venerdì 31 luglio 2009

Intervista a Mons. Fellay: i colloqui in autunno

Apcom intervista Mons.Fellay: Pressioni contro di noi su S.Sede


Menzingen (Zug, Svizzera), 31 luglio (Apcom) - L'inizio dei colloqui con il Vaticano in autunno, una forte critica agli ebrei ('ci lascino in pace'), e l'impressione che la comunità ebraica condizioni pesantemente la Santa Sede. E ancora: il Concilio che va 'superato' e la speranza di avere presto una 'prelatura'; le divisioni che esistono anche all'interno della Chiesa di Roma e l'annuncio che monsignor Richard Williamson non verrà espulso. Non manca un attacco all''Osservatore Romano' che non si deve occupare di temi come Michael Jackson, Calvino o Harry Potter, accanto a una impressione molto positiva di Papa Benedetto XVI, 'persona integra e attenta al bene della Chiesa'. Intervista a tutto campo quella che monsignor Bernard Fellay, superiore dei lefebvriani, concede ad Apcom, nella casa generalizia della Fraternità San Pio X a Menzingen, in provincia di Zug (a pochi km da Zurigo), uno dei 26 cantoni della Svizzera. Completamente immersa nel verde della campagna svizzera, tra le mucche e il suono delle campane della chiesa di paese, il quartier generale dei lefebvriani si presenta con la scritta: 'Priester Bruderschaft St. Pius X - Generalhaus'. Nella stanza che ospita monsignor Fellay una foto di Marcel Lefebvre e una del Papa. 'Certamente c'è anche la foto del Papa, siamo cattolici anche noi', esclama il superiore alla nostra sorpresa di vedere un'immagine del Pontefice.

- Il Papa si trova in Valle d'Aosta per trascorrere un periodo di vacanze. Vi trovate a due passi da lui. Avete avuto qualche contatto, o c'è stato qualche tipo di collegamento tra il suo entourage e voi?
No, assolutamente no. Non c'è stato alcun contatto. Durante le vacanze dobbiamo lasciare il Papa in pace. Le cose proseguono con il Vaticano, con le persone incaricate per i colloqui. Ma non abbiamo disturbato il Papa. Sono le sue vacanze.

- Monsignor Fellay, è previsto un suo viaggio a Roma prossimamente? E' stato fissata la data d'inizio dei colloqui? E la vostra commissione, avete già pensato da chi sarà composta? Quante persone la formano?
Non c'è ancora una data fissata per l'inizio del dialogo, ma possiamo presumere che sarà in autunno. Verrò a Roma per quel periodo, ma non c'è ancora niente di preciso. La Commissione è già formata da 3-4 persone, ma non possiamo ancora fornire i nomi, anche per evitare qualsiasi pressione.

- Ritiene che in Vaticano ci sia una sensibilità eccessiva nei confronti delle aspettative del mondo ebraico, sul 'caso Williamson' così come sulla preghiera del venerdì santo?
Sì, lo penso. Io stesso sono imbarazzato - tranne ciò che è successo sul caso di monsignor Williamson - quando vedo ebrei che si occupano degli affari della chiesa cattolica. Non è la loro religione. Ci lascino in pace. Sono questioni che riguardano la chiesa cattolica. Se noi vogliamo pregare per gli ebrei, pregheremo per gli ebrei, nel modo che vogliamo. Non so se loro pregano per noi, ma direi che è un problema loro.

- Dunque, il Papa e il Vaticano subiscono pressioni del mondo ebraico?
Certo. È un tema estremamente delicato e caldo e penso che dobbiamo uscire da questo clima che non è buono. C'è stata una sfortunata concomitanza di eventi che che non dovrebbe mai accadere. In questo contesto si può capire l'ira degli ebrei io la capisco e deploro quello che è successo.

- Nel motu proprio 'Unitatem ecclesiam' il Papa ritiene che 'le questioni dottrinali, ovviamente, rimangono e finché non saranno chiarite, la Fraternità non ha uno statuto canonico nella Chiesa e i suoi ministri non possono esercitare in modo legittimo alcun ministero'. Cosa ne pensa?
Penso che non ci sia granchè di cambiato. Quello che è cambiato è che questa nuova disposizione concentrerà le nostre relazioni sulle questioni dottrinali. Ma non è un cambiamento, è un processo che va avanti e che avevamo già chiesto nel 2000; il cammino va avanti. Ciò che scrive il Papa sta nella linea del discorso abituale di Roma, dal '76, quindi non è nuovo. Noi abbiamo una posizione chiara che portiamo avanti da tempo e che manteniamo anche se siamo in contrasto con questa legge, ci sono ragioni serie che giustificano il fatto di esercitare legittimamente questo ministero. Sono le circostanze nelle quali si trova la chiesa che noi chiamiamo 'stato di necessità'. Per esempio quando una grande catastrofe colpisce un paese, mette fuori uso la struttura ordinaria, va in crisi il sistema, e allora tutti coloro che possono aiutare, aiutano. E quindi non è la nostra personale volontà, ma il bisogno dei fedeli che necessita l'aiuto di tutti coloro che possono aiutare. E questo stato di necessità è abbastanza generalizzato nella chiesa - ci sono certamente alcune eccezioni - per potere assicurare, consapevolmente, l'esercizio legittimo dell'apostolato.

- Quale status giuridico auspicate per la Fraternità San Pio X? Una prelatura, una società di vita apostolica, o cosa?
Dipenderà da Roma, ovviamente, che è l'autorità che decide di questa struttura. La loro prospettiva è la volontà di rispettare al massimo la realtà concreta che noi rappresentiamo. La mia speranza è che siamo sufficientemente protetti nell'esercitare l'apostolato per potere fare del bene, senza essere sempre impediti nell'azione da ragioni giuridiche. L'auspicio è una prelatura, anche se non ho una preferenza. Sulla tempistica non posso esprimermi, dipende tutto da Roma.

- Per Williamson il Concilio vaticano II è una 'torta avvelenata' che va buttata nella 'pattumiera', per Tissier de Mallerais il Concilio va 'cancellato' e per Alfonso de Gallareta non c'è 'molto da salvare' del Concilio: c'è una spaccatura all'interno della Fraternità San Pio X? Come pensa di risolverla? Il Vaticano sostiene che all'interno della Fraternità ci siano delle divisioni.
Mi permetto di dire che non vedo unione nemmeno in Vaticano. Il problema nella chiesa di oggi non siamo noi. Noi diventiamo un problema solo perchè diciamo che c'è un problema. Inoltre, anche se possiamo avere l'impressione di dichiarazioni opposte o anche contraddittorie, non ci sono fratture al nostro interno. Per esempio sul Concilio, possiamo dire che c'è quasi tutto da respingere. Ma si puo dall'altre parte anché dire di provare a salvare quello che è possibile. Ma non potremo mai dire tutti la stessa cosa. Il Concilio è un misto: c'è del buono e del cattivo. Anche il Papa quando sostiene che ci vuole un'ermeneutica di continuità, che non ci vuole una rottura, rifiuta il Concilio interpretato come rottura.

- Monsignor Williamson è un problema?
È un problema totalmente marginale. Quello che lui ha detto non ha niente a che vedere con la crisi della chiesa, con il problema di fondo che noi trattiamo da 30 anni dopo il Concilio, è una questione storica. La questione di sapere quanti e come gli ebrei sono morti non è una questione di fede, neanche una questione religiosa, è una questione storica. Ovviamente sono convinto che lui non abbia trattato questo tema come avrebbe dovuto e prendiamo le distanze. Ma sulle posizioni religiose della Fraternità rispetto al Concilio non vedo nessun problema con Williamson.

- Williamson dice che il Concilio è una 'torta avvelenata' da buttare nella 'pattumiera'. Non le sembra una frase un po' forte? Lei è d'accordo?
È una frase polemica, ma non le condanno. Tante dichiarazioni oggi sono fatte in chiave polemica, è una provocazione per tentare di far riflettere la gente. Direi il concetto in un altro modo, ma non lo so se non sono d'accordo. Direi il concetto in un altro modo, direi che dobbiamo superare il Concilio per ritornare a quello che la chiesa ha sempre insegnato e di cui la chiesa non può separarsi e a un certo momento dovremo superare il Concilio che si è voluto pastorale ma non dottrinale. Che ha voluto occuparsi della situazione contingente della chiesa. Ma le cose cambiano e tante cose nel Concilio sono già superate.

- Il vescovo Williamson aveva promesso di rimanere in silenzio e continua a parlare: verrà sanzionato? se continua a sostenere che non è possibile un compromesso con Roma sul Concilio, verrà espluso?
Non è vero che Williamson parla spesso. È rarissimo...una volta ha detto qualcosa...e poi non gli abbiamo chiesto di tacere su tutte le cose. Il campo su cui gli abbiamo chiesto il silenzio era molto limitato. La sua è stata un'uscita momentanea. La minimizzo al massimo...è poca roba... al momento non vedo alcuna ragione di espulsione. Dipende da lui, dalle situazioni nelle quali si è messo. Per il momento c'è un processo in corso, ha seriamente danneggiato la reputazione, non immagino adesso niente di più della situazione in cui sta già. Dipenderà da quello che dirà. E' già sufficientemente punito, messo ai margini, senza nessun incarico.

- E sul Concilio, accetterete il compromesso con Roma?
Non dobbiamo fare alcun compromesso sul Concilio. Non ho nessuna intenzione di fare un compromesso. La verità non sopporta il compromesso. Non vogliamo un compromesso, chiediamo chiarezza sul Concilio.

- Le recenti ordinazioni dei preti sono state viste come una provocazione: non era meglio evitare, in questo momento delicato?
Non è stata una provocazione. Alcuni vescovi hanno approfittato dell'occasione per gridare alla provocazione. Ma nè per Roma nè per noi è stata una provocazione. È come togliere il respiro a una persona. Noi siamo una società sacerdotale il cui l'obiettivo è formare sacerdoti. E quindi impedire l'atto ultimo di formazione che è l'ordinazione è come impedire a qualcuno di respirare. D'altra parte è stato sempre previsto e abbiamo sempre saputo che revocando la scomunica si è formata una situazione nuova che è migliore della precedente ma non perfetta. Per noi è normale andare avanti con le nostre attività, e quindi anche con le ordinazioni.

- L'Osservatore Romano ha parlato di Calvino, Michael Jackson, Harry Potter, Oscar Wilde. Cosa ne pensa?
Mi chiedo: è veramente il ruolo dell''Osservatore Romano' occuparsi di queste cose? Questa è una prima domanda. E la seconda domanda è: Quello che dicono su queste persone è veramente la cosa giusta? Ho uno sguardo piuttosto critico su queste presentazioni.

- Pensa che con questo Papa si possa finalmente giungere a una conclusione nell'annosa questione dei lefebvriani?
Credo che ci sia certamente una buona speranza. Penso che dobbiamo pregare tanto, sono questioni molto delicate. Sono 40 anni che siamo in questa condizione e non per questioni personali, ma veramente per cose serie che toccano la fede e il futuro della chiesa. Vediamo certamente nel Papa una autentica volontà di volere andare fino in fondo al problema e questo lo accogliamo con tanta soddisfazione. Preghiamo e speriamo che con la grazia del buon Dio arriveremo a qualcosa di buono per la chiesa e per noi.

- Cosa pensa di Benedetto XVI?
E' una persona integra, che prende la situazione e la vita della chiesa molto seriamente.

Fonte: Apcom e Papa Ratzinger blog

giovedì 30 luglio 2009

Risposte del nuovo segretario dell'Ecclesia Dei

Grazie al blog What Does The Prayer Really Say riportiamo una serie di domande poste da un fedele brasiliano alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e la relativa risposta del nuovo segretario, mons. Guido Pozzo: a nostra conoscenza, è il suo primo atto 'ufficiale'. Esaminandolo, se ne possono trarre interessanti vaticinii sul suo modo di reggere l'Ecclesia Dei: dopo le generose 'promesse' del card. Castrillòn Hoyos (tipo: "Il Papa vuole la Messa gregoriana in ogni parrocchia"), l'ora pare essere più alla prudenza e alla misura. Ma magari anche (come può indicare il fatto stesso di aver risposto analiticamente a questa lettera) ad una certa prontezza d'intervento. Ecco dunque il testo delle domande, seguito dalla lettera di risposta della Commissione:

1- Dopo l’entrata in vigore del motu proprio “Summorum Pontificum” è necessario il permesso del vescovo diocesano, qualora un sacerdote voglia celebrare la Messa gregoriana?
2- I fedeli devono padroneggiare la lingua latina per poter assistere alla Messa gregoriana? Oppure è sufficiente un sussidio bilingue?
3- Un gruppo piccolo di fedeli (per esempio 8 persone), benché stabile, è insufficiente per la celebrazione della Messa nella forma straordinaria?
4- Il vescovo deve collaborare affinché la richiesta della Messa gregoriana avanzata da un gruppo stabile di fedeli sia esaudita?
5- I fedeli che non fanno parte del gruppo stabile potranno assistere alla Messa gregoriana?
6- È possibile celebrare le nozze nella forma straordinaria del rito romano?
7- Con la pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”, Papa Benedetto XVI desidera che la Messa gregoriana sia ampiamente offerta nelle diocesi?
8- Il Santo Padre desidera che l’insegnamento del latino torni a far parte del curriculum dei seminari affinché i futuri sacerdoti possano celebrare la Messa in lingua latina?
9- I vescovi diocesani devono seguire gli orientamenti della Pontificia Commissione circa l’applicazione del motu proprio “Summorum Pontificum” anche qualora il nunzio apostolico in Brasile potesse, ipoteticamente, esprimere un’opinione contraria?



Prot. 97/09



Vaticano , 18 luglio 2009-07-29


Illustrissimo Signore,

relativamente alla Sua lettera del 29 aprile u.s., si risponde, secondo il motu proprio Summorum Pontificum, quanto segue:

1- Il documento pontificio non prevede alcun permesso speciale del vescovo diocesano affinché un prete possa celebrare la Santa Messa nella forma straordinaria (art.2);
2- Ai fedeli non si richiede un’ampia conoscenza della lingua latina, essendo sufficiente l’uso di un messale bilingue o di un foglietto;
3- Il numero di fedeli di un gruppo stabile dipende molto dalle circostanze locali, le quali indicheranno se un prete possa o voglia, tenendo conto del suo dovere pastorale, occuparsi di un gruppo relativamente piccolo;
4- Il vescovo diocesano deve essere in linea con le direttive del documento pontificio (art.5 par.1; e CIC c.392); altro è verificare l’effettiva praticabilità, in accordo con quanto disposto dal motu proprio;
5- I fedeli che non fanno parte del “gruppo stabile”, possono, evidentemente, partecipare alla Messa nella forma straordinaria;
6- I matrimoni secondo la forma straordinaria sono possibili, in accordo col parroco (art.9, par.1);
7- Quanto all’ampia applicazione del documento pontificio in una diocesi, è sufficiente attenersi alle indicazioni contenute nel documento medesimo;
8- Circa l’insegnamento del latino nei seminari, si faccia riferimento al c.249 del Codice di Diritto Canonico in vigore: “Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina e inoltre un'adeguata conoscenza delle lingue straniere, nella misura in cui essa risulti necessaria o utile alla loro formazione o all'esercizio del ministero pastorale”.

In tutte le altre questioni si faccia riferimento al documento pontificio, essendo il Santo Padre la suprema autorità della Chiesa, a cui per istituzione divina siamo legati da rispetto, amore e obbedienza.

La prego di accettare i miei sentimenti di viva stima e considerazione nel Signore,

Mons. Guido Pozzo
(Segretario)

mercoledì 29 luglio 2009

Alcune ricorrenti obiezioni contro la Messa di sempre

L'affezionato lettore dall'azzeccato nome di Inopportuno ci ripropone alcune domande alle quali avevamo promesso di rispondere. Manteniamo l'impegno.


1. prima la chiesa impegna tutto il suo prestigio sulla riforma liturgica e poi fa mille passi indietro, facendo coesistere il rito "da riformare" e quello "riformato"; dopo 40 anni smentisce se stessa; è logico?

In effetti: o c'è stato un vizio nel riformare, o c'è oggi nel tentare di salvare il salvabile di quanto la riforma ha inteso superare. Tertium non datur e Inopportuno coglie nel segno: non è logico.
Ma l'errore non è oggi, nel tentare di "far mille passi indietro", bensì ieri nell' "impegnare tutto il suo prestigio sulla riforma liturgica". Intendiamoci: una riforma poteva essere anche opportuna, o finanche necessaria, nei limiti prudenti fissati dalla Sacrosanctum Concilium e recepiti dal Messale riformato del 1965 (il vero Messale voluto dal Concilio: conforme al modello tridentino, ma semplificato e con parti in vernacolo). Invece la sovversione della liturgia, accompagnata dalla radicale proibizione dell'antico rito, ha creato una cesura che chissà se sarà mai sanata. E ha fatto crollare la fiducia nella Chiesa: un'istituzione che d'improvviso vieta e ripudia quello che fino al giorno prima ha considerato il suo tesoro più grande (la S. Messa), che credibilità può accampare? E soprattutto: chi più crederà o s'impegnerà in quel che la Chiesa fa e proclama oggi, sapendo che d'improvviso domani potrà esecrare quanto oggi propone?
Quindi: l'errore, anzi l'orrore e la violazione di ogni logica (ossia del principio di non contraddizione) data 1969-70: se i riformatori erano così convinti della loro opera, perché non lasciar convivere liberamente le due forme del rito, anziché proscrivere la più veneranda? Oggi non si vuole tornare indietro tout court (come sarebbe con l'abolizione del novus ordo), ma semplicemente ampliare le possibilità, sanare l'obnubilamento di Paolo VI, riparare ai guasti che la riforma ha creato (e sull'esistenza di questi guasti, abbiamo visto con P. Matias Augé, ormai devon concordare anche i novatori): in una parola, pensare al futuro, e non vivere perennemente parassitati dalla beat generation di cui, siamo certi, Inopportuno fa parte.

2. è vero o non è vero che come dice s. Tommaso d'Aquino dire che c’è una cosa, non significa che effettivamente c’è? dire -come fa il s.p.c.- che un rito abrogato (per comune dottrina canonistica) non lo è più o non lo è mai stato, vuol dire dare valore quasi sacramentale o performativo al m.p.; non vi sembra troppo?

Non ci addentriamo nel profilo filosofico, ossia nella critica alla prova ontologica di Sant'Anselmo. Siamo pure nominalisti, e concordiamo quindi (con Kant e... con Inopportuno) che pensare a 25 talleri non corrisponde ad averli in tasca. E dunque: dire che un rito non è stato abrogato, quando in realtà lo fosse stato davvero, può modificare la realtà? Evidentemente no: factum infectum fieri nequit e questo, come osserva S. Tommaso contro S. Pier Damiani, Duns Scoto e S. Bernardo, è addirittura un limite (logico) all'onnipotenza di Dio.
Ma (e qui parla il Vostro indegno giurista) era stato quel rito davvero abrogato? E' noto che manca un atto di abrogazione esplicita: lo si sa anche perché Bugnini brigò, ma in questo caso inutilmente, proprio per avere quell'abolizione expressis verbis. E' però vero che una legge successiva che regola integralmente la materia ha, per principio generale del diritto, effetto abrogante della precedente disciplina: lex posterior abrogat priorem. Ma che in questo caso tale principio abbia agito, è posto in dubbio dal fatto che l'antico Messale (sia pure, a quanto pare, nelle forme di quello del 1965) continuò legalmente ad essere usato, grazie ad una serie di indulti e permessi: fin da subito, per i sacerdoti anziani nelle messe private; poi in Inghilterra grazie allo "Agatha Christie indult" (dal nome di una dei firmatari della petizione a Paolo VI); sappiamo che indulti vennero anche concessi a singoli (ad esempio a Escrivà de Balaguer: v. qui). Negli anni 80 una commissione di 9 cardinali concluse che l'antico rito non era mai stato abrogato.
Sicché, come minimo, è altamente opinabile sostenere che quel rito fosse stato abrogato. Anche se, certo, non era più utilizzabile de facto: ma se è per questo, ciò avviene normalmente in moltissime diocesi anche oggi, pur dopo il motu proprio.
Tuttavia, e ripeto parlo da giurista, non si comprende tanta insistenza legalistica su questo punto. Il dato essenziale è che dal 14.9.2007 (entrata in vigore del motu proprio) ogni sacerdote può liberamente celebrare secondo il messale tridentino: come disponeva, del resto, già la bolla Quo primum di San Pio V (quella, sicuramente, mai abrogata). E allora: posto che non si tratta di sanare situazioni pregresse al 2007, ma di considerare la situazione oggi, che senso ha quel discorso? Siamo nel 2009: è privo di ogni conseguenza pratica per l'oggi e per il domani decidere se il motu proprio si è limitato ad un accertamento ex tunc della mai avvenuta abrogazione del rito antico o se invece ne ha cagionato ex nunc la giuridica reviviscenza. In un caso o nell'altro, esso ha ora piena legittimità e cittadinanza.


3. confermo quanto ho già detto: questo voler tornare alla tradizione è fatto con spirito antitradizionale: individualista, intimista, pietista, svirilizzante e post-moderno; l'uomo della tradizione (meglio ancora, il cristiano delle origini) viveva immerso in una esperienza spirituale e capiva al volo i simboli agiti; oggi siamo senza tradizione, come aveva capito Bonhoeffer, quindi riproporre le forme tridentine senza l'esperienza spirituale delle origini vuol dire fare operazione estetistica e individualistica; non è meglio arare con l'aratro dello Spirito (come ha voluto il concilio) per ritrovare una esperienza cristiana comunitaria, non necessariamente ierocratica e clericale?

Neanche un po'. Il rito antico è molto più marziale e virile di quello attuale. In quale rito ci si tiene per mano e il sacerdote cinguetta all'assemblea, ad ogni predica e monizione, che Dio ci vuole bene e che siamo tutti amici e comunità in festa per condividere la cena? In quale rito, invece, ci si dispone in buon ordine, in fila dietro al sacerdote rivolto come tutti verso la Santa Croce, per offrire il Sacrificio del Golgotha, chiedendo perdono dei peccati e battendosi il petto in ginocchio? Laddove la virilità andrebbe non tanto contrapposta a femminilità, ma a puerilità: virile nel senso di maturo, composto, sobrio e grave. Allora: quale di quelle due attitudini è più virile e quale più puerile? Battere le mani e cantare girando i palmi delle mani verso l'alto, come per svitare le lampadine, è forse 'virile' o è piuttosto 'svirilizzato' e puerile?
E mentre possiamo accettare uno degli aggettivi usati da Inopportuno (la Messa antica è ierocratica: vero, è verticale, pone al centro il Sacro, Dio, non l'uomo con le sue esigenze e le sue fisime, come si è fatto a partire dalla nefasta svolta antropologica di Rahner), rispediamo al mittente la qualifica di 'clericale'. E' più clericale una Messa in cui non vedi quasi in faccia il sacerdote, perché è rivolto a Dio, e media tra il popolo e Dio svolgendo senza poter sgarrare un rito rigidamente performato da rubriche molto strette; oppure è più clericale un rito in cui il prete gigioneggia con l'assemblea, gliela canta e gliela suona, e si assetta satrapescamente sul tronazzo nel centro del presbiterio dove, un tempo, era il Tabernacolo di Dio?

Cañizares: Il futuro dell'umanità è nella liturgia

Dall'ottimo sito New Liturgical Movement riportiamo l'estratto di una recente intervista rilasciata dal Prefetto della Congregazione per il Culto Divino:

Pubblichiamo un eccellente articolo apparso su LifeSiteNews.com contenente un'intervista col Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, che ha fatto alcune profonde affermazioni sul ruolo chiave della sacra liturgia nella costruzione della cultura della vita.

Intervista: I difensori dell’Eucarestia sono difensori della vita, dice un porporato vaticano

di Hilary White e John Jalsevac

ROMA, 27 luglio 2009 (LifeSiteNews.com)- Per i cattolici tra l’Eucarestia e la difesa della vita umana c’è un legame imprescindibile, afferma il capo del dicastero liturgico vaticano in un’intervista della scorsa settimana. Il card. Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha parlato con LifeSiteNews.com giovedi scorso, dicendo che dal punto di vista della Chiesa cattolica “non c’è dubbio” sulla stretta connessione tra la fedeltà della Chiesa alle norme liturgiche e la fedeltà al suo insegnamento su vita e famiglia (leggi qui l’intervista completa).
La questione del nesso tra il credo della Chiesa sull’Eucarestia e il suo insegnamento sul valore di ogni vita umana è passata in primo piano in occasione della controversia sul divieto di comunione ai politici cattolici favorevoli all’aborto. All’inizio dell’intervista apparsa la scorsa settimana, il cardinale ha parlato di questa particolare questione, suggerendo che il principio-guida per i vescovi nella decisione di rifiutare la comunione ai politici abortisti nelle proprie diocesi dovrebbe essere “caritas in veritate”, “la carità nella verità” – titolo della recente enciclica del Papa.
Tuttavia il cardinale ha parlato anche della più ampia questione di come, per i cattolici, l’intera vita liturgia della Chiesa sia strettamente legata ad una visione del mondo a favore della vita.
“Tra l’Eucaristia e la difesa della vita, c’è un vincolo che nessuno può sciogliere”, egli ha detto. “Vivere l’Eucaristia è entrare in comunione con Gesù Cristo e di conseguenza con il Suo amore. Questa è una comunione vitale e ci fa partecipare alla vita stessa che è Cristo, la vita divina, la vita eterna, ma allo stesso tempo ci rende datori o portatori di amore e difensori della vita.
Se i cristiani vivessero appieno il significato dell’Eucarestia, ci sarebbero sempre difensori della vita.”
Già arcivescovo di Toledo, in Spagna, il card. Cañizares è attualmente Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che ha competenza in tutto il mondo sul modo di celebrare la Messa. È stato elevato al cardinalato nel 2006 da Papa Benedetto XVI.
Il cardinale ha parlato con LifeSiteNews il 24 luglio negli uffici della Congregazione in via della Conciliazione a Roma, la strada che proviene dalla Basilica di San Pietro e dalla residenza pontificia. Ha parlato dell’influenza di Papa Benedetto XVI per il quale, egli ha detto, costituisce una priorità “ravvivare nella coscienza di ciascuno il vero senso della liturgia”.
Ha detto che la missione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti è lavorare per promuovere l’enfasi di Papa Benedetto verso le pratiche liturgiche tradizionali, come la comunione direttamente sulla lingua e in ginocchio. Con questo papa, egli ha affermato, c’è la speranza di un “nuovo grande e inarrestabile movimento liturgico”.
“Noi vogliamo una Chiesa che deve essere presente nel mondo, pronta a trasformare il mondo e a guidare il rinnovamento degli uomini secondo la volontà di Dio.
“In altre parole non c’è nuova umanità né speranza per l’uomo che non sia fondata in Dio, provenga da Dio e a Lui restituisca tutto, per la Sua gloria. Il futuro dell’umanità è nella liturgia.”
Ha aggiunto, “Se leggiamo l’ultima enciclica del Santo Padre, possiamo renderci conto che la liturgia occupa un ruolo centrale nella sua visione”.


martedì 28 luglio 2009

Chierichetti in azione di salvamento

Andrea Carradori ci riferisce della bella e gloriosa avventura di Matteo (nella foto, a sinistra), che insieme a Nicolas (a destra) è cerimoniere alle Messe tridentine di Campocavallo di Osimo. Matteo, 19 anni, che ha conseguito la maturità scientifica a Fermo, lo scorso anno aveva voluto festeggiare il 18° compleanno assieme ai parenti e agli amici organizzando nella chiesa parrocchiale di Rapagnano di Fermo una Santa Messa nel rito romano antico “ in terzo”. L’iniziativa, accolta con commozione persino in Vaticano, non fu particolarmente apprezzata nella Curia locale: nemo propheta acceptus in patria




Ma ecco i fatti, dal Corriere Adriatico del 27 luglio 2009

Fermo Non solo buone notizie dalla spiaggia. Ieri è stata una giornata a rischio sul fronte degli allarmi per i bagnanti in difficoltà. Tutta colpa di un forte vento proveniente da Oriente che ha spazzato l’afa dei giorni scorsi ma provocato onde molto alte soprattutto a riva.

In particolare nel pomeriggio i ragazzi del salvataggio a mare della cooperativa Marina Service sono stati chiamati alla impresa e per loro una vera a propria missione compiuta: il giovane assistente dei bagnanti Matteo Della Pittima è riuscito a salvare quattro bagnanti in un colpo solo, nonno e tre nipoti. Erano da poco passate le 17.40 quando, all’altezza del Royal di Lido di Fermo, l’anziano V.G., 69 anni, di Sant’Elpidio a Mare, è entrato in acqua con i tre nipoti. I quattro sono andati subito in difficoltà e non riuscivano, anche a causa delle condizioni del mare, a rientrare a riva. Notata la difficoltà dei bagnanti, Della Pittima si è gettato subito in acqua riuscendo a mettere in salvo i tre bambini. Successivamente, anche con l’aiuto di alcuni bagnanti accortisi della situazione di emergenza, ha trasportato a riva anche il nonno.

Fonte: www.missaleromanum.it

lunedì 27 luglio 2009

Un altro "mattone": primo Battesimo tradizionale a Bologna

E' stato amministrato a Bologna, il 7 giugno scorso, nella chiesa di S.Maria della Pietà, il primo Battesimo dopo l'entrata in vigore del Motu Proprio, utilizzando l'antico Rituale Romanum; probabilmente si tratta della prima celebrazione a Bologna dopo l'entrata in vigore del nuovo rito; ecco alcune foto della cerimonia.

La stola violacea, che nella liturgia è simbolo di penitenza, manifesta la miseria dei battezzando. Il Sacerdote va per incontrare il bambino alla porta per significare che prima di essere battezzato non ha il diritto di entrare in chiesa essendo escluso dal Paradiso per il peccato originale.

Il Sacerdote impone la mano sulla testa del bambino (di ciascun bambino); poi, tenendo la mano estesa, dice:


Omnípotens, sempitérne Deus, Pater Dómini nostri Jesu Christi, respícere dignáre super hunc fámulum tuum N. (hanc fámulam tuam N.) quem (quam) ad rudiménta fídei vocáre dignátus es; omnem cæcitátem cordis ab eo (ea) expélle; disrúmpe omnes láqueos sátanæ, quibus fúerat colligátus (colligáta); áperi ei, Dómine, jánuam pietátis tuæ, ut signo sapiéntiæ tuæ imbútus (imbúta), ómnium cupiditátum fœtóribus cáreat, et ad suávem odórem præceptórum tuórum lætus (læta) tibi in Ecclésia tua desérviat, et profíciat de die in diem. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. R. Amen.


O Dio onnipotente ed eterno, Padre di Gesù Cristo nostro Signore, degnati di riguardare questo tuo servo N. (questa tua serva N.), che ti sei degnato chiamare ai rudimenti della fede; allontana da lui (lei) ogni durezza di cuore; rompi tutti i lacci di satana, da cui era stato (a) avvinto (a), aprigli (le), o Signore, la porta della tua misericordia affinché ammaestrato (a) dal segno della tua sapienza, sia immune dalle sozzure delle passioni e attratto (a) dal soave odore dei tuoi precetti, ti serva allegramente nella tua Chiesa progredendo quotidianamente. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. R. Amen.



Mentre il bambino è tenuto dal padrino, o dalla madrina, o da entrambi, il Sacerdote prende l’acqua battesimale con un piccolo recipiente e la infonde tre volte sulla testa del bambino con un movimento in forma di croce, dicendo al tempo stesso una sola volta, distintamente e con attenzione:


N. Ego te baptízo in nómine Pa + tris, fundit primo, et Fí + lii, fundit secundo, et Spíritus + Sancti, fundit tertio.


N. Io ti battezzo nel nome del Pa + dre, versa la prima volta, e del Fi + glio, versa la seconda volta, e dello Spirito + Santo, versa la terza volta.



Dopo tutto si redige l’atto sui registri della Parrocchia, scrivendo il nome e cognome del battezzato, del ministro, dei genitori e dei padrini, la data e il luogo in cui fu amministrato il Battesimo. Tali registri si conserveranno nell’Archivio parrocchiale.

Jean Guitton, amico di sempre di Paolo VI, in un'intervista profetica

Da La Stampa dell'11 ottobre 1992 (visionabile qui). Grazie ad Alessandro per la segnalazione

"Anch'io ho nostalgia della Messa in latino"
INTERVISTA: IL BIOGRAFO DI PAOLO VI ACCUSA
Jean Guitton: "Quanti errori, Lefebvre aveva ragione..."
"Freud, Marx e Lutero hanno sostituito nei seminari Tommaso, Ambrogio e Agostino"

PARIGI: "Quel giorno tremavo dall'emozione. Per tutta la vita avevo sognato un Concilio che affrontasse le grandi questioni del Novecento, l'ecumenismo, il progresso, i diritti della donna... E ora ero la', e avrei parlato, primo laico nella storia, a un Concilio della Chiesa cattolica. Sono passati trent'anni...". Jean GUITTON, 91 anni, la coscienza critica della cristianita', l'amico di Giovanni XXIII, il confidente di Paolo VI, e' commosso. Guarda fuori dalla finestra del suo piccolo appartamento parigino, sui giardini del Luxembourg. Agita una mano fragile, e comincia. "Il Concilio e' stato perfetto. Ma l'applicazione... quanti errori. E' diminuita la fede. Ha perso vigore la verita'. La Chiesa cattolica ha rinunciato a proclamarsi la sola vera Chiesa. Ha pregato assieme ai protestanti, alle altre religioni. Nei seminari Freud, Marx, Lutero hanno preso il posto di Tommaso, Ambrogio, Agostino".

-Per questo Lefebvre se ne e' andato?
Paolo VI e poi Papa Wojtyla mi avevano incaricato di trovare una soluzione, di evitare lo scisma. Io ho fallito. Parlare di Econe per me e' molto doloroso. Perche', in fondo, Lefebvre aveva ragione.

-In che senso aveva ragione?
La verita' non puo' cambiare. Se e' bianca, non puo' diventare grigia, rossa o marrone. E se la Chiesa possiede la verita', rimane identica a se stessa attraverso la storia. Quando Lefebvre diceva che il Concilio non poteva cambiare l'affermazione solenne della Chiesa sulla verita', diceva cose che dobbiamo condividere. Ma Lefebvre le sosteneva in modo maldestro. Confondeva l'adesione alla Chiesa con l'adesione a un partito. Era uno spirito chiuso.

-Quali sono le altre ombre del post-Concilio?
L'anarchia. Il curato che non obbedisce piu' al parroco, il parroco al vescovo, il vescovo al cardinale. La catechesi affidata alla gente che passa per strada. Guardi, vicino a casa mia ci sono due parrocchie, Saint-Sulpice e Notre Dame des Champs. E non dicono le stesse cose. Pensi che coerenza puo' avere una catechesi affidata al primo venuto.

-Il nuovo catechismo risolvera' il problema?
Ecco dov'e' il male. Com'e' possibile che i cattolici abbiano dovuto attendere trent'anni per sapere cosa e' giusto fare, cosa e' giusto credere e cosa no? Il nuovo catechismo doveva arrivare tre minuti dopo il Concilio, non dopo trent'anni.

- Vede ancora altre ombre?
La crisi delle vocazioni. Finito il Concilio, pensavo che i seminari si riempissero. Invece... E poi, siamo arrivati a pensare che basti la sincerita' per fare un cristiano. Anche se si e' ladri, anche se si e' omosessuali. Verita', ci vuole. Pentimento. E fede.

-Ha nostalgia della Messa in latino?
Sì. In latino ho espresso le emozioni di 60 anni della mia vita di cattolico. Anche Paolo VI soffrì per il cambio di liturgia. Mi disse: dobbiamo sacrificare i nostri sentimenti, per rendere il Vangelo comprensibile a tutti. Aveva ragione. Ma il Concilio non abolì il latino: lasciò libertà di liturgia. Soltanto in seguito la Messa tridentina e' stata considerata un reperto da museo.

-Quali sono invece le luci?
Il dialogo. Nei duemila anni prima del Concilio la Chiesa cattolica aveva solo condannato. Ora ha cambiato metodo: non condannare, ascoltare. Il dialogo con i non cattolici continua oggi piu' che mai: con gli anglicani, con i protestanti; con gli ortodossi, ora che la Russia sovietica e' diventata la Russia di San Pietroburgo. Anche i rapporti con l'immenso mondo dei non credenti non sono mai stati cosi' intensi.

-Qual e' stata la piu' bella innovazione del Concilio?
La liberta' religiosa. Ricordo i cardinali spaccati in due partiti. I progressisti dicevano: la religione dev'essere fondata su un atto di liberta'. Io ero d'accordo. Sapevo che Sartre aveva affrontato il problema, ma senza risolverlo: perche' non c'e' liberta' senza Dio, non c'e' Dio senza liberta'. Passo' la linea dei progressisti.

- E i conservatori furono battuti. Chi erano?
Il loro capo era Ottaviani. Uno spirito netto, bello, pulito. Parlava benissimo il latino. Ricordo che dovevamo stabilire quando una famiglia cattolica e' numerosa. Qualcuno disse: e' numerosa se ha quattro figli. "No, se ne ha dodici!", urlo' lui. "Altrimenti io non sarei nato". Lo disse in latino, ovviamente".

- Quale altra figura le e' rimasta impressa?
Wiszinsky. Il primate di Polonia era un uomo eccezionale. E di destra.

- E Wojtyla?
Era il suo allievo. Non so con chi fosse schierato. Sa, nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato Papa...

- Perche' Paolo VI volle che lei, un laico, prendesse la parola?
Tra noi c'era un grande amore, una grande amicizia. E' il mistero degli incontri. La prima volta che lo vidi era un 8 settembre, lui era ancora vescovo... fu come un fulmine. Mi fece promettere che ogni 8 settembre sarei andato a trovarlo. Lo feci per 27 anni. Quando divenne Papa gli dissi: Eminenza, le porto il mio addio. E lui, gridando: ma come, non ho forse un cuore? Non posso piu' amarla? No, avro' bisogno dei suoi consigli piu' di prima.

- Cosa le diceva nei giorni del Concilio?
La sera del mio intervento mi regalo' un orologio, dicendo: "Oggi e' stata una giornata storica. Lei portera' questo orologio per ricordare che il tempo non e' che un soffio in confronto all'eternità. Che emozione. Che gioia.

- Cosa le rivelo' ancora?
Che soffriva. Seguiva i lavori su una tv a circuito chiuso. Sentiva nel suo cuore le divisioni dei cardinali, sapeva delle manovre.

- Chi manovrava? I conservatori o i progressisti?
Entrambi. C'erano duemila vescovi. In ogni Parlamento ci sono uomini abili che tentano con sistemi piu' o meno corretti di influenzare gli altri.

- Cosa ricorda della fine del Concilio?
Ora che mi resta poco da vivere posso farle una confidenza. Paolo VI sognava di morire sul campo di battaglia. La responsabilita' lo schiacciava. Un giorno mi disse: "Diamoci un appuntamento dopo la morte". Era l'uomo piu' solo del mondo. Erano soli, lui e Dio. Lo capisco, il Concilio e' stato l'evento del secolo. Me lo disse anche De Gaulle. Io lo lodavo: lei ha salvato la Francia. E lui: ma lei ha partecipato al Concilio.
- Sono stati trent'anni difficili per la Chiesa. Oggi possiamo ancora dirci cristiani?
I nostri anni sono il trionfo della violenza, l'apoteosi del sesso, della televisione, del denaro. Il piu' grande nemico del cristianesimo non e' l'ateismo. Quello si vede, si tocca. Il nemico invisibile e' l'indifferenza.

- E il consumismo, il capitalismo?
Il capitalismo e' come la sua cravatta. Posso usarla per abbellire il suo abito. Oppure per strangolarla.

- Lei ha detto che il comunismo non e' morto, e risorgera' in qualche altra forma.
Le diro' di piu'. Il comunismo non e' di per se' contro il cristianesimo. Lo diventa quando sostiene l'ateismo. I primi cristiani avevano i beni in comune.

- E il cristianesimo, rischia di morire?
La Chiesa attraversa una crisi terribile. Ma la crisi e' la sua condizione esistenziale. Dio vuole cosi'. La Chiesa era in crisi gia' quando Giovanni scriveva l'Apocalisse. Ma quando al mondo fosse rimasto anche un solo cristiano, la Chiesa vivrebbe con lui. Vede, la nostra e' l'eta' del degrado. E' come tirare con l'arco. La freccia deve tendersi all'indietro per schizzare in avanti. Ecco, noi oggi siamo compressi all'indietro. Ma siamo alla vigilia di grandi cambiamenti. Il prossimo secolo sara' l'era della nuova evangelizzazione, e la luce tornera' a illuminare la Chiesa. Ma i miei occhi non faranno in tempo a vederla.

Aldo Cazzullo

domenica 26 luglio 2009

Mostra del Fondo Edifici di Culto sui tessuti liturgici - ultimo giorno

Un cortesissimo lettore ci ha segnalato e noi pubblichiamo (con colpevole ritardo dovuto alle ferie di chi avrebbe dovuto occuparsene) l'avviso e la recensione che segue.

Cari amici, Vi segnalo che ancora per pochi giorni sarà visitabile a Roma una Mostra di eccezionale valore sui paramenti sacri. Le parole non possono esprimere pienamente la qualità, la bellezza ed il senso spirituale che ispirano queste opere!
In ogni caso, rappresentano la migliore risposta ai liturgisti "minimalisti" diffusori della peste modernista anche negli arredi liturgici che infestano le nostre parrocchie da alcuni decenni
Davvero questi autentici capolavori -piviali, pianete, dalmatiche, paliotti d'altare- sembrano ispirarsi, nel servizio liturgico, al versetto del Salmo 69 "Lo Zelo per la Tua casa mi divora".
Vi allego una rassegna stampa.


Notizie Fondo Edifici di Culto
'Antichi Telai'.

Aperta a Roma la mostra sui tessuti d'arte del Fondo Edifici di culto
Inaugurata dal ministro dell'Interno Maroni, l'esposizione si può visitare fino al 26 luglio.
[..]La selezione di corredi, tessuti d’arte e paramenti sacri appartenenti al Fondo del ministero dell’Interno rimarrà esposta fino al 26 luglio prossimo presso la sede della mostra, in Via del Corso, n.418.

Si tratta di oltre 70 opere tessili realizzate tra il 1500 e il 1800, un patrimonio ricco e in gran parte sconosciuto al grande pubblico perchè conservato nelle sacrestie e nei conventi. Preziosi paliotti, alcuni arricchiti da inserti dipinti su seta o da grani di corallo, sontuosi paramenti liturgici e vesti destinate alle statue processionali, sono solo alcuni esempi dei manufatti che si possono ammirare.

Le opere provengono da basiliche e chiese note, come S. Domenico a Bologna, SS. Nome di Gesù all’Argentina e S. Maria in Vallicella a Roma, S. Marco e S. Maria Novella a Firenze, S. Domenico Maggiore e S. Gregorio Armeno a Napoli e le chiese palermitane del Gesù e di S. Giuseppe dei Teatini. In mostra anche alcune 'Madonne vestite', la cui tradizione è ancora viva non solo nei piccoli centri, ma anche nel cuore della stessa Roma, come dimostra uno degli abiti esposti, quello della Madonna del Carmine, la celebre 'Madonna de noantri', proveniente dalla chiesa trasteverina di Sant’Agata.

L'esposizione documenta, inoltre, l'apporto fondamentale dei restauratori del tessile, settore professionale che ha partecipato in maniera determinante alla realizzazione del progetto. L'attività di restauro, antica tradizione nazionale ancora attualissima grazie alle accademie e scuole specializzate, è intimamente connessa al principio della tutela del patrimonio artistico-culturale che caratterizza l'operato del Fec.

La mostra - aperta il martedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 19.30, e il venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 22 - Il costo del biglietto d'ingresso è di 2 Euro. Il ricavato della mostra sarà destinato al restauro di un'opera d'arte appartenente al Fec. All'inaugurazione hanno preso parte anche il sottosegretario all'Interno Alfredo mantovano e il capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - che gestisce il Fondo Edifici di culto - Mario Morcone.

Antichi Telai - I tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto

Il Fondo Edificio di Culto ha, tra le sue attività istituzionali, la valorizzazione del proprio patrimonio storico-artistico costituito da oltre 700 edifici sacri e da opere d’arte mirabili custodite al loro interno. In tale ambito, attraverso la Mostra Antichi Telai - I tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto, anche quest’anno si è proposta la promozione della conoscenza del deposito di tessuti d’arte posseduto e dell’impegno sostenuto dal FEC per il recupero, la conservazione e il restauro degli stessi.

La Mostra intende rendere protagonista l’arte del tessuto e del ricamo, ponendo a confronto le varie culture tessili di un Paese che possiede il complesso di arredi più ricco del mondo, attraverso un percorso che si snoda tra sete e filati preziosi dei secoli XVII, XVIII e XIX, prendendo forma e valore simbolico nei corredi liturgici che si adeguano alle particolari funzioni e festività e sottolineano il carattere di ogni evento esaltando il rigore formale ed estetico della liturgia stessa.

L’allestimento intende proporre la scenografica ritualità delle cerimonie e delle processioni, cogliendo il ruolo orchestrato dei colori delle preziose stoffe: damaschi, lampassi e broccati intessuti d’oro e d’argento, decorati con fantastici fiori, tralci e fogliame e rifiniti da complesse guarnizioni.

L’organizzazione dell’evento, nelle indispensabili fasi di ricerca, ha reso possibile una vasta esplorazione nei luoghi dove i tessuti sono conservati, attraversando le molteplici espressioni storico-geografiche di questo settore di rilievo della cultura materiale della Penisola. Nel principio della tutela del patrimonio artistico-culturale fatto proprio del Fondo Edifici di Culto, si è naturalmente inserita la connessa attività di restauro, che costituisce un’antica tradizione nazionale, sviluppata dagli artigiani nel corso dei secoli ed oggi pienamente viva nelle accademie e nelle scuola specializzate

Svolgendo il filo della storia del “Fare”, sarà possibile ammirare, tra l’altro, i sontuosi paliotti in lama d’oro, coralli, granati e madreperle delle chiese di San Giuseppe dei Teatini e di San Francesco di Paola di Palermo; i panni ricamati dai “Maestri Ricamatori” di Napoli, provenienti dai complessi monumentali di Santa Chiara e di San Domenico Maggiore; i broccati catanesi delle chiese di San Benedetto e di San Camillo; i seicenteschi velluti ricamati, i lampassi e i lussuosi ricami provenienti da alcune delle più belle chiese e basiliche di Roma; i fastosi ricami in oro della chiesa di San Domenico di Bologna; i damaschi seicenteschi delle chiese di S. Maria Novella e di San Marco di Firenze; i settecenteschi damaschi broccati del Museo civico di Bracciano; le regali “Madonne vestite” di Firenze, di Roma e di Napoli, che costituiscono una interessante testimonianza di ritualità matriarcale.

Il percorso si propone, infine, di fornire indicazioni interessanti sulle donazioni, ricostruendo i percorsi che alcune opere hanno compiuto, per raggiungere città distanti dal luogo d’origine, come pregiate offerte di forte contenuto devozionale.

L’accesso alla Mostra sarà consentito previo pagamento un biglietto d’ingresso del costo di 2 euro, il cui ricavato sarà destinato al restauro di un’opera d’arte appartenente al patrimonio del Fondo.

sabato 25 luglio 2009

"In tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome"

Dopo il dispiacere e la nausea per certe nuove chiese e nuovi altari, ecco due foto che ci danno tanta consolazione: aggiungo alcune parole di P. Martino de Cochem O.M.C, che commentano il passo di Malachia che vien in mente a guardare queste immagini:"In tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome"







"Nel Concilio di Trento, la Chiesa ha dato, dunque, la vera interpretazione e il Sacrificio nuovo è il vero Sacrificio puro, senza macchia che non può essere contaminato da alcuna indegnità, da alcuna malizia del sacrificatore. Sacrificio che il Signore annunciò, per bocca del profeta Malachia, doversi offrire dovunque in suo nome. Malachia fa parlare così il Dio degli eserciti: "Ho cessato di compiacermi in voi (sacerdoti dell'antica Alleanza) e, in avvenire, non riceverò nessun dono dalle vostre mani, perché dall'oriente all'occidente, il mio nome è grande in mezzo alle nazioni e in tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome" (Mal., 1, 10-11). Questo testo è stato considerato da tutti i santi Padri come una profezia del santo Sacrificio della Messa. Questa predizione, infatti, non è stata compiuta nell'Antico, ma solamente nel Nuovo Testamento, come nel Nuovo fu realizzata la promessa fatta da Dio Padre a nostro Signore: "Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato. Domandamele ed io ti darò in eredità le nazioni" (Sal., II, 7-8). Sappiamo tutti che questo oracolo si compì quando si convertirono i gentili.

La profezia di Malachia non si può precisamente applicare al Sacrificio che nostro Signore consumò sulla Croce, come a torto pretendono di fare gli eretici, perché questo Sacrificio non è stato offerto in tutti i luoghi, come asserisce il profeta, ma in uno solo: sul monte Calvario. E non si può applicare nemmeno alle nostre preghiere, né alle nostre buone opere, perché tanto le une che le altre non sono un sacrificio assolutamente puro, ma anzi un'offerta impura, come riconoscono gli eretici stessi e come dice Isaia: "Siamo tutti impuri e le opere della nostra giustizia sono come un panno lordo" (Is., LXIV, 6). La profezia, dunque, deve esclusivamente riferirsi alla santa Messa, che è l'unico Sacrificio del Nuovo Testamento, Sacrificio interamente puro, che Gesù Cristo offre a Dio suo Padre, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi per le mani dei sacerdoti. Nostro Signore è il solo pontefice perfetto e sovrano e i sacerdoti non sono che i suoi ministri; essi gli prestano le mani e la bocca. Infatti, essendo Gesù Cristo invisibile ed il Sacrificio dovendo essere visibile, bisognava, per farvi partecipare gli uomini, ricorrere necessariamente al ministero dei sacerdoti. E per di più questo Sacrificio durerà fino alla fine del mondo e non cesserà che alla venuta dell'Anticristo".