Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

martedì 31 marzo 2009

Visita apostolica ai Legionari di Cristo

Dal blog di Sandro Magister:

Per i Legionari di Cristo è in arrivo una visita apostolica, cioè un’indagine sulla vita della congregazione da parte di una squadra di ispettori vaticani.
La decisione consegue a un ennesimo accertamento della cattiva condotta del loro fondatore Marcial Maciel, già messo da parte nel 2006 per abusi sessuali, e ora, un anno dopo la morte, scoperto colpevole d’aver avuto in Spagna un’amante e una figlia.
La visita apostolica è stata annunciata dal segretario di stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, in una lettera del 10 marzo 2009 indirizzata al direttore generale dei Legionari di Cristo, padre Álvaro Corcuera Martinez Del Rio.
E questi ha comunicato la decisione a tutti i Legionari in una lettera in data 29 marzo resa pubblica due giorni dopo, con allegata la missiva di Bertone.
Ecco qui di seguito i due testi. Per gli antefatti, vedi in www.chiesa il servizio del 16 febbraio intitolato: “La Legione è allo sbando. Tradita dal suo fondatore

Trovate le due lettere (del card. Bertone e del Direttore generale P. Corcuera) sul blog di Magister. A noi di Messainlatino.it preme esprimere solidarietà e apprezzamento per i Legionari chierici e laici di Regnum Christi, in questo momento di difficoltà. Ma oportet ut scandala eveniant e, nel ricordare come fosse stato proprio Benedetto XVI a sanzionare pubblicamente il fondatore P. Maciel, le cui gravi mancanze non cessano di venire alla luce, salutiamo il nuovo inizio di un movimento che, depurato della greve eredità del suo fondatore, potrà dare moltissimo alla Chiesa.

L'Arcivescovo Forte sulla lettera del Papa. Ermeneutica del nulla.

Dove il nulla, beninteso, non è nella lettera papale, un testo preciso, diretto ed eloquente se ve ne è uno. Il nulla è nelle belle parole di mons. Bruno Forte che, per meglio nascondere un testo che evidentemente non gli va a genio, ha scelto il sistema migliore: camuffarlo dietro una colluvie di parole elogiative che sorvolano accuratamente sull'essenziale. Parole, ripetiamo, anche belle e a tratti profonde; ma che parlano d'altro, anzi di niente (l'unico elemento concreto: l'avvertimento che rispetto al Concilio "indietro non si torna", come faceva scrivere Mussolini sui muri), e non dicono nulla della necessità di considerare in continuità i 2000 anni di vita cristiana, nulla del dovere di tutti di cercare di accogliere le pecorelle lefebvriane che rischiano la deriva, nulla dello scandalo di averne fatto un capro espiatorio, ed avere perfino coinvolto il Papa nell'esecrazione solo perché è andato incontro a quei pariah, detestati da un establishment ecclesiale di cui mons. Forte fa indiscutibilmente parte.

Non è la prima volta che ci permettiamo di mettere un po' sulla graticola questo teologo progressista arcimitrato: leggete qui il nostro commento a un suo paludato articolo sulla Primavera del Concilio.




La solitudine e la speranza in quella lettera del Papa



di Bruno Forte (Arcivescovo di Chieti-Vasto)

In uno dei versi folgoranti del suo "Cantico" San Giovanni della Croce - il poeta mistico per eccellenza - parla di "la música callada, la soledad sonora, la cena que recrea y enamora": la "musica taciuta", la "solitudine sonora", la "cena che ricrea ed innamora".

Queste parole mi sono venute in mente riflettendo sulla Lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. L'immagine della musica è quella che mi ispira il riferimento addolorato del Papa alle critiche interne alla comunità ecclesiale, che si sono spinte fino ad avere il sapore di lacerazioni e di ferite: la "sinfonia" che caratterizza la "complexio catholica", l'accordo delle voci nella pur grande varietà delle note e dei motivi, è parsa oscurata, come messa a tacere dal brusio dei risentimenti, dei malumori, delle opposizioni. Certo, la Chiesa non è nuova all'esperienza di tensioni perfino laceranti, come dimostra la sua lunga storia.

Tuttavia il riaffiorare virulento delle tensioni sembra oscurare proprio quel bene supremo della fede che è la sua "cattolicità", il suo essere una nella diversità dei contesti, una per offrire a tutto l'uomo, a ogni uomo il dono di Dio, la buona novella di Gesù.

La "musica taciuta" è però anche quella della comunione profonda, silenziosa e orante, che non è mai mancata nella comunità ecclesiale e che anche adesso è viva, come nota lo stesso Papa citando le espressioni di unità e le assicurazioni di preghiera che lo hanno raggiunto da ogni parte del mondo. Al di là di tutto il possibile chiasso mediatico che enfatizza le contrapposizioni, il popolo di Dio- nella sua maggioranza silenziosa - ama la Chiesa e, pur nella complessa diversità delle situazioni storiche e dei punti di vista, la vuole unita nell'impegno accanto ai poveri e nell'annuncio della buona novella che dà speranza al mondo.

Questa sinfonia al tempo stesso presente e taciuta, negata, eppure ostinata, fa risaltare ancor più la "solitudine sonora", l'eloquente e visibile peso dell'essere solo del Papa nel portare le chiavi di Pietro: anche qui, prima di tutte le dietrologie, che leggono fazioni e partiti, trappole e inganni nella grande macchina del governo della Chiesa, c'è un dato di fatto incontrovertibile. Il Papa è solo: ma il Papa non può non esserlo. Tenere saldo il timone della barca del Pescatore di Galilea sui mari della storia non è impresa misurabile sui successi umani, sull'audience o sul consenso. Il successore di Pietro ha un Unico cui rispondere: «Simone, Simone... io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22,32). Al discepolo cui confida le chiavi del regno il Nazareno non promette facili successi o percorsi tranquilli. Dovrà portare la croce: e più grande è il compito, più grande l'amore richiesto, più la croce della solitudine sarà presente.

Quello che la lettera del Papa dice, con tratti di umiltà commovente e perfino conturbante, è questa inevitabile condizione di colui che porta l'anello del Pescatore. Nel segno paradossale di un testo che riconosce sbagli di modalità e di forme, di cui dice il Papa - «mi rammarico sinceramente», resta l'autorevolezza del testimone, che ribadisce la scelta del primato dell'amore nonostante tutto e al di sopra di tutto. Un amore offerto verso chi dalla Chiesa si era separato altezzosamente. Un amore che chiede verità e fedeltà, perché rispetto al Vaticano II indietro non si torna, e i lefebvriani potranno essere nella piena comunione ed esercitare lecitamente il loro ministero solo quando avranno espressamente dichiarato fiducia e obbedienza al Concilio e al magistero dei Papi da Giovanni XXIII in poi.

C'è infine l'immagine della «cena che ricrea e innamora»: è quella che è stata evocata in me dalla fede profonda e dall'amore a Cristo e agli uomini che traspare in ogni passo della lettera di Benedetto XVI. Nonostante difficoltà e tensioni, la speranza e la pace non possono mancare in chi ama la Chiesa e sa che in essa lo Spirito di Dio continua a operare. La "cena" è il pane dell'eu-caristia, che ha la forza di ricreare la speranza e di colmare il cuore degli uomini dell'amore che viene dall'alto. Con la forza di questo pane, Benedetto XVI rilancia il grande scopo del suo servizio alla Chiesa e al mondo, con parole che più chiare non potrebbero essere: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro in questo tempo». E una lettera insolita, in cui il cuore del successore di Pietro si confessa con sincerità totale al cuore dei vescovi suoi fratelli, è certamente un modo nuovo e toccante di presentare al mondo il volto di questo Dio.


© Copyright Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2009, tramite il Papa Ratzinger blog. Sottolineature nostre

lunedì 30 marzo 2009

I tradizionalisti sono un'accolita di nostalgici, sclerotizzati nel passato...

Bella fotografia da un apostolato della Fraternità San Pietro in Inghilterra:






Fonte: UnaVoce Malaga

L'opposizione romana al Papa secondo l'abbé Barthe. Terza parte

Proseguiamo, in quello che sta diventando un nostro appuntamento del lunedì, la pubblicazione dello studio dell'abbé Barthe sul tema indicato nel titolo. Questi i link alla prima parte e alla seconda parte.


Personaggi di alto rango stanno preparando già il dopo-Benedetto XVI


Poco dopo l’elezione di Benedetto XVI, apparve un libro-manifesto di un anonimo cardinale che non aveva partecipato al conclave. Risulta rivelatore dello stato d’animo dell’ala più liberale della Curia.

Al momento della pubblicazione, lo scorso anno, presso Lattès, del libro di Olivier Le Gendre, Confessioni di un cardinale, gli osservatori attenti hanno capito che si trattava di una operazione importante, messa su da personaggi di alto rango, i quali starebbero già preparando la successione a Benedetto XVI, alla quale vorrebbero imprimere una direzione del tutto diversa dall’attuale pontificato.

Quest’opera, studiata con ingegno, in forma di conversazione con un anonimo cardinale, a Roma e in altre parti, testimonia d’una conoscenza precisa degli ambienti (ed allo stesso tempo dei luoghi) ecclesiastici romani e sviluppa intenzioni sapientemente misurate ma temibilmente liberali. Tutto lascia pensare che questa operazione sia stata immaginata e sollecitata dal cardinale Achille Silvestrini, capofila dell’ala liberale del collegio cardinalizio. In coppia con il cardinale Walter Kasper, già vescovo di Rottenburg-Stuttgart, presidente del Consiglio pontificio per la Promozione dell’Unità dei cristiani. Il cardinal Walter Kasper, teologo liberale molto conosciuto, si oppose al cardinal Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, su vari soggetti quali l’ammissione dei divorziati risposati all’Eucarestia, ma soprattutto su questioni ecclesiologiche quali la giusta interpretazione di collegialità. Il cardinale che si «confessa» prende da Silvestrini un certo numero di segni particolarmente riconoscibili: è anche lui un ex membro di Curia (Achille Silvestrini, che ha 85 anni, è stato Prefetto dell’importante Congregazione per le Chiese orientali). Nonostante la fatica dovuta all’età, l’anonimo cardinale, così come Silvestrini, sembra godere di ottima salute intellettuale. Ma per ragioni d’età il cardinale che si confessa non ha potuto partecipato all’ultimo conclave (Achille Silvestrini, che di anni ne aveva 81 all’apertura del conclave, non ha egli stesso varcato la soglia). In ogni caso, Achille Silvestrini non è mai stato esperto conciliarista come invece dice di essere il cardinal che Olivier Le Gendre ha intervistato. Alcuni dettagli farebbero pensare ad un vecchio collega di Silvestrini, il cardinal Laghi (Ndr: ormai deceduto), 86 anni, anche lui romagnolo, che si era fatto la reputazione di amico della dittatura argentina quando era Nunzio apostolico in quel paese. Già Nunzio anche negli Stati Uniti, i quali non hanno mai gradito le sue nomine episcopali, così come non gradita sembrerebbe la gestione in qualità di Prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, e che si è naturalmente trovato fra gli oppositori all’elezione al pontificato del cardinale Joseph Ratzinger. Altri hanno inoltre proposto tasti diversi (il cardinale Etchegaray e, chiaramente per le sue numerose analisi teologiche, il cardinale Kasper).

Una riforma da portare a termine

La tesi basilare del libro, che riassume perfettamente il progetto dell’ala liberale è la seguente: la secolarizzazione finisce di distruggere un modello di Chiesa costantiniano e tridentino, che l’ultimo Concilio, malgrado le sue buone intenzioni, non è riuscito a far sparire del tutto. Se il seguito del Vaticano II ha prodotto una crisi senza precedenti, ciò è dovuto al fatto che il Concilio non è stato totalmente conciliare. Il lavoro più importante resta da fare : si deve oggi «inventare» un nuovo modello di Chiesa per i tempi nuovi in cui siamo entrati : «Se il mondo attuale, disincantato, fa parte dell’evoluzione naturale, inevitabile e indispensabile dell’umanità (…), allora la Chiesa deve inventare in questo mondo disincantato e per questo mondo disincantato un nuovo modo di essere fedele al suo messaggio». In verità questo modello «nuovo» non è altro che un nuovo avatar del vecchio liberalismo cattolico. Vi si ritrovano tutti gli ingredienti: la constatazione «realista» della vittoria definitiva della modernità, di cui è conveniente che i cattolici accettino le istanze; la sorprendente misconoscenza della natura radicalmente anticristiana -e antinaturale– di questa modernità, specialmente nella sua versione politica, la democrazia liberale; la cattiva coscienza degli uomini di Chiesa (la condanna della contraccezione, come un nuovo affare Galileo).

Più vicino a noi di quello dei cardinali Dupanloup, Maret, di padre Gratry, il modello di Chiesa dell’anonimo cardinale è quello della teologia della liberazione di trent’anni fa, «liberazione» dalla «gogna» disciplinare e dogmatica. Identico o quasi, perché dacché il marxismo, che affascinava padre Boff e padre Sobrino e innumerevoli vescovi brasiliani, è crollato, il fascino degli uomini di Chiesa liberali di oggi si porta ormai verso una società postmarxista, di cui sostengono ecclesialmente i disegni, così come i teologi della liberazione sostenevano quelli degli ultimi eredi di Lenin.

Dobbiamo però dire che il «programma» sviluppato dal misterioso cardinale, malgrado l’innegabile intelligenza dei propositi, mostra la corda : l’immaginazione dell’ultimo ridotto di alti responsabili liberali si esaurisce. Le idee di Achille Silvestrini oggi riprendono quelle del cardinal Martini, già arcivescovo di Milano, quando faceva la testa pensante di questa tendenza. Nei propositi che Olivier Le Gendre raccoglie, troviamo esattamente il programma che il cardinal Carlo Maria Martini aveva steso, alla fine del Sinodo dei vescovi d’Europa, nel 1999, enumerando i «nodi» che la Chiesa doveva sciogliere entrando nel nuovo millennio :

- la «carenza drammatica di ministri ordinati»: non potrà essere risolta se non con l’ordinazione di uomini sposati;

- il posto delle donne nella Chiesa: si dovrà giungere all’accesso alle donne, almeno, per iniziare, alle soglie del presbiteriato ;

- i problemi afferenti la «sessualità»: si dovrà fare appello ai diritti della coscienza individuale per superare l’effetto catastrofico per l’immagine che ne è derivata alla Chiesa a causa dell’Humanæ vitæ;

- la «disciplina del matrimonio» : dovrà essere riesaminata onde permettere l’accesso dei divorziati «risposati» all’Eucarestia ;

- «l’esperienza ecumenica» dovrà essere rivitalizzata.

Questo programma di «apertura», venne d’altronde ribadito dal cardinal Martini in un libro colloquio con il suo amico il gesuita tedesco Georg Sporschill, - Conversazioni notturne a Gerusalemme -, già pubblicato in Spagna (San Pablo), in Italia (Mondadori), e presto in Francia : «Non si può rendere cattolico Dio. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che abbiamo stabilito. Nella vita abbiamo bisogno di esse, è evidente, ma non dobbiamo confonderle con Dio».

segue

domenica 29 marzo 2009

I responsi del cerimoniere


Come sapete, Messainlatino.it offre un servizio (gratuito, ad maiorem Dei gloriam) di risposte su dubbi liturgici: trovate il link alla pagina nella colonna a fianco. Il Sacerdote cui abbiamo chiesto di rispondere ai quesiti è, senza dubbio, uno dei massimi esperti in materia ed ha già svolto l'incarico di cerimoniere e prete assistente in alcune tra le più significative celebrazioni tridentine, non solo in Italia. Ci sembra opportuno ora rendere accessibili a tutti alcuni tra i più significativi responsi che il reverendo ha fornito nei tre mesi da quando questo sito è stato fondato. Poiché la liturgia non è una scienza esatta, come il diritto con cui ha parecchie affinità (non si tratta pur sempre di regole?), il dissenso è lecito e quindi, se ritenete, argomentate pure nei commenti a questo post.
Quello che segue è solo un primo assaggio dei numerosi responsi già dati. Le domande sono state qua e là modificate per garantire l'anonimato a chi le ha poste; le risposte del Cerimoniere sono in corsivo e in rosso.


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Buon giorno reverendo, sono un chierico studente di teologia a Roma, molto interessato alla forma tradizionale della messa.
Volevo chiederle un'informazione molto pratica: potrebbe indicarmi dove trovare camici o cotte con il pizzo adatti alle funzioni della forma straordinaria?
La ringrazio sin d'ora delle informazioni che vorrà fornirmi

La forma straordinaria non prevede dei particolari abiti guarniti con merletti o cose del genere. Sicuramente il fatto di provvedere i camici e le cotte con un pizzo è un uso molto in voga nel passato che adesso, dopo le riforme montiniane, è pressoché sparito, per dar spazio a quelle orribili cotte ornate di gigliuccio.
La discriminante però tra l'antico e il nuovo non è la trina quanto il tessuto: mai prima della Riforma Liturgica si sarebbe usata una cotta in terital cotone o lana ( materiale in uso adesso)! Le cotte e i camici debbono essere di lino o canapa (sempre meglio il lino).
Lei è studente a Roma, quindi in qualsivoglia sartoria pontificia potrà richiedere questi prodotti.
L'unico problema è che a Roma sono un po' cari. La cosa ideale sarebbe domandare a qualche istituto religioso (sia maschile che femminile) o a qualche anziano prete progressista che potrebbe così sbarazzarsi di queste "anticaglie".
Altra possibilità è rivolgersi a siti specializzati quali
http://www.chasuble.fr/ oppure http://www.ebay.it/ cercando il lemma chasuble in tutte le categorie e nel mondo intero. Lì talvolta si posso avere amene sorprese.

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Approfitterei della sua disponibilità, per sottometterLe un dubium (per la verità più di uno); ad esempio la tanto dibattuta questione del secondo Confiteor. Alla "nostra" S. Messa viene recitato. Lei cosa ne pensa?
Essendo una S. Messa in canto, recitiamo anche la parte introduttiva della celebrazione (che, credo, spetterebbe solo ai Ministri sull'altare...): Introibo ad altare Dei...
Venendo poi a questioni più spicciole (se così si può dire) mi preme sapere che tipo di Kyriale si deve utilizzare per le domeniche della Septuagesima, Sessagesima e Quinquagesima. E' sempre il K11, cioè l'Orbis factor delle Domeniche infra Annum?
Poi. Non avendo un "parco voci" che si possa permettere di mettere in repertorio (non per il momento, almeno, in attesa di qualche miracolo...chissà) tutto il Kyriale, è giocoforza scegliere. Dovendo preparare (sperando di riuscirci) in poco tempo le Messe per la Quaresima (che sono poi ancora quelle dell'Avvento), mi chiedevo se potremmo cantare il K 18, ossia quello dei giorni feriali, che è molto più semplice, al posto del K17. E' una decisione impropria?

Rispondo con brevità a queste domande che sono interessanti:
Anzitutto veniamo alla considerazione del
Confiteor prima della Comunione. Premettendo che io sono assolutamente contrario alla sua abolizione, mi pare doveroso ricordare come questo secondo, anzi "terzo" Confiteor (il primo è detto dal Sacerdote e il secondo dai Ministri ai piedi dell'altare) sia quello della comunione. Nel Ritus servandus non si considera la comunione abituale alla S. Messa e viene quindi come inserito un rito a parte (quello della comunione extra Missam appunto) con il Confiteor. Mi pongo una domanda: se la messa è in canto allora i fedeli non reciteranno mai il Confiteor e neppure lo udranno. Resta però de facto che nel 1962 è stato tolto (§ 503 Rubricae generales Missalis romani anno 1962). Ognuno quindi pone la sua scelta: molti dicono che, poiché è rimasta in ogni caso la consuetudo, perché non recitarlo? Se si vuol essere stretti comunque nell'osservanza delle rubriche del 1962, non lo si deve ripetere.

Riguardo alla parte recitata da tutti: dovrebbe essere recitata solo da chi è sull'altare se la Messa è almeno cantata, altrimenti se si ha una Missa cum canticis (ossia con alcuni mottetti all'inizio, offertorio, comunione e fine) allora - essendo la Messa poi una Messa bassa - si deve recitare. Non le sto a fare tutta la questione, ma sarebbe bene procedere come dovuto per questo caso. Inoltre ci guadagnerebbe la bellezza del rito e del canto che vedrebbe Introitus e Kyrie legati e vi sarebbe snellezza e sobrietà proprie della Liturgia Romana.

La Settuagesima non prevede un Kyriale speciale... ma, altresì, mi preme far presente che i vari kyriali sono sì stabiliti dall'uso, ma non sono poi così strettamente necessari. Si fa come si può. Ci si aggiusta nel miglior modo possibile. Un tempo nelle nostre Parrocchie non sapevano che la Missa De Angelis e quella di requiem e con quelle facevano tutto. I veri interventi di Introito graduale etc. venivano eseguiti a modo di salmo per permettere di cantarli. Ci si è sempre arrangiati nella maniera migliore. Meglio eseguire bene un Kyriale più semplice che fare male uno più complicato. Mi permetto un raccomandazione: non cadete nel "perfezionismo" liturgico (che è poi ciò che ci viene rimproverato dai novatori)... un vivere la Liturgia con sereno impegno ci permette che le rubriche (fatte in tempi di vacche grasse) possano essere vissute e applicate serenamente anche ora (evidentemente tempo di vacche magre).

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Buon giorno; avrei un quesito da sottoporre: che senso e che origine può avere il rito di incensazione, simile a quello super oblata della messa, che viene prescritto nella funzione del venerdì santo secondo il messale del 1954, nel momento in cui il sacerdote, ritornato all'altare, ha posto l'ostia consacrata nella patena e il vino non consacrato nel calice?

Prima della Riforma della Settimana Santa ( ad esperimento nel 1951 e definitiva nel 1955) la Funzione della Passione era chiamata Messa dei Presantificati e questo dice tutto.
Era una specie di
Missa Sicca
(ovvero senza la Consacrazione) quindi si imitavano le cerimonie della Messa. Inoltre l'incensazione è un segno di onore verso le Sacre Specie portate dall'Altare della Reposizione (Sepolcro) all'altar Maggiore.
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Gentilissimo reverendo, sono un diacono permanente e molte volte sono chiamato per svolgere una Liturgia al posto della Santa Messa perché non c'è il sacerdote. Siccome sono un convinto sostenitore della Santa Liturgia tradizionale, vorrei in qualche occasione svolgere la funzione secondo il rito tridentino anche perché richiestomi, però non so se ciò è consentito dalle norme e come devo comportami, premesso che sono a mia disposizione sia il Messale che il Lezionario appropriati.

Prima del Concilio, o meglio col rito del 1963, non erano previste queste forme di Celebrazioni, che sono qualcosa di nuovo derivante dal fatto che non si hanno più sacerdoti... prima di una certa data e di un certo avvenimento non si è mai verificata una penuria così evidente di preti. Sicché, è assolutamente lodevole il suo attaccamento alla Liturgia tradizionale, ma quest'ultima non prevede riti che il diacono possa svolgere da solo (ossia, al di fuori di quanto avviene nella messa solenne con un sacerdote). Né per contro esiste una Liturgia della Parola "in forma straordinaria". Quello che le consiglio, se desidera, è distribuire la S. Comunione senza la S. Messa, come previsto dai rituali, o recitare il rosario o altre preghiere in latino. Anche per i sacramentali che spettano all'ordine diaconale si possono utilizzare i vecchi libri.

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Mi preme chiederLe, avvicinandosi la Quaresima, se è DOVEROSO CHE Tempus Quadragesimae non pulsantur organa... se non nella Domenica IV Quadragesimae "laetare" pulsantur organa ad Tertiam et Missam e anche che Cruces altarium et icones in Ecclesia et Sacristia velantur. Questo me lo ricordo benissimo anche nella mia chiesa...mentre dell'organo lo so per certo ma di uso monastico.

In tempo di Quaresima è vietato l'uso dell'organo da solo - ossia si può suonare l'organo per accompagnare esclusivamente i canti. L'organo dovrà invece tacere completamente (anche per i canti) dal giovedì santo dopo il grande suono introduttivo del canto del Gloria in excelsis fino al Gloria del Sabato Santo.
Le Immagini e croci si velano dai primi vesperi della domenica di I Passione (dopo le cerimonie del
sabatio sitientes) e rimangono velate le croci sino al Venerdì Santo le immagini fino al Gloria
del sabato.
Precisazione: oltre la domenica IV di Quaresima, si suona l'organo anche per la festa di S. Giuseppe e dell'Annunziata (che infatti hanno il
Gloria
)

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Scrivo qui perché seguo con molto interesse il sito messainlatino.it e il relativo blog. Mi sono avvicinato da poco alla spiritualità della Santa Messa nella formaextra-ordinaria. Ho acquistato il messalino della casa editrice Marietti eil compendio di liturgia pratica del Trimeloni. Dopo averli consultati, mi sono rimasti alcuni dubbi, in particolare riguardo al calendario. Per questo vorrei porre due domande:
1) Cosa si intende esattamente per Messe Votive? Detto in altri termini: come si possono "classificare"(mi scuso per questo verbo poco rispettoso) le Sante Messe nel rito Tridentino?
2) Un caso pratico: oggi, 14 febbraio, si celebra san Valentino. La mia parrocchia è dedicata a santa Maria Maddalena, ma c'è una chiesetta che invece è dedicata ai santi Valentino e Martino. Se oggi avessi voluto celebrarvi una Santa Messa nella forma extra-ordinaria, quale formulario avrei dovuto seguire? Forse il Comune di un martire fuori del tempo pasquale? Ma orazione, secreta e postcommunio avrei dovuto prenderle dal comune o dalla commemorazione di san Valentino riportata nel Santorale?
Mi scuso per le domande forse un po' scontate, ma sto cercando di capire e di entrare nella mentalità del rito Tridentino, che è decisamente diversa da quella del rito nella forma ordinaria. Sarei poi molto felice se fosse possibile, per me, porre altre questioni, dato che entrare da "autodidatti" nella forma extra-ordinaria è abbastanza complicato.

Non entro in merito alla classificazione delle Messe, che è come un grande ginepraio per chi non è esperto. In ogni caso, per dare una prima infarinatura, le messe che hanno diversi gradi e solennità hanno al loro interno delle messe votive, che si celebrano per devozione personale, anche se non richieste dal calendario (quindi le votive di: SS.ma Trinità, Eucaristia, S. Cuore, etc. o di qualche santo).
Per il caso specifico, il 14 febbraio esattamente si prende il proprio del santo (dal Santorale) e il mancante lo si prende dal comune corrispondente. Per dubbi o altro su quando si possano o no dire le messe di IV classe etc.- poichè la cosa in effetti non è semplice - è sufficiente comprare un Ordo Missae o Calendario Liturgico dove troverà tutto.

sabato 28 marzo 2009

Il vescovo di Amiens 'interpreta' la lettera del Papa pro domo sua


Come ricorderete, mons. Bouilleret, vescovo di Amiens (nella foto, tratta da qualche sua messa, è quello che sembra il gemello di Bobo, personaggio dei fumetti di Staino, e di Umberto Eco; il quale peraltro, se fosse prete, rifiuterebbe di certo di mettersi addosso una stola come quella), è divenuto internazionalmente famoso perché rifiuta di imprestare o affittare alla comunità di fedeli della Fraternità San Pio X, sfrattati dal locale che utilizzavano fino a due anni orsono, una delle decine di chiese chiuse e non utilizzate della sua diocesi, costringendo quei fedeli ad assistere alla Messa all’addiaccio, anche nel rigido clima invernale. Naturalmente, questo non esclude che altre comunità religiose non in comunione con Roma (gli ortodossi rumeni e varie confessioni protestanti) abbiano invece ottenuto quanto ai lefebvriani è negato. Della questione ci siamo già occupati in questo post di gennaio (allorché i fedeli, non potendo celebrare sul sagrato che era diventato uno lastra di ghiaccio, entrarono nella cattedrale, aperta ma non utilizzata d’inverno, per celebrare a un altare laterale) e in quest’altro, successivo alla revoca delle scomuniche, per dare notizia che nulla è cambiato nonostante il decreto del Papa. Anzi: ecco quel che il vescovo di Amiens pretende di leggere nella lettera del Papa ai vescovi in merito alla revoca delle scomuniche: un’arma per sé per perseverare nella sua politica di esclusione e rifiuto.

Il Papa ha voluto spiegare la sua mossa e la chiave ne è in primo luogo spirituale: lo esprime citando la Bibbia e la necessità di riconciliarsi con “il fratello che ha qualcosa contro di te”. Ma ha scelto di indirizzarsi a noi come fratello vescovo e non più come capo, il che è del tutto inabituale, e pieno di calore per noi. In questa lettera si esprimono ad un tempo il cuore e la ragione. Sono stato particolarmente contento di riceverla perché nella nostra diocesi, noi siamo di fronte a una posizione molto forte dei membri della fraternità S. Pio X. A metà gennaio, essi hanno invaso la cattedrale per celebrare l’eucarestia: rifiutano l’argomento che io oppongo loro, secondo cui non hanno alcuna legittimità sacramentale. Che il papa abbia scritto nero su bianco che la Fraternità non ha statuto canonico e che i suoi ministri non hanno alcuna legittimità per i sacramenti è dunque un punto importante per noi sul campo. D’altronde ha ripetuto anche con forza, e con tutta la sua autorità pontificale, che il magistero della Chiesa non si ferma al 1962 ma include il concilio Vaticano II, e dunque che non c’è scarto tra il papa e il concilio, mentre tutto il gioco della Fraternità è precisamente di giocare “il papa contro il concilio”: come se si potesse riconoscere il magistero del primo senza riconoscere quello del secondo. Il papa ricorda anche che dopo aver regolato la questione disciplinare, si è entrati nella fase dottrinale, e non dà anticipazioni sul suo esito. Perché l’unità ha anche le sue condizioni: non si può fare senza articolarsi con la verità. Egli aspetta dalla Fraternità che entri nella piena comunione e, per lei, è la sua ultima possibilità per farlo”.

Jean Luc Bouilleret, vescovo d’Amiens

Fonte: La Vie - E' significativo che dei 29 commenti lasciati a questo pezzo su La Vie, periodico cattoprogressista, uno solo è favorevole al presule, 27 molto critici ed uno, perplesso, si chiede se per caso questa dichiarazione "settaria" non sia un falso montato dai lefebvriani per screditare il vescovo, domandandosi però allora perché La Vie si sia prestata a questa manovra contro Bouilleret...

Il card. Newman entusiasta della Milano cattolica. Quant'acqua è passata nei navigli...

Chiesa di S. Marco, Brera, Milano
di Inos Biffi

Newman soggiornò a Milano, insieme con Ambrose St. John, durante il suo viaggio verso Roma. Arrivò il 20 settembre del 1846 dal passo del Sempione, in tempo per la messa in duomo: più volte egli registra nel suo diario di aver sentito messa in duomo o presso la tomba di san Carlo. Il 18 ottobre, festa della Dedicazione della Cattedrale, annoterà d'aver preso parte alla "Messa solenne in Duomo, dove si tiene una grande funzione con indulgenza plenaria" e di aver visitato "alla sera l'oratorio di san Carlo"; lo stesso giorno farà sapere: "Siamo appena tornati dal Duomo dove c'è stata una grande funzione, compresa la solenne Messa pontificale nella celebrazione della dedicazione della chiesa di san Carlo. La giornata è molto piovosa, ma l'area della chiesa era gremita da cima a fondo". Subito il 21 settembre Newman visita la basilica di sant'Ambrogio. Il 23 settembre, dopo una prima disagiata sistemazione presso un non confortevole hotel Garni, si trasferirà presso san Fedele, e vivrà in cordiale fraternità con due sacerdoti milanesi: don Giacomo Vitali e don Giovanni Ghianda, e sarà anche commensale del prevosto di San Fedele, Giulio Ratti.

Per i suoi ospiti avrà parole di grande ammirazione, specialmente per don Ghianda, che sarà anche suo confessore. Scriverà: "Il nostro amico, l'abate Ghianda, è molto gentile e premuroso. Non avremmo potuto imbatterci in persona più amica. Egli fa tutto per noi"; e il 22 ottobre, alla vigilia di ripartire da Milano: "Siamo stati assai fortunati di trovare qui il cappellano di Manzoni, che ci è stato sempre vicino ed è stato un amico estremamente gentile".

La prima lettera scritta da Milano, il 24 settembre, contiene un grande elogio per la chiesa di San Fedele: "È in stile greco o palladiano. Temo che lo stile architettonico mi piaccia più di quanto alcuni dei nostri amici di Oscott e di Birmingham approverebbero. La luminosità, la grazia e la semplicità dello stile classico sembra si addica meglio a rappresentare Santa Maria o San Gabriele che non qualsiasi realtà in stile gotico. È sempre un sollievo dello spirito, e una sua elevazione, entrare in una chiesa come San Fedele. Essa ha un aspetto così dolce, sorridente, aperto - e l'altare è così grazioso e attraente - che spicca così che tutti lo possono vedere e avvicinarvisi. Le alte colonne di marmo levigato, le balaustre marmoree, il pavimento di marmo, le immagini luminose, tutto parla la stessa lingua. E una volta leggera corona l'insieme. Ma forse io seguo la tendenza delle persone anziane, che hanno visto abbastanza cose tristi da ritenersi dispensate da una tristezza espressamente e intenzionalmente voluta - e come i giovani preferiscono l'autunno e i vecchi la primavera, i giovani la tragedia e i vecchi la commedia, così, nel cerimoniale religioso, io lascio che i giovani preferiscano il gotico, una volta che tollerino la mia debolezza che chiede l'italiano.

È così riposante e gradevole, dopo le torride vie, entrare in questi interni delicati, benché ricchi, che fanno pensare ai boschetti del paradiso o a camere angeliche".E in un'altra lettera: "C'è nello stile italiano una tale semplicità, eleganza, bellezza, chiarità - implicate, credo, nella parola "classico" - che mi sembrano convenire al concetto di angelo e di santo. Potrei percorrere per tutto un giorno questa bella chiesa col suo altare sorridente e seducente, senza stancarmi. E poi essa è così calma che è sempre un riposo per lo spirito entrarvi. Nulla si muove se non la lontana lampada scintillante che segnala la presenza della nostra Vita immortale, nascosta ma sempre attiva, pur essendo entrata nel suo riposo".Aggiunge Newman: "È davvero stupendo vedere questa divina Presenza che dalle varie chiese quasi guarda fuori nelle strade aperte, così che a S. Lorenzo abbiamo veduto che la gente si levava il cappello dall'altra parte della strada quando passava".Con le chiese, infatti, è la pietà dei milanesi a suscitare in Newman la più viva ammirazione: "Nella città di sant'Ambrogio - osserva - uno comprende la Chiesa di Dio più che non nella maggior parte degli altri luoghi, ed è indotto a pensare a tutti quelli che sono sue membra. E inoltre non si tratta di una pura immaginazione, come potrebbe essere trovandosi in una città di ruderi o in un luogo desolato, dove una volta dimoravano i Santi - c'è invece qui una ventina di chiese aperte a chi vi passi davanti, e in ciascuna di esse si trovano le loro reliquie, e il SS. Sacramento preparato per l'adoratore, anche prima che vi entri. Non v'è nulla che mi abbia mostrato in maniera così forte l'unità della Chiesa come la Presenza del suo Divin Fondatore e della sua Vita dovunque io vada". Aggiunge: "Le chiese sono molto sfarzose. Il Duomo è tutto di marmo. Qui il marmo è praticamente il materiale ordinario delle chiese - e ancora più comune è il granito. Il granito proveniente dal Lago Maggiore sembra essere stato in uso da tempo immemorabile".

Un giorno comunica: "Come sta diventando buio, benché ora siano le 6. Faccio fatica a vederci. Il Duomo è l'edificio più incantevole che mai abbia visto. Se si va per la città, i suoi pinnacoli assomigliano a neve luminosa contro il cielo blu. Siamo stati due volte sulla sua cima, dalla quale appaiono belle le Alpi, specialmente il Monte Rosa".In particolare Newman è impressionato dal duomo come luogo di devozione e ne parla abitualmente nelle sue lettere. La partecipazione alle assemblee liturgiche del Duomo di Milano gli rivelano che cosa sia "la liturgia come fatto oggettivo": "Una Cattedrale Cattolica - scrive - è una specie di mondo, ciascuno dei quali si muove intorno alla propria attività, solo che questa è di tipo religioso; gruppi di fedeli o fedeli solitari - in ginocchio o in piedi - alcuni presso le reliquie, altri presso gli altari - che ascoltano messa e fanno la comunione - flussi di fedeli che si intercettano e si oltrepassano a vicenda - altare dopo altare accesi per la celebrazione come stelle nel firmamento - o la campana che annuncia ciò che sta incominciando nei luoghi sottratti al tuo sguardo - mentre nel contempo i canonici in coro recitano le loro ore di mattutino e lodi o vespri, e alla fine l'incenso sale a volute dall'altare maggiore e tutto questo in uno degli edifici più belli del mondo, e ogni giorno - alla fine senza esibizione o sforzo alcuno, ma come ciò che ciascuno è solito fare - ciascuno occupato al proprio lavoro, così come lascia l'altro al suo".

Newman rimane specialmente colpito dal numero di comunioni che si fanno nelle chiese di Milano: "Ho riscontrato questo in Duomo, a San Fedele, che è stata la nostra chiesa parrocchiale, e a Sant'Ambrogio. Nella chiesa un altare è riservato alla comunione, e io penso di non aver visto una Messa senza che ci fosse chi si comunicava - oltre le comunioni fuori della Messa". A Milano ricorre il primo anniversario della conversione cattolica di Newman e il 9 ottobre scriverà: "Oggi è un anno dacché sono nella Chiesa Cattolica e ogni giorno benedico Lui, che mi conduce dentro sempre più. Sono passato dalle nubi e dalle tenebre alla luce, e non posso guardare alla mia precedente condizione senza provare l'amara sensazione che si ha quando si guarda indietro a un viaggio faticoso e triste". Nel duomo di Milano Newman incontrava esattamente uno degli aspetti e dei momenti più espressivi della Chiesa cattolica.

A Milano Newman trova poi un rito diverso da quello romano, a sua volta significativa testimonianza di antichità; egli ne rimane attratto: "È tuttora in vigore la vecchia liturgia ambrosiana, o Messa, che riporta indietro proprio all'età del grande Santo. Per alcuni aspetti mi piace più di quella romana". Milano è per Newman soprattutto la "città di sant'Ambrogio". Egli ripeterà, scrivendo ai suoi amici d'Inghilterra: "È una benedizione così grande quella di poter entrare, quando camminiamo per la città, nelle chiese - sempre aperte con larga e generosa gentilezza - piene di preziosi marmi da ammirare, di reliquiari, di immagini e di crocifissi, tutti disponibili al passante che voglia personalmente inginocchiarvisi accanto - dappertutto il SS. Sacramento, e abbondanti indulgenze".

"È meraviglioso andare nella chiesa di Sant'Ambrogio - dove si trova il suo corpo - e inginocchiarsi presso le sue reliquie, che sono state così portentose, e di cui io ho sentito e letto più che di ogni altro Santo fin da quando ero ragazzo. Sant'Agostino qui si è convertito! Qui venne anche santa Monica a cercarlo. Sempre qui, nel suo esilio, venne il grande Atanasio per incontrare l'Imperatore. Quanta tristezza quando dovrò partire!"; "Io non sono mai stato in una città che mi abbia così incantato - scriverà alla sorella l'ultimo giorno di permanenza a Milano: stare davanti alle tombe di grandi Santi come sant'Ambrogio e san Carlo e vedere i luoghi dove sant'Ambrogio ha respinto gli Ariani, dove santa Monica montò la guardia per una notte con la "pia plebs", come la chiama sant'Agostino, e dove lo stesso sant'Agostino venne battezzato. Le nostre più vecchie chiese in Inghilterra non sono nulla quanto ad antichità rispetto a quelle di qui, e a quel tempo le ceneri dei Santi sono state gettate ai quattro venti. È cosa così grande essere dove i "primordia", la culla, per così dire, del cristianesimo continuano ad esserci".

Per Newman dire il duomo è dire "il grande san Carlo", e di san Carlo egli parla diffusamente con i suoi corrispondenti, raccontando della sua vita e della sua morte, della sua estrema austerità, delle sue opere e del significato della sua azione nella Chiesa, che ben conosceva. Si intrattiene sulla "grandezza impressionante di san Carlo", che "fino ad oggi - dice - è proprio la vita" di Milano: "Nonostante ogni sorta di male, di genere politico o altri; nonostante la mancanza di fede e altri cattivi spiriti del giorno, c'è un'intensa devozione per san Carlo. E la disciplina del clero è sostenuta dalle sue norme in modo più esatto di quello che noi abbiamo trovato in Francia o di quanto lo sia a Roma"; "Tu vedi i suoi ricordi da ogni parte - il crocifisso che fece cessare la peste quando egli lo portò lungo le vie - la sua mitra, il suo anello - le sue lettere. Soprattutto le sue sacre reliquie: Ogni giorno si celebra la Messa presso la sua tomba. Egli fu suscitato per opporsi a quella terribile burrasca sotto la quale è caduta la povera Inghilterra, e come ai suoi giorni egli ha salvato il suo paese dal Protestantesimo e dai suoi mali collaterali, così noi stiamo tentando di fare qualche cosa per opporci a simili nemici della Chiesa in Inghilterra e quindi non posso che aver fiducia che egli farà qualche cosa per noi lassù, dove è potente, questo benché noi siamo da una parte delle Alpi e egli sia appartenuto all'altra. Così io confido, e la mia mente fu colma di lui, al punto che mi sono persino sognato di lui - e noi vi andiamo la maggior parte dei giorni e ci inginocchiamo presso le sue reliquie".

Ma a Milano Newman non visitò soltanto la chiesa di San Fedele, il duomo e Sant'Ambrogio. Abbiamo già ricordato l'accenno alla basilica di San Lorenzo. Ma egli parla anche della chiesa di San Satiro e di Sant'Eustorgio, dove assiste alla Messa solenne nella festa della Madonna del Rosario e che descrive come "un'ampia chiesa" che "contiene le reliquie di parecchi martiri, e piena di monumenti e cappelle.

Newman parla anche di "Monza, distante 12 miglia", dove "si trova la corona ferrea composta con uno dei chiodi che Costantino pose nel proprio diadema come uno dei chiodi della vera Croce, vi sono anche dei doni che papa Gregorio Magno inviò alla longobarda regina Teodolinda".

Nel soggiorno milanese Newman avrebbe desiderato incontrare Rosmini e Manzoni. A proposito di Rosmini scrive nella sua prima lettera da Milano: "Ci siamo trovati in mezzo agli amici di Rosmini, e siamo sorpresi di trovare quanto facciano i Rosminiani in queste parti (...). Abbiamo una missiva per Rosmini, che è comunque assente". Di fatto l'incontro non avverrà, e la ragione sembra a Newman piuttosto esile: "Rosmini è passato da Milano - è detto in una lettera del 18 ottobre - mi ha inviato un cortese messaggio, spiegando che non ci ha chiamati perché lui non sa parlare latino e io italiano [aah... sarà per questo che Rosmini considerava la liturgia in latino una delle cinque piaghe della Chiesa? Ma aggiungiamo subito che il buon Rosmini consigliava come rimedio non il vernacolo, ma l’uso di messalini tradotti, l’insegnamento del latino e la spiegazione delle cerimonie]. Non è sufficiente per spiegare la sua non chiamata. Ghianda ha una grande ammirazione per lui, come anche Manzoni. Vorremmo avere molto di più da dire di lui, ma non riesco a cogliere l'essenza della sua filosofia. Mi piacerebbe credere che tutto sia giusto, benché si abbiano dei sospetti".

Anche l'incontro con Manzoni non poté avvenire. "Non abbiamo visto Manzoni e credo che per questo egli sia anche più spiacente di noi. Non che a noi non dispiaccia, ma è una cosa così grande essere nella città di sant'Ambrogio". Di Manzoni Newman già conosceva I Promessi Sposi. In una lettera alla sorella Jemina scriveva di averne fatto una lettura deliziosa e in un'altra dirà di fra' Cristoforo: "Il Cappuccino nei "Promessi Sposi" ha conficcato nel mio cuore come una freccia".


Da L'Osservatore Romano del 26.3.2009, via Territorial Doctor

venerdì 27 marzo 2009

Giuliano Ferrara: "Vogliono abbattere Papa Ratzinger"

di Giuliano Ferrara

Per capire di dove arrivi l’assedio ostile a Benedetto XVI, lasciato solo o aggredito per aver detto cose molto ragionevoli sull’Islam a Ratisbona o sul preservativo in viaggio per l’Africa, basta un po’ di storia. Giovanni XXIII fu percepito dal mondo, a cavallo tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60, come una rottura e una crescita spirituale, e lo era. La Chiesa dei papi Pii, fino a Pio XII morto nel 1958, aveva pur fatto grandi cose e moderne, dalla Radio vaticana inaugurata da Pio XI all’enciclica scritta da Agostino Bea (sotto il successore) con cui fu accettato il metodo storico critico nella lettura della Bibbia; ma per l’essenziale la Chiesa si era consapevolmente e comprensibilmente intrappolata nella crisi modernista di fine Ottocento e degli inizi del secolo Ventesimo, quel che emergeva alla luce era il suo conflitto con il mondo dell’esperienza, della storia, del dinamismo sociale e culturale scagliato contro i dogmi e certe idee perenni custodite nel patrimonio di fede (la tradizione).

Giovanni, Papa buono, fu dunque accettato con tratti di mito e di lirismo leggendario, e la sua scelta di convocare un concilio di aggiornamento e di chiusura di certi vecchi conti tra Chiesa e umanità, con la luna sentimentale che rispondeva al Papa e lo induceva a mandare una carezza ai bambini, con l’apertura alle ansie e all’agenda del tempo moderno, fu salutata come un atto profetico che incuteva rispetto a tutti.

Ma da Paolo VI in avanti tutti i papi sono stati combattuti con veemenza, con acrimoniosità, con una tendenza al rassemblement conformistico sotto le bandiere di un’ideologia secolarista sempre vigile contro i progetti di restaurazione. Con differenze di contesto storico decisive. Giovanni Battista Montini ebbe qualche momento di tregua perché era un papa conciliare, era l’erede di Giovanni, era il Papa dell’apertura a sinistra, un seguace teologico dell’umanesimo di Jacques Maritain, innovatore del pensiero cristiano del Novecento. Ma poi, a concilio chiuso e nella grande ventata di anarchia che percorse il «popolo di Dio», Paolo VI si azzardò a scomunicare la pillola e la contraccezione, si mise contro lo spirito di banalizzazione libertina del sesso e dell’eros che si era aperto un varco nella secolarizzazione, e furono anni tormentati di isolamento e di durezze, fino alla morte nel 1978.

Il successore Giovanni Paolo II, eletto dopo il breve regno di Albino Luciani, fu accolto come «meritava» e dunque male, malissimo: da polacco, da anticomunista, da conservatore teologico e filosofico quale era. Però tre anni dopo l’elezione un turco armato dai comunisti bulgari e sovietici tentò di ammazzarlo scatenando emozione universale, il Papa fu identificato con la grande rivoluzione di libertà degli anni Ottanta, contro il comunismo da Danzica a Mosca, al Muro di Berlino, e quella sua forza profetica, insieme con la salute del corpo, la capacità apostolica in ogni itinerario del mondo, la lontananza assoluta dai giochi di curia, fino all’abbandono a se stessi dei vecchi apparati, tutto questo diede a Giovanni Paolo II un lasciapassare speciale, una forza d’urto cui nulla poteva resistere. La malattia, il calvario simbolico che dovette affrontare, sacralizzarono la sua grande popolarità e la trasversalità del suo magistero.

Contro Joseph Ratzinger, naturale prolungamento e anima teologica di Giovanni Paolo II, gioca un fondale della storia assai diverso e, quasi per contrappasso e ritorsione verso un quarto di secolo in cui il mondo ha subito il Papa, la grande voglia di far subire al Papa la dittatura ideale del mondo postmoderno e del suo relativismo etico.

Da Panorama, 27 marzo 2009, via Papa Ratzinger blog

Foto del pontificale di mons. Burke per l'ordinazione dei frati dell'Immacolata.

Ecco alcune immagini del pontificale di mons. Raymond Burke a Tarquinia, del quale avevamo dato notizia in anteprima e nel corso del quale sono stati ordinati cinque nuovi sacerdoti dell'ordine dei Frati Francescani dell'Immacolata (FFI). La cerimonia, ça va sans dire, si è svolta nella forma straordinaria del rito romano. Traiamo le foto dal sito Orbis Catholicus del simpatico studente americano John Sonnen, che non perde una di queste grandi occasioni liturgiche





giovedì 26 marzo 2009

Una nuova tempesta mediatica contro il Papa

Di ritorno dall’Africa, appena atterrato a Roma in un pomeriggio soleggiato, il Papa avrebbe esclamato con i giornalisti: “Che bel tempo, oggi!”.

Questa frase imprudente ha sollevato nel mondo emozione e perplessità e sta alimentando una polemica crescente. Riportiamo alcune delle reazioni più significative.

L’arcivescovo di Salisburgo: “Ribadiamo la piena fedeltà della Chiesa austriaca al Pontefice e ci stringiamo a lui. Ma è spontaneo chiedersi se per caso egli non voglia far regredire la Chiesa ad una setta animista di adoratori del sole. Dopo tale frase, il numero di persone che chiedono la cancellazione dai registri fiscali per il sostegno alla Chiesa cattolica è considerevolmente aumentato

Alain Juppé, ex primo ministro francese e ora sindaco di Bordeaux: “Nell’istante in cui il papa pronunziava queste parole, a Bordeaux pioveva a catinelle. Questa contro-verità, prossima al negazionismo, mostra che il papa vive in uno stato di totale autismo. Questo distrugge, se ve n’era ancora bisogno, il dogma dell’infallibilità pontificale".

Il Rabbino-Capo di Roma: “Come si può ancora pretendere che faccia bello dopo la Shoah? Solo il giorno in cui si deciderà a farmi visita alla Sinagoga di Roma allora, forse, potremo insieme verificare come sarà il tempo

Margherita Hack, astronoma e astrofisica: “Affermando senza mezzi termini e senza prove obbiettive indiscutibili “che bel tempo oggi”, il papa dimostra il disprezzo ben noto della Chiesa per la Scienza, che combatte il dogmatismo da sempre. Che cosa c’è di più soggettivo e di più relativo di questa nozione di “bello”? Su quali prove sperimentali indiscutibili si appoggia? I meteorologi e gli specialisti della materia non sono giunti a mettersi d’accordo sul punto nell’ultimo Colloquio Internazionale a Caracas. E ora Benedetto XVI, ex cathedra, pretende decidere lui con tale arroganza. Si vedranno presto accendere roghi per tutti quelli che non concordano interamente con la nozione papalina di bello e cattivo tempo?

L’Associazione delle Vittime del Riscaldamento Globale: “Come non vedere in questa dichiarazione provocatoria un insulto per tutte le vittime passate, presenti e future dei capricci del clima, delle inondazioni, degli tsunami, della siccità? Questa acquiescenza al “tempo che fa” mostra chiaramente la complicità della Chiesa con questi fenomeni distruttori, nei quali pretende vedere disegni “provvidenziali” di un Dio vendicatore e punitivo. E, quel che è peggio, simile attitudine non fa che incoraggiare coloro che causano il riscaldamento del pianeta, poiché potranno ora far valere l’avallo del Vaticano.

Il Consiglio Mondialista: “Il papa finge di dimenticare che mentre splende il sole a Roma, una parte del pianeta è sprofondata nell’oscurità notturna. Ecco un segno intollerabile di disprezzo per vastissime porzioni del mondo e un chiaro segno, se ve n’era ancora bisogno, dell’eurocentrismo neocoloniale di questo papa tedesco”.

Il Direttivo americano delle Associazioni femministe: “Perché il papa ha voluto dire “che bel tempo” usando termini che, nell’originale in italiano della frase, sono al maschile? Avrebbe potuto benissimo utilizzare parole femminili come “che bella giornata”, o meglio ancora “che tempo attraente”, usando così un aggettivo “inclusivo” perché non declinabile differentemente al maschile e al femminile. E’ evidente che questo papa, che già ha fatto condannare la formula del battesimo e delle benedizioni non maschilista (“In the name of the Creator, the Redeemer and the Sanctifier”), mostra ad ogni occasione il suo attaccamento ai principi più retrogradi. E’ sconsolante che nel 2009 si sia ancora a tali punti di arretratezza

La Lega dei Diritti dell’Uomo: “Questo tipo di dichiarazioni non può che ferire profondamente tutte le persone che hanno della realtà uno sguardo diverso da quello del papa. Pensiamo in particolare alle persone immobilizzate in ospedale, o imprigionate, il cui orizzonte si limita a quattro mura; e così pure alle vittime di malattie rare i cui sensi non permettono di percepire lo stato della situazione atmosferica. C’è qui, è evidente, una volontà di discriminazione tra chi vede il “bello” secondo il canone ellenizzante che si vorrebbe imporre a tutti (a scapito delle minoranze, degli afroamericani e di ogni concetto di 'inculturazione'), e coloro che, per scelta o per impossibilità, percepiscono le cose in modo differente. Noi proporremo a titolo dimostrativo querele giudiziarie per discriminazione contro questo papa”.

Alberto Melloni, della Scuola di Bologna: “Si vede bene la profonda differenza tra questo papa introverso e chiuso in sé e nel suo mondo sorpassato, che si limita ad un’osservazione climatica senza trarne le dovute conseguenze, ed invece la paterna apertura al mondo di Papa Giovanni XXIII che, dopo aver osservato la luna in cielo, invitava tutti a portare ai loro bambini la carezza del Papa. A quando un Giovanni XXIV che riprenda in mano la spinta dello Spirito conciliare, che gli ultimi papi hanno tentato di soffocare?

Beppe Severgnini, giornalista: “Il Papa è il Papa. Punto. Ma non si può non pensare con un po’ di nostalgia che Giovanni Paolo II le stesse parole le avrebbe dette magari in romanesco (“ggiornata bbona!”) e agitando lo zucchetto bianco ai fedeli che lo riaccoglievano a casa”.


L’Osservatore Romano ha pubblicato una versione leggermente differente delle parole esatte del Papa (egli avrebbe detto, secondo l’Osservatore: “qualcuno potrebbe dire che faccia bel tempo”). Ma le registrazioni audio e video dei giornalisti hanno smentito la versione edulcorata. Molti hanno anche attaccato l’ingenuità di P. Lombardi che, pur essendo al fianco del Papa, non è intervenuto per impedire quell’affermazione o subito chiarirne meglio il senso.

Membri influenti della Curia hanno tentato di attenuare la gravità della frase del Papa, facendo rilevare la sua stanchezza dopo il viaggio africano, vista la avanzatissima età del Pontefice, nonché dichiarando che la frase incriminata è stata mal compresa e voleva avere un significato teologico-metafisico e non climatico, come grossolanamente è stata interpretata.

Ma la polemica non accenna a placarsi.


Il testo che precede è ispirato ad una mail che circola su internet, che abbiamo tradotto e adattato per il lettore italiano, mettendovi del nostro. Siamo certi che i nostri arguti commentatori sapranno aggiungere altre potenziali reazioni indignate di molte altre personalità mediatiche.
AGGIORNAMENTO: raccomandiamo agli internauti di leggere i commenti a questo post. Ci sono dei gioielli

Clamores dalla Germania

Il Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, Robert Zollitsch (nella foto), è intervenuto sul comunicato dei lefebvriani che accusa la categoria da lui rappresentata.

Siamo sinceri: l’indigesto presule ci è cordialmente antipatico, già solo per due eccellenti motivi:

1) per aver battuto alle elezioni a presidente della conferenza episcopale il "candidato del Papa", ossia il buon vescovo Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera (la sede che fu del card. Ratzinger): l’elezione di Zollitsch fu considerata (e del tutto a ragione) un’espressione di insofferenza nei confronti del Papa; connazionale, sì, ma non in fase con l’opinione predominante nella chiesa tedesca, molto ‘aperta’ al dialogo con le confessioni protestanti, nei cui confronti l’episcopato di quel paese pare nutrire una sorta di soggezione psicologica a dispetto della rapidissima disgregazione dei luterani, più accelerata perfino di quella della chiesa cattolica (è tutto dire).

2) per aver proibito ad un sacerdote della sua diocesi di celebrare col vecchio rito, pur dopo il motu proprio, dicendo che non si possono "mettere all’indietro le lancette della storia". La conferenza episcopale tedesca, per inciso, ha emanato sotto la presidenza Zollitsch regole interpretative particolarmente restrittive e iugulatorie del motu proprio.

Dopo le dure parole di mons. Fellay, il vescovo Zollitsch, in una relazione ad un’associazione di politici, ha accusato la FSSPX di "attaccare e ridurre la nostra comprensione della democrazia". In quel discorso ha osservato, con intento polemico rispetto ai lefebvriani, che l’idea di uno Stato cattolico è obsoleta e che i documenti conciliari sulla Chiesa nel mondo moderno, sulla libertà religiosa e sulle relazioni coi non cristiani sono "elementi irrinunciabili della tradizione cattolica". E ancora: "i tradizionalisti si sono posti da soli al di fuori di questa tradizione cattolica ed hanno scisso l’unità con il Papa".

Il vescovo di Ratisbona Mueller, nella cui diocesi si trova il seminario lefebvriano di Zaitzkofen le cui previste ordinazioni sono state trasferite in Svizzera, ha chiesto alla FSPPX di fare autocritica, osservando che il comunicato di Fellay è un tentativo di incrinare il rapporto tra il Papa e i vescovi tedeschi. In questo "comunque, non la spunteranno".

In merito alle ordinazioni, Mueller nuovamente ha invitato la Fraternità a rinunziare alle ordinazioni finché non sia chiarito il suo status ecclesiale; al tempo stesso, ha dichiarato di non dare molta importanza alle ordinazioni suddiaconali, non trattandosi ancora di un’azione sacramentale. Sarà invece cruciale verificare se le ordinazioni sacerdotali previste per la fine di giugno avranno luogo (intervista a CNA)

Infine, il Portavoce della conferenza episcopale tedesca è tornato, dopo l’aspra dichiarazione contro il comunicato di mons. Fellay, a commentare l’attitudine dei lefebvriani, accusandoli di volere una chiesa "intima".

Giorgio Israel: Pretendo il mea culpa da chi diceva che Benedetto XVI non è amico degli ebrei

La straodinaria lettera del Papa sul caso dei lefebvriani dà ragione a chi, per esempio Jacob Neusner, ha sempre sostenuto che è proprio grazie a uomini come Ratzinger che il dialogo fra ebrei e cristiani vive e prospera

di Giorgio Israel

È un documento davvero straordinario e destinato a passare alla storia la lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica circa la remissione della scomunica ai quattro presuli consacrati dall’arcivescovo Lefebvre.

Lo è in primo luogo per la chiarezza assoluta con cui viene esaminato il caso in tutti i suoi risvolti, anche a costo di affrontare la polemica e pronunziare giudizi crudi. Non un dettaglio è trascurato (persino il ruolo di internet), non un aspetto è lasciato in ombra, in particolare per quel riguarda le implicazioni scandalose del caso Williamson derivanti dalle sciagurate dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Ma lo è soprattutto per il tono appassionato con cui il Papa ha messo a nudo il suo animo e le intenzioni che lo hanno guidato nell’affrontare questa vicenda. Ne discende che aveva ragione chi, nelle tempeste di questi ultimi mesi, ha sostenuto che i rapporti ebraico-cristiani non erano compromessi in alcun modo dalle scelte di Benedetto XVI.

Il rabbino Jacob Neusner, con le cui tesi il Papa aveva intessuto un dialogo teologico nel suo Gesù di Nazaret, ha sostenuto, al contrario, che è proprio grazie a uomini come lui che il dialogo ebraico-cristiano vive e prospera. Egli ha riconosciuto la bontà delle intenzioni del Papa, osservando che il nuovo corso iniziato con il Concilio «è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio libro». È un corso che potrà avere intoppi, ha dichiarato Neusner, ma è irreversibile. E la stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale ha aderito a tesi simili riprendendo in pieno il cammino del dialogo.

È anche la tesi sostenuta ripetutamente da chi scrive, insieme ad altri ebrei italiani come Guido Guastalla, e che ci è costata una serie di nutriti lanci di pietre. Sarebbe preferibile non parlare di casi personali in una rubrica, ma ci sono circostanze in cui si ha diritto a togliersi dalle scarpe qualcuna di quelle pietre. Quando sostenemmo che la nuova preghiera del Venerdì santo non doveva essere intesa come un arretramento verso una logica di conversione forzata qualcuno ci trattò come “ebrei di corte”. Quando venne avanzata la proposta di interrompere il dialogo ebraico-cristiano manifestammo in modo pacato il nostro dissenso. Apriti cielo. Alcuni esponenti dell’ebraismo italiano, presumendo di avere un’autorità dogmatica, ci attaccarono in modo violento, nello stile “taci tu, ché soltanto io ho il diritto di parlare”. Poi venne il caso Williamson e fummo tra i primi a chiedere il massimo di chiarezza, certi che sarebbe venuta proprio dal Papa, proprio perché eravamo convinti della trasparenza delle sue intenzioni.

Allora è venuta una scarica di legnate da parte di alcuni cattolici convinti che per dimostrare di essere tali bisogna eccedere in zelo e mostrarsi fanatici: presuntuosi e arroganti ebrei che “attaccano” il Papa, è stato detto, proprio a chi lo aveva difeso da attacchi infondati.

Ora, dopo che proprio dal Papa è venuta la conferma più autorevole che era giusto quanto venivamo dicendo e che i fatti hanno dimostrato quanto fossero ingiuste e detestabili quelle scariche di pietre provenienti da entrambi i lati, sarebbe naturale ricevere delle sentite scuse. Ne è venuta una soltanto, e da una persona che ha avuto un ruolo secondario nei lanci. Troppo poco. Quantomeno ci si attenderebbe un decoroso silenzio. Ma, si sa, un bel tacer non fu mai scritto. Difatti, alcuni dei protagonisti di quelle incivili aggressioni si stanno attivando per proporsi come protagonisti del rinnovato dialogo ebraico-cristiano… No comment [consoliamoci: non siamo solo noi cattolici ad aver bisogno di una bella pulizia all'interno della nostra gerarchia]

© Copyright Tempi, 24 marzo 2009, via Papa Ratzinger blog

mercoledì 25 marzo 2009

Rodari: le nomine in Curia e le spinte centrifughe delle conferenze episcopali

Un commento di Rodari (apparso oggi nel suo blog), interessantissimo come ci ha ormai abituato, in cui alla sincera ammirazione per l'erculeo compito di ricostruzione di questo Pontefice accompagna informazioni e anticipazioni da vaticanista davvero di prim'ordine.


La difesa del Papa mossa l’altro ieri dal cardinale Angelo Bagnasco è piaciuta parecchio ai fedelissimi di Benedetto XVI. Anche se, dice al Riformista un porporato vicino al Pontefice, Ratzinger è ben capace di tenere diritto il timone della Chiesa. E ne è capace nonostante le critiche esterne e, soprattutto, interne. Lo dimostrerà di qui a luglio, pubblicando l’enciclica sociale che pare abbia la data del 19 marzo, festa di San Giuseppe, e smuovendo un po’ gli organismi di governo della sua curia. Cambieranno gli oltre 75enni cardinali Renato Raffaele Martino, Javier Lozano Barragan, Walter Kasper, l’ottantenne presidente dell’Ufficio del lavoro Francesco Marchisano, l’84enne Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e il 77enne James Francis Stafford. Anche i quasi 75enni Franc Rodé e Claudio Hummes lasceranno, mentre rimarrà al proprio posto il segretario di Stato Tarciso Bertone. Quanto al capo dei vescovi, il 75enne Giovanni Battista Re, pare continui il suo lavoro per tutto il 2009. Padre Federico Lombardi, capace direttore della sala stampa, ma ingolfato dai troppi incarichi, dopo il viaggio in Terra Santa dovrebbe lasciare. Mentre per le seconde file della segretaria di Stato si attende un non facile discernimento da parte dello stesso Pontefice. Anche qui, però, vi sono date o svolte di carriera che dovranno trovare soluzione.

Ratzinger, dunque, sa come gestire i dissidi, quelli esterni e quelli interni alla Chiesa. Perché di questo si tratta: oltre agli attacchi sul caso Williamson, e quelli delle cancellerie di mezza Europa a seguito delle parole dedicate ai «preservativi» (ancora ieri Parigi ha confermato tutte le critiche esposte una settimana fa), ci sono le intemperanze interne, quelle dei vescovi dei vari Paesi europei, particolarmente violente non soltanto sulla questione lefebvriana ma anche su alcune nomine mal digerite da quei presuli che, nei vari Paesi del mondo, hanno particolare potere all’interno delle proprie conferenze episcopali.

Molti di questi vescovi accusano Ratzinger di non sapersi spiegare. Ma dimenticano chi è Joseph Ratzinger: un Papa colto, anzi coltissimo, e pio. In pochi sanno capire la contemporaneità come lui. Il suo dire è razionale, tipico della logica e della metafisica. Offre sempre delle risposte razionali ai problemi e, per questo, non può che prescindere dalle reazioni emotive che nel mondo queste suscitano. Il mondo, spesso impregnato di irrazionalità soprattutto quando si definisce “razionalista”, fatica a comprenderlo perché ha una reazione emotiva, e spesso, all’emotività non sa andare oltre, così come si ferma su casi particolari e non va all’universale.

Anche nella Chiesa c’è chi non comprende questo tratto dell’attuale Pontefice. Accanto a tanti vescovi a lui fedeli ve ne sono alcuni in una posizione avversa, e questi, seppure in minoranza, sovente hanno l’amplificatore dei potentati che perseguono i propri disegni. Non si tratta di vere e proprie faide. Quanto di una malattia che dal Vaticano II in poi ha assunto la sostanza della cronicità, un’infezione non proveniente dal Concilio ma dal “paraconcilio”: una malattia di lunga data.

Dai lavori conciliari in poi si è diffusa un’anti-romanità difficilmente arginabile. Il bersaglio, dunque, non è anzitutto Ratzinger. Ma Roma e la sua primazialità. Il nemico è una concezione del governo della Chiesa che in Roma, al posto di una guida sicura, ha visto semplicemente un coordinamento di fondo in grado soltanto di garantire una generalizzata unità. È stata una scorretta esegesi del Concilio a volere che crescessero senza misura le dimensioni delle diverse conferenze episcopali: quelle stesse conferenze che Ratzinger, in un’intervista del 1985 [il Rapporto sulla fede con V. Messori], aveva negato avessero una base teologica. Ufficio dopo ufficio, struttura dopo struttura, nel mondo si sono creati dei piccoli Vaticani regionali che si sono sempre più allontanati dalla costituzione gerarchica della Chiesa, ovvero da quella concezione del governo che prevede che ogni vescovo abbia una responsabilità personale sui propri fedeli in un quadro di «comunione organica». Le conferenze hanno valorizzato sé stesse, il proprio potere interno e non, appunto, quella «comunione organica» tanto cara ai testi del Concilio.

Le conferenze, molto spesso, in nome di una fantomatica democraticità di governo peraltro mai verificata, hanno finito per opporsi a Roma andando a valorizzare quelle personalità che, al proprio interno, più avevano carisma sui media e nell’opinione pubblica. Quei vescovi che hanno avuto più presa sui giornali, sulle tv, che hanno voluto impostare il proprio incarico più sulle pubbliche conferenze in giro per il mondo che sulla cura della anime presenti nella propria diocesi, quei vescovi “itineranti” più che residenziali, hanno preso sempre più autorità all’interno dell’episcopato del proprio Paese divenendo, senza mai dirlo esplicitamente, una sorta di contropotere forte al Papa e al governo stesso di Roma.

Si tratta di enormi sovrastrutture che, talvolta, opprimono i singoli successori degli apostoli che, invece, proprio nel Papa, trovano la garanzia della loro libertà. Un contro-potere difficile da gestire, come i recenti casi delle intemperanze verificatesi contro il Papa da parte delle conferenze episcopali tedesche e austriache hanno ben dimostrato. Il cardinale Karl Lehmann ha pubblicamente attaccato Benedetto XVI per la revoca della scomunica ai lefebvriani mentre la nomina di Gerhard Wagner quale vescovo ausiliare di Linz è stata apertamente respinta con disprezzo da tutta la conferenza episcopale austriaca, e ora si capisce, come testimoniano vari siti web, che coloro che hanno rimescolato le carte per ottenere la revoca della nomina erano dei sacerdoti che vivono attualmente in stato di concubinato. Tutto è emerso anche dalle pagine dei quotidiani austriaci: ma se si intervistassero oggi i responsabili dei singoli vertici delle conferenze episcopali, questi direbbero d’essere in perfetta comunione con il Papa [perdonateci un piccolo commento amaro: "Guai a voi, sepolcri imbiancati"].

I fautori dell’ermeneutica della rottura del Vaticano II sono un’onda ancora oggi ben organizzata. Ratzinger lo sa e per questo il primo discorso d’importanza capitale del suo pontificato, quello del 22 dicembre 2005, fu diretto a loro: l’ermeneutica della rottura è sbagliata, spiegò Benedetto XVI. Ma è una battaglia atavica: già Giovanni XXIII, suo malgrado, venne descritto dai fautori dell’ermeneutica della rottura come il Pontefice della fine della Chiesa monarchica. Ci provarono anche con Paolo VI, salvo poi ricredersi a motivo dell’uscita dell’“Humanae Vitae”, l’enciclica che per i suoi contenuti per nulla accondiscendenti verso le istanze della mondanità, segnò l’inizio della seconda fase del pontificato montiniano, quella della sofferenza per le ingiurie e le calunnie subite. Anche Wojtyla, forse più di Ratzinger, venne contestato apertamente per le posizioni prese su sesso, amore, aborto, matrimonio. Dalla “Redemptor Hominis” in poi, divenne il Pontefice di una visione troppo polacca della Chiesa, troppo poco “cattolica”. Ma le contestazioni non lo hanno mai piegato. Né piegheranno Ratzinger il quale, senz’altro, non si farà vincere dall’emotività. E alle personalità francesi che su Le Monde hanno pubblicato una lettera aperta chiedendogli di tornare sulle sue dichiarazioni a proposito dei preservativi e dell’Aids, non risponderà certo con una ritrattazione.

Un commento sulla revoca della scomunica

Pubblichiamo l'analisi che segue di Marco Respinti ed apparsa su Il Domenicale, messaci molto cortesemente a disposizione. Si può discutere su qualcuna delle affermazioni dell'Autore (ad esempio la sussistenza di uno 'scisma' lefebvriano, dato che i termini prescelti dal Papa nella sua lettera ai vescovi sono attenti a non utilizzare tale concetto), ma è lodevole la chiarezza, il nitore espositivo e l'anelito per un felice esito della riconciliazione, in cui tutti noi speriamo.

LA GRANDEZZA DEL PAPA, IL RITORNO A CASA DEI "LEFEBVRIANI" E LA LINGUA DI MONS. WILLIAMSON

* Revocata la scomunica, ora la palla passa alla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Le risposte che noi e loro attendevamo sono infatti giunte *

Quello ufficializzato da Papa Benedetto XVI il 24 gennaio è un grande gesto: di magnanimità e di governo ecclesiastico. Come si sa, in quella data il pontefice ha revocato la scomunica comminata a suo tempo a Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, i quattro sacerdoti "tradizionalisti" che nel 1988 furono ordinati vescovi, con gesto intrinsecamente scismatico, da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), fondatore e superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). A norma di diritto canonico, la loro ordinazione fu infatti valida ma illecita poiché amministrata senza permesso pontificio. La scomunica scattò dunque automaticamente, latae sententiae, venendo formalizzata dalla Commissione [Congregazione] per i Vescovi il 1° luglio 1988. Colpì loro, l’ordinante (mons. Lefebvre) e, a causa del suo endorsement, anche mons. Antonio de Castro Mayer (1904-1991), vescovo di Campos in Brasile.

- L’ultima sponda -

Ritirando la scomunica, il Papa ha iniziato, per parte propria, a sanare nel migliore dei modi possibili una ferita grave che da tempo insanguina il costato della Chiesa Cattolica. Il pontefice ha infatti annullato la più grave condanna che, da questa parte dell’eternità, possa colpire un cattolico.Il gesto di Benedetto XVI non è stato peraltro quello che una retorica di moda ma decisamente bolsa chiamerebbe "dialogo", né un tentative transigente (quindi compromissorio) di "salvare capra e cavoli", ancora meno un’"ammissione di colpa", un autodafè o l’"enciclica" delle scuse (tipo: "avevano ragione loro, finalmente da Papa ho capito"). Tutto infatti quel gesto significa tranne che un’indulgenza tardiva verso gli errori e le intemperanze dei "lefebvriani". Quanto fatto dal Sommo Pontefice è infatti l’offerta agli scismatici di una possibilità reale e concreta (l’ultima?) di chiedere loro scusa al Vicario di Pietro: la richiesta esplicita di una prova inconfutabile della loro buona fede, della loro cattolicità, della purezza della loro battaglia per la verità. Come ha detto pubblicamente lo stesso Benedetto XVI il 28 gennaio, il suo è stato un atto di "paterna misericordia perché ripetutamente questi presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare" e s’inquadra solo nel suo infaticabile impegno per cercare e per ottenere l’unità fra tutti i credenti in Cristo. Tant’è che la revoca della scomunica è stata ufficializzata nel corso della settimana di preghiera che la Chiesa indice da tempo per impetrare l’unità dei cristiani. E peraltro non annulla la sospensione a divinis degli ex scomunicati.

- Sì, no, forse –

Il pontefice, insomma, ri-accoglie come figli suoi anche i "lefebvriani" se i "lefebvriani" si riconoscono suoi figli: per questo Benedetto XVI auspica "il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa" in nome della "vera fedeltà e [del] vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II". Ora la palla passa ai "lefebvriani". Del resto, una caparra preziosa da considerare (e il Papa in persona lo ha fatto proprio con le parole succitate) sono alcuni atti pubblici fondamentali: il pellegrinaggio compiuto dagli scismatici a Roma nel 2000 per il Giubileo "wojtyliano" e la richiesta di revoca della scomunica avanzata da mons. Fellay, superiore generale della FSSPX, con l’appoggio di quella "Crociata del Rosario" che egli ha lanciato l’ottobre scorso durante un pellegrinaggio a Lourdes nella Solennità di Cristo Re allo scopo di ottenere l’intercessione della Vergine Maria e che ha totalizzato la recita (anche via Internet) di un milione e 703mila rosari "lefebvriani". Nel "mezzo" si situano certamente segni inequivocabili quali la promulgazione del motu proprio "Summorum Pontificum" con cui nel luglio 2007 Benedetto XVI ha liberalizzato l’uso della liturgia latina "preconciliare" e la mano tesa alla FSSPX dalla Pontifica Commissione "Ecclesia Dei", quella istituita il giorno dopo la scomunica ai "lefebvriani", cioè il 2 luglio 1988, per "incontrare" i "tradizionalisti" che non avevano seguito gli scismatici. In giugno infatti il suo presidente, il cardinale Darío Castrillón Hoyos, ha proposto agli scismatici una linea d’intesa che di fatto ricalca il famoso protocollo preparato nel fatidico 1988 dal cardinal Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della fede, protocollo che mons. Lefebvre firmò il 5 maggio 1988 benemeritamente ricucendo in quell’attimo la frattura, ma che, certamente anche circondato da pessimi consiglieri, il prelato rinnegò completamente dopo sole 24 ore. Ebbene, dallo scisma a oggi, il flusso dei "lefebvriani" pentiti che hanno riguadagnato la comunione con Roma è stato del resto costante e per loro la Santa Sede ha eretto ad hoc la Fraternità Sacerdotale San Pietro. Ma anche prima dello scisma diversi tra sacerdoti, religiosi (è il caso della Fraternità San Vincenzo Ferrer, domenicana) e membri di gruppi laicali (non solo uti singuli, cioè rompendo con i propri ambienti, ma anche associativamente) avevano felicemente abbandonato il "lefebvrismo" senza peraltro rinunciare alle proprie battaglie antiprogressiste. Esiste un vasto mondo "tradizionalista", cioè, oltre il "lefebvrismo". E questo è importante ricordarlo per almeno tre ragioni.

- Pentiti e born-again -

La prima è evitare che la revoca della scomunica ai vescovi "lefebvriani" venga percepita da qualche commentatore distratto, o persino malevolo, come una "sanatoria" che fa di ogni erba un fascio e di ogni "tradizionalista" un born-again. Vi sono cioè "tradizionalisti" che per tempo son tornati sui propri passi e persino altri che non hanno mai dovuto farlo. La seconda ragione è che la disubbidienza di mons. Lefebvre prima e lo scisma dopo hanno oggettivamente creato le condizioni per un’ulteriore ferita nella Chiesa: quella aperta dai "sedevacantisti", una famiglia eterogenea di credenze paracattoliche o di origine cattolica che al proprio interno conosce diverse "obbedienze". Il "sedevacantismo" giudica eretica la Chiesa Cattolica dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II ed eretico il "lefebvrismo" che non considera eretica la Chiesa. La distinzione andrà sempre fatta, anzi gridata: ma sui propri concorsi di colpa il "lefebvrismo" un pensierino dovrà farlo, e magari comunicarlo a Pietro prima e al mondo poi.

- Risposte. E chiare -

E la terza ragione è questa. Originariamente – storicamente – il "lefebvrismo" è nato come una filiale domanda di chiarimenti al Pastore di Roma affinché egli rendesse ragione al proprio gregge di alcune mosse percepite da molti fedeli, spesso i più fedeli, come incomprensibili. Ebbene, se il "lefebvrismo" ha pensato di dover bruciarele tappe, i tempi della Chiesa Cattolica hanno invece adeguatamente risposto a quelle suppliche. Il monumentale magistero di Papa Giovanni Paolo II, la pubblicazione dell’imponente "Catechismo della Chiesa Cattolica" nel 1997 e l’intero insegnamento di Papa Benedetto XVI (già "teologo di Giovanni Paolo II") hanno sancito autorevolmente la fallacia e la sconfitta di quella "ermeneutica della discontinuità e della rottura" (Benedetto XVI, "Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi", del 22-12-2005) con cui il progressismo neomodernista ha preteso malevolmente d’interpetare il Vaticano II, causa prossima anche se non motore unico della rivolta "lefebvriana". Se insomma una funzione storica, anche importante, il "lefebvrismo" l’ha certamente avuta, oggi la sua attesa paramessianica, che con i decenni si è trasformata in mera attesa di se stesso, non ha più senso. Oggi la risposta alla sua fondamentale domanda si chiama Chiesa Cattolica. Come sempre. Più chiaro di così, il Papa non può rispondere.

- Ebrei e dintorni -

C’è altro da dire? Sì, commentare breviter, come merita, l’incresciosa lingua lunga del vescovo Williamson sui campi di sterminio nazionalsocialisti. Premesso che il punto nodale della Shoah non sono i numeri, cioè che se non fossero 6 ma solo 5, 4, 3, 2 o anche 1 solo i milioni di ebrei criminalmente sterminati dal Terzo Reich non cambierebbe alcunché, Williamson parla evidentemente solo per sé, la FSSPX ha chiarito bene e subito di non avere alcunché a che spartire con le sue parole e il Papa pure. Del resto la scomunica che il Papa ha levato dal suo capo non fu certo comminata, come nessuna scomunica lo può essere, per le opinioni di un vescovo sui numeri dello sterminio ebraico, per bislacche che siano. Eppoi, eppoi c’è che mons. Williamson i suoi numeri li ha dati nel novembre scorso, ma che solo nella Giornata della Memoria 2009, in pendenza di revoca di scomunica, sono state passate in tivù. Forse pure, come puntualmente scrive il bravo Andrea Tornielli, su "il Giornale" del 3 febbraio con lo zampino, o la zampata, di due giornaliste francesi, lesbiche, "fidanzate", filoabortiste e massone, Fiammetta Venner e Caroline Fourest. Che le due ce l’abbiano con il pontefice e con la sua paterna grandezza?


CRONISTORIA DI UN DRAMMA
  • Marcel Lefebvre nasce il 29 novembre 1905 a Turcoing, in Francia.
  • Sacerdote dal 1929, dal 1932 è membro della Congregazione dello Spirito Santo.
  • Nel 1947 è vescovo, nel 1948 arcivescovo.
  • Vicario apostolico, primo vescovo di Dakar (Senegal), delegato per le missioni nell’Africa francese, nel 1962 è creato vescovo di Tulle (Francia) [per la precisione, arcivescovo di Dakar: in effetti la successiva nomina a Tulle, diocesi secondaria e pur con diritto a conservare l'appellativo di arcivescovile, fu una deminutio]
  • Dal 1962 al 1968 è superiore generale della Congregazione dello Spirito Santo.
  • Già membro della sua commissione preparatoria, partecipa al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965).
  • Di quell’assise critica le prospettate riforme in tema di liturgia, libertà religiosa, ecumenismo e collegialità episcopale. Nel post-Concilio saranno questi i punti forti del progressismo.
  • Lefebvre diviene così il punto di riferimento non unico ma eminente, almeno dal punto di vista mass-mediatico, del "tradizionalismo".
  • Con il permesso della Santa Sede, nel 1970 fonda la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) a Friburgo, in Svizzera, da cui dipende il seminario di Ecône.
  • Rifiutata la "Messa nuova", la comunità di Lefebvre si attira l’astio di numerosi settori dell’episcopato cattolico.
  • Nel 1975 il Vaticano ordina la chiusura di Ecône. Lefebvre rifiuta e nel 1976 viene sospeso a divinis.
  • Quando Lefebvre pensa a ordinazioni episcopali che garantiscano il futuro di Ecône,il cardinale Joseph Ratzinger prepara un protocollo d’intesa per evitare lo scisma.
  • È il 1988. Tra Lefebvre da una parte e Papa Giovanni Paolo II e alcuni legati pontifici dall’altra intercorrono scambi epistolari e incontri privati.
  • Lefebvre firma il protocollo, ci ripensa, ordina quattro vescovi e incappa nella scomunica.
  • Lefebvre muore a Martigny (Francia) il 25 febbraio 1991.
  • Visti alcuni segnali di disponibilità della FSSPX, Papa Benedetto XVI revoca la scomunica ai vescovi irregolari il 24 gennaio 2009.
  • Straparlando di ebrei, uno dei vescovi "lefebvriani", Richard Williamson, diviene il nuovo casus belli.
  • C’è chi dice che a mons. Lefebvre, il cui padre morì in un lager nazista, sia stata tolta la scomunica in articulo mortis dal Nunzio Apostolico in Svizzera
Mario Respinti
Da "il Domenicale. Settimanale di cultura", anno 8, n.6, Milano 07-02-2009.

I vescovi tedeschi rispondono piccati a mons. Fellay


Ecco l'amabile risposta della Conferenza episcopale tedesca al comunicato di mons. Fellay, da noi riportato in questo post (è pur vero che mons. Fellay 'non le aveva mandate a dire', affermando senza mezzi termini che l'episcopato tedesco "non cessa di manifestarci la sua ostilità priva di carità e i suoi continui processi alle intenzioni, trattandoci «con odio, senza timore né riserbo», come ha giustamente rilevato il Santo Padre nella sua lettera del 10 marzo scorso").


Matthias Kopp, portavoce della Conferenza episcopale tedesca, ha dunque dichiarato (fonte: Kath.net):
Con una tale scelta di parole nel comunicato odierno il vescovo Fellay mostra la sua vera attitudine mentale. Essa è marcata da una infelice ristrettezza di orizzonti. Noi rigettiamo totalmente l'accusa di avere intrapreso una aperta rivolta contro il Papa. Per il resto, rigettiamo l'accusa di ostilità priva di carità.

Se le parole di Fellay erano singolarmente gravi, questo commento del portavoce dei vescovi tedeschi è un attacco ad hominem contro il superiore dei lefebvriani (con l'accusa di mentalità distorta e chiusa). Sul merito invece della questione, se cioè la posizione dei vescovi teutonici sia o meno un'aperta rivolta al Papa e un'ostilità poco caritatevole, supponiamo che ciascuno si sarà già fatto la propria opinione.

Ordinazioni diaconali a Gricigliano

Il canonico don Luzuy ci comunica che l'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote ha celebrato nella sua casa madre di Gricigliano, in diocesi di Firenze, l'ordinazione di ben sei diaconi, il giorno della Festa di S. Benedetto (21 marzo scorso), per mano del card. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per i Religiosi. Due giorni prima, festa di S. Giuseppe, i futuri diaconi si erano preparati all'ordinazione in una suggestiva cerimonia, comprendente la loro professione di fede e il giuramento antimodernista.

Ma andiamo con ordine. Queste alcune foto della cerimonia del giorno di San Giuseppe (Messa e II vespri):


Le Suore Adoratrici (ramo femminile dell'Istituto) in processione per la Messa:


I nuovi diaconi effettuano la professione di fede ed il giuramento antimodernista

I vespri:



Ed ora seguono le immagini del giorno dell'ordinazione, a cominciare da quella dell'arrivo del card. Rodé (in cappa magna,
ça va sans dire):


Le preghiere ai piedi dell'altare e l'introito

I sei ordinandi:


Dopo la Messa: foto di gruppo con i chierichetti venuti da Montpellier



Un ricco corredo di immagini, una più bella dell'altra, possono essere viste al sito dell'Istituto, a questo link.