Spiegel aveva parlato di Williamson. Nessuno lo legge in Vaticano?
E' possibile che la sezione tedesca della Segreteria di Stato abbia avuto conoscenza di questo articolo. Io non lo so.

- Mons. Fellay, il Superiore Generale della FSSPX, conosceva già il contenuto dell'intervista a Williamson, se dobbiamo credere alla lettera che egli inviò alla TV svedese il 21 Gennaio, per impedirne la trasmissione.
Non ne so niente.

- Williamson dice di che vi sareste incontrati ad un pranzo?
All’epoca ero da poco diventato Presidente della Ecclesia Dei, quando ho visto in piena estate un gruppo di persone in abito talare, perciò ho chiesto al mio segretario di indagare chi fossero. Lui mi ha detto che erano lefebvriani. Così li ho invitati a pranzo da me.

- Che impressione le hanno dato?
L'impressione che sono brave persone, talvolta un po' troppo fissate su quello che per loro è l’origine di tutto il male del mondo: la riforma della Messa con il Concilio. Così ho cercato di distendere l'atmosfera e scherzando ho detto che se avessi potuto scegliere una lingua per la Messa avrei preferito l'Aramaico, la lingua di Cristo, dal momento che non sapevo chi avesse avuto la pessima idea di scambiare la lingua del Signore con quella dei Suoi persecutori. La giudicarono una brutta battuta. Dopo questo incontro c’è stato un colloquio con Giovanni Paolo II e poi un altro nell’agosto del 2005 con Papa Benedetto.

- All’epoca che pensava di Williamson?
E' un uomo onesto, ma strano. Non sciocco, però ossessivo e testardo.

- Un uomo onesto?
Dice quello che pensa. Williamson non mi sembra di quelli che vogliono ingannare. Semmai è una persona semplice che rappresenta posizioni estreme. In ogni caso, un uomo di una fede semplice e sincera.

- Quando lo scandalo è scoppiato, persino il portavoce del Vaticano L’ha pubblicamente attaccata.
Padre Lombardi ha fatto ad una giornalista francese un commento azzardato su di me [LINK], ma ha ritirato la sua dichiarazione [LINK]. Si è scusato con me e si deve sottolineare questo punto: in quel momento, non ha agito su domanda del Papa.

- Il Cardinal Giovanni Battista Re si è sentito tradito da Lei.
Per quanto ne so, non ha mai detto ciò, ma conosco bene le parole imprudenti che la stampa gli ha attribuito su di me. Perciò gli ho scritto una lettera nella quale gli ho detto che se qualcuno doveva essere al corrente delle frasi di Williamson, era lui. Ha lavorato per molti anni alla Segreteria di Stato e oggi è alla testa della Congregazione per i Vescovi e ha il dovere di sorvegliare i Vescovi.

- Lo scandalo ha mutato le Sue relazioni con il Papa?
Certamente, e in meglio! Noi abbiamo lavorato gomito a gomito. Ho una grande affezione per lui, non solo perché è il Vicario di Cristo, ma anche perché è un teologo di prima classe, un difensore della Fede, e un amico che ha sempre avuto fiducia in me. Ciò non è mutato.

- Lei ha detto una volta che il dibattito sull’esistenza delle camere a gas non era un problema morale ma storico. Ci può spiegare?
Il genocidio del popolo ebraico è un atto che è moralmente condannabile, allo stesso titolo delle torture. Ma dire che ci sono stati cinque morti anziché dieci, non è un giudizio morale ma un errore storico.

- Williamson nega il tentativo di annientare il popolo ebraico.
Secondo me, non ha mai negato il genocidio contro gli Ebrei. Lo riduce. E’ una questione storica. Il problema morale si situa esclusivamente a livello del genocidio razzista.

- Che cosa avrebbe fatto il Vaticano se Williamson non avesse minimizzato l’Olocausto, ma l’avesse negato?
Il negazionismo non tocca l’essenza della Chiesa. Si tratta di un problema risolubile. E’ lo stesso problema di quelli che non rigettano il terrorismo o che difendono e praticano degli aborti. Mons. Williamson è ancora sottomesso all’autorità della FSSPX, che può andare fino a proibirgli di entrare in una chiesa, di celebrarvi messe, per difetto di giudizio.

- Ricomincerebbe nella stessa maniera?
Esattamente!
 
-Si è sentito urtato dai media?
Ho avuto molto a che fare con i media. Pertanto, mi sono indurito la pelle. Non ho mai chiesto rettifiche, perché è inutile. La verità trova da sola la strada. E l'unica verità è quella che Le ho appena detto.


Intervista raccolta da Camilo Jiménez

domenica 27 settembre 2009

Leonardo Sciascia: "Ricordavo ancora (a dieci anni avevo servito messa) certi passi della messa in latino..."

«… Ci andai. E mi annoiai moderatamente. Non assistevo a una messa da almeno un quarto di secolo. (…) E poiché era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine. Sotto specie estetica, credevo: ma c’era invece, in quel che andavo disordinatamente pensando, qualcosa di più remoto ed oscuro; qualcosa di più pericoloso. Un fondo di disagio, di apprensione; come in chi, partendo, appena partito, sente di aver dimenticato o smarrito qualcosa, e non sa precisamente che. Ma a voler confessare pienamente, e magari in eccesso, quello stato d’animo: mi sentivo un po’ defraudato e sperduto. Quell’immobile macigno cui mi ero, nemico, affilato per anni; quel macigno di superstizioni e paure, di intolleranza, di latino: eccolo friabile e povero come la zolla più povera. Ricordavo ancora (a dieci anni avevo servito messa) certi passi della messa in latino: e li confrontavo all’italiano cui erano stati ridotti; propriamente ridotti, e anche nel senso di quando si dice com’è ridotto il tale. “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Che insulsa dicitura, da far pensare a quegli esseri insulsi che a tavola allungano il vino con l’acqua. “Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti, et mirabilius reformasti: da nobis per huius aquæ et vini mysterium, eius divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps, Jesus Christus Filius tuus Dominus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus: per omnia sæcula sæculorum(1): dov’era ormai il senso di queste parole e, al di qua o al di là del senso, il mistero?». (Leonardo Sciascia, Todo modo, 1974). [Il narratore, che discetta sconsolato sulle differenze fra la messa tradizionale in latino e le miserevoli traduzioni dei bugniniani, poveretto, non sa che in realtà gli è andata persin bene, imbattendosi nel Canone romano sia pure così mal ridotto. Poteva andargli ben peggio, con qualcuno dei Canoni alternativi…].
(1) "O Dio, che in modo mirabile creasti nello splendore della sua dignità la natura umana, e in modo ancor più mirabile le ridonasti nuova vita: per il mistero di quest'acqua e di questo vino concedici di partecipare della divinità di colui che si è degnato di partecipare alla nostra natura umana, Gesù Cristo, Tuo Figlio e nostro Signore, che vive e regna con Te nell'unità dello Spirito Santo Dio per tutti i secoli dei secoli"


Sciascia (1921-1989) rappresenta forse la personalità più significativa in una generazione di intellettuali figli dichiarati dell’illuminismo: maestro riconosciuto di relativismo culturale, nemico intelligente di Santa Madre Chiesa; fra i più pericolosi, probabilmente, perché equilibrato, onesto, capace di ripensamenti e di coraggio civile. Non a caso, l’universo della “grande cultura italiana” (tutta condizionata e foraggiata dal partito comunista e dai suoi camerieri) ebbe nei suoi confronti un atteggiamento ambivalente: visto fallire il tentativo di farne un “compagno di strada/utile idiota”, prese a diffidare di lui, scendendo infine agli attacchi più sgangherati e (addirittura) alle denunce in tribunale (caso Berlinguer/Guttuso).

Il rapporto dello Sciascia maturo con il cattolicesimo politico (ma anche con la fede cattolica tout court) è al centro di Todo modo, romanzo pubblicato nel 1974: l’anno del referendum sul divorzio, che lo vide attivo nella propaganda per il no [cioè contro l'abrogazione della legge sul divorzio], ma che lo vide anche oggetto della rabbiosa contestazione femminista, la quale non sopportava – in una sua intervista all’Espresso – la lucida polemica sul matriarcato siciliano, condìta dalla franca dichiarazione: “Credendo nella famiglia come cellula prima della società, sono necessariamente un po’ conservatore”.

Protagonista e narratore è un pittore di successo, colto, pensoso e inquieto: un evidente alter ego di Sciascia medesimo. Capitato per caso in un albergo/eremo voluto e gestito da don Gaetano (potentissimo e spregiudicato “prete in carriera”), apre con lui un confronto a tutto campo, sul potere, la fede, i compromessi e le realtà ultime (morte, giudizio, inferno, paradiso). Partecipa dall’esterno (con ironico distacco) a un “turno” di esercizi spirituali riservati a uomini dei “poteri forti”: banchieri, finanzieri, politici, ministri, cardinali. Dopo un paio di misteriosi omicidi (di cui è, probabilmente, colpevole lo stesso don Gaetano) finisce con l’uccidere (con don Gaetano) quella componente di se stesso che – passate da decenni le esperienze di chierichetto – resiste imperterrita dentro di lui, trionfa sul disprezzo e sui sarcasmi e marca una presenza che gli fa paura.

Il sorriso bonario e un po’ sornione da erede di Voltaire e di Courier è spesso presente, in questo romanzo come in decine di articoli e interviste. Penso soprattutto alle interviste concesse a Vittorio Messori (soprattutto quella apparsa prima su Jesus e poi nel volume Inchiesta sul Cristianesimo), sempre rispettose nei confronti della fede ma all’apparenza impermeabili. E poi penso al funerale religioso del 1989: al Crocifisso che, per sua esplicita ultima volontà, Leonardo Sciascia teneva dolcemente fra le mani, sul petto. Davvero, lo Spirito soffia dove vuole e quando vuole.

Giuseppe

Sono solo canzonette

Ricordate il sondaggino dell'Espresso pro o contro le chitarre in chiesa? Ecco qua com'era ad un certo punto:



Bene: adesso andate a votare cliccando qui e poi guardate i risultati...

Il numero è potenza! E il Popolo di Dio, a quanto pare, vuole organo e gregoriano. Anche e specialmente i 'ggiovani.

L'intronizzazione del Patriarca di Mosca

L'evento risale a qualche mese fa ma non per questo rinunciamo a pubblicare alcune suggestive immagini:








(Clicca qui per vedere tutte le immagini)

sabato 26 settembre 2009

I nostalgici del Concilio: un magnifico futuro dietro di sé

Ieri sera su Raitre (la mitica Telekabul!) è andato in onda un documentario sul Grandeconcigliovaticanosecondo-primaveradellachiesa-nuovapentecoste. Alla regia: Melloni; sceneggiatura: Melloni; credits: Melloni (e il fu Alberigo).

Insomma un'opera di propaganda, obbiettiva e sincera quanto può esserlo una lapide di cimitero. A suo modo, un documentario interessante: certo non per capire il Concilio, ma per verificare in corpore vili con quale coltre di retorica, pregiudizi, disinformazione e manipolazione esso è stato sepolto e travisato. Perché una cosa va ricordata: gli ortodossi, ossia i conservatori, i tradizionalisti, hanno sostanzialmente vinto al Concilio (niente collegialità da sinodo di Pistoia, né contraccezione, né ordinazione femminile o di sposati, né sovvertimento della liturgia o emarginazione del latino, né evoluzionismo dogmatico); ma il postconcilio l'han vinto gli altri.

Il documentario è stato una vera e propria operazione nostalgia, già a partire dalle colonne sonore scelte. Roba da seniores, insomma; ma anche il tentativo di rivitalizzare nella memoria collettiva la mitologia di un evento che, tranne per quelli che l'hanno attivamente vissuto (preti, seminaristi e sacrestani), non dice molto di più oggi, che so, dei moti popolari contro il governo Tambroni o, a tutto concedere, di Woodstock. La speranza dei Melloni? Creare un'opinione pubblica contraria al necessario revisionismo antipostconciliare, che sta per iniziare grazie alle discussioni teologiche coi lefebvriani. Funzionerà? Oggi che idee di buon senso e verità si fan strada perfino nelle sacrestie più ispessite da coltri di ideologia, dubitiamo che possa bastare l'appello a quel che gli stessi progressisti han sempre considerato il profanum vulgus. Dopo che il mio parroco, all'omelia di domenica scorsa, ha parlato bene della San Pio X, dicendo che se loro hanno i seminari pieni, c'è da riflettere... beh, mi stupirò altrettanto solo il giorno in cui Fellay diventerà cardinale!

Leggete una recensione de Il Foglio al programma di ieri sera a questo LINK

Recensione a Mosebach, L'eresia dell'informe

di Giuseppe Reguzzoni
Non si può che essere grati alla piccola ma coraggiosa casa editrice Cantagalli di Siena per aver pubblicato, dopo un lungo periodo di voluta censura da parte di altre e più consolidate case editrici cattoliche, il bel libro di Martin Mosebach, Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico, duecentocinquanta pagine che si leggono d’un fiato, per diciassette euro, spesi benissimo. Merito, certamente, anche dell’accurata edizione in lingua italiana, curata da Leonardo Allodi.
Un solo, piccolissimo rilievo iniziale: l’edizione italiana è stata condotta su quella tedesca del 2007, cosa molto corretta sul piano editoriale, ma forse al lettore italiano può sfuggire che la prima edizione originale è del 2002, data che non è indicata e che ha una sua importanza. Non è filologismo. La distanza cronologica tra l’edizione italiana e la prima edizione tedesca testimonia la censura che su questo volume è stata stesa da un certo establishment editoriale cattolico e, dunque, il suo estremo interesse. Questo, infatti, è uno di quei libri che fanno davvero riflettere, nati dal coraggio di pensare, ma anche dalla gratitudine e dallo stupore.Né si dimentichi che questo era accaduto persino a certe pagine dell’allora cardinal Ratzinger dedicate al medesimo argomento di cui tratta questo libro: la liturgia.
Martin Mosebach, in ogni caso, non è un liturgista di professione e, nel corso della sua opera, più volte ripete di non essere nemmeno teologo. Un po’ come certi poeti, che di se stessi dicono di non essere poeti, che è poi una delle forme più alte di poesia. Mosebach, in effetti, è soprattutto un grande romanziere e novelliere, nato a Francoforte sul Meno nel 1951, ma particolarmente legato all’Italia, come spesso accade ed è accaduto al fiore degli intellettuali tedeschi, quelli più autentici e più critici nei confronti della cultura dominante e, proprio per questo, meno graditi al proprio tempo. A Mosebach, tuttavia, non sono mancati dei pubblici riconoscimenti tra cui, in particolare, il prestigioso premio letterario Büchner, il Nobel della letteratura tedesca, conferitogli nel 2007, con grande ira della cricca progressista e politicamente corretta che governa la cultura tedesca (e quella europea). Vuol dire che, malgrado tutto, qualche volta i premi letterari ci azzeccano.
Che, poi, Mosebach sia un grande narratore, lo si vede anche da questo saggio, che ha come tema principale la crisi della liturgia cattolica dopo il concilio Vaticano II. Si dovrebbe dire la crisi della liturgia della Chiesa latina, perché, come forse non è noto, i cattolici orientali non hanno introdotto variazioni nella loro prassi liturgica negli anni successivi al Concilio, ma oggi, ben pochi usano ancora parlare di Chiesa latina per indicare la molteplicità di chiese nazionali legate alla tradizione liturgica della Chiesa di Roma. Detto questo, spazziamo subito via un equivoco e ricordiamo che Mosebach non è un tradizionalista negatore del concilio Vaticano II che, come può verificare chiunque, nella Sacrosanctum Concilium non solo non ha affatto abolito l’antica liturgia romana, ma ne ha ribadito il valore, quanto alla lingua sacra, il latino, e quanto alla sostanza teologica.Questo volume è, appunto, un saggio, ma con pagine che risultano narrate e quasi parlate, innovativo, dunque, nella forma, che riesce ad andare al di là della trattatistica convenzionale, e nei contenuti.Il tema centrale è dunque la crisi che ha investito la liturgia latina a partire dalla riforma liturgica di papa Paolo VI.La critica che percorre tutta l’opera va contro ciò è ormai molti studiosi chiamano l’ideologia postconciliare, che è altra cosa dal Concilio come tale e che ha come presupposto sostanziale la cosiddetta ermeneutica della rottura. È da questo fronte, non a caso, che è scaturita la censura a posizioni intelligenti e storicamente coerenti come quella di Mosebach. Sul piano liturgico, e su quello collaterale della musica sacra e dell’architettura, l’assenza di forma, la Formlosigkeit, è la spaccatura tra forma e contenuto introdottasi nel modo di pensare la riforma liturgica postconciliare.La liturgia è questione di salvezza e la forma della liturgia è Cristo stesso, così come ci è stato comunicato e tramandato nella Chiesa, che è una nel presente e nel passato in forza della comunione dei santi. Mosebach non è un tradizionalista, nel senso negativo oggi attribuito a questo termine, perché non nega affatto che «si possa celebrare degnamente e con riverenza anche la nuova liturgia di papa Paolo VI» (45), ma evidenzia come proprio il fatto che se ne parli come di una possibilità costituisce un argomento ad essa contrario «nel momento in cui per la sua celebrazione diventa necessario un bravo e devoto sacerdote».
È un rilievo che Mosebach condivide con un testimone di eccezione: «Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. [...] Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. [...] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. [...] In questo modo si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni» (Joseph Ratzinger, La mia vita).L’idea di liturgia come dono e come mistero, che caratterizza la teologia liturgica di Ratzinger, ha molto in comune con l’idea di forma liturgica sostenuta e difesa da Mosebach.
Quanto al problema – teologico e dogmatico - della continuità, è stata proprio la sua chiara percezione a spingere papa Giovanni Paolo II, prima, a promulgare l’indulto che rendeva possibile l’uso dell’antico messale, previa autorizzazione del vescovo, e papa Benedetto XVI, poi, a liberalizzare completamente il suo uso, anche senza l’autorizzazione del vescovo, con il Motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007.
Le patene portate in fonderia, le tovaglie arcobaleno buttate sulla tavola della celebrazione, i canti orrendi e spesso eretici (“sei grande Dio sei grande come il mondo mio”), le invenzioni continue a cui siamo costretti ad assistere in certe messe domenicali, la sopravvalutazione della predica e della parola rispetto alla dimensione sacramentale, gli orrori e le devastazioni architettoniche degli edifici ecclesiastici sono conseguenza diretta di questa rottura della tradizione e sono la manifestazione evidente dell’«assenza di forma». «Alle numerosi ondate di distruzione che nella storia del nostro Paese si sono abbattute sui nostri santuari – la riforma, la secolarizzazione [napoleonica] con le sue centinaia di migliaia di profanazioni – ne è seguita una più recente, assolutamente degna dei suoi predecessori per forza distruttiva» (59). Quella che stiamo vivendo per Mosebach è una crisi iconoclasta che mette in qualche modo e in gradi diversi in dubbio il dogma centrale dell’Incarnazione e, dunque, della visibilità e rappresentabilità del Mistero nella storia. La Tradizione, in senso teologico, non ammette soluzione di continuità.C’è da commuoversi quando Mosebach racconta nel suo volume di come abbia scoperto la bellezza nascosta di questa tradizione e di come essa gli abbia restituito la fede. «Non sono né un convertito né un proselito», dice di se stesso proprio al principio del saggio, ma lentamente le radici atrofizzate e dormienti della fede hanno in lui ripreso vigore ed è stato, come per molti, «l’incontro con l’antica liturgia cattolica ad aver generato un processo che non è ancora giunto alla fine» (27). Viene in mente Claudel che si converte entrando a Notre Dame, stupito dalla bellezza della liturgia che vi veniva celebrata. È l’affermazione di questa domanda di salvezza presente, di bellezze e verità come unità profonda, a vaccinare la posizione di Mosebach da ogni rischio di estetismo.Questo libro è dunque anche una testimonianza, di come la Tradizione nella Chiesa cristiana sia la strada che può portare sino al principio, alla Forma che dà senso e bellezza alla vita e alle opere dei cristiani; ed è certamente anche un grido, sbigottito come quello del cardinal Ratzinger, di fronte al dramma che ha investito la Chiesa e, dunque, il mondo.
Ma questo libro è anche un viaggio, che ci porta a incontrare luoghi in cui l’antica liturgia è viva l’antico si mostra in tutto il suo splendore contro una febbre di novità che è già vecchia nel momento in cui nasce: il monastero benedettino di Fontgombault, continuatore della gloria di Solesmes; l’umile cappellina ricavata nei locali di un appartamento di Francoforte, dove un sacerdote celebra in quasi clandestinità la Messa tridentina secondo l’indulto di papa Giovanni Paolo II e dove le donne presenti, senza nemmeno saperlo, riscoprono l’antica reverenza verso gli oggetti sacri e, con essa, il valore di una sacralità così vicina al quotidiano. La madre di famiglia che lava con cura il purificatoio con cui il sacerdote ha pulito il calice e che ha raccolto qualche piccola goccia del sangue di Cristo, rovesciando poi quell’acqua nell’angolo del suo giardinetto dove spuntano i fiori più belli, con questo semplice suo gesto riafferma il valore totale e assoluto della transustanziazione, sine glossa, senza condizionamenti e travisamenti che non sono poi che adattamenti allo spirito del nostro tempo.
Cristo è il giudice del tempo, non è ne è il suddito. E proprio per questo - paradossale motivo di speranza - può anche esserci, e c’è, l’«ubbidienza disubbidiente» di tanti sacerdoti che riscoprono la continuità della Tradizione, magari, contro le opposizioni aperte o subdole dei loro vescovi al Motu proprio di papa Benedetto XVI. È l’ubbidienza disubbidiente che già fu di sant’Atanasio, il coraggioso vescovo che si oppose all’arianesimo ormai accettato da gran parte dei suoi confratelli nell’episcopato. Mosebach quest’ultimo esempio non lo fa, è troppo umile, troppo legato alla presentazione della situazione presente. Ma è un esempio che balza alla mente a chi ha affrontato lo studio delle grandi crisi attraversate dalla Chiesa nella sua storia. La lex credendi è la lex orandi. Se cade l’una, cade anche l’altra. Si crede quel che si prega e si prega quel che si crede. Non si prega che in ginocchio, scrive Mosebach, e, allo stesso modo, non si crede che in ginocchio, perché chi entra in chiesa cerca il mistero, il sacro; non l’orizzontalità in cui siamo già immersi, ma la verticalità capace di ridare significato a quest’ultima. Dopo anni di ubriacatura comunitaria si torna a parlare di mistero e, per dirla con Guardini, di “santi segni”. È velato il mistero della liturgia. Sin dal suo principio è un continuo velarsi, tant’è che i suoi riti iniziano «con la copertura del celebrante rivestito con diverse vesti che, insieme, hanno un carattere simbolico», in cui «diventa chiaro che le qualità del carattere e virtù come la castità, la fortezza e l’umiltà, associate con brevi preghiere ai singoli capi di abbigliamento, vengono realmente accolte come parti dell’armatura, di cui parla san Paolo» (147). Ma questo velarsi, tanto misterioso, è altra cosa dal misticismo misterico: «un razionalismo particolarmente sobrio attraversa la letteratura liturgica occidentale, un non-voler-sapere particolarmente accentuato di quale sia la relazione tra la singola norma liturgica e la storia delle religioni». «Non c’è nulla che la Chiesa cattolica tema di più quanto l’essere associata nei suoi riti, alla magia e alla prassi» magica» (163). È velato questo mistero, di un velo che non è stato posto da mani d’uomo, perché «l’offerta velata è Cristo prima della Crocifissione, non ancora sacrificato, non ancora segno di contraddizione sollevato in alto, essa è anche Cristo velato che attende di essere spogliato dei suoi vestiti». In questo velarsi e disvelarsi il Mistero si fa presente ed è un mistero di kenosi, di annichilimento nell’abbandono. Forse la tragedia che ha investito la Chiesa latina in questo lungo autunno è parte di questa kenosi, forse si tratta di una grande prova di fede. All’inizio del suo libro Mosebach constata con amarezza che la riforma liturgica ha già sortito un effetto nel momento in cui ci costringe a parlare di liturgia, a discuterla come se fossimo noi a decidere di essa, ma, almeno, forse, questa amarezza può, se lo desideriamo autenticamente, divenire consapevolezza e libera scelta di cercare e riabbandonarci al Mistero.

Da Il Sussidiario 25 settembre 2009, via Papa Ratzinger blog

venerdì 25 settembre 2009

Benedetto XVI: la cura d'anime "straordinaria"

Dal NLM apprendiamo alcuni interessanti dettagli dell'incontro avvenuto in luglio tra Papa Benedetto XVI e il superiore della Fraternità Sacerdotale San Pietro, padre John Berg:

"Papa Benedetto auspica che alla FSSP sia affidata, oltre alla celebrazione della Messa nella forma straordinaria, in quanti più luoghi possibili, anche la cura animarum, cioè la totale cura pastorale [...]. Il Santo Padre era molto interessato a sapere se la Fraternità è stata in grado di esercitare il suo apostolato, senza ostacoli, come previsto."


Non è difficile purtroppo constatare, tranne pochi casi come la parrocchia personale di Trinità dei Pellegrini a Roma, che in generale si tende a relegare la pratica della forma straordinaria a "centri di messa", sganciati poi dalla cura d'anime e da una concreta vita parrocchiale.Eppure, nonostante la crisi di vocazioni, qualche vescovo lascerebbe volentieri la parrocchia scoperta piuttosto che affidarla alla Fraternità San Pietro...

Seconda intervista di Castrillòn Hoyos

Leggiamo sul sito Pontifex.Roma quest'altra intervista del Presidente emerito della Commissione Ecclesia Dei. Apparsa in quel sito con data di oggi, non è chiaro però quando sia stata concessa, visto che non fa alcun riferimento alla questione sollevata dalla recente trasmissione televisiva svedese.


"Lo dico con franchezza: i Lefebvriani non sono affatto scismatici”: affermazione del Cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, Presidente Emerito della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Il porporato precisa: “ quando faccio questa affermazione non mi riferisco ai Vescovi che vennero ordinati senza l’autorizzazione del Papa. Quello fu un fatto in violazione delle regole canoniche e dunque meritevole della scomunica. Ma quando invece affermo che i tradizionalisti e i lefebvriani non sono scismatici, mi riferisco alle centinaia di fedeli tradizionalisti amanti della Chiesa tradizionale, al quella Chiesa legati e che nella dottrina sono in piena comunione. Ecco la ragione per cui affermo che i lefebvriani non si possono definire tutti scismatici, un errore di generalizzazione”. Dai Lefebvriani alla figura, controversa di Monsignor Marcelle Lefebvre. Che giudizio ne da?: “ egli fu un grande uomo di chiesa e negarlo sarebbe sbagliato e certamente antistorico, contro la verità. Indubbiamente, commise un grave atto di disubbidienza contro il Papa che gli costò una necessaria scomunica e commise un errore anche grave. Ma, per essere intellettualmente onesti, bisogna saper riconoscere che accanto a quell’errore Lefebvre ebbe e nutrì un grande amore per la Chiesa cattolica e compì cose buone delle quali bisogna tener conto. In sostanza, dico, senza timore di smentita, che Lefebvre fu un buon cattolico la cui vita va studiata, approfondita e in certi lati anche rivalutata”. Eminenza, pensa che prima o poi si arriverà alla piena comunione tra Roma e i lefebvriani?: “ io penso e sono convinto di sì. Certamente non sarà un cammino facile, ma le parti sono bene intenzionate e marciano sulla via giusta. In fondo, i Lefebvriani non sono così tanto lontani dalle verità del cattolicesimo [??] e noi dobbiamo cercare quello che ci unisce, sia pur nella diversità”. Capitolo della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Ha suscitato un vespaio di polemiche, lei era consenziente?: “ certo. Il Papa ha fatto non bene, ma molto bene. Spesso sul tema ho sentito cose assurde. Bene, la revoca non era un atto di indirizzo teologico, ma solo un rimedio di diritto canonico, una misura di misericordia e di perdono e come tale andava visto. Ma non è stato compreso nella sua entità. In sostanza il Papa ha eliminato tecnicamente la causa della scomunica,ma non ha operato alcuna scelta teologica. Questo ha dato fastidio ad ambienti ostili fuori ed anche, duole dirlo, dentro la chiesa”. Dunque lei pensa che la revoca della scomunica sia stata giusta?: “ sì, lo è stata”. Veniamo al altro tema. Quale pensa che sia la posizione più conveniente per amministrare il sacramento della comunione?: “ le due posizioni prevalenti sono quella in piedi e quella in ginocchio. Entrambe valide. Ma le due hanno bisogno senza ombra di dubbio, di un momento di compunzione, di sapere chi realmente vado a ricevere. Anche in quella in piedi è necessario un momento di adorazione e di meditazione. Io penso, ma la mia è una opinione personale, che la forma che meglio corrisponda alla sacralità della comunione, al senso di stupore e adorazione, sia quella in ginocchio”. Abusi liturgici, ritiene che sia bene celebrare ad oriente?: “ la mia idea è che mentre la liturgia della Parola possa essere proclamata di faccia ai fedeli, non sarebbe male, recitare parti della messa verso oriente, ossia verso Cristo. In tal modo i fedeli e non la parola assemblea, guarderebbe non al sacerdote,che mai è protagonista,ma a Cristo”. Come fare per abolire nei limiti del possibile gli abusi liturgici?: “ la sua è una domanda troppo facile, ma anche troppo difficile. Penso che i sacerdoti la debbano finire di svolgere il compito di protagonisti e capire che la liturgia non è proprietà loro,ma della Chiesa. Spiacevolmente, e dopo certe interpretazioni del post concilio, si è avuta la sensazione di sacerdoti che credono di essere dei presentatori televisivi e neppure di buon livello”.
Bruno Volpe

Intervista al card. Castrillòn Hoyos: "non sapevamo nulla"

Anticipazione di intervista che apparirà sul prossimo numero del Sueddeutsche Zeitung.


FAUTORE DEI TRADIZIONALISTI
di M. Drobinski

Per molti è il cattivo della storia: Darío Castrillón Hoyos, fino a luglio capo della Commissione responsabile per il dialogo con la FSSPX. E' considerato il principale responsabile dello scandalo inerente il vescovo della FSSPX Richard Williamson, la cui scomunica Papa Benedetto XVI revocò in gennaio. Non doveva forse sapere Hoyos che Williamson prima dell'atto di grazia del Papa aveva negato, in un'intervista con la televisione svedese, che gli Ebrei furono ammazzati nelle camere a gas? E che il presule inglese aveva quest'opinione da molto tempo?

In un'intervista con il Süddeutsche Zeitung, Hoyos prende questa posizione:

- Lei ha detto che l'intervista di Williamson non era conosciuta. Che cosa avrebbe fatto il Papa se l'avesse saputo?
Non azzardo ipotesi su quel che il Papa avrebbe fatto. Mi riferisco solo a quel che sapeva, quando la revoca della scomunica è stata resa pubblica. A quel momento nessuno di noi sapeva alcunché delle affermazioni di Williamson. Nessuno di noi! E nessuno era tenuto a conoscerle.

Sin dal 2000, il prelato arciconservatore organizzava i negoziati con la FSSPX. Non riguardavano tanto la teologia dei tradizionalisti, che rifiutano parti importanti del Concilio Vaticano II, quanto gli aspetti canonici: il defunto Arcivescovo Marcel Lefebvre aveva commesso un atto scismatico (di divisione della Chiesa) quanto ordinò vescovi quattro dei loro preti nel 1988? Ed erano usciti dalla comunione di fede i vescovi scomunicati dopo la consacrazione?

- Lei condivide le posizioni della FSSPX?
La FSSPX pensa di difendere la verità della sacra tradizione e ritiene che non possono essere scomunicati per quello. Questo è comprensibile, anche se io non condivido questa opinione. Poiché è indiscutibile che hanno infranto una legge fondamentale della Chiesa.

Le risposte provenienti da Roma sono le seguenti: la FSSPX ha violato la disciplina ecclesiastica. I loro vescovi non devono considerarsi come eretici caduti in apostasia – ed è per questo che i colloqui possono continuare. Hoyos ha lavorato duro per assicurare che non ci fosse una rottura tra Roma e la FSSPX. E ha avuto per questo un avvocato in Joseph Ratzinger. Benedetto XVI ha legittimato la Messa tridentina tradizionale nel 2007 e Hoyos una volta ha celebrato una Messa nel vecchio rito. Negoziati segreti riguardavano la revoca delle scomuniche. Il passo, deciso una una settimana prima e notificato alla FSSPX, fu reso pubblico il 21 [gennaio].

Questa sarebbe rimasta una questione interna alla Chiesa, se Williamson non avesse concesso nel novembre 2008, durante un'ordinazione sacerdotale a Zaitzkofen in Baviera, la famigerata intervista a un reporter svedese. L'emittente attese di trasmetterla fino a gennaio 2009, quando le scomuniche non potevano essere revocate. Per Hoyos una prova che ci fu un tentativo di compromettere il Papa e lui stesso. Ma l'attitudine di Williamson era stata in precedenza nota. Questo è quanto è ora suggerito anche in un'affermazione del vescovo di Stoccolma, che aveva appreso alla fine di novembre 2008 il contenuto del programma ed aveva informato il nunzio svedese, che aveva a sua volta informato la Segreteria di Stato in Vaticano. Probabilmente l'informativa fu semplicemente archiviata poiché la Segreteria di Stato non sapeva nulla dell'imminente revoca delle scomuniche, dice il card. Hoyos nell'intervista a
Sueddeutsche Zeitung, ma la vera ragione per cui l'attitudine della FSSPX non ha inciso è che egli era interessato solo dalla questione canonica. Ed egli non ha opinioni circa qualcuno che dice che gli Ebrei hanno inventato l'Olocausto.

- Si è mai chiesto se le Sue decisioni potevano avere conseguenze politiche?
La scomunica [sic; probabilmente: la revoca della scomunica] di quattro vescovi non è un atto politico. E' un atto di grazia. E' perciò un problema pastoral-teologico, non un'interferenza della Chiesa nella sfera politica. Per cui la cosa non mi concerne. Il mio lavoro non è giudicare un fratello vescovo. Quello è il compito della Congregazione per i Vescovi e della Congregazione per la Dottrina della Fede.

- Ma la Chiesa cattolica ha un'opinione su antisemitismo e Olocausto.
Il rigetto della Chiesa di questa violenza molto ingiusta cui fu sottoposto il popolo ebraico è assai chiara. Tale genocidio razziale è un crimine immorale contro l'umanità.

- Allora perché non ha impedito la revoda della scomunica a un negatore dell'Olocausto?
Williamson fu scomunicato per via della sua ordinazione episcopale illegittima, non per le sue teorie, giudizi o affermazioni sull'Olocausto. Vedere la cosa in quell'altro modo è un errore tedesco.

Il Cardinale si considera vittima di un intrigo. Questo venerdì c'è un incontro previsto con il vescovo Fellay, il capo della FSSPX. Incontro che sarà disturbato dalla questione che è stata resa pubblica.


L'intervista con l'ex cardinale di Curia Castrillòn Hoyos sarà pubblicata per intero sul Sueddeutsche Zeitung di venerdì 25 settembre 2009.


Fonte: Sueddeutsche.de

giovedì 24 settembre 2009

Echi tridentini in poesia: Seamus Heaney


Vorrei proporre, anche per schivare dopo le precedenti puntate italocentriche eventuali accuse di provincialismo, una lettura da un autore anglosassone, originario per la precisione dell'Ulster. Si tratta di Seamus Heaney [nella foto], classe 1939, oggi concordemente considerato il maggior poeta vivente di lingua inglese, per inciso anche vincitore del Nobel 1995 (d'accordo, da decenni la kermesse scandinava non costituisce più un certificato di buona condotta letteraria, ma fidatevi se dico che la giuria del 1995 era meno ubriaca del solito). Heaney è di famiglia e di formazione cattolica, benché anche nel suo caso si possa dire che la vita l'ha poi portato a percorrere altre strade. La poesia che segue è tratta da Station Island, una raccolta del 1984:

In Illo Tempore

The big missal splayed
and dangled silky ribbons
of emerald and purple and watery white.

Intransitively we would assist,
confess, receive. The verbs
assumed us. We adored.

And we lifted our eyes to the nouns.
Altar stone was dawn and monstrance noon,
the word rubric itself a bloodshot sunset.

Now I live by a famous strand
where seabirds cry in the small hours
like incredible souls

and even the range wall of the promenade
that I press down on for convinction
hardly tempts me to credit it.

(Il grosso messale era strombato / e penzolava nastri serici / smeraldo e porpora e bianco sbiadito. // Intransitivamente assistevamo, / confessavamo, ricevevamo. I verbi / ci assumevano. Adoravamo. // Ed alzavamo gli occhi ai sostantivi. / Pietra d'altare era aurora ed ostensorio mezzogiorno, / la parola rubrica stessa un tramonto iniettato di sangue. // Ora vivo presso un lido famoso / dove uccelli marini gridano nelle ore piccole / come anime incredibili, // perfino il muro della passeggiata / che premo fortemente per convincermene / appena a dargli credito mi tenta.)

Non sono versi sempre semplici, è vero. Ma per citare un vecchio film si potrebbe dire che questa è una poesia, non siamo noi che si chiacchiera del più e del meno. Il tempo lontano richiamato fin dal titolo è comunque chiaramente quello dell'infanzia dell'autore, che in più occasioni ha attinto ai suoi ricordi di chierichetto - inutile specificare di quale messa, i dati biografici parlano da soli. Volendo essere perfidi si potrebbe invece inferire che la perdita di fede cui alludono gli ultimi versi sia un portato dei travagli postconciliari che Heaney dovette attraversare dalla fine della sua giovinezza: ma non sono perfido e d'altronde su questo punto - poeticamente non fondamentale - potrebbe rispondere solo l'interessato, che non mi risulta l'abbia mai fatto. Resta il fatto che più di un grande poeta fattosi adulto, e magari anche laico, ha conservato splendide memorie della messa antica, che ogni tanto sembrano ritornare a visitarlo. In teoria, essendo passati ormai quarant'anni dalla riforma liturgica, oggi dovremmo anche avere, da qualche parte in Europa o nel mondo, poeti di prima fascia già anzianotti e tiepidi in ambito religioso che nei loro versi rievochino con autentico trasporto lirico la gioia liberatoria del passaggio dal latino al volgare, le messe beat accompagnate dalle chitarre, quelle celebrate nelle fabbriche, le prediche dialogate e via ricordando. Se ne conoscete qualcuno vi supplico di farmi un fischio.

Jacopo

Un'opinione sul nuovo caso Williamson

L'intervista svedese è andata in onda. Per visionarla integralmente, cliccate qui. Poi tiriamo due somme.

Non ci può essere alcun dubbio, che questo è un attacco frontale alla Chiesa proveniente dal suo interno, non dall'esterno. Non è colpa dei giornalisti svedesi, quelli fanno il loro mestiere; e i loro toni sono stati in fondo più misurati di quanto ci si aspettasse. Il che non fa che rendere il loro reportage più micidiale: non populismo, ma fatti, contro i quali, si sa, non valet argumentum.

I traditori (nome meno forte e egualmente appropriato non ci viene) sono quelli che, pur sapendo benissimo quanto l'intera vicenda abbia già destabilizzato il Papa e la Chiesa, anzi proprio perché lo sanno, hanno fornito la benzina da gettare sul fuoco. Perché senza questi signori, stasera la TV svedese avrebbe trasmesso un documentario sui merluzzi...

Ecco i nostri eroi:
1) il fatuo, se non malevolo, card. Kasper, che con malcelata e puerile soddisfazione lascia intendere: “io conoscevo le opinioni di Williamson, ma non mi hanno consultato, hanno voluto scavalcarmi ed ecco il bel risultato. Strano che altri ne fossero all'oscuro visto che la cosa era di dominio pubblico. Meno male che c'ero io poi a mettere una pezza cogli Ebrei".
2) l'ineffabile vescovo Arborelius, il quale stupisce il mondo rivelando che aveva visto l'intervista a Williamson fin da novembre, ben prima che fosse trasmessa a gennaio (il che conferma i suoi rapporti molto sospetti con chi quella trasmissione andava preparando e teneva in caldo) e soprattutto che l'aveva trasmessa a Roma tramite il Nuncio. Qui non si tratta di un generico sentito dire delle opinioni balzane e pericolose di Williamson, come Kasper, qui si tratta di conoscenza diretta.
3) Il Nuncio in Scandinavia Tscherrig, il quale, dapprima reticente, pensa comunque a scagionare se stesso da ogni ipotetica accusa, affermando di aver mandato l'informativa in Vaticano; poi, a telecamere spente, racconta (bel diplomatico! a meno che sia in mala fede pure lui) di averne parlato con molti in Vaticano, e in particolare con il card. Castrillòn Hoyos.

A questo punto, siamo ad appena un gradino sotto il Papa. E la conclusione è evidente, come scritto in un comunicato sul sito della TV svedese:
Uppdratg granskning è ora in grado di rivelare che il Vaticano era, in effetti, a conoscenza delle affermazioni di Williamson ben prima che la decisione [di revoca delle scomuniche] fosse presa e che uno dei più stretti associati del Papa, il card. Castrillón Hoyos, era stato informato [..] Per otto anni il card. Hoyos è stato il più stretto collaboratore del Papa nei negoziati con la FSSPX.
Insomma, il Papa non poteva non sapere. E ha quindi mentito negandolo.

E' significativo che i tre felloni sopra nominati (sì, felloni, ché sarebbe bastato un loro “no comment” alle domande dei giornalisti, per evitar tutto questo) siano tutti di area progressista e che come tali siano percepiti perfino dai giornalisti svedesi, che pur si suppone abbian poca dimestichezza con le “correnti” della Chiesa cattolica. Scrive infatti Ali Fegan, il giornalista svedese, in risposta ad una domanda a certa Monica nella chat seguita alla trasmissione: “Abbiamo cercato personaggi cattolici con un approccio più conservatore, al fine di avere un buon dibattito, ma non hanno accettato. C'era comunque il vescovado”. Ossia: quelli che si son lasciati intervistare eran tutti a senso unico, progressisti (mettiamo nel gruppo anche l'ex prete Gennari, giornalista di Avvenire, che calca la mano contro Castrillòn pur salvando, bontà sua, il Papa); i conservatori invece non partecipano ad un programma che attacca la Chiesa.

Come si difende il Vaticano? Mette in campo il suo eroe senza macchia né paura, il maestro dell'informazione di massa del XXI secolo: il gesuita Lombardi! Considera che non c'è necessità di articolare una risposta nel merito della questione, rispondendo con fatti ai fatti, indicando responsabili, o smentendo garruli prelati scandinavi, o semplicemente indicando che viene aperta un'inchiesta interna, così da placare gli animi e prendere tempo (lo sanno tutti che, quando si vuole insabbiare un problema, si apre un'inchiesta!). Ritiene non serva nemmeno un comunicato per il bollettino della Sala Stampa: giusto due verba che volant nell'etere a Radio Vaticana, in cui ricorda che il Papa non è negazionista (del che nessuno dubita; ma così schiva la vera questione, che è se il Papa sapesse; o meglio, su quest'ultimo punto nega apoditticamente e senza articolare: ma chi gli crede più, dopo la perentoria sparata sulla Hitlerjugend e il Papa?).

Piuttosto, che cosa decide di fare il nostro eroe?
Scrive una e-mail. Sì, una letterina elettronica, informale informale. Ci mancano solo gli emoticons e le strizzatine d'occhio ;-) o le faccine tristi :-(
Così si esprime nel 2009 il portavoce del Vicario di Cristo! Magari, con un po' di sintesi, poteva fare un sms, e salutare con kisskiss... E a chi la manda la mail? Ma alla TV svedese, no?, cioè proprio al nemico. Come se si trattasse di convincere loro (cui, giustamente, nulla ne cale d'innocenza o colpevolezza, basta lo scoop) e non l'opinione pubblica disorientata o le associazioni ebraiche che già ricominciano a levare alti lai (OK, anche a quelle, o almeno ad alcune di loro, poco ne cale di innocenza o colpevolezza, basta attaccare la Chiesa...).

Ma è il testo che è un bijoux, anzi un biggiù. Leggiamolo nella traduzione che ne ha fatto Fides et forma, con la labile speranza che si tratti d'un falso confezionato dagli svedesi:
Caro signor Fegan,

l'unica cosa che posso dire è che non ho avuto alcuna conoscenza dell'intervista con il vescovo Williamson prima che fosse trasmessa [Ma chissenefrega di quello che sapeva Lombardi? Mica deve difender se stesso! E' il Papa e la Chiesa che ci si aspetterebbe ch'egli difenda].

Dopo di essa fui informato in proposito dai giornalisti e colleghi svedesi della Radio Vaticana. Il Card. Castrillon non mi disse alcuna parola su di essa prima della trasmissione dell'intervista. [Idem come sopra. Al mondo interessa non quello che sapeva il reverendo padre, ma quel che sapeva Castrillòn, e il Papa]

Non sapevo che l'informativa su Williamson fosse stata inviata in Vaticano, e io non so chi l'abbia ricevuta e letta. Nessuno mi ha detto una sola parola su di essa. [Idem come sopra. Ter]

Il Papa ha detto che non era stato informato quando ha approvato la la revoca delle scomuniche. Sono certo che il Papa dica la verità [e vorremmo vedere! Il Papa non mente per definizione]

Quando ho informato i miei Superiori sulla sua intervista con Williamson, ho riscontrato che la decisione circa la revoca delle scomuniche era già stata presa.

Quindi l'unica cosa che potevo fare, era quella di distinguere fortemente il senso e lo scopo della decisione della revoca della scomunica da parte del Papa, e l'assolutamente inaccettabile negazionismo di Williamson come una sua posizione personale, che non era collegata in alcun modo all'origine della scomunica. Questo è quello che ho ripetuto molte volte in quei tristi giorni.

Mi auguro che questa risposta sia chiara.

Grazie per la vostra attenzione.
Con i migliori saluti.

F. Lombardi

Questa lettera, come si vede, è tutta un'excusatio non petita e uno scaricare le responsabilità: il nostro uomo alla Sala Stampa, lui, non sapeva niente, nessuno gli ha detto niente, quando ha saputo non ha potuto far altro che...

Come se ne esce?

A questo punto, le accuse arrivano fino al card. Castrillòn Hoyos. Un fedele servitore della Chiesa, un integerrimo cristiano che sa qual è il suo dovere: proteggere il suo Pontefice. Le circostanze gli richiedono un grave sacrificio, ma siamo convinti che sia pronto a compierlo, a gloria sua e per il bene della Santa Chiesa: assumere come Nostro Signore il ruolo di agnello sacrificale, e di capro espiatorio.

E affermare che, sì, aveva avuto qualche relazione circa le affermazioni discutibili del vescovo Williamson, ma che non ritenne di farne menzione, magari sottovalutandole ma soprattutto non ritenendo che potessero ostacolare il cammino di riconciliazione. E ricordando a tutti alcune semplici verità, che si rischia di dimenticare: che le forsennate opinioni di Williamson non hanno nulla a che vedere con la scomunica; che il ritorno dei lefebvriani all'ovile, di cui la revoca della scomunica era precondizione, conta e contava più dei colpi di testa di un singolo perché, come ricorda il Papa nella lettera ai vescovi, “può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?”. E infine ricordare che non era comunque possibile una revoca della scomunica solo a tre dei vescovi lefebvriani, sia perché non l'avrebbero accettata, sia perché non si può giustificare la mancata revoca sulla base di affermazioni che, per quanto gravi e inaccettabili, non toccan la fede; sia infine perché non si può rischiare che il vescovo escluso consacrasse altri vescovi e creasse una chiesa scismatica.