martedì 30 giugno 2009

Della serie: clero ambrosiano



Tempo addietro avevamo riportato per intero un pensoso saggio di don Giorgio de' Capitani (cognome aristocratico?) apparso sul suo blog, dal poetico titolo "Messa in latino? Che palle!", ove il reverendo parroco approfondisce da par suo la ricchezza della liturgia antica e nuova.
Don Giorgio si dev'essere risentito (e perché?) dell'attenzione che gli abbiamo riservato e ha voluto ricambiarci la cortesia con un altro saggio della sua prosa, che ci fa l'onore di dedicarci. Ecco qui, tratto da una pagina del blog del reverendo (LINK), un pezzo, a quanto pare ispirato da qualche post o commento men che compiacente verso il cardinal di Milano. Si può capire: questi sacerdoti sono spesso ossequiosi e devoti verso i superiori e si adombrano se qualcuno tratta questi ultimi senza altrettanta deferenza...

Beceri tradizionalisti offendono Tettamanzi!

Ci sono due motivi per cui solitamente m’incazzo.
Anzitutto, quando vedo un Movimento ecclesiale vendersi l’anima al capitalismo più schifoso o, con parole più povere, alla cultura dell’idiota per eccellenza, che si chiama Silvio Berlusconi. Questo è il vero peccato contro lo Spirito santo, perciò imperdonabile.
E il secondo motivo è quando constato una cattiveria, degna del più perverso oscurantismo, che prende di mira alcune figure di cardinali che sanno guardare al di là dello steccato imposto da una chiesa retriva e fallimentare.
Il sito messainlatino.it - che invito a consultare - è di una rozzezza teologica e liturgica tale da rasentare il ridicolo e il blasfemo, senza salvare della virtù della carità nemmeno le mutande. Dicono di predicano [sic] Dio che si fa Uomo e Dono d’amore sulla Croce - la Messa che cos’è? - e poi si divertono a dileggiare i suoi ministri che vorrebbero un Cristianesimo senza quegli orpelli o legami che lo riducono ad una povera religione.
Non entro nella questione del rito ambrosiano e della relativa polemica sulla Messa in latino - non m’interessa assolutamente - ma non accetto che si prendano di mira, anche con disprezzo, prima il cardinal Martini e ora il cardinal Tettamanzi.
Il cardinal Tettamanzi ha ben altro da fare che pensare alle Messe in latino. Viviamo in una società che, per le sue ingiustizie, grida vendetta al cospetto di Dio. E Dio non ascolta le preghiere oscene dei patiti del latino, ma ascolta le grida dei poveri che usano la loro lingua per farsi ascoltare.
Come si può sopportare la massa [è bello che ci si accorga che non siamo i patetici quattro gatti, ma stiamo diventando, se non una massa, un elemento considerevole del cattolicesimo] di idioti fanatici che tradiscono il Vangelo e il cristianesimo in nome di una religione che ha perso ogni contatto con il mondo moderno? Che ne facciamo di questi fondamentalisti? Metterli su un’isola nel bel mezzo dell’oceano? [era quello che voleva fare Hitler con gli Ebrei: aveva fatto piani per la deportazione in Madagascar. Poi un'altra soluzione, finale, è parsa più semplice]
C’è una disperazione - sì, disperazione - che ogni giorno che passa si fa sempre più atroce per una politica italiana allo sbando, e noi credenti siamo qui a litigare sul latino, come se questo fosse il vero problema di oggi!
Volete il latino? Tenetevelo, tattuatelo sul sedere, e non rompete più le palle, idioti!
E ricordatevelo: non mi fate paura con le vostre minacce [???] “in latino”. Mi fa paura la vostra idiozia che permette al Mostro che voi onorate col vostro latino di corrompere ogni senso della giustizia e ogni ideale di democrazia [comprendiamo bene, don Giorgio? Il culto in latino serve ad "onorare il Mostro" ossia, come par di capire, il succitato Berlusconi? Ci dobbiamo essere persi un passaggio...].
Voi ne siete responsabili!

Chissà com'è contento il card. Tettamanzi di aver trovato nel suo clero un difensore così appassionato, persuasivo e convincente; capace di parole alate e dolci quanto il miele, come Nestore; di profondi pensieri, come Archimede; facondo, come Carneade...

***

Avvertimento ai commentatori: tenete presenti le regole; in particolare, sono vietati gli insulti: il rev. don Giorgio non sembra conoscere questo primario obbligo di civiltà ma ricordiamo (per quanto inverosimile ciò appaia...) che egli è un sacerdote, e che già solo per quello merita rispetto. In secondo luogo, la politica è off topic. Come sarebbe ovvio, non avendo essa nulla a che vedere con la liturgia. E' vero che questa ovvietà sfugge al tribunizio don de' Capitani, ma non sfugga ai commentatori.

Tornielli: nuovo motu proprio e valzer di nomine in vista

Dal blog dell'intrepido Tornielli. Nostri commenti interpolati, come di consueto, in rosso.




[..] Intanto nei prossimi giorni, prima della partenza del Papa per le vacanze in Val d’Aosta (13 luglio) si attende la pubblicazione della nuova enciclica sociale (Caritas in veritate, un centinaio di pagine dedicate alla glabalizzazione e alla crisi), il motu proprio che sancirà il passaggio della pontificia commissione Ecclesia Dei sotto l’egida della Congregazione per la dottrina della fede (con la nomina del nuovo segretario, monsignor Guido Pozzo) [e che speriamo ne definisca un po' meglio i poteri circa le difficoltà di applicazione del Summorum pontificum; in difetto, sarebbe un'occasione tragicamente persa e l'affossamento di fatto della liberalizzazione della Messa antica], la promozione a nunzio dell’attuale assessore della Segreteria di Stato, monsignor Gabriele Caccia (a sostituirlo, con molta probabilità e salvo ripensamenti dell’ultima ora sarà l’americano Peter Brian Wells, originario della diocesi di Tulsa, capo della sezione inglese della Segreteria di Stato). Viene dato in partenza anche il Sottosegretario ai rapporti con gli Stati - il “viceministro degli Esteri” - monsignor Pietro Parolin (appena rientrato da una missione di una settimana in Cina), destinato a una nunziatura Oltreoceano (il Venezuela o il Canada, se quest’ultima sede sarà lasciata libera dall’arcivescovo Luigi Ventura, che dovrebbe essere designato a Parigi [che vi avevamo detto, in anteprima assoluta? vedete qui. Sarebbe una magnifica nomina]). Prevista a giorni anche la nomina a vescovo di Trieste di Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e pace (uno dei collaboratori alla stesura dell’enciclica). Anche l’attuale segretario del Governatorato, il vescovo Renato Boccardo, potrebbe passare il testimone a monsignor Carlo Maria Viganò. Boccardo, per il quale c’era chi avesse ipotizzato un ritorno a Parigi (ci era già stato come collaboratore dell’allora nunzio Angelo Felici), potrebbe essere destinato a una diocesi italiana, come ad esempio Spoleto, nel caso l’attuale arcivescovo Riccardo Fontana fosse trasferito ad Arezzo, diocesi a sua volta lasciata libera dal vescovo Gualtiero Bassetti, che a giorni sarà nominato arcivescovo di Perugia. Sembra invece per il momento frenata la nomina del segretario della Congregazione per i religiosi, il francescano Gianfranco Gardin, alla diocesi di Udine. Mentre si parla con insistenza di un prolungamento biennale del mandato dei tre porporati settantacinquenni (che hanno compiuto o stanno per compiere l’età della pensione), i cardinali Giovanni Battista Re (vescovi), Franc Rodè (religiosi) e Claudio Hummes (clero) [tranne per Rodè, God forbid!]. Ai quali bisogna aggiungere lo stesso Segretario di Stato Tarcisio Bertone, anche se il suo caso è per certi versi diverso e in molti scommettono che Benedetto XVI non si priverà del suo principale collaboratore

lunedì 29 giugno 2009

Il Papa: i cristiani adulti non sono quelli che dicono di esserlo.

Estratto dall'omelia di Benedetto XVI di ieri, in occasione dei primi vespri della Solennità dei SS. Pietro e Paolo (fonte: Zenit). Il Papa chiarisce e dimostra come abusivamente si utilizzi l'espressione di cristiano adulto per chi, pretendendo autonomia e indipendenza dal Magistero, in realtà opera una scelta conformista, dettata dal tirannico spirito del tempo, e sia in realtà un bamboccio che si piega ad ogni vento del pensiero volta a volta predominante (ieri il comunismo, oggi l'edonismo, spesso l'utilitarismo).
[..] Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una “fede adulta”. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso [constatazione amara e verissima!]. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr Ef 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri. [..]

Il vescovo di Basilea ai "difensori del Concilio": abbiate un po’ d’onestà


Father Z. nel suo blog riporta la lettera del vescovo di Basilea, Svizzera, ai suoi preti per il luglio 2009 (questo il link al sito della diocesi). Da leggere con attenzione, sapendo come l’ambiente ecclesiale della Svizzera tedesca sia, al pari della Germania, su posizioni di estrema critica verso il Papa e la sua posizione circa il Concilio e la Tradizione.

Che cosa mi spinge?
Più onestà, per favore!

Nelle ultime settimane molti giornalisti, e anche qualcuno nel clero, hanno espresso la loro opinione su Papa Benedetto. In queste opinioni erano anche contenute molte mezze verità, bugie, e calunnie. La peggiore accusa afferma che il Papa vuole tornare indietro a prima del Concilio Vaticano II. Questa accusa è la peggiore perché implica che proprio la persona che possiede l’autorità di insegnare della Chiesa universale starebbe lavorando per minare l’autorità del Concilio. Questa sentenza, comunque, sarebbe completamente erroneo. Da giovane teologo, Benedetto XVI contribuì molto al Concilio. Chiunque voglia comprendere il Papa ora – non solo dai media – ma anche leggendo ciò che scrive, arriverebbe alla conclusione che egli ha orientato il suo intero magistero sul Concilio [mah: questa affermazione, che si giustifica nello sforzo del vescovo di difendere il Papa dall’accusa fin troppo frequente di "leso Concilio", è in realtà eccessiva: Benedetto XVI fonda il suo Magistero più sui Padri della Chiesa, che sul Concilio, che certo non intende ripudiare bensì reinserire – come si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio – nel solco di duemila anni di tradizione della Fede, criticando espressamente l’abusiva esaltazione del Concilio a "superdogma". La riprova di quanto affermato è nella sua ultima – ad oggi – enciclica Spe salvi: unico caso da quarant’anni, essa non cita documenti conciliari, nemmeno una volta!]. Come dovremmo allora capire questa accusa?
[E ora viene il bello...] Molte persone hanno firmato una petizione per l’accettazione senza restrizioni del Concilio. Tanto per cominciare, l’espressione "accettazione senza restrizioni " mi irrita perché io non conosco nessuno, me compreso, a cui si possa applicare. Alcuni esempi scelti a caso basteranno:
  • Il Concilio non ha abolito il latino nella liturgia. Al contrario, enfatizza che nel rito romano, salvi casi eccezionali, l’uso della lingua latina deve essere mantenuto. Chi tra i vocianti difensori del concilio desidera "accettare senza restrizioni" ciò?

  • Il Concilio ha dichiarato che la Chiesa considera il canto gregoriano come la "musica propria del rito romano" e che perciò deve avere "posto principale". In quante parrocchie questo è applicato "senza restrizioni "

  • Il Concilio ha richiesto espressamente che le autorità di governo volontariamente rinunzino a quei diritti di partecipare alla scelta dei vescovi, come insorti nel corso del tempo. Quale difensore del concilio si batte "senza restrizioni " per quello? [per comprendere tale punto, dobbiamo ricordare che in parecchie diocesi del mondo germanico, compresa quella di Basilea, vigono antichi privilegi per cui i vescovi sono scelti con elezioni tra il clero locale, o simili rappresentanze. L’esito è che la scelta diventa appannaggio di cricche semi-politiche o correnti ecclesiali di gruppi e movimenti. Da notare che la rivendicazione dell’elezione dei vescovi su base locale e senza interferenze da Roma è uno dei cavalli di battaglia dei progressisti, appunto di quelli che abusivamente si sciacquano sempre la bocca con un Concilio che, su quasi tutti i punti, ha detto il contrario di quanto essi oggi sostengono]

  • Il Concilio descrive la natura fondamentale della liturgia come celebrazione del mistero pasquale e il sacrificio eucaristico come "il completamento dell’opera della nostra salvezza". Come può accordarsi tutto questo con la mia esperienza, fatta in molte differenti parrocchie, che la comprensione sacrificale della Messa è stata completamente eliminata dal linguaggio liturgico e la Messa è ora intesa solo come una cena o "lo spezzare del pane"? In quale modo si può giustificare questo cambiamento profondo richiamandosi al Concilio?

  • Nessun incarico della Chiesa ha ricevuto più importanza dal Concilio di quello del vescovo [vero: anche troppo, a discapito del ruolo sacerdotale!]. Come possiamo allora comprendere la vasta diminuzione in Svizzera di questa carica ecclesiale, che viene giustificata in riferimento al Concilio? Quando, ad esempio, Hans Kung nega completamente l’autorità docente dei vescovi, concedendo loro solo l’incarico di guida pastorale?
Non sarebbe difficile allungare questa litania. Anche così, dovrebbe essere ovvio perché io chiedo più onestà nel corrente dibattito sul Concilio. Invece di accusare gli altri, e perfino il Papa, di voler tornare a prima del Concilio, ciascuno farebbe bene a tornare a leggere i propri libri e verificare la propria personale posizione sul Concilio. Perché non tutto quello che fu detto e fatto dopo il Concilio, è avvenuto in accordo con il Concilio – e questo riguarda anche la diocesi di Basilea. In ogni caso, le ultime settimane mi hanno mostrato che un problema primario nella situazione attuale, è stata una comprensione e accettazione del Concilio molto povera, e in parte molto partigiana, perfino da cattolici che difendono il Concilio "senza restrizioni". A questo riguardo noi tutti, e ancora una volta anche io, abbiamo molta strada da fare. Perciò ripeto nuovamente la mia urgente richiesta: più onestà, per favore.
+ Kurt Koch

domenica 28 giugno 2009

Tosatti: il Papa si tiene la Curia così com'è ancora per due anni!

di Marco Tosatti

Benedetto XVI ha deciso di “blindare” i vertici della Curia romana: dopo tante voci su possibili cambiamenti nella squadra che guida la Chiesa, a cominciare dall’ipotesi di un pensionamento, a dicembre, del Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, il pontefice si sarebbe convinto a mantenere per almeno due anni l’organigramma attuale, salvo qualche cambiamento di livello minore. Il “braccio destro” del Pontefice resterà certamente alla guida della Segreteria di Stato. Così come il Prefetto per la Congregazione della Fede, l’americano Levada. E’ di questi giorni la notizia, non ancora ufficiale, che vuole ancora per due anni il cardinale Giovanni Battista Re (“scaduto” nel gennaio scorso) alla guida dell’importantissima Congregazione per i Vescovi.

E di una “prorogatio” analoga godrà il brasiliano Claudio Hummes, titolare del Ministero che si occupa delle centinaia di migliaia di preti del mondo, la Congregazione per il Clero (compirà 75 anni ad agosto); e del suo collega Franc Rodè, Prefetto per i Religiosi. E, soprattutto, rifiuta decisamente di essere sostituito il “Papa rosso”, il Prefetto della Congregazione di “Propaganda Fide”, l’indiano Ivan Dias. La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, detta di “Propaganda Fide”, è un vero stato nello stato in Vaticano; ha un budget autonomo da quello della Santa Sede, presenta al Papa le candidature per i vescovi in larga parte del mondo. Della sostituzione del cardinale Dias si parla da tempo, a causa dei problemi di salute che lo affliggono. Si era fatto il nome dell’arcivescovo di Sidney, il cardinale George Pell, vicino al papa. E ultimamente era nata la candidatura dell’attuale Sostituto alla Segreteria di Stato, l’arcivescovo Ferdinando Filoni. Dovrebbero andare in pensione a breve invece il cardinale Castrillon Hoyos, perché la Commissione “Ecclesia Dei”, che si occupava del dialogo con i lefebvriani sarà assorbita dall’ex Sant’Uffizio; e il cardinale Renato Raffaele Martino, subito dopo la presentazione, agli inizi di luglio, dell’enciclica sociale “Caritas in veritate”. Il Papa la firma il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, e l’uscita ufficiale è attesa intorno al 6 luglio, a ridosso del G8 dell’Aquila. Il cardinale Martino, responsabile del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, sotto la cui egida formalmente nasce l’enciclica dovrebbe essere sostituito da un arcivescovo di colore, Robert Sarah, nativo di Conakry. Invece la partenza dell’attuale Segretario dello Stato della Città del Vaticano, Roberto Boccardo, per Parigi, come nunzio (ma ci sono resistenze e mugugni fra i diplomatici…) o per una diocesi italiana di livello provocherà qualche spostamento discreto, ma importantissimo in Curia. Al suo posto andrebbe Carlo Maria Viganò, Delegato per le Rappresentanze Pontificie. E il Sostituto alla Segreteria di Stato, l’arcivescovo Ferdinando Filoni, il cui potere in Curia sta crescendo rapidamente, ha pronto il ricambio.

Una candidatura annunciata in maniera singolare nell’Annuario Pontificio, dove sulla pagina principale della Segreteria di Stato, alla terza casella, dopo Viganò e Sardi (l’uomo che si occupa dei discorsi del Papa, e che è stato ora promosso Patrono per Sovrano Militare Ordine di Malta), si trova il nome di Luciano Suriani, ex nunzio in Bolivia, “a disposizione”. Una collocazione inedita; da leggere, secondo gli esperti, come la promessa indolore di un nomina a Delegato; in pratica Capo del Personale, l’uomo che ha in mano i dossier di tutti i dipendenti della Segreteria di Stato, e che decide su trasferimenti e Nunziature. Un ruolo poco appariscente, di ma grandissimo reale potere.


Il nuovo Arcivescovo di Westminster promuove l'Adorazione eucaristica



Il nuovo Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols ha aperto l’anno sacerdotale (nella foto, un'immagine della cerimonia) invitando i cattolici a dedicare un'ora alla settimana a pregare per i preti davanti al Santissimo Sacramento. Nel corso di un’omelia in Westminster Cathedral ha insistito che ogni parrocchia concentri gli sforzi di quest’anno in un rinnovamento della vita di preghiera, in particolare introducendo la devozione delle Quarantore, con l’Adorazione del SS. Sacramento tenuta continuamente in una serie di diverse chiese.
Ha detto che la pratica "sosterrebbe noi nella nostra vita insieme, ci consentirebbe di pregare Dio con tutto il cuore" e sarebbe fonte di nuove vocazioni.
Nella sua omelia, l’arcivescovo ha detto che l’anno sacerdotale è un anno in cui, come Chiesa, "noi diciamo che siamo orgogliosi dei nostri preti, che li amiamo, li onoriamo e riconosciamo con gratitudine la testimonianza delle loro vite e la generosità del loro lavoro pastorale".
Ha aggiunto che non c’era giorno migliore per iniziare l’anno sacerdotale della Festa del S. Cuore di Gesù. Il Sacro Cuore, ha detto, è un simbolo dell’amore del Signore che dona tutto se stesso, cosa che i preti cercano di imitare nelle loro vite.
Ha anche osservato che la sua immagine favorita per descrivere il prete è quella di strumento nelle mani di Dio, una matita, penna o biro forse, con cui il Signore può scrivere tutto ciò che il Padre Gli dice. E ciò che scrive, se noi Glielo permettiamo, sarà sicuramente una storia di amore indefettibile. Ha aggiunto che i preti sono chiaramente strumenti di Cristo soprattutto quando celebrano Messa e quando assolvono i peccati, "il grande tesoro e privilegio del sacerdozio".

Si ritiene in generale che la preghiera davanti al SS. Sacramento sia diventata molto più comune con i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dopo un declino della pratica dopo il Vaticano II.
Fr Peter Newby, parroco a St Mary Moorfields nella City di Londra, ha detto di aver visto un cambiamento negli ultimi 10-15 anni e è sorpreso da quante chiese hanno ora qualche forma di Adorazione settimanale. Ha aggiunto che la vita della sua parrocchia è stata "profondamente toccata" dalla Adorazione perpetua: "consente alla gente di andare e venire senza dover incontrare nessuno e di avere solo una conversazione privata con Dio".
Fr Newby ha anche detto che ha avuto un potente effetto sulle vocazioni. "Aiuta a coltivare un gran numero di cattolici profondamente impegnati. Alimenta un’intensità".
Fr Alexander Sherbrooke, parroco a St Patrick's, Soho, Londra, che pure ha l'Adorazione quotidiana, concorda che sembra avere un forte impatto sulle vocazioni: "Dove c’è stata Adorazione eucaristica, molte vocazioni sono arrivate". E ancora: "L’Adorazione è un invito all’umiltà, un appello a inginocchiarsi e implorare il Signore per il Suo aiuto. E’ anche un invito [per i preti] ad essere più incentrati sulla celebrazione della S. Messa: la Messa è il centro dell’essere prete".
Fr Tim Finigan, parroco di Blackfen, Kent, ha detto che l’iniziativa dell’Arcivescovo Nichols è "molto rincuorante" e che è "una grande consolazione per i preti sapere che la loro gente prega per loro".



A che serve la Congregazione dei Vescovi?


Facciamo un paragone. Immaginiamo un'agenzia di intermediazione per risorse umane che si occupa della selezione di manager da proporre alle aziende che cercano dirigenti. Si creano dossiers, si valutano i candidati, si sottopongono alle società interessate i profili dei candidati. Che direste se un numero non trascurabile dei manager proposti da quell'agenzia si rivelassero inadatti al ruolo, o peggio ancora ladri e aggiottatori? Come minimo, direste che da quell'agenzia occorre tenersi alla larga. Se poi essa agisse in regime di monopolio e non poteste cercare altrove, chiedereste a gran voce di cambiare i meccanismi e i vertici di quell'agenzia.

E veniamo alla notizia, che riporta Rorate Caeli.

Il vescovo Francisco Barbosa di Minas, Uruguay, ha rassegnato in questi giorni le dimissioni dopo essere stato ricattato da due uomini, suoi amanti. Questi, due carcerati che il vescovo aveva conosciuto nell'ambito di attività di conforto (!) ai condannati, minacciavano di rendere pubbliche alcune fotografie che ritraevano gli amplessi col mitrato. Il quale si è perciò dovuto rivolgere alla Polizia.

Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francisco Barbosa da Silveiro era stato nominato vescovo di Minas nel 2004, il card. Re felicemente regnante alla testa della Congregazione per i Vescovi. E' qualificato come progressista per avere, tra l'altro, impedito l'attività nella diocesi di gruppi invisi ai progressisti come... il Cammino Neocatecumenale (vedi qui)

La vicenda è molto simile a quella dell'ultraprogressista Arcivescovo Weakland di Milwakee (che pagava il silenzio dell'amante con la cassa dell'Arcidiocesi, e recentemente ha scritto un libro con il suo coming out di vescovo fieramente gay), nominato nel 1977 e dimessosi, ma solo per raggiungimento dei 75 anni, nel 2002; e a quella del pure progressista vescovo argentino Juan Carlos Maccarone di Santiago del Estero, ripreso clandestinamente in un incontro con un ventitreenne.

Il vescovo Lugo, già fautore della teologia della liberazione e ora presidente del Paraguay (e per questo ridotto allo stato laicale), non è invece stato fotografato o filmato; ma le tracce delle sue prodezze (con donne, questa volta) le ha lasciate comunque, ossia la prole: in parte riconosciuta, in parte tuttora oggetto di contestazione.

Ora, il fatto che si tratti di vescovi tutti di area "modernista" non significa che i più conservatori siano immuni da scandali del genere. Anzi, vi sono stati casi clamorosi come Krenn e Groer in Austria. Ma la domanda che si pone è: possibile che la Congregazione dei Vescovi non riesca, con tutte le sue istruttorie, a prevenire casi del genere, che stanno diventando davvero numerosi e producono danni incalcolabili, già solo alimentando il sospetto contro tutto "l'ambiente"?

E non si tratta solo di questioni sessuali. C'è qualcosa, a pensar bene, di peggio, perché corrompe non il corpo, ma lo spirito. Abbiamo già presentato in questo sito (v. qui) il coraggioso vescovo di Lancaster (ora emerito) Donoghue, che invitava ad opporsi ai vescovi infedeli al Magistero. Ebbene, leggete che cosa afferma in riferimento a questi anni postconciliari (fonte: The hermeneutic of continuity):

Questo cocktail di dissenso, disobbedienza e slealtà ha portato a ciò che io chiamo una "cospirazione del silenzio" tra gruppi nella Chiesa. Non c'è vero dialogo o volontà di parlare apertamente e onestamente delle nostre differenze. Per esempio, io non so perché i miei libri Fit to Mission? [Preparato per la Missione?] hanno incontrato un muro di silenzio tra i vescovi di questo paese. Io stavo semplicemente reiterando l'insegnamento della Chiesa, ma questo è stato considerato come inaccettabile e inaffrontabile. Perché?

Forse le propensioni sessuali possono anche restare celate alle istruttorie della Congregazione. Ma le opinioni dei candidati prescelti per le terne, questo "cocktail di dissenso, disobbedienza e slealtà" che caratterizza, e sono parole di un altro vescovo, interi episcopati, è impossibile non siano già ben note prima dell'elezione a vescovo.

Tempo di cambiare, allora, alla Congregazione per i vescovi. A cominciare dal suo Prefetto, l'ormai settantacinquenne cardinale Re. Ogni riforma e la stessa rimessa in carreggiata del Concilio, clamorosamente deragliato in questi decenni nella sua interpretazione e applicazione, passano imprescindibilmente da qui. Solo così un Concilio vero, che non abbiamo mai, ma proprio mai conosciuto, potrà dare i frutti che l'assistenza dello Spirito Santo promette.

sabato 27 giugno 2009

Intervista al superiore tedesco dei lefebvriani: Roma considera per noi una sorta di prelatura personale.


L’intervista è stata rilasciata a KNA - Katholische Nachrichten-Agentur, Agenzia di stampa cattolica, da Pater Franz Schmidberger, già Superiore generale della FSSPX e ora Superiore del Distretto tedesco della Fraternità. La traiamo da Rorate Caeli.


KNA: Herr Schmidberger, lei è un prete della Chiesa cattolica?
Naturalmente. Sono stato ordinato nel 1975 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre a Econe.

KNA: Lo dice senza specificare?
Sì. Io vivo e lavoro nel cuore della Chiesa

KNA: Che cosa significa per lei il Concilio Vaticano II?
Non c’è dubbio che è stato un concilio ecumenico, ma tra i 21 concilii possiede un carattere unico come concilio pastorale. Entrambi i papi del concilio hanno dichiarato che non volevano definire nuovi dogmi. Perciò, il Concilio Vaticano II non ha lo stesso status degli altri concilii.

KNA: Che cosa pensa del suo contenuto?
Lo spirito del Concilio è stato descritto come un cattivo spirito, persino da Papa Benedetto XVI. Ci sono affermazioni ambigue nei documenti, e molte altre che non collimano con la dottrina tradizionale.

KNA: Come dovrebbe essere il dialogo teologico tra la fraternità e Roma circa il concilio?
Per quanto concerne la forma esteriore, potrebbe essere orale o scritto, ma principalmente dovrebbe essere scritto. Abbiamo scelto i nostri rappresentanti e Roma anche ha scelto i suoi. Le discussioni riguarderanno: che cosa è ambiguo nel Concilio? Che cosa contraddice la dottrina tradizionale della Chiesa?

KNA: Francamente, crede che vecchio e nuovo rito possano continuare a coesistere a lungo termine.
Beh, vedremo come le cose si sviluppano. Ci sono profonde differenze tra i due riti; per esempio, l'orientamento della celebrazione. Il vecchio rito è teocentrico. Quello nuovo è antropocentrico. Molti gesti, simboli, e rituali, sono stati cambiati nelle fondamenta. Oggi, il vecchio rito è come una solida roccia tra le onde scatenate, che deve restare invariato. Il nuovo rito richiede un radicale rifacimento in modo che la natura sacrificale sia di nuovo esplicitamente espressa.

KNA: Che cosa pensa la Fraternità del Decreto conciliare sull’Ecumenismo [Unitatis Redintegratio]?
Dice che le altre denominazioni [cristiane] sono mezzi di salvezza. Se quello è vero, allora non c’è più alcuno scopo ad impegnarsi in attività missionaria. Questo necessita d’esser chiarito.

KNA: Che ne pensa di Nostra Aetate, che concerne il rapporto con gli Ebrei?
Non solo gli Ebrei, riguarda anche Islam, Induismo e Buddismo. Queste religioni non cristiane sono coperte di lodi. Questo ha incoraggiato l’espansione dell’Islam, per esempio. Oggi ci sono 4,3 milioni di mussulmani in Germania. La Chiesa ha un mandato di adoperarsi per la loro conversione, ma io non conosco di un solo vescovo tedesco che abbia fatto progetti per farlo. Circa la relazione con gli Ebrei, le affermazioni del Concilio non possono essere criticate nella loro essenza. Ma, dopo il Concilio, si fa strada l’idea che gli Ebrei abbiano la loro propria strada per la salvezza. Questo è completamente opposto al comandamento missionario di Gesù Cristo.

KNA: E avete anche problemi con la descrizione degli Ebrei da parte di Papa Giovanni Paolo II come fratelli maggiori dei cristiani.
Certamente Abramo, Isacco, Giacobbe e i profeti lo sono. Ma gli Ebrei di oggi no, perché non riconoscono Gesù Cristo come l’unico e solo redentore. Come potrebbero essere i fratelli maggiori [per vero lo stesso mons. Fellay ha usato tale espressione in riferimento agli Ebrei di oggi: “Gli Ebrei sono i “nostri fratelli maggiori”, nel senso che abbiamo un qualcosa in comune, cioè l’antica Alleanza. Certo, ci separa l’aver riconosciuto il Cristo quando lui è venuto”: clicca qui]

KNA: E’ corretta l’impressione che voi, con le vostre posizioni, volete imporre un prezzo per l’unione con la Chiesa cattolica?
Noi vogliamo che la verità trionfi. Non ha niente a che vedere con le opinioni soggettive, riguarda interamente la verità.

KNA: Come voi la definite!
No, noi leggiamo tutte le precedenti affermazioni dei Concilii e dei Papi. Papa Pio IX ha parlato contro la libertà religiosa, ad esempio. La domanda è: queste false religioni hanno diritti di natura? Il Concilio Vaticano II risponde diversamente da Pio IX. Quella è una rottura.

KNA: Il diritto canonico richiede ai preti di sottomettersi al vescovo locale. Perché questo è difficile per voi?
Non è per niente difficile. Ma noi siamo la nostra Fraternità, che fu perfino lodata da Roma nel 1971. In seguito, abbiamo sviluppato la nostra propria vita. Poi le tensioni di sono sviluppate perché rifiutammo di partecipare alle distruttive riforme protestantizzanti. Abbiamo domande sulla fede della Chiesa e i vescovi rispondono solo domandando obbedienza. Ma la Fede è superiore all’obbedienza.

KNA: In seguito allo scandalo Williamson, Papa Benedetto XVI ha accusato la FSSPX di arroganza e vi ha ingiunto di astenervi dalle provocazioni. Ma è successo il contrario. Come può aiutare a rimettere insieme i cocci?
Naturalmente, ogni uomo ha le sue debolezze e cose infelici sono state dette. Ma noi vogliamo vivere insieme in pace. Ho scritto una lettera privata personale al presidente della Conferenza episcopale, l’Arcivescovo Zollitsch, ma i vescovi non intendono iniziare un dialogo. Rifiutano ogni colloquio con noi. Perché chiedono che noi obbediamo al diritto canonico alla lettera mentre allo stesso tempo affermano che noi siamo fuori della Chiesa?

KNA: Nel 2005 c’è stata una conversazione a Castel Gandolfo in cui, oltre al Papa, al cardinale di Curia Dario Castrillon Hoyos, e al vescovo tradizionalista Bernard Fellay, c’era anche lei. Che cosa è stato deciso quella volta?
Abbiamo discusso l’intera situazione con la Fraternità e convenuto sul cammino che ora stiamo seguendo Il Motu Proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche erano i primi passi. Ora viene il dialogo teologico. Dopo, dobbiamo trovare una struttura canonica per la Fraternità con i suoi 500 preti. Siamo soddisfatti della soluzione che Roma sta considerando.

KNA: Quale è?
In direzione di una prelatura personale

KNA: Simile all’Opus Dei?
In qualche modo.

KNA: Altre ordinazioni sono previste per il prossimo fine settimana, benché Roma abbia detto che sono illecite. Perché insistete con queste ordinazioni?
La legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime. I fedeli hanno un diritto alla celebrazione della forma tradizionale della Messa. Il punto è ordinare preti che desiderano rendere disponibile il Vangelo. Le ordinazioni non intendono essere un affronto ad alcuno. Sono fatte in realtà per aiutare il Papa e i vescovi. Ma è come trattare con pazienti che non vedono quello che la medicina fa per la loro salute.

KNA: E così pretende avere il ruolo di medico
Sì, è vero. La Tradizione è la sola guida per portare la Chiesa fuori della presente crisi. Nel 1950, 13 milioni di cattolici andavano alla Messa domenicale. Oggi è appena meno di 2 milioni. Questa è un crollo dell’85%. In dieci anni, tutte le chiese saranno vuote. E’ questo che vogliono i vescovi? Che cosa succederà ai nostri figli? Si tratta della preservazione del cristianesimo in Occidente.

venerdì 26 giugno 2009

Il nuovo Nunzio a Parigi.

Palazzo della Nunziatura Apostolica
10, Avenue Prés. Wilson,
Parigi


Il Nunzio Apostolico, oltre alle sue competenze istituzionali come Rappresentante della Santa Sede presso i Governi Nazionali, col grado e rango di Ambasciatore (decano del Corpo Diplomatico, per privilegio accordato fin dai tempi del Congresso di Vienna del 1815), svolge un ruolo immensamente più importante nel suo incarico di Rappresentante del Papa presso le Chiese locali: egli "fa" i vescovi. O meglio; raccoglie e istruisce le terne da inviare a Roma, alla Congregazione per i Vescovi, e infine sottoposte al Papa. Questi, naturalmente, può scegliere autonomamente; ma, nella maggioranza dei casi, si attiene alle informazioni che il Nunzio ha raccolto e sceglie la nomina tra i tre nomi propostigli.
Di qui l'importanza del ruolo. Se, ad esempio, la Chiesa brasiliana è stata impestata di teologi della liberazione, è perché tra quella risma il Nunzio in Brasile degli anni '50, in combutta con l'astro nascente dom Helder Camara, andava sistematicamente a pescare. E al Concilio tutto l'episcopato brasiliano più "giovane" era naturaliter marxista, e riuscì anche in patria a emarginare i più anziani, e più ortodossi, "fratelli nell'episcopato".

In Francia molte nomine di carattere se non apertamente progressiste, certamente non favorevoli alla Tradizione, sono avvenute con l'appoggio influente del nunzio Baldelli, che ora è stato "promosso" a Penitenziere. Posto di prestigio, ma di ben minore potere.
La Francia non è più un paese cristiano; ma mantiene una grande influenza, se non altro per tradizione (con la t minuscola) negli equilibri ecclesiali. Anche perché dalla Francia e dalla Germania è venuta la spinta decisiva per l'interpretazione concreta del Concilio come rottura assoluta tra un prima e un dopo il Concilio.
Il candidato dell'Arcivescovo di Parigi, il card. Vingt-Trois, è mons. Renato Boccardo. Benché non disdegni partecipare a qualche Messa in forma straordinaria e in buoni rapporti con l'Istituto del Buon Pastore, è pur sempre un ex assistente di Piero Marini e un amico del card. Sodano. Non, quindi, la scelta più tranquillizzante.
Secondo nostre informazioni, la nomina dovrebbe essere quella di Mons. Luigi Ventura, ora nunzio in Canada. Un ratzingeriano: l'aggettivo dice tutto.

Un nuovo motu proprio in preparazione?


Riferisce la rivista lionese Golias (da noi recensita, nella pagina dei link, come spassosissima e involontariamente caricaturale vetrina dell’ultraprogressismo, che di cattolico non ha più nulla) che il Papa intenderebbe redigere nei prossimi mesi un secondo motu proprio, “consacrato non più alla sola liturgia in latino, ma in maniera più generale alla reintegrazione dei Lefebvristi”.

“Gravissimo”, osserva Golias; quindi "magnifico", dal nostro punto di vista. E c'è dell'altro(traduciamo): “In altri termini, i vescovi non avranno più il diritto di esprimere in maniera troppo aperta delle reticenze e ancora meno di frenare la reintegrazione dei tradizionalisti. Occorre sapere che i rappresentanti di queste correnti si lamentano regolarmente al Papa degli ostacoli frapposti alla loro reintegrazione dai vescovi e dal loro entourage. Fino ad ora, Roma e la Commissione Ecclesia Dei corto-circuitavano i vescovi senza tuttavia, in generale, sconfessarli apertamente”. Come, osserva Golias, la regolarizzazione dell’abbazia benedettina del Barroux nel 1988, senza nemmeno informare o consultare l’arcivescovo di Avignone dell’epoca, o quella dell’Istituto del Buon Pastore, di nuovo ponendo l’arcivescovo di Bordeaux davanti al fatto compiuto. Recentemente, un altro segnale è stato dato dal Vaticano reimmettendo nell’incarico di parroco un prete “tradizionalista” [in realtà, un parroco che aveva osato celebrare, una volta al mese, la Messa di Paolo VI in latino! ma certo agli occhi di chi non sa neanche cosa sia la Messa, certamente un “tradi”] in dissidenza col suo vescovo nel Calvados.

Benedetto XVI e i suoi consiglieri intendono approfittare della calma estiva per avanzare sul cammino della riconciliazione dei lefebvriani, grazie alle discussioni teologiche. Il Papa ha scelto il nuovo segretario della Commissione teologica internazione, il padre domenicano Charles Morerod, in funzione precisamente della sua sensibilità vicina alla controparte tradizionalista. In effetti il P. Morerod è autore di una tesi di dottorato, presentata alla facoltà di teologia dell’Università di Friburgo, sul Cajetano, maestro generale dei domenicani e commentatore di S. Tommaso d’Aquino, nella sua polemica contro Lutero. Ma il P. Morerod si è fatto notare soprattutto per la sua opera Tradition et unité des chrétiens. Le dogme comme condition de possibilité de l’œcuménisme (Parole et Silence, Paris, 2005), nella quale in modo radicale prende in contropiede l’ecumenismo più liberale, come quello dei teologi Fries, Rahner o Tillard, insistendo sul carattere essenziale di un vero pensiero cattolico, indissolubilmente teologico e filosofico.

In questo modo, accentua la differenza tra cattolicesimo e protestantesimo, in un modo che non deve spiacere alle correnti più tradizionaliste. Sempre P. Morerod, si è messo a criticare il pensiero di un protestante liberale britannico, John Hick, di cui contesta precisamente lo spirito relativista.

Il nuovo motu proprio sarebbe in corso di preparazione da parte del principale redattore del motu proprio del 2007, Mons. Nicola Bux, professore di teologia a Bari e stimato consigliere del Papa. Golias sottolinea l’importanza del ruolo di don Nicola (di cui dà un ritratto lusinghiero, anche se forse involontariamente), in questi termini:

“Consultore alla Congregazione per la dottrina della fede, in attesa di una promozione strategica, Mons. Bux, prete italiano di 63 anni, cordiale e discreto, ma temibilmente conservatore e preciso nella sua argomentazione, vuole essere l’artigiano determinato e infaticabile, non solo di un riavvicinamento con gli integristi, ma di una restaurazione tradizionalista del cattolicesimo tutto. E’ lui che ha redatto il motu proprio del 2007 sulla messa in latino. Nella sua ultima opera, uscita l’ottobre scorso in Italia “La riforma di Benedetto XVI”, [da leggere!] con prefazione di V. Messori, Mons. Bux stima che occorre rivalutare l’essenza della “sacra e divina liturgia”, "che non può farsi per mano d’uomo". Altrimenti, essa “non servirebbe a nient’altro che a rappresentare se stessi e soprattutto essa non salverebbe né l’uomo né il mondo, non lo santificherebbe”. E’ convinto che la liturgia di S. Pio V onora di più il senso del sacro di quella di Paolo VI. Critica d’altronde in modo ferocissimo la riforma battezzata col come di Papa Montini, una vera “decomposizione” della liturgia secondo lui, che esprime e aggrava quel che il teologo Louis Bouyer chiamava la “decomposizione del cattolicesimo”.

In effetti, Mons. Bux non si limita alla materia liturgica. Denunzia l’apertura al mondo che insozza il mistero cristiano e fustiga la via rilassata dei preti, in particolare in materia di vita privata (celibato...). Se la prende egualmente con la deviazione fondamentale, secondo lui, della teologia contemporanea, che è quella di operare una “svolta antropologica” (che denunzia, seguendo Cornelio Fabro, in Karl Rahner). Gli oppone una nuova svolta teocentrica e cristocentrica, simboleggiata dal fatto di celebrare di nuovo verso l’Oriente, spalle ai fedeli. Ci si immagina il contenuto del futuro e imminente motu proprio, con un tale redattore.

Il card. William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, provato tra l’altro da problemi di salute, esasperato e afflitto, demoralizzato, non ha più né il potere né l’influenza necessaria per opporsi ad una tale svolta ultraconservatrice.

Lungi dal presentarsi come una difesa del Concilio, il motu proprio dovrebbe proporne una rilettura minimalista, che cancella le novità e ne contesta lo spirito. Insomma, un Concilio “secondo la tradizione”, come Mons. Lefebvre riconosceva di poter accettare.

Ma è questo ancora il Concilio di cui un Paolo VI proclamava l’importanza nel 1976 di fronte alla dissidenza integrista? Niente di meno sicuro", conclude Golias.

AGGIORNAMENTO: Su Fides et forma trovate la smentita della notizia inerente Mons. Bux, ad opera dell'interessato. Grazie a Francesco Colafemmina per la segnalazione. Speriamo che almeno tutto il resto di quanto afferma con costernazione Golias sia vero.

giovedì 25 giugno 2009

Il frutto più amaro del Concilio

Ci teniamo a pubblicare un ampio stralcio di una profonda meditazione di P. Scalese, barnabita, nel suo blog Senza peli sulla lingua (e in effetti...), nel quale vi invitiamo ad andare per leggere il testo completo qui riportato in estratto.


Sul primo post di questo blog elencavo una serie di frutti non previsti e non desiderati del Concilio Vaticano II: "La riforma liturgica ha rese deserte le chiese; il rinnovamento della catechesi ha diffuso l’ignoranza religiosa; la revisione della formazione sacerdotale ha svuotato i seminari; l’aggiornamento della vita religiosa sta mettendo a rischio l’esistenza di molti istituti; l’apertura della Chiesa al mondo, nonché favorire la conversione del mondo, ha significato la mondanizzazione della Chiesa stessa".

Successivamente, a proposito di tali frutti, ho parlato di "eterogenesi dei fini". Nei giorni scorsi, ripensando alle reazioni scomposte di alcuni (non tanto semplici fedeli, quanto soprattutto Vescovi) a certi fatti (prima il motu proprio Summorum Pontificum, poi la remissione della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani, ora la decisione della Fraternità San Pio X di procedere a nuove ordinazioni sacerdotali), stavo riflettendo che c'è un altro frutto non previsto e non desiderato, forse il piú amaro di tutti: la divisione all'interno della Chiesa.

Fra gli obiettivi del Concilio c'era l'ecumenismo, inteso in senso ampio, sia come ristabilimento dell'unità dei cristiani, sia come perseguimento dell'unità della famiglia umana, attraverso il dialogo interreligioso e la collaborazione con gli uomini di buona volontà. Che cosa non si è fatto in questi anni per realizzare tali obiettivi? In certi casi si è messa a rischio la stessa identità di cristiani cattolici pur di trovare qualche punto in comune con i fratelli non-cattolici o non-cristiani o non-credenti. Saremmo ingiusti se dicessimo che non ci sono stati punti risultati; ma certo questi sono notevolmente al di sotto delle aspettative. Ora, oltre a tali scarsi risultati, dobbiamo prendere atto che si sono create nuove divisioni, questa volta all'interno della Chiesa cattolica stessa. Che divisioni, nella Chiesa, ci siano sempre state (fin dalle origini), è un dato di fatto. Che sia necessario che ci siano divisioni, lo dice San Paolo (1 Cor 11:19 "perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi"). Che non ci si debba scandalizzare di tutto ciò, siamo d'accordo. E però si rimane un po' male nel constatare che il Concilio, annziché creare unità, ha provocato nuove divisioni.

È vero — ce lo ha ricordato lo stesso Pontefice in non ricordo piú quale occasione [nell'epocale discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005] — è successa la stessa cosa dopo tutti i concili. Ma in quei casi posso capirlo, perché si trattava di concili dogmatici, che definivano dottrine, che a qualcuno potevano apparire nuove. Prendiamo come esempio il Vaticano I: capisco che ad alcuni la definizione dell'infallibilità pontificia poteva sembrare una novità rispetto alla tradizione della Chiesa. Per questo stesso motivo posso capire che ad alcuni certe "novità" del Vaticano II siano potute apparire come una rottura con la tradizione. Ma faccio fatica a capire l'atteggiamento di quanti quotidianamente si appellano al Concilio e al suo "spirito" e poi si mostrano tanto accaniti contro i loro fratelli tradizionalisti.

Il Vaticano II non è stato un Concilio dogmatico; non ha definito nessuna nuova dottrina; il suo unico scopo era quello di trovare un nuovo "stile": ciò che era in ballo non erano i contenuti, ma il modo di proporre i contenuti di sempre. E invece che cosa è avvenuto? Si è assolutizzato ciò che era relativo, trasformandolo cosí in ideologia, senza rendersi conto di rinnegare cosí nei fatti ciò che si afferma a parole: si parla di dialogo, unità, carità; forse si praticano tali virtú coi "lontani", ma poi non si ammette alcuna tolleranza verso i fratelli della stessa Chiesa.
[..]
Dopo tanti bei discorsi, ecco il risultato. Forse il Vaticano II dovrebbe costituire una lezione per la Chiesa: nessun Concilio aveva mai scritto tanti documenti, diciamo pure, tanti bei documenti, con i quali non si può non essere d'accordo. Ed ecco, che cosa sono stati capaci di produrre tali documenti? Divisione. Certo, tale risultato non è stato in alcun modo voluto: si voleva l'unità, ed è arrivata la divisione. Proprio perché non voluto, tale risultato non può essere addebitato al Concilio. Eppure, c'è qualcosa non torna. Forse, all'origine del Concilio c'è stato un pizzico di presunzione, di voler giudicare il passato e di essere in grado di riformare la Chiesa con le nostre mani. Forse è mancata al Vaticano II la modestia, l'umiltà di chi sa che la fedeltà al Vangelo non è frutto di umana pianificazione, ma puro dono della grazia.

A S. Croce in Gerusalemme rimossa, dopo l'abate, la sua 'Cappella della Parola' (cos'è?)


La Cappella della Parola che l’ex abate Simone Fioraso aveva creato nella Basilica di Santa Croce non esiste più. L’idea di uno spazio dedicato al Libro era scaturita dopo il grande successo della lettura integrale della Bibbia organizzata dalla struttura «Rai Vaticano» nella Basilica romana, che aveva visto salire sull’ambone assieme a tanti vescovi e cardinali (compreso il segretario di Stato Tarcisio Bertone) anche esponenti di altre confessioni e religioni e addirittura personalità dichiaratamente atee. Dopo la rimozione dell’abate, arrivata a seguito di una visita canonica decisa dalla Santa Sede dopo le denunce di presunti«abusi liturgici», la Cappella è tornata alla sua antica destinazione e sul blog della struttura televisiva sono comparsi alcuni commenti di segno diverso: «era organizzata da schifo, tutta concentrata sul libro e appena relegato in un angoletto il simbolo eucaristico: una cosa sballata come arredo, e peggio, molto peggio a livello di contenuti simbolici», si legge in un post che riferisce un colloquio con un monaco cistercense contrario alla «creatività» dell’abate,e convinto che «non serve alcuna Cappella della Parola, perchè la vera Cappella è il nostro cuore e l’anima nostra dove essa può e deve solo risuonare». Per il monaco, «l’esperienza dell’ottobre scorso è stata imposta dalla Rai, e già al momento la comunità si è spaccata in merito». Secondo la stessa fonte, «l’assenza in prima persona del Papa, come del card. Martini (che in quell’occasione lessero anch’essi dei brani ma in collegamento televisivo) indica che una buona parte della Gerarchia riteneva questa occasione come una passerella:molti vi ci sono lanciati, altri hanno duramente disertato».«La lettura di Benigni e di altri personaggi al nostro religioso non è piaciuta per nulla», si legge ancora sul blog e l’anonimo autore del post afferma di aver «percepito un virus di esibizionismo, in tanti che non sono riusciti a uscire dal clichè individuale che la pubblicità, la società e i massmedia hanno appiccicato loro».Ma non tutti condividono la decisione dell’amministratore parrocchiale nominato dal Vicariato di Roma, il sacerdote diocesano mons. Andrea Celli (attuale direttore dell’Ufficio Giuridico della diocesi), di smantellare la Cappella. «Recandomi in chiesa - lamenta un altro post -come per magia ho trovato la Cappella completamente svuotata:è questo il risultato della rimozione dell’abate di Santa Croce? Ecco i frutti della nuova gestione del Monastero cistercense». L’autore rende merito al card. Agostino Vallini,il nuovo vicario del Papa per la diocesi di Roma, «che sta provvedendo a togliere la parrocchia ai monaci cistercensi».Infatti, «grazie alle loro trame, ordite contro alcuni confratelli, ne hanno provocato l’ingiusto allontanamento e ancora adesso, con una capillare opera di diffamazione sono un vero scandalo per la Chiesa». Mentre le cose sarebbero andate diversamente, «forse, se avessero pregato un po' di più in questa Cappella» . Infine interviene sul blog anche chi ammette gli eccessi permessi dall’abate Fioraso - e denunciati dai suoi confratelli dissenzienti - ma ritiene che ugualmente «la Cappella della Parola è bello averla, senza trascurare il Tabernacolo,insieme, magari non lontano l’uno dall’altro» perché «la preghiera di adorazione e la lettura» si completano: «sappiamo che è Dio che Parla». «Spero - confida l’autore di un post -che la Basilica di Gerusalemme torni alla normalità, e la preghiera di noi fedeli possa aiutare i responsabili per un ritorno alla normalità». «La Bibbia - conclude - è da leggere come la legge il sacerdote, il catechista, il semplice fedele,dopo giusta preparazione e senza recitarla, è l’amore che esce da quegli scritti che fa leggere in modo del tutto normale, la Bibbia non è un copione». Secondo informazioni raccolte dall’Agi, la sostituzione dell’abate è stata decisa dalla Congregazione vaticana per i religiosi dopo una visita canonica compiuta da un officiale della Congregazione per il culto divino e i sacramenti, decisa anche a seguito di dissensi emersi all’interno della comunità monastica, che aveva da tempo la responsabilità pastorale della parrocchia e dei suoi 16 mila abitanti. Tali dissensi riguardavano la conduzione della Basilica (che frequentemente ospitava concerti e manifestazioni culturali il cui legame con l’ambiente liturgico era piuttosto fragile) ma anche la conduzione amministrativa del complesso monastico, nel quale l’abate aveva ospitato un albergo per i pellegrini, una palestra e, ripristinando l’orto, perfino un negozietto di prodotti biologici. L’Ordine Cistercense avrebbe rinunciato ora alla gestione della Basilica-parrocchia attigua al monastero non disponendo di forze sufficienti per continuare questo servizio che il Vicariato di Roma affiderà d’ora in avanti al clero secolare.


G. Galeazzi


Un commentino? A giudicar dalla foto (cliccatela per ingrandirla) era proprio una gran cioffeca, che pochi rimpiangeranno. Bel crocifisso (?), poi

mercoledì 24 giugno 2009

L’accordo Vaticano-Urss per tacere sul comunismo


di Antonio Socci

È appena uscito il volume di Andrea Tornielli, Paolo VI. L’audacia di un Papa (Mondadori) che offre un’ampia documentazione sulla figura di Giovanni Battista Montini e sul suo pontificato. Merita l’attenzione e la discussione degli storici. Io, in questa rubrica, segnalo solo alcune perle che mi interessano - diciamo - personalmente. Anzitutto dalla documentazione di Tornielli risulta più che confermato il “fatto” a cui, su queste colonne, ho dedicato una lunga inchiesta, ovvero la mancata condanna esplicita del comunismo al Concilio Vaticano II, conseguente a un preventivo accordo fra alcuni uomini del Vaticano e Mosca (accordo che di fatto ha espropriato il Concilio delle sue prerogative). Tornielli aggiunge alla documentazione nota una lettera inedita del cardinale Tisserant, del 22 agosto 1962, che conferma tale “accordo” fatto sotto Giovanni XXIII. Nelle pagine di Tornielli c’è pure la conferma della scorrettezza regolamentare con cui poi, al Concilio, si impedì la votazione della richiesta di condanna del comunismo firmata da oltre 400 Padri conciliari. Infine l’autore rileva un ultimo fatto: «Curiosamente, la circostanza (di questo accordo Roma-Mosca del 1962, di cui c’è traccia esplicita anche in un appunto di Paolo VI, nda) è taciuta o bollata come “infondata” in molte ricostruzioni e nella più completa storia del concilio Vaticano II». Sarebbe il caso che questi storici dessero serie spiegazioni.

A cogliere l’enormità del caso è stato il cardinale Biffi in un suo libro recente: «Il comunismo è stato senza dubbio il fenomeno storico più imponente, più duraturo, più straripante del secolo ventesimo; e il Concilio, che pure aveva proposto una costituzione “Sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”, non ne parla… Il comunismo (ed era la prima volta nella storia delle insipienze umane) aveva praticamente imposto alle popolazioni assoggettate l’ateismo, come una specie di filosofia ufficiale e di paradossale “religione di Stato”; e il Concilio, che pur si diffonde sul caso degli atei, non ne parla. Negli stessi anni in cui si svolgeva l’assise ecumenica, le prigioni comuniste erano ancora tutti luoghi di indicibili sofferenze e di umiliazioni inflitte a numerosi “testimoni della fede” (vescovi, presbiteri, laici convinti credenti in Cristo); e il Concilio non ne parla. Altro che i supposti silenzi nei confronti delle criminose aberrazioni del nazismo, che persino alcuni cattolici (anche tra quelli attivi al Concilio) hanno poi rimproverato a Pio XII” (Memorie e digressioni, Cantagalli 2007).
[..]


Fonte: Papa Ratzinger blog

Il prof. di religione infligge 8 in condotta: l'alunno bazzica messe in latino!


Dal punto di vista giuridico-disciplinare il voto di condotta inflitto a L. , che ha frequentato brillantemente la classe seconda di un istituto secondario, sarà formalmente ineccepibile a causa del rapporto sul registro di classe nel secondo quadrimestre che l'Insegnante di Religione Cattolica gli aveva messo. Ma ben altre potrebbero essere le considerazioni morali.

Lo studente, minorenne, era stato pubblicamente e più volte dileggiato dall'Insegnante di Religione Cattolica perché è uno dei ministranti della Messa in latino, a cui non rinuncia mai. Il motivo addotto per prendere in giro il ragazzo in classe era sempre lo stesso "non conosci il latino, che ci vai a fare ad una messa in cui non capisci nulla?" E via le risatina e via le battutine ....

"L'unica materia e l'unico insegnante con cui mio figlio ha dei problemi è la religione cattolica", ha detto la madre, devotissima, che vanta già una vocazione, in un convento, fra i suoi stupendi figli... Immaginiamo cosa sarebbe accaduto se un insegnante avesse detto ad un alunno musulmano che andava in moschea senza comprendere l'arabo antico, che notoriamente è la lingua della preghiera degli islamici ... L. però è figlio di genitori che hanno al primo posto il senso cattolico della pietas, del perdono e della carità, la più grande di tutte le virtù.

L. ha avuto il rapporto disciplinare, che gli ha tolto i famosi due punti nello scrutinio finale, perché un bel giorno, non potendone più, ha risposto all'insegnante di religione cattolica che le cose che stava spiegando (l'insegnante stava asserendo che tutte le religioni erano uguali...) non facevano parte del Magistero della Chiesa e che il libro di testo conteneva delle inesattezze... poi ha aperto il libro della materia successiva e si messo a studiare matematica. A questo punto l'Insegnante di religione cattolica gli ha messo il rapporto nel registro di classe.

Sicuramente, dal punto di vista formale, ha ragione il professore così come ha ragione il Consiglio di Classe che in sede di scrutinio ha dovuto abbassare il voto di condotta a L. Rimangono, a favore di L., sulla cui grande educazione cattolica e sulla cui correttezza anche umana posso testimoniare personalmente, le frasi ad effetto, le risatine e le prese in giro pubbliche del suo ex insegnante di religione cattolica, l'unico a creare al ragazzo dei problemi scolastici. Se non fosse per la "charitas" che ci vincola tutti nel medesimo abbraccio di perdono e di amore reciproco sarei veramente andato fino in fondo nella questione se non altro per appurare se l'avversione del professore maceratese di religione cattolica nei confronti del ragazzo, ministrante della messa disciplinata da un atto del magistero della chiesa cattolica, sia frutto di un pregiudizio nei confronti di un modo di pregare...

Andrea Carradori


NOTA DELLA REDAZIONE: noi tradizionalisti siamo più che abituati a queste continue, fastidiose, piccole persecuzioni, vessazioni e angherie. Che provengono non da atei inveterati: ma da quei gangli tumorali della Chiesa, da quei boriosi caporali infiltrati a tutti i livelli di un'istituzione che, possiamo ben dirlo, si sfilaccia nella rincorsa ai "distanti", basta che non siano veramente cattolici. Sopportiamo e quasi non ci diamo peso. Ma proviamo a considerare un caso di questo genere: un insegnante di scuola scopre che un suo alunno è israelita e inizia a praticare contro di lui un bullismo d'accatto: "ma che ci vai a fare in sinagoga, tanto l'ebraico non lo capisci?"; "ci vai solo per qualche rito di cui non comprendi nulla!". Ebbene, non pensate che la cosa farebbe il giro del mondo? Che direbbe (e giustamente, per una volta!) l'Anti Defamation League? O il Rabbino-Capo di Roma?
Prendiamo esempio: non si possono passare sotto silenzio fatti come questi, che sono solo la punta di un iceberg (pensiamo a tutte le umiliazioni, maldicenze e diffamazioni che subiscono, negli episcòpi e nelle parrocchie, i fedeli laici o i preti che amano la Messa di sempre). Nomi e cognomi, signori, visto che sono fatti veri. E anche denunzie e querele: un comportamento come quello descritto integra il reato previsto dall'art. 1 L. 25 giugno 1993 n. 205: è punito con la reclusione fino a tre anni "chi commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi".

Mons. Wagner: nessuna riconciliazione col vescovo di Linz!



Mons. Wagner, nominato vescovo ausiliare di Linz e poi costretto a rinunziare all'incarico per le enormi pressioni fatte contro di lui, ritenuto conservatore, da molti suoi colleghi e perfino dall'episcopato austriaco, si è rifiutato di partecipare ad una Messa di riconciliazione tenutasi questa domenica. E' stato intervistato in merito dall'Oberoesterreich Nachrichten. Ecco l'intervista nella nostra traduzione.



- Reverendo, che cosa ha fatto oggi pomeriggio
Ero in visita

- Non ha pensato di visitare una chiesa?
Si riferisce alla Messa di riconciliazione? No! Non so bene che cosa ci sia da riconciliarsi. Non vedo necessità di negoziazioni. E incidenti come la processione del Corpus Domini a Linz [ben nota ai nostri lettori, vedi qui], con il pan-focaccia come "ostensorio", mi infastidiscono.

- Questo suona come una scusa.
No! Io avevo detto due settimane fa davanti a testimoni che avrei partecipato alla Messa di riconciliazione. Azioni come quella del Corpus Domini intaccano l'unità della Chiesa.

- Che cosa farà per quello?
C'è ancora molto da fare. Il Cattolicesimo deve apparire chiaramente. La divisione nella diocesi c'è, non si possono usare eufemismi. Se io ho un problema oggi, io devo affrontarlo e parlarne.

- Ha avuto contatti di recente col vescovo Schwarz?
Siamo stati al telefono due giorni fa per mezz'ora. Mi ha invitato alla Messa di riconciliazione. Gli ho detto: per favore, faccia come vuole, ma noi non abbiamo niente da riconciliare. Se ha un forte interesse per la mia persona o è preccupato di ciò, non mi interessa. Ognuno ha un diverso modo di vivere.

- Come il prete di Ungenach Josef Friedl [il parroco concubino e fiero d'esserlo: vedi qui]?
Io non so niente per mio conto. Lei ne sa qualcosa? Si supporrebbe che Friedl abbia cambiato attitudine, dice Schwarz. Io spero che sia vero. E' meglio per Friedl e il vescovo. Un ritorno al celibato sarebbe buona cosa per tutti gli interessati.

martedì 23 giugno 2009

Perché Humanae Vitae è infallibile?

Il pur interessante articolo dell'Abbé Barthe è molto discutibile; in particolare quando l'enciclica Humanae Vitae viene presentata come non infallibile: riporto a questo proposito alcune considerazioni, sintetiche ed eccezionali, del Card. Siri (tratte da qui).
Ribadisco la mia personale convinzione che l'Ermeneutica della Continuità è altra cosa dallo sminuire la portata del Vaticano II: ma è la crocifiggente ricerca, all'interno del circolo ermeneutico dominante neomodernista di fatto egemone e asfissiante - ovvero nella attuale situazione di crisi nella Chiesa -, dell'autentica ermeneutica della Chiesa di sempre. A sentire certe definizioni di pastoralità del Vaticano II, sembra che centinaia di Vescovi siano andati a Roma a mangiare le ballotte chiacchierando davanti al camino di argomenti teologici...
Ho già espresso qui più diffusamente il mio pensiero

Sac. Alfredo M. Morselli

IL VALORE DELLA HUMANAE VITAE da «Renovatio», III (1968,4), pp. 506-507
Si tratta evidentemente del valore teologico, perché è di questo che si è discusso. In altri termini si è chiesto: le affermazioni della Humanae Vitae, specialmente quella in cui si condannano tutti i metodi e i mezzi anticoncezionali, sono riformabili o sono irreformabili? Ossia: la sostanza del documento è garantita a qualche titolo dal carisma della infallibilità o non è garantita? Ai fedeli importa sapere se sono o non sono nella certezza divinamente garantita. E’ ovvio che ove mancasse la perfetta certezza, l’efficacia del documento risulterebbe grandemente sminuita.

Ora un punto appare certo: la Humanae Vitae non è una definizione ex cathedra. Ciò significa che da sé non esclude la reformabilità della sentenza. La questione allora viene a porsi in questo modo: posto che il documento non è ex cathedra, la sostanza del documento non ha la infallibilità e la conseguente irreformabilità da un’altra fonte, e, nel caso, quale sarebbe? Vediamolo partitamente.

Anzitutto, comunque si pensi, va tenuto conto di quanto insegna il Concilio Vaticano secondo al numero 25 della Lumen gentium: «Ma questo religioso rispetto di volontà e di intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice anche quando non parla ex cathedra, così che il suo supremo magistero sia con riverenza accettato e con sincerità si aderisca alle sentenze da lui date, secondo la mente e la volontà da lui manifestate, la quale si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale». Questo testo condanna quelli che non hanno dimostrato né considerazione, né rispetto, né riverente e sincera adesione; afferma che il documento in oggetto è, per lo meno, atto di magistero autentico, ma non risolve la questione proposta, che è ben altra. In fatti il concetto della «autenticità» non implica la infallibilità e la conseguente irreformabilità. I fedeli vogliono essere certi in modo assoluto. Ed hanno ragione.

Nel presentare come ipotesi, per il caso in oggetto, solo quella della definizione ex cathedra (che è scartata) ossia del magistero solenne e quella del magistero autentico (che non implica di per sé la infallibilità), c’è un grave sofisma di elencazione, anzi un grave errore, perché si tace un’altra ipotesi possibile: quella del magistero ordinario infallibile. E’ strano come da taluni si cerchi ad ogni costo di evitare il parlarne. Il magistero ordinario è per la Chiesa il nutrimento sicuro di ogni giorno, mentre il magistero solenne è raro e non sempre può stroncare le eresie nel loro primo cauto e orpellato presentarsi, appunto perché richiede una preparazione lunga ed accurata, sia che venga esercitato dal romano pontefice, sia, col romano pontefice, dal collegio episcopale (grassetto mio).

La questione pertanto va posta obbiettivamente così: concesso che il documento non sia atto del magistero infallibile e pertanto da solo non dia la garanzia della irreformabilità e della certezza, la sua sostanza non è forse garantita da un magistero ordinario in quelle note condizioni per cui lo stesso magistero ordinario è infallibile? In tal caso il contenuto del documento non sarebbe irreformabile in ragione del solo documento, ma la sostanza del documento avrebbe già di per sé ed aliunde la garanzia della infallibilità.

Ora a noi parrebbe di dover rispondere: la sostanza del documento è già garantita dal magistero ordinario, pertanto è irreformabile.

In fatti fin dal primo secolo la Didachè parlando della via della morte vi mette «gli uccisori dei figli». Le stesse parole sono ripetute nella lettera di Barnaba (20, 2); Clemente Alessandrino è deciso e particolareggiato contro i contraccettivi (Pedagogus 2. 10. 91. 2). Si possono sentire Minucio Felice (Octavius 30, 2), Lattanzio (Divinae institutiones 6.20. 25), Giustino (ApologiaI, 9), Atenagora (Legatio pro Christianis 33). Questa tradizione continua nei padri seguenti, assumendo particolare rilievo nei testi di sant’Agostino i quali sono la base della legislazione canonica. Il filone della tradizione patristica e teologica è attestato sugli stessi concetti. Si arriva così alla enciclica Casti Connubii di Pio XI (30 dicembre 1930). L’insegnamento di tale enciclica ricapitolava l’insegnamento antico e comune. Pare di poter dire che le condizioni nelle quali si verifica il magistero ordinario irreformabile siano raggiunte (per non parlare poi dell'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio e di tutte le successive ratifiche di Giovanni Paolo II; n.d.r.). Il periodo della irrequietezza diffusa è fatto assai recente, che non incrina per nulla quanto era nel sereno possesso di tanti secoli.

E’ necessario aver presente che non c’è solo magistero solenne e magistero semplicemente autentico; tra le due espressioni sta il magistero ordinario, dotato del carisma della infallibilità.

Si chiede come sia possibile ottenere la adesione — talvolta costosa — alla enciclica Humanae Vitae, non escludendo dalla mente dei fedeli l’idea che un tale insegnamento possa venire un giorno cambiato. La scienza potrà, se un giorno dimostrare che taluni farmaci non sono né contraccettivi, né altrimenti dannosi sia subito che in prosieguo di tempo; in tale caso potranno essere usati. Ma non sarà la dottrina a cambiare, saranno i responsi scientifici.

Santa Etheldreda (festa 23 giugno)

Per cortese concessione del prof. Massimo Introvigne, iniziamo la pubblicazione di una serie di vite di Santi, argomento di meditazioni del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, tradotte dallo stesso Introvigne mantenendo lo stile parlato originale.



Sant’Eteldreda (636-679, in inglese Audrey, un nome femminile abbastanza comune) era figlia del re Anna (?-653), sovrano dell’Anglia Orientale, e sorella di altre tre sante: Etelburga (?-664), Sesburga (?-699) e Withburga (?-743): un fatto raro ma non unico nelle famiglie reali europee. Eteldreda nacque a Exning, nel Suffolk, e giovanissima fu data in sposa dai genitori al principe Tonberto di Gyrwe (?-655), che le regalò come dono di nozze una tenuta a Ely. Si era in un momento di fervore spirituale degli Angli da poco convertiti al cristianesimo, e gli sposi decisero di vivere in castità. Tre anni dopo il matrimonio il principe morì ed Eteldreda si ritirò nella tenuta di Ely per condurre una vita di penitenza e di preghiera. Ma per ragioni politiche dovette di nuovo sposarsi, questa volta con il principe Egfrido (645-685), figlio del re della Northumbria Oswiu (612-670). Lo sposo era appena quindicenne, e accettò anch’egli la proposta di Eteldreda di vivere in castità. Dodici anni dopo chiese però di essere sciolto dalla promessa. Eteldreda rifiutò, affermando di sentirsi consacrata a Dio. Fu chiesta la mediazione del vescovo San Wilfrid (633-709) che dichiarò gli sposi tenuti a rispettare la promessa. Ma dal momento che Egrfrido, nel frattempo diventato re, non intendeva più mantenerla, il vescovo consigliò a Eteldreda di separarsi dal marito e di entrare in convento. Divenne novizia nel monastero di Codingham e tornò quindi a Ely, dove fondò un grande convento doppio (cioè con un ramo femminile e uno maschile) di cui divenne badessa. Morì nel convento di Ely il 23 giugno 695.

Nella vita di Sant’Eteldreda vediamo uno scorcio dell’Inghilterra primitiva e l’alba del Medioevo, che ha qualcosa insieme di selvaggio e di soprannaturale, creando un contrasto di straordinaria bellezza. Intravediamo come nuovi popoli nascano propriamente alla storia. Non dobbiamo immaginare Sant’Eteldreda e le tre sante sue sorelle come le delicate e fragili principessine figlie di Luigi XV di Francia (1710-1774), vestite di fini sete e che nei ritratti sembrano fatte di porcellana. Queste principesse erano donne forti, abituate a tagliare il legno nella foresta, a occuparsi personalmente degli animali e a lavarsi da sole i vestiti. Ma nello stesso tempo emergevano per la loro statura morale in Paesi che stavano appena venendo alla luce. Le loro vite sono la culla di future dinastie; i loro popoli, il punto di partenza di nuove civiltà. Questo spiega la grandezza che si percepisce nell’ambiente che circonda la vita di Sant’Eteldreda, confermato dalla presenza di tanti santi nella sua famiglia. Quattro sorelle principesse tutte riconosciute dalla Chiesa come sante e con un punto di riferimento spirituale, San Wilfrid, che è un grande vescovo ed è anch’egli un santo. Si spiega così il fatto eccezionale di due principi di sangue reale che sposano, uno dopo l’altro, Sant’Eteldreda ma s’impegnano a rispettare la sua verginità. Possiamo immaginare che, nel clima creato dalla recente conversione dei loro popoli al cristianesimo, questi principi frequentassero i sacramenti, vivessero in grazia di Dio e – nonostante le comprensibili difficoltà – non cercassero la compagnia di altre donne come avverrebbe facilmente ai nostri giorni in situazioni simili. O almeno le cronache non ci dicono nulla di diverso.

La vita di Sant’Eteldreda rappresenta un’eccezione rispetto alla normale via del matrimonio, ma ammiriamo la sua perseveranza nella verginità. Era disposta a rinunciare a tutti i privilegi che spettavano alla moglie di un re pur di conservare la verginità. E alla fine lasciò tutto per consacrarsi alla vita religiosa. Come badessa di un convento doppio aveva sotto di sé monache e anche monaci, che governò con grande saggezza, impresa non facile tra popoli giovani e di recente conversione. La sua influenza su questi religiosi certamente condusse molte anime al Paradiso. Sant’Eteldreda è uno dei semi deposti da Dio nella storia d’Europa per far nascere il Medioevo. Raccomandiamoci alle sue preghiere mentre combattiamo e speriamo che per la gloria di Dio nasca un’altra civiltà cristiana, il Regno di Maria.



NOTA DELLA REDAZIONE: a Santa Etheldreda è dedicata la più antica chiesa di culto cattolico di Londra e di tutta l'Inghilterra, riconsacrata nell'Ottocento e affidata ai Rosminiani. In quella chiesa, in epoca elisabettiana, i protestanti avevano rastrellato un sacerdote che clandestinamente vi celebrava Messa, assistito da dieci fedeli. Tutti furono impiccati e squartati. E' estrememente conveniente che quella stessa Messa tridentina, celebrata col rischio e il sacrificio di tante vite, sia ora nuovamente di casa nella Chiesa di Santa Etheldreda, Ely Place, nella city di Londra, il primo venerdì d'ogni mese e in altre circostanze.

Il Concilio è solo pastorale e in parte non vincolante?


Si apriranno a breve i colloqui con i lefebvriani e la grande questione è: il Concilio Vaticano II dev'essere accettato così come è (e ancora: che cosa significa, viste le molte interpretazioni avanzate?) oppure è compatibile con l'appartenenza alla Chiesa un rigetto di parti di esso considerate fallibili e non vincolanti? Che obblighi di fede derivano dal Concilio? Che cosa significa che fu un "Concilio pastorale"? Ma fu tale per davvero? Risponde a queste obiezioni l'abbé Claude Barthe, sul blog Disputationes theologicae. Invitiamo caldamente a leggere a quel link l'intero articolo, che dà una risposta a questi interrogativi quanto mai d'attualità e d'importanza (si pensi a come l'intera Chiesa sia divisa, nemmeno in modo sotterraneo, tra fautori di un'interpretazione del Concilio come rottura e assertori invece, il Papa in testa, della sua continuità). Qui riportiamo alcuni stralci di quel lavoro.


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Bisogna ricordare con fermezza i diversi gradi che impegnano l'insegnamento supremo del Papa solo o del Papa e dei vescovi uniti a Lui. E' necessario soprattutto specificare che il magistero più elevato deve collocarsi intorno a due gradi di autorità:

1) Quello delle dottrine irreformabili del Papa solo oppure del collegio dei Vescovi (Lumen gentium N. 25 § 2, 3). Questo magistero infallibile al quale bisogna " obbedire nella obbedienza della Fede", può essere a sua volta proposto sotto due forme:
a) Le dichiarazioni solenni del Papa solo o del Papa e dei vescovi riuniti in Concilio.
b) Il magistero ordinario e universale (Dz 3011).

2) Secondariamente quello degli insegnamenti del Papa o del Collegio dei Vescovi col Papa, senza intenzione di proporlo in maniera definitiva, ai quali è dovuto "un assenso religioso della volontà e dello spirito" (Lumen gentium N.25 § 1). Si parla in questo caso, in genere, di "magistero autentico", sebbene l'espressione non sia stata fissata in maniera assoluta.
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L'infallibilità del Concilio è paradossalmente un tema tradizionalista

In effetti la questione tanto discussa non è stata mai sollevata altrove se non nel mondo tradizionalista, di cui una parte di teologi, in maniera senza dubbio molto bene intenzionata, ma di cui in fin dei conti non si riesce a percepire l'utilità, vorrebbe che queste dottrine si accordassero perfettamente con il magistero anteriore. Ma a dire il vero mai nessuna istanza romana ha preteso la cosa ed ancor meno ha preteso farne una dottrina infallibile! D'altro canto i teologi "non tradizionalisti" non sono obnubilati da "Dignitatis humanae", ma da "Humanae vitae". La loro letteratura a proposito dell'autorità del magistero è immensa, ma essa si occupa – o almeno si occupava fino a "Ordinatio sacerdotalis" sull'impossibilità di ordinare preti le donne – solo del valore dell'enciclica di Paolo VI sull'immoralità intrinseca della contraccezione. Certamente qualche rarissimo autore, tacciato di massimalismo, ha sostenuto che la dottrina del N. 14 di "Humanae vitae" fosse Magistero Ordinario Universale (espressa dal Papa ed approvata dai vescovi in comunione con Lui), magistero di conseguenza infallibile: si tratta dei moralisti C. Ford e Germain Grisez, ed del P. Ermenegildo Lio, i quali hanno inutilmente fatto pressione affinché questa infallibilità fosse riconosciuta ufficialmente.
Per tutti gli altri teologi, "Humanae vitae" non voleva essere altro che "magistero autentico" (e ciò ci appare come un fatto certo, anche se noi consideriamo, come tesi nostra, che questa dottrina in sé sia conseguenza diretta della legge naturale). I teologi della contestazione sostengono che una dottrina non sia vincolante se semplicemente autentica. I teologi, invece, favorevoli a "Humanae vitae", al seguito di Giovanni Paolo II, affermano che benché non sia infallibile, sia vincolante in maniera assoluta. Ma costoro hanno dovuto ammettere che può essere prudentemente discussa. Così anche S.E.R. Mons. William Levada, allora Arcivescovo di Portland: " Visto che l'insegnamento certo, ma non infallibile, non comporta l'assoluta garanzia a proposito della sua veridicità, è ben possibile, per una persona che sia arrivata a delle ragioni veramente convincenti, giustificare la sospensione dell'adesione." Se quindi "Humanae vitae", che è nella linea della continuità con l'insegnamento anteriore a riguardo della condanna della contraccezione, non è stata mai proposta come infallibile, a maggior ragione "Dignitatis humanae", la quale propone in una maniera che può essere intesa in diversi modi, una dottrina che ha tutte le apparenze di una novità, non può avere questa pretesa. L'argomento, sicuramente insufficiente se preso in se stesso, ci rimanda ad un'inquietudine delle origini per quanto riguarda l'infallibilità, la quale é introdotta dal famoso fine semplicemente "pastorale" del Concilio.

Il contesto: un Concilio "semplicemente pastorale", cioè "semplicemente autentico"

All'origine di tutto c'è la dichiarazione preliminare di Giovanni XXIII nel suo discorso "Gaudet mater Ecclesia" del 11 Ottobre 1962: visto che una dottrina infallibilmente definita è già stata sufficientemente espressa dai concili precedenti, ora non resta che presentarla "nella maniera che corrisponde alle esigenze della nostra epoca" e dare attraverso quest'azione "un insegnamento di carattere soprattutto pastorale". Il punto cruciale è dunque sapere se il Concilio abbia potuto essere infallibile senza volerlo veramente e ciò per il solo fatto che pronunciava delle dottrine che adempivano oggettivamente le "condizioni" tipiche degli enunciati che devono esse fermamente accettati e creduti. Ma bisognerebbe anche valutare la reale pertinenza della questione.
Il Vaticano II è incontestabilmente un concilio eccezionale, unico nel suo genere, in tutta la storia della Chiesa, il quale ha provocato un sommovimento senza eguali nella fede e nella disciplina. Non si può dubitare che richiami un certo numero di insegnamenti tradizionali (come quello dell'infallibilità per esempio), e che abbia prodotto dei bei testi (sulle missioni o sulla Rivelazione per esempio). Ma è impossibile ragionare teologicamente fuori dal contesto pregnante del suo svolgimento e delle sue conseguenze, nel quale il fatto di volere attenuare le chiusure della dottrina tradizionale sembrava naturale nonché necessario per realizzare una "apertura verso il mondo". In questo contesto "pastorale", i Padri conciliari, coltivando una certa ambiguità che permetteva di scioccare un po' meno i propri contemporanei, i quali giudicavano come "tirannico" per le coscienze moderne, il potere di "scogliere e legare", hanno dovuto semplicemente lasciarsi trasportare dalla corrente generale. Questo Concilio ha si insegnato, ma "pastoralmente". [..] la situazione a-magisteriale che ha preceduto il Vaticano II rende almeno dubbia una delle specificità del Concilio, e non la meno importante, quella della volontà del Papa e dei vescovi sull'obbligo all'adesione. Invece, anche dopo tutte le dispute per l'interpretazione che conosciamo bene, è perfettamente presente la chiara volontà di "fissare una certa linea". Il Concilio Vaticano II ha creato una "disposizione dell'animo", ma non ha creato nessun corpo dottrinale. I teologi non-tradizionalisti, quasi unanimemente, non hanno mai smesso di conservare la spiegazione di "pastorale" come praticamente sinonimo di "autentico", cioè di non infallibile.


L'interpretazione degli autori: una chiara volontà di non definire

In ogni caso, le testimonianze ufficiali sono concordi sulla volontà di non "definire". A due riprese (6 marzo 1964, 16 novembre 1964), la Commissione Dottrinale, alla quale era stato chiesto quale dovesse essere la qualifica teologica della dottrina proposta nello schema sulla Chiesa (e la domanda mirava soprattutto alla dottrina della collegialità), rispose: "Tenendo conto della pratica conciliare e del fine pastorale dell'attuale Concilio, quest'ultimo definisce solo le cose concernenti la Fede e la Morale che esso stesso avrà esplicitamente dichiarato tali".
Paolo VI spiegò che la cosa non era avvenuta. Una volta terminato il Concilio ritornò in effetti due volte sulla questione. Una prima volta, nel discorso di chiusura del 7 dicembre 1965: "Il Magistero (..), pur non volendo pronunciarsi con sentenze dogmatiche straordinarie, ha profuso il suo autorevole insegnamento sopra una quantità di questioni, che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo". Una seconda volta nel discorso del 12 gennaio 1966: "Vi è chi si domanda quale sia l'autorità, la qualifica teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico (…), dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti". La redazione di questi testi è in certa misura imbarazzata. Li si può interpretare in due modi a seconda che si insista sull'uno o l'altro versante della dichiarazione essenziale:

1) il concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico", ma ha potuto far uso del magistero ordinario universale (infallibile). La cosa sarebbe sufficiente a fare del Vaticano II un Concilio "a parte" nella storia della Chiesa, il quale insegna su "materie nuove" (l'ecumenismo) ma rifiutando di definire;

2) il Concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico". Se non ha mai fatto uso di definizioni solenni è perché non ha voluto essere infallibile. Il che conferma il fatto che questi testi evitino accuratamente di parlare di "obbedienza della fede": "(Questo Concilio ha tuttavia) profuso il suo autorevole insegnamento sopra un quantità di questioni che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo"….. "ha munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli". La qual cosa rinvia all' "assenso religioso della volontà e dello spirito" richiesto dal magistero "palesemente autentico", e non già all'"obbedienza della fede" richiesta dal magistero infallibile.
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Eppure il commento più autentico che sia possibile, in quanto emana dagli autori stessi dei documenti, lo afferma senza ambiguità: non sono dei dogmi. Malgrado le apparenze, o malgrado la necessita intrinseca. Joseph Ratzinger commentava in un complemento all'opera classica di riferimento in Germania, il Lexicon fur Theologie und Kirche: "il Concilio non ha creato nessun nuovo dogma su nessuno dei punti abbordati. (…) Ma i testi includono, ognuno secondo il proprio genere letterario, una proposizione ferma per la loro coscienza di cattolici". Soltanto una "proposizione ferma": non l'obbligo a credere. Ciò che d'abitudine in un Concilio dovrebbe comportare l'impegno del magistero solenne non lo ha comportato nel caso del Vaticano II, quindi e a maggior ragione, se valutiamo il magistero non solenne, il quale, con la grande difficoltà che esso comporta nel discernimento del grado di impegno, si troverà al di sotto dell'infallibilità, altrimenti detto sarà semplicemente autentico.

Inoltre, qualunque ipotesi si voglia considerare, "nessuna dottrina è considerata come infallibilmente definita se la cosa non è stata stabilita in maniera manifesta" (CJC, can. 749 c. 3). L'importanza di questo canone è enorme perché legata all'appartenenza alla Chiesa. In effetti tutti sono obbligati a evitare ogni dottrina contraria", tenentur devitare (CJC, can. 750). E chiunque nega una verità cade nell'eresia (can. 751). (Allorché nulla di simile succede a colui che rifiuta una verità del "magistero autentico": "i fedeli avranno cura di evitare ciò che non concorda con questa dottrina", curent devitare, can. 752). La cosa deriva, del resto, dal principio generale che vuole che non si imponga mai un fardello senza motivo, e dunque che ciò che è più esigente non si presume: "le leggi che impongono una pena (…) sono di interpretazione stretta" (can. 18).
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